Vincent CD S6

Il CD S6 di Vincent è un lettore CD che oltre alle sue peculiarità, la più interessante riguarda la sezione di uscita valvolare, è stato tra i rappresentanti più in vista di una fase storica importante per il divenire della riproduzione sonora e per l’acquisizione di alcuni tra gli aspetti più significativi in assoluto riconoscibili nella sua realtà attuale.

Ha segnato infatti la seconda fase del processo in seguito al quale la produzione cinese ha assunto il predominio che la caratterizza ormai da tempo e al quale non si scorge ancora alternativa.

Per quanto paradossale possa sembrare, arrivati a questo punto ciò potrebbe anche essere visto come un bene. Se l’elemento trainante di qualsiasi settore ricompreso nella logica capitalista è il continuo ridurre le spese vive legate alla produzione, un’ulteriore sua delocalizzazione non potrebbe che avvenire verso luoghi in cui la manodopera ha costi ancora inferiori. Il che di solito fa rima con condizioni di vita improntate a maggiore precarietà e non assenza generica ma mero rifiuto di tenere in considerazione alcuna i diritti umani. Come sempre a scopo di profitto, l’unica legge riconosciuta dall’ideologia e dalla pratica del capitale.

Uno tra gli esempi più tipici di questa realtà riguarda il metodo di approvvigionamento del cobalto necessario alla produzione di auto elettriche e ibride. E’ tra gli esempi migliori, in una quantità di casi innumerevoli che è possibile elencare di progressismo eseguito mediante lo sfruttamento più bieco e privo di scrupoli del lato B altrui. Si tratta del resto della componente indispensabile per tale ideologia e più che mai per la messa in pratica dei suoi dogmi, qui nella variante oggi più in voga, la pseudo-ambientalista.

 

Oggi l’industria automobilistica detiene il controllo del relativo mercato, in combutta con governi e legislatori ai quali è affidato il processo sempre più rapido di obsoletizzazione forzata a favore di un continuo ricambio del prodotto, al fine di obbligare all’invio in discarica di quello ancora in piena efficienza, con lo spreco di materie prime ed energia e quindi con l’inquinamento che ne consegue. Così facendo è arrivata al punto di non lasciare praticamente più scampo a chiunque possa, voglia o debba acquistare un’auto nuova. Se non elettrica, metodo di propulsione poco apprezzato dalla maggioranza schiacciante della clientela, per sospingere il quale si è arrivati a inventare persino delle guerre che facciano aumentare i costi di esercizio di quelli tradizionali, deve essere quantomeno ibrida.

Dunque resa in questo modo più costosa, profittevole e soprattutto assetata di energia, quale che sia la sua origine, stante il pesante bagaglio di batterie e dispositivi vari che si deve portare appresso per poter assolvere alle funzioni che è stato deciso di attribuirle, inerenti appunto l’ibridizzazione.

Batterie e dispositivi che, ricordiamolo, hanno un costo non indifferente, specie in termini di materie prime alla produzione, di stoccaggio, trasferimento e infine di smaltimento a fine vita, oltre a ripercuotersi negativamente, in ampia misura, sull’efficienza prestazionale complessiva del veicolo stesso, anche se osservandolo in maniera supeficiale come prescrive il decalogo del consumatore perfetto si potrebbe credere il contrario.

Togliamo da un’auto ibrida tutta la mercanzia che le è necessaria, anche a livello di telaio, quindi d’ingombro, peso e per conseguenza di aerodinamica per la necessità stessa di contenerla e portarla in giro a ufo, poi vediamo quale ha le prestazioni migliori e dunque consuma meno, a parità di lavoro che al mezzo è richiesto di eseguire.

Dunque le ibride e ancor più le elettriche sono inevitabilmente caratterizzate dalle relative quote, assai rilevanti, di spreco e inefficienza funzionale, rispetto a un mezzo concepito in maniera più parca, funzionale e votata alla vera efficienza invece che alla sua rappresentazione spinta al livello di teatralità che oggi conosciamo. Della quale tuttavia non ci rendiamo più conto, essendo esposti 24/7 al martellamento continuo a suo favore, eseguito con ogni mezzo.

Malgrado tutto, questo tipo di auto è anche più vendibile, grazie al lavaggio del cervello eseguito nel corso degli anni sulla platea dei potenziali compratori da giornali, siti e TV, che allo scopo hanno prodotto un ampio spreco di materie prime, macchinari e combustibili, che avrebbero potuto essere utilizzati per ben altri fini, quindi causando altro inquinamento del tutto innecessario.

Dell’inquinamento incalcolabile prodotto da una guerra, appunto quella inventata per far salire alle stelle i prezzi dei combustibili tradizionali, e possibilmente indurre al ripensamento di una clientela che ha già espresso il suo reciso rifiuto non ne parliamo proprio, altrimenti non se ne esce.

Anch’essa tuttavia incide, e nel modo più pesante in assoluto, sul conto energetico di emissioni e dilapidazione di materie prime. Quelle riguardo alle quali ogni mese di agosto l’ambientalista convinto si strappa i capelli strepitando che le risorse rese disponibili dal pianeta per quest’anno sono già terminate. E affinché il suo grido non risuoni invano, decide che vuole inquinare meno e corre a comprarsi la nuova Tesla. Full optional, perché va bene l’ambiente, ma anche la comodità vuole la sua parte, come ci spiegano tutti i seguaci della cosiddetta musica liquida.

Come si sa, d’altro canto, il capitale esige sempre nuovi profitti e quindi è alla ricerca perenne di nuovi mercati, che anche se non ci sono li deve inventare.

I costi li scarica altrove, in particolare su chi non è in grado di rifiutare il subirli, come una brava massaia che nasconde la polvere sotto al tappeto fino al punto in cui ne viene ricoperta.

In funzione di tutto questo, e alla faccia della sempre decantata libertà di scelta, che evidentemente può essere esercitata solo entro i limiti democraticissimi stabiliti dal complesso industrial-governativo, ogni singolo compratore di auto si ritrova costretto a rendersi complice dello scempio descritto nel filmato accluso sopra, che si provvede a tenere debitamente a distanza dagli occhi sensibilissimi di qualsiasi ambientalista convinto e dunque cittadino-modello dell’occidente.

Per ogni ulteriore evenienza si tiene pronto a farsi chiudere docilmente nella gabbia digitale appositamente approntata, della quale ibridizzazione ed elettrificazione forzata, che equivalgono a controllabilità a distanza senza limite alcuno, sono tasselli indispensabili. Già ora esegue consapevolmente tutte le azioni atte a portarlo in tale condizione, ma senza voler assolutamente comprenderne le conseguenze concrete o peggio sentirne parlare.

Allo scopo si tiene sempre pronto a usare la parola magica, adatta a ogni evenienza: complottista. L’hanno coniata apposta.

Chiariti per sommi capi e con qualche esempio gli effetti concreti di ogni passaggio del combinato disposto tra falso progresso e processo di delocalizzazione produttiva, che sono sempre più spesso l’uno ingrediente dell’altro e vanno per conseguenza di pari passo, osserviamo che Il ruolo di cui il CD S6 è stato a suo tempo tra gli esponenti più vista, riguarda la seconda fase di quella che si potrebbe definire senza tema di esagerazioni l’invasione cinese.

In un primo momento la parte dell’industria di settore maggiormente interessata alla ricerca di nuove opportunità produttive, ancora una volta ai fini di un contenimento a oltranza dei costi, ha tastato il terreno presentando le prime apparecchiature realizzate in Cina ma senza attribuire troppo risalto alla cosa. Anzi tacendola proprio, lasciando come unica traccia la targhetta in cui oltre al resto si era soliti includere anche la scritta fatidica “made in…”, che per l’occasione si applicava di dimensioni e con caratteri più piccoli del solito per non dare troppo nell’occhio.

Il tempo passa e spesso e volentieri non ce ne accorgiamo, se non per particolari come questo: una volta la scritta “made in” era inalberata con un certo orgoglio e faceva parte del corredo caratteriale di un qualsiasi prodotto, tanta era l’importanza data alla sua provenienza. Oggi questo non ha praticamente più senso alcuno, dato che la maggioranza schiacciante delle merci distribuite sui mercati occidentali ha provenienza unica, appunto dalla Cina.

Insomma, dopo la fase possiamo dire esplorativa e tenuta sottotraccia, ve n’è stata una seconda in cui la provenienza dal territorio cinese era dichiarata più apertamente, non solo per le scritte di cui sopra ma anche per l’estetica del prodotto, che andava acquisendo una sua fisionomia specifica. Improntata a elementi distintivi forse un po’ astrusi, e se vogliamo caratterizzati da una certa rozzezza o per meglio dire da una raffinatezza dei tratti non compiuta a dovere, quantomeno agli occhi della clientela occidentale.

L’elemento maggiormente significativo tuttavia era dato da quella sorta di ibridazione stante in un prodotto che non aveva ormai quasi più problema alcuno nel rendere evidente la sua origine, anche se ancora sotto una sorta di patrocinio, essendo registrati in occidente i marchi coi quali quel prodotto era commercializzato, e la stessa origine aveva il loro controllo.

Una scelta simile tendeva soprattutto a soddisfare la presunzione riguardante la superiorità tecnologica dell’occidente, instillata con precisione scientifica nel pubblico del cosiddetto primo mondo, che per conseguenza si temeva non avrebbe accettato un prodotto non solo realizzato ma anche ideato in certe zone.

Anche se poi proprio di questo si trattava, dato che marchi come quello in discussione si limitavano ad acquistare l’oggetto già fatto e finito, richiedendo magari qualche variazione di dettaglio per cose poco o nulla influenti sull’ossatura del progetto d’origine.

Tale era la realtà di Vincent, società tedesca, di Prima Luna, anch’esso esponente tra i più in vista della tendenza, che era invece olandese, e di diversi altri.

Sottolineava ancora una volta che un conto sono gli eventi del mondo reale e ben altro la narrativa zuccherosa delle pagine di pubblicità. Non importa se palese, ossia che non ha difficoltà di mostrare la sua natura, o dissimulata, l’esempio più tipico della quale sta nelle cosiddette prove e recensioni pubblicate con stridor di fanfare,  tuonare di grancassa e strilli di copertina dalla stampa e dai siti di settore.

La fase che potremmo definire Vincent/Prima Luna non durò moltissimo, nel corso della seconda metà degli anni novanta, perché già allo scoccare del nuovo secolo iniziarono ad affacciarsi con sempre maggior vigore marchi completamente cinesi che non ci avrebbero messo molto ad acquisire un predominio sempre più marcato, fino ad eliminare praticamente qualsiasi alternativa.

Una volta incuneatasi nella breccia, infatti, non aveva più senso alcuno per l’industria cinese continuare a rivestire e men che meno rischiare di essere relegata in via definitiva al ruolo di fabbrica-cacciavite, cui si attribuiscono le incombenze più disagevoli, quelle della produzione, che oltretutto si tende a pagare sempre meno, lasciando alla committenza tutti i benefici.

Inevitabilmente, come del resto feci notare a suo tempo, incorrendo nella mannaia implacabile della censura, e nella riprovazione generale del parco burattini di cui ogni redazione era ed è debitamente rimpinzata, una volta acquista la tecnologia, che sostanzialmente le si stava regalando, non avrebbe avuto più senso alcuno per la Cina accontentarsi di produrre a prezzi stracciati a favore della speculazione dell’occidente, col solo scopo di lasciarle incassare il differenziale all’epoca enorme tra i costi vivi ridotti ai minimi termini permessi dalla produzione ivi delocalizzata e i prezzi al pubblico tipici dei mercati dei cosiddetti Paesi avanzati. Sia pure decurtati di qualche punto percentuale, proprio per invogliare maggiormente all’acquisto di un prodotto allora atipico.

Presto o tardi, avrebbe trovato il modo da gestire in proprio l’intero processo produttivo e commerciale, affrontandone i rischi e le incombenze ma anche i profitti come è puntualmente accaduto nel giro di alcuni anni. Così da spazzare letteralmente via i marchi occidentali, con quei pochi che sono rimasti in piedi tutti saldamente nelle mani di conglomerate orientali.

Contenti?

Per un certo periodo a reggere all’assalto riuscirono in parte le produzioni eseguite nell’Europa dell’est, sempre in funzione dei costi minori offerti da quelle zone rispetto alla metà occidentale del continente, ma non ci volle molto affinché anch’esse venissero lasciate indietro dalla potenza geometrica dell’offensiva cinese.

Come sappiamo la sua avanzata è avvenuta senza fare prigionieri, a sottolineare la spietatezza della realtà dei mercati alla quale con le buone o le cattive si è voluta uniformare la realtà della vita a livello globale.

I risultati li conosciamo bene, innanzitutto per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza, mai così iniqua come al giorno d’oggi e tale da ingrossare inevitabilmente le fila della povertà, in cui vengono precipitate percentuali sempre più rimarchevoli della popolazione. Anche e soprattutto quella dei cosiddetti Paesi Occidentali, nei quali ai ritmi attuali non ci vorrà ancora molto tempo affinché essa vada a caratterizzare la maggioranza assoluta di quanti vivono in quelle zone.

Proprio come vaticinò Craxi, “L’Unione Europea sarà un inferno o alla meglio un limbo” e proprio per questo gli venne fatta fare la fine che ha fatto, dato che l’entusiasmo adesionista al vincolo esterno doveva a ogni costo essere unanime, assoluto e irrevocabile, nel pieno rispetto della concezione attuale, storicamente mai così degradata, di democrazia.

In quell’epoca non erano ammesse voci fuori dal coro che cantava le lodi dei destini magnifici e progressivi che senza ombra di dubbio alcuno avrebbero conosciuto le nazioni europee riunite forzosamente sotto lo straccio blu a stelle oro, senza che mai nessuno dei popoli che sarebbero stati forzatamente messi sotto il suo tallone e la sua iper-regolamentazione così platealmente distruttiva abbia mai dato l’assenso a tale destino.

Va ricordato altresì che l’allora numero uno del Partito Socialista Italiano fece la sua parte nel propiziare le condizioni attuali, schierandosi a favore dell’abolizione in occasione del famigerato referendum sulla scala mobile nel quale – c’era da dubitarne? – vinse ovviamente l’opzione peggiore per il destino dei ceti salariati. Soprattutto in virtù di un’offensiva mediatica a tutto campo che ne indusse la stragrande maggioranza a votare in maniera convinta per il suicidio.

E’ stato tale proprio perché per combattere l’inflazione, creata appositamente da chi controlla i mercati per abbattere sempre più il costo del lavoro e quindi del prodotto, i ceti salariati hanno accettato di rinunciare al meccanismo necessario a non permettere di azzerare nel tempo più breve il valore reale delle retribuzioni.

Allo stesso scopo del resto è servito l’euro, dato che su una moneta di basso valore unitario l’effetto anche di vari punti percentuali di inflazione ha effetto pressoché nullo. Non così invece quando il valore di partenza su cui si calcola quella percentuale lo si fa valere duemila volte tanto.

Per poi procedere a una svalutazione appunto duemila volte più cruda, sempre con gli stessi mezzi: sovvertimenti poltici essenzialmente volti a causare rincari artificiosi del costo dell’energia, che inevitabilmente si porta dietro tutto il resto, nulla escluso.

Quanto all’Europa, come sono andate le cose lo abbiamo visto: ci hanno minacciato dicendo proprio che i costi di combustibili, energia e della stessa vita sarebbero andati alle stelle, insieme all’inflazione e di conseguenza alla disoccupazione, se ci fossimo azzardati a rimanere fuori da essa e dalla sua moneta più falsa ancora di quella del monopoli. Invece proprio con l’adesione a entrambe ci siamo trovai costretti a subire quei fenomeni nel loro manifestarsi storicamente più disgregativo in assoluto. A livello economico, sociale, politico e di prospettive future

Così da certificare, tra l’altro, qual è stato il ruolo concreto di tutti quanti hanno caldeggiato UE e moneta unica e operato in tal senso. Solo che se rapini una banca pistola alla mano finisci in galera a vita, se prima non ti ammazzano le cosiddette forze dell’ordine e loro assimilati. Se  invece rapini una nazione e persino un intero continente insieme a tutto il suo popolo, ti fanno leader di coalizione e poi capo del governo, diventi un candidato autorevole alla presidenza della Repubblica, ricevi lauree ad honorem, inviti a diffondere la tua augusta parola su tutti i giornali, programmi TV e via discorrendo.

Che le cose stiano effettivamente così lo ha certificato ogni singolo Paese sia entrato in quella sorta di babele. Ultimo esempio la Bulgaria, che non appena adottata la moneta unica ha conosciuto un tasso di inflazione e di conseguenza un aumento delle derrate essenziali alla sopravvivenza prima inimmaginabile.

Il tutto accompagnato da una spesa a deficit dell’amministrazione dello Stato, quella che viene definito debito pubblico per meglio demonizzare chiunque non ponga le spese necessarie all’esercizio dello Stato unicamente sulle spalle della cittadinanza, salito immediatamente per conseguenza ben oltre le ferree regole UE,  così da rendere immediata la procedura di richiamo.

La legge dei mercati impone poi di non porre soltanto i costi propri dello Stato e delle sue istituzioni, che si provvede debitamente a rendere elefantiache e a corrompere, tutti sulle spalle dei cittadini, ma di procurarsi anche un sovrappiù, definito ipocritamente avanzo primario.

Così da trasformare, in sostanza, lo Stato da istituzione sovrana a favore della cittadinanza in impresa votata al profitto e quindi, inevitabilmente, nel suo primo nemico, in quanto sfruttatore. Lo Stato così degenerato provvede a girare quell’incasso ai privati che esso stesso ha messo nelle condizioni di controllarne il debito, rendendoli in tal modo potentissimi. Lo ha fatto in primo luogo abdicando al principio numero uno di qualsiasi nazione indipendente, stante appunto nel potere di coniare, e quindi di controllare, la propria moneta.

Questo è avvenuto grazie al colpo di stato eseguito dal potere giudiziario, in seguito al quale è stata spazzata via un’intera classe dirigente, evidentemente scomoda perché troppo capace, insediandone una nuova composta da corrotti all’ultimo stadio avidissimi, capaci appunto di vendersi una nazione e tutto il suo popolo per un piatto di lenticchie

Oggi per conseguenza non esiste più un solo Stato davvero indipendente, a cominciare dagli Stati Uniti, e a seguire tutti gli altri, fin dal 1913 sotto il controllo della Federal Reserve che a dispetto del suo nome è un’istituzione totalmente privata.

“Bastona il cane che affoga”, ha detto Mao Tse Tung. Nella fattispecie l’UE fa anche di peggio: prima si adopera con ogni mezzo, il più usato tra i quali è il ricatto di stampo camorristico a mezzo di lettera minatoria, per farlo affogare. Poi provvede a colpirlo con l’efferatezza conseguente alla premeditazione, così da rendere meglio evidente la sua realtà politico-ideologica, oltre ovviamente ai suoi scopi elettivi.

Qualcuno imparerà finalmente la lezione? C’è da dubitarne. In ogni caso la diluizione in tempi lunghi del succedersi degli eventi chiave in tale prospettiva fa si che solo la parte più anziana della popolazione, e come tale pressoché ininfluente ma soprattutto impossibilitata a mettere in pratica l’insegnamento ricevuto, se non tramandandolo a discendenti che non a caso si sono resi con ogni mezzo refrattari a qualsiasi monito o eredità concettuale, sia in grado di porne il succedersi nella prospettiva storica che gli compete.

Il tempo infatti gioca notoriamente a favore dei devastatori del continente e dei massacratori sociali cui è stata data mano libera, con quali finalità ciascuno può stabilirlo per conto proprio. Col suo trascorrere diventano sempre meno le persone in grado non di comprendere il susseguirsi degli avvenimenti, ma semplicemente di ricordare quali fossero le condizioni di vita prima della calamità politico-istituzionale nota come Unione Europea.

Poi, se per caso, anche quello agisce troppo lentamente, agli occhi di qualcuno, si trova un sistema per togliere di mezzo il maggior numero della popolazione anagraficamente rilevante in tal senso lo si trova sempre.

All’UE è stato attribuito come sorta di inno nazionale, dato che nazione non è e malgrado tutto non potrà esserlo mai, L’Inno alla Gioia: vero e proprio sfregio nei confronti delle centinaia di milioni di individui sulle spalle dei quali sono state scaricate con calcolo scientifico le conseguenze dello sfrenato fanatismo mercatista che l’UE ha innalzato a suo ideale, obiettivo unico e inevitabilmente asse ordinamentale.

Ai fini di tutto questo la Cina, e più che mai il ruolo di manifattura a basso costo con destinazione universale che le è stato attribuito, è stato strumento indispensabile.

Al numero storicamente inaudito di nuovi poveri che l’UE e più in generale l’occidente ultra-capitalista hanno prodotto, come sempre a vantaggio di pochissimi ottimati, ha offerto la possibilità di continuare ad acquistare povere merci di qualità infima, a livello di vestiario e degli altri generi necessari alla sopravvivenza quotidiana, così da attutire l’impatto sociale dell’impoverimento istituzionalizzato e portato oltre ogni limite di ragionevolezza oltreché di decenza, affinché lo si subisse in maniera supina e senza troppi sussulti.

Questo è avvenuto approvvigionandosi della fascia di prodotti qualitativamente più scarsa proveniente da quel Paese, roba che ormai verrebbe rifiutata con ogni probabilità anche dai ceti  più sfortunati degli stessi cinesi, ma noi in occidente e soprattutto in Italia importiamo con grande avidità. Dato che proprio dalle nostre parti l’azione d’impoverimento generalizzato è portata avanti con l’assenza di scrupoli peggiore, come certifica il potere di acquisto degli stipendi in caduta libera. In termini assoluti sono addirittura più bassi rispetto a quelli del 1990, mentre nel frattempo il costo della vita è aumentato in maniera esponenziale.

Tutto questo è avvenuto con il beneplacito o meglio la partecipazione interessata dei sindacati che si proclamano da sempre “i più forti dell’occidente” e ne hanno guadagnato anche un ruolo fondamentale nel meccanismo atto a garantire la spremitura a oltranza delle masse che hanno contribuito a ridurre sul lastrico, stante nei cosiddetti CAF, e dei partiti della sinistra reale cui fanno riferimento. Insieme formano il meccanismo di devastazione sociale storicamente più efficace che si sia mai visto, in virtù del mandato ad essi attribuito dai loro ideatori e, come sempre nella loro storia, hanno fatto esclusivamente gl’interessi del grande capitale.

A tal fine si sono nascosti dietro il paravento dell’antifascismo, cui nessuno in possesso di un intelletto funzionante può credere ancora. Proprio in quanto viene utilizzato come una clava, contro chiunque si azzardi a osservare le loro colpe, che sono innumerevoli, gravissime e pertanto senza possibilità di redenzione.

Chiunque li critichi e peggio che mai a ragione, cosa peraltro facilissima, è fascista. Secondo un copione divenuto farsesco proprio in funzione dell’utilizzo a tal punto smodato e sistematicamente fuori luogo che si continua a fare di quella parola. Chi la brandisce come arma la vorrebbe equiparare al peggiore degli insulti ma l’ha resa diploma di benemerenza, appunto in funzione del ruolo concreto tenuto da chi la pronuncia.

Quello che si vorrebbe trasformare in insulto si ritorce allora contro chi lo usa, poiché non fa altro che porre in evidenza plateale l’assenza totale di qualsiasi prospettiva. In termini di argomenti, di idee, che peraltro alla sinistra non servono assolutamente più a nulla, avendo il solo scopo nell’obbedire ai suoi padroni globali, che la usano per abbattere le nazioni e abbrutire i loro popoli gettandoli sul lastrico quando non provano proprio a eliminarli.

Non fosse già più che abbastanza, l’uso a tal punto fuori luogo di quella parola denota infantilismo, abbinato all’assenza di qualsiasi propositività a livello politico e sociale, condensato nel suffisso “anti” ripetuto a oltranza, forse perché di quello che sono effettivamente a favore è meglio tacerlo. Si è così determinato il fenomeno di quello che va definito per ciò che è: “antismo” portato a orizzonte unico innazitutto a livello concettuale, prima ancora che politico, tale da certificare il deserto totale a livello di prospettiva concreta che regna incontrastato nei ranghi di quelli che hanno deciso di trasformarsi in sinistrati, ai quali risulta incomprensibile ogni concetto di vergogna, anche il più remoto.

In realtà anche Rizzo sbaglia, dato che Berlinguer nello stesso tempo in cui sedeva nelle fabbriche con gli operai, come dice lui, pubblicava libri in cui esaltava l’austerità, rispetto alla quale non poteva non sapere che da che mondo è mondo a pagare il suo prezzo sono le classi lavoratrici, e la moderazione salariale. Allo scopo ha avviato insieme ai Veltroni e ai D’Alema che aveva fatto suoi delfini, la fase politica del revanscismo dei ceti privilegiati, i cui effetti li vediamo oggi dispiegarsi nella maniera più sfacciata e priva di remore.

Proprio allora e anche per quello Pier Paolo Pasolini profetizzava, a ragione, che il fascismo sarebbe stato tenuto in vita e portato a nuovi e inediti estremi proprio dalla sinistra. Intenta da sempre a combattere innanzitutto e con ogni mezzo tutto ciò che si trova più a sinistra di lei, posizione in cui trovarsi, peraltro, è privo di difficoltà alcuna, e ad asservirsi al grande capitale, che a sua volta è nemico giurato di qualsiasi cosa minacci il potere monetario assoluto e privatistico attribuito alle banche che sono il suo primo strumento di dominio.

Quel capovolgimento di ruoli, solo apparente, lo si deve innanzitutto all’intolleranza sempre più drastica, da parte della sinistra, verso qualsiasi cosa diverga dal pensiero unico che a ogni costo vuole imporre. Pretendendo oltretutto che si tratti di democrazia, col grande sprezzo dell’uditorio che da sempre le è proprio. Appunto a conferma implicita della sua consapevolezza di rivolgersi essenzialmente un pubblico infantilizzato, che tratta come tale e manipola e turlupina con ogni bassezza.

Proprio in Italia dunque i negozi di merci cinesi hanno acquisito una distribuzione ancor più che capillare, spazzando via tutte le rivendite di merci varie e casalinghi un tempo gestite da nostri connazionali. Per soprammercato portano fuori dal Paese somme di denaro sempre più rilevanti, che mai più vi rientreranno. Col beneplacito di politici e governanti, i quali sanno perfettamente che il compito ai fini del quale sono cooptati non è a favore del Paese ma la sua distruzione con ogni mezzo e quella del suo popolo, che d’altronde nulla fa per sottrarvisi, decisa colà dove si puote ormai svariati decenni fa e perseguita con rigore scientifico e determinazione inflessibile.

Intendiamoci, se si vuole in Cina si possono trovare prodotti rispettabilissimi e spesso di ottima qualità e materiali. E’ proprio nel processo di vera e propria umiliazione che si sta conducendo in maniera deliberata nei confronti dei ceti che si sono obbligati a subire tutti i costi della trasformazione della realtà europea e italiana alle condizioni attuali, sui quali li si è scaricati senza pietà ma anzi con una evidente vena di quello che va definito per ciò che è, vero e proprio sadismo sociale e istituzionale, che il prodotto cinese per come lo intendiamo s’inserisce magnificamente.

Costituisce peraltro il marcatore migliore per rendere riconoscibile all’istante chi suo malgrado si ritrovi vittima di questo processo, indegno di qualsiasi cosa abbia a che a fare anche alla lontana col vocabolo democrazia.

Somiglia molto di più a quel che abbisogna di una definizione alquanto più complessa, formulata dal solito Orwell che in “1984” fa dire a O’Brien: “Il futuro è uno stivale che schiaccia un volto umano, in eterno”. Lo svolgersi degli eventi successivi, in particolare nel processo di devastazione, economica, quindi politica, sociale, industriale e materiale del continente europeo spiega che Orwell non scrisse un romanzo, distopico come si usa definirlo, ma qualcosa di più simile a un manuale di istruzioni.

Quanti sono vittima di questo processo d’impoverimento del quale non si vede la fine, li si taccia innanzitutto di essere colpevoli di trovarsi in tali condizioni. Possono così essere meglio esposti alla riprovazione di quanti ancora dal fenomeno sono o ritengono di essere riusciti a salvarsi, in un modo o nell’altro e molto spesso indebitandosi fino alla cima dei capelli, presi innanzitutto a scacciare il vero e proprio terrore di trovarsi presto anche loro nelle stesse condizioni.

Eseguono dunque l’atto rituale atto a esorcizzare quel terrore e nello stesso tempo a blandirlo, ritenendo di ingraziarsi così lo svolgersi degli eventi, gli dei e le leggi arcane che lo regolano, secondo la logica propria del paganesimo indotto dal capitalismo. Sua unica prescrizione è l’adorazione del consumo, della sua ideologia e del suo feticcio, il prodotto. Si concretizza in tal modo una delle accezioni paradigmatiche per gli effetti dell’applicazione del principio fondamentale del predominio, il dividi e impera.

Per il suo tramite si provvede appunto a separare, aizzando le une contro le altre, le vittime già sacrificate da quelle che sono destinate a diventarlo credendo invece di salvarsi, in modo tale che non oppongano resistenza alcuna a tale processo.

Nello stesso tempo in quel modo si alimenta in maniera più efficace l’intero meccanismo, proprio perché, inevitabilmente, le probabilità maggiori di tenersi lontani il più a lungo dai suoi effetti nefasti le si hanno nel momento in cui si viene maggiormente a patti con esso, accettando il male che ne è l’ossatura e meglio ancora candidandosi a rafforzarlo e a procurarlo nei propri simili in qualsiasi modo venga ordinato.

Mors tua vita mea, dicevano i romani, con la loro antica saggezza.

A dispetto delle loro speranze, è inevitabile che quanti sono riusciti a salvarsi fin qui si ritrovino prima o poi, loro malgrado, nelle condizioni che temono nella misura maggiore. Il tritacarne deve continuare a lavorare e per farlo ha continuo bisogno di materiale fresco su cui affondare le sue lame, che in caso contrario morderebbero fragorosamente l’una contro l’altra, bloccandosi, per poi ritorcersi nel contraccolpo verso quanti se ne sono visti affidare il controllo, alla medesima stregua dei serventi alla fornace dei treni a vapore d’un tempo.

E se il treno deve sempre accelerare, come prescrivono le leggi dei mercati che vogliono sempre nuovi utili e in proporzioni crescenti, a dispetto della finitezza del pianeta in cui hanno luogo, è inevitabile che nella fornace s’introduca sempre più materiale e del rendimento calorico via via maggiore. Fino a quando tutto il combustibile sarà consumato.

A quel punto si farà come Phileade Fogg, protagonista del romanzo di Jules Verne “Il giro del mondo in 80 giorni”, che per accelerare al massimo la tratta del suo viaggio eseguita con un battello a vapore, se non ricordo male nell’attraversamento dell’Oceano Pacifico, lo acquistò per poi ordinare al comandante di gettare nella caldaia tutte le sue suppellettili e persino le strutture non indispensabili al galleggiamento, così da farlo arrivare a destinazione per tempo ma ridotto allo scheletro.

Forse senza rendersene conto o invece chissà, in via del tutto intenzionale, Verne dipinse nel modo più efficace possibile l’attitudine più spiccata del capitalismo, quella di divorare tutto quanto incontra sulla sua strada, e per questo non potrà che finire col trovarsi al punto in cui andrà a fagocitare anche sé stesso.  .

Per allora più nulla di organico resterà in piedi. Al fine di evitare quella sorte, l’unica è fare in modo di porre nelle condizioni di non produrre altro danno coloro i quali quei mercati hanno ideato e tuttora controllano con mano sempre più ferrea e crudeltà inumana.

Insieme ovviamente a quanti permettono loro di continuare quel gioco.

Delle due l’una, alternative non ce ne sono. Ci si può giusto lambiccare su chi infine prevarrà: gl’idolatri del mercato e i suoi servitori più fedeli, ovvero gli ottimati dello 0,001% che otterranno la loro vittoria di Pirro. Sarà tale poiché si troveranno infine costretti a saltare alla gola l’uno dell’altro fin quando ne rimarrà solo uno. Impossibilitato a quel punto a godere delle proprie ricchezze, che hanno un senso solo nel rapporto con l’altrui e nell’esistenza di una società o almeno un suo simulacro. Per mera abitudine, inclinazione caratteriale e incapace di qualsiasi altro concetto o azione, proverà infine ad azzannarsi da sé stesso.

Altrimenti, stante la loro prevalenza numerica, potrebbero avere la meglio quanti sarebbero destinati a essere vittima dei mercati, passivi già per indole o forse desiderosi solo di vivere in pace la propria vita senza dover sfruttare né essere sfruttati, ulteriormente passivizzati con ogni mezzo possibile e immaginabile. Oggi in primo luogo onde elettromagnetiche, aerosol aviodispersi, cibi avvelenati e falsi medicinali, affinché il loro invio alla volta del tritacarne possa avvenire nella maniera più fluida ed efficiente possibile.

Ci vorrebbe un cambio di paradigma, ma chi mai riuscirebbe a convincere della sua necessità quanti credono di essere quantomeno i non perdenti del confronto, che non può avere altro esito se non quello dei vincitori o dei vinti, guai a loro, e non si rendono conto che il loro destino è di essere anche loro avviati alla bocca del macchinario insaziabile?

Al primo sguardo parrebbe impossibile che oggetti della banalità pari a quella del lettore esaminato possano assumere un ruolo in quelli che potrebbero essere definiti come meccanismi operanti ai fini del funzionamento dei massimi sistemi. Eppure un ruolo lo hanno, anche come semplice tassello o solo marcatore di passaggi epocali che si susseguono senza posa uno dietro l’altro e spesso anzi si compenetrano, in maniera tale da non permettere al loro osservatore diretto, sul momento, di comprenderne conseguenze e finalità.

Col passare del tempo si riesce talvolta a metterli in prospettiva e quindi a decifrarli con maggiore precisione, osservandone da una parte gli effetti e dall’altra la funzione propedeutica, di trascinamento e transizione per gli ulteriori passaggi ai fini dei quali vanno a costituire le basi necessarie. Come in una sorta d’ingegneria a ritroso, rivolta non alla replicazione di apparecchiature e tecnologie ma alla migliore comprensione degli accadimenti che abbiamo vissuto ma la cui valenza sul momento non siamo riusciti ad afferrare, peraltro in maniera inevitabile.

Chi controlla il passato controlla il futuro, ha scritto George Orwell ed è precisamente questo il motivo per cui nella narrazione storica ufficialmente accreditata non può e non deve esistere un singolo passaggio che corrisponda a verità.

Quello appena descritto è a sua volta un punto di vantaggio incolmabile a favore di chi tali passaggi li idea e li posiziona l’uno dietro l’altro nei progetti a lunghissimo termine dei quali si fa esecutore. Proprio perché i destinati a subirne le conseguenze possono metterci venti e più anni per capire certe cose e non è assolutamente detto che vi riescano e li possano decifrarli fino in fondo.

Nel frattempo tanta altra carne sarà stata messa al fuoco così da rendere vano ogni inseguimento, se non in funzione della consapevolezza personale.

Per tacere del fatto che una volta comprese certe cose, chi si azzarda a parlarne subirà guai ancora peggiori dai suoi simili, poiché nulla è meno tollerato di qualsiasi tentativo di risveglio, da parte di chi intende continuare a dormire. beatamente.

 

Ibrido sui generis

L’S6 dunque ha trovato in breve il suo posto nell’offerta dei lettori digitali soprattutto in virtù della combinazione tra uscita valvolare e prezzo non impossibile, materializzando così uno tra gli elementi meglio nelle corde del prodotto cinese, sia pure gestito commercialmente in occidente, ancora per poco: soluzioni da oggetto di livello elevato, per quanto con le sue ingenuità, e prezzi da esemplare di fascia intermedia secondo una coniugazione già allora impossibile per qualsiasi cosa non provenisse da quei luoghi.

Il suo elemento di maggior interesse è dato dalla sezione di uscita valvolare, soluzione che permette di mitigare le asperità tipiche del digitale di allora, e se vogliamo anche quello di oggi, attribuendo alla sonorità le doti di naturalezza proprie dei tubi a vuoto.

Come tale, si tratta di una soluzione apprezzata da molti appassionati, che all’epoca per averla su una macchina di origine occidentale si sarebbero trovati a dover pagare un multiplo del prezzo a cui si poteva acquistare un S6.

Sotto questo aspetto il ruolo della Cina si è rivelato fin quasi insostituibile, come del resto in diversi altri casi. Tuttavia ha portato con sé anche altri elementi non del tutto favorevoli, come vedremo in seguito.

Proprio per porre nell’evidenza migliore l’impiego dei tubi a vuoto nella sezione di uscita, sul frontale dell’S6 è stato piazzato un oblò particolarmente evidente, dal quale si affaccia proprio una valvola, che per essere resa visibile al massimo gode anche di un sistema di illuminazione, oltreché di una superficie riflettente semicircolare posta dietro di essa, atta a enfatizzarne il bagliore dei filamenti.

Al di là della soluzione in sé, fin troppo vistosa, l’aspetto più inverosimile della cosa è che quella valvola non serve assolutamente a nulla, nell’economia funzionale del lettore, se non appunto a rendere più evidente possibile l’adozione della soluzione tecnica tanto caratterizzante.

In questo credo che sia maggiormente riscontrabile la forma mentale con cui è avvenuto l’approccio al tema in questione. Al riguardo non si è risparmiato nulla, neppure la correttezza formale dell’estetica, per mettere la scelta tecnica in primo piano, appunto per mezzo dell’oblò illuminato a festa, piazzato nel bel mezzo del frontale.

Si potrebbe far risalire l’origine della soluzione visiva alla progettazione cinese, appunto in funzione dell’immagine che ci siamo creati in occidente, ma potrebbe anche essere una scelta della committenza tedesca.

Lo spreco di una valvola, sia pure della qualità inferiore possibile, e del resto dei materiali necessari per imporla alla vista sembra in ogni caso testimoniare la presenza di margini operativi difficilmente disponibili altrimenti.

Andrebbe rilevato inoltre che l’impiego di tubi a vuoto nella sezione di uscita appare alquanto posticcio, essendo detta sezione già provvista di tutto quanto necessario per poter funzionare, senza necessità alcuna della loro presenza. Le valvole sembrano quasi un’aggiunta, messa lì tanto per fare figura o tuttalpiù attribuire la loro connotazione tipica alla sonorità della macchina.

Molto meglio sarebbe stato l’utilizzo dei tubi a vuoto non a seguire una sezione di uscita già in grado di operare in autonomia, ma a sostituire i circuiti integrati presenti in essa. Si sarebbe realizzata così una circuitazione più snella e molto probabilmente più efficace dal punto di vista sonico, proprio in quanto caratterizzata da un numero di ostacoli significativamente minore al percorso del segnale.

Un altro aspetto degno di nota riguarda la presenza delle uscite bilanciate, che in abbinamento all’impiego delle valvole nella sezione di uscita, sia pure nel modo che abbiamo visto, rende l’S6 detentore del corredo maggiormente desiderabile da parte di una fascia rilevante degli utilizzatori di sorgenti digitali.

L’apporto di queste ultime, nell’economia di un impianto destinato a operare in ambienti domestici è sostanzialmente nullo e anzi controproducente, costringendo all’impiego di circuiterie più costose e comprendenti una serie di elementi difficilmente favorevoli alla preservazione delle qualità originarie del segnale.

Ma vaglielo a spiegare: quando un appassionato e peggio ancora una schiera sempre più ampia di essi si mette in testa una cosa, non c’è verso di fargli accettare la realtà per quella che è, e in ogni caso si tiene sempre pronto a negare l’evidenza.

I fabbricanti, che ben conoscono i loro polli, e più ancora le loro idiosincrasie che spesso sono il fattore più efficace di alimentazione e di arrotondamento dei fatturati, non si fanno problemi al riguardo. Quindi non trovano difficoltà alcuna a sostentare il circolo vizioso, che come tutti gli aspetti negativi che si possano reperire in qualsivoglia specialità ha trovato nel diffondersi della rete e delle aree di discussione pubblica in essa reperibili un elemento quantomai prezioso ai fini della regressione di idee, concetti, finalità e modi d’impiego.

Già quanto detto fin qui sarebbe più che abbastanza per dar vita a controversie sospingibili all’infinito riguardo all’S6 e per conseguenza alla sua popolarità, ma come spesso accade c’è sempre qualcuno in grado di fare meglio.

Così, uno di quei siti in cerca di notorietà come ce ne sono tanti in rete un po’ per qualsiasi materia, e la recuperano a colpi di sensazionalismo, non ha trovato di meglio dal mettere su una bella polemica che come sempre è andata avanti per parecchio, riguardante l’utilizzo di componentistica falsificata.

Come tutte le cose capaci di creare scandalo, la questione è andata sempre più gonfiandosi, non solo creando nuovi problemi esistenziali del tutto inutili a una platea che già per conto proprio ne ha molti più che abbastanza, ma scatenando una vera e propria caccia al falso in elettronica, che oltre a quello in questione ha preso alcuni altri abbagli degni di nota. Così da aumentare ancor più il senso di confusione che già è ben presente nell’immaginario di tanti appassionati.

Nella fattispecie la questione ha riguardato la presenza di alcuni condensatori a film, tra l’altro parecchio vistosi se si va a osservare l’interno dell’S6, che si sono voluti far passare per dei falsi Wima.

In realtà non lo sono assolutamente, dato che se a grandi linee si potrebbe rilevare una certa qual somiglianza per forme e colori, chiunque ne sappia almeno un minimo non avrebbe difficoltà a rilevare nei componenti imputati la presenza di particolari realizzativi tali da rendere ben evidente che non si tratti di copie più o meno maldestre ma di oggetti a sé stanti.

 

Poi, certo, la realizzazione interna di quei condensatori potrebbe benissimo rifarsi ai prodotti del noto marchio, ma per quanto riguarda la loro diversità, facilmente riconoscibile dall’esterno, il problema non si pone.

Insomma, si tratta della solita tempesta in un bicchiere d’acqua, che però se alimentata nel modo giusto è in grado di produrre il sensazionalismo più efficace per la caccia al click, che da quando la rete è rete sembra il fattore primario a motivare l’esistenza di tanti siti e la scorciatoia più rapida verso una notorietà opinabile, per quanti li abbiano progettati e condotti in modo simile.

Ad ogni buon conto, nell’intervento di ricostruzione pressoché totale, operato sulla macchina ormai prossima al suo ventesimo compleanno, tutti quei condensatori, utilizzati tra l’altro in buon numero, sono stati sostituiti da elementi le cui origini, doti funzionali e ancor più soniche sono fuori discussione.

In una verifica operata in precedenza l’S6 aveva mostrato come fosse particolarmente bisognoso di una sostituzione della componentistica a tal punto approfondita, stante una sonorità parecchio infiacchita, goffa e sostanzialmente incapace di qualsiasi spunto dinamico degno di tal nome.

Anche la brillantezza della timbrica è apparsa parecchio compromessa, avendo i fenomeni appena menzionati il primo bersaglio nelle componenti più minute del segnale, appunto quelle che vanno a definire chiarezza, dettaglio, equilibrio timbrico e così via.

Gli stessi problemi erano verificabili anche utilizzando la macchina come trasporto digitale, ossia abbinata a un convertitore esterno. Nuova dimostrazione che anche le funzioni di sola lettura sono influenzate in larga misura dallo stato di usura dei componenti più esposti ai problemi derivanti dall’invecchiamento.

Inevitabile allora la sostituzione dell’intero parco elettrolitici, con l’impiego di componenti di qualità elevata e basso ESR, le cui caratteristiche sono tali da influire in maniera ben percettibile sulle doti soniche dell’oggetto che vanno a equipaggiare.

Di solito invece si ricorrerebbe a componentistica più andante, quella dai nomi impronunciabili oggi in voga, in particolare tra quanti hanno l’obiettivo primario nel contenere i preventivi di spesa. Personalmente trovo che badare al centesimo in casi del genere non abbia molto senso, anche se un risparmio complessivo di alcune decine di euro può essere allettante per alcuni.

Trovo invece più sensato utilizzare solo componentistica sulla quale l’esperienza ha già dimostrato che si possa riporre fiducia, anche e soprattutto a lungo termine. Se devo utilizzare roba che nell’arco di qualche mese ho il dubbio che possa lasciarmi per strada, tanto vale lasciare gli oggetti nelle condizioni in cui si trovano.

Al di là delle questioni di affidabilità, che hanno comunque la loro importanza, disporre di una sorgente o di un’elettronica che suonino in un certo modo, cosa della quale si potrà godere per un numero indefinito di anni a venire, credo abbia importanza ben maggiore rispetto all’equivalente di una pizzata tra (pochissimi) amici, che dopo un paio d’ore che ti sei seduto a tavola sei arrivato o quasi al momento dei saluti.

Poi ovviamente sono scelte personali e ognuno si regola come preferisce, ma per ciò che mi riguarda non avrebbe senso derogare a quanto appena detto.

Dopo tante critiche espresse nei confronti dell’S6, una nota positiva per la realizzazione interna riguarda una coppia di piazzole aggiuntive presenti in corrispondenza dei condensatori di filtraggio. Sfruttarle è stato fin quasi giocoforza, andando così a raddoppiare la capacità complessiva alla quale l’intera circuiteria della macchina, sezione di lettura compresa, può attingere a livello di energia.

Ora, in pratica, l’S6 e tutto quanto gli permette di funzionare ha a disposizione un valore di capacità elettrica e quindi un serbatoio di energia non dissimile e a volte persino superiore a quello di un amplificatore integrato di potenza rispettabile.

Oltre al parco elettrolitici è stato sostituito per intero tutto il gruppo dei condensatori a film, quello che tanto scandalo aveva creato in chi ha ritenuto di ravvisare in esso la presenza di componenti falsificati, cosa che abbiamo visto non sia assolutamente vera.

Falsi o meno che fossero, la loro funzionalità non doveva essere questo miracolo d’efficacia, come dimostrano i risultati ottenuti per mezzo dell’impiego di componenti di ben altra qualità. Questi purtroppo negli ultimi anni hanno intrapreso una corsa all’innalzamento del prezzo che per alcune valori specifici di capacità è addirittura quintuplicato, mentre la media non va mai sotto il moltiplicare per tre i costi di qualche tempo fa.

Dunque, per avvalersi dei loro servigi, che per quanto mi riguarda continuo a ritenere essenziali, occorre mettersi come si suol dire una mano sul cuore e una al portafogli. E’ un’operazione se vogliamo sgradita, ma sempre meglio di usare le stesse mani per tapparsi le orecchie, come è probabile avverrebbe a seguito del non aver voluto affrontare certe spese.

Personalmente quel rischio non ho intenzione di correrlo, anche perché nel caso il possessore della macchina si rivolgerebbe a me, per chiedere spiegazioni. Mi troverei allora a dover fare il lavoro due volte, quindi tanto vale farlo subito e non pensarci più.

Una volta ricollegato all’impianto, l’S6 non sembra nemmeno più parente, sia pure alla lontana, della macchina ascoltata in precedenza. Il miglioramento, di proporzioni ragguardevoli, è verificabile senza difficoltà su ogni singolo parametro atto a definire la qualità sonora.

Gli aspetti più immediati di questa realtà riguardano l’impostazione timbrica nel suo insieme, la dinamica, il dettaglio, il dimensionamento della scena e più in generale i diversi elementi che vanno a definire il realismo della riproduzione.

I ricamatori abilissimi delle cronache rosa delle loro estasi onaniste, in servizio permanente effettivo presso qualsiasi redazione di sito o rivista specializzata che si rispetti, potrebbero tenere avvinti per ore i lettori con le loro iperboli alate, portandoli a sbavare dal desiderio e spingerli così a indebitarsi, pur di far propria la nuova meraviglia della riproduzione sonora. Quello infatti è il loro talento, al quale è giusto attribuire il dovuto riconoscimento.

Per quanto mi riguarda, invece, passerei direttamente al commento del suo possessore, breve ma significativo: Il lettore CD sembra un’altra macchina, come fosse stata tolta una patina depositata dagli anni. E’ molto migliorato per dettaglio, profondità e trasparenza, con una brillantezza di riproduzione cui non ero più abituato.

In un certo senso la cosa è inevitabile: l’effetto del progressivo esaurirsi dei componenti e del loro invecchiamento è subdolo, dato che avviene in maniera talmente lenta da rendere difficoltoso accorgersi di esso, malgrado la penalizzazione tanto spiccata che va infine ad apportare alle doti sonore di sorgenti ed elettroniche.

Quando però si fa il passaggio inverso, tutto in una volta, il miglioramento assume contorni sorprendenti. Anche perché operando con le opportune accortezze si può fare in modo che l’oggetto su cui s’interviene suoni ancor meglio che da nuovo. E non di poco, appunto tramite la scelta della componentistica opportuna, dalle caratteristiche ben superiori a quella d’origine.

A questo livello di macchine è un gran bel sentire e l’unico dubbio al proposito riguarda quel che sarebbe potuto avvenire con un impiego dei tubi a vuoto più adeguato, ossia non appiccicandoli al seguito di una sezione a circuiti integrati già perfettamente in grado di funzionare per conto proprio, ma al posto di questi ultimi e quindi togliendo di mezzo una serie non indifferente di ostacoli sul percorso del segnale e quindi alla sua integrità.

Anche così, comunque, l’ascolto è molto piacevole e spiega da un lato perché sia opportuno procedere, nei modi dovuti, a certi interventi. Dall’altro mostra come le apparecchiature usate, le cui dinamiche di prezzo ricalcano quelle del nuovo, siano largamente sopravvalutate. Proprio perché al fine di esprimere una parte ragionevolmente completa del loro potenziale necessitano di interventi radicali, che per forza di cose hanno i loro costi.

Tantopiù al momento attuale, in quanto i costi della componentistica, in particolare se di qualità, hanno subito l’ennesima impennata. Che probabilmente non sarà l’ultima.

 

 

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