Il digitale, il cavallo di Troia e l’elemento imprevisto – Parte prima

Timeo Danaos et dona ferentes.

Virglio, Eneide, libro II verso 4

 

Tendenza predominante dell’era in cui viviamo è la costruzione di un eterno presente, entro il quale l’individuo perda le coordinate temporali necessarie innanzitutto alla comprensione effettiva dell’ambiente in cui trova, rispetto al quale deve trovare un metodo di sopravvivenza, e per conseguenza la coscienza di sé stesso.

Tralasciando le modalità con cui si perviene a un risultato del genere, pure importantissime, qui ci limitiamo a osservare che tra gli effetti primari nei rapporti con l’esterno vi è la perdita di consapevolezza per quanto appartenga al passato o solo dia l’impressione di essere tale. Così da impedire il formarsi, e quindi l’impiego, di qualsiasi elemento non dico di esperienza ma almeno di raffronto, tale da permettere una comprensione di qualche efficacia per qualsiasi cosa riguardi il presente.

A sua volta, questo permette di eseguire forme di raggiro un tempo impensabili, che per la tendenza fisiologica del mondo della riproduzione sonora a replicare logiche, dinamiche e contraddizioni della società civile, talvolta persino anticipandole, possono andare a segno in maniera più facile e senza che chi si ritrova a subirle si accorga di esse e possa capire perché sono tali.

Un esempio mi è capitato proprio di recente e spero di descriverlo entro breve, se possibile.

Coi metodi sopra descritti si finisce col perdere il contatto anche con gli elementi un tempo potenzialmente scontati, come quello riguardante il cavallo di Troia.

Non era solo una bella storia con cui intrattenere scolaresche riottose, quindi elemento grazie al quale il sistema didattico poteva assolvere al suo compito primario di discriminazione e irreggimentazione. Procurando innanzitutto repulsione nei confronti di quanto cercava d’inculcare e nello stesso tempo distruggendo la curiosità naturale propria di qualsiasi individuo di giovane età, per danneggiarlo in via non di rado irreversibile.

La figura mitologica presa a esempio, una volta compreso il suo vero significato, è anche uno strumento utile per tenersi alla larga da potenziali trappole eventualmente presenti lungo il percorso di vita di ognuno.

Cosa questo abbia eventualmente a che vedere con il digitale e il supporto fonografico che è andato a diffondere in tale misura, lo andiamo a verificare qui di seguito.

 

Niente sarebbe stato più lo stesso

Tutto si può dire dell’audio digitale, tranne che il passaggio epocale dall’analogico non sia stato preparato con la massima accuratezza.

Vere e proprie legioni di pennivendoli a un tanto a cartella, e allora la cartella era in genere pagata piuttosto bene, hanno iniziato a sfilettarceli alla julienne con anni di anticipo rispetto alla data d’esordio del nuovo sistema. Cantandone le lodi in ogni modo, ma battendo tutti, nessuno escluso e con forza moltiplicata, su due elementi primari: la perfezione assoluta del nuovo sistema e l’inaccettabile obsolescenza e difettosità congenita, nonché irrecuperabile, di quello che era destinato a sostituire.

Ragione più che sufficiente perché a furor di popolo, come la raccontavano loro, ne fosse decretata la condanna alla scomparsa.

Era talmente perfetto che, vaticinavano – su imbeccata di chi? – tutte le macchine operanti sul nuovo sistema avrebbero suonato inevitabilmente alla stessa maniera.

Ammesso che potesse essere vero, cosa poi ovviamente smentita dai fatti, che senso avrebbe ambire alla perfezione se i suoi effetti pratici sono quelli di ridurre tutto a un piattume indistinguibile?

Loro ovviamente non se lo sono chiesto e del resto non si ha notizia che qualcuno gli abbia fatto notare l’incongruenza, malgrado fosse a tal punto evidente.

L’essenziale evidentemente era non solo esaltare oltre ogni limite, primo fra tutti quello della sanità mentale, il nuovo sistema, ma segnare con qualsiasi mezzo la differenza rispetto al passato.

Però se alla luce della realtà storica ormai consolidata, o anche solo dell’analisi degli argomenti dei quali si fanno portabandiera gli dimostri che sono un branco di mitomani, di bugiardi a livello patologico, d’incompetenti, e peggio ancora decidi che da quel pezzo di storia si possa e debba trarre una lezione d’importanza sostanziale, in particolare per la decodifica dei messaggi da cui siamo bombardati senza requie, i ciarlatani di ieri e quelli di oggi si offendono a morte.

Poi si schierano risoluti come un sol uomo, in piena solidarietà reciproca, alla difesa del diritto inteso nel più puro spirito corporativo, da loro che si proclamano più democratici di tutti ma sempre e soltanto col lato B altrui, di spararne di ogni e a più non posso.

Dimostrazione che anche il valore in apparenza più indiscutibile ed eticamente elevato, appunto la solidarietà, se calato nei begli ambientini che abbiamo imparato a conoscere fin troppo bene può diventare anch’esso una grossa schifezza e contribuire a imporre interessi assai poco confessabili.

Gli elementi riguardanti le funzioni accessorie dunque, insieme all’estetica, sarebbero stati, secondo loro, i soli a differenziare un modello e dall’altro.

La fantasia non gli mancava. Il gusto dell’azzardo nemmeno e, quanto alla faccia di bronzo, come vediamo la loro aveva spessore ancora superiore non solo a quello della più indistruttibile delle corazzate ma anche a qualsiasi essere vivente dell’universo conosciuto.

Quanto a leccare in maniera così sfacciata il tubo di scarico dell’industria più potente, appunto la sola che poteva permettersi certe alzate d’ingegno, nessuno avrebbe potuto sognare non di batterli ma anche solo di confrontarsi a loro.

D’altra parte la natura ha un suo disegno, imperscrutabile ai comuni mortali. Loro, poverini, li ha fatti così: biasimarli equivarebbe all’imputare a uno scarrafone di possedere il suo esoscheletro nerastro e di agire nel solo modo che conosce.

Per meglio capire quale fosse l’aria che tirava in quel momento, è da tenere presente che, riguardo alle riviste specializzate cui venne attribuito il ruolo di avanguardie in quella battaglia epocale, se per caso qualche lettore scriveva ad esse la sua bella letterina, sollevando questioni che avrebbero potuto fornire nuovi argomenti utili per screditare ancor meglio l’analogico, non ci si pensava due volte e lo si cooptava direttamente nel corpo redazionale.

Questo sta a significare che c’era quantomeno una grossa fame di argomenti e di personale con cui rimpolpare i ranghi del plotone digitalista. Forse perché i redattori già in attività, cresciuti per forza di cose nel periodo in cui l’analogico regnava incontrastato, e in seguito si sarebbe definita la sua epoca d’oro, per quanta buona volontà ci potessero mettere nello svolgere il compito loro assegnato, tendevano a mostrarsi inadeguati alle nuove esigenze.

In particolare nei confronti dello sbarbato inconsapevole, pieno di entusiasmo ma soprattutto convinto di aver capito tutto lui. In quanto tale scalpitava per celebrare il frutto di un progresso del quale era in balìa, a livello concettuale, specie per quanto riguarda i destini magnifici e progressivi che andava promettendo con le modalità tipiche del marinaio. Meglio ancora, dell’astronauta.

Genere di persone che negli anni 60 completava il viaggio alla Luna e ritorno senza manco spettinarsi, ma oggi non riesce ad arrivare in fondo neppure a un conto alla rovescia.

 

Curiosamente, però, nessuno chiede mai conto di quei fallimenti e anzi i loro artefici e le ditte di cui fanno parte mantengono inalterati e persino aumentano le loro quotazioni borsistiche. Altri invece, come vedremo tra breve, per molto meno le vedono letteralmente crollare.

Come abbiamo già rilevato più volte, una campagna pubblicitaria pari a quella a favore del CD, con un bombardamento a tappeto di portata e durata simili e tale da spingersi persino agli spot televisivi, passati sui canali di Stato, non si era mai vista prima. Lo slogan coniato allo scopo era “Avanti, disco!”, risposta implicita e contrapposizione materiale alle cassette, che in quel momento erano il formato più diffuso a livello popolare.

Soprattutto non la si sarebbe mai più rivista in seguito, per qualsiasi cosa abbia avuto a che fare con la riproduzione sonora e quindi con l’ascolto di musica a livello domestico.

L’esperienza insegna che una sproporzione del genere, tra i mezzi mobilitati dalla propaganda, non solo di settore ma anche a livello di quella generalista, non può esistere, per una semplice questione di rapporto tra costi e benefici.

Dunque se s’intraprende lo stesso un’azione del genere, dev’esserci per forza di cose una fonte d’introiti adeguata o almeno un interesse tale da giustificare lo sforzo.

Non ne sapevano niente, le persone “comuni”, ma una cosa nella testa l’avevano chiarissima, proprio perché gli era stata inculcata a forza: il digitale, e quindi il CD, erano quanto di meglio si potesse desiderare e non c’era nulla che vi si potesse anche lontanamente paragonare, proprio in quanto si trattava di qualcosa di perfetto. Quindi insuperabile.

Ora, nel corso della nostra vita, quante volte abbiamo visto imporre un concetto simile, appunto quello della perfezione assoluta, per un qualsiasi prodotto, a qualunque categoria merceologica appartenga?

Personalmente riesco a ricordarne soltanto una: per il CD e il sistema funzionale su cui è basato.

Persino in questi anni, durante i quali si è tentato di forzare con ogni mezzo il passaggio alle auto elettriche, al punto di scatenare guerre-fantoccio per alzare i costi dei carburanti, da certe vette di retorica e più ancora di volontà smaccata a portare le menti verso l’idolatria per il nuovo sistema ci si è tenuti lontani.

Ovviamente la campagna volta a imporre la trazione elettrica, talmente moderna che la Jamais Contente di Camille Jenatzy, primo mezzo a superare i 100 km l’ora nel lontano 1899 andava a batterie, ha ben altra portata. Il mezzo di trasporto individuale d’altronde è qualcosa di cui più o meno tutti hanno bisogno e resta tuttora asse portante del sistema economico in vigore.

La riproduzione sonora di qualità, invece, può interessare al massimo una fascia ristretta di pubblico, appunto la nicchia della sottonicchia cui talvolta ho fatto riferimento.

La Jamais Contente, durante un’esibizione pubblica successiva al record di velocità da essa stabilito.

 

L’auto elettrica sembra, ormai in via definitiva, niente altro che l’ultimo buco nell’acqua dell’ideologia globalista. E’ notizia dell’ultim’ora che la stessa Volkswagen, in seguito al tracollo cui è andata incontro per aver puntato su di essa in maniera troppo convinta, si trovi nella necessità di licenziare addirittura 100 mila dipendenti e di chiudere quattro stabilimenti in Germania. Tra di essi quelli storici di Zwickau e Neckarsulm, quest’ultimo in origine della ex NSU e da tempo adibito alla produzione Audi.

Fa seguito tra l’altro alla vendita in blocco del comparto motori marini della stessa casa alla Bain, società di “private equity”. Con questa formula si definisce la specialità che consiste nell’acquisire rami aziendali in liquidazione, non di rado a causa dei madornali errori gestionali di manager strapagati, per poi spolparle velocemente e abbandonarle al loro destino. Ovviamente insieme ai lavoratori che vi erano occupati.

I vertici del marchio hanno già precisato che non sarà ancora abbastanza e quindi, a breve, i licenziamenti potrebbero essere ancora più numerosi.

Gli avversatori della trazione elettrica trarranno forse un sospiro di sollievo, somigliando l’avvenimento a niente altro che l’ultimo chiodo sulla bara sua e di quella del globalismo.

A prima vista ciò potrebbe essere credibile ma attenzione: lo scopo ultimo di quei malnati non è imporre l’automobile a pila: questa è solo il pretesto per avviarsi verso la radicale restrizione del trasporto privato ai ceti più abbienti e poi alla sua abolizione.

La caduta e persino la possibile scomparsa di un marchio ritenuto inattaccabile, oltretutto concepito nell’epoca nazista per dare a tutti le possibilità di movimento, Volkswagen significa notoriamente “auto del popolo”, ha una valenza potentissima a livello simbolico e su diversi aspetti. Come abbiamo imparato, questo ha un’importanza fondamentale nella concezione delle élite.

E’ anche vero tuttavia che la domanda di mezzi privati, per quanto ridimensionatasi in larga misura, soprattutto per via della maggiore affidabilità di parti meccaniche ed efficacia dei lubrificanti, e tale da spiegare il significato della cosiddetta obsolescenza programmata, esisterà ancora a lungo e in qualche maniera andrà soddisfatta.

Ne trarranno vantaggio possibilmente le aziende che per collocazione geografica sono meno soggette alla morsa del globalismo. Per capire come andranno le cose, l’unica è attendere e stare a vedere.

Forti dell’esempio appena considerato, riguardo all’azione propagandistica priva di remore eseguita a suo tempo a favore del digitale, è anche opportuno rilevare che, per quanto il dizionario dei superlativi e delle iperboli utilizzato nell’ambito della propaganda sia virtualmente infinito, di solito si evita di spingersi a livelli più assolutistici di tanto.

Il motivo è piuttosto semplice: di fandonie a scopo pubblicitario ne puoi inventare e sparare quante ne vuoi, ma se arrivi al tetto cosa resta per quel che verrà dopo?

Le cartucce che decidi di usare sarebbe bene calibrarle con una certa attenzione, proprio per evitare di trovarti incartato un domani.

Di quest’accortezza, tutto sommato elementare nella cassetta degli attrezzi del propagandista tipico, non si è tenuto nessun conto al momento del lancio del CD.

Inevitabilmente, l’enfasi a tal punto sproporzionata utilizzata in quell’occasione si sarebbe dimostrata controproducente in seguito, quando si è trattato di sostituire il CD con i dischi digitali basati sui formati destinati a sostituirlo. Come sappiamo bene, non si sono mai avvicinati neppure alla lontana a porre in discussione il suo predominio.

Ancora perdura, malgrado ci si affanni con ogni mezzo a darlo per morto, proprio come si è fatto a suo tempo per l’analogico e gli LP, coi risultati che ben sappiamo.

Siccome però il tecnocrate è innanzitutto uno zuccone irrecuperabile, non c’è proprio verso che la lezione impartita dalla storia gli entri in testa.

Del resto con la sua idolatria nei confronti di tutto quanto abbia un substrato tecnologico, e inevitabilmente dell’avanzamento più o meno falsificato che lo riguarda, che per i soliti motivi di profitto siamo pressati a osservare come la forma più alta e desiderabile di progresso, per lui la storia è cosa priva di qualsiasi interesse. Solo perché appartiene al passato.

Dunque non è meritevole di perderci neppure un istante del suo tempo, preziosissimo proprio in quanto impegnato a proiettarsi verso un futuro che da sempre si dipinge come radioso ma che ogni giorno che passa mostra con evidenza peggiore il suo portato distopico.

Anche e soprattutto per merito della gente come lui.

Del resto nel corso di studi che ha superato, riguardo al quale ha un atteggiamento distinguibile dal dogmatismo di una religione solo perché ancora più oltranzista, così da convincersi che comprenda non solo ogni aspetto dello scibile umano ma tutto quello dell’intero universo conoscibile, Orwell non lo hanno spiegato.

O forse quel giorno era assente, perché ci aveva judo.

Così non ha idea che Chi controlla il presente controlla il passato e chi controlla il passato controlla il futuro. E, per conseguenza, in quale misura la conoscenza della storia e meglio la capacità di analisi nei suoi confronti siano fondamentali, per comprendere la realtà di oggi e più ancora quella di domani.

 

Non richiesto da nessuno

Dunque vediamo: non si può pensare che la sproporzione tra portata dello sforzo propagandistico e limitatezza dell’ambito in cui il prodotto propagandato avrebbe potuto esprimere il suo potenziale commerciale, e quindi di profitto, fosse ascrivibile a un problema d’ingenuità o impreparazione. Già allora esisteva al riguardo un’esperienza formatasi nel corso di svariati decenni.

Lo stesso dispiegamento di mezzi, enorme, e il prolungarsi dei tempi lungo i quali è stata condotta l’offensiva propagandistica a favore di CD e digitale, soffrono dello stesso problema. Neppure si è guardato tanto per il sottile rispetto al lasciarsi qualche carta buona per il futuro, quando si sarebbe trattato di attribuire una motivazione qualsiasi a quel che, inevitabilmente, prima o poi avrebbe sostituito il CD o quantomeno avrebbe tentato di farlo.

La sproporzione, allora, è davvero troppa, tra il valore e le potenzialità del prodotto e i mezzi enormi con cui si è fatto di tutto per imporlo. Oltretutto da parte di una categoria di persone che per antonomasia non caccia manco un centesimo, se non è sicura che gli renda almeno dieci volte tanto.

Dunque? E’ evidente che ci sia qualcosa, anzi molto, che non quadra. Almeno fino a che si rimane nell’ambito di utilizzo materiale del prodotto, riguardante la riproduzione sonora, che a livello di massimi sistemi e dell’ordine dei profitti considerati al loro riguardo non è poca cosa, ma è proprio irrilevante.

Il CD oltretutto, e ancora una volta come abbiamo già detto a suo tempo, non era stato richiesto da nessuno. Anche se i pennivendoli cui abbiamo fatto riferimento in apertura, per anni hanno spergiurato il contrario, ossia che lo si sia dovuto realizzare a furor di popolo.

Invece non era voluto da nessuno, nella stessa identica maniera in cui ormai da tempo, ai vertici delle istituzioni cosiddette democratiche e più ancora sopra di essi, per svariati livelli, ci sono i cosiddetti non eletti da nessuno.

Burattini che si succedono l’un l’altro in continuazione, mentre il burattinaio, il Mangiafuoco, rimane sempre lo stesso.

Al tempo dunque non vi era traccia alcuna di questa richiesta così pressante per un sistema di riproduzione che, almeno nelle intenzioni, andasse oltre il livello prestazionale tipico dell’analogico. Anzi, quest’ultimo stava iniziando a dare il meglio di sé stesso e, a parte i problemi dati dall’assenza di volontà proverbiale da parte dell’industria nello spendere alcunché per eliminare i problemi di fondo del prodotto che commercializza, tranne quando vi è proprio costretta, non c’era proprio il motivo di andarsi a cercare qualcosa di nuovo.

Come rilevato più volte, quei problemi stavano soprattutto nella tendenza ad attrarre polvere e sporco all’interno dei solchi a causa delle cariche elettrostatiche, risolvibile facilmente a livello chimico e di composizione del supporto.

Quel qualcosa di nuovo oltretutto, date le sue dimensioni ridotte che si vollero far passare per un vantaggio quando invece creò solo ulteriori problemi a livello di distribuzione e di utilizzo, avrebbe causato un netto scadimento per l’attrattività del prodotto già nella sua presentazione. Quindi un vero e proprio sprofondare delle capacità di richiamo nei confronti del pubblico.

Non a caso, l’avvento del digitale ha causato una crisi irreversibile per il settore della riproduzione sonora e per quello discografico, dal quale non sono più stati in grado di risollevarsi.

Un certo recupero, decisamente parziale, lo avrebbero conosciuto soltanto al momento del ritorno d’interesse nei confronti dell’analogico, a partire dai primi anni 2000.

La differenza, sostanziale, è che con esso la cultura e l’utilizzo dell’analogico si sono trasformati in qualcosa di particolarmente specialistico, diventando così roba da iniziati. Per sottolineare ulteriormente, se necessario, che oggi la norma, l’usuale risiedono appunto nel digitale, il cui dilagare fino all’azione più insignificante dell’individuo è del tutto scontato, ammesso che qualcuno ancora se ne accorga.

Con le sue dimensioni l’LP portava con sé involucri protettivi tali da mettere a disposizione  uno spazio sufficiente per una forma d’arte nuova, collaterale, aggiuntiva, definiamola come vogliamo, a quella primaria, data appunto dall’esecuzione musicale, registrata e poi incisa sul supporto fonografico. Era quella della grafica di copertina, che nel periodo d’oro del rock progressivo avrebbe conosciuto la sua massima espansione, con artisti del calibro di Roger Dean, Hipgnosis e tanti altri.

L’attrattiva del prodotto LP nei confronti del pubblico ne veniva esaltata. Il CD invece con la sua custodia intrinsecamente fragile, fatta di quella plastichina trasparente che già da sola era tutto un programma e più ancora il riassunto migliore della povertà in funzione della quale era stato ideato tutto il sistema. Con esso certe possibilità erano negate e sono andate completamente perdute.

Non a caso dell’LP e delle sue copertine si fa da tempo, tra le altre cose, un elemento decorativo particolarmente caratterizzante. Al punto di aver indotto una vera e propria moda al riguardo, andata a sovrapporsi al ritorno d’interesse che ha riguardato i suoi scopi d’elezione.

Col CD invece tutto quello che ci puoi fare, quando non lo ascolti più o quando smette di funzionare, cosa tuttaltro che inusuale, è appenderlo ai rami degli alberi o laddove vi sia bisogno di tenere alla larga gli uccelli, disturbati dal suo riverberare.

Più che altro va a intasare ancor più, con materiali difficoltosi da smaltire,  discariche già piene all’eccesso. Così che con frequenza sempre maggiore occorre darvi fuoco.

Anche a livello di qualità sonora, sappiamo ormai perfettamente come stiano le cose. Per quanto migliorato molto col passare dei decenni, cosa alquanto insolita per un formato che si pretendeva fosse perfetto fin dal giorno 1 della sua esistenza, su una serie di parametri il digitale non riesce tuttora a confrontarsi con un analogico di qualità almeno decente. Primi fra tutti naturalezza e realismo.

Il solo punto su cui deteneva una superiorità incontrovertibile era la silenziosità di riproduzione e l’assenza di rumori di fondo. Questo più che altro a causa del problemi descritti qualche riga fa e nella mancanza di volontà nel reperire gli strumenti, chimici e meccanici, atti a tenere l’LP il più possibile pulito.

In realtà esistevano già allora ma erano poco diffusi e di costo sostenuto se non proprio inavvicinabile. Comunque l’industria, se avesse voluto, non avrebbe trovato difficoltà a risolvere il problema. Non lo ha fatto, prima per assenza di concorrenti, e poi quando sono arrivati ha ritenuto non ne valesse più la pena.

Vogliamo che di tutti gli elementi d’inferiorità del CD rispetto all’LP gl’ideatori del nuovo formato non si rendessero conto? Improbabile.

Proprio questo allora potrebbe essere il motivo dell’insistenza, portata a tal punto all’assoluto, nello spingere il digitale alfine d’imporlo, con le buone o le cattive. Stanti non solo nel ritiro forzato dal mercato del vecchio formato, quale standard indiscusso per la riproduzione sonora amatoriale, ma anche nel discredito.

Dopo averlo utilizzato a danno dell’analogico, lo si rivolse anche a chiunque osasse mettere in discussione la superiorità pretesamente incontrovertibile del nuovo sistema.

Questo però cozza con alcuni elementi sostanziali. Se già esiste un prodotto ammortizzato da tempo nei suoi costi vivi e di determinate potenzialità, che sono in crescita e prive di un limite conosciuto, perché mai impelagarsi in un nuovo formato, complicatissimo, enormemente costoso nella sua realizzazione pratica e quel che è peggio caratterizzato in partenza da un limite invalicabile riguardo al numero massimo di informazioni che già a livello teorico può riuscire a riprodurre?

Non ha senso.

Il secondo elemento sta nel fatto che è effettivamente possibile, anzi consueto, aver sviluppato un prodotto del quale si sa già che è diciamo così zoppicante. Allo scopo si spinge a manetta con la campagna propagandistica a suo favore, per renderlo comunque bene accetto al pubblico.

Così, per quanto non esistesse una vera e propria domanda, nei riguardi della riproduzione sonora a codifica digitale, venne indotta nel pubblico un’aspettativa considerevole, ritenendo di aggirare il problema, proprio in funzione del martellamento a suon di superlativi assoluti del quale lo si era fatto bersaglio.

Era destinata ad andare in massima parte delusa, come ben sappiamo.

Cercare di sostenere un prodotto, specie quando si teme che da solo potrebbe non farcela ha effettivamente un senso. Tuttavia nell’ordinamento capitalista in cui viviamo, che come sappiamo bene riconosce soltanto la legge del profitto, ciò è possibile solo fino a quando gl’introiti che si possono ricavare dal prodotto siano superiori in misura adeguata alle spese necessarie per fabbricarlo e reclamizzarlo.

Quindi, ancora una volta, quel che è accaduto al lancio del CD e nelle fasi successive è privo di senso.

Non lo ha fino al momento in cui si prende in considerazione l’ipotesi che il prodotto in questione non esista soltanto in funzione di sé stesso ed eventualmente dell’impiego che gli è proprio, ma permetta di ottenere un determinato risultato o comunque di avviarsi lungo una strada che in certo tempo porti ad esso.

In un quadro del genere le cose, per quello che sono state, iniziano ad acquisire una loro logica.

Il CD allora ha ottime probabilità di essere stato un cavallo di Troia, atto a imporre non la riproduzione sonora su formato digitale, cosa che ha un’incidenza e soprattutto potenzialità di profitto tutto sommato relative, in particolare a livello di massimi sistemi e ancora più di risorse profuse ai fini della sua stessa realizzazione.

Certo non le si è impegnate per mera filantropia, definizione tra l’altro attinente qualcosa che oggi non esiste sulla faccia di questa terra, appunto in funzione della logica del capitale e dell’ideologia da essa indotta.

E’ invece sempre più diffuso il suo contrario: individui che grazie al potere economico del tutto sproporzionato che detengono, vanno a influenzare processi i cui effetti riguardano parti sostanziali dell’umanità nel suo insieme.

Dunque il CD non sarebbe servito alla musica, ambito nel quale non avrebbe potuto mai ripagare le spese enormi necessarie alla sua definizione, realizzazione, messa a punto e imposizione sul mercato a suon di campagne i cui costi sono quelli che sono. Ma a qualcos’altro, ben più importante.

Ossia a permettere l’accettazione, se possibile gioiosa e ancor più basata sul desiderio, anche se indotto in maniera artificiale, poi la diffusione e infine l’inevitabilità del digitale, secondo lo schema tipico per certi meccanismi.

Abbiamo imparato che laddove si prendono le decisioni che contano si ragiona su una proiezione futura del tutto inconcepibile per il comune mortale. Nello stesso modo la tecnologia militare, tenuta segreta per ovvi motivi di supremazia o per non restare indietro rispetto a possibili avversari, è in anticipo di decenni rispetto a quel poco che si permette sia portato infine a conoscenza dell’uomo della strada.

Già allora, possibilmente, si prevedeva che il digitale avrebbe permesso di costruire quella gabbia propedeutica al predominio assoluto da parte di pochissimi nei confronti di tutto il resto dell’umanità, nella quale un passo dopo l’altro stiamo oggi venendo precipitati, con grande velocità.

Gradualità, velocità e diversione sono tutte indispensabili, proprio affinché chi è destinato a subire il processo non si renda conto di quel che gli sta accadendo. Intento com’è a trastullarsi col telefonino, coi video subumanizzanti diffusi su TikTok e piattaforme similari, con le presunte meraviglie dell’intelligenza artificiale che dà una risposta a tutto ma è comunque sbagliata.

Si tratta solo di un sistema di estrazione rapida della massa di bestialità diffusa a livello intensivo per mezzo della rete, tanto che anche chi la controlla aggiunge il dovuto avvertimento.

E’ possibile che al tempo si ritenesse l’introduzione del digitale, passaggio indispensabile ai fini di tutto quel che è venuto dopo, non così bene accetta, almeno in potenza, da parte di strati eventualmente non proprio insignificanti della popolazione che lo avrebbe dovuto subire.

A quell’epoca, del resto, ancora si ragionava non in funzione delle narrazioni manipolatorie al cui bombardamento oggi si è esposti 24/7 proprio grazie al digitale, già questa condizione più che sufficiente a far si che lo si volesse imporre con ogni mezzo, ma in funzione di elementi certi e di convenienza concreta.

Dunque l’individuo comune avrebbe potuto pensare e in effetti pensava: “A cosa mi serve il digitale se non capisco manco che cos’è e quindi non saprei che cosa farmene?” E poi: “Perché spendere su di esso somme incalcolabili che potrebbero ritorcersi a sfavore del benessere, dello stile di vita e dei livelli di salvaguardia a livello sociale e quindi anche del mio personale?”

Altri elementi di rifiuto potenziale avrebbero potuto delinearsi per via degli sviluppi non proprio favorevoli ai fini dell’esercizio concreto della democrazia da parte degli stessi popoli, come la realtà di questi anni sta rendendo evidente in maniera drammatica. Per non parlare delle possibilità di controllo in sostanza illimitate che un numero di individui a tal punto ristretto avrebbe potuto esercitare su tutti gli altri, appunto grazie alle possibilità del digitale.

Non era da escludere che qualche voce fuori dal coro o qualche “gola profonda” come li si definiva allora, mentre oggi sono i whistleblower, potesse mettere in guardia, oltretutto nei confronti di un settore e una tecnologia difficili da comprendere. Quindi temibili, dalle implicazioni non molto chiare ma dalle quali a ogni buon conto sarebbe stato meglio tenersi alla larga, per mera prudenza.

Del resto allora il buonsenso era ancora diffuso con una certa ampiezza, quando al giorno d’oggi si tratta di un vocabolo non desueto ma cui è difficile persino attribuire un qualche significato.

Tutto ciò dunque occorreva evitarlo, se si voleva imporre il digitale a tutti i livelli e a ogni costo, come poi in effetti è stato. Nulla di meglio, allo scopo, del presentare il nuovo sistema con un aspetto edonistico, ludico, favorevole allo svago e insieme all’elevazione culturale e a quella dello spirito, che sono per l’appunto le prerogative tipiche della fruizione di musica.

Certo non di quella dei trappettari e degli smutandati di oggi, manica di scappati di casa semianalfabeti e tatuati fin dentro il cervello, ammesso che ne abbiano uno, seguibili unicamente da un pubblico di sottosviluppati loro pari. E’ tutto da dimostrare che si possa ancora definire tale, ma quella fruibile al tempo dell’imposizione del CD di sicuro lo era.

“L’industria della musica è in mano a persone che sfruttano i personaggi per veicolare e manipolare le masse”.

Michael Jackson

Questa è una delle dichiarazioni che hanno prodotto la condanna a morte extraprocessuale del notissimo cantante, non prima di aver subito un’azione di discredito a tappeto che lo ha indicato falsamente come esecutore di atti di pedofilia. Si sa d’altronde che chi accusa spesso lo fa addebitando al suo avversario le cose che lui stesso commette abitualmente.

Riflettendo su di essa, cosa potrebbe impedire agli individui cui si è riferito Jackson di sfruttare non solo personaggi e artisti ma anche le tecnologie delle quali hanno pieno controllo e il combinato disposto del sistema di comunicazione, proposizione, imposizione e trasformazione di usi, costumi e concetti che vanno a costituire?

In una prospettiva del genere, allora, acquisisce un senso anche il prolungarsi oltre ogni limite della campagna a favore del CD eseguita su tutti i fronti. Gli scarsi risultati in termini di qualità sonora e più ancora di vendite che ne hanno caratterizzato i primi anni di vita, insieme al vero e proprio rifiuto che fasce di pubblico specialistico piuttosto consistenti, in particolare tra i più esperti, hanno opposto tanto a lungo nei suoi confronti da decretare infine il ritorno dell’analogico, avrebbero potuto causare risultati imprevisti e indesiderati.

Tali magari da costringere non dico a rinunciare, a certi livelli sui progetti già decisi non si molla mai, tuttalpiù s’interrompe e si riprova dopo qualche tempo, cercando magari un nuovo pertugio da cui infilarsi come topi di fogna, ma quantomeno a rimandare l’imposizione del digitale a tutti i livelli, poi avvenuta nell’epoca immediatamente successiva.

E’ noto peraltro come nei luoghi in cui si prendono le decisioni che contano, alle tabelle di marcia si tenga molto. Eventuali ritardi, che possono determinare infine la perdita di interi decenni e anche più, sono ritenuti come qualcosa da evitare assolutamente.

Ecco allora la possibile origine di tanta insistenza che, dobbiamo sempre tenerlo a mente, ha avuto costi elevatissimi. Proprio per scongiurare la possibilità di un buco nell’acqua.

Esattamente lo stesso che in seguito, a digitale ormai accettato, con l’avvento di SACD e DVD Audio che certamente poco non sono costati, già solo per il costituirsi dei fronti contrapposti di aderenti all’uno e all’altro standard, si è invece incassato senza fare manco una piega.

Non sembra curioso?

Qualcuno dirà: all’epoca esistevano già i computer e per questo la funzione di cavallo di Troia attribuita al CD è destituita di fondamento.

I computer in effetti esistevano già allora, ma non avevano neppure la miliardesima parte delle capacità di coinvolgimento e men che meno della diffusione necessarie. Quella attuale del resto si è prodotta in primo luogo grazie alla rete, nata come strumento militare poi concesso graziosamente in uso al popolo, insieme ai social, per raccogliere i dati necessari a eseguire la profilazione e quindi il controllo di ogni singolo individuo, che ne ha almeno uno in casa e con l’altro vive in simbiosi resa ormai inscindibile, anche se lo chiama telefonino.

Lo si definisce così per via della funzione attribuitagli in origine ma che ormai non è solo sperduta tra mille altre ma di fatto residuale.

Nell’anno di grazia 1982 in cui il CD ha fatto il suo esordio, i computer erano soprattutto strumenti per impieghi professionali di grande specificità, destinati a una fascia di utilizzatori alquanto ristretta. Specialisti occhialuti la cui immagine presso la gente comune era di individui particolari o meglio ancora una setta, capaci di padroneggiare un linguaggio incomprensibile per funzioni ancora più oscure e poco congruenti con la realtà vissuta da tutto il resto della popolazione.

All’epoca tra l’altro era consueto ancora definirli come “cervelli elettronici” e grazie alla televisione si credeva che facendogli una domanda avrebbero dato invariabilmente la risposta giusta.  Tuttalpiù li si definiva calcolatori. Alla denominazione attuale si sarebbe giunti solo in seguito, con la diffusione di quelli per utilizzo personale, avvenuta decenni dopo l’esordio dei computer destinati alle aziende private.

Tra di essi ricordiamo l’Olivetti Elea, allora ai vertici assoluti della specialità, che poi gli americani vollero togliere di mezzo, coi metodi che gli sono meglio congeniali.

Dunque se non proprio da guardare con sospetto, la distanza che li separava dalla gente comune appariva incolmabile, biglietto da visita assai poco efficace se la supposta doveva entrare senza difficoltà alcuna, o meglio con la maggiore fluidità possibile.

Non doveva incontrare resistenza e più ancora generare all’istante legioni di sostenitori entusiasti, capaci possibilmente di trainare il resto dell’opinione pubblica verso l’accettazione incondizionata e persino gioiosa, come tale priva di remore, nei confronti della codifica binaria.

Così in effetti è stato e con quel mezzo si è potuta anche diffondere un’immagine filantropica della grande industria, e del grande capitale che la controlla, da chi è detenuto ben lo sappiamo, che covava i propositi di predominio assoluto e inattaccabile che un passo dopo l’altro, è ora finalmente sul punto di concretizzare.

Questo è avvenuto appunto per mezzo dell’enorme regalo stante nel sistema definitivo per godere la musica, finalmente senza i problemi utilizzativi e di degrado a breve termine del supporto che l’industria stessa ha fatto in modo che lo caratterizzassero.

Quel predominio tra l’altro è stato reso enormemente meno complesso nella sua attuazione e gestione, per mezzo di un processo di istupidimento collettivo, effetto primario che la diffusione del digitale ha prodotto a livello di massa, segnatamente con l’impiego dei telefonini e dei contenuti più diffusi attraverso tale mezzo di comunicazione.

Forse non proprio tutti ne sono stati affetti nella misura desiderata, per quanto anche a livello ufficiale si segnali con una certa preoccupazione la caduta del quoziente d’intelligenza medio rispetto a qualche decennio fa.

Prima fanno le cose e poi, da perfetti apprendisti stregoni, quando ne comprendono infine le conseguenze, si spaventano.

Però non c’è verso che il popolo si decida non dico a reagire, ma almeno a voler capire.

In ogni caso il livello di rumore di fondo che in tal modo si è prodotto è stato innalzato a un livello di chiassosità tale che risulti pressoché impossibile per chiunque non andare alla radice dei problemi esistenti, possibilmente per risolverli, ma anche solo rendersi conto della loro esistenza.

Prova ne sia già la stessa discussione inerente la riproduzione sonora che avviene nelle aree ad essa destinate: da quando la si esegue, il regresso concettuale che ne ha riguardato i diversi aspetti è un fenomeno di portata epocale che è difficile immaginare come sarebbe potuto avvenire altrimenti.

Tutto questo equivale a dire mantenimento a tempo indeterminato dello status quo attuale, passibile casomai solo di un ulteriore peggioramento.

Quale insegnamento possiamo trarre da quanto descritto fin qui?

Il più importante credo sia proprio quello di Virgilio: ciò che ha l’aspetto di un dono, specie quando viene dall’alto ha ottime probabilità di essere ben altro, ossia il suo contrario.

Non una costruzione monumentale, da rimirare nella sua possenza e bellezza, ma strumento di dominazione, da esercitare se possibile in via definitiva.

Proprio come Jacques Attali, politico socialista francese, a tempo debito osservò: “Cosa credeva la plebaglia europea, che l’euro fosse fatto per la sua felicità?”

Difficilmente, allora, ciò che viene calato dall’alto può essere un regalo, anche se quello che viene definito sistema d’informazione ma in realtà è ben altro fa di tutto affinché lo si prenda come tale.

Chi si trova in alto, infatti, ha quale primo sentimento il disprezzo nei confronti di chiunque si trovi ai livelli inferiori e nello stesso tempo lo teme. Improbabile pertanto che possa pensare di regalargli qualcosa: molto più facile invece che escogiti sempre nuovi strumenti che pur nell’aspetto di un dono servano a rafforzare la sua posizione e se possibile a renderla inattaccabile. Tanto meglio se per mezzo della decimazione del nemico.

Come tale, dunque, la filantropia non esiste: è solo l’ennesimo tra i pretesti per mezzo dei quali si fa in modo che chi sta in basso sia destinato innanzitutto a non comprendere la posizione in cui si trova e quanto ha intorno a sé.

 

Fine della prima parte

 

 

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