Graaf GM 50, l’ultimo di una stirpe gloriosa

Quando si parla di Graaf, l’associazione più immediata è nei riguardi dei suoi finali a valvole senza trasformatori di uscita, sui quali si è costruita in gran parte la notorietà del marchio modenese.

GM 20 e GM 200, i due veri OTL Graaf, sono stati effettivamente caratterizzati da doti sonore non solo uniche, in quanto non ottenibili per mezzo delle tecniche realizzative più consuete, ma anche capaci di aprire spazi fino ad allora inesplorati alla qualità di riproduzione. Come tali hanno costruito una nuova consapevolezza in chiunque abbia avuto l’opportunità di apprezzarne le prerogative soniche in maniera approfondita a sufficienza, il che significa convivere con essi per un periodo adeguato e non certo la botta e via tipica dell’ascolto in fiera o in un negozio.

Nei punti vendita d’altro canto si è rivelata più volte, o forse sarebbe più giusto dire immancabilmente, la ritrosia a far ascoltare gli OTL Graaf, sia pure quando uno o più esemplari erano disponibili. A suo tempo ho avuto modo di verificarlo di persona e lo lamentava anche il responsabile commerciale del marchio. I primi tempi fu sorpreso dal vedere i suoi oggetti quasi sempre relegati in un angolo e, in seguito, non rassegnato ma comunque addolorato, tanto da farne un cruccio. Nei confronti di qualcosa che riteneva inspiegabile, che peraltro nessuno ha avuto mai il coraggio di affrontare a viso aperto.

 

Il fascino irresistibile della mediocrità

Dal mio punto di vista, i motivi erano principalmente due. Il primo riguardava ovviamente il timore di rovinarsi la piazza, come si suol dire. Le doti sonore degli OTL Graaf erano a tal punto spiccate, sia pure su parametri alquanto diversi ma nello stesso tempo articolati su elementi di fondo comuni tra loro, che una volta ascoltati risultava alquanto difficile riuscire a farsi piacere qualcos’altro.

Inevitabile pertanto che se quel qualcos’altro risulta più conveniente, agli occhi del commerciante, questi tenderà per forza di cose a spingerlo in maniera più convinta, influenzando inevitabilmente chi già in partenza gli ha accordato la fiducia necessaria per entrare nel suo negozio e dunque accettato la possibilità di spendere in esso le somme necessarie all’acquisto di qualcosa con cui si troverà a convivere con ogni probabilità piuttosto a lungo.

Il secondo elemento sta nel fatto che il commerciante, quale che sia il settore merceologico in cui decide di esercitare la propria attività, è innanzitutto un bottegaio.

Tale è per mentalità: il suo scopo dunque è quello di incassare, curando di tenersi alla larga da ogni problema che sia evitabile.

Sotto questo aspetto, la scelta realizzativa inerente l’eliminazione dei trasformatori di uscita, era vista come azzardata e meglio ancora incomprensibile. Se le cose si sono fatte sempre in un certo modo, e vendute senza difficoltà, chi è ora questo marchio semi o anche totalmente sconosciuto che pretende di riscrivere la storia dell’amplificazione valvolare?

Del resto abbiamo imparato come anche i Signorini Grandi Firme, ossia quelli che bene o male facevano da riferimento all’intero settore, fossero i primi a guardare dall’alto verso il basso, e debitamente muniti del tasso di cialtroneria d’ordinanza, che com’è logico va di pari passo al posizionamento sulla scala gerarchica di settore ufficialmente riconosciuta, tutto quanto non fosse insignito dell’apposito diploma di benemerenza. Quello che loro stessi si ritenevano in diritto di attribuire, in esclusiva assoluta, secondo un contesto di autoreferenzialità tanto spinta che difficilmente può avere un paragone.

Per conseguenza, se già in quell’ambito l’atteggiamento tipico era tale, figuriamoci quale poteva essere l’approccio nei confronti di realtà come quella di Graaf a livello dei rivenditori. I quali per l’appunto erano e sono quello che sono e pertanto il loro primo e possibilmente unico pensiero va al registratore di cassa.

A questo riguardo, se una volta svanito l’entusiasmo iniziale il cliente si rivela non del tutto soddisfatto di quel che gli è stato venduto, tanto di guadagnato: vi sarà così lo spazio sufficiente a far si che comperi ancora e ancora, dando ossigeno alla filiera commerciale, se possibile all’infinito.

E’ del tutto impensabile d’altro canto che un fabbricante, specie se delle dimensioni di Graaf, possa costruirsi ex novo una rete su misura delle proprie necessità, quindi all’altezza innanzitutto di comprendere le prerogative di prodotti tanto fuori dal comune.

Anche se è proprio di quello che avrebbe necessitato.

Ulteriore aspetto, va da sé che un’elettronica capace di un simile livello sonico e prestazionale sia da considerare a tutti gli effetti con lo stesso metro di un’auto da corsa, peraltro estrema, nei confronti delle usuali berline di serie.

In quanto tale, non può che richiedere accorgimenti d’impiego e consapevolezza, negli utilizzatori, adeguati alla propria realtà. Se questo manca già nei rivenditori, dimostratisi impreparati a comprendere cose talmente ovvie, figuriamoci negli utilizzatori potenziali. Per tralasciare quale possa essere l’idea che di questi ultimi hanno i rivenditori stessi.

Proprio in funzione di tutto ciò, il dettagliante tipico non andrà mai a proporre un oggetto come quello di cui stiamo parlando, così da sancire in prima persona, e innanzitutto, il livello della propria clientela e per conseguenza quello della rivendita che ha in gestione.

Una risposta percorribile a tutto quanto descritto finora era costituita dal GM 100, la cui sigla diceva infatti “TL” e non OTL come sugli altri due finali menzionati sopra.

TL sta per Transmission Line, soluzione tecnica adottata ai fini dell’adattamento al carico di una sezione finale che in pratica era il dimezzamento di quella del GM 200. Era quindi in grado di erogare 100 watt per canale, che a valvole non sono certo pochi, con in più la capacità di assecondare le limitazioni tipiche di un utente distratto.

Anche le doti sonore non sono per forza di cose le stesse, per quanto il GM 100 abbia dimostrato di avere birra in corpo a sufficienza per bastonare senza pietà le elettroniche più celebrate da critica e pubblico, e più che mai quelle ritenute tali da giustificare strilli di copertina del tenore di “L’alba di una nuova era“.

Anch’esso comunque è rimasto incompreso, in quanto tenuto alla stessa stregua di GM 20 e GM 200 da parte di un ceto commerciale composto da persone probabilmente troppo superficiali per comprendere differenze di fondo a tal punto sostanziali, sia pure riassunte dalla sola mancanza di una O dalla sigla del modello.

Mariani stesso mi confidò personalmente che proprio il GM 100 costituiva il suo rimpianto maggiore, riguardo alla cessazione dell’attività di Graaf, in quanto lo riteneva il progetto in possesso dei margini di sviluppo maggiori tra quelli che aveva avuto modo di realizzare.

Tempo prima, a una mia precisa domanda, aveva detto che per una serie di ragioni tecniche non riteneva la soluzione OTL indicata per un amplificatore integrato. Così, quando in Graaf si decise di realizzarne uno nuovo, il GM 50 appunto, lo si equipaggiò con i tradizionali trasformatori di uscita.

Tradizionali fino a un certo punto come vedremo in seguito, ma non anticipiamo questioni che saranno affrontate a tempo debito. Ossia tra poche righe.

Dunque la scelta inerente il GM 50 non è stata una ritrattazione nei confronti di quelle che portarono Graaf ai vertici della qualità sonora a livello assoluto, nell’ambito delle amplificazioni, posizione tra l’altro che è detenuta tuttora. Si trattava piuttosto di una soluzione ritenuta necessaria per un’elettronica destinata a un pubblico completamente diverso rispetto a quello tipico della serie OTL, ma che nondimeno desiderasse usufruire delle qualità sonore che i Graaf avevano dimostrato di saper offrire in proporzioni tanto generose.

A livello storico, poi, il GM 50 è stato l’ultima realizzazione dell’incarnazione originaria di Graaf. Proprio da lì doveva ripartire la successiva collaborazione con Audio Analogue, almeno nelle intenzioni, anche se poi l’idea non è andata a buon fine.

In realtà ci sarebbe stato anche il GM 400, sempre realizzato sotto il marchio Graaf, che a quel punto però era tuttaltra cosa rispetto alla sua veste d’origine. Come tale il GM 400 è stato l’ultimo progetto di Giovanni Mariani e, per quello che può contare, l’amplificatore a stato solido dal miglior suono, e di gran lunga, che abbia mai avuto modo di provare.

Nei fatti, allora, il GM 50 è stato l’ultimo di una stirpe gloriosa, proprio perché nulla più sarebbe stato realizzato da Graaf nella sua effettiva identità storica e nessun altro valvolare progettato da Mariani avrebbe mai visto la luce.

 

Un vero Graaf

Il marchio modenese aveva realizzato già in passato amplificatori integrati e finali a valvole di tipo tradizionale, ossia dotati di trasformatori d’uscita.

Ricordiamo a tale proposito il Venticinque e il 5050. Entrambi tuttavia appartenevano alla serie Graaf-iti, come del resto i preamplificatori WFB 1 e 2 e il finale multicanali a stato solido VT 5.35.

Si trattava di una serie se vogliamo meno prestigiosa e dai costi più abbordabili, ma per nulla rinunciataria. Le apparecchiature che ne facevano parte erano caratterizzate da doti soniche comunque di rilievo, sia pure espresse su un piano diverso, nonché da scelte tecniche improntate all’originalità e alla multifunzionalità delle singole soluzioni tecniche, come per tutto quanto sia stato realizzato da Mariani.

Il GM 50 apparteneva invece alla serie maggiore e come tale portava la sigla GM, ossia le iniziali del suo ideatore e progettista, a testimoniare l’impegno profuso nella specifica realizzazione e prima ancora nell’approccio ad essa.

Sia pure rimanendo lontano dai canoni stilistici della serie OTL/TL, com’era del resto inevitabile trattandosi di un amplificatore integrato, il GM 50 poneva in evidenza fin dal primo sguardo la sua destinazione a un pubblico di alto livello, sia pure poco incline alle estremizzazioni proprie delle amplificazioni a due telai e più ancora senza trasformatori di uscita.

Oltreché dagli spigoli arrotondati, il frontale era caratterizzato da un’ampia finestra in vetro fumé, attraverso la quale si poteva osservare l’interno e in particolare il baluginare suggestivo delle valvole finali.

La soluzione non era nuova per le elettroniche Graaf, essendo già stata utilizzata sul preamplificatore di punta del marchio, il noto GM 13.5 nelle sue diverse versioni.

Che nessun segreto si volesse tenere celato, lo evidenziava anche la copertura superiore del telaio, interamente realizzata su un motivo a maglie rettangolari di ampiezza notevole, che permetteva di osservare l’interno in ogni suo particolare.

A parte la manopola destinata al controllo del livello di uscita, la dotazione comandi comprendeva soltanto la serie di pulsanti destinata alla selezione degli ingressi, sei in tutto, due dei quali bilanciati.

I loro ingressi erano realizzati non solo per mezzo delle tradizionali prese XLR, ma anche con doppie coppie di connettori RCA.

Com’è accaduto molto spesso per gli amplificatori Graaf, anche il GM 50 ha caratteristiche di progetto particolari o meglio ancora uniche.

Lo stadio d’ingresso, realizzato per mezzo di una coppia di E88CC/6922, esce di catodo, soluzione impiegata per ridurre quanto possibile le distorsioni. Una seconda coppia di E88CC si occupa del guadagno di segnale ed è seguita a sua volta da due 6H30 per il controllo delle valvole finali.

Come noto si tratta di valvole di progettazione russa, che per lungo tempo sono state coperte da segreto militare. Come altri esemplari della stessa origine, caso tipico le 6C33 utilizzate dal GM 20, non hanno mai avuto corrispettivi tali da avvicinarne sia pure alla lontana le caratteristiche, nell’ambito della produzione occidentale.

Questo spiega una volta di più quale credito meritino le posizioni tendenti ad attribuire alla tecnologia sovietica l’arretratezza che la propaganda occidentale ha reso proverbiale.

Più si va avanti, con gli anni e con l’esperienza, e più ci si ritrova costretti a domandarsi se ci sia mai stata raccontata la verità, anche una volta sola.

Nell’esemplare pervenutomi, la sezione di uscita utilizza 4 KT 88 in push pull, scelta tipica della primissima serie di esemplari del GM 50, sostituite in seguito dalle KT 90. Una particolarità ulteriore riguarda la circuitazione completamente bilanciata, dall’ingresso all’uscita, trasformatori di uscita compresi.

Come indicano le valvole utilizzate nello stadio finale, l’esemplare in questione ha ormai una trentina d’anni alle spalle, periodo nel corso del quale la componentistica passiva, in particolare per quel che riguarda i condensatori elettrolitici, ha avuto modo di accumulare il numero di ore necessario ad arrivare se non a un esaurimento, quantomeno a segni di stanchezza considerevole com’è risultato evidente in fase d’ascolto.

Sulle prime, infatti, il GM 50 pervenutomi ha messo in evidenza una sonorità poco dinamica e tendente allo scuro. Quindi ben poco in linea con le caratteristiche tipiche delle amplificazioni Graaf.

Il suo acquirente, che lo ha acquistato a scatola chiusa e pertanto senza la possibilità di poterlo ascoltare, me lo ha portato proprio per vedere se si potesse fare qualcosa al riguardo.

Ha creduto di andare a colpo sicuro nell’acquisto, per il quale oltretutto è stata necessaria una somma ragguardevole, perché gli è stato assicurato dal venditore, un punto vendita piuttosto noto che dispone anche del suo sito internet, che l’elettronica si trovasse in condizioni ineccepibili, in quanto erano anche state sostituite le valvole di uscita.

In realtà, nella verifica iniziale cui ho sottoposto l’amplificatore, è emerso che oltre a quelle erano state sostituite anche le valvole d’ingresso e del primo stadio di guadagno, con esemplari vintage dal marchio prestigioso. Forse dal più prestigioso di tutti nell’ambito dei tubi a vuoto di vecchia produzione, che tuttavia non sono stati sufficienti a risollevare il destino sonico del GM 50 esaminato.

La loro presenza, in ben due coppie, ha probabilmente contribuito a spingere verso l’alto la somma richiesta dal venditore, ma senza che a questa corrispondessero i requisiti minimi non per richiedere importi del genere, ma per rendere un amplificatore presentabile.

Si, la sua veste estetica è inappuntabile, ma purtroppo dietro ad essa non c’è molto d’altro. Così da sottolineare una volta di più che superfici esterne conservate nel modo migliore non offrono garanzia alcuna per tutto quanto esuli da esse.

A questo riguardo è necessaria una precisazione: spesso la dichiarazione riguardante l’avvenuta sostituzione delle valvole di uscita viene presa e lasciata intendere dal furbo venditore come una forma di assicurazione nei confronti dello stato di forma di un amplificatore per la totalità delle sue parti.

In realtà quella sostituzione sta a significare più spesso l’esatto contrario, come nella fattispecie. In concreto lascia intendere l’accumulazione, da parte dell’amplificatore, di un numero di ore di funzionamento tale da aver portato la componentistica passiva non dico all’esaurimento ma comunque a un degrado funzionale che a sua volta pone l’elettronica di cui fa parte nelle condizioni di essere impossibilitata a esibire le sue doti soniche effettive.

Tra l’altro valvole sostituite può voler dire poco e nulla: quale sarà stato il numero dei quartetti succedutisi negli stadi finali dell’amplificatorie che ci viene offerto o abbiamo intenzione di acquistare?

Questo nessuno lo dice.

Dunque, anche se le condizioni dei componenti attivi sono impeccabili, come nella fattispecie, ciò non vuol dire assolutamente che anche tutto il resto sia tale. Anzi è più probabile il contrario, a maggior ragione per un amplificatore prossimo al traguardo dei trenta anni di vita.

In proposito va rilevato un fatto curioso: a fronte del numero non elevatissimo di elettroniche Graaf pervenutemi, ben due avevano problemi più o meno grandi a livello funzionale, appunto questo GM 50 e il GM 100 di cui ci siamo occupati tempo fa, nonostante il loro prezzo d’acquisto fosse salato, come tale fissato da negozianti per così dire disinvolti.

Dunque vediamo: da nuovi i Graaf erano sistematicamente relegati in un angolo del punto vendita, malgrado fossero coperti dalla garanzia del costruttore, che so per certo si sia fatto carico anche di problemi indiretti, che in quanto tali non dovrebbero essere di sua competenza, e di sostituzione integrale di apparecchiature.

Quando però gli stessi Graaf hanno 20, 30 o più anni sulle spalle, e potenzialmente reduci da un utilizzo disattento, per usare il solito eufemismo, gli stessi negozianti non si fanno scrupolo di appiopparli al primo che incontrano. Facendoseli oltretutto pagare a caro prezzo grazie alla fama di qualità sonora del marchio, malgrado abbiano bisogno di una revisione approfondita, che ha i suoi costi e non hanno intenzione alcuna di affrontare.

Questo lo si deve probabilmente al fatto che li hanno presi indietro a somme troppo elevate per invogliare il vecchio proprietario all’acquisto di un prodotto nuovo. O forse solo al voler lucrare oltremodo su elettroniche rinomate, delle quali non si curano di verificare le effettive condizioni funzionali.

Se si spinge il pulsante di attivazione danno l’impressione di funzionare e qualcosa dagli altoparlanti esce comunque, il che per loro è già abbastanza per definirli in condizioni perfette, come dicono i fatti.

Malgrado la somma rilevante necessaria al suo acquisto, riportare il GM 50 ai suoi effettivi splendori avrebbe comportato costi ulteriori non indifferenti, in quanto la componentistica passiva più esposta all’invecchiamento abbisognava di essere sostituita da cima a fondo, cosa che ai prezzi attuali comporta un esborso considerevole già solo per i pezzi di ricambio.

Inoltre la sua costruzione particolare comporta altri costi non indifferenti, che per elettroniche di rilievo minore non vi sarebbero proprio, portando il totale complessivo dell’intervento necessario a una cifra piuttosto importante.

Almeno in assoluto, considerando invece quel che viene richiesto al giorno d’oggi per apparecchiature neppure in grado di sognarsi la decima parte delle doti sonore di un GM 50 ben messo a punto, il totale complessivo della spesa affrontata per acquistare l’amplificatore, sia pure ampiamente sopravvalutato e di quella necessaria a rimetterlo in piena forma e renderlo persino meglio che da nuovo, sarebbe stato ancora conveniente. E non di poco.

Senza contare il rilievo storico di un oggetto del genere, che ha anch’esso il suo valore e col tempo non potrà far altro che crescere. Ancor più per un esemplare in forma smagliante.

Va da sé tuttavia che in ultimo ciascuno si trovi a dover fare i conti con le proprie tasche, piene o vuote che siano, o solo con la propria volontà di spesa. In conseguenza l’intervento di ripristino è stato rimandato a un momento più propizio.

Tra l’altro, a seguito di un intervento simile, ci si potrebbe anche imbattere in qualcuno che, dall’alto della sua conclamata incompetenza, la quale peraltro trova attualmente massima rispondenza a livello dei luoghi comuni circolanti tra gli appassionati che frequentano i pollai loro dedicati, avrebbe da eccepire riguardo alla “non originalità” delle componenti interne, secondo una delle bestialità oggi più di moda nel settore di nostro interesse.

Da che mondo è mondo, i componenti soggetti a usura, vanno sostituiti, come per le candele, i filtri e i pattini frenanti di una qualsiasi automobile.

Se nel momento in cui quelle parti sono state debitamente sostituite a garanzia della sicurezza e dell’affidabilità nessuno si sognerebbe di lamentarsi, e meno che mai per la mancata originalità di alcune parti del mezzo, perché diavolo lo si fa per le elettroniche destinate alla riproduzione sonora?

Forse perché in casi simili sarebbe meglio e ben più utile di dedicarsi ad altro?

Personalmente a certe cose non riuscirò mai ad abituarmi: chissà perché in quei cortili le idee più balzane e inverosimili trovano sempre il consenso maggiore, non di rado all’unanimità. Invece quanto risponda ai criteri sia pur minimi del buon senso trova regolarmente ostracismo, espresso tra l’altro con veemenza e ostinazione degne di miglior causa.

Del resto basterebbe tanto poco: sarebbe sufficiente andarsi a guardare i dati di durata che i fabbricanti di componentistica attribuiscono al loro prodotto, per farsi un’idea di come stiano le cose.

Figurarsi però se, oltre a berciare la qualunque, i facenti parte di quei pollai si sognino di fare il minimo sforzo anche rispetto a una cosa tanto semplice: non sia mai ci sia modo di imparare qualcosa, cosa quantomai dannosa per la salute. Innanzitutto quella mentale.

Molto meglio invece ripetere a pappagallo e senza posa le idiozie inculcate nelle loro zucche mediante decenni di martellamento da parte della stampa allineata e dei social di settore.

Tanto più sono vuote, quelle zucche, e tanto meglio riesce la ripetizione a oltranza di concetti privi di qualsiasi valore concreto, ma che evidentemente suonano davvero bene all’orecchio di chi non si rende conto di voler misurarsi con qualcosa del tutto al di fuori delle sue possibilità.

E malgrado ciò batte pure di cassa, nei confronti di chiunque cerchi di fargli osservare la realtà, nella sicurezza che troverà senz’altro il maggior numero di “mi piace” a confortare le sue “idee” fuori dal mondo.

Per conseguenza, come mi è capitato di leggere in una discussione recente, lo pseudotecnico che promette mirabilie ma intenzionato a passare la semplice e ben nota “romanella”, peraltro eseguita a base della componentistica dai nomi impronunciabili e di origine ignota, che va per la maggiore grazie ai prezzi stracciati a cui è possibile acquistarla, così da permettere di stilare i preventivi dai costi più allettanti, viene innalzato in quelle sedi a onestissimo salvatore della patria.

Nonché a idolo di chi è determinato nella maniera più ferma a soddisfare le esigenze della propria tirchieria che purtroppo è e sarà sempre incompatibile con qualsiasi attività si voglia svolgere col minimo di adeguatezza.

Chi invece in base ai criteri di serietà che ritiene irrinunciabili fa presente la concreta realtà dei fatti, riguardante apparecchiature portate alla consunzione più estrema prima che il loro possessore abbia deciso infine di sostituirle, spuntando valutazioni fuori dal modo, per poi essere fatte passare per come nuove dal venditore disinvolto di turno, insieme ai costi per forza di cose necessari a riportare oggetti di simile complessità in condizioni indistinguibili dall’esemplare nuovo e ancora migliori, viene lapidato tra gli strepiti e le invettive degli astanti. Non prima di essere fatto passare per il solo e unico profittatore, come tale ancora più indegno, che fa seguito a una serie di persone dal comportamento irreprensibile e per meglio dire specchiato.

D’altronde, parafrasando Jacques Attali, cosa credeva il frequentatore tipico dei pollai per audiofili, tali proprio per i motivi descritti e per il numero impressionante di corbellerie e fandonie che riescono ad accumulare e sintetizzare con efficienza mirabile, che quei luoghi e prima ancora le piattaforme che li ospitano fossero realizzati per la sua felicità?

Proprio in fatterelli come questo vediamo qual è la loro attitudine primaria: quella di presentare una realtà del tutto capovolta, che però riescono a far credere sia vera al povero sprovveduto che crede di ricavare qualcosa dalla loro frequentazione.

Il principio, del resto, è lo stesso che ha portato al successo il famoso movimento delle cinque stalle: attribuire a una massa di persone che poco o nulla sanno della fattispecie e ancor meno ne capiscono, si tratti di tecnica, politica, questione esistenziale o altro poco importa, il potere di stabilire a maggioranza ove risieda la realtà.

La differenza è che mentre i pentastallati ci hanno messo pochissimo a rendere palese il loro doppiogioco, lasciando da parte l’irrecuperabile inadeguatezza di fondo di cui erano portatori, così che oggi più nessuno li prende in considerazione tranne pochi irriducibili disperati, nei pollai in questione i loro omologhi continuano imperterriti a dettare legge, sia pure su un terreno squisitamente virtuale, e a riscuotere il pieno consenso di una platea che a questo punto è da considerare irrecuperabile.

Su di essa la filiera commerciale che ha reso possibile l’esempio del GM 50 qui esaminato è destinata a prosperare, banchettando a quattro palmenti per i decenni a venire.

 

Un cenno residuo di vitalità

Malgrado la sua componentistica interna sia a tal punto affaticata, il GM 50 è riuscito infine a far venire a galla le sue doti soniche, sia pure in maniera parziale.

Scuro è scuro, c’è poco da fare, a livello di timbrica e anche in termini di dinamica lascia parecchio a desiderare, segno appunto che quanto si trova al suo interno ormai non ce la fa più a rilasciare l’energia necessaria a un funzionamento sufficiente.

A questo riguardo ben poco possono valere set di valvole nuovi di pacca e dal marchio così rinomato, se ad essi non viene fornito il necessario per funzionare come si deve, proprio da parte della componentistica passiva.

Tuttavia lasciandolo scaldare per bene emerge infine la sua caratterizzazione sonica di fondo, improntata a una raffinatezza considerevole. Con ogni probabilità, se supportata da componentistica all’altezza, questa peculiarità avrebbe modo di delinearsi in forma molto meglio compiuta. Anche così, in ogni caso, si sente che i fondamentali ci sono e di gran classe, come del resto è tipico di tutta la produzione Graaf.

Al pari del suo predecessori, il GM 50 è un amplificatore di livello superiore e come tale i costi da affrontare per riportarlo in piena forma hanno la loro importanza. Ma se già nelle condizioni descritte certi aspetti vengono comunque fuori, si può star tranquilli che a fronte di un intervento approfondito e realizzato nel modo in cui si deve, del quale peraltro l’integrato in questione è più che meritevole, i risultati saranno tali da deliziare anche l’appassionato più esigente e raffinato, per un congruo numero di anni a venire.

Oltretutto a fronte di una spesa complessiva per la quale il prodotto attualmente in commercio non può offrire, suo malgrado, nulla di sia pur lontanamente paragonabile.

 

 

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2 thoughts on “Graaf GM 50, l’ultimo di una stirpe gloriosa

  1. Ciao Claudio questo tuo articolo mi lascia un pò perplesso anche se interessante come sempre; mi e ti chiedo, quali componenti si possano degradare tanto dopo 20/30 anni oltre ovviamente alle valvole, da compromettere il risultato sonoro?
    Se, come do per scontato, Graaf utilizzava componentistica di prim’ordine per qualità e quindi destinata a durare, non dovrebbero questi amplificatori se usati correttamente e ben interfacciati aver come unico componente facilmente usurabile le sole valvole?
    Non ho grande esperienza con valvolari ma mi sono capitati amplificatori The Fisher probabilmente degli anni 60 praticamente originali a parte le valvole che ancora suonavano alla grande, può essere che la grande qualità e potenza degli ampli Graaf sprema più del normale la componentistica?
    Pensa che per me un amplificatore di 30 anni è quasi nuovo 😉
    Si tratta di un mio dubbio da inesperto elettronico ovviamente non una critica verso i prodotti Graaf
    un caro saluto
    Giuseppe

    1. Ciao Giuseppe e grazie del commento.
      La risposta alla tua domanda è nell’articolo stesso, riguarda i condensatori elettrolitici.
      E’ stato fatto molte volte riferimento al loro esaurirsi nel corso del tempo, sugli articoli pubblicati nel sito.
      Come è scritto anche in questo, se si va a vedere la relativa scheda tecnica, si osserverà che numerosi elettrolitici hanno una durata stimata di 1000-2000 ore, intese in modalità continuativa e ai valori di tensione e temperatura di targa.
      Quindi comparabile se non inferiore a quella di molte valvole di uscita, la cui durata varia sensibilmente anche in funzione dei punti di lavoro che vi sono attribuiti.
      Lo stesso avviene per i condensatori: il processo di degrado avviene in maniera graduale e sostanzialmente impercettibile nel corso del loro utilizzo. Il discorso è diverso quando invece il processo si trova in fase parecchio avanzata, come per l’esemplare di GM 50 in questione, i cui effetti risultano ben evidenti, nei termini elencati nella parte dell’articolo dedicata all’ascolto.
      Per il comune appassionato può essere un’esperienza poco comune, ma una qualsiasi elettronica con qualche anno alle spalle evidenzia un miglioramento ben percettibile a seguito della sostituzione del parco elettrolitici, in particolare se si utilizza un prodotto di qualità. Lo stesso vale naturalmente per i condensatori a film, per i quali l’aspetto qualitativo ha importanza forse ancora maggiore.
      Come l’esempio di qiesto GM 50 ha posto in un’evidenza innegabile, un’elettronica usata che abbia già una vita piuttosto lunga alle spalle necessita di un lavoro del genere, quantomeno se da essa si vuol trarre il meglio in termini di sonorità.
      Il suo possessore infatti me l’ha portato proprio perché poco soddisfatto dal suo comportamento all’ascolto, rivelatosi infatti tendente allo scuro.
      Si tratta come tale di un aspetto di cui andrebbe tenuto conto nel valutare la congruità della richiesta per una qualsiasi elettronica usata che si abbia intenzione di acquistare.
      In particolare per quelle di classe elevata, per via dei costi necessari a un intervento approfondito a dovere, che nel caso dei valvolari è caratterizzato dalla necessità di scegliere componentistica in grado di lavorare alle tensioni elevate tipica di questa tipologia di apparecchiature.

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