La pulizia del disco nero – 2

Non me n’ero assolutamente reso conto, ma il primo articolo dedicato alla pulizia degli LP è in linea da ben cinque anni. Ero convinto lo fosse da molto meno.

Nel frattempo la mia vasca a ultrasuoni ha lavorato a pieno regime, sia pure con qualche intervallo di riposo, e altra esperienza si è accumulata riguardo alle modalità di utilizzo del dispositivo.

Se in effetti il suo principio di funzionamento è l’elemento basilare riguardo all’impiego per la pulizia degli LP, nei confronti del quale ha prodotto quella che non esito a definire una rivoluzione, con il prolungarsi del suo utilizzo sono emersi diversi aspetti che hanno messo in evidenza la loro importanza nei confronti dei risultati ottenibili.

Ho parlato di rivoluzione in quanto è stato finalmente possibile ricorrere a un metodo di pulizia degli LP veramente efficace a costi abbordabili.

Questo però, attenzione, solo per la disponibilità di vasche adattate all’impiego di nostro interesse da parte dei soliti cinesi. I quali, malgrado la nomea del loro prodotto commercializzano esemplari affidabili, come e più di quello occidentale, a prezzi alla portata di tutte le tasche.

La proposta dei fabbricanti che risiedono nel cosiddetto primo mondo è stata invece e resta tuttora caratterizzata autisticamente dai soliti costi inavvicinabili.

I motivi sono sempre i soliti e dei più vari, dal livello di tassazione ai costi vivi dell’impresa e per conseguenza al margine che si ritiene indispensabile per imbarcarsi in una qualsiasi attività, fino ai numeri ridotti che riguardano le vendite di certi prodotti.

Il che è inevitabile: se i prezzi sono quelli fuori dalla realtà che ci si sente richiedere come se nulla fosse, difficilmente si potranno fare grandi numeri. D’altra parte se questi non crescono diventa complicato abbassare i prezzi.

Così, mentre il cane è intento a mordersi la coda, l’offerta dall’oriente prospera e finirà col mangiarsi anche i pochi spazi che aveva lasciato disponibili.

Comunque sia le voci corrono e sembra che il mercato relativo alle vasche a ultrasuoni offra ancora spazi di espansione piuttosto interessanti.

Anche Knosti, il marchio che commercializza da tempo la nota Anti-Stat, la cui efficacia però è quella che è, è entrato tempo fa nel settore degli ultrasuoni.

Conoscendo la relativa economicità del suo prodotto più noto, anche se rispetto ai suoi costi vivi non lo è assolutamente, ci si attenderebbe lo stesso anche per l’Ultrasonic 2.0, così si chiama la vasca di Knosti, che riprende le forme della progenitrice sia pure conferendo ad esse uno sfarzo maggiore.

Invece la si trova in vendita tra i circa 900 e gli oltre 1200 euro.

Per pulire, pulisce anche bene, solo che ha ottime probabilità di mortificare la sonorità del disco che si tratta con essa.

Come noto, le vasche a ultrasuoni tradizionali non hanno solo un’ottima efficacia nelle funzioni di pulizia, ma tendono a migliorare in maniera percettibile anche la sonorità del disco.

Per quel che ho potuto imparare in questi anni, la funzione secondaria ma tuttaltro che priva d’interesse avviene in funzione di alcuni elementi, dalla probabile attinenza con i risultati ottenibili.

Quello forse più intuitivo riguarda il detergente che si utilizza. Il suo influsso sulla sonorità del disco sottoposto a lavaggio è già stato affrontato da alcune fonti e quindi possiamo dire che non si tratti di una novità. A questo proposito vedremo più avanti qualche particolare.

Personalmente mi sono fatto l’idea che anche le dimensioni della vasca abbiano la loro importanza al riguardo. Me ne sono accorto quando da quella da 15 litri che mi è stata prestata e ho potuto usare a lungo, potendone verificare gli effetti, sempre in merito alla sonorità acquisita dal disco sottoposto a lavaggio, sono passato a una da 6 litri, che è la dimensione minima delle vasche standard per la pulizia degli LP.

L’ho acquistata con l’idea di risparmiare sensibilmente sui costi del lavaggio, essendo necessari meno acqua e meno detergente per riempire una vasca notevolmente più piccola, e meno energia per portare la loro miscela a temperatura.

Mi sono accorto però che la sonorità del disco lavato nella vasca da 6 litri non comunicasse più la sensazione di profondità, tridimensionalità e immanenza riscontrata con quella da 15.

La timbrica del disco lavato con essa dava l’idea di essere più brillante ma anche un pochino più piatta. La funzione di pulizia, per contro, ha dato l’impressione di essere più efficace, forse per via della maggiore vicinanza dei trasduttori responsabili della produzione degli ultrasuoni nei confronti della superficie da pulire. La larghezza della vasca da 6 litri è molto minore di quella da 15, per la lunghezza invece la differenza è meno marcata.

Forse questa può essere anche una spiegazione possibile per le differenze di sonorità. Anche in funzione di un fatterello avvenuto di recente.

Alcune settimane fa, infatti, ho acquistato di nuovo un titolo che conosco in maniera approfondita, in quanto fa parte della mia collezione dal 1978. Ne ho preso una copia di prima stampa inglese, mentre quella che avevo era sempre una prima, ma italiana, che comunque suonava già decisamente bene.

Come tale, mi aspettavo che la nuova andasse meglio di quella in mio possesso, ma quando ho potuto metterla sul giradischi, la delusione è stata tanta.

Il disco suonava piatto e smorto, decisamente peggio della mia vecchia copia, per quanto reduce dalle battaglie di quasi mezzo secolo.

Era comunque in condizioni ottime e dal suo aspetto aveva ottime probabilità di essere stato lavato. Così ho chiesto al venditore quale fosse la sua procedura di pulizia e mi ha risposto di usare l’Ultrasonic di Knosti.

Le sue dimensioni ridotte ai minimi termini e i risultati ottenuti per il suo tramite danno l’idea di posizionarsi in maniera ideale lungo la traiettoria della scala prestazionale evidenziata dalle vasche che ho potuto utilizzare finora. Quindi ci sono buone probabilità che malgrado i suoi costi e l’efficacia della sua funzione di pulizia, non sia il massimo ai fini della qualità del suono che va ad attribuire al disco trattato per il suo tramite.

Modo di avere una controprova non ce l’ho, e non mi metto certo ad acquistare un prodotto del genere, oltretutto con i costi che ha, ma come detto i suoi effetti a livello sonico sembrano allinearsi a perfezione con le valutazioni scaturite dall’impiego protrattosi a lungo di due vasche dalle dimensioni molto diverse tra loro.

Una conferma al riguardo, neppure tanto velata, è venuta da un rivenditore qualificatosi come ufficiale e mi ha confermato di preferire, a livello personale, le tradizionali lavadischi ad aspirazione, alcune delle quali sono molto più economiche rispetto alla Knosti.

Il disco in questione, comunque, lavato di nuovo con la mia vasca da 6 litri, ha riacquistato doti timbriche congruenti con la sua realtà di prima stampa inglese e ora suona decisamente meglio di quella italiana che ho da tanto tempo.

Per la cronaca, si tratta di “Livestock” dei Brand X.

E’ possibile ipotizzare, allora, che gli attributi forniti alla sonorità di un qualsiasi disco dalla vasca a ultrasuoni utilizzata per il suo lavaggio siano reversibili e comunque non definitivi.

Non mi si chiedano i motivi di tutto ciò, non li conosco. Per quanto mi riguarda ho potuto osservare il fenomeno, con una ripetibilità che tende ad avallarne i diversi aspetti per come si sono presentati più e più volte, ma ovviamente non sono in grado spiegarne il perché.

Del resto m’interessa il giusto, ossia ben poco. Mi basta sapere quali risultati posso ottenere e per questo mi riprometto di acquistare una vasca di dimensioni maggiori quando mi sarà possibile.

Con ogni probabilità, basterà dare una ripassata con essa usando semplice acqua demineralizzata, senza necessità di usare detergenti, dato che ormai la mia collezione l’ho lavata tutta.

Per quanto riguarda la Knosti, sembra inoltre che possa andare incontro a problemi di filtro, utilizzato dal suo sistema di scarico e riciclaggio del liquido. A quanto si legge sarebbe privo della possibilità essenziale per un elemento del genere, ossia di essere sostituito.

Questo dovrebbe riguardare le prime versioni della macchina, tendente inoltre a rendere tutt’uno il disco con il pressore adibito a mantenerlo in posizione di lavaggio. Le difficoltà conseguenti, al momento di liberarlo potrebbero essere la causa di gesti involontari, in seguito ai quali si arrivi a rovinare il disco appena pulito.

Sembra pertanto che della Knosti si siano succedute nel corso degli anni diverse versioni e solo con le ultime si siano risolti i problemi di quelle iniziali e prevedano finalmente la possibilità di sostituire il filtro.

Tra i suoi vantaggi invece vi sarebbe il sistema di spazzole che combinato agli ultrasuoni permetterebbe di accorciare la durata del lavaggio, programmabile tra uno e cinque minuti.

Qui entra un ballo un ulteriore elemento, quello riguardante la complessità. Le vasche cinesi sono semplici e quindi non hanno avuto bisogno di rinnovarsi di continuo su versioni successive. Si riempiono dall’alto, si chiudono con il loro coperchio come una pentola, solo che è quadrato o rettangolare, e si svuotano per mezzo di un banale rubinetto posto su un lato, se proprio non le si vuole capovolgere, riducendo al minimo la possibilità di intasamenti.

Lavano bene, costano il giusto e durano tanto, quanto di peggio si possa immaginare per l’ideologia di mercato capitalista.

Speriamo non se ne accorga nessuno, altrimenti a Bruxelles troveranno il modo di vietarle.

Forse allora meglio prenderne una di riserva, fino a che si è in tempo.

Il liquido del resto, costando poco, non vi è bisogno alcuno di riciclarlo. Tuttalpiù lo si può usare in seguito nel lavavetri dell’auto o per altre pulizie grossolane.

Inevitabile pertanto che il prodotto di marca, malfunzionante e di per sé più costoso a causa dei ricarichi che gli s’impone di produrre, in funzione dei costi della vita propri del territorio da cui agisce chi lo produce e commercializza, della personalizzazione che si è ritenuto indispensabile attribuirgli per motivi di riconoscibilità e a sostegno dell’immagine del marchio che porta, si riveli un’arma che ha l’efficacia maggiore nel ritorcersi contro il suo artefice.

Proprio come le sanzioni comminate alla Russia, che in tempo zero doveva soccombere grazie ai loro effetti. Invece, numeri alla mano, prospera come mai prima, mentre l’Europa che ha voluto fare di esse un’arma si trova sempre più sull’orlo del precipizio.

Dimostrazione ennesima per l’inadeguatezza dell’abito mentale tipico della sua classe dirigente e inevitabilmente di quanti si ostinano a darle mandato.

Comunque sia, la Knosti a ultrasuoni i suoi motivi di essere li ha, anche se potrebbero non avere molto a che fare con la sua destinazione d’uso, sia pure apparente. Innanzitutto quale estremizzazione dei concetti già sperimentati dal modello capostipite, che ha acquisito tanta diffusione. Malgrado si tratti di un mero pezzo di plastica, per quanto pluriaccessoriato, e come tale dai costi di fabbricazione tendenti allo zero, tra tasse, balzelli e ricarichi arriva però a prezzi tali da sfiorare il centinaio di euro.

Ossia quasi quello che costa una vasca a ultrasuoni generica, che poi comunque va equipaggiata col necessario per la pulizia dei dischi, essenzialmente un dispositivo di rotazione lenta, volendo risolvibile con poco, avendo il minimo d’inventiva.

Permette poi di valutare e comprendere gli effetti ultimi delle politiche commerciali e propagandistiche tipiche dell’attuale società occidentale, sempre più portata a un consumismo sfrenato e fine a sé stesso.

In quanto tale idolatra il prodotto e dunque lo assolutizza, dimenticando letteralmente la sua destinazione d’uso e quindi la sua utilità concreta, per consentirgli solo quella residuale di mero strumento di accumulazione di profitti.

Per conseguenza dimostra che sia perfettamente possibile costruire, sempre a colpi di propaganda e con l’esistere di alcune condizioni di partenza, una categoria di acquirenti e utilizzatori disposti a pagare fino a 10 volte di più un prodotto che svolge peggio e con diversi problemi lo stesso compito, che del resto si è fatto in modo che più nessuno sia in grado di valutare, solo in virtù del suo marchio e poi delle forme e dell’immagine che gli si sono attribuite.

Che lo stesso compito sia invece portato a termine in maniera egregia dall’oggetto generico che costa fino a 10 volte di meno, non interessa a nessuno o meglio non è dato proprio di saperlo, a livello generale, proprio perché tutto ciò che non è preso in considerazione dai mezzi di comunicazione allineati di fatto non esiste.

Tra questi, oggi i più importanti sono i social e i videobloggari iutubati che decantano prodotti nelle modalità d’ordinanza, innalzando la qualunque a verbo divino, mentre fanno facce da deficienti all’ultimo stadio dell’abbrutimento mentale, che in questo modo provvedono debitamente a diffondere nel loro pubblico.

E’ possibile allora che la destinazione d’uso ufficiale della Knosti ultrasonica sia in realtà solo apparente, dunque alla stregua di un pretesto o poco più, e che il suo vero compito sia quello di veicolo per mezzo del quale constatare quasi siano i risultati ottenibili per mezzo delle forme di comunicazione moderne applicate a settori specialistici ma dalla diffusione di qualche ampiezza. Per il loro tramite si riesce a sintetizzare nuove tecniche di orientamento e controllo a distanza del comportamento del pubblico, dall’efficacia ancora maggiore di quelle già dirompenti utilizzate fino al momento attuale.

Tutti questi elementi si posizionano su un piano squisitamente concettuale, secondo un’ulteriore estremizzazione tipica dell’occidente di oggi, sia pure finalizzato a un’accumulazione di ricchezza, che invece è assai concreta e va per forza di cose a favore di pochissimi, mediante la sottrazione dalle tasche di tutti gli altri portata al massimo livello di efficienza oggi ottenibile.

Nel mondo reale vediamo invece la realizzazione pratica del prodotto, possibilmente affidata a un team composto da ingegneri giovani e studiatissimi, che come dice il buon Corrado Malanga, non è dato sapere quanto abbiano compreso davvero ciò che hanno studiato.

Il problema tuttavia è che non capiscono un tubo nemmeno di tutto il resto, ossia quel che risulta scontato e lampante per chiunque non abbia sentito il bisogno di sottoporsi a un corso accademico a tal punto estenuante, i cui effetti primari sono quelli di aver eliminato nelle sue vittime la benché minima possibilità di contatto con qualsiasi aspetto abbia il minimo addentellato con il mondo reale.

Tuttavia sono costati somme ingenti prima alla collettività che li ha fatti studiare a uffa e poi al loro committente, per dare vita a un prodotto ultracostoso, ma inefficiente e complicato. Innanzitutto perché tutto quanto ha a che fare con esso, liquidi eccetera, deve costare caro.

Privi come sono di qualsiasi possibilità di relazione con la realtà materiale, si sono casualmente dimenticati di dotare il prodotto che con ogni probabilità hanno realizzato con l’ausilio di un apparato informatico dalla mole impressionante, e possibilmente funzionante per mezzo della IA, di un filtro non che funzioni, ma almeno sia possibile sostituire quando s’intasa.

Quale sintesi migliore potremmo desiderare per il modello di pensiero tipico del mondo occidentale?

Ormai è giunto a un livello di involuzione che definire patologico è ancora poco, riguardo al quale anzi è lo stesso dizionario oggi in uso a essere inadeguato per definire l’assurdità priva di vie d’uscita dei meccanismi su quali si articola. Figli come sempre della realtà capitalista, che si è voluta portare con ogni mezzo alle sue conseguenze estreme, che ora possiamo rimirare compiaciuti.

 

Procedure di lavaggio e nuovi ingredienti

Prima di dedicarci alle indicazioni scaturite dall’esperienza formatasi in anni di utilizzo, osserviamo che il principio funzionale delle vasche a ultrasuoni, la cavitazione, potrebbe rivelarsi dannosa nei confronti dei cosiddetti picture disc.

Qualcuno infatti sembra si sia ritrovato con le immagini raffigurate sulla superficie incisa gravemente rovinate. Personalmente non ho mai preso in considerazione roba del genere, neppure alla lontana, in quanto le considero per ciò che è: degradazione del prodotto e della forma d’arte da cui trae origine, per meri scopi di ordine commerciale e di accumulazione.

In ogni caso, se si desidera lavare quella particolare tipologia di supporti, può essere prudente utilizzare le lavadischi tradizionali, quelle ad aspirazione.

Quanto alle vasche a ultrasuoni, le scelte relative al loro utilizzo dipendono inevitabilmente dal materiale che si ha intenzione di ripulire. Dischi reduci da battaglie pluridecennali o solo che hanno accumulato le quantità di sporco proporzionali alla loro età anagrafica, hanno ovviamente necessità diverse rispetto a quelli da cui si ha intenzione di rimuovere soltanto i residui dei distaccanti utilizzati in fase di stampaggio o magari quelli derivanti da un ascolto saltuario o comunque non ripetuto a oltranza.

Al di là di questo, di sicuro c’è che il diffondersi delle vasche a ultrasuoni sta rendendo il mercato degli LP usati praticabile con molti meno patemi d’animo rispetto al passato. A parte poche eccezioni, generalmente costose, è il solo che permetta di apprezzare le qualità effettive dell’analogico.

Nello stesso tempo la pulizia a ultrasuoni permette di comprendere anche che numerose tra quelle che a suo tempo avevamo catalogato tra le fregature o semi tali, appunto per la valutazione fin troppo generosa dello stato di conservazione del disco fatta dal venditore, soffrivano principalmente di problemi di sporco e quindi possono essere recuperate in buona parte a un ascolto degno di essere eseguito.

Come le brave massaie insegnavano un tempo ormai lontano, essendo da parecchio in via di estinzione, gli aspetti più importanti per un lavaggio efficace sono due: il prelavaggio e il detergente utilizzato.

Nei riguardi del prelavaggio c’è una novità che ritengo degna di menzione. Si tratta della spazzola di Tonar, realizzata in pelo di capra.

Come noto, i materiali utilizzati per le spazzole puliscidischi sono stati numerosi, nel corso del tempo: velluto, carbonio, materiali adesivi applicati su rulli per tirare su polvere e residui di sporco vari e così via.

Nessuno di essi tuttavia è risultato definitivo ai fini che c’interessano e forse non lo è neppure la spazzola di Tonar. Tuttavia ha un vantaggio che risiede nella rigidità del suo pelo, tale da entrare meglio e soprattutto mantenersi all’interno del solco durante l’azione di spazzolatura.

Del solco va a eseguire fin quasi una funzione di tracciamento, come risulta evidente dalla forza impressa dalla spazzola stessa nei confronti della mano che l’aziona, spinta in misura ben maggiore del solito a compiere il movimento rotatorio determinato  dall’andamento dei solchi.

La spazzola è disponibile in due versioni, per la pulitura a secco o in umido. Quest’ultima ha la denominazione di wetgoat e dispone di una supporto in materiale sintetico, mentre l’altra lo ha in legno e quindi costa un pochino di più.

Anche la Wetgoat non è economicissima, ho potuto acquistarla a 20 euro più spese di spedizione, per fortuna contenute, ma ritengo che si tratti di soldi ben spesi se si ha una collezione di dischi da lavare a fondo e quindi da sottoporre a prelavaggio.

Prima del suo acquisto, per il prelavaggio  utilizzavo delle spazzoline di recupero, rimanenze dei prodotti Last cui ho fatto ricorso passato, non particolarmente efficaci per gli scopi in discussione, quelli di recupero. Per il mantenimento invece non erano male.

La wetgoat invece ha setole rigide abbastanza da frugare il solco meglio a fondo e seguire la sua conformazione, determinando un’azione di prelavaggio più efficace, proprio perché i risultati ottenuti sembrerebbero indicare che permetta di sloggiare in maniera fattiva lo sporco annidato in essi.

Nello stesso tempo, le setole sono morbide abbastanza da non rovinare la superficie del disco, anche se a seguito di un’azione piuttosto energica, da svolgersi con l’aiuto di un detergente.

Nelle prime fasi di utilizzo, la spazzola tende a perdere un po’ di pelo, per poi stabilizzarsi.

Il solo difetto riguarda la mancata smussatura dei suoi spigoli, potenzialmente esiziali a seguito di un grossolano errore di maneggiamento.

Con essa è possibile un prelavaggio efficace, con l’impiego del liquido che avremo designato allo scopo.

Può essere la solita miscela di acqua distillata e alcool isopropilico, anche se al momento sto utilizzando il prodotto che da qualche tempo aggiungo all’acqua della vasca per aumentare le sue proprietà detergenti.

Come ho già avuto modo di rilevare, mi sembra poco indicato utilizzare i liquidi specializzati per LP venduti a caro prezzo da una speculazione che cerca di arricchirsi sulla cura che gli appassionati hanno nei confronti della loro collezione discografica, che è a tutti gli effetti un patrimonio.

In questo senso, la valenza della somministrazione da remoto di tracce audio su abbonamento non è fraintendibile. Da un lato compie un’azione di spossessamento, in quanto tende a diffondere e a rendere plausibile l’idea di liberarsi delle proprie collezioni perché “scomode e ingombranti”, ancor più nel momento in cui si fa credere di avere libero accesso all’intero scibile discografico fin qui accumulatosi o comunque a una parte consistente di esso.

Fino a quando resterà tale?

Dall’altro, dissuade proprio dal metterne insieme una, per gli stessi motivi, e in ogni caso costituisce un incentivo all’eliminazione di una precisa forma di autonomia personale.

Per quanto riguardi soltanto un aspetto specifico, quello dell’ascolto di musica, chiunque lo desideri può osservare come questa tendenza si stia verificando in una molteplicità di settori e di forme diverse. Prima fra tutti la libertà di utilizzo del contante, elemento fondamentale di sovranità sulla propria esistenza, e finirà inevitabilmente non con l’eliminazione materiale di qualsiasi autonomia individuale, ma con l’eradicazione stessa del relativo concetto.

L’eliminazione del contante è oltremodo pericolosa, in quanto sarà sostituito da un sistema di efficacia assoluta a fini sanzionatori. La sua stessa esistenza permetterà a un ceto politico del tutto asservito a poteri superiori, gli stessi che di fatto lo cooptano  e pongono in essere tutti gli espedienti per renderne immancabile l’elezione, di escogitare qualsiasi norma, anche la più ingiusta o farneticante, con la sicurezza matematica di riscuotere immediatamente la relativa sanzione.

Questo comporta anche, in maniera inevitabile, la messa ai margini di chiunque adotti un atteggiamento ritenuto scorretto, anche solo esprimere un pensiero difforme da quello unico consentito, che sarà sanzionato impedendo le azioni indispensabili alla mera sopravvivenza.

Questo perché appunto la digitalizzazione dei pagamenti è in primo luogo un dispositivo universale di concessione di permessi. Soprattutto nei confronti di tutto quanto finora non ha avuto bisogno di avallo di sorta da parte di chicchessia. Eliminato il contante, anche bere un bicchiere d’acqua potrà essere impedito per mezzo di un impulso comandato da remoto.

A seguito di tutto ciò, e del diffondersi a macchia d’olio della dipendenza dai servizi di somministrazione, in funzione dell’esistenza stessa di questo fenomeno deprecabile e mai deprecato abbastanza, nonché dell’abito mentale che induce, le collezioni discografiche acquisiscono un ulteriore elemento tendente ad accrescere il loro valore.

Questo ovviamente non significa che si debbano o solo abbia un senso spendere le cifre improbabili richieste per i prodotti specializzati per la pulizia degli LP. Ce ne sono infatti diversi tra quelli generici che li sostituiscono in maniera egregia, a costi pari a un decimo e forse meno. .

Alla fin fine, sempre di sapone si tratta.

I più intuitivi sono i liquidi per la pulizia dei vetri, dalle valide proprietà detergenti ma anche formulati in modo da lasciare il minor residuo possibile.

A lungo sono andato avanti con il prodotto a marchio conad, che però negli ultimi tempi è aumentato in maniera significativa. Quindi sono passato al Casabella Vetri, che rispetto all’altro ha una composizione maggiormente saponosa e come tale ha rivelato una maggiore efficacia nella rimozione dello sporco difficile.

Quando si ha a che fare con esso non si deve aver paura di sottoporre il disco a tre o quattro cicli consecutivi di mezzora ciascuno, con acqua riscaldata a 39-40 gradi.

Meglio evitare di salire ulteriormente con la temperatura, per evitare di causare i primi accenni di scioglimento del vinile, che renderebbero il disco inservibile.

A fronte della sua maggior efficacia, il casabella tende a lasciare una maggiore quantità di depositi sulla superficie del disco rispetto al prodotto conad, meno efficace quanto a pulizia ma apprezzabile per la scarsezza di depositi e di conseguenza per la sonorità del disco trattato con esso.

Così, al riascolto, il disco lavato col casabella tende a essere un po’ chiuso e meno dettagliato del desiderabile. Basta però un ciclo di risciacquo con sola acqua demineralizzata per risolvere il problema alla radice. In questo modo l’impegno è maggiore, ma il risultato va oltre quello ottenibile con il conad, anche perché un minimo di residuo lo lascia comunque.

Così facendo ho recuperato tre dischi che avevo dato per spacciati in via definitiva.

I primi due sono “Darwin” del Banco e “Uomo di pezza” delle Orme, entrambi in prima stampa, presi a suo tempo in fiera da un venditore che me li ha ceduti a prezzo stracciato, proprio perché convinto che fossero irrecuperabili nei riguardi del forte crepitio di fondo, malgrado le buone condizioni generali a livello visivo.

Si tratta anche in questo caso di sostituzioni, in quanto le copie che ho acquistato al momento della pubblicazione sono purtroppo andate incontro al loro destino.

Per i dischi menzionati, oltre al prelavaggio ho eseguito un ulteriore passaggio con colla vinilica, altro sistema in cui una pulizia preventiva tende a dare risultati migliori, seguito da alcuni cicli in vasca.

Risultato, dischi completamente recuperati, che quindi hanno avuto anche un salto verso l’alto nel loro valore, anche se ovviamente non li venderò mai e lascerò in caso l’incombenza a chi verrà dopo di me.

Caso ulteriore, la stampa giapponese di “Welcome” dei Santana che ho acquistato di recente. Non ho idea se sia la prima o meno, comunque la copertina con caratteri a rilievo, invece che semplicemente stampati in color oro come avvenuto in genere per le copie successive, dovrebbe deporre a favore della sua anzianità.

Di solito i venditori giapponesi sono piuttosto rigorosi nei confronti della gradazione dei loro LP usati, sia a livello di privati che di rivendite. Malgrado ciò quella copia di “Welcome”, definita come EX e impeccabile a un esame visivo, una volta messa sul giradischi ha prodotto un crepitio ininterrotto e soprattutto d’intensità tale da superare il livello stesso del segnale, anche quando si trova ai livelli maggiori.

Mai visto nulla di simile da una copia giapponese effettivamente proveniente dal Giappone e gradata nel modo che sappiamo.

Anche in questo caso ho ottenuto un disco pienamente recuperato, devo dire con ancora più compiacimento rispetto agli esempi fatti prima, proprio per via delle peggiori condizioni di partenza e senza utilizzo di colla vinilica.

Confesserò di aver finito per pensare, dopo aver verificato in quali condizioni si trovasse la copia giapponese di “Welcome”, che fosse un titolo quasi stregato. Almeno per me, in quanto ne avevo già un’altra copia, sempre presa usata, caratterizzata da una forte ondulazione, tale da impedire la lettura dei solchi esterni della prima facciata.

Invece poi la cosa si è risolta per il meglio, fortunatamente.

Quel disco aveva anche la copertina che odorava fortemente di muffa. Questo problema però non sono riuscito a risolverlo: l’ho trattata più volte con ammoniaca e poi esposta al sole cocente di quest’estate ma l’odore è rimasto lì, pressoché invariato.

Probabilmente ne è impregnata la fibra stessa del cartoncino da cui è composta. Chissà che prima o poi non riesca a trovare un modo di risolvere anche quello.

Mi sembra interessante fare anche un ultimo esempio, quello relativo a “One by one”, del percussionista e polistrumentista giapponese Stomu Yamash’ta.

Si tratta della colonna sonora di un film dedicato alle corse d’auto, la cui qualità sonora ho sempre ritenuto bassa al punto da dissuadermi dall’ascolto, così da lasciarlo sepolto per decenni nella mia raccolta.

In realtà il problema non era dato dalla registrazione o dalla stampa, anche in questo caso una prima italiana, ma dai residui del procedimento di pressaggio per il quale è stato forse utilizzato un distaccante dalle caratteristiche singolarmente perniciose, causa di un degrado che per quanto mi riguarda non ho avuto modo riscontrare in misura anche solo lontanamente paragonabile su nessun altro disco in mio possesso.

Sono pervenuto a questa conclusione proprio a seguito del lavaggio in vasca, dato che il disco ha recuperato le sue reali prerogative. Se non è quello meglio registrato della mia collezione, ora risulta ascoltabile con piacere e con qualità sonora apprezzabile.

Ultimo accorgimento, i dischi lavati, almeno i più importanti, li pongo in una nuova busta interna in polietilene, che non ne graffia la superficie. Cosa pressoché inevitabile con quelle utilizzate fino a un certo punto dalle ineffabili case discografiche, che ti vendevano un prodotto a caro prezzo con incluso quel che avrebbe provveduto a rovinarlo, quantomeno nell’aspetto e sovente anche nell’ascolto.

Dai soliti siti cinesi è possibile acquistare le buste interne a 50 alla volta per 6-7 euro. Dallo scorso  primo luglio tuttavia, il governo italiano ha deciso d’imporre un dazio di tre euro, per ciascun articolo di ogni spedizione, quale che sia l’importo della merce, anche pochi centesimi.

Abbiamo così per la prima volta, in anteprima mondiale grazie alla classe politica di questo paese straordinario, la prima tassa in assoluto che non si contenta di assommare a una percentuale del valore dell’oggetto tassato ma è di fatto un suo multiplo.

D’altronde i cessi d’oro e le ville molteplici nei luoghi più ameni del globo, a Zelenski e ai suoi compagni di merende qualcuno doveva pur pagarli. Con lo zelo che lo contraddistingue, e fa in modo che si regga ancora in sella, qualunque sia il suo colore, da sempre del resto variante priva di significato reale e mera finzione per creduloni in quanto obbedisce a ordini provenienti da più in alto, il governo italiano ha risolto il problema, scaricandolo come sempre sulle sue vittime.

Fatto curioso, quando i dazi li ha applicati Trump, e solo per una percentuale sul valore complessivo delle merci importate, tutto il mondo sedicente democratico, che come tale lo è sempre e comunque con il lato B altrui, ha iniziato a urlare “dalli al vampiro!” e a strapparsi i capelli per i destini dell’economia mondiale il cui crollo era dato per imminente.

Ora invece che il dazio lo si applica per un valore pari o persino di un multiplo del valore dell’oggetto tassato, nessuno fa una piega.

Sul dazio inoltre, è stato specificato, va applicata l’IVA, secondo l’ennesimo esempio di tassa sulla tassa nonché della misura in cui si sia voluto far diventare lo stato il primo nemico dell’individuo.

E ancora non basta, dato che se l’oggetto viene restituito, per difetto di fabbricazione, malfunzionamento, non conformità o altro, il dazio pagato viene perduto.

Nel frattempo, benzina e gasolio sono ben oltre i due euro al litro e continuano a salire, malgrado il prezzo del petrolio sia da tempo tornato a scendere, mentre lo stato osserva compiaciuto e si guarda bene dal compiere qualsiasi intervento concreto. Dato che è tutta IVA in più che incassa, nel suo conflitto d’interessi irrisolvibile.

Sicché il costo vivo della materia prima è ormai solo una frazione delle tasse che vi si applicano e hanno anche l’effetto di aumentare i prezzi al dettaglio, e più di tutti quelli delle derrate indispensabili alla sopravvivenza quotidiana.

Ma naturalmente, e come sempre, sono gl’italiani il solito branco di evasori fiscali.

Credeteci. E soprattutto ripetete a pappagallo, non a oltranza ma proprio come se non ci fosse un domani.

 

 

 

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