Timeo Danaos et dona ferentes.
Virglio, Eneide, libro II verso 4
Nella prima puntata di questo articolo abbiamo cercato di comprendere cosa sia in effetti il cavallo di Troia, al di là del significato attribuitogli comunemente, come riconoscerlo negli aspetti della realtà di oggi, anche per mezzo di esempi pratici, e quali siano le sue implicazioni.
Abbiamo visto inoltre come il CD e l’intero sistema di riproduzione sonora digitale, se osservati sotto un certo punto di vista, somiglino fortemente ad esso, quindi abbiano probabilità non indifferenti di esserlo effettivamente, per mezzo dell’analisi della loro storia e soprattutto dei mezzi smisurati profusi a loro favore. Sempre a livello storico e più ancora in relazione agli investimenti enormi che furono necessari a ideazione, progetto, sviluppo, messa a punto e infine alla sua imposizione sul mercato mondiale, che non senza una serie di problemi avrebbero poi portato al predominio del sistema.
E’ rimasto pressoché incontrastato per almeno un ventennio e poi andato incontro a un parziale declino, causato dal ritorno d’interesse nei confronti dell’analogico che avrebbe dovuto sostituire. Ma attenzione, nell’ambito ristretto della riproduzione sonora.
A livello generale invece, una volta affermatosi, il digitale avrebbe dilagato pressoché dappertutto, non lasciando più un solo aspetto, a qualunque livello, che non sia totalmente assoggettato al suo impiego.
Quindi al suo dominio e più ancora alla forma mentale riduzionista, disumanizzata e refrattaria a tutto quanto mantenga la concretezza del naturale che inevitabilmente va a imporre e peggio a definire come l’unica materialmente praticabile.
La sproporzione rilevata prima ha assunto un’evidenza particolare nei confronti dei profitti che il nuovo sistema di riproduzione avrebbe potuto generare, essendo in quanto tale destinato a quella che abbiamo imparato a osservare per ciò che è, una nicchia della sottonicchia. Anche se in seguito, col maturare del sistema, avrebbe potuto valersi di una diffusione più ampia, per quanto ancora settoriale e di ambito comunque specialistico.
Nella società capitalista nella quale volenti o nolenti ci troviamo, e dovremmo pertanto imparare finalmente a osservare per ciò che è, così da sbarazzarci finalmente della forma più subdola e rovinosa di bispensiero orwelliano, questo non è possibile.
Il capitale conosce soltanto la legge del profitto e per conseguenza tutto ciò che genera ne deve produrre, nella massima quantità possibile.
In caso contrario viene tolto di mezzo al più presto, per evitare che possa causare altro danno.
Da osservare, attenzione, non come perdita secca ma come mancato profitto che un’altra soluzione più redditizia avrebbe prodotto. La differenza è sostanziale, anche per comprendere l’abito mentale di chi opera a certi livelli.
Se quel che non è possibile viene invece tollerato, è assai probabile che il prodotto o sistema che lo determina non serva esclusivamente alla funzione dichiarata o che potrebbe apparire in prima battuta, ma abbia un ruolo più profondo e di ben altro significato.
Tale appunto da rendere conveniente, sempre nell’ottica del capitale e di chi lo detiene e controlla, l’azione svolta in suo favore e conseguenza.
Dopo aver osservato nella puntata precedente una serie di aspetti essenziali per la comprensione dell’intero discorso, ai cui fini la lettura è indispensabile, ci apprestiamo qui a completare il ragionamento.
A partire da quello che è il vero aspetto nodale della codifica binaria, qualora si vogliano estendere le sue funzioni al di là di certi limiti.
L’elemento imprevisto
Nella sua imperfezione congenita, per quanto studi, cerchi di prevedere ogni eventualità e si convinca infine che il suo progetto sia privo di punti deboli, l’essere umano è inevitabilmente condannato ad andare incontro all’imprevisto. La storia di questi anni lo ha spiegato molto bene, per chiunque abbia avuto voglia di starla a sentire, e non sono moltissimi.
Qui troviamo un’ulteriore similitudine tra il mondo della riproduzione sonora e quello reale. Nella prima, più l’impianto è grosso, costoso e complicato e maggiori sono le dimensioni dei problemi da cui è afflitto, nonché più costosi e complessi da risolvere. Dunque, più i progetti che hanno luogo nel secondo sono faraonici e più il loro insuccesso è destinato ad assumere proporzioni clamorose, che non sono solo tali ma col passare del tempo denunciano sempre meglio la loro portata, incalcolabile al momento del loro palesarsi iniziale.
Quel che doveva renderci tutti subordinati al sistema vaccinale, che di per sé è una truffa epocale già in linea di principio, oltreché vergognosa, ha prodotto invece uno scetticismo di massa nei confronti dell’intero sistema farmaceutico e nella pseudo-scienza falsificata della quale proclama il controllo, esercitato immancabilmente e in via esclusiva con il fine capitalistico, che difficilmente avrebbe potuto avere un riscontro maggiore.
Nello stesso tempo chi ha creduto in quell’impostura, e ha il coraggio di osservare ciò che gli accade intorno, sente tremare il terreno sempre più sotto i suoi piedi ogni giorno che passa. Anche se prova a far finta di niente.
Quelli che dovevano morire male invece, divorati da una poltiglia verdastra (cit.) non solo sono sopravvissuti, ma godono di una salute mediamente migliore rispetto agli altri.
Dal 2021 a oggi i cosiddetti “malori improvvisi”, termine cui in precedenza non vi era mai stato bisogno di ricorrere, da parte dei media, sono all’ordine del giorno. Lo stesso vale per i cosiddetti turbo-tumori, prima inesistenti. Da allora lo sforzo primario di tutti i media, allineati e coperti come non mai, è quello di destituire di ogni fondamento l’ipotesi che uno più uno possa fare due. Anche se pian piano diversi istituiti di statistica sparsi per il mondo hanno trovato il coraggio di rendere noti numeri che definire preoccupanti è riduttivo. Nei loro confronti spicca quello ufficiale dello stato italiano, l’ISTAT, acronimo notoriamente significante ISTituto STAtistiche Taroccate, che continua imperterrito a far finta che nulla sia accaduto.
I cosiddetti transumanisti, razza peggiore di psicopatici che il consesso umano abbia mai avuto modo di produrre, lungo la sua storia plurimillenaria, nell’impeto del delirio scientista di cui sono preda si sono convinti che solo con la trasformazione dell’essere umano nell’ibrido con una macchina si potranno infine superare molti elementi da cui è data la sua imperfezione.
Come tali sono convinti che la loro opera sia superiore e più efficace rispetto a quella eseguita dalla Natura e da chi eventualmente l’abbia creata. Nello stesso identico modo in cui il seguace della religione misurista crede ciecamente alla superiorità che attribuisce agli strumenti che adopera e qualcun altro ha costruito, nei confronti dell’udito per come ci è stato donato da Madre Natura.
Ennesimo esempio di come il mondo della riproduzione sonora ricalchi e talvolta anticipi dinamiche, problemi, contraddizioni e testa-coda concettuali della cosiddetta società civile.
Lasciando da parte gli affetti da misuropatia, non è bello infierire su chi soffre di simili problemi di percezione già nei riguardi dello stesso ordine delle cose, in questo i transumanisti dimostrano tutta la loro mancanza di cervello.
Chiunque sia riuscito a mantenere un barlume di materia grigia funzionante all’interno della propria scatola cranica sa perfettamente che la Natura detiene tuttora e con saldezza inalterata un primato nei confronti dell’essere umano e più che mai del suo prodotto, tale da non essere neppure quantificabile.
Questo è reso evidente dal fatto che qualsiasi fenomeno naturale s’inserisce armonicamente in un sistema dalla complessità tale da sfuggire in massima parte alla comprensione umana, entro il quale va ad assolvere a una molteplicità di funzioni.
Il prodotto dell’uomo, viceversa, per un problema che risolve, in via parziale e soprattutto temporanea, di problemi ne causa almeno altri dieci.
Inevitabilmente, allora, il primo aspetto del prodotto con cui ci si prefigge di arrivare al traguardo del transumanesimo, sta nel fatto che nel giro di qualche tempo si scassa.
Ammesso che funzioni già all’inizio, cosa da non dare mai per scontata. L’ibridazione dunque farà in modo che ciascuno pervenga al suo destino finale molto prima e molto peggio rispetto a quanto datoci da Madre Natura con la generosità che la contraddistingue.
Immaginiamo dunque quale sarà il destino degli sventurati che acconsentiranno a fare da cavie per il trasformazionismo farneticante di un branco di scienziati pazzi arrivati all’ultimo stadio della loro follia: un continuo sostituire di parti, per usura, malfunzionamento, resettaggio, aggiornamento, perfezionamento e rinnovamento, tale da non lasciarli in pace un solo giorno della loro vita residua, per la quale nessuno può garantire della sua durata, ma che in ogni caso non sarà mai stata così grama.
Proprio com’è accaduto con il digitale, che lo si sia applicato alla riproduzione sonora o a qualsiasi altra funzione: garantito come perfetto già alla nascita, ma ai cui fini si è reso indispensabile un processo di modifica e perfezionamento a oltranza che non ha lasciato in pace i suoi utilizzatori un solo giorno della sua esistenza.
Senza peraltro che sia mai riuscito a giungere ai suoi scopi: alla riproduzione sonora digitale rimane tuttora precluso non il sopravanzare ma persino l’appaiare l’analogico nel suo rendimento qualitativo, malgrado quest’ultimo utilizzi un sistema che risale nella sua ideazione al 1800.
L’azione del transumanista e di tutto quanto vi si collega, dunque, non riguarda un’ansia di progresso, sviluppo e superamento dei limiti che la Natura nell’imperscrutabilità del suo progetto ha attribuito all’essere umano, ma solo la volontà capitalisticamente ideologizzata di primeggiare nel filone oggi più profittevole in assoluto, al fine di pervenire all’accumulazione di guadagni inauditi e di dimensioni incalcolabili.
Proprio come avvenne nella seconda metà dell’ottocento con le profonde innovazioni tecnologiche che caratterizzarono quel periodo e influirono a tal punto sullo stile di vita dei decenni successivi.
Se poi in conseguenza del delirio tecno-ideologico transumanista ci va di mezzo la vita delle persone, che non sarà mai stato tanto facile controllare a distanza per ogni suo aspetto, non è affare di chi lo professa e in ogni caso sarà tanto di guadagnato. Proprio perché costui appartiene a quella setta che proclama da secoli la necessità di sfoltire drasticamente quello che considera niente altro che parco bestiame umano.
Dunque, anche il transumanesimo potrebbe essere l’ennesimo cavallo di Troia, che solleticando l’ansia di evoluzione e di superamento dei limiti attribuiti all’uomo dalla stessa Natura, serva in realtà a toglierlo di mezzo nel numero più ampio di esemplari, lasciando così campo libero a quei pochi convinti della propria superiorità al punto di avere il diritto esclusivo di godere del pianeta.
Un tempo, quando al concetto di buon senso si era ancora in grado di attribuire un significato, gente simile la si rinchiudeva in manicomio, avendo cura di gettare via la chiave. Oggi la si idolatra e attribuiscono ruoli essenziali ai fini del destino di miliardi di persone e del terreno da queste calpestato.
L’azione catastrofica dei media, di settore o meno. che nell’asservimento agli interessi dominanti hanno il loro unico orizzonte in termini non operativi ma proprio esistenziali, non si è adoperata soltanto all’adesione nei confronti di un sistema, quello a codifica binaria, caratterizzato in forma inscìndibile da una vera e propria instabilità priva di qualsiasi speranza di risoluzione, ma ha prodotto inoltre un analfabetismo di ritorno a danno dell’analogico del quale, a oltre venticinque anni dalll’avvio del recupero di interesse nei suoi confronti, non c’è più stato verso di liberarsi.
Diviene invece più approfondito e dilagante ogni giorno che passa.
Tutto ciò è nell’ordine stesso delle cose, potendo in ogni caso il digitale riprodurre un numero di informazioni finito, quale che sia il suo formato. Questo oltretutto a livello teorico, dato che non si sa a quanto ammontino in effetti le perdite di dati conseguenti alla sua stessa funzionalità.
Possibilmente preso dal furore perfezionistico implicito nella stessa ideologia conseguente al digitale, a suo tempo qualcuno ha provato a mettere sui lettori CD un sistema di segnalazione degli errori. Era una semplice spia rossa, che aveva il compito di accendersi quando il sistema di lettura scovava un errore. Ne era dotato tra gli altri il lettore Cambridge che per primo in assoluto utilizzò un sovracampionamento di fattore 16, per l’epoca avanzatissimo e fece gridare al miracolo.
Lo dovettero togliere di corsa dal mercato, quel lettore, dato che la maledetta spia rimaneva perennemente illuminata. Dopodiché nessuno ha più provato a fare cose del genere. Al posto di quel dispositivo ora c’è il Bit Perfect, astrazione semantica di efficacia impareggiabile innanzitutto nel riempire la bocca.
Quindi come sempre, quale conseguenza diretta e inevitabile, anche nell’azzerare la funzione cerebrale di chiunque la pronunci. Del resto l’esistenza di un qualche residuo di materia grigia è messa in discussione da quella stessa azione, tanto semplice da poter essere eseguita in automatico, con tutto quel che ne consegue.
Oggi quel Cambridge non se lo ricorda più nessuno, ma ammesso e non concesso che il suo sistema di verifica probabilmente rudimentale gli errori fosse capace di scovarli proprio tutti, si può ipotizzare che vadano almeno di pari passo alla densità di dati del formato utilizzato. Anche se è più probabile che al salire di quest’ultima le perdite vadano ad aumentare in misura assai più che proporzionale, per l’inevitabile imperfezione dei dispositivi preposti.
L’analogico viceversa, al pari della Natura entro la quale si esprime, tende di per sé all’infinito.
In conseguenza di tutto quanto abbiamo osservato fin qui, un qualsiasi paragone non può che avvenire sulla base di materiale analogico, a livello di supporto fonografico, con almeno quaranta anni sulle spalle. Figuriamoci come andrebbero le cose se si potesse ricorrere a materiale di produzione attuale, ammesso di poter neutralizzare l’analfabetismo di ritorno che lo ha colpito in seguito al ventennio abbondante di predominio del CD.
Non a caso, nessuno ancora è riuscito a scorgere o solo a ipotizzare il limite ultimo delle informazioni che è in grado di riprodurre.
Questo malgrado la tecnica dell’analogico sia rimasta sostanzialmente ferma a mezzo secolo fa, e anzi, dal momento del ritorno d’interesse nei suoi confronti in poi l’industria abbia fatto del suo meglio per penalizzarlo, come la qualità della maggioranza schiacciante delle stampe di produzione attuale certifica in maniera impietosa.
Figuriamoci allora cosa sarebbe accaduto se l’analogico avesse potuto contare solo su una frazione dello sforzo tecnologico devoluto a favore del digitale.
Sforzo che ha avuto i suoi costi: domandarsi ogni tanto chi li abbia pagati credo non sia un cattivo esercizio.
Anche se nessuno a livello ufficiale ha mai ritenuto fosse il caso di sollevare il problema.
Di qui i due limiti di fondo del digitale, che hanno la medesima origine.
Come la sua storia ci ha insegnato, per sua stessa costituzione il digitale permette di mutare senza troppe difficoltà il formato con cui sono codificate, e dunque organizzate, le informazioni che porta con sé.
Se questo a prima vista e soprattutto a livello teorico può apparire come una sorta di facilitazione per il suo progredire, le implicazioni nel mondo reale comportano in primo luogo l’abbreviamento sempre più esasperato del ciclo vitale del prodotto che utilizza questa tecnica.
Se detto elemento ha avuto da parte dei fabbricanti un’interpretazione volta all’aumento dei profitti, appunto per mezzo di apparecchiature sempre nuove e almeno in apparenza più sofisticate, l’antica saggezza popolare che si è fatto di tutto per far dimenticare spiega che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.
Dunque la risposta del pubblico non è andata secondo le previsioni.
Cosa del resto inevitabile: un ciclo di vita, e quindi di obsoletizzazione, dai ritmi sempre più esasperati, osservato dal lato dell’utilizzatore significa in primo luogo una perdita di valore dell’oggetto acquistato resa inutilmente più precoce. Da questa non può che derivare una minor disponibilità all’acquisto del prodotto, perché nel momento stesso in cui si esce dal negozio con lo scatolone sotto il braccio, sarà già irrimediabilmente sorpassato.
Se le cose stanno in questo modo, allora tanto vale tenere quel che già si ha, nel caso funzioni ancora, dirottando il denaro necessario al nuovo acquisto verso utilizzi probabilmente più proficui o solo maggiormente necessari.
Questo inoltre offre il fianco a un acquirente consapevole, il quale conoscendo la dinamica del mercato, si dirigerà non più verso l’ultimissimo modello ma a quello precedente, sapendo che differenze sostanziali non ce ne sono. Anzi, che il processo di continuo ridimensionamento dei costi produttivi potrebbe andare persino a suo favore, in modo tale da spendere nettamente meno per acquistare un prodotto migliore.
Sfruttare l’obsolescenza anziché subirla, tema che in un altro ambito in cui il digitale ha influito in maniera considerevole, quello della fotografia, sta trovando ampia applicazione.
Non solo, in esso si è compreso che la spinta prodotta dall’industria a un rinnovamento forzato del prodotto proiettato troppo in avanti è causa primaria di crisi, come l’avvento delle macchine mirrorless in sostituzione delle precedenti reflex ha messo in un’evidenza preoccupante.
La stessa dinamica del resto si è avuta nel settore audio, il quale all’avvento del digitale è entrato in uno stato di crisi dalla quale non si è più risollevato, se non al ritorno d’interesse nei confronti dell’analogico, e solo in maniera parziale.
Prassi comune dell’industria è il progressivo svuotamento delle apparecchiature, una serie dopo l’altra, alla ricerca di costi di produzione sempre minori. Viene mascherato per mezzo di numeri di volta in volta più convincenti che però restano tali, quindi destinati a funzionare solo sulle tabelle delle caratteristiche tecniche e nelle cartelline propagandistiche. Utilizzate poi come veline per redigere i testi di pubblicità mascherata definiti di volta in volta come notizia, presentazione, recensione eccetera.
Il motivo di tutto questo non sta nelle necessità legate al lancio del nuovo sistema in sé e per sé, ma d’imporre il digitale a livello globale.
Allo scopo occorre capire che l’oggetto basato sul formato passato di moda, perché troppo leggero, non è inferiore a quello di oggi, dato che gli elementi su cui si fonda la vera qualità sonora sono altri.
Riguardano in primo luogo le modalità realizzative del prodotto, proprio quelle che è dal 1982, anno di presentazione del primo formato standard digitale, che si cerca di far passare in secondo piano. Proprio perché per dare la parvenza di un miglioramento, che non di rado si vorrebbe epocale, basta montare il nuovo chip che riporta numeri più altisonanti.
Si fa passare l’idea che solo per questo sia migliore, quando invece le cose restano inalterate, ad andar bene, o addirittura peggiorano. L’appassionato però è tutto contento perché ha acquistato la macchina allineata allo standard più avanzato, sulla carta, destinato in ogni caso a essere sostituito nel giro di qualche ora.
Proprio a questo è dovuto il martellamento che la stampa di settore ha eseguito nei confronti delle sue vittime paganti. Così, in pratica da sempre, ossia dal giorno zero della riproduzione sonora digitale, agli occhi della maggioranza schiacciante del pubblico ad essa interessato sono innanzitutto il numero di bit del convertitore D/A, e secondariamente tipologia, modello e marchio del suo fabbricante l’elemento decisivo. Insieme naturalmente alla densità del formato, dato che da essa non si può mai prescindere.
Nel mondo reale, invece, tale aspetto è del tutto secondario, essendo l’alimentazione, la sezione di uscita e le scelte realizzative che si adottano di volta in volta i veri aspetti fondamentale per la qualità d’ascolto da digitale.
Questo però non si può dire, a livello ufficiale o solo dei media allineati, dato che se si diffondesse l’idea che la qualità del digitale deriva in primo luogo da elementi prettamente analogici, tutto il castello di carte comunicazionale messo in piedi a favore e in funzione della riproduzione sonora a codifica binaria crollerebbe miseramente.
Eventualità che va ovviamente evitata con qualsiasi mezzo.
Dunque, si continua a battere dove si ritiene di ottenere il risultato con lo sforzo minore, ossia sulle caratteristiche che entrano subito nella testa del consumatore, e prima di lui in quella del recensore, al quale non dispiace di semplificarsi la vita, con la sintesi immediata e già per questo sbagliata del “più è grande e meglio è”.
Ci ritroviamo così al giorno d’oggi in cui ancora non si è riusciti a risolvere il problema di fondo della riproduzione sonora da digitale. Per conseguenza il suo formato originario, 44,1 kHz per 16 bit, è tuttora sfruttabile solo in maniera parziale.
Se non fosse tale, infatti, più nessun miglioramento in termini di qualità sonora potrebbe essere ottenuto nel suo impiego, cosa dalla quale restiamo tuttora ben lontani.
Malgrado ciò, un numero divenuto ormai quasi incalcolabile di formati a densità maggiore di dati si sono succeduti come in una giostra che non accenna mai a fermarsi.
Inevitabile chiedersi, allora: se non siamo riusciti a utilizzare compiutamente il numero di informazioni contenute nel formato d’origine, definite nel frattempo inaccettabilmente limitate, perché mai dovremmo andare alla ricerca di altre, oltretutto in numero tale da essere il risultato di multiple elevazioni a potenza di quello di partenza?
La risposta è se vogliamo semplice, ma dati i presupposti ha poco a che vedere con la qualità di riproduzione. Riguarda molto più aspetti che con essa non hanno nulla a che fare.
I primi tra questi, come sempre, sono i costi: in linea del tutto teorica un numero di informazioni decuplicato o anche più, in condizioni ideali potrebbe permettere di approssimare molto meglio la forma d’onda di partenza, migliorando appunto le prestazioni del sistema.
Dal punto di vista dell’industria andare nella direzione descritta risulta molto più economico rispetto al migliorare in maniera concreta le caratteristiche di fondo delle apparecchiature, così da poter sfruttare in manera più compiuta il numero d’informazioni disponibile in partenza, ossia nell’impiego del formato CD.
Se queste non le si utilizza tutte, una parte di esse non può che andare sprecata, stando a significare che una quantità significativa delle risorse ritenute necessarie allo scopo non è servita a nulla. Aggiungendo altro spreco, che all’utilizzatore finale viene fatto pagare salato.
E’ inevitabile, allora, che più aumenta il numero di informazioni rese disponibili, naturalmente in linea del tutto teorica, e più quello spreco divenga importante. Ma non fa nulla perché a contare davvero non è il risultato ottenuto in concreto: lo sono molto di più la vendibilità del prodotto, la convinzione di chi lo utilizza, l’indotto che il continuo innalzamento a potenza del numero di dati teorici porta con sé e la possibilità di spendere ulteriori parole al riguardo, aggiunendo sempre nuovi mattoni all’opera di consacrazione eseguita a favore di tutto quanto utilizzi una codifica binaria.
E’ da tutto questo che l’industria trae il suo fatturato, non certo dal livello qualitativo che il singolo appassionato riesce a ottenere nella solitudine della sua stanzetta.
In maniera apparentemente paradossale, e come ormai sappiamo bene, questo è anzi controproducente, proprio perché la percezione di un livello qualitativo soggettivamente appagante spegne il desiderio di miglioramento. E, per conseguenza, la disponibilità ad affrontare spese ulteriori.
Molto più efficace, allo scopo, è il continuo prospettare traguardi sempre nuovi alla platea di appassionati, la maggioranza schiacciante dei quali è stata programmata appositamente per abboccare a ogni singola operazione in tal senso.
Il discorso è in sostanza questo: con il CD vi abbiamo dato il formato a 16 bit e 44,1 kHz ed era indubitabilmente già perfetto. Oggi però siamo ben oltre la perfezione, prima con il 24/96 e poi con il 24/192.
E ancora non basta perché siamo ormai alla codifica a 32 e perfino a 64 bit, mentre le frequenze di campionamento stanno a 384 e addirittura a 768 kHz. Ma non ci fermiamo mica qui, checché!
Il buco nell’acqua dell’industria o l’industria dei buchi nell’acqua?
Dalle ceneri di uno tra i buchi nell’acqua più clamorosi nella storia della riproduzione sonora digitale, il SACD che avrebbe dovuto sostituire il CD e invece non gli ha fatto manco il solletico, proviene il formato DSD. E’ stato tale primariamente per via degli effetti postumi della campagna dalla potenza di fuoco inaudita e irripetibile, già per mere questioni economiche, messa in campo per l’affermazione del CD, a pari merito con l’inutilità di gonfiare a tal punto la quantità di dati utilizzati, che ha sancito e reso palese fin dall’inizio.
Tanto è vero che nelle riedizioni di album in SACD, la differenza di gran lunga maggiore all’ascolto era data dal poderoso remastering delle esecuzioni in esse contenute. E’ evidente che se il passaggio al nuovo formato fosse stato davvero dirimente, in termini di qualità sonora, di quel lavoro di pompaggio non vi sarebbe stato bisogno alcuno. Si sarebbe risparmiato tempo, denaro ed evitato di massacrare nel modo in cui si è fatto l’originalità di quelle opere. Se a suo tempo sono state immortalate in un certo modo, probabilmente vi era più di qualche buon motivo.
Partito da un semplice 64, appunto quello utilizzato in origine per i dischi SACD e stante a significare il fattore di moltiplicazione della frequenza di campionamento di 44,1 kHz, è pervenuto ora al 1024 e persino al 2048.
Esiste tra il formato di origine e quelli più “avanzati” una differenza tale da rendere comunque superiore a livello qualitativo la riproduzione per il loro tramite, a prescindere dal mezzo di riproduzione? Ovviamente no, anche per via di un particolare d’importanza primaria del quale tuttavia non si ha considerazione alcuna.
Appunto per via del rumore di fondo sempre più assordante prodotto da propaganda, chiacchiere e discussioni conseguenti al perenne succedersi di formati nuovi la cui caratteristica primaria sta nello spreco sempre crescente dei dati che utilizzano.
Il particolare di cui sopra riguarda il materiale che si ascolta per il tramite di quei formati. In massima parte è stato fissato su supporto, che sia nastro magnetico, disco rigido, banco di memoria o altro, in analogico o anche in digitale nel formato più rudimentale, per poi essere di volta in volta ricampionato in funzione delle esigenze dei formati di densità, e quindi di spreco, sempre maggiore succedutisi fino al giorno d’oggi.
Ma tanto a noi che ci frega dello spreco, a fronte della tranquillità mentale di sapere che si sta ascoltando in digitale con una densità di dati insuperabile, almeno fino a dopodomani?
Peccato che sia una presa in giro.
La teoria del digitale dice in effetti che maggiore è il numero dei campioni prelevati sul segnale da digitalizzare e più efficace è l’approssimazione con cui sarà in seguito possibile ricostruire la forma d’onda di partenza. Inoltre, aumentando il numero dei bit utilizzati per ciascun campione, il livello di segnale associato ad ognuno di essi sarà più simile a quello effettivo del segnale d’origine nel momento in cui il campione è stato prelevato. Sarà minore inoltre la differenza di livello tra un passo di campionamento e l’altro.
Quella stessa teoria, però, dice anche che la differenza tra il livello effettivo del segnale nel momento in cui viene campionato e il più vicino ad esso tra i livelli leciti permessi dal sistema che viene assegnato al campione, causa una distorsione specifica. E’ definita appunto di campionamento e costituisce uno tra i difetti insanabili del sistema.
Una volta prodottasi a causa dell’operazione stessa di campionamento, a sua volta indispensabile per realizzare la codifica in digitale, ogni nuovo campionamento non farà altro che introdurre ulteriori quantità di questa distorsione, le quali non potranno altro che aggiungersi a quella già presente.
Così facendo non si migliora il segnale come si vorrebbe far credere, lo si penalizza ulteriormente.
Non solo, nel momento in cui si va a incrementare la frequenza di campionamento non di un fattore intero ma di uno frazionario, com’è avvenuto passando da 44,1 kHz a 96, 192 e così via, che infatti sono multipli di 48, i problemi aumentano ulteriormente, per via dei decimali, come del resto è intuibile.
Da un campionamento che produce un numero di dati rigorosamente finito, inoltre, non è possibile ricavarne in numero superiore e meno che mai in quantità pari all’elevazione a potenza del numero iniziale.
Questo può sembrare possibile a livello teorico, ma all’atto pratico si avrà solo una ridondanza di dati dello stesso valore, dato che quello e non altro può essere loro attribuito dalla codifica di partenza.
Ciò in sostanza sta a significare che malgrado i giuramenti riguardanti il miglioramento della qualità del segnale digitale conseguente all’impiego dei formati di densità maggiore, in realtà comportano inevitabilmente il peggiorare di uno tra i parametri più influenti sulla fedeltà del segnale digitalizzato rispetto a quello d’origine.
Se una differenza può esservi, riguarda esclusivamente elaborazioni eseguite sul segnale, in fase di sua produzione, remaster eccetera, o di riproduzione.
Il tutto al di là degli eventuali miglioramenti delle macchine, che volendo si sarebbero potuti applicare lo stesso, senza bisogno di attendere il nuovo formato. Tuttavia, dato il suo numero più altisonante, questo è molto meglio comprensibile dalle masse, viceversa dubbiose per la qualità di tutto quanto non sia esprimibile per mezzo del numero – La matematica non è un’opinione, perbacco! – atto peraltro a esprimere esclusivamente valori quantitavi.
Da che mondo è mondo, però, quantità e qualità non si è mai riusciti a metterle d’accordo. Questo per l’appassionato medio che vive nel suo mondo fatato, reduce dal bombardamento durato decenni a base di tabelle e misurazioni che non si sa quale sia più farlocca, non ha importanza alcuna.
In tema di campionamento va anche detto che il DSD oggi tanto di moda è un formato adatto esclusivamente all’archiviazione. Ciò significa che desiderando produrre un album direttamente per quel tramite, ciascuno dei brani dai quali è composto rende obbligatorio registrarlo dal vivo, in studio o sul palco, con tutti gli strumenti che suonano insieme e i problemi irrisolvibili che ne derivano. Primo tra i quali l’impossibilità di apportare correzioni di sorta alle tracce così ottenute.
Questo metodo è divenuto pressoché impossibile da attuare, stanti le tecniche odierne di registrazione in studio e più ancora quelle necessarie all’allestimento del brano per mezzo dei vari contributi strumentali, ciascuno dei quali registrabile su una o più tracce, che prevedono poi l’esecuzione di un vero e proprio assemblaggio a partire dagli elementi appena elencati.
A questo riguardo il DSD non può essere utilizzato. E’ necessario lavorare in PCM e poi, a lavoro completato, lo si passa in DSD, se lo si desidera. Questo comporta un nuovo campionamento e pertanto espone ai problemi descritti in precedenza, riguardanti proprio il degrado inevitabile del segnale sottoposto a più campionamenti successivi.
Jitter
Come se non fosse già più che abbastanza, si aggiunge poi il problema del jitter, riguardo al quale per tanto tempo si è fatto finta di nulla, sfruttando il suo effetto di mascheramento per rendere meno evidenti i difetti del digitale lungo un periodo durato almeno un quindicennio.
Per jitter s’intendono le alterazioni del posizionamento di ogni singolo campione lungo l’asse dei tempi. Malgrado si tratti di quello che molte fonti hanno definito la causa di degrado più distruttivo per la qualità del segnale digitale, ancora oggi è un elemento di mancata comprensione per molti.
In sostanza, si tratta della difficoltà di posizionare ogni singolo campione al momento esatto in cui deve succedersi al precedente e precedere il successivo. Se come nel formato di base del digitale, si prelevano 44.100 campioni al secondo, questo vuol dire che la temporizzazione del sistema deve essere idealmente in grado di posizionare ogni singolo campione con una precisione pari o superiore a 1 secondo diviso 44.100, che equivale a dire 2,267 centimillesimi di secondo e spicci.
Si tratta di un livello di precisione a tal punto esasperato che non solo un livello di jitter più o meno elevato ha conseguenze ben percettibili sulla qualità di riproduzione, ma anche che le possibili cause dello stesso siano innumerevoli e peggio ancora di identificazione e previsione particolarmente difficoltose.
A ogni raddoppio della frequenza di campiomento, ossia passando da 44,1 e poi 48 a 96, 192 e così via, sarebbe necessario raddoppiare ogni volta la precisione di posizionamento del singolo campione sull’asse dei tempi. Sta a significare che se un dato livello di errore è accettabile nella riproduzione del formato CD, non lo è assolutamente più per i formati di densità maggiore. Pertanto sotto questo aspetto ci si troverà ogni volta non solo punto e daccapo e la soluzione del problema diverrà via via più complessa. Fino a diventare impossibile, proprio per i limiti invalicabili del prodotto materialmente realizzabile.
La grande contraddizione
Uno tra gli aspetti su cui Orwell ha battuto maggiormente, nella sua descrizione della realtà distopica che ci stava aspettando al varco, riguarda la riscrittura della storia.
Ripetiamolo ancora una volta: Chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro.
E poi anche: il settore della riproduzione sonora è caratterizzato, e a volte anticipa persino, le stesse logiche, dinamiche e contraddizioni proprie della cosiddetta società civile.
Un esempio plateale lo abbiamo avuto nell’evolversi della riproduzione sonora digitale. La sua introduzione fin troppo prematura ha causato problemi enormi. Era tuttavia indicata temporalmente nella tabella di marcia stabilita colà dove si puote affinché l’affermazione, l’imposizione e infine l’irrevocabilità del digitale a ogni altro livello, insieme all’ideologia antiumana che porta con sé e dalla quale è inscindibile, potessero materializzarsi entro la data stabilita con la giusta, impercettibile progressione. La stessa d’altronde con cui si deve far salire la temperatura dell’acqua nel pentolone entro il quale si cuoce la rana affinché non ne salti fuori.
Quei problemi furono causati innazitutto dalla difficoltà quasi insormontabile nel trattare il numero di dati su cui si basa il formato CD, troppo elevato non in assoluto ma sulla scala di quanto necessario alla riproduzione sonora, per la tecnologia disponibile all’epoca.
Limiti fisiologici del sistema a parte, proprio quello è stato uno tra i motivi primari dei problemi di qualità sonora denunciati da chi non fosse completamente sordo o altrimenti assordato dall’ideologia da cui era dominato, più o meno a propria insaputa, volta a idolatrare la tecnologia e il falso progresso da essa determinato.
Come noto, ma forse ormai ricordato solo da pochi, per quanto vi abbia fatto più volte riferimento, in fase di definizione del formato CD, la cordata Sony-Philips che se n’era incaricata, e se vogliamo ha costituito uno tra i primi esempi di globalizzazione in ambito tecnologico, si accordò inizialmente per un formato a 14 bit. Questo significava che i livelli leciti permessi dal formato fossero non i 65.536 dei 16 bit ma un quarto, 16.334.
E’ da ritenere che quel valore non fosse stato scelto per capriccio, ma proprio in base alle possibilità tecniche dell’epoca.
Poi Sony eseguì lo strappo all’insaputa di tutti e ancor più del suo compagno di cordata. Proprio a ridosso della data d’esordio del nuovo sistema annunciò d’improvviso il suo passaggio al formato a 16 bit.
Passo rispetto al quale, evidentemente, nel corso del periodo precedente aveva dovuto eseguire progettazione, prototipazione e infine produzione in serie dei dispositivi elettronici necessari, operate in gran segreto.
L’alzata d’ingegno non solo cambiò le carte in tavola, ma rovesciò proprio il tavolino, come sempre si tende a fare quando si teme non vi sia modo di pervenire ai risultati ritenuti imprescindibili per mezzo della trattativa. Pertanto causò un danno considerevole per Philips, che di punto in bianco si trovò con le macchine già pronte in magazzino per la distribuzione sui mercati del tutto inservibili.
Se la cavò modificandole, con l’aggiunta di un secondo DAC a 14 bit e l’adozione di un sovracampionamento del segnale di ordine 2, ottenuto come per i successivi attraverso l’aggiunta del necessario numero di zeri al campione, in posizione di LSB, bit meno significativi.
Si disse allora che in quella veste i suoi lettori fossero divenuti sonicamente più efficaci dei “veri” 16 bit di Sony, ma comunque ebbe un grosso danno dall’intera faccenda, per i costi necessari alla modifica e per la puntualità dell’arrivo del suo prodotto nei negozi che ne ebbe un ovvio impedimento.
Da partner che erano, i due marchi divennero nemici acerrimi e tali rimasero per il resto della loro storia. Oggi Sony si è riciclato completamente nel settore della fotografia, che ha provveduto a mandare in crisi anch’esso, per il quale produce corpi macchina e sensori digitali utilizzati da altri fabbricanti. Philips dal gigante che era è ridotto a un marchio di televisori, ferri da stiro e lampadine, prodotti chissà come, dove e da chi, la cui importanza è ormai men che residuale.
Conferma ulteriore che il digitale è soprattutto un sistema di produzione di bolle, che dopo essere pompate a dismisura non possono che andare incontro al destino che per esse è segnato. Ossia lo scoppiare, funzionando così da innesco di crisi destinate a durare anni, colpendo innanzitutto chi ad esse ha dato vita.
Lo certifica del resto anche il crollo finanziario passato alla storia come dot-com e ha preceduto quello della Lehmann Brothers del 2008-2009, a sua volta causa della crisi economica più acuta dopo quella del 1929, se non a pari merito con essa, dalla quale molte economie non sono più risollevate completamente. Anche se ormai non se ne parla più.
Per cancellare quelle della crisi del 1929 ci volle il conflitto bellico di gran lunga più cruento dell’intera storia del Pianeta.
Malgrado ciò si è proseguito imperterriti con gli stessi sistemi, che lo causarono, attribuendovi anzi un’importanza enormemente maggiore. Tanto è vero che ormai non esiste più nulla, su questa terra che possa sfuggire al potere assoluto della finanza. La colpa di tutto venne data invece a quanti tentarono di tagliare le unghie a quel sistema e ai suoi artefici, che vennero doverosamente demonizzati e ancora oggi nell’immaginario comune sono sinonimo di male assoluto.
Ora, al di là delle motivazioni che indussero Sony a quella mossa, mai del tutto chiarite e forse dovute solo al non voler condividere la supremazia di un settore del tutto nuovo che sembrava promettere sfracelli e invece avrebbe conosciuto le difficoltà che sappiamo, con il formato a 16 bit si sarebbe avuta senz’altro una superiorità teorica del formato. Tuttavia, proprio per i limiti tecnologici dell’epoca, è probabile che quello a 14 bit si sarebbe dimostrato più efficace all’atto pratico, quantomeno per i primi tempi.
Nella fase successiva a quella dell’esordio e dell’affermazione del digitale vi è stata poi una corsa a ridurre i dati necessari alla riproduzione per il suo tramite, il che testimonia proprio a favore delle difficoltà indotte dalla tecnica dell’epoca e dei costi da affrontare per risolverli.
Così, per un lungo periodo si ebbe il predominio dell’MP3, e più in generale dei formati digitali compressi con perdita dei dati, che dal momento del loro esordio fino a quello del loro massimo splendore, e poi del tramonto, si pretese che fossero del tutto indistinguibili dal formato CD. Ancora una volta in funzione della perfezione del digitale, sia pure inteso in senso lato.
Allo scopo vi furono apposite campagne di stampa, quasi altrettanto martellanti, volte a destituire di attendibilità ogni posizione volta a indicare l’inevitabilità di una differenza, spesso sostanziale, tra il cosiddetto formato lineare e quello compresso.
Come sempre accade, a quella campagna si ritenne necessario affiancare le realtive parole d’ordine, la più abusata delle quali fu inerente alla “Qualità CD”. Volta appunto a rassicurare che seppure si buttassero via tanti dati da tenerne solo la decima parte, come nel formato MP3 più diffuso per un lungo periodo, quello a 128 k, differenze non ce ne fossero.
Come si ricorderà la diatriba andò avanti per molto tempo, anche se ora sembra dimenticata. Infatti si fa esattamente l’opposto, ossia una moltiplicazione sconsiderata dei dati, senza che vi corrisponda un miglioramento minimamente proporzionale, ma che si dà comunque per indispensabile. Quando appunto fino al giorno prima è stato assicurato che pur buttando via i 9/10 dei dati tipici del 16/44,1 la qualità sonora sarebbe rimasta invariata.
Si vede il marsupio? Diceva il personaggio decerebrato interpretato da Panariello. E i presenti, sopraffatti dalla ripetitività della domanda portata all’ossessione, rispondevano: “Si vede, si vede…”
Oggi, parafrasando, si potrebbe dire: si vede la presa per i fondelli? Ma gli astanti, invece, risponderebbero indignati gridando al sacrilegio, per poi strapparsi i capelli visto l’affronto intollerabile mosso al loro feticcio che sono stati indotti ad adorare come e più di una divinità, quello del progresso tecnologico.
Che sia falsificato da capo a piedi a loro poco importa. L’essenziale è avere qualcosa da idolatrare, per tenere occupata la mente o quel che ne rimane.

Se a un certo punto il destinatario del tutto inizia a mostrare qualche cenno di squilibrio non fa nulla. Si tratta peraltro di una fase inevitabile, nel momento in cui occorre ritenere entrambi veri due concetti rispetto ai quali si è perfettamente consapevoli della loro antitesi, ma nello stesso tempo si è obbligati a negarla, per poi dimenticare subito dopo di averlo fatto.
Ossia ad applicare per l’ennesima volta, il principio del cosiddetto bispensiero orwelliano.
Nulla di strano se a furia di ripetere certi rituali se ne venga travolti.
Tra l’altro, se diventa instabile il destinatario del messaggio proprio a causa della sua contraddittorietà, in quali condizioni potrà mai trovarsi chi lo ha concepito?
Ecco dunque la necessità di riscrivere la storia, ogniqualvolta lo si ritenga opportuno o si riveli necessario, non tanto in funzione delle effettive prerogative tecniche e sonore di un formato o dell’altro, quanto per le questioni commerciali, e quindi di profitto, anche quale origine di predominio, che si presentano di volta in volta.
La credibilità delle fonti lasciamola perdere, che tanto si sa che fine abbia fatto: venduta al miglior offerente.
Ora che le difficoltà tecniche inerenti la gestione di un numero di dati tanto maggiore che in passato sono state superate, è proprio su quello che si spinge l’acceleratore, come sempre in maniera forsennata.
Proprio perché il giorno della trimestrale di cassa si presenta, sempre e comunque, e non c’è verso di rallentare il tempo che manca al suo arrivo.
Formati di densità sempre maggiore si susseguono a cadenza quotidiana, e letteralmente ogni volta si spergiura che finalmente i limiti che rendono quelli di ieri e ier l’altro intollerabilmente sorpassati siano solo un ricordo lontano.
Dunque si è giunti ormai alla vera perfezione, che come tale è data per definitiva, e per nulla al mondo l’appassionato che si rispetti potrebbe rinunciare a un’occasione tanto vantaggiosa che l’industria e l’intero sistema cui fa riferimento gli concedono con tanta generosità.
Salvo il giorno dopo ricominciare da capo con la stessa giostra. Basata sempre sugli stessi argomenti, l’utilizzo dei quali nelle occasioni precedenti sembra sia stato del tutto dimenticato.
A contorno l’immancabile claque si spella le mani dall’entusiasmo e non esita a tacciare d’invidia, di disfattismo, e di essere avversario della tecnica, del progresso, dell’evoluzione umana e quindi dell’umanità stessa, chiunque dimostri non il minimo dello scetticismo, ma solo abbia l’ardire di precisare la vaga impressione di aver sentito già certi discorsi, in seguito ai quali nulla di sostanziale è realmente cambiato.
All’esordio del CD l’analogico venne dato per morto. Poi sarebbe stato dato per morto il CD, in seguito i primi formati a risoluzione elevata come il 24/96, il 24/192 e via così, senza soluzione di continuità lungo l’edizione ennesima del grandioso Tour della Rotatoria.
A differenza di quello che si corre in bicicletta non prevede traguardo alcuno, ma solo un numero di partecipanti il più possibile folto, che con la promessa degl’immancabili destini magnifici e progressivi, non abbiano a capire mai che la parte assegnata loro non differisce granché da quella del criceto che corre sulla sua ruota.
La sola differenza è che la corsa del criceto finisce lì e qualcuno a fine giornata gli dà pure da mangiare. Quella dei suoi assimilati genera invece energia della quale si appropria qualcun altro, ma la sopravvivenza devono pagarsela, a prezzo sempre più caro.
Effetti immutabili, quale che sia il campo di applicazione
La questione dei formati a densità di dati elevata, infine, rassomiglia per certi versi a quella del digitale terrestre televisivo, metodo di diffusione del segnale che ha sostituito anni orsono il precedente, analogico.
Da allora i suoi fruitori, che sono in realtà le sue vittime, non hanno avuto un solo giorno di pace, destino tipico di chiunque utilizzi un qualsiasi dispositivo a codifica binaria, tra switch e controswitch, cambi di frequenze, sparizioni di canali, squadrettature per scarsa qualità del segnale, interruzioni improvvise della ricezione, regolarmente sul più bello.
Questo sempre per via della perfezione del sistema, quando invece l’analogico, se il segnale non era granché produceva rumore di fondo ma bene o male il canale si vedeva e sentiva ancora.
Quando ci fu da far inghiottire il passaggio al digitale, che comportava il cambiare TV o almeno dotarsi di un decoder, cosi che se volevi continuare a vedere qualcosa dovevi spendere comunque del denaro, la promessa fu di una visione perfetta e insieme la disponibilità di centinaia di canali.
Com’è andata lo sappiamo: la visione perfetta è in relazione alla posizione rispetto al ripetitore ancora peggio di prima ed è appannaggio di un numero di spettatori minore, dato che il digitale soffre maggiormente delle zone d’ombra rispetto all’analogico. Quindi necessiterebbe di una rete di ripetitori più fitta che nessuno si sogna di installare.
Viene consigliato invece, nei casi disperati, di passare alla ricezione via satellite, con tutte le spese e le difficoltà che comporta. Dunque il problema viene scaricato sull’utenza, mostrando ancora una volta qual è la vera e più efficace attitudine del digitale, quella di uno scaricabarile di dimensioni planetarie.
Quanto ai canali, si, la numerazione arriva fino a mille e oltre, ma ovviamente non esiste, e neppure può esistere, una produzione di programmi tale da utilizzarli sia pure in modo parziale con un livello di qualità almeno decente. Ecco allora il moltiplicarsi di canali dedicati alle televendite di oggetti taroccati, numeri al lotto, maghi, chiaroveggenti, cuochi da strapazzo e così via.
Lo stesso, ma in peggio, accade con i formati digitali a densità di dati elevata destinati alla riproduzione sonora. Non esistendo una produzione all’origine di materiale appositamente realizzato, li si usa per campionare e ricampionare più volte, con gli effetti di degrado che abbiamo descritto, esecuzioni avvenute in passato.
Al di la del livello qualitativo della produzione musicale odierna, sulla quale in massima parte andrebbe steso un velo, non si vede neppure possibilità di cambiamento, per la quale occorrerebbe innazitutto la fissazione di uno standard.
Tuttavia, se questo avvenisse, s’interromperebbe la corsa al formato sempre più nuovo e sempre più denso, sulla quale l’industria ha puntato tutte le sue carte in mancanza di meglio.
D’altra parte che fa: l’utilizzatore medio è contento di sapere che il suo ascolto si svolge per mezzo del formato più avanzato e questo gli basta. Che non serva a nulla e sia anzi controproducente per tutti i motivi elencati fin qui, non gl’interessa.
Quel che è importante, per lui, è tacitare il pericolo sempre incombente di restare indietro, nella corsa all’ultimo bit. Poi, se più ne usa e peggio il suo impianto suona non ha importanza, dato che non se ne accorge. Proprio perché è stato preventivamente imbottito di pregiudizi e luoghi comuni nonché assordato a colpi di propaganda, quella appartenente alla specie più chiassosa, che come tale nulla lascia dietro di sé, in termini di possibilità di percezione.
Più ancora la perfetta sovrapponibilità dei fenomeni cui dà luogo il digitale nei suoi diversi campi di applicazione, la si è avuta nel campo della fotografia.
In essa il digitale ha per certi versi facilitato le cose, rendendo inutile il procedimento di sviluppo tradizionale e i ritardi da esso causati che rendevano più difficoltosa la progressione didattica ed evolutiva del fotografo.
Lo sviluppo tuttavia non è stato eliminato, ma solo trasferito. Ora è a carico del fotografo stesso che si è trovato a dover imparare nuove tecniche, quelle della cosiddetta post-produzione, e a dotarsi degli strumenti ad essa necessari, computer e schermi, che in quanto tali vanno soggetti alla stessa progressione obsoletizzante esaperata che caratterizza qualsiasi dispositivo operante su codifica digitale.
A onor del vero va detto che la post produzione offre possibilità d’intervento che ai tempi della pellicola erano eseguibili solo con difficoltà enormi.
Lo stesso processo di obsoletizzazione forzata, solo in forma più rapida e pervasiva, ha influito anche su corpi macchina e ottiche, i cui costi sono arrivati a livelli un tempo impensabili. Per il resto abbiamo da un lato che uno tra gli aspetti tenuti in considerazione maggiore dagli utilizzatori esperti è la caratterizzazione analogica che certi corpi macchina e ottiche riescono a infondere ai file che producono, e dall’altro che quanti hanno l’età e l’esperienza necessarie continuano a rimpiangere e a ritenere giustamente inimitabili le vecchie diapositive.
Un aspetto in cui il digitale fotografico è andato in direzione opposta a quello applicato alla riproduzione sonora riguarda il rumore: azzerato in quest’ultima, si è rivelato in breve elemento di penalizzazione maggiore in fotografia, tale da costringere alla scelta di fondo inerente la densità del sensore e quindi del fotogramma, in termini di megapixel, contrapposto al suo ammontare, specie in condizioni di luce scarsa ma spesso anche nelle ombre.
Se si desidera basso rumore si deve optare per corpi con sensori dal numero di megapixel non così elevato, il valore tipico è 24, mentre se si sale è giocoforza accettarne in quantità significativamente maggiori.
Di recente sono apparsi nuovi applicativi di postproduzione particolarmente efficaci proprio nella riduzione del rumore. Obbligano però all’utilizzo di computer molto potenti, specie per quanto riguarda la scheda video, divenuta il fulcro del sistema, che va pensato appositamente per impieghi del genere. I suoi costi sono letteralmente esplosi e possono arrivare a superare quelli di tutto il resto del sistema.
La trappola del digitale
La corsa al formato digitale sempre nuovo per la riproduzione sonora, che fa disperare e nello stesso tempo tranquillizza l’appssionato che riesca a stare al passo con la sua metamorfosi forsennata ha anch’essa un costo, che si tende a non considerare e risiede nella progressione geometrica dei dati necessari all’ascolto.
All’inizio di quest’ennesima e ulteriore corsa per criceti, nessuno si è mai chiesto su quante ruote li si obbliga a correre contemporaneamente, come sempre a pagamento?
E’ tale perché l’elevamento continuo a potenza del numero di dati necessari non comporta alcunché agli effetti pratici, quando con i 700 MB della capienza di un CD si poteva ascoltare musica per appena meno di 80 minuti.
Già quello tra l’altro causò problemi irrisolvibili, infatti rimasti irrisolti, per la qualità dei contenuti immessi in ciascuna uscita discografica che non sfruttasse solo parzialmente la capienza del supporto.
In precedenza gli artisti trovavano difficoltà anche a riempire un LP, la cui durata è in genere di 35-45 minuti sommando entrambe le facciate, se di essi ne andava pubblicato almeno uno l’anno come da prassi.
Figuriamoci cosa poteva accadere con una capienza quasi raddoppiata, mentre la cadenza delle uscite doveva restare la stessa.
Ecco perché il digitale non ha prodotto soltanto la crisi della riproduzione sonora di qualità, ma anche quella della realtà necessaria ad attribuirle un senso, ossia al settore musicale e segnatamente a quello della sua composizione e produzione.
Infine ha prodotto la crisi industriale dei suoi artefici, come osservato poco fa. E’ vero che Sony ha trovato uno sbocco nell’ambito della fotografia, sfruttando e incentivando anche in quel caso il passaggio al digitale, ma ora che ha mandato in malora quasi del tutto anch’essa, dove mai potrà andare a fare i danni che le hanno permesso finora di sopravvivere, visto che da digitalizzare non c’è rimasto più nulla?
Senza musica da ascoltare, infatti, la riproduzione sonora serve a poco, anche se gl’ìmpallinati dello stereo, che della platea del pubblico legato alla riproduzione sonora sono la maggioranza schiacciante, sembra non se ne siano mai accorti.
Tanto quando gli hai dato Dark side of the moon, Wish you were here, un po’ di Dire straits, De André, Diana Krall e poco altro stanno a posto per tutta la vita e oltre.
Il problema di fondo del digitale è lo stesso della scacchiera. La leggenda narra che il suo inventore, quando la presentò al Re che l’apprezzò al punto di volerlo ricompensare, chiese un chicco di grano, o di riso, a seconda delle tradizioni, per la prima casella bianca, due per la seconda e così via, raddoppiando per ognuna delle altre, fino alla sessantaquattresima.
Il re cascò in pieno nella trappola, che per l’appunto è anche quella del digitale, funzionando lo stesso per l’elevazione a potenza di due, e accettò immediatamente, convinto di cavarsela con una manciata di granaglie.
Invece facendo i conti ci si accorse che allo scopo non sarebbe bastata tutta la produzione della Terra allora conosciuta, per coprire i 18 miliardi di miliardi di chicchi che si dovevano pagare.
La riproduzione sonora digitale è gravata dalla stessa progressione, come tutto quanto funzioni a codifica binaria: se ci si spinge oltre un dato limite, il numero di dati necessari va a finire a valori pressoché incalcolabili.
Senza però che si arrivi mai alla perfetta e definitiva identità con il segnale di origine. Permarranno comunque, già in linea teorica, problemi di spezzettamento, errori di campionamento e di allocazione temporale del campione. Nella pratica non potrà che andare peggio.
Già ora, coi formati di densità maggiore, quel che prima bastava per un album doppio non è più sufficiente per un solo brano, se lo si vuole ascoltare per intero. Con quel che sta arrivando, non basterà nemmeno per le prime battute di quel brano e ancor peggio andrà in futuro, se non si pone un limite alla tendenza che prima o poi dovrà arrivare.
Gira in rete la digitalizzazione di un LP degli Smiths eseguita a 64 bit/352 kHz. Il brano di apertura, “Reel around the fountain” della durata di poco meno di sei minuti prende oltre 2 Gigabyte nel formato compresso senza perdite VW.
Ciò significa che riportato in PCM lineare se ne andrebbe allegramente verso i 4,5-5 Giga. Pazzesco.
Fino a oggi l’appassionato ha fatto finta di non accorgersene, avendo l’industria messo a sua disposizione, ovviamente dietro pagamento, dispositivi di riproduzione sempre più veloci, tali appunto da poter processare la mole di dati moltiplicata per la singola unità di tempo, e memorie di massa di capienza sempre maggiore.
Oltre un certo limite il problema della memoria non si pone più per il singolo utilizzatore, essendo questi stato spinto a passivizzarsi rinunciando al possesso, e quindi al controllo, del supporto su cui si trova il materiale da riprodurre.
E’ passato così a farsi somministrare le tracce da remoto dietro abbonamento, giusto lo slogan non possiederai nulla e non sarai mai stato così felice. Il termine ultimo per il completamento dell’operazione si sta avvicinando sempre più, mancando al 2030 per cui è previsto dal WEF circa tre anni e mezzo. Che passano in fretta.
Anche l’industria postasi allo sfruttamento del nuovo filone, tuttavia, si guarda bene dall’adottare formati di densità troppo elevata, dato che la larghezza di banda necessaria alla distribuzione di tutti quei dati si rivelerebbe troppo costosa e di gestione complessa se non proprio insostenibile.
Quindi in sostanza il problema della quantità di memoria necessaria torna a bomba sulle spalle del singolo, chiamato ad attrezzarsi a costi moltiplicati perché il diffondersi dell’IA ha causato l’esplosione della domanda per le memorie di massa e ad accesso casuale.
Il meccanismo allora è lo stesso per cui si è deciso di passare al digitale terrestre: non per la maggiore qualità di visione o per il numero di canali enormemente incrementato, che di fatto non serve a nulla, se non allo spreco di energie e risorse utilizzato dalla pletora di canali farlocchi e fantasma che ha invaso le nostre TV, tuttavia efficacissimi per il lavaggio del cervello dello spettatore, ma perché il digitale era necessario per le TV a pagamento, il cui numero nel frattempo è esploso.
Ad esse nessuno sembra capace di rinunciare, anzi di solito ci si abbona a più piattaforme insieme, con l’inevitabile degrado dei canali visibili in chiaro, la pochezza dei cui programmi è di fatto il sistema migliore per spingere le persone a spendere somme non indifferenti per i canali a pagamento, che quanto a degrado non sono da meno.
Attraverso di essi viene eseguita oltretutto una manipolazione a livello concettuale e ideologico più approfondito e pervasivo che mai, concretizzazione ideale del principio più caro alle élite, inerente l’obbligare la vittima a pagare per il trattamento plagiante e distruttivo che la si costringe a subire.
Quanto alla riproduzione sonora, la prospettiva è ormai chiara: se non ci è riuscito in ormai quasi mezzo secolo, trascorso nel succedersi ininterrotto del sovradosaggio a base di nuove iniezioni tecnologiche, è alquanto improbabile che il digitale riesca mai ad approssimare il livello qualitativo dell’analogico messo nelle condizioni di esprimere una parte ragionevolmente completa delle proprie qualità.
E’ lo spezzettamento stesso del segnale, insieme alla sua approssimazione ineludibile, un campione dopo l’altro, che lo impedisce. Insieme naturalmente ai problemi che si hanno quando il numero di dati da trattare nell’unità di tempo eccede un certo limite: per quanto si faccia, e quale che sia il numero di dati utilizzato per ricostruire la forma d’onda originaria, non si arriverà mai alla perfetta corrispondenza con essa.
Mancherà sempre qualcosa, ma nel frattempo il numero di dati da utilizzare sarà esploso a livelli improbabili. Con la conseguente dilapidazione di energia e risorse che il trattamento di una mole di dati simile va ad imporre.
Dal CD alla gabbia digitale
Oggi si stanno realizzando le infrastrutture destinate alla cosiddetta intelligenza artificiale, ennesimo cavallo di Troia necessario alla costruzione della gabbia digitale nella quale tutti stiamo venendo rinchiusi e alla quale tutto lascia intendere che non sarà concessa via di fuga volontaria, ma solo estromissione.
Il controllo esercitato per il suo tramite sarà ferreo: potrà bastare un singolo atto sgradito, anche aver palesato il proprio pensiero per quello che è, se difforme a quello unico prestabilito, per essere messi nelle condizioni di non sopravvivere, non potendo più acquistare, vendere e pagare alcunché, per mezzo della moneta elettronica e della rete di distribuzione a distanza, anch’esse ovviamente digitali, approntate nel frattempo e rese indispensabili.
Questo perché quei sistemi in apparenza bancari e di commercio sono, in realtà, prima di tutto di concessione dell’assenso all’esecuzione della funzione cui sovrintendono. Assenso che ovviamente può essere revocato senza difficoltà alcuna alla prima virgola che per qualsiasi motivo si trovi fuori posto.
Ogni singola azione, dunque, proprio in quanto esercitabile soltanto per mezzo del tramite digitale, sarà subordinata a un permesso, che revocare sarà questione di un istante.
Un livello di sudditanza così non c’era neppure all’epoca dei servi della gleba.
A questo proposito ricordiamo che già ora, nella “civilissima” Inghilterra, un numero consistente di persone è ospite delle patrie galere per aver manifestato in pubblico forme di pensiero non consentito. In particolare in tema di immigrazione e comportamento degli individui che si sono introdotti artificiosamente sul suolo europeo e si è fatto in modo che tra breve divengano maggioranza. Lo stesso accade in Germania e con ogni probabilità sarà esteso presto al resto nelle nazioni europee.
O forse lo è già.

Sul Vecchio Continente d’altronde la presa del globalismo è attualmente la più forte e gli smacchi che ha subito di recente lo hanno indotto ad arroccarsi ancor più. Il consenso che riscuote a livello generale tra la popolazione autoctona è quello che è ma non ha importanza, stanti l’adesione delle classi dirigenti corrotte e ricattate ai suoi programmi distopici e il supporto dei media allineati, che sono tali proprio perché tutti a sua disposizione, nessuno escluso.
Ebay, Amazon, Paypal e Googlepay, solo per fare qualche esempio, sono i prototipi dell’infrastruttura in via di completamento, che cooperando con i social e le reti telefoniche, in realtà dispositivi di controllo a distanza del comportamento, e possibilmente anche del pensiero, sono i diversi elementi della gabbia digitale oggi sul punto di essere avviata al pieno delle sue funzioni.
L’ultimo tassello aggiunto alla costruzione riguarda lo spiare indiscriminato di quanto avviene nel telefono di ciascuno di noi, già rifiutato due volte dal Parlamento Europeo e ora fatto passare con un sotterfugio procedurale, mettendo ai voti non l’approvazione ma il rigetto del provvedimento, sicché la maggioranza dei contrari non è stata sufficiente. La votazione è avvenuta l’ultimo giorno utile prima della chiusura estiva, contando sulle numerose assenze dei parlamentari.
Prassi che nel provincialismo tipico dell’italiota medio e nella falsità del sistema mediatico in cui si abbevera è stata definita finora come tipica delle nostre assemblee istituzionali. Come vediamo invece, è adottata alla bisogna e con metodi ancor più drastici nei consessi dove è usuale puntare il dito contro il nostro popolo.
Si dirà “non ho nulla da nascondere”: probabilmente vero, ma a maggior ragione perché essere obbligati a sottostare a un’azione di spionaggio tanto invasiva e indiscriminata oltre ad accettare di essere messi sullo stesso piano di un delinquente incallito, se anche per quella categoria di individui era finora necessaria, doverosamente, l’autorizzazione del giudice?
Anche chi non ha nulla da nascondere, in ogni caso, difficilmente farebbe entrare nella propria casa un qualsiasi sconosciuto e lasciarlo frugare dentro ogni cassetto e ripostiglio. Più di tutti gli altri, il vero problema sta nell’essere posti alla completa mercé di un sistema che proprio in questo frangente ha dimostrato di essere capace di decidere, cambiare e persino capovolgere unilateralmente e da un giorno all’altro cosa è permesso e cosa non lo è. Dunque chi è in regola e chi no, e peggio ancora più deciso che mai, come spiega la cronologia di questa ratifica, ad assumere i tratti di un egualitarismo demenziale consistente nel trattare tutti indistintamente come delinquenti potenziali.
Per cosa, poi: fare in modo che alle persone non sia possibile esprimere il proprio pensiero. In primo luogo nei confronti di un’istituzione a tal punto compromessa in termini di di mancanza di democrazia e di corruzione, rispetto alla quale la vicenda degli SMS della Von Der Leyen è solo la punta dell’iceberg.
Su quelli vige tuttora un divieto ferreo di indagine.
Così facendo, oltretutto, non si fa che palesare ancor meglio la realtà, ma evidentemente non importa: l’esigenza di arroccarsi, appunto conseguente alle sberle che il globalismo ha subito negli ultimi mesi, spinge come sempre a procedere come carri armati, andando a travolgere tutto quanto si trova lungo la propria strada. Scelta che porta prima o poi a infrangersi tanto più fragorosamente contro l’ostacolo più duro del previsto, del quale non si era calcolata l’esistenza ma che prima o poi è destinato a presentarsi.

L’atto di legalizzazione dello spionaggio indiscriminato viola una lunga serie di articoli della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite e della Carta dei diritti fondamentali dell’UE, ma non fa nulla, proprio come non siano mai esistiti.
Carta straccia, esattamente come la nostra Costituzione.
Prendiamone atto, una volta e per tutte.
Per renderle tali basta procurarsi l’emergenza giusta, che oggi è questione di un attimo.
Per di più si stabilisce il precedente relativo al discrimine tra comuni individui e chi invece pretenderebbe di trovarsi al di sopra di essi, come dai noti accordi della Von Der Leyen con l’industria farmaceutica a mezzo di SMS che poi ha provveduto a cancellare.

Quanto al controllo del pensiero, Meta ha appena presentato Brain2Qwerty v2, sistema capace di convertire segnali cerebrali in testo senza impianti nel cranio. Funziona per mezzo di rilevazioni esterne dell’attività cerebrale mentre una persona produce linguaggio.
Dunque i chip da impiantare, fino a ieri novità assoluta, oggi sono già in obsolescenza, appunto in conseguenza delle condizioni instaurate dal digitale.
Lo scopo dichiarato è come sempre filantropico, ossia aiutare pazienti paralizzati, persone non comunicanti o impossibilitate a parlare e scrivere, ma sul piano funzionale il potenziale di controllo è ben concreto.
Questo riguarda solo ciò che si è deciso sia portato a conoscenza del pubblico: sarebbe interessante sapere anche riguardo a ciò che non lo si ritiene ancora opportuno.
Ci dicono che serva a far scrivere monchi e tetraplegici, ma quel che funziona in un senso, di solito lo fa anche nella direzione opposta.
Nello stesso tempo, il digitale è efficacissmo come strumento di censura, come il cosiddetto shadowbanning. Basta semplicemente rendere i tuoi contributi invisibili alla massima quantità di persone, senza peraltro che vi sia bisogno di dichiararlo. Non ne ha colpa nessuno, secondo i soliti noti, perché sono i sistemi di filtraggio a fare tutto il lavoro, ovviamente in base alle istruzioni che gli sono impartite.
Non credo vi sia bisogno di menzionare quali siano i parametri su cui operano. Stai tranquillo che più è idiota e per decerebrati il tuo messaggio e più sarà reso visibile, così da far funzionare quel sistema anche come abbrutitore di massa.
Comunque sia, ai sistemi di profilazione siamo portati, sempre un po’ alla volta e senza accorgercene, a fornire i nostri dati biometrici sui quali il sistema andrà a funzionare.
Le istituzioni, e segnatamente i comuni, cooperano anch’essi, installando reti di telecamere di controllo sempre più capillari con la scusa della sicurezza, quella che le stesse istituzioni hanno provveduto coscienziosamente a minare, introducendo quantità storicamente inaudite di clandestini col pretesto dell’accoglienza, col ricatto dell’accusa di razzismo per gli oppositori e attraverso le guerre che gli stessi Stati hanno provveduto a causare, secondo un’applicazione paradigmatica dello schema tipico: problema, reazione, soluzione.
Doverosamente preceduto dalla logistica inerente la tratta degli esseri umani. Un tempo serviva per gli schiavi, oggi per la disarticolazione della società civile residente in Europa, obiettivo ultimo della guerra di religione plurisecolare della quale ci stiamo avvicinando all’epilogo.
Il tutto da controllarsi per mezzo dell’AI ovviamente, a sua volta conseguenza dell’aver lasciato dilagare il digitale su ogni funzione umanamente concepibile. Al riguardo sono già operativi sistemi di analisi predittiva del crimine. La stampa allineata, malgrado l’ipocrisia che la caratterizza, si è già trovata costretta a definirli “parzialmente lacunosi”.
Tradotto in termini del mondo reale vuol dire che non la beccano mai, nemmeno per sbaglio. Ma le istituzioni, anche per motivi tutti loro inerenti la criminalizzazione di massa, e dunque il maggior controllo che ne deriva, vi attribuiscono invece attendibilità oracolare.
Di questa prospettiva Frank Zappa parlò a fine anni 70, nelle note di copertina di “Joe’s Garage”, proprio in quanto elemento d’ispirazione per la storia raccontata in quell’album.
Si provi a immaginare cosa potrebbe significare trovarsene invischiati. Con ogni probabilità si verrà accusati delle colpe peggiori ma quando e se si riusciranno a produrre le prove della propria innocenza saranno rifiutate. Proprio perché “lo ha detto l’IA”.
Inutile chiedersi su quali parametri si basi, la previsione eseguiti da quei dispositivi, e come doversi comportare per non incappare nelle loro maglie.
Libertà di pensiero e di parola, oltre alla privacy, che fine fanno? Saranno inevitabilmente tolti di mezzo per la superiorità dei fini di sicurezza assoluta, del tutto pretestuosi, che è doveroso perseguire: Ubi maior, minor cessat.
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Le conseguenze dell’applicazione della cosiddetta IA le stiamo imparando giorno per giorno. Anche e soprattutto nei settori caratterizzati dal tasso maggiore di tecnologia.
Esempio tipico, quello della Formula 1, dove fior di tecnici strapagati brancolano nel buio mentre cercano di spiegare le differenze di prestazioni tra le auto della stessa squadra.
Il pilota della Mercedes George Russell, commentando le qualifiche del GP del Belgio, ha affermato di avere un problema inspiegabile anche per la sua squadra, che gli ha fatto perdere addirittura quattro decimi dal compagno di squadra, solo sui rettilinei.
I tecnici della casa tedesca, non sapendo cosa fare, hanno cominciato ad andare per esclusione, sostituendo pezzi uno dopo l’altro, nella speranza di trovare così l’origine del problema.
Proprio come farebbe l’ultimo dei meccanici dell’officina dietro casa quando non sa più che pesci prendere, mostrando nella sua concretezza un aspetto dominante delle capacità del digitale, quando portato alle sue conseguenze estreme, che si pretende sia induttore di progressi fantascientifici ma che nei fatti denota l’efficacia più spiccata nell’indurre regressione.
Andrea Stella capotecnico della Mc Laren, ha riscontrato la stessa cosa per le sue macchine: quella di Piastri perde tempo sui rettilinei e a Blanchimont per motivi che non hanno a che fare con la guida dei piloti.

Tornando alle questioni più legate alla vita di tutti i giorni, la cosa più desolante, che mostra nella sua realtà la portata distopica inaudita dei tempi che ci troviamo a vivere, è che non si sa cosa sia peggio tra il trovarsi chiusi nella gabbia digitale, controllati in tutto e per tutto nonché frugati anche nel pensiero più recondito, o sfuggire a essa ed esserne posti al di fuori. Da cui emarginazione, totale, con modalità di possibile sopravvivenza per ora ignote, ad avvenuta espulsione dal sistema, che per una fascia di individui sempre più ampia sarà inevitabile.
Proprio in quanto il fine ultimo delle élite è il drastico sfoltimento della popolazione umana, come del resto vanno dichiarando con ogni mezzo e su ogni supporto, a iniziare da quello cartaceo, da qualche secolo almeno.
La scusa è che “mancano le risooorseh!” Allora perché almeno da altrettanto tempo ne fanno uno spreco tanto esasperato, come messo in evidenza plateale dalla delocalizzazione industriale avvenuta negli ultimi decenni, quale elemento centrale della globalizzazione?
Perché a loro conveniva, rendendo possibile comperare e fabbricare a 1 in Cina, Vietnam, Birmania e simili per poi rivendere a 1000 e più sui mercati occidentali, accumulando profitti enormi dai quali derivano forme di potere sempre meno contrastabili e il suo esercizio, eseguito nei modi che vediamo.
Una massa abnorme di precarizzati, disoccupati e di persone cui è stato scippato il futuro è inoltre molto meglio ricattabile di una che possa contare su una stabilità ragionevole in termini lavorativi, economici ed esistenziali.
Già oggi i data center in attività consumano quantità di risorse enormi, con alcuni di essi che ne assorbono in misura maggiore a quella di interi Stati, insieme a tutta la loro popolazione e le loro attività, in una nuova esemplificazione definitiva della trappola del digitale.
I cinque in costruzione a Milano e dintorni consumeranno energia come tutti gli abitanti della città di Bologna.

Nello stesso tempo si criminalizza chi è costretto a utilizzare l’auto per il lavoro e i suoi spostamenti o il semplice possessore di una stufa a legna, con l’accusa di essere degli inquinatori incalliti, causa della distruzione del pianeta.
Il bello è che una massa numericamente significativa crede ciecamente a questa panzana, convinta che spostandosi a piedi o in bicicletta e nutrendosi di insetti sarà possibile salvare il pianeta.
Fosse anche vero, per farne cosa verrebbe da domandarsi, stanti i presupposti.
Nel frattempo le élite viaggiano senza posa su jet privati anche solo per pranzare in un ristorante alla moda che si trova all’altro capo del mondo: non a caso il numero di quegli aerei e delle loro ore di volo sono anch’essi in espansione perenne. Proprio come i dati ritenuti irrinunciabili per una riproduzione sonora decente in codifica digitale.
Quelle élite si sono arricchite facendo viaggiare inutilmente da un estremo all’altro della terra merci producibili sul posto, così disoccupando, affamando e devastando senza posa, col fine di riservare a sé stesse i lussi più sfrenati, ritenendosi per questo “i prediletti del Signore”. Lussi che il comune mortale parte del 99,999% della popolazione del pianeta non si vede solo negare, ma non riesce proprio a immaginare.
Inutile ricordare, ma rimane comunque istruttivo, che tutte le sinistre di questa terra e susseguitesi nella storia si adoperano da sempre per materializzare questa ideologia e renderla priva di alternative, malgrado i loro proclami basati sull’indole parolaia connaturata in tutti i loro membri d’apparato e aspiranti tali. A tale scopo hanno contribuito con ogni mezzo, primi fra tutti quelli del falso, dell’inganno e della distruzione materiale.

Il comune di Roma ha tagliato 30 mila alberi secolari, secondo le sue stesse dichiarazioni. Il che sta a significare che probabilmente sono molti di più, a dimostrazione del reale significato dell’ambientalismo del quale finge di ergersi a paladino, con iniziative che usa anche per spingere il travestitismo, come grimaldello per scardinare l’istituto della famiglia alla base di una società civile minimamente sana.
In occasioni del genere i sindaci non mancano mai di vestire la fascia tricolore, simbolo con cui coinvolgono lo Stato stesso nelle loro battaglie per la cancellazione del buonsenso e delle possibilità di sopravvivenza.
Da un lato si abbattono gli alberi di Roma, che sono uno tra i simboli della città, mentre nello stesso tempo ci si proclama avversari del riscaldamento che si contribuisce a sospingere realizzando isole di calore sempre più vaste e atte a innalzarlo tutt’intorno. Possibile mai che nessuno si chieda come certi personaggi possano giungere a tali vette di contraddizione e doppiezza?
Lo fanno di propria sponte oppure istruiti al riguardo? E nel caso, da chi? Disporranno o no di un qualche controllo rispetto alle proprie azioni?
Osservando l’espressione tipica di Gualtieri, il quale si è segnalato a suo tempo per aver firmato senza averne mandato il sottomettersi dell’Italia al MES, il dubbio è inevitabile e privo di risposta.
Coi suoi tagli indiscriminati ha distrutto un patrimonio della comunità, fonte essenziale di ossigeno, abbattimento della Co2 che si proclama schizofrenicamente di voler cancellare a ogni costo, oltreché di frescura, bellezza e sollevazione dello spirito, per lasciare alle sue spalle vuoto, squallore e abbrutimento.
Sarebbe interessante sapere che fine abbia fatto tutta quella legna, se sia stata bruciata, venduta, a chi, a che prezzo e con quale procedura, oppure lasciata andare in malora.

Il Comune proclama di aver sostituito quelle piante monumentali con un numero doppio di esemplari. Ammesso che sia vero, il che appare oltremodo improbabile per il semplice motivo che lo stesso vorrebbe far credere non vi sia differenza tra i frondosi alberi secolari che ha abbattuto e i fuscelli che ha messo al loro posto, le nuove piante sono come tali destinate in massima parte ad ammalarsi, morire o spezzarsi subito dopo la messa a dimora.
Governo, Ministero dell’Ambiente, Corte dei Conti e la stessa Presidenza della Repubblica tacciono. O forse erano solo momentaneamente appisolati, ma se dici che il bipolarismo porta inevitabilmente a due fazioni indistinguibili che si reggono il gioco al massacro l’una con l’altra, e il sacco a chi spolpa il nostro paese a oltranza, probabilmente rispondendo a interessi che nulla hanno a che vedere con quelli della comunità sei un disfattista cui ascrivere il reato di vilipendio.
L’ultima prodezza di Gualtieri e della banda di cui è a capo riguarda il taglio dei lecci secolari intorno a Castel S. Angelo, ancora una volta nella perfetta impassibilità delle istituzioni di qualsiasi tipo e quel che è peggio, di una popolazione resa ormai del tutto inerte.

Il riscaldamento globale, dunque, è effettivamente opera dell’uomo. Non di chi va a lavorare con la Panda come vorrebbe la stampa allineata, maestra di menzogna e di demagogia, ma dello psicopatico all’ultimo stadio della corruzione messo ai vertici della società.
Come questa vicenda palesa, viene posizionato dove le leve disponibili sono di più e più efficaci, affinché agisca per far sembrare reali le previsioni o le prese di posizione più inverosimili di una pseudo-scienza almeno altrettanto corrotta.
A votarlo c’è sempre pronto uno zoccolo duro che si presta col massimo entusiasmo, convinto di compiere opera meritoria perché altrimenti ci sarebbe il fascismoh! 😱
Come appare evidente, la delinquenza peggiore è ormai appannaggio esclusivo delle stesse istituzioni che dicono di combattere una lotta senza quartiere per eliminarla. Come tale è destinata non a restare impunita ma a dilagare.
Per la cronaca, e per malaugurata disdetta della narrazione corrente, allestita a uso e consumo della tranquillità mentale del progressista accecato dalla sua stessa ideologia bacata, messa a punto proprio da chi voleva arrivare ai risultati oggi a tal punto evidenti, durante il ventennio furono messi a dimora diversi milioni di piante lungo tutta la penisola. Questo, evidentemente, a soli fini di raffronto con un periodo, riguardo al quale chi lo desidera può trovare una fonte interessante di analisi economica qui.
Dalla lettura del documento appare evidente come sia la logica stessa del capitalismo, del quale nel medio termine che lo si voglia o meno è stato il fascismo a dimostrarsi storicamente l’antagonista più determinato, a indurre distruzione a livello sistematico.
Il capitalismo infatti, riconoscendo esclusivamente la legge del profitto, tende ad essa proprio perché è da li che si estrae la quantità di risorse di gran lunga maggiore rispetto al costruire, con mezzi, fatiche e soprattutto impegno mentale di gran lunga minori. Comporta inoltre, e soprattutto, a saperla sfruttare, opportunità di predominio non ottenibili altrimenti.
Inoltrandosi in quel documento viene spontaneo un raffronto con la realtà attuale che fa salire le lacrime agli occhi, per lo scempio eseguito sul corpo esanime di quello che un tempo fu il Bel Paese, da quanti hanno giurato di adoperarsi a suo favore e come tali meriterebbero la Corte Marziale.
Ammesso che anche quella non sua stata infiltrata.
Difficile dunque trovare un mezzo migliore per riepilogare in breve le differenze rispetto ad allora e sottolineare la valenza concreta di quel che c’è oggi. Appare inverosimile come esista ancora oggi una quota rilevante della popolazione che malgrado tutto insiste a conferire la preferenza a quanti la utilizzano sistematicamente a fine di vera e propra devastazione della stessa terra su cui vivono, per una poltrona e un po’ di denaro.
Su mandato di chi poco importa, essendo il risultato quello che conta.
Lo Stato americano del Nevada è tra i primi che si sono dovuti confrontare con i problemi di suddivisione dell’energia, diventando un vero e proprio simbolo di questo meccanismo infernale. I data center non solo consumano quantità enormi di energia ma ne sprecano in grandissima parte, producendo così quantità ancora maggiori di calore, simbolo della vera e propria dilapidazione energetica che eseguono, ancora una volta di proporzioni storicamente inaudite.
Quindi abbisognano anche di quantità di acqua enormi per il raffreddamento dei macchinari che utilizzano, i quali altrimenti fonderebbero con la conseguente dispersione di materiale dalle capacità inquinanti semplicemente impareggiabili.
Il Nevada ha risolto il problema staccando la spina a quarantanovemila famiglie, in quanto un gruppo di server nel deserto, debitamente gestito da una pseudo-intelligenza artificiale, deve decidere in millisecondi se il gattino che balla su TikTok abbia bisogno del filtro seppia o di quello vintage. Togliendo energia ad un congelatore e più ancora a un dispositivo medico per il matenimento in vita di uno o più malati.
La nonna col respiratore? Problema suo, può aspettare e se si toglie di mezzo è anche meglio, giusti i programmi di depopolazione che colà dove si puote s’intende come sempre rispettare allla lettera e al minuto secondo.
La cosa più straordinaria è che qualcuno l’aveva detto anni fa, che l’intelligenza artificiale avrebbe inghiottito energia come se non ci fosse un domani.
E’ bastato tirare fuori la risposta automatica, servita opportunamente alle masse depensanti, dandogli del complottista.
Il bravo cittadino sieda al buio e sia grato, poiché l’intelligenza artificiale da qualche parte sta lavorando sodo anche per lui.
Se già per fesserie simili i livelli di assorbimento sono quelli descritti, cosa accadrà nel momento in cui si dovrà rendere operante a tutti gli effetti la gabbia digitale adibita al controllo forse non dell’intera popolazione umana, ma quantomeno quella che risiede in occidente, secondo una suddivisione non dissimile da quella che Orwell aveva tracciato, tra gli appartenenti al Partito e i prolet?
Al momento attuale solo questo sembra essere l’ostacolo capace di fermare il programma, non certo l’opposizione delle masse, che allo scopo basterà rincretinire ulteriormente coi metodi ormai sperimentati e con gli altri che di sicuro verranno.
Tecnologia disumanizzante
Proprio per le sue modalità funzionali, il digitale abitua la mente di chiunque se ne lasci attrarre in via superiore rispetto allo stretto indispensabile ad accettare il fittizio e a prenderlo per vero.
E’ conseguenza implicita della stessa azione riduzionista e di decostruzione imprescindibile per portare tutto a una mera sequenza di uni e di zeri. Per quel tramite si perviene con la maggiore rapidità, dunque senza accorgersene, al punto di non essere più in grado di distinguere la differenza irrecuperabile che esiste tra la concretezza del mondo reale e l’artificiosità della codifica binaria, che si pretende sia una replica in tutto e per tutto sovrapponibile e indistinguibile dal vero.
Questo in funzione dell’ideologia volta all’idolatria della perfezione falsificata che si è voluta attribuire al digitale, fin dal giorno uno della sua esistenza.
Peggio ancora, quel meccanismo comporta l’essere soggiogati da una forma di materialismo a tal punto sfrenata da non avere più possibilità di paragone alcuna anche con le forme più oltranziste del materialismo storico fino ad ora conosciute.
In realtà le cose stanno in modo ancora peggiore di quanto si creda. Per ora siamo abituati a pensare che intelligenza artificiale e data center tolgano energia e acqua per gli usi consueti.
In realtà il concetto vigente, in certi ambienti, è esattamente opposto: è il consumo umano che sottrae energia e acqua ai data center, come ha avuto modo di dichiarare in pubblico Jeff Bezos, noto inventore e gestore del metodo di applicazione più efficace e moderno oggi conosciuto dello schiavismo.

Lo dico sempre che i tecnocrati e i loro fedeli sono una manica di zucconi dissociati: se per far funzionare il sistema di controllo totale e definitivo sei costretto a eliminare i controllati, a cosa ti potrà servire, altro che a far soldi che non potrai mai spendere?
Si arriva così a negare ogni forma di vita conosciuta e quindi chi è vittima dell’allucinazione totale e definitiva da digitale è pervaso da un’assenza di umanità semplicemente inconcepibile per il comune mortale.
Proprio come le élite tecnocratiche oggi cooptate ai vertici del potere usano mettere in mostra con evidente sussiego.
A questo riguardo i file Epstein costituiscono una riprova inattaccabile. La disumanità e le azioni che porta a compiere è anzi utilizzata come prova d’esame ai fini della cooptazione nelle cerchie più esclusive, prima ancora che come mezzo di ricatto.
Questo è lo scenario cui la riproduzione sonora digitale e il CD hanno tutte le probabilità di aver fatto da cavallo di Troia, con la partecipazione amichevole e disinteressata della somministrazione di tracce audio da remoto. La cosiddetta musica liquida, che altro non è da un tassello essenziale per l’edificazione del “Non avrai nulla e non sarai mai stato così felice” e quindi della gabbia digitale totalizzante e totalitaria cui è propedeutica.
“E quando, con l’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità.
Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande che ad ogni vostro “Eureka!” rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale.”
Berthold Brecht
…
E ora, comica finale
Buonasera Claudio,difficile aggiungere altro al tuo articolo e al precedente,se non scrivere che mi trovi in sintonia con la tua analisi che come di consetuo va ben oltre gli aspetti che competono al settore hi-fi.
Il digitale ormai è una bolla che ci contiene in ogni momento della vita quotidiana e la maggior parte delle persone è felice(la felicità è cosa diversa)di avere tutta questa connessione che niente a che vedere con quella fisica,materiale e con gli altri esseri umani.
Tutto più bello,semplice e veloce con tanto spazio guadagnato,vedi ingombri del materiale stampato sia vinile che cd.
Musica in streaming o liquida che ogni tanto sparisce dalle piattaforme a loro piacimento-
Ormai ci stanno abituando/costringendo ad avere tutto a noleggio,cosa serve la proprietà,solo un problema,meglio un canone…paghi per non avere niente di tuo,domani non puoi pagare la rate o l’abbonamento e zac…
Il credito sociale in Cina dovrebbe farci riflettere.
Vabbè…nemmeno io sono fuori da questa bolla purtroppo.
Scusa le quattro righe,forse sconclusionate e di fretta.
Saluti.
Alessandro.
Ciao Alessandro e grazie del commento, che trovo tuttaltro che sconclusionato.
Di aspetti da toccare ce ne sarebbero molti ma mi limito a uno soltanto.
Riguarda l’impiego della parola riflettere, il cui uso non solo è decaduto ma sempre più si fa fatica ad attribuirle un significato.
D’altronde tempo per certe cose non ce n’è più o meglio non ce ne viene lasciato, presi come siamo da un vortice continuo di stimoli, dei quali subiamo il bombardamento ininterrotto ormai da parecchio.
Immagino del resto che se lo si potesse ancora fare sarebbero guai, innanzitutto proprio per questo modo di vivere senza capo né coda, figlio dell’eterno presente in cui siamo precipitati, al quale ho fatto riferimento una volta di più nell’apertura della prima puntata di quest’articolo.
Se ci esistesse una qualche capacità di riflettere, tanti passaggi chiave che ci hanno portato alla realtà attuale non sarebbero mai potuti avvenire, con tutto quel che ne sarebbe derivato.
Dunque oggi si vive e agisce per impulsi, in massima parte esterni e fatti apposta per indurre le reazioni desiderate, in funzione delle quali quegli stessi impulsi sono ponderati e calibrati con l’attenzione più estrema e probabilmente per finalità che non riusciamo neppure a immaginare.
In condizioni simili, il possesso materiale di un qualsiasi oggetto contribuirebbe a che ciascun individuo possa definore e acquisire un’immagine di sé che è quanto di meno desiderabile, se lo scopo è il controllo della popolazione e l’uniformizzazione dei comportamenti che di tale scopo è passaggio inderogabile.
Di qui l’essenzialità delle forme di noleggio e abbonamento, che come tali costiuiscono l’assalto definitvo alla sottrazione delle ricchezze residuali ancora in possessso delle persone comuni.
Ancora una volta la musica sarà uno strumento essenziale per il materializzarsi dell’ennesima nuova frontiera della distopia, così come è stata più volte utilizzata in passato. Ora è la volta della somministrazione da remoto di tracce audio e a valutare dal grande successo che sta ottenendo, basato su un tutto e subito che in realtà e come sempre è il niente, proprio perché nulla di quel che si è pagato resterà nelle proprie mani, come a nulla potrà servire l’impianto di riproduzione una volta che ci si trovi nelle condizioni di non poter pagare l’abbonamento, cosa che prima o poi è destinata ad accadere.
Grazie ancora e alla prossima.