Dall’analogico al digitale, alle memorie di massa

A quasi tre anni di distanza dalla pubblicazione dell’articolo “Convertitori, formati e altre storie dal magico mondo del digitale“, un lettore ha inviato un lungo commento che al di là del suo contenuto mi ha fatto molto piacere.  In primo luogo perché dimostra che i frequentatori di “Il Sito Della Passione Audio” non si limitano ad accedere agli ultimi testi pubblicati ma vanno a curiosare anche nelle pagine più vecchie. Poi perché mi offre l’occasione di puntualizzare nuovamente il mio pensiero al riguardo e per parlare di un argomento che ho rimandato fin troppo a lungo.

Come accade spesso, il commento va a toccare un numero considerevole di elementi di rilievo, che pertanto necessiterebbero di un intero articolo non dico per analizzarli a fondo, ma almeno per essere considerati come meritano.

Leggiamolo innanzitutto: è stato inviato da Michael, che a dire il vero sta aspettando pazientemente per la sua pubblicazione. A lui ho anticipato a suo tempo che gli avrei dedicato un articolo e ogni promessa è debito.

Capito per caso su questo bellissimo blog e la prima cosa che mi pare doverosa, è fare dei sinceri complimenti all’autore. Sono audiofilo a fasi alterne, almeno una volta per lustro mi capita di riscoprire questa mia vecchia passione, nata alla fine degli anni 70 nella taverna di casa dei miei con un bellissimo impianto comperato da mio padre per ascoltare musica classica. Diffusori Ditton 44, ampli Marantz, giradischi Technics… Ogni tanto, dicevo, riscopro l’audiofilia e mi ci tuffo a capofitto ed inevitabilmente mi capita di fare qualche cambiamento sostanziale ad uno dei miei impianti.

Ma veniamo al punto. Ho trovato molto interessante la storia della nascita dei formati digitali per la riproduzione di musica in ambiente domestico o comunque al di fuori dei teatri e delle sale da concerto. E pare proprio che inizialmente l’imposizione del formato digitale non abbia dato praticamente nessun valore aggiunto agli appassionati del ascolto casalingo, se non quello tutto sommato trascurabile di una maggiore compattezza del disco con un conseguente significativo risparmio di spazio sugli scaffali e negli armadi. Avendo vissuto la transizione ed avendo osservato quella che nell’ambito era divenuta una vera e propria guerra di religione fra sostenitori del analogico e sostenitori della novità digitale – guerra peraltro replicata nelle discussioni con amici audiofili od anche solo con semplici appassionati di musica -, la sensazione di una forzatura di tipo prettamente commerciale l’ho percepita in modo netto pure io.

Oggi tuttavia, le cose stanno in modo completamente diverso, almeno a mio avviso. Il formato, i formati digitali sono maturati, cresciuti, le elettroniche per la fruizione di musica digitale sono diventate molto più musicali e la qualità è cresciuta notevolmente , sino a superare od almeno eguagliare la sorgente analogica.
Ma non è questo a mio avviso il punto. Inutile secondo il mio parere cercare di confrontare il vinile con la musica in formato digitale e cercare sfumature e differenze nella qualità della riproduzione. Differenze che per carità vi sono senz’altro.

Inutile, dicevo, in quanto i fattori che cambiano drammaticamente e sensibilmente la qualità sonora di un impianto di riproduzione musicale sono in buona parte altri. L’ambiente, i diffusori, l’abbinamento amplificatore diffusori, il tipo di musica che si ascolta. Naturalmente anche la sorgente ha la sua importanza, ma ne ha una ben più grande la qualità della registrazione originale da cui nasce il disco in vinile od il file che andiamo ad ascoltare.

Io credo sia più importante concentrarsi su questi fattori, invece che voler a tutti costi cercare un “vincitore” fra disco in vinile e file di musica digitalizzata.

Ma veniamo al secondo punto che volevo rimarcare dopo la lettura del bel articolo. Fintanto che il formato digitale era “confinato” sul supporto fisico, ossia sul disco cd, non vi era poi quella gran differenza nella comodità di fruizione della musica. Qualche maggiore ergonomia era data dalla possibilità di selezionare il brano desiderato richiamandolo per numero, veniva meno il cambio di lato e cosucce di questo genere. Ma in fondo esisteva sempre una copertina e vi era la necessità di cercare e trovare il disco sui propri scaffali, estrarlo, inserirlo nel lettore e cercare il brano desiderato.

Il grande salto in tutti i sensi avviene con la musica liquida! Sempre di musica digitalizzata si tratta e sempre un DAC occorre per portarla nel nostro amplificatore o preamplificatore. Ma signori miei: con la rete e con i provveditori di musica abbiamo a portata di click – sia per la fruizione in streaming gratuita od a pagamento, sia per l’acquisto dei file FLAC – tutto il mondo della musica. Tutto il mondo! Se non è rivoluzione questa, non so cosa si possa considerare tale.

L’immaterialità dei file FLAC inoltre ci consente di portare ove vogliamo i nostri brani preferiti – decine di migliaia di nostri brani preferiti – senza dover spostare nulla, se non noi stessi ed una microSD nel nostro telefono (che comunque è sempre con noi).

Tutto questo naturalmente non esclude il godere al contempo anche del rito – perchè oggi di rito si tratta – di estrarre un vinile dalla sua copertina, pulirlo, metterlo sul giradischi dopo aver controllato peso, antiskating ed eventualmente correttezza della velocità ed appoggiarvi con mano sicura (sicura perchè lo abbiamo imparato negli anni ’70 ripetendolo migliaia di volte) la puntina esattamente nel punto desiderato per ascoltare insieme ai nostri brani preferiti anche qualche schioppettio che fa tanto vintage…

Negli anni ’70 ed ’80 eravamo concentrati sulla musica e l’incombenza del pulire il disco, appoggiarlo sul piatto, cambiare lato quando era il momento, tenere in ordine il giradischi, ecc, ecc erano appunto vissute come incombenze ed i nostri movimenti erano automatici, quasi automatici ed erano effettuati sovrappensiero. Erano senza dubbio corretti, competenti ed adeguati, ma li effettuavamo pensando alla musica ed al godimento che da essa stavamo per trarre.
Oggi un giovane che – magari spinto dalla moda – si avvicina ed appassiona al mondo del vinile, vive sostanzialmente per queste che noi consideravamo incombenze e la musica passa in secondo piano.

Ecco, il digitale odierno – quello dello streaming da internet, che senza la nascita del cd con tutte le sue contraddizione forse sarebbe arrivato molto più tardi – ci ha restituito la musica, e lo ha fatto alla grande, mettendoci a disposizione il mondo intero!

Un cordiale saluto,
Michael

Andando per ordine, rileverei innanzitutto che il digitale ha comportato la riduzione degli spazi necessari ad accogliere i dischi CD ma anche la necessità di un loro profondo cambiamento, stanti le dimensioni delle copertine incompatibili con quelle degli LP. Soprattutto ha determinato il chiudere una volta e per tutte con l’aspetto del supporto vinilico meno apprezzato dagli appassionati. Quello inerente la sua facilità nell’accumulare polvere, sporcizia e in genere nel venire ricoperto dai contaminanti presenti nella sala d’ascolto. Causa di degrado per la qualità sonora in generale e di disturbi impulsivi in quantità più o meno grande, ma quasi sempre presente.

Pertanto i veri, grandi punti di forza del digitale su CD e successori sono stati l’assenza di rumori di fondo e la relativa insensibilità del supporto alle condizioni ambientali in cui avviene il suo utilizzo o all’usura. Questi di fatto sono gli elementi da cui hanno avuto origine la pretesa di perfezione attribuitagli e con ogni probabilità, il verdetto emanato dai cosiddetti panel di ascolto incaricati della prima valutazione per l’allora nuovo supporto. cui attribuirono la superiorità incontrovertibile nei confronti dell’analogico.

Almeno così dichiararono gli artefici del CD e all’epoca lo si diede per buono. Come tale continuiamo a tenerlo, pur con i dubbi destati dall’esperienza fatta nel corso degli anni successivi, durante i quali abbiamo avuto numerose dimostrazioni riguardo all’elasticità con cui si tende sempre più a rapportarsi con il concetto di verità.

In ogni caso, il responso che venne attribuito ai panel d’ascolto sottolinea la forte dipendenza delle valutazioni ottenute per quel tramite dall’esperienza, dall’effettiva capacità di valutazione, di giudizio e dai parametri su cui si poté basare in concreto chi fu chiamato a far parte del gruppo di valutazione.

In ultima analisi, insomma, più che il quesito sottoposto a panel siffatti, a sancire il verdetto sono le modalità con cui vengono composti.

Non ultimo, quei panel erano organizzati a cura e spese delle stesse aziende coinvolte nell’ideazione e nella realizzazione pratica del formato audio digitale. Come tali, difficilmente avrebbero potuto dare un esito diverso.

Comunque siano andate le cose, una volta arrivato al confronto con l’analogico nella concretezza del mondo reale, il digitale ne uscì malconcio.

Saltare da quel momento direttamente all’oggi non è soltanto una forzatura che come tutte le cose di questo mondo ha le sue ragioni. Equivale a tralasciare gli oltre trentacinque anni di storia di questo settore, durante i quali il digitale è stato oggetto di una serie ininterrotta, impressionante e imprescindibile di iniezioni tecnologiche. Scopo, quello di mitigare e rendere meno evidenti le limitazioni marchiane da cui ebbe luogo il sostanziale rifiuto col quale fu accolto al suo esordio, ulteriore dimostrazione per la credibilità del verdetto uscito dai panel,  e andò a prolungarsi per un periodo considerevole, pari a un buon terzo della sua vita complessiva.

Quegli stessi limiti oltretutto ancora oggi non gli permettono di avvicinare il migliore analogico, di fronte al quale continua inevitabilmente a sfigurare.

Questo c’insegna innanzitutto che la tanto celebrata perfezione da cui lo si voleva caratterizzato era in realtà inesistente, menzogna grottesca quanto sfacciata, eppure o forse proprio per questo ripetuta a oltranza, sulla base di un meccanismo messo in piedi probabilmente perché ci si era resi conto dei suoi limiti tanto grossolani.

In caso contrario infatti, se il digitale fosse stato effettivamente nelle condizioni di superiorità che si è tentato d’imporre con tale ostinazione, quel martellamento propagandistico a suo favore non avrebbe avuto senso. Neppure vi sarebbe stato motivo di spendere le somme enormi che per esso sono state necessarie: si sarebbe affermato senza alcuna difficoltà, con le sue sole forze.

Con ogni probabilità, allora, dopo le diatribe, le incertezze e infine il dividersi delle strade prese dagli artefici del CD, senza farsi mancare neppure il colpetto di mano eseguito in extremis da uno dei due, furono proprio loro stessi a rendersi conto della povertà disarmante, in termini di qualità sonora, della loro creatura.

Quindi della necessità di un’azione propagandistica atta a celarne almeno gli aspetti più eclatanti, appunto dietro il chiasso tipico che è il risultato primario di tali iniziative.

Insomma, e come sempre, se proprio non è possibile negare l’evidenza, si può sempre provare a indirizzare altrove l’attenzione dell’uditorio, con l’impiego dei sistemi più indicati per la distrazione di massa.

In tutta evidenza, allora, non è questione di vincitori o altro ma di realtà storica.

Di essa è necessario tenere conto, volendo mantenere un rapporto coerente con gli eventi, quelli di allora come quelli di oggi, e un approccio necessariamente consapevole nei confronti della riproduzione sonora.

Se a prevalere nel confronto fosse stato il digitale, nessuno si preoccuperebbe: un sistema nato nel 1982 non dovrebbe avere problemi a surclassare l’ultima evoluzione di quel che risale al 1877 e funziona con modalità arcaiche.

Se poi riandare a determinati fatti storici crea disagio non è tanto perché è avvenuto il contrario,  malgrado in tanti si siano affannati a dichiararlo vincitore, ma perché l’accaduto ha dimostrato una volta di più che quanto ci si ostina a raccontare in merito al progresso e agli effetti salvifici della tecnologia spesso non è altro che un mucchio di fandonie.

E questo dà molto, troppo fastidio. Oltre a gettare l’ombra di un sospetto più che legittimo anche su quel che è venuto dopo il CD.

Dunque non si vede per quale motivo ci si dovrebbe astenere dal riandare all’accaduto, oltretutto su un punto così cruciale per la storia della riproduzione sonora. Per questo non sembra proprio il caso di cercare, stavolta davvero a tutti i costi, ogni possibile diversivo per far finta di nulla.

Certo, facendo passare il tutto sotto silenzio si faciliterebbe l’accettazione passiva di quella che in fin dei conti è stata una tra le numerose trovate succedutesi nel settore, destinata una volta di più non al miglioramento dell’evento riprodotto, in termini di realismo e più in generale di qualità sonora, ma a concretizzare una nuova fonte d’introiti al sistema di profitto che opera in esso. Per mezzo di modalità di fruizione che proprio in quanto devono essere più profittevoli hanno buone probabilità di dimostrarsi tecnicamente peggiori di quel che le ha precedute.

Ecco profilarsi un ulteriore elemento di fastidio: l’accaduto infatti è la dimostrazione ennesima che l’industria delle apparecchiature hi-fi e quella discografica non nascono e vivono per assecondare la passione degli audiofili ma per fare profitti, al pari di qualsiasi altra impresa industriale e commerciale.

Inevitabile chiedersi, infine, come mai si faccia propria una posizione tanto aderente ai proclami assai poco disinteressati che hanno accompagnato la diffusione dell’audio digitale sue diverse incarnazioni.

Vero è che nel corso degli ultimi 15-20 anni ne abbiamo viste di ogni, sull’argomento definibile come capovolgimento della realtà e sulle sue conseguenze. Tanta è l’assuefazione al riguardo che non ci si fa più nemmeno caso.

Del resto oggi quella che si usa definire realtà virtuale va assumendo un ruolo d’importanza crescente. Inevitabile dunque che si generi confusione tra essa e la realtà concreta.

 

Quel che è accaduto nel frattempo

Desiderando osservare l’accaduto per intero, e non soltanto nella parte più confortevole per i punti di vista e i desideri di chicchessia, va detto che dall’avvento del digitale al ritorno d’interesse nei confronti dell’analogico, a milioni di appassionati sono state fatte spendere somme enormi per qualcosa che era ed è rimasto inferiore sotto il profilo della qualità d’ascolto, punto che nell’ambito inerente la riproduzione sonora di alto livello resta ancora quello di gran lunga più importante.

Proprio l’accaduto potrebbe essere una chiave di lettura per comprendere come mai negli ultimi decenni si siano usati fiumi d’inchiostro per spostare l’attenzione degli appassionati verso l’estetica delle appparecchiature, dare importanza al famigerato WAF e a tutta una serie di aspetti che nulla hanno a che vedere con la qualità di riproduzione.

Tutto questo senza considerare il disastro causato dal digitale nell’ambito musicale e professionale, in cui ormai si opera puntando non alla benché minima qualità del prodotto ma al tagliare all’osso i costi, con tutto quel che ne consegue. Anche e soprattutto per il destino di tanti studi di registrazione che hanno dovuto chiudere i battenti, mentre diversi altri si reggono solo avendo ripiegato alle funzioni di sala prove.

Questo in pratica ha rappresentato una tra le cause principali per il regredire della riproduzione sonora di qualità elevata, settore che non ha motivo di esistere in mancanza di un’ampia scelta di supporto fonografico valido, sia sotto il profilo della qualità di registrazione che per quello più attinente all’ambito artistico e ispirativo.

Anch’esso per forza di cose è stato messo sotto scacco dall’indisponibilità di risorse economiche, che obbliga in pratica a produrre esclusivamente andando sul sicuro, quindi rendendo sempre più difficile la vita agli artisti che vogliano tentare la ricerca di una strada fuori dai canoni della più stretta consuetudine e banalità.

In definitva, sono state le stesse condizioni prodotte dall’affermazione del digitale a condannare chiunque non volesse restare intrappolato nella nicchia della sottonicchia all’eterna reiterazione del “Ballo del qua qua”.

Con tutto quanto ne è conseguito, ossia negare già dai presupposti la possibilità di una qualsiasi emancipazione per quello che per brevità definiamo il grosso pubblico. Condannato a sua volta a rimanere nelle condizioni di un sostanziale analfabetismo musicale, artistico e culturale, proprio a causa delle necessità dei ritrovati del cosiddetto progresso, i costi dei quali, in perenne crescita, devono essere in qualche modo non solo ripianati ma anche lautamente remunerati. ovviamente a cura del pubblico pagante.

Quindi è necessario che accetti di tutto. E di conseguenza prediliga il prodotto a costo zero, come tale svuotato di ogni contenuto che non sia direttamente legato al profitto.

Queste sono le incognite e le contraddizioni dell’innovazione, di cui la digitalizzazione a ogni livello è la chiave di volta, che i suoi propagandisti a un tanto a cartella fanno di tutto per sottrarre alla vista del pubblico nei modi che sappiamo.

Ovviamente non è che tutto debba restare immutato per l’eternità, ma se progresso deve essere, che lo sia per davvero.

Come tutti dovremmo sapere bene, la riproduzione sonora di qualità è passata da passatempo per iniziati a fenomeno di massa con l’esplosione del rock progresssivo. Fase in cui si ebbe una quantità enorme di musica da ascoltare, talmente innovatrice, creativa e coinvolgente da imporre di fatto l’acquisto dell’impianto hi-fi a chiunque ne fosse attratto. Ossia a quasi tutti.

Quel genere musicale non a caso era imperniato sull’abbattimento di qualsiasi barriera di genere, di stile o di convenienza, nonché di durata del brano o previsione di apprezzamento da parte del pubblico. Trovò la strada della sua prepotente affermazione su scala planetaria nel momento in cui i discografici si resero conto che lasciare carta bianca agli artisti, affinché potessero esprimere a fondo la loro creatività, era la cosa migliore e furono nelle condizioni di farlo.

In pratica i produttori si limitavano a premere il pulsante “Record” del registratore, lasciando esprimere i musicisti a briglia sciolta.

Tutto il contrario, insomma, di quel che avviene ormai da decenni, e ha avuto la sua genesi proprio con l’avvento del digitale, per poi pervadere tutto l’ambiente musicale nelle sue diverse settorialità, con il delinearsi delle conseguenze seguite all’affermazione del nuovo formato.

Oggi persino una pianista di musica classica, genere che si riterrebbe al di là delle mode, deve mostrarsi ben scosciata sulla copertina del suo album se vuole sperare in un minimo di visibilità. Emblema stesso del livello di mercificazione intollerabile che ha pervaso e predomina in ogni forma d’arte musicale.

 

Una contrapposizione inesistente

A dispetto di quel che sostiene il nostro amico, nel passaggio da analogico a digitale vi fu concordia sostanziale tra gli appassionati riguardo ai valori in campo in termini di qualità sonora. Se contrasto vi fu, lo si ebbe soltanto nei riguardi degli alfieri dell’oltranzismo tecnocratico e misurista, i quali pretesero come loro abitudine di restare arroccati sulle loro posizioni di negazione sistematica dell’evidenza. Reagendo con l’insulto, come usa del resto anche oggi, nei confronti di chiunque si azzardasse a osservare le cose per quelle che erano.

Dimostrazione migliore di quali e quanti argomenti abbiano dalla loro parte, oltreché naturalmente della loro indole violenta, tirannica e subdolamente razzista, stante l’autoattribuzione di superiorità nei confronti altrui, tipica di quel genere d’individui.

Non a caso qualche tempo fa, in una discussione cui ho preso parte, un sedicente scienziato, trovatosi alle strette è arrivato a mostrare la pretesa di decidere cosa si possa leggere o meno. Dimostrazione delle attitudini diffuse in certi ambienti, tra le quali predomina l’incapacità di comprendere il significato delle distopie alla “Fahrenheit 451” e il loro stretto legame con gli atteggiamenti oggi comuni a tanta parte di quella che definisce sé stessa “comunità scientifica”

Non è un caso allora che proprio sui dettami della pseudo-scienza tagliata su misura sui desideri delle multinazionali che oggi la finanziano e ridotta per l’occasione a scientismo, ossia all’imposizione del fondamentalismo basato su dogmi para-religiosi pronto a mettere al rogo ogni voce dissenziente e alla negazione di ogni fenomeno non trovi dimostrazione coi mezzi noti, si vogliano decidere i destini del mondo e quelli di miliardi di esseri umani.

Colpevolizzandoli perché nel processo d’impoverimento progressivo cui sono stati assoggettati, quanti fanno parte dei ceti subalterni non sono in grado di permettersi i costosissimi ritrovati che l’industria ha deciso siano necessari per la salvaguardia del pianeta. Non prima di averlo portato alle soglie della catastrofe ambientale, come sempre a scopo di profitto.

Del resto i tecnocrati del mondo audio dovevano tenere a ogni costo le posizioni su cui si arroccarono, esattamente come al giorno d’oggi, in quanto proprio quello è l’incarico che l’industria multinazionale conferisce loro, e ovviamente accettano con entusiasmo.

La posizione dei tecnocrati, pertanto, venne fatta propria solo da un numero di appassionati trascurabile. Ossia quei pochi che non avevano la possibilità o la volontà di fare un confronto in condizioni minimamente probanti. O altrimenti non erano materialmente in grado di comprendere una differenza, più ancora di percepirla, che in ogni caso era netta.

Poi ci ha pensato il tempo a dimostrare quanto quella posizione fosse priva di fondamento, insieme a tutti i numeri e ai grafici che proprio l’accaduto in quel momento storico ha avuto il merito di porre sotto la luce migliore. Che è stata impietosa, avendone palesato non l’inutilità ma l’ingannevolezza.

Quei numeri e grafici, infatti, hanno sempre e comunque certificato il contrario della realtà, ossia la superiorità ampia e inoppugnabile del digitale. Che a sua volta, pertanto, ha avuto almeno il merito di creare le precondizioni affinché quello che sembrava un dominio inattaccabile, innanzitutto a livello concettuale, crollasse miseramente sotto il peso delle sue menzogne. Inverosimili e come tali bisognose di essere ripetute a oltranza.

 

Liquidare il supporto fonografico

Ora che il danno è stato fatto, ci troviamo di fronte al passaggio successivo, quello che riguarda l’abbandono del supporto discografico in favore delle memorie di massa per utilizzo informatico.

Tale e non altro è quella che ci si compiace di definire “musica liquida”, secondo una mistificazione ancora una volta plateale, già a iniziare dalla questione semantica. Utilizzata come sempre per coniare le definizioni più adatte a riempire la bocca, favorendo l’accettazione incondizionata di qualsiasi fandonia o castroneria da parte del cervello o di quel che ne rimane.

Infatti la cosiddetta liquida, di liquido non ha proprio un bel nulla. E’ sempre la stessa minestra a base di 1 e 0, servita su un piatto diverso. Invece che su un CD, un DVD o un SACD è immagazzinata nei dischi rigidi o a stato solido di server atti alla sua distribuzione, dai quali passa attraverso le reti telematiche nei dischi rigidi o nelle schede di memoria dell’utilizzatore finale.

Stante la loro diffusione, le memorie di massa costano meno del supporto specialistico per l’impiego discografico e soprattutto sono più duttili, potendo essere destinate a una varietà d’impieghi ben più ampia. Si tratta di un passaggio che è nell’ordine delle cose, stante la realtà della produzione del materiale che malgrado tutto si continua a definire discografico, oggi realizzato essenzialmente per mezzo di computer e periferiche di acquisizione del segnale audio.

In questo caso la contrapposizione è tra i sostenitori della superiorità del supporto fisico e delle macchine adibite alla sua riproduzione con quanti invece hanno abbracciato la nuova tendenza.

Se nel passaggio tra analogico e digitale i fautori della superiorità dell’analogico si contavano soprattutto tra gli appassionati dotati degli impianti di buon livello qualitativo, come tali meglio in grado di porre in evidenza le manchevolezze del nuovo formato, mentre il digitale trovava accoglienza migliore negl’impianti di classe intermedia, meno impietosi ne porne in evidenza i limiti, oggi i sostenitori del supporto specialistico e di quello multiuso si suddividono in maniera molto meno netta.

Personalmente ritengo che il supporto specialistico resti in vantaggio. In primo luogo perché una macchina concepita per essere destinata via applicativi a una moltitudine di utilizzi diversi, e come tale di enorme flessibilità, difficilmente  può competere con quella specializzata alla singola funzione su quello che è il suo terreno d’elezione.

In secondo luogo perché la riproduzione del supporto smaterializzato si avvale quasi sempre di apparecchiature dotate di alimentazione a impulsi, che per efficacia funzionale e soprattutto quantità dei disturbi generati e propagati inevitabilmente agli altri componenti dell’impianto, non può essere paragonata a una di tipo lineare.

A dimostrazione, proprio dall’aggiunta di un’alimentazione esterna lineare i sistemi dedicati alla pseudo-liquida traggono un miglioramento consistente. Tale però da non riuscire a colmare per intero il disavanzo: comunque la parte dell’alimentazione posta all’interno dei PC sovente utilizzati allo scopo resta comunque di tipo a impulsi, con le inevitabili conseguenze del caso sulla qualità di riproduzione del segnale.

Dal mio punto di vista allora, la storia si ripete: ancora una volta ci troviamo di fronte a un cambiamento epocale che presuppone l’impiego di un nuovo sistema, peggiore di quello che va a sostituire già nel suo nucleo funzionale. Per rendere digeribile la cosa si tirano in ballo le questioni della comodità, della fruibilità e della flessibilità, insieme a tutto l’infinito arsenale dei pretesti tenuti in serbo per questo tipo di occasioni.

A iniziare dalla modernità e dal progresso, inteso soprattutto a livello simbolico e ideologico, così da poter accusare di arretratezza chiunque osi continuare a servirsi dei vecchi sistemi e, non sia mai, ne sostenga la maggior efficacia nelle funzioni primarie. Che allora si vanno a relegare tra le varie e eventuali, per sostenere che tutta l’importanza sia da attribuire ad aspetti meramente accessori. I quali oltretutto, una volta analizzati nella loro valenza concreta, finiscono spesso con il denotare la loro ambiguità.

Il punto allora non è nella superiorità di un sistema o dell’altro, ma del modo in cui si riesce a far bere qualsiasi cosa alla maggioranza delle persone. Facendo si che non solo ne siano convinte, ma che la ripetano anche col più grande entusiasmo. Senza neppure rendersi conto di quello che stanno dicendo, e forse proprio per questo reagendo in maniera veemente e stizzita a ogni voce che tenti di riportare non alla ragionevolezza ma almeno alla serena osservazione dei fatti nella loro completezza.

Da analogico a CD questo fenomeno ha riguardato le minori dimensioni del supporto, l’eliminazione delle difficoltà inerenti l’installazione e la messa a punto della sorgente, che di fatto ha prodotto generazioni di appassionati molto meno consapevoli e selettive delle precedenti oltreché più passive, e la maggiore resistenza a polvere e contaminanti vari, che quindi esimeva dalle operazioni di cura e di pulizia necessarie con il vinile. Nel passaggio da supporto specialistico a memoria di massa si sono tirati in ballo gli argomenti elencati dall’autore del commento.

Nel passaggio da LP a CD vi è stato inoltre l’elemento collaterale indotto dalle dimensioni del supporto, che ha ucciso letteralmente quella forma di arte nell’arte costituita dalle grafiche di copertina, che non di rado per gli LP si sono imposte come opere d’arte moderna, visuale e pittorica.

Quindi se la comodità è migliorata, è avvenuto a fronte del regresso indotto da un supporto impoverito e banalizzato, privato di contenuti di grande importanza in primo luogo a livello concettuale e culturale, comunque venduto a prezzo maggiorato. Il che ha significato il consegnare all’obsolescenza un’intera classe di artisti, come quella cui appartennero Roger Dean o lo studio Hipgnosis solo per fare due tra i nomi più in vista del settore.

Oggi le copertine non servono proprio più e ne vediamo le conseguenze: immagini banali, o decisamente brutte e di pessimo gusto realizzate proprio perché ci si è costretti, soprattutto dalle incombenze pubblicitarie e dal sensazionalismo che ne è la forza motrice.

Si salva solo parte degli artisti che si rifanno ai generi musicali che videro l’esplosione dell’LP e della riproduzione sonora di qualità elevata, i quali non di rado corredano tuttora le loro opere con immagini studiate e realizzate con cura. Tuttavia hanno ormai un rilievo marginale proprio per via delle modalità di fruizione dell’opera musicale cui sono abbinate.

La comodità di oggi, secondo il nostro amico e i fautori della riproduzione a partire dalle memorie di massa, consisterebbe nella possibilità di avere un numero elevatissimo di file, contenuti in una scheda di memoria di dimensioni insignificanti, dunque con la “libertà” di portarli dove si vuole.

Per farne cosa?

Ascoltarli, certo, ma per forza di cose come sottofondo o tuttalpiù accompagnamento ad altre attività, dunque secondo un’ennesima banalizzazione e mercificazione dell’opera d’arte, che proprio in conseguenza di questo tipo di utilizzo non ha più alcun bisogno di essere tale. Dando luogo alla medesima differenziazione che c’è tra quadro d’artista e carta da parati, che più è anonima e meglio è.

Non è un caso, allora, che di musica non dico equiparabile a un’opera d’arte ma almeno meritevole di essere ascoltata ce n’è sempre di meno. Secondo una tendenza che non a caso procede di pari passo alla “modernizzazione” del supporto. Tale fenomeno ha assunto ormai un andamento endemico per la musica di produzione attuale: per ascoltare qualcosa di decente e che riesca a richiamare l’attenzione e tenerla legata per il tempo necessario occorre rivolgersi a quella prodotta qualche decennio fa o almeno ad artisti con una lunga carriera dietro le spalle.

Non è possibile altrimenti: se realizzata in funzione dei criteri di fruizione attuali, la musica non può essere che l’equivalente di una carta da parati, proprio perché è a tale utilizzo che la si relega, in conseguenza del supporto attraverso il quale viene diffusa.

Osserviamo le abitudini d’ascolto di quanti si dedicano alla liquida. L’ascolto di un album per intero è ormai una rarità. Il più delle volte non si riesce neppure a terminare il singolo brano, tanta è la frenesia di pescare nel mare magno delle possibilità, virtualmente infinite e proprio per questo tendenti alla negazione dell’ascolto inteso nella sua accezione più nobile, che necessita di concentrazione e volontà di comprensione, quindi di un retroterra culturale di una qualche consistenza e della volontà al suo accrescimento.

Tutto questo concretizza di fatto l’ennesimo capovolgimento, in cui l’importanza maggiore non è più attribuita all’opera d’arte, ma al supporto che utilizza. Per forza di cose, visto che nel momento stesso in cui si provasse a estrapolarla dal contesto che le è congeniale, per riportarla a elemento cui si rivolge in esclusiva l’attenzione, porrebbe in un’evidenza disarmante la povertà del suo contenuto.

 

Vero progresso o affare del momento?

Come si usava dire un tempo, la storia è maestra di vita e dalla sua conoscenza si ricavano gli elementi per comprendere la realtà del presente e il significato delle previsioni future. In quanto tale ci ha insegnato che usando il grimaldello di una perfezione che non si è mai palesata come tale, anche perché una qualsiasi cosa che necessiti di continui perfezionamenti solo per tenersi a galla tutto può essere tranne che perfetta, sul passaggio da analogico a digitale si è consumata un’operazione commerciale e finanziaria di proporzioni gigantesche.

Poi, certo, l’analogico ha avuto la sua rivincita, caso più unico che raro nella storia universale degli inganni a scopo di lucro, ma il denaro speso dagli appassionati per le nuove macchine, oltretutto sottoposte a un ciclo di obsolescenza enormemente più serrato, e per ricomperarsi più e più volte su un formato digitale in perenne mutazione le opere che già possedevano in analogico è comunque passato di mano.

Chi lo ha percepito, per come siano andate le cose, ha raggiunto in ogni caso il proprio scopo.

Dunque è in quest’ottica che il fenomeno legato al passaggio dal supporto specialistico a quello multiuso va in primo luogo osservato. Viene spinto in tutti i modi possibili perché è la tendenza e di conseguenza l’affare del momento.

In particolare per gli operatori discografici, che dopo essere stati spiazzati dalle conseguenze stesse del digitale che essi stessi hanno voluto con tutte le loro forze, con particolare riguardo alla condivisione tra pari e ai torrent, sono corsi ai ripari.

In che modo? Appunto mettendo in piedi piattaforme di distribuzione di file che dopo una prima fase di diffusione ed evoluzione stanno tutte andando in una direzione ben precisa. Quella basata sull’abbonamento, laddove a fronte del pagamento di una quota mensile si ha accesso a un numero di file virtualmente infinito.

Che come tale non serve a nulla, se non a causare disorientamento nel fruitore, appiattimento in ambito di produzione, un saltabeccare privo di scopo e quindi la rimozione di ogni contenuto di valore culturale.

Ancora una volta, dietro quella che sembra una gran comodità si cela il più subdolo degl’inganni: proprio in quanto tale, il sottoscrittore dell’abbonamento diventa ostaggio di quel che va a finanziare, garantendogli un afflusso di denaro costante nel tempo. Per ritrovarsi, una volta che decida d’interrompere i pagamenti o magari non possa più farvi fronte per qualsiasi motivo, con un pugno di mosche in mano. Malgrado abbia corrisposto al fornitore del “servizio” somme tuttaltro che trascurabili.

Del resto non esiste commercio più conveniente di quello legato non alla vendita ma all’affitto di beni immateriali: spese ridotte all’osso per guadagni stratosferici. Ecco perché a favore della mistificazione stante nella cosiddetta liquida che di liquido non ha un bel nulla, si batte tanto forte sulla grancassa della propaganda mediatica. Ancora una volta e come sempre a reti e testate unificate.

Si tratta di un affare lucrosissimo: non a caso da quando si è affermata la pseudo-liquida, la questione della cosiddetta pirateria, altra mistificazione epocale messa in piedi dall’industria discografica, non si parla più.

Eppure fino a qualche tempo fa sembrava una vera e propria epidemia di peste colerica, tanto grave da minacciare gli stessi destini del mondo, stando almeno alle urla e agli strepiti di quanti si ritenevano danneggiati dalla cosa. Per questo trovarono persino il modo di far infliggere pene esemplari a qualche fruitore della condivisione tra pari, nell’accezione più pura del colpiscine uno per educarne cento, cui il sistema di (dis)informazione ha dato ovviamente la massima visibilità.

Ancora una volta, a pretendere di passare per vittime erano quelli che avevano tutte le carte in mano e soprattutto si sono calati per primi la benda sull’occhio, issando sui loro vascelli la bandiera col teschio su sfondo nero. Dato che la loro opera di mercificazione, sfruttamento e corruzione della forma d’arte musicale, e soprattutto di messa ai margini di chiunque non si piegasse alla loro dittatura, è stata davvero vergognosa nei modi con cui è stata compiuta.

Poi, tutto d’un tratto, puff… Quel problema enorme e irrisolvibile, che fino al giorno prima ha rischiato di trascinare negl’inferi i destini dell’intero globo terracqueo, si è dissolto.

Proprio nel momento in cui, guarda un po’ la combinazione, la “liquida” fa il suo ingresso trionfale nel mondo della riproduzione sonora e ne diventa all’istante l’obiettivo e l’interesse numero 1 per tanti appassionati.

E, nello stesso identico modo che abbiamo visto all’epoca del passaggio da analogico a digitale, i pochi che osano esternare il minimo scetticismo vengono dipinti come dei retrogradi, ignoranti, incapaci di comprendere i destini magnifici e progressivi che l’innovazione tecnologica dispensa a noi comuni mortali con tanta generosità.

Personalmente ritengo che per prima cosa si dovrebbe avere il minimo di rispetto per le persone da cui ci si ripropone di trarre un guadagno, e quindi la compiacenza di non trattarle come bambini dell’asilo.

Anche perché quando il Berlusca disse che il pubblico è formato da alunni di quarta elelementare e neppure tra i più svegli, lo scandalo fu enorme. Come mai allora quando discografici e fabbricanti di apparecchiature audio fanno ben di peggio non solo non si ode non una voce ma neppure un bisbiglio di dissenso, e si leva alto il plauso per i nuovi ritrovati di cui ci fanno dono?

Oltretutto con la promessa della più grande libertà, quando invece il vero scopo è rendere tutti loro ostaggi, a pagamento, e imporre la legge dei dominatori. Nei confronti della quale non esiste più alcuna giurisidizione, ammesso che serva a qualcosa.

A questo proposito ritengo esemplare quel che ci viene raccontato da un utilizzatore a suo tempo entusiasta del nuovo sistema, che suo malgrado è stato messo in condizione di comprenderne fino in fondo le vere conseguenze.

Come nel medioevo, ha potuto risolvere la situazione in cui è stato bloccato in catene soltanto chiedendo grazia al regnante di turno, ennesima dimostrazione delle conseguenze materiali di quello che ci si ostina a definire progresso.

Che attenzione non riguardano soltanto il mondo della musica riprodotta, ma un contesto molto più ampio o per meglio dire pervasivo. Ne è esempio l’abolizione del contante, meccanismo definitivo con cui l’individuo sarà ridotto a ostaggio di entità oscure, insondabili e soprattutto dalle decisioni insindacabili e definitive.

Quando si arriverà a quel punto, e c’è chi sta facendo di tutto al riguardo, basterà un click per ridurre un individuo all’impossibilità di sopravvivere. Ossia condannarlo a morte per fame e sete. Senza una motivazione ufficiale, un processo, una giuria che valuti il suo caso e meno che mai un avvocato che ne prenda le difese.

Senza contare che anche dopo un numero infinito di passaggi di mano, 10 euro restano sempre tali. Con l’abolizione del contante, una percentuale dopo l’altra diventeranno tutti di proprietà della banca. Alla quale ognuno per forza di cose si ritroverà asservio.

Il mondo insomma diventerà un immenso tavolo da chemin de fer, dove gli avventori giocano l’uno contro l’altro e anche se il banco non fa altro che trattenere la sua percentuale, a fine serata ha ripulito tutti.

Inoltre l’abolizione del contante elimina la possibilità che si verifichi quel che il banchiere teme più di ogni altra cosa al mondo: la corsa agli sportelli. Al suo posto, i gestori delle transazioni avranno la possibilità di lucrare anche sui dati dei pagamenti, in un commercio delle abitudini e delle modalità d’acquisto di ogni individuo, tracciate e catalogate capillarmente, secondo una forma palese di schedatura.

Tutto questo con la scusa della lotta all’evasione, quando invece sono proprio le aziende che operano mediante transazioni virtuali a eseguirla per le somme più enormi. Infatti basta un click per spostare un qualunque ammontare di denaro nei paradisi fiscali disseminati in ogni dove e anche nella stessa UE.

Musica liquida e abolizione del contante, dunque, procedono sullo stesso binario di asservimento totale e definitivo di individui che un passo alla volta si stanno ponendo nelle condizioni di non potersene sottrarre.

Quanto alla liquida, c’è un altro elemento di cui nessuno parla, ma la cui importanza è fondamentale.

Fino a che è esistito il supporto fonografico, le major hanno conquistato e rafforzato il loro predominio. Tuttavia gli artisti che volevano mantenere la loro indipendenza sono riusciti in qualche modo a sopravvivere e a ricavarsi un loro spazio. Dando persino vita a un fenomeno, appunto quello definito delle “indies”, etichette indipendenti, il compito delle quali è stato il dare spazio a nuovi autori e musicisti, soprattutto quelli intenzionati a condurre un discorso artistico e creativo fuori dagli schemi.

Nel momento in cui la diffusione della musica diventa un monopolio gestito in esclusiva da un cartello ristretto di fornitori di servizi, scopo dei quali è unicamente il profitto e l’eliminazione di ogni concorrenza scomoda come dimostrano le loro stesse modalità operative, gli spazi per gl’indipendenti sono di fatto cancellati.

Dunque non c’è più evoluzione, ricerca o soltanto alternativa, ma sempre e soltanto il solito minestrone, ridotto a una poltiglia dalle componenti indistinguibili.

Ecco dove porta la pretesa libertà cui s’inneggia oggigiorno con tanta faciloneria: alla schiavitù di massa. Definitiva, irrevocabile e onnicomprensiva. Mille volte peggiore di quella storica, dato che, almeno, lo schiavo negro dopo una dura giornata di lavoro tra i campi poteva imbracciare una chitarra o portare alla bocca un’armonica, per trarne la musica che desiderava.

Questo spiega ancora una volta che la storia va osservata per intero e messa nella sua prospettiva, invece di saltare da un evento avvenuto qualche decennio fa direttamente all’oggi omettendo tutto quanto è avvenuto nel frattempo ma non ci fa comodo. Neppure se trae insegnamento alcuno.

 

La sorgente, elemento primario per la qualità di riproduzione

Come avviene di frequente, conclusioni tanto opinabili hanno origine in postulati che lo sono in misura ancora maggiore. Che in questo caso riguardano proprio l’ABC della riproduzione sonora, del resto ormai ignoto per la maggioranza degli appassionati.

Soprattutto quelli che non hanno una certa età e pertanto non hanno potuto contare sul supporto di un sistema d’informazione che almeno in parte assolvesse ai suoi scopi primari, invece di trasformarsi in una grancassa interessata esclusivamente a diffondere pubblicità, palese o meno, ancora una volta a pagamento

Dire che la sorgente ha poca o nulla importanza equivale a negare i fondamentali stessi delle riproduzione sonora. Proprio in quanto tutte le omissioni e gli errori da essa introdotti nel segnale audio che ne fuoriesce non sono più recuperabili in seguito. Tuttalpiù possono essere ulteriormente aggravati dai limiti di quanto si trova dopo di essa, come amplificazioni, diffusori e ambiente d’ascolto.

Nel merito della qualità delle registrazioni, altro aspetto cui ci si riferisce di frequente in maniera pretestuosa, persino senza rendersene conto, è l’esperienza stessa a insegnare che è la cosa più difficile da definire.

Infatti, quando si è avuto modo di sperimentare in misura sufficiente riguardo ad allestimento, messa a punto e fruizione dell’impianto audio, non sulla base di sistemi in sostanza equivalenti, ma passando via via a una loro efficacia effettivamente maggiore, la prima cosa che si scopre è che le registrazioni che prima sembravano malriuscite o di scarsa qualità non lo sono assolutamente. Anzi, sono proprio quelle che pongono nell’evidenza più concreta il miglioramento intervenuto con le modifiche apportate all’impianto.

Questo spiega allora che la questione della qualità delle registrazioni, cui non a caso la parte meno esperta degli appassionati si riferisce con la frequenza maggiore, in realtà è ben altro. Riguarda essenzialmente i problemi che l’impianto mette in luce nella loro riproduzione, a causa dei gravi limiti dai quali è gravato.

Ma come, impianti che sono costati fior di quattrini e soprattutto si avvalgono delle tecnologie di riproduzione più avanzate?

Esatto, proprio a dimostrazione di quello che l’industria di settore vende a caro prezzo,  per forza di cose dipingendolo per il non plus ultra con la collaborazione irrinunciabile del Coro Degli Entusiasti A Prescindere. Quando invece pone in evidenza limiti di cotanta grossolanità.

In questo ripetuto tralasciare o capovolgere gli elementi essenziali delle questioni che si vanno a sollevare, prima gli anni durante i quali il digitale si è sviluppato ed evoluto e poi la scala d’importanza dei componenti dell’impianto, mi sembra d’individuare la logica tipica che si utilizza quando si ritiene necessario pervenire alle conclusioni desiderate, ma in assenza di argomenti di una qualche solidità. Nella fattispecie ciò riguarda l’incensare quella che in maniera ingannevole più ancora delle misure di laboratorio s’insiste a definire musica liquida.

Ma mentre gli esempi fatti fin qui potrebbero essere dovuti a un punto di vista individuale, se non corretto almeno accettabile, stante la disinformazione seminata dalla stampa di settore e dai suoi succedanei, la pretesa di ridurre il ritorno dell’analogico a una mera questione di rituale la trovo proprio fuori dalla realtà.

Il problema in effetti è un altro. Osservarlo ci aiuta anche a comprendere ancora una volta la valenza spesso contraddittoria di quello che definiamo progresso.

Nel settore di nostro interesse ha comportato il susseguirsi di supporti fonografici sempre più insignificanti, non tanto tecnicamente ma proprio nel loro concreto, fino a smaterializzarli.

Quando invece l’LP aveva la sua importanza, innanzitutto a livello dimensionale, quello da cui deriva la sua pretesa scomodità, ma che nello stesso tempo è stato il veicolo atto a concretizzare un rapporto ben più intenso e stretto con esso. Innanzitutto a livello visivo e in larga parte proprio per la forma d’arte che le sue dimensioni hanno reso possibile, riassumibile in quella che nell’ennesima banalizzazione si usa definire grafica di copertina. Appunto le dimensioni del supporto, prima ridotte e poi fatte scomparire all’interno di macchinari che al confronto sono privi di ogni personalità l’hanno resa del tutto priva di senso.

Nondimeno esercita grande attrattiva, più che mai al giorno d’oggi, in cui all’aspetto visivo si attribuisce l’importanza maggiore. Che con ogni evidenza non può limitarsi soltanto all’estetica delle apparecchiature.

Se poi alla magnificenza dell’involucro corrispondono sensazioni d’ascolto che anche a partire da apparecchiature di riproduzione non particolarmente raffinate dimostrano all’istante di essere situate su un piano cui i nuovi ritrovati della tecnica non riescono ad attingere, dando sensazioni di naturalezza, realismo e coinvolgimento di ben altro rilievo rispetto alle sonorità plastificate dei supporti all’ultima moda, e anche alla penultima, si può inneggiare a libertà, comodità, perfezione e tutto quel che si vuole fin quando lo si desidera, quegli argomenti si riveleranno fatalmente per quello che sono.

Pretesti.

 

4 thoughts on “Dall’analogico al digitale, alle memorie di massa

  1. Ciao Claudio,
    ti ringrazio per l’attenzione e per la risposta esauriente.
    In merito a “Pawn Hearts”, probabilmente è vero che all’epoca ha avuto una diffusione capillare, ma pensa a 10 anni fa: come avrei potuto ascoltarlo senza comprarlo? Solo grazie alla liquida, che si tratti di streaming o download. Purtroppo quando ero adolescente ho comprato diversi album a scatola chiusa, prendendo diverse “sòle”, come si dice a Roma. Se avessi avuto la possibilità di ascoltarli prima, mi sarei risparmiato un bel pò di quattrini da investire in altro più meritevole.
    Forse l’esempio dei VDGG non è stato calzante in quanto a scarsa diffusione, vogliamo allora parlare di “Forse le lucciole non si amano più”? O magari del gruppo fusion giapponese “Casiopea”?
    Tornando al discorso della natura effimera dello streaming, se è vero che si è costretti a pagare un servizio, pena la perdita di tutta la banca dati a disposizione, è anche vero che ci sono molti siti che consentono il download del file, anche in alta risoluzione. Personalmente non sono un grande fruitore di tale tipologia di servizi, però ho apprezzato la piattaforma di Amazon music, la quale ti consente di ascoltare gli album precedentemente acquistati in formato fisico sul relativo store, senza alcun ulteriore pagamento nè abbonamento.
    Ahimè sono d’accordo con te sul problema del “tying”, come lo definiscono gli inglesi, tuttavia è bene ricordare che buona parte delle nuove generazioni non amano comprare il supporto fisico musicale, ma preferiscono l’ascolto tramite cellulare. Sebbene ci sia una ripresa delle vendite del vinile, in quante case è presente un impianto stereo come negli anni ’70 e ’80? Da qui il comprensibile aumento d’interesse verso l’ascolto in cuffia…
    Mi rendo conto di aver messo troppa carne al fuoco, spero di non essere stato troppo noioso o sgarbato.
    Grazie per l’opportunità che dai a tutti noi di ampliare le nostre conoscenze con i tuoi articoli e per il tempo che dedichi nel risponderci.

    1. Rieccomi a te, Alberto.
      Temo che porre la questione sul piano dell’album raro non porti da nessuna parte. I gruppi e i titoli che menzioni stavolta, anche se forse poco noti in Italia, non sono rilevanti al proposito. Un qualsiasi appassionato può trovare a prezzo di realizzo tutto quel che desidera dei Casiopea. Non solo in CD ma anche in vinile di stampa originale giapponese: basta farsi un giro sulla baia. D’altronde si tratta di un gruppo che nel 1988 ha fatto persino un tour mondiale, documentato dal relativo album, e pubblicato diversi dischi, stampati su un ampio numero di copie ognuno. Già alla loro epoca, del resto, i dischi dei Casiopea si trovavano senza difficoltà, bastava avere i soldi per comperarli, dato che essendo d’importazione giapponese non erano quasi mai a buon mercato. Anche per via dell’alone di leggenda che circondava il gruppo. Qualcuno poi, come “Mint Jams” è stato stampato anche in occidente. Anche riguardo alla Locanda delle fate, non ci sono difficoltà di sorta. Certo, la prima stampa dell’edizione italiana è pressoché introvabile, ma moltissimi dischi del prog italiano hanno avuto edizioni realizzate in Giappone e Corea, paesi nei quali il genere ha avuto molto più seguito che in patria, ben prima che prendesse piede la moda, o forse si dovrebbe parlare di mania, delle ristampe. Per fortuna dobbiamo dire, dato che proprio così è stato sempre possibile acquistare i dischi di quel genere a prezzi non impossibili. Persino quelli di Picchio dal Pozzo oppure “YS” del Balletto di Bronzo e tanti altri. Che io sappia, solo La Nuova Idea è stata trascurata dalle ristampe orientali, chissà perché.
      Ormai da qualche anno è stato ristampato addirittura “Suàn” di Armando Piazza, LP edito e distribuito privatamente, figuriamoci se possa esistere il problema di ascoltare un qualsiasi album di quell’epoca o di quelle successive. Anzi, insistere su questo aspetto pone in evidenza la necessità impellente sentita a un certo punto dalle case discografiche di darsi alle ristampe, andando a pescare anche cose improbabili e poco verosimili. Proprio per tentare di continuare a dare un senso alla loro esistenza in vita, dopo che tanto a lungo si sono dedicate a reprimere puntigliosamente qualsiasi forma artistica nel campo musicale, in conseguenza della loro pretesa di dedicarsi soltanto a quanto promettesse già in anticipo un ritorno finanziario consistente. Tendenza che ha preso piede proprio nella fase concomitante o immediatamente successiva all’esordio del digitale.
      Quanto ai siti che permettono il download dei file, anche se si vanno rarefacendo sono tuttora disponibili. Peccato che non di rado pretendano di vendere i loro file a prezzi maggiori di quelli a cui è possibile reperire le opere su supporto fonografico. Il che è un controsenso o una speculazione esagerata a seconda del punto di vista da cui lo si vuole osservare, essendone venuti meno i costi di produzione, stoccaggio e distribuzione.
      Quanto ai giovani, sono un caso a parte. Esclusi quelli che hanno un genitore o magari un nonno appassionato di riproduzione sonora, in larga maggioranza non sanno neppure che esista qualcosa oltre la cuffia e il riproduttore portatile. Non mi sembra però un buon motivo per lasciarli nella loro ignoranza e meno che mai tra le grinfie di un sistema votato a rapinarli dei pochi soldi di cui possono disporre.
      Alla prossima.

  2. Ciao Claudio,
    colgo l’occasione per commentare nuovamente un tuo articolo, sempre ricco di spunti.
    In tutta onestà non comprendo il tuo accanimento verso la cosiddetta musica liquida: è vero che si perde il fascino del rituale pulizia/gira lato, ecc., è vero che con le attuali piattaforme di streaming si corre il rischio di ritrovarsi in un mare magnum in cui è difficile divincolarsi, ma a mio avviso è un potenziale enorme, di cui dobbiamo trarne gli aspetti positivi. Tanto per iniziare, la facilità con cui vi si può accedere ha dell’incredibile, basti pensare a dei dischi difficili da reperire, vuoi per la vecchiaia o per la scarsa diffusione. Giusto per fare un esempio, ho scoperto quel capolavoro di “Pawn Hearts” dei Van der Graaf Generator proprio grazie ad essa, sarebbe stato un peccato non poterne venire a conoscenza.
    Poi, per carità, ammetto di comprare il supporto fisico (solo del disco appena menzionato ho sia la copia in formato CD che vinile dell’epoca), sono un assiduo frequentatore di fiere dove poter acquistare vinili al fine di poter alimentare la mia collezione.
    Inoltre penso che, per il fattore WAF e per ragioni di spazio, diversi appassionati siano migrati allo streaming: non facciamogliene una colpa, se l’alternativa è stare senza musica!
    Infine, mi sento di dissentire sulla tua osservazione in merito ai pagamenti digitali: possiamo discutere sui costi elevati ed insostenibili per i piccoli commercianti, ma si tratta di un servizio, e come tale va pagato. Tanto per dire, pensiamo al prezzo da sostenere per lo spostamento di denaro contante da un posto ad un altro (ad esempio le casse di un supermercato), non solo in termini economici, ma soprattutto di vite umane.
    Sperando di non essere risultato eccessivamente critico, ti saluto e ti ringrazio, ancora una volta, per condividere le tue conoscenze con noi appassionati.

    1. Ciao Alberto, grazie per l’attenzione e la considerazione. Ma soprattutto perché mi dai la possibilità di puntualizzare meglio alcuni aspetti della questione.
      Andando per ordine, osserverei innanzitutto a che punto siamo arrivati con quella che è sotto ogni punto di vista una vera e propria dittatura del pensiero. Dati i suoi effetti, siamo arrivati a sostenere che tutto quanto ci viene imposto come una nuova moda, tendenza o quel che sia non debba essere analizzato nei suoi diversi aspetti. Perché se per caso emerge che ce ne sono diversi oggettivamente discutibili, e peggio se ci si azzarda a metterli in fila, ci si starebbe accanendo contro di esso.
      Stiamo scherzando?
      Forse non ci si rende conto che per quel tramite viene imposta la dittatura del pensiero unico e quindi abolita di fatto non la libertà di pensiero e della sua manifestazione, ma persino la capacità di esercitarlo. Ne deriva l’incapacità all’impiego del raziocinio, e lo sviluppo di pari passo della capacità di auto-inganno, da cui a sua volta non può che prodursi una massa di individui privi di ogni capacità critica, capaci solo di fare si con la testa e aderire alle cose più inverosimili con il massimo dell’entusiasmo. Proprio perché resi incapaci di qualsiasi forma di analisi e dunque lobotomizzati.
      Ricordiamo la favola dal lupo e dell’agnello?
      Accusato di accanirsi contro un sistema che è tanto bello, comodo e funzionale, in primo luogo nel fare di chi vi aderisce il proprio ostaggio, chiunque ne osservi le funzioni nella loro completezza e non solo per quel che fa comodo a lorsignori diventa il carnefice. Mentre chi si appropria di una qualsiasi forma d’arte non per farne un commercio ma una speculazione dalla quale una volta entrati nel sistema non è più possibile sottrarsi, diventa la vittima.
      Auto-inganno del resto è, nello specifico, anche definire raro un album dalla reperibilità per nulla difficoltosa nelle sue diverse edizioni come “Pawn Hearts” dei Van Der Graaf Generator, che non può essere preso ad esempio della facilità con cui i servizi di distribuzione di file audio porrebbero nelle condizioni di ascoltare opere reperibili con difficoltà. Infatti è stato stampato in milioni di copie e addirittura è rimasto per alcune settimane al numero 1 della classifica italiana degli LP più venduti. Come tale ci mancherebbe altro che non fosse reperibile presso uno qualsiasi dei servizi di distribuzione di file audio.
      Tu stesso spieghi di possedere quel disco sia in LP che in CD. Con la conseguenza che nel momento in cui lo hai ricomperato, i diritti d’autore di quell’opera ti sono stati fatti pagare per intero una seconda volta, malgrado li avessi già pagati in precedenza. Ma se per caso ti fossi azzardato a scaricare quel file via torrent saresti divenuto un pirata. Se questa è la definizione appropriata per chi fa cose del genere, come va definito, secondo il dizionario della lingua italiana, chi si fa pagare più e più volte per venderti la stessa cosa dandole solo un involucro diverso?
      Ora, probabilmente pagherai ancora una volta quell’album anche per affittare il diritto all’ascolto del suo file audio, privo d’involucro. Pagando a questo punto non si sa per cosa, ma comunque a prezzo pieno, per avere in cambio sostanzialmente il nulla. Fermo restando che il giorno in cui smetterai di pagare ti ritroverai senza nulla in mano, dopo aver finanziato magari per anni il servizio a cui eri abbonato.
      Proprio per questo la distribuzione di servizi in abbonamento è giudicata l’affare del momento. Fonte di profitti virtualmente inesauribile, che si definisce servizio ma cui si diventa sostanzialmente obbligati.
      Secondo quello che è l’esatto opposto di libertà. Malgrado ciò proprio a quella pretesa libertà s’inneggia nel propagandare servizi che tali non sono, proprio in quanto obblighi.
      Qui arriviamo alla questione del contante, per la quale valgono gli stessi principi. In sostanza viene offerto di entrare in una gabbia senza vie d’uscita, all’interno della quale l’individuo perde qualsiasi diritto, alla faccia delle pompose Dichiarazioni dei Diritti dell’Uomo, cui si fa riferimento sempre e solo quando fa comodo. Ma sempre con meno frequenza, come tutte le cose che si devono far sparire, ma pian piano, senza fare rumore affinché nessuno se ne accorga, secondo un atteggiamento di grande viltà.
      Le si vuole cancellare? Benissimo, si abbia almeno il coraggio di dirlo apertamente, assumendosene le responsabilità.
      Ovviamante non si può, perché vi sarebbe all’istante una levata di scudi, sia pure pretesuosa.
      Allora, siccome si è deciso di ottenere comunque tale obiettivo, lo si fa in maniera subdola, strisciante.
      Una volta che il contante sarà abolito, e speriamo che non succeda mai, ogni individuo sarà alla mercé di qualcuno che celato dietro la sua invisibilità e irreperibilità, su di lui avrà diritto di vita o di morte. Basterà infatti un click per rendere impossibile qualsiasi atto da cui dipenda la stretta sopravvivenza, come comperarsi da mangiare, da bere o pagare l’affitto.
      Cosa succederà a quel punto? Crediamo davvero che chi si ritroverà fuori dal circuito del pagamento si rassegnerà a lasciarsi morire di fame, di sete o di freddo, oppure aggredirà chiunque abbia in mano un genere commestibile o una bottiglia d’acqua? Non troverebbe alloggio estromettendone con la forza chi non sia in grado di difendersi?
      Chi saranno le prime vittime di tale aggressione a fine di sopravvivenza, se non i più deboli: bambini, anziani, donne. In nome del “mors tua vita mea” verranno sacrificati in conseguenza di un sistema distopico che si vuole instaurare facendo credere che sia la cosa più comoda e più giusta che si possa immaginare. E come tale trova all’istante una claque di individui che sembrano soltanto ansiosi di ripetere gli slogan con cui il sistema di propaganda li martella a oltranza.
      Al di là del chiedersi come si sia potuti arrivarw a procurarsi quel genere di consenso automatizzato, vediamo ancora una volta che la conseguenza di quel che viene spacciato come progresso non sarà il medio evo, come spesso si dice, ma proprio il ritorno all’età della pietra. Dove potrà sopravvivere solo chi avrà la clava più pesante e saprà usarla nel modo appropriato.
      Bel progresso, davvero.

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