Il vintage e le sue insidie 2 – Roksan Caspian

Torniamo a parlare di vintage, argomento oggi al centro dell’interesse per numerosi appassionati.

Lo spunto ce l’offre il Roksan Caspian, lettore CD a suo tempo prodotto da un marchio forse non considerato come avrebbe meritato in ambito digitale, pur avendo realizzato meccaniche che godono tuttora di una reputazione invidiabile, come il DP-1 Rok e il DP-2 Attessa.

Anche i lettori completi realizzati dal marchio in questione sono tuttaltro che da disprezzare: dimostrano in particolare la loro efficacia superiore proprio in termini di trattamento del segnale quando si trova ancora in formato digitale, aspetto in genere trascurato ma che ha un’importanza fondamentale come dimostra appunto il rendimento di quelle macchine.

 

Digitale: solo conversione D/A o c’è anche dell’altro?

Come sempre, invece, la narrazione diffusa dalla pubblicistica di settore ha spinto in particolare sui convertitori D/A, spendendo al riguardo non fiumi ma alluvioni d’inchiostro. In tal modo si è generata la percezione, o meglio ancora la convinzione, che in buona sostanza il digitale sia tutto li.

Ma ancora una volta la risposta è sbagliata.

Volendo soffermarsi brevemente sulle origini della singolare capacità di dire le cose come non stanno con tanta sistematicità, si può ritenere che si tratti del concorso di più elementi. La ricerca del sensazionalismo a ogni costo ha  un ruolo importante al riguardo, insieme alla difficoltà di misurarsi con meccanismi non sempre di facile comprensibilità, se non si è versati nei confronti di una materia al di là di un interesse personale più o meno sentito. In particolare quando ci si ritrova vittime di un concorso di eventi che ha prodotto come risultato primario la rimozione del più remoto barlume di buon senso, altra tendenza che al giorno d’oggi sta conoscendo una diffusione capillare. Anzi, si ha l’impressione si tratti del risultato di un’azione di lungo termine programmata e ricercata in maniera scientifica, volta a calare ogni individuo nella realtà parallela che più gli aggrada. Inducendolo nello stesso tempo a negare disperatamente tutto ciò che ad essa non si conformi.

Non ultima, la necessità di tenere desta l’attenzione del pubblico e prima ancora la propria riguardo ad argomenti che in effetti mal si prestano allo scopo.

Anche la capacità di diffondersi delle idee sbagliate, e poi di attecchire e radicarsi presso gli strati di pubblico più diversificati, ha dell’incredibile. Ricordo ancora lo scambio d’idee che ebbi qualche anno fa con una persona che vista dall’esterno, per il curriculum personale potrebbe essere individuata come uno di “quelli che ci capiscono”. La volta precedente si era parlato di una certa tipologia di prodotti, dei quali è ampiamente riconosciuta la capacità di issarsi al di sopra della media prestazionale del settore. Quando ci rincontriamo, con aria di scherno mi dice: “Ma non sai che quei prodotti hanno lo stesso identico convertitore di esemplari assai meno efficaci?” Volendo intendere in quel modo non l’inesistenza ma proprio l’impossibilità di una qualche differenza tra oggetti equipaggiati dallo stesso convertitore.

Inutile dire che a quel punto mi sono cadute le braccia. Di colpo si è parata di fronte a me la totale inutilità di parlare  di argomenti che non sono al di là della comprensione ma della volontà di affrontarli dal verso giusto.

Personalmente ho sempre avuto difficoltà enormi nel misurarmi con atteggiamenti del genere e con le persone che li pongono in essere: se non si desidera affrontare determinati temi, non sarebbe sufficiente evitarli o magari far presente che non si gradisce discuterne? Forse no, dato che ne soffrirebbe l’immagine che si ha di sé stessi e quindi la considerazione al riguardo.

Di sicuro la conversione D/A ha la sua importanza, al di là della sua percezione nell’immaginario comune. A un certo punto si è iniziato a parlare anche delle sezioni d’uscita, la cui rilevanza per la qualità del segnale prodotto dai lettori CD è innegabile.

E’ alquanto curioso, tuttavia, che riguardo all’audio digitale, malgrado il can can che fatto su di esso, sul supporto fonografico di cui si è servito di volta in volta e sulle apparecchiature destinate a riprodurlo, andato avanti per decenni, si è parlato di tutto tranne di quel che riguarda la fase in cui il segnale si trova ancora in formato digitale.

Eccoci di fronte all’ennesimo paradosso di un mondo che proprio nella loro produzione seriale ha dimostrato la sua efficacia maggiore.

Dunque ci si è sperticati nelle lodi per la “perfezione” del digitale, in assoluto e tantopiù rispetto all’analogico, da cui le prestazioni incomparabili al confronto; si è sbrodolato oltremodo nei riguardi della praticità, della flessibilità e della comodità d’uso dei lettori CD rispetto ai giradischi, per tralasciare le difficoltà insite nell’allestimento e nella messa a punto di questi ultimi; si è girata e rigirata la frittata riguardante la questione dei convertitori D/A e delle loro tipologie, piroettando con graziosa leggiadria nell’avanti-indré eseguito nell’attribuire di volta in volta la palma della maggiore efficienza e del miglior suono a ciascuna di esse; si è discettato oltre l’umana sopportabilità riguardo alle prerogative e alle necessità della sezione d’uscita.

Ma facciamoci caso, sulla fase in cui il segnale si trova in forma digitale, ovvero sulla spina dorsale, sull’asse portante della riproduzione sonora a partire da informazioni a codifica binaria non si è mai detto nulla.

Silenzio, proprio come non esistesse. Tuttalpiù ci si è limitati a dire che si tratta di una serie di 1 e di 0, raggruppati secondo vari formati dalla densità dei dati via via maggiore, senza mancare di attribuire a questi ultimi un’importanza esagerata e priva di addentellato con la realtà dei fatti, secondo la tendenza insopprimibile nel tecnocrate a soffermare la propria e a dirigere l’altrui attenzione esclusivamente sulle questioni quantitative.

Il comportamento all’ascolto delle macchine che proprio al trattamento del segnale quando si trova in forma digitale attribuiscono l’importanza che merita dimostra l’esatto contrario, ponendo alla nostra attenzione una serie di elementi ben riconoscibili. Tali, oltretutto, una volta che si è presa confidenza con essi, da permettere di individuare a colpo sicuro quando le funzioni ad essa inerenti sono svolte nel modo migliore.

Come mai, allora, se è così importante nell’attribuire una connotazione qualitativa di evidenza innegabile, la fase in cui il segnale si trova ancora in digitale è stata trascurata in modo simile?

Il motivo potrebbe derivare dal fatto che non si è riusciti ad attribuire alle differenze che hanno luogo in tale contesto una caratterizzazione tale da essere sfruttabile, dal punto di vista della pseudo-informazione, che in realtà è pubblicità che si finge qualcos’altro, e più ancora da quello commerciale.

Ancora una volta, insomma, laddove ci si trova bell’e pronto un qualsiasi elemento di riconoscibilità, magari fittizio, lo si sfrutta a fondo e se ne ingigantiscono le prerogative. Esempio tipico del digitale sono appunto i DAC a 14, 16, 18, 20 e 24 bit, dipinti ogni volta come migliori per forza dei cose dei precedenti e di volta in volta come traguardo definitivo. Per poi dire che no, contrordine compagni, ora si va sull’1 bit, attribuendo come sempre tutta l’importanza a quel particolare, per poi tornare ancora una volta sui propri passi. Ma se per quel convertitore si fa tutto il possibile affinché operi nelle condizioni più indicate per esprimere il suo potenziale, a iniziare dall’alimentazione, oppure lo si fa andare a carbonella, buio completo. Tanto non interessa a nessuno.

Dunque, come tutte le cose di qusto mondo anche il convertitore D/A non può che essere influenzato nel suo comportamento materiale da quel che ha intorno. Se ne può scegliere uno della massima raffinatezza e complessità, ma se non lo si pone nelle condizioni di esprimersi al meglio, non potrà che fornire un rendimento inferiore rispetto a un esemplare meno esclusivo ma meglio curato per certi aspetti.

Riguardo al digitale, in termini generali s’impone un’altra riflessione: nel momento in cui si riporta tutto alla semplicità massima, come appunto quella inerente l’imperniare tutto un sistema funzionale su due soli stati come l’uno e lo zero, l’accesso o spento, il nero o bianco, una volta che si desideri applicarlo alle necessità degl’impieghi tipici del mondo reale s’incorre in una serie tale di complicazioni e così esasperate da risultare sostanzialmente impenetrabili.

Per contro, quando un meccanismo è caratterizzato da una funzionalità di base alquanto più complessa, risulta più semplice ricavarne un impiego pratico, per quale che sia.

A questo punto allora sorge il dubbio riguardante la convenienza di ridurre tutto allo stadio di semplicità più estrema, quando poi occorre costruirgli sopra una sovrastruttura talmente intricata da causare difficoltà pressoché invalicabili già per una sua descrizione per sommi capi.

 

Una buona occasione

Sulla base di queste considerazioni, qualche mese fa, quando un appassionato mi ha chiesto un consiglio per una nuova sorgente di valore ma dal prezzo abbordabile, tra gli altri gli ho consigliato di tenere d’occhio i Roksan. Cosa che peraltro faccio d’abitudine.

Il caso ha voluto che ce ne fosse in vendita uno a prezzo interessante: si trattava di un Caspian, venuto via a 300 euro circa. Cifra con cui oggi si compera ben poco sul mercato del nuovo ma che è stata sufficiente per aggiudicarsi un lettore di classe. Quell’appassionato mi ha pregato di riceverlo al mio indirizzo, così che ne potessi valutare le condizioni effettive e la qualità del suono.

Così è stato e qualche giorno dopo è arrivato il pacco contenente il lettore, che si trovava in effetti in buone condizioni, almeno visivamente. Nonostante il venditore avesse giurato sulle sue condizioni perfette, una volta collegato alla rete elettrica e inserito un dischetto, il lettore non è stato in grado di riconoscere il numero e la durata dei brani, la cosiddetta TOC, Table Of Contents, rendendone impossibile la riproduzione.

In casi del genere si pensa subito alla necessità di sostituire il pick up ottico. Rimosso il coperchio, è bastato pulire la lente del laser con un cotton fioc inumidito con liquido per vetri e il lettore ha ripreso a funzionare senza tentennamenti.

 

Costruzione di rilievo

Trattandosi di una macchina destinata al segmento medio alto, il Roksan Caspian è caratterizzato da un livello realizzativo tuttaltro che rinunciatario. Già a iniziare dal telaio, basato su pannelli di spessore considerevole, che si ripercuote sul peso complessivo della macchina. Doppi toroidali ben dimensionati, destinati ad alimentare in maniera indipendente la sezione digitale e quella analogica, a loro volta alloggiate su stampati a sé stanti, conferiscono all’interno un colpo d’occhio degno di nota, anche se a causa della compattezza degli stampati, montati oltretutto sovrapposti, larga parte dello spazio interno resta inutilizzata. Roksan del resto predilige da sempre circuiterie stringate, alla cui efficienza tale prerogativa non dev’essere del tutto estranea.

Tra le particolarità della macchina, a livello estetico, c’è il vassoio porta-CD nascosto dietro un pannello di spessore notevole che si ribalta alla sua apertura e integra il display, dalle indicazioni minimali. Lo spessore del pannello e la sua forma arrotondata caratterizzano fortemente il frontale, oltre a essere gli elementi da cui si trae maggiormente l’idea di anzianità di servizio. Per il resto la razionalità dell’aspetto è impeccabile, con le due terne di pulsanti tondi dalle ampie dimensioni che controllano l’insieme delle funzioni meccaniche.

Da tutto questo ricavo l’idea che probabilmente non sia l’oggetto più indicato a risvegliare l’istinto di possesso e quello collezionistico degli appassionati maggiormente legati al vintage, che in genere ricercano un’estetica imponente, frontali tirati a lucido e possibilmente caratterizzati da una grande quantità di comandi. Roba Inutile e quasi sempre dannosa ai fini della qualità sonora ma che fa tanta scena e dà all’insieme una connotazione sovratecnologizzata, sia pure d’antan.

Qui invece abbiamo una personalità tendente a un sano minimalismo. Il Caspian insomma non è la macchina più indicata per i cultori dell’idea romantica del  vintage, che cercano in esso soprattutto le suggestioni del tempo che fu, osservate però attraverso la lente distorta dell’idolatria tecnocratica oggi imperante. E’ ben più indicato per quanti abbiano con il fenomeno un approccio di maggiore razionalità, mirante a usufruire con una spesa modesta delle caratteristiche di macchine destinate all’alto di gamma.

 

Una parziale delusione

Verificato che la macchina fosse sostanzialmente in ordine, e una volta rimessa in condizioni di funzionare in maniera corretta mediante un intervento più semplice del prevedibile, non restava altro che collegarla all’impianto. Quel che se n’è evidenziato mi ha lasciato alquanto perplesso: non sono riuscito infatti a ritrovare le caratteristiche che ho imparato essere tipiche delle macchine digitali Roksan. In particolare per le loro doti di estrema precisione e di profonda capacità analitica nei confronti del segnale.

Non si può dire che nelle condizioni in cui mi è giunto il Caspian suonasse male, ma non sembrava assolutamente un esemplare, oltretutto di vaglia, del marchio da cui è stato prodotto e commercializzato.

Una buona macchina, insomma, ma nulla di speciale o di significativamente diverso dalle caratteristiche tipiche di un prodotto di fascia media. Forse che il Caspian sia la pecora nera della produzione di lettori Roksan? Tutto è possibile, per carità, se si è imparato qualcosa dall’esperienza maturata fin qui è che non c’è da dare mai nulla per scontato.

Però siccome ho la testa dura, mi sono voluto togliere la soddisfazione di andare a vedere se fossero davvero quelle le potenzialità del lettore, oppure se il comportamento messo in luce all’ascolto derivasse invece dalle condizioni dell’esemplare pervenuto. Magari a causa di un utilizzo particolarmente serrato nel corso dei numerosi anni passati dal momento in cui è stato estratto per la prima volta dal suo imballo. Del resto quanto verificatosi con il pick up ottico è sembrato a vallare i sospetti al riguardo.

 

Il ripristino

Per cominciare ho provveduto a smorzare i pannelli del telaio, con l’impiego di materiale antirisonante, accortezza che ha sempre dimostrato d’influire in maniera sensibile sulla sonorità di qualsiasi apparecchiatura. Già che c’ero, ho posizionato i trasformatori su materassini in neoprene di spessore adeguato, così che possano lavorare in condizioni più confortevoli, senza risentire dei disturbi meccanici trasmessi dal telaio.

Se il posizionamento sovrapposto delle schede elettroniche, con uno spazio molto ridotto a separarle, può essere uno dei motivi per l’efficacia della macchina da nuova, anche perché in caso contrario l’interno del telaio avrebbe offerto spazi di ampiezza considerevole per una disposizione più usuale, purtroppo pone seri limiti alle possibilità di ottimizzazione.

Dal momento che la sezione d’uscita ha una topologia particolarmente semplificata, con un solo amplificatore operazionale doppio tra il convetitore D/A e i condensatori d’uscita, realizzato mediante un circuito integrato, non sarebbe stato male sostituirlo con un esemplare a componenti discreti. Si tratta di un intervento che ha dimostrato di poter migliorare le doti sonore in maniera considerevole e quindi sarebbe stato più che indicato per un lettore come questo, proprio perché costituisce una base di partenza più che buona.

Purtroppo però circuiterie del genere hanno bisogno di una quantità di spazio considerevole, parecchio maggiore di quella disponibile. Motivo per cui mi sono dovuto limitare all’impiego di doppi operazionali di tipo singolo al posto di quello doppio montato in origine, intervento che ha dimostrato comunque di poter dare un buon miglioramento.

Il livello d’integrazione meno spinto e la separazione fisica delle circuiterie relative al canale sinistro e destro, sono elementi in grado di migliorare le condizioni funzionali in maniera tale da rendersi ben percettibili anche all’ascolto, sia pure nella stessa tipologia di operazionale.

Per quel che riguarda l’alimentazione, purtroppo non è stato possibile eseguire un intervento completo. Sempre per via dello spazio a disposizione, limitato anche dall’altezza ridotta del telaio, ma anche per la presenza di condensatori di dimensioni inusuali rispetto al loro valore, particolarmente difficili da reperire. Oltretutto sono montati a stretto contatto gli uni con gli altri, rendendone impossibile la sostituzione con altri di formato anche marginalmente diverso. Così mi sono dovuto limitare a intervenire solo su quelli principali, con qualche equilibrismo, insieme ai ponti a diodi.

Lo stadio di segnale per fortuna è caratterizzato da una densità di componenti meno esasperata, il che ha permesso un intervento di sostituzione più radicale, oltre all’adozione di bypass in polipropilene nei punti strategici, che comunque ha comportato qualche difficoltà per i motivi suddetti.

Un altro paio di tocchi per completare l’opera e il Caspian era pronto per essere ricollegato all’impianto. Ora finalmente si è avuta netta l’impressione di essere all’ascolto di un Roksan. La riproduzione particolarmente precisa e dinamica, il dettaglio e l’estensione delle frequenze alte, la capacità di affrontare anche i passaggi più complessi tenendo ben saldo il polso della situazione sono le caratteristiche tipiche delle sue macchine digitali, che dopo un intervento sia pure non molto approfondito sono tornate a evidenziarsi nel modo dovuto.

Tutto questo in contesto di grande raffinatezza della sonorità, malgrado le caratteristiche appena elencate, che rispetto ad essa potrebbero sembrare antitetiche. La capacità di rendere ben percettibili anche le nuance più sottili un po’ su tutta la banda ma in particolar modo sull’estremo alto è un altro aspetto di grande soddisfazione nell’ascolto del Caspian, che inoltre si è mostrato in grado di risolvere anche le stratificazioni strumentali più complesse.

Impeccabili altresì il controllo e l’articolazione delle frequenze inferiori, capaci di passare indenni qualsiasi prova.

Un’esperienza del genere spiega come meglio non si potrebbe i pro e i contro del ricorso al vintage. Da un lato abbiamo la possibilità di entrare in possesso di macchine di prestigio a costi che oggi non basterebbero neppure per un esemplare della fascia d’ingresso. Dall’altro però è necessario mettere nel conto la probabilità, o meglio la sicurezza, che si renda necessario un intervento adeguato per riportarle a condizioni confrontabili con quelle di un esemplare nuovo. E forse addirittura migliori, dato che gli accorgimenti cui si può ricorrere in occasioni del genere vanno oltre le scelte deliberate in origine dal costruttore. Senza contare che qualora sia scelta con oculatezza, quindi senza puntare esclusivamente al risparmio ma tenendo a mente innanzitutto il risultato all’ascolto, la componentistica reperibile al giorno d’oggi permette di ottenere risultati superiori a quelli che si avrebbero con un esemplare identico appena uscito dalla linea di produzione, secondo le specifiche del suo costruttore.

Il tutto a costi imbattibili dal prodotto commercializzato attualmente e senza contare che una volta revisionata, una macchina come quella in esame il carriolino nuovo di zecca non lo vede manco in cartolina.

Certo, il modello nuovo magari ha l’ingresso USB per collegarci il telefonino, la friggitrice e il macinacaffè, e con ogni probabilità una serie di funzioni accessorie particolarmente ampia. Che però non influiscono in alcun modo sulla qualità sonora e anzi hanno buone probabilità di penalizzarla.

Allora, forse, invece di prendere un oggetto che promette di fare cento cose, ma che in realtà non riesce a farne nemmeno una con un livello di qualità accettabile, meglio andare su quel che fa una cosa sola ma come si deve.

 

 

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