Marantz CD 63 mkII KIS

Tra le sorgenti digitali di prezzo non impossibile, il Marantz CD 63 è una di quelle che gode tuttora della reputazione migliore.

In particolare per la sua sonorità, tale da averlo incluso nel novero dei lettori preferiti per gli appassionati che non desiderano spendere somme troppo consistenti, ma neppure vogliono scendere troppo a compromessi.

Sia pure valutato con un metro piuttosto critico, è innegabile che il CD 63 abbia dalla sua doti di musicalità interessanti. Magari non è il lettore che fa saltare sulla sedia per l’esuberanza dei suoi picchi prestazionali, su alcuni parametri specifici, elemento comune tra le macchine destinate a venire a noia dopo un certo tempo. S’impone invece per le sue doti di equilibrio e per la capacità di smussare gli angoli più aguzzi del digitale, in particolare di quello a buon mercato. Ne derivano doti di naturalezza alquanto spiccate, che lo rendeno ben accetto anche agli appassionati più legati all’esperienza maturata sulle sorgenti analogiche.

Il CD 63 è stato anche uno tra i primi lettori con cui Marantz si è cimentato con il concetto di ottimizzazione, sia pure inteso in maniera alquanto blanda e soprattutto in base alla logica tipica della produzione industriale, diffondendolo presso le fasce di appassionati non interessati soltanto ai segmenti più esclusivi. Allo scopo, a suo tempo è stata realizzata la serie Ken Ishiwata Signature, dal nome di uno dei suoi progettisti più noti.

Diverse altre macchine di produzione Marantz sono state realizzate anche in versione KIS, acronomo che è diventato usuale nel suo significato di prodotto più curato della media ai fini del comportamento all’ascolto. Nell’esempio del modello di nostro interesse, la versione più raffinata aveva un prezzo di listino pari a oltre il doppio del modello standard.

 

Nel dettaglio

Come abbiamo detto, nel caso del CD 63 la cura KIS è stata eseguita in maniera piuttosto blanda. Vero è che si tratta di una macchina con un buon numero di anni sulle spalle, commercializzata quindi in un periodo in cui certi accorgimenti oggi usuali erano alquanto inconsueti o proprio di là da venire.

Possiamo spiegare così l’assenza della vaschetta IEC per la connessione del cavo d’alimentazione, che tuttavia già a quell’epoca era piuttosto diffusa anche su esemplari non di vertice. Vedere quel filettino risicato fuoriuscire dal pannello posteriore, attraverso un semplice fermacavo, mette quasi tristezza. Oltre a far sorgere il dubbio riguardo al contributo effettivo di Ishiwata nella realizzazione delle serie a lui intitolate, o se abbia soltanto concesso a Marantz i diritti d’utilizzo del suo nome, dando più o meno carta bianca sulle scelte al riguardo.

 

Agli appassionati comunque si è lasciato credere che il contributo del noto progettista sia stato determinante per le prerogative sonore delle macchine caratterizzate dal suffisso KIS. Anche se è alquanto opinabile che sul suo lettore personale avrebbe accettato un cavo di alimentazione siffatto.

Già diversi anni fa si ebbe una polemica al riguardo, quando nel corso di un’intervista Ishiwata disse che su una certa classe di lettori digitali, se non ricordo male SACD, l’eliminazione del convertitore D/A da lui sperimentata si è rivelata efficace per il miglioramento delle loro doti sonore. Marantz tuttavia rifiutò di realizzare lettori siffatti, poiché non riteneva pronto il pubblico ad accettare una soluzione del genere. Scusa di evidente paternalismo, per una scelta che il progettista non ritenne d’intralcio alla prosecuzione del suo rapporto con quel marchio.

Uno tra i meriti più evidenti per il lettore di cui ci stiamo occupando riguarda la capacità di differenziarsi in maniera sostanziale dalle macchine di costo inferiore. Si tratta di qualcosa che si riterrebbe scontato ma in realtà non lo è: storicamente le apparecchiature di fascia media hanno trovato più di qualche difficoltà al riguardo. In particolare per le qualità sonore, dato che in termini di dotazione e di aspetto il problema non sussiste. Anzi, proprio la dotazione arricchita quanto a comandi e a possibilità d’intervento sul segnale può comportare una penalizzazione tale da non riuscire a essere compensata dalla componentistica e dalle scelte tecniche marginalmente migliorate rispetto ai cosiddetti modelli d’attacco.

Tra gli aspetti cui si può ragionevolmente attribuire almeno in parte il motivo delle doti musicali interessanti del CD 63 c’è l’adozione dei moduli HDAM negli stadi d’uscita. La loro prerogativa riguarda l’impiego di componenti attivi di tipo discreto, laddove si ricorre in genere a circuiti integrati, più economici e sbrigativi, per le fasi di progetto e di costruzione.

Va detto comunque che tra l’uscita del convertitore D/A e i moduli in questione ci sono due stadi in cui si è fatto ricorso all’impiego di operazionali integrati.

Dato che sono sempre stati vezzosamente celati alla vista dal costruttore, mediante coperchi metallici a finitura ramata o nichelata, spero di fare cosa gradita agli appassionati pubblicando l’immagine di quel che si trova al loro interno. La sagoma dell’HDAM relativa all’altro canale serve da guida, anche se sullo stampato è presente una linea bianca di delimitazione, non particolarmente visibile nell’immagine qui di seguito.

 

Un altro aspetto  a suo modo interessante del CD 63 KIS sta nella sua realizzazione interna, non dissimile da quella di altre macchine di fascia media e al limite definibile come un po’ rinunciataria. Questo spiega che per ottenere determinati livelli di qualità sonora non c’è bisogno di ricorrere a una costruzione sovradimensionata. Certo, in fotografia cose simili fanno sempre la loro figura, esaltando gli entusiasmi degli appassionati più legati a certe tematiche, doverosamente aizzati dal personale specializzato in tali mansioni.

Più importante invece è il modo con cui si fanno le cose, che ancora una volta dimostra di avere ben altro rilievo rispetto agli elementi di ordine quantitativo.

Un particolare tipico delle macchine orientali coeve del CD 63 è il guscio inferiore realizzato in metallo ramato, che si scopre rimuovendo il pannello di copertura. Questa soluzione era riservata di solito agli esemplari di vertice: ritrovarla anche sul CD 63 KIS è alquanto sorprendente.

 

Oltre al telaio ramato, le differenze nei confronti del CD 63 “normale” riguardano innanzitutto l’impiego di un trasformatore toroidale, al posto di quello a lamierini utilizzato nelle versioni normali, una maggiore robustezza strutturale e la scelta della componentistica per alcune sezioni circuitali, appartenente alle serie “nobili” dei rispettivi costruttori, come i condensatori Elna Silmic presenti nello stadio d’uscita. Si, c’è anche la targhetta dorata con incisa la sigla Ken Ishiwata Signature, ma non so fino a che punto tutto questo potesse giustificare una differenza di prezzo tanto importante.

E’ noto che la dispersione minore di campi magnetici, motivo d’impiego dei toroidali, trova il suo contraltare nella sonorità meno convincente rispetto a quelli a lamierini, una volta che sia possibile ricorrere agli accorgimenti necessari per tenere sotto controllo le loro tendenze nefaste. Quindi, per assurdo, il trasformatore utilizzato per la serie KIS del CD 63 potrebbe andare a scapito dei fini ricercati mediante la sua realizzazione.

 

L’intervento

In base a quanto detto nella parte introduttiva di questo articolo, quello che si definisce come intervento di ottimizzazione ha in sostanza lo scopo di disinnescare almeno alcuni tra gli elementi di penalizzazione disseminati dal costruttore nel nucleo funzionale del prodotto, dai quali deriva il posizionamento nella scala gerarchica della sua sua produzione e il prezzo di listino che gli viene attribuito.

Avendo verificato i risultati conseguenti all’impiego di cavi di alimentazione più adeguati alle necessità delle elettroniche utilizzate nel suo impianto, il possessore del CD 63 ha ritenuto fosse il caso di mettere anche il lettore nelle condizioni di poterne utilizzare uno. Questo ovviamente ha comportato il praticare una foratura nel pannello posteriore, necessaria per l’inserimento della presa IEC tripolare. Operazione completata dalla sostituzione del conduttore interno di alimentazione, con un altro in linea con le caratteristiche del cavo di rete destinato a equipaggiare il lettore.

Così facendo il CD 63 ha acquisito anche una connessione di terra, mancante nella veste originaria. Ne consegue non solo un miglioramento delle sue caratteristiche funzionali ma anche del grado di sicurezza offerto al suo utilizzatore, cosa che non guasta.

Dato che il suo possessore ha espresso il desiderio di migliorarne le doti sonore, una volta deciso l’intervento volto a permettere l’impiego di un buon cavo d’alimentazione, tanto valeva intervenire anche a tal fine.

Allo scopo, quindi ho ritenuto fosse il caso di procedere nel modo che mi è solito. Alla radice, iniziando con la sostituzione integrale dei condensatori, grandi e piccoli.

Ricorrere a quel che passa il convento oggigiorno, a livello di componentistica “commerciale”, non so fino a che punto avrebbe avuto senso. Meglio allora ricorrere alla varietà di prodotti dedicati alle applicazioni audio di uno tra i fabbricanti più in vista tra quelli attivi nel settore della componentistica elettronica, dei quali ho già sperimentato più volte l’efficacia. C’è stato poi un intervento piuttosto approfondito sulla sezione d’alimentazione, che ha comportato lo spostamento del trasformatore, per far posto alla nuova componentistica. Per il telaio se ne sono rese le superfici  molto meno prone alla risonanza, mediante pannelli di materiale atto allo scopo. Questo ha anche aumentato in maniera considerevole il peso complessivo del lettore.

L’impiego degli accorgimenti atti a porre l’insieme della componentistica nelle condizioni in cui possa operare con l’efficacia migliore non è stato ovviamente tralasciato.

Il tocco finale è stato dato mediante l’adozione di bypass sulle uscite e la sostituzione dei relativi connettori, dato che quelli di serie sono davvero poca cosa, altro elemento che suscita dubbi riguardo al ruolo effettivo di Ishiwata riguardo a uno dei prodotti che portano comunque il suo nome. I nuovi connettori sono stati collegati alla circuiteria per mezzo di un cablaggio in argento solid core, realizzato manualmente.

 

Come si vede, insomma, non si tratta di nulla di trascendentale ma di un’operazione improntata innanzitutto al buon senso, quello che dovrebbe rendere evidente l’inutilità sostanziale di operare su elementi che pur avendo la loro importanza nell’economia funzionale della macchina, non possono certo fare miracoli se prima non se ne risolvono le limitazioni di fondo, quelle che causano la penalizzazione più grave per il livello generale delle prestazioni.

Oltretutto, una volta fatto questo si nota come certi circuiti dei quali oggi la sostituzione è più di moda, una volta messi nelle condizioni di operare come devono non rappresentano assolutamente una palla al piede come si tende a credere.

Anzi, proprio l’ambito prestazionale in cui tali interventi danno i loro effetti, dimostra che non c’è bisogno di andare a toccare cose del genere, oltretutto con interventi similmente invasivi. Infatti a ottimizzazione completata rivelano già per conto loro un funzionamento non solo impeccabile ma persino ben al di sopra di quanto evidenziato da lettori di ben altro costo. Senza contare che se in sede di progetto si sono fatte determinate scelte, è probabile che sia per una buona ragione.

Alquanto più efficace invece, al di là di ogni criterio legato al semplice buon senso, è intervenire dove la logica industriale, quella del “risparmio 10 centesimi e al milionesimo pezzo mi ritrovo in tasca 100.000 euro di più, tanto della differenza non si accorge nessuno”, ha colpito nella maniera più pesante e distruttiva.

Anche in questo caso, tuttavia, gli aspetti controversi della comunicazione e delle sue leggi trovano il modo di insinuarsi. Oggi come oggi dire semplicemente di aver sostituito i condensatori e di essere intervenuti sull’alimentazione e su altri elementi d’importanza primaria è diventato fin quasi scontato. Pertanto non si suscita l’impatto sensazionalistico e insieme di mistero insito nell’operare su dispositivi ben più efficaci nello stimolare l’immaginazione degli appassionati.

Per fare un paio di esempi che ci aiutino ad assimilare la realtà del contesto, è poco influente cambiare l’EPROM della centralina dell’auto se prima non si fa in modo che il sistema d’iniezione e la respirazione del motore nel suo complesso siano finalmente adeguati a quanto necessario per assurgere ai livelli prestazionali insiti nelle sue effettive possibilità.

Dove sta la differenza? E’ presto detto: a eseguire la sostituzione di un chip non ci vuole nulla, anche se con un’operazione del genere si possono fare danni enormi. Tuttavia la si può far pagare bei soldini, proprio in considerazione degli elementi iniziatici e pseudo-criptici su cui si basa la funzionalità di quel componente. Viceversa, l’ottimizzazione del sistema di alimentazione nel suo complesso presuppone un intervento molto più approfondito e difficoltoso, che quindi il “preparatore” non ha molto interesse a fare. Innanzitutto sul piano economico.

E poi anche perché un intervento siffatto apparirà ben più banale agli occhi del committente, dato che certe cose le capisce pure lui.

Allo stesso modo, nella preparazione di un piatto di fettuccine è del tutto inutile usare generose spolverate del tartufo più costoso se il prodotto di base è preparato con farine adulterate e provenienti da coltivazioni irrorate a oltranza con glifosati e pesticidi cancerogeni, con pomodori cinesi coltivati con questi stessi criteri e con formaggio derivante da scarti di produzione del latte. O solo quello ritornato dalle rivendite perché la Grande Distribuzione Organizzata non è riuscita a smerciarlo entro la data di scadenza, stanti i costi esagerati che impone su quel prodotto, contando sul fatto che chi sta allevando la sua prole non ne possa fare a meno. Mentre dall’altra parte arriva il querulo vociare di Cassandre sordo-cieche, e non di rado psicolabili, ad ammonirci riguardo al crollo della natalità, a sua volta strumentalizzato per altri scopi.

Un accorgimento del genere, in sostanza, avrà il solo effetto di coprire con i forti aromi del tartufo le magagne di fondo di un piatto preparato senza alcuna considerazione: non per il suo gusto ma per la salute stessa di chi lo dovrà ingurgitare, oltretutto a caro prezzo (eh, caro signore, queste sono fettuccine al tartufo di Alba, cosa crede?).

In sostanza, ci troviamo di fronte a un nuovo esempio di quel che ripeto con una certa insistenza: la dittatura dei mercati ha quale primo risultato la perdita del lume della ragione. Alle cui conseguenze il popolo pagante sembra piegarsi con un certo entusiasmo, proprio in funzione di essa.

 

L’ascolto del lettore modificato

Il tempo che ho avuto a disposizione per verificare gli effetti dell’intervento praticato sul CD 63 KIS non è stato moltissimo. In pratica neppure quello sufficiente affinché le componenti sostituite andassero a regime. Tuttavia la grande fluidità d’emissione, l’ulteriore riduzione della spigolosità, evidenziatasi di pari passo a una capacità di entrare con molta più facilità nel dettaglio dell’informazione sonora, il nitore della timbrica nel suo insieme, caratterizzata inoltre da uno spessore e da una profondità della scena che non si riscontrano neppure in macchine di ben altro costo e blasone, si sono rese percepibili senza difficoltà alcuna.

Proprio quest’ultimo elemento, ossia la naturalezza, abbinata alla capacità di issare fluidità, profondità, chiarezza della timbrica e introspezione su livelli d’eccellenza, nella contemparanea assenza degli elementi di disturbo solitamente associati a tali prerogative, oltre i limiti tipici di macchine di ben altro pregio, ha una motivazione evidente, sempreché si abbia la volontà di osservarla. Queste ultime, infatti, malgrado i loro costi non possono contare su una componentistica di qualità paragonabile a quella ora presente all’interno del lettore in questione, con tutte le conseguenze del caso. Infatti quelle macchine di gran classe continuano a essere costruite, mi si passi il parallelo, con le farine al glifosato e pesticidi e sughi da pomodoro cinese, sia pure a partire da ricette di maggiore raffinatezza, ma anche complessità, la cui efficacia è tutta da dimostrare. Per essere poi racchiuse nella veste estetica più indicata a colpire l’immaginazione dell’osservatore.

Questo aspetto sottolinea di nuovo la differenza fondamentale che intercorre tra ricetta e ingredienti, cui le fonti allineate non fanno mai riferimento. Men che meno sollecitano l’attenzione del lettore affinché valuti i motivi per cui si punta soprattutto sulla prima, per trascurare sistematicamente i secondi. A quest’argomento sarà presto dedicato un articolo.

Un altro elemento di grande sorpresa è dato dal mantenimento della sonorità di fondo del CD 63, improntata a una certa dolcezza, oltretutto migliorata, con in parallelo una capacità di indagare a fondo sul contenuto della registrazione, dando luogo a un connubio che non solo lascia di stucco ma obbliga a farsi domande cui non è facile dare una risposta. Quantomeno se si continua a ragionare secondo il metro imposto dalla pubblicistica di settore, rispetto al quale sono proprio verifiche come quella di cui ci stiamo occupando a rendere marchiana l’esigenza di un cambio totale di mentalità.

A questo punto lascio la parola al proprietario della macchina, che dopo aver avuto modo di ascoltata ben più a lungo nelle sue nuove condizioni mi ha voluto inviare un messaggio sull’argomento. Non solo mi ha fatto grande piacere, ma ha suscitato in me un certo orgoglio.

Caro Claudio,
quando una ventina di giorni fa ti chiesi se fosse stato possibile un miglioramento sonoro del mio lettore Marantz e mi rispondesti in modo affermativo, non ti nascondo al momento un piccolo scetticismo da parte mia…
Ora che ho avuto occasione di ascoltare l’apparecchio da te modificato con i più svariati generi musicali da me ben conosciuti, devo rilevare un cambiamento stupefacente in termini di chiarezza e pulizia del suono, presenza, separazione dei canali, dinamica e profondità da me, dopo quasi quarant’anni di passione musicale, mai percepiti in precedenza.
Ti sono infinitamente grato di poter avere adesso “emozioni” musicali totalizzanti che non conoscevo.
Non so bene come tu abbia “lavorato” questo componente, ma ti assicuro essere migliorato in modo assoluto all’orecchio mio e di mia moglie.
Gaetano

Non credo ci sia bisogno di aggiungere altro, se non un ringraziamento all’autore del messaggio, se vogliamo conciso ma denso di significati.

 

 

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