Analogico: masse, testine e stili di ricambio

A un assertore irriducibile delle qualità in larga parte insuperate dell’analogico, quale sono da sempre, il ritorno d’interesse nei suoi confronti non può far altro che piacere. Grandissimo peraltro.

Non solo per il fatto in sé e per sé e perché, sia pure tardiva, ha avuto giustizia, ma anche in quanto viviamo in un’epoca In cui la manipolazione di massa e il rigetto sistematico di ogni istanza di origine popolare hanno raggiunto livelli impensabili solo qualche anno fa.

Pertanto, che anche solo in un ambito come quello della riproduzione sonora la volontà popolare sia riuscita infine a imporsi, riportando in auge l’analogico una volta riconosciute le doti superiori di musicalità e naturalezza che lo contraddistinguono, è motivo di rallegramento. E poi di riflessione, inerente la nuova dimostrazione che quando la volontà dei diretti interessati arriva alla soglia di massa critica, non c’è falsario, pennivendolo o interesse oligarchico e monopolista che tengano.

Certo, la forma di analogico oggi praticata nel modo più diffuso vede disciolto in sé, ma forse sarebbe meglio dire liquefatto, il digitale. In un legame divenuto inscindibile, proprio in quanto posto all’origine del supporto fonografico necessario alla sua fruizione. Motivo per cui quello attualmente in voga è in realtà un ibrido e, come tale, meritevole di essere ritornato al mittente. Tanto di analogico vero in circolazione ce n’è ancora a dismisura, ma di questo ci occuperemo in un articolo dedicato specificamente all’argomento.

 

Complessità, elemento indiscutibile

Tra la miriade di mistificazioni utilizzate a suo tempo per indurre gli appassionati a spostarsi verso il digitale, c’è un argomento del quale non si può disconoscere la plausibilità. Riguarda la difficoltà dell’allestimento e della messa a punto della sorgente analogica e, in parallelo, il numero d’informazioni che è necessario gestire, e prima ancora acquisire e comprendere, affinché li si possa portare a termine nel migliore dei modi. Unica possibilità per poter fruire di una parte di consistenza ragionevole del potenziale tipico dell’analogico, in termini di qualità sonora.

A onor del vero non è che il digitale abbia fatto molto di meglio. In particolare con la cosiddetta musica liquida, che a differenza dell’analogico, complesso ma sulla base di problematiche comprensibili con un minimo di volontà e di buon senso, verte su questioni che definire criptiche è ancora poco.

Se tra gli appassionati nell’epoca d’oro della riproduzione vinilica il complesso delle informazioni e degli elementi pratici ad essa necessari era piuttosto diffuso, e maneggiato con sufficiente padronanza, oggi non lo è più.

Non solo, per i profondi mutamenti verficatisi nel sistema d’informazione e in quello di distribuzione, sono venute a mancare le figure di riferimento a cui gli utilizzatori erano soliti rivolgersi per cercare risposta ai loro dubbi e problemi.

Non è detto che la trovassero o fosse quella giusta, ma dalla progressiva scomparsa di tali figure è derivata un’incertezza, o meglio una qualunque, divenuta elemento dominante della situazione attuale, Aspetto questo, condiviso un po’ a tutti i livelli: nel mondo audio e in tutto quel che con esso non ha a che vedere.

Questa ulteriore aggiunta alle altre questioni controverse legate all’analogico, già numerose per contto loro, non sembra aver influito più di tanto sulla sua nuova diffusione. Dimostrando ancora una volta che quando un oggetto o un sistema trovano l’apprezzamento della massa, non c’è elemento che possa ostacolarne il cammino.

Tuttavia i dubbi permangono: il commento inviato qualche giorno fa da un appassionato sta a dimostrarlo. Come avviene di frequente, in una sola domanda sintetizza tanti e tali argomenti da non poter essere analizzati in una semplice risposta. Quindi si è reso necessario dedicare ad essi un articolo vero e proprio.

In quel commento peraltro si toccano argomenti d’interesse generale, tali da meritare uno spazio caratterizzato da maggiore visibilità.

Vediamo di cosa si tratta:

Possiedo un giradischi Technics SL1700MKII con una Shure V15IV (lo stilo è nuovo, con pochissime ore) e un Pre Phono Cambridge Audio P640 MM/MC. Non sono soddisfatto della Shure e mi è stata consigliata in sostituzione la Denon DL 103. Della Shure posso dire che è senza anima, non so come spiegarmi, è fredda, asettica. Il problema non è da attribuire al Cambridge, poiché prima il tutto era collegato al pre phono Manley Steelhead (lo tengo nell’impianto principale in un’altra abitazione) e il suono cambiava ma di poco. La puntina è a posto, probabilmente sono abituato al suono dell’altro mio sistema (Oracle Delphi MKV, SME IV-D, Benz Micro Glider 2Le) e mi stona non poco. Ho guardato i dati del braccio del Technics e leggo che si adatta con testine dai 6 ai 10 gr, 13,5/17,5 includendo lo shell. Poi se debbo essere sincero ho preso questa Shure per curiosità, non sono mai stato un fan del marchio. Penso che le MC suonino meglio.
In alternativa alla Denon DL103 avevo pensato anche alla Ortofon Blue o ad una Dynavector magari usata, ma sono tutte testine che non conosco. Ascolto jazz, classica e rock anni ’70.

Saluti

Giuseppe

 

Prima di entrare nello specifico dei quesiti sollevati da Giuseppe, mi sembra necessario rilevare come la sua stessa domanda, e ancora più a monte le condizioni di cui racconta siano il sintomo di una realtà evidente.

Quella cui abbiamo accennato sopra, in merito alle incertezze, le lacune, le contraddizioni e la certa qual leggerezza che è il frutto tipico del consumismo esasperato dei nostri tempi, con cui si affronta una prova come quella riguardante l’assemblaggio della sorgente analogica. Se è già complessa per proprio conto, in condizioni simili diventa fin quasi impossibile.

In questo l’analogico denota  la sua contraddizione, o meglio la vera e propria incompatibilità con lo stile di vita e quindi la realtà attuale, legata appunto al consumismo sfrenato che si è voluto issare al vertice degli interessi e dello stesso modo di essere dell’individuo. Elemento fondante di un concetto economico e sociale che non è solo insostenibile ma anche causa di un malessere generalizzato e soprattutto foriero di condizioni di vita genuinamente distopiche, conseguenti alla dittatura dei mercati oggi vigente.

Il paravento di falsa democraticità con cui ha tentato di mascherarsi in passato, ormai serve a ben poco: governi e parlamenti altro non sono che fantocci, chiamati a eseguire decisioni prese altrove, sistematicamente contrarie agl’interessi degli elettori.

Se delle dittature storiche si dice che causassero la perdita della libertà, intesa in senso lato e senza mai specificare in cosa consista effettivamente, la prima conseguenza della dittatura dei mercati è la perdita del lume della ragione. La realtà da cui siamo circondati, o per meglio dire assediati, lo dimostra istante per istante.

In concreto, allora, per mettere insieme in qualche modo un piatto, una testina, un braccio e un pre phono non ci vuole poi molto, una volta che si possa mettere mano al portafogli come dettano le leggi del consumo e del profitto. Ben altro, invece, è fare in modo che il sistema così allestito non si limiti a funzionare in qualche modo, ma lo faccia come deve.

Ecco il fulcro dell’incompatibilità dell’analogico con la realtà attuale: per utilizzarlo nel modo opportuno non è sufficiente la disponibilità al consumo sfrenato o meglio ancora compulsivo: ci vogliono innazitutto riflessione e soprattutto conoscenza. Cose che le leggi di vita attuali rifuggono o meglio demonizzano, dato che il meccanismo economico cui rispondono non può certo attendere, per essere alimentato, che il compratore faccia infine la sua scelta sulla base di motivazioni ragionate. A loro volta conseguenza della presa d’atto di principi che per essere applicati vanno prima studiati, compresi e metabolizzati.

Sono cose che prendono tempo e mai come oggi il tempo è denaro.

In effetti se si assembla la sorgente analogica rispettando le leggi odierne, ossia mediante l’uso del portafogli o meglio della carta di credito, dato che l’impiego del contante ha in sé un grado fisiologico d’indipendenza che non è più tollerato e proprio per questo lo si vuole eliminare, quando si preme il pulsante d’avvio il piatto gira e si percepisce l’emissione provenire da entrambi gli altoparlanti.

Per alcuni potrebbe andare già bene così e, con l’abitudine o meglio nella mancanza di pietre di paragone realmente attendibili, oggi comune tra quanti si avvicinano all’analogico potendo contare unicamente su qualche anno di esperienza fatta sul digitale, si finisce con l’adeguarsi. O meglio con il convincersi che non è possibile spingersi oltre  certi limiti.

Questo però non è il caso del nostro amico Giuseppe. Dispone infatti di un’altra sorgente analogica dal valore non indifferente. Non solo nei termini di prezzo che non andrebbero confusi con gli aspetti tecnici o con quelli inerenti la qualità sonora, e men che mai si deve credere che vadano di pari passo come un numero di fonti in perenne crescita insiste a suggerire più o meno esplicitamente. Così non ha difficoltà alcuna nell’inquadrare i difetti di quella più economica in suo possesso, riguardo alla quale, o meglio a una parte di essa, chiede spiegazioni.

Volendo liquidare la cosa senza impegnarsi più di tanto, a Giuseppe si potrebbe rispondere così: ma che fai, vuoi mettere a paragone la Ferrari col pandino?

Siccome invece in questo spazio è attivo un gran rompiscatole, e soprattutto si cerca di sfruttarne l’esistenza per fare un minimo di divulgazione e di condivisione delle esperienze, andiamo a verificare i diversi elementi emersi da un quesito che affrontato con l’approccio tipico dei nostri tempi potrebbe essere visto come banale.

 

L’interregno e le sue conseguenze

Durante il lungo periodo d’interregno in cui il digitale ha rappresentato sostanzialmente la scelta inevitabile quale sorgente dell’impianto, per forza di cose il patrimonio culturale relativo all’analogico è andato perduto in larga parte. Inoltre i ripetuti cambi generazionali verificatisi nel frattempo hanno causato l’abbandono da parte di quanti detenevano il bagaglio culturale e di esperienza necessario ad affrontare la complessità della materia. Interrompendo di fatto la trasmissione di conoscenze a favore di chi è venuto dopo.

A seguito del passaggio al digitale e al suo dominio assoluto, quel patrimonio di conoscenze non lo si è ritenuto inutile ma proprio obsoleto. Elemento questo che da un lato dovrebbe far riflettere a fondo quanti inneggiano al progresso tecnologico e alle sue promesse da marinaio, mentre dall’altro ha costituito un capovolgimento non sempre considerato come si potrebbe e dovrebbe. Figuriamoci le sue conseguenze.

Oggi che sappiamo com’è andata la storia di questo settore, in quel che è stato appena detto abbiamo un ulteriore elemento per valutare l’enormità del danno fatto da quanti a livello di stampa, più o meno specializzata, si sono impegnati in ogni modo possibile e immaginabile affinché il digitale acquisisse il predominio che ha avuto per lunghi anni. E, nello stesso tempo, sull’analogico si stendesse la cortina di silenzio impenetrabile che nella logica della comunicazione dei nostri tempi è equivalso non ad affossarlo ma a renderlo proprio inesistente.

Ancor peggio, nel momento in cui gli artefici di quanto sopra sono stati costretti ad ammettere che l’analogico era tornato al rango di settore primario della riproduzione sonora, e di conseguenza a fonte d’introiti pubblicitari rilevanti, hanno ricominciato non a parlarne ma proprio a osannarlo come nulla fosse. Senza alcuna vergogna.

Qualora si avesse un minimo di amor proprio, ci si cospargerebbe il capo di cenere, chiedendo scusa agli appassionati per il cumulo inverosimile di menzogne propinate loro, oltretutto a pagamento. Invece non si è mai palesato alcun cenno di autocritica, per quanto velata, o almeno di spiegazione per un cambio di atteggiamento tanto radicale e repentino.

Si è semplicemente fatto finta di nulla, come se quelle azioni fossero state compiute non da altri ma non siano proprio esistite. Adoperandosi poi con la nota dedizione a diffondere le mistificazioni più farneticanti sull’argomento (basta che ce date li sordi), apportando un contributo sostanziale a far si che la qualunque di cui sopra divenisse la vulgata predominante.

In parallelo a tutto questo è andato pian piano concretizzandosi un cambiamento ancor più profondo nella platea degli utilizzatori delle sorgenti per la riproduzione sonora. Durante la fase iniziale e quella intermedia del digitale la maggior parte degli appassionati era nata e cresciuta con l’analogico, del quale aveva introiettato caratteristiche, necessità e modalità funzionali ed espressive. Oggi invece ci troviamo in una condizione del tutto opposta: giradischi ed LP sono tornati effettivamente al centro dell’attenzione, ma la gran parte di quanti vi si rivolgono ha un retaggio costruito soprattutto sulle sorgenti digitali.

Non so se questo sia anche il caso del nostro amico Giuseppe, ma le scelte di cui parla nel suo messaggio mi sono sembrate alquanto contraddittorie. O magari sono solo il segno di quanto le idee attualmente più diffuse, o solo supportate dal battage propagandistico in apparenza più convincente, nonché le omissioni eseguite più di frequente possano influenzare le decisioni anche di appassionati dotati di un buon livello di esperienza.

Ma andiamo per ordine e iniziamo dalla testina.

 

Stili e ricambi

La Shure V15, nelle sue diverse versioni, è stata per un lungo periodo non solo il modello di punta del costruttore più noto in assoluto nell’ambito dei fonorivelatori, ma anche l’oggetto del desiderio per intere generazioni di appassionati, nell’epoca di massimo splendore dell’analogico. Ossia al momento in cui la riproduzione sonora di qualità elevata è passata in breve da attività per pochi iniziati a imporsi come fenomeno di massa.

La sua fama è stata tale da giungere pressoché inalterata fino ai giorni nostri. Infatti gode ancora di una reputazione considerevole e di un’ampia schiera di estimatori. Il suo esempio, pertanto, è forse il più indicativo per le difficoltà innanzitutto a livello concettuale con cui gli appassionati devono confrontarsi al giorno d’oggi. Sono tali da rendere l’esercizio delle sorgenti analogiche ancora più complesso di quanto fosse all’epoca in cui, per motivi di ordine commerciale legati all’urgenza con cui si doveva fare in modo che il digitale si affermasse, venne deciso improvvisamente che lo era fin troppo.

Non prima di aver mangiato a quattro palmenti in quel piatto per anni e anni.

Giuseppe ci dice che lo stilo a corredo della testina ha pochissime ore d’impiego, ma non spiega qual è la sua origine. A questo proposito rileviamo innanzitutto che Shure ha deciso in piena controtendenza con la realtà attuale, in cui un qualsiasi spazio nel settore dell’analogico viene disputato a fil di coltello, di smettere con la produzione delle sue testine. Motivo ufficiale, i problemi derivanti dalla gestione delle decine di fornitori cui ha fin qui delegato l’approvvigionamento delle parti necessarie alla realizzazione del prodotto finito.

Non sembra molto credibile: se questa è la realtà nel settore delle testine, è probabile che facciano così anche gli altri. Se vi riescono loro, non si vede il motivo per cui non possa riuscire a Shure. Più probabile è che il marchio Shure di oggi non sia lo stesso di allora, mentre è sicuro che dilapidare una simile eredità in termini di conoscenze tecniche e apprezzamento del pubblico non ha senso. La sola vera incertezza riguarda il momento in cui è avvenuta tale dilapidazione: al momento dell’annuncio ufficiale oppure già parecchio tempo addietro, per poi tentare un recupero con mezzi diciamo così di fortuna che non è andato a buon fine.

Osservando la questione del cambio dello stilo nei termini usuali per un appassionato non troppo addentro alle questioni tecniche della riproduzione analogica, una volta eseguita l’operazione si dovrebbe essere a posto.

Invece le cose possono stare in maniera alquanto differente.

Primo, proprio perché oggi per le Shure sono reperibili solo stili di ricambio di concorrenza, quando a tale proposito l’esperienza racconta che già con quelli realizzati direttamente dal fabbricante non è detto che all’atto della sostituzione le cose vadano esattamente come devono, ossia mantenendo il carattere originario della testina.

Giuseppe non dice neppure se ha concesso allo stilo il tempo materiale di rodarsi. Cosa che per un componente legato essenzialmente a funzioni meccaniche è fondamentale. Soprattutto per quel che riguarda la sospensione, l’elemento elastico cui è ancorato l’equipaggio mobile, costituito da asticciola, ossia il cosiddetto cantilever, e stilo, comunemente definito puntina.

Le modalità con cui l’equipaggio mobile si muove seguendo l’andamento del solco hanno proprio nella sospensione un elemento d’importanza sostanziale, in conseguenza delle sue doti di elasticità che nel permanere in magazzino per mesi o forse anni, in attesa dell’acquisto da parte dell’utilizzatore finale, possono non essere nella forma migliore. Quindi possono necessitare di un periodo di esercizio prima di esprimersi in modo ragionevolmente vicino a quello preventivato.

Inoltre il cambio dello stilo, prassi comune negli esemplari a magnete mobile, equivale in pratica a sostituire per intero tutta la parte “ciclistica” della testina, che insieme al motore interno e al corpo costituisce uno dei tre elementi primari che concorrono a determinarne il comportamento e quindi le doti sonore. Montando uno stilo diverso, la sonorità della testina può esserne profondamente variata, diventando altra cosa.

C’è poi un altro aspetto, d’importanza ancora maggiore: quando su un sito o presso un dettagliante troviamo uno stilo di ricambio per la testina di cui siamo in possesso, siccome siamo persone fiduciose diamo immediatamente per buono che si tratti di una copia conforme di quello originale.

Tuttavia la realtà potrebbe essere alquanto diversa. Chi ci assicura infatti che le cose stiano effettivamente in quel modo? Gli aspetti su cui potrebbero essere intervenute delle variazioni, sono numerosi, tutti influenti per il comportamento della testina sul campo.

Lo stilo, ovvero l’elemento che entra materialmente in contatto col vinile, ha forma e dimensioni assolutamente identiche a quello originale? Quale sarà il materiale di cui è costituito? Diamante, certo, ma naturale o sintetico? Sarà posizionato nello stesso identico punto lungo l’asticciola e con la medesima precisione geometrica e angolazione, fattori importantissimi, o vi saranno delle differenze seppur lievi, dovute a tolleranze di lavorazione più o meno stringenti e alla percentuale di scarti che in sede di fabbricazione si è deciso di accettare? E l’asticciola, avrà proprio le stesse caratteristiche, in termini di materiale realizzativo, spessore, dimensioni ed eventuale impiego di materiali smorzanti? Questi aspetti ne influenzano la massa, fattore a sua volta di grande importanza per il comportamento in risposta all’impulso meccanico e per il dislocarsi dei punti di risonanza.

Quale sarà infine la cedevolezza della sospensione, quella da cui deriva l’abbinamento meccanico con il braccio e la sua massa, e a loro volta discendono ampiezza e frequenza del picco di risposta a frequenza infrasonica? Sarà rigida abbastanza la sospensione da riuscire a trascinare la massa del braccio dai solchi muti iniziali a quelli finali senza influire sulla liberta di movimento del cantilever, in relazione all’andamento del solco inciso, e quindi ancora una volta sulle doti sonore della testina?

Con un simile cumulo di domande per cui non è prevista una risposta, quante possibilità possiamo concedere allo stilo di ricambio che sia caratterizzato effettivamente dalla migliore conformità con quello originale sotto il profilo delle caratteristiche sonore?

La riflessione su tali quesiti, e ce ne sarebbero ancora diversi altri, è conseguente alle impressioni che Giuseppe descrive per l’ascolto della testina. Sono in netta controtendenza con l’immagine che le Shure hanno acquisito nella loro lunga carriera presso gli appassionati che le hanno apprezzate per la sonorità fluida, rotonda e priva di asprezze. Tutto il contrario insomma di quello che è il suo racconto.

Pertanto, la prima cosa che farei, disponendo dello stilo utilizzato in precedenza, è verificare se con esso si riscontrano gli stessi problemi. In parallelo procederei a verificare il bilanciamento del braccio, insieme all’impostazione del peso di lettura corretto, che non è quello scritto sulla tabella delle caratteristiche, ma quello che di fatto si rende necessario affinché l’equipaggio mobile si comporti nel modo dovuto ai fini di una sonorità equilibrata e provvista del dettaglio e della raffinatezza tipici di una testina di classe simile.

Questo naturalmente dopo essersi accertati che lo stilo montato abbia accumulato il numero di ore di lavoro necessario ad acquisire caratteristiche meccaniche ragionevolmente definitive.

 

Altri dubbi

Un altro elemento di grande perplessità riguarda un nuovo aspetto del racconto di Giuseppe, quando dice di non aver trovato grandi differenze nella sonorità del giradischi, tra l’impiego del pre fono Cambridge e quello del Manley.

Stiamo parlando di un pre fono a circuiti integrati di prezzo molto abbordabile, che per quanto se ne possa ipotizzare un comportamento lusinghiero non dovrebbe essere neppure paragonabile a un esemplare valvolare di alta gamma come lo Steelhead.

Personalmente allora, se mi trovassi in una situazione simile, forse non mi preoccuperei tanto di quello che c’è prima del pre fono, ma di quanto viene dopo. Sembra alquanto improbabile che le differenze tra i due, a parità di sorgente, possano essere sfumate a tal punto.

Vero è che il pre fono, quale componente posto all’inizio della catena, può trovare un ostacolo pressoché insormontabile all’evidenziazione delle doti soniche sue e della sorgente cui è abbinato negli eventuali limiti e difetti dei componenti della catena che vi fanno seguito. Difetti che, per spianare in tale misura le prerogative di esemplari tanto dissimiili l’uno rispetto all’altro devono essere piuttosto rilevanti.

E’ possibile d’altronde anche l’opposto. Ossia che il segnale in uscita dal giradischi abbia caratteristiche talmente spiccate, o meglio limitate, da rendere poco rilevante il pre fono che lo segue, di livello intermedio o elevato che sia.

Qualcuno a questo punto potrebbe notare che siamo su un piano di pura illazione. Non avrebbe tutti i torti, ma d’altronde eseguire una diagnosi a distanza, oltretutto basata su una certa qual lacunosità delle notizie disponibili, è esercizio tuttaltro che facile. Dunque non resta che prendere in esame ogni possibilità e da li cercare di eseguire una scrematura.

Il mio punto di vista privilegia da sempre le prestazioni, in termini di qualità sonora, nei confronti di ogni altro elemento collaterale. Del resto la cosiddetta hi-fi è nata proprio per attribuire all’ascolto di musica riprodotta qualità soniche migliori, con l’obiettivo di renderlo il più vicino possibile all’esperienza dal vivo.

So perfettamente che questa è una posizione anacronistica, dato che ormai la stragrande maggioranza di quelli che si definiscono appassionati è presa da altre cose, poco o nulla attinenti con la qualità sonora, sempre più spesso relegata tra le varie e eventuali.

Nulla avviene per caso e se la situazione attuale è quella che è, ci sono cause, motivazioni, scelte e poi le azioni concrete che hanno portato fin qui. Soprattutto c’è chi ha tratto vantaggio dal graduale trasformarsi in questo senso del mondo legato alla riproduzione sonora. Al punto tale da poterne condizionare l’andamento ancor più a proprio favore, secondo un andamento che per quanto mi riguarda ha avuto conseguenze sostanzialmente involutive.

Sulla base di queste considerazioni, pertanto, trovo alquanto sorprendente che un appassionato che dispone delle esperienze, delle conoscenze, delle capacità di valutazione e non ultime delle possibilità di spesa necessarie all’acquisto di una tra le macchine più rappresentative e valide in assoluto dell’intero comparto analogico, che non a caso ha la trazione a cinghia, si proponga di ritrovare piacere d’ascolto nell’impiego di un esemplare a trazione diretta, sia pure in un impianto di minori pretese.

A questo proposito, se nell’epoca d’oro dell’analogico i trazione a cinghia sono stati i più diffusi e soprattutto tale sistema di trazione è stato utilizzato, e lo è tuttora, per realizzare i giradischi di calibro più elevato, capaci di esprimere doti sonore in linea al loro status, i motivi ci devono pur essere.

Se gli appassionati più esperti e consapevoli di quell’epoca, dei trazione diretta non volevano neppure sentir parlare, forse può non dipendere dal fatto che fossero tutti dei grandissimi incompetenti.

In quel periodo, anzi, la propaganda legata a un qualsiasi settore era molto lontana dal raggiungere i livelli parossistici d’oggidì. Anzi erano semplicemente inimmaginabili come può ricordare chiunque sia riuscito in qualche modo a salvaguardare la propria memoria storica dal lavaggio del cervello di massa eseguito nel frattempo. E se per caso si fosse anticipata una loro descrizione, la si sarebbe presa per il frutto deforme di una fantasia malata, caratterizzata da una tendenza singolare quanto acuta alla distopia.

Questo non è utile soltanto a farci riflettere sulla piega presa dagli avvenimenti nel frattempo, mettendoli in prospettiva, e sulle loro conseguenze. Serve anche a capire che gli appassionati d’allora, nei loro giudizi, non solo erano molto più liberi da condizionamenti, ma quelli che in qualche modo venivano posti in essere già allora avevano una pervasività enormemente minore rispetto a oggi.

Ne deriva, pertanto, che all’epoca esistevano ancora personalità e individualità distinte, non il gregge umano a controllo remoto condizionato fino all’esasperazione con le tecniche proprie della zootecnia tipiche della fase attuale. Anzi, persino questo è un paragone inadeguato: studi condotti da ricercatori indipendenti, che in conseguenza si sono visti sottrarre d’imperio le strumentazioni necessarie alla loro attività, hanno dimostrato che le sostanze usate negli allevamenti e più in genere per gli animali allo scopo di rafforzarne le difese immunitarie, sono prive dei metalli pesanti che si trovano in quantità rilevanti in quelli adibiti all’uso umano, le cui conseguenze sullo sviluppo cerebrale e sulle attività intellettive sono notoriamente devastanti.

Dunque, non sono da trascurare le probabilità che gli appassionati di allora si trovassero in condizioni di esercitare libertà di pensiero, raziocinio, valutazione e decisione incommensurabili rispetto a quelle di oggi.

Come tali non erano sottoposti all’assordante rumore di fondo ideologico-propagandistico tipico dei nostri tempi, quindi erano probabilmente in grado di concentrare la propria attenzione con ben altra efficacia nei confronti di quel che percepivano effettivamente tramite il loro sistema uditivo. E, proprio per le condizioni ambientali in cui vivevano, erano molto più portati a ragionare con la loro testa, anziché con quella del “marketeer” o del falso guru di turno. Da carta stampata, da forum o da social che sia.

Tutta questa mole di condizionamenti, si badi bene, è esercitata mediante un martellamento propagandistico ossessivo che non punta più all’affermazione del prodotto in sé e per sé, ma ha il suo fine nell’imporre le idee e gli stili di vita più indicati affinché ricorrere ad esso sia doveroso e quindi inevitabile. Bollando di conseguenza tutto ciò che non si conformi ad essi del più retrivo e intollerabile anacronismo, così da renderli socialmente deleteri per l’immagine che l’individuo ha di sé stesso e che si è fatto in modo ritenga doveroso proiettare verso gli altri.

In ultima analisi lo scopo non è solo il deprimere, e se possibile neutralizzare completamente, la capacità di formulare un giudizio in autonomia da parte del singolo individuo. Bensì di farlo sentire e quindi renderlo del tutto inadeguato al riguardo. Infatti già di per sé tale capacità è ridotta ormai al lumicino, come testimonia la mole enorme e in perenne crescita delle richieste di “che ne pensate del tal prodotto o del talaltro oggetto…”, o dei “cosa mi consigliate per…”.

L’assurdo è che chi formula dette richieste non si rende conto che sono volte a ottenere pareri da persone la cui esperienza e capacità di valutazione indipendente secondo i parametri dello spessore necessario non di rado è inferiore alla propria. Trovandosi quindi a farsi dare consigli, per poi tenerli in considerazione, da chi ne sa meno di lui. Come dimostrato del resto dal tenore delle risposte ricevute in tali occasioni.

Peggio ancora, l’attribuzione di attendibilità nei confronti di quei pareri, per stendere un velo pietoso sui metodi di verifica da cui traggono origine, non seguono criteri improntati a una qualche logica concreta, sia pure strampalata. E’ conseguenza diretta solo ed esclusivamente della capacità di alzare polvere, del suo quantitativo e della frequenza con cui lo si fa nelle aree di discussione pubbliche.

Se queste sono le condizioni in cui viene calato l’individuo, retrocesso a consumatore in funzione della necessità di indurlo ad assoggettarsi al ruolo di mero ingranaggio del sistema di massimizzazione del profitto, mediante il meccanismo di drenaggio che gli attribuisce la sola funzione di cedente secondo una logica squisitamente coattiva, lo scopo finale del condizionamento è il far si che ritenga il confronto diretto tra due soluzioni concorrenti del tutto inutile. E in ogni caso, qualora pervenisse inopinatamente ad eseguirlo, a persuadersi che non se ne possono trarre indicazioni di sorta, stante l’incapacità di riconoscere una qualunque differenza e soprattutto di posizionare quelle che malgrado tutto dovessero evidenziarsi in una scala di valori di qualche attendibilità.

 

Un esempio pratico

Come un tempo non si riteneva inopportuno ammettere in forma esplicita, a quanti si desidera tenere ai margini di un qualsiasi contesto è fondamentale non spiegare le cose e non lasciar fare nulla. Dato che le persone hanno la tendenza deprecabile a imparare sempre troppo, troppo presto e troppo bene.

A questo proposito, e più in generale in merito al richiesta di aiuto inviata da Giuseppe, qualche giorno fa ho avuto modo di fare un’esperienza che reputo interessante.

Invitato presso l’abitazione di un appassionato, ho potuto ascoltare il suo impianto che all’immancabile sorgente digitale affianca ben due giradischi. Si tratta di un Technics SL1200, modello che sembra ormai onnipresente negl’impianti d’impiego attuale corredati da una sorgente analogica, e di un Thorens TD 160. Che invece era tra le macchine più diffuse in assoluto durante l’era analogica. A corredo ha un braccio SME 3009 e come tale è un esponente attendibile delle modalità d’ascolto e quindi dell’esperienza più comune e apprezzata in quel periodo, da parte degli appassionati diciamo così, di rango.

Le testine che equipaggiavano i giradischi erano dello stesso marchio: sull’SL 1200 era montata una Sumiko Evo III di acquisto piuttosto recente, e sul Thorens una Blue Point prima serie, esemplare di classe minore.

Diffusori e amplificazione di gran classe, con pre fono e di linea valvolari, seguiti da finali monofonici, hanno permesso alle due macchine di esprimersi in un contesto indicato per evidenziare le loro prerogative in modo adeguato. Così da renderne l’impiego in parallelo e le impressioni che se ne sono ricavate degni di attendibilità.

Dato il gradimento del possessore di quell’impianto per la musica classica, abbiamo fatto girare per primo un LP con musiche di Mozart. Responso: semplicemente inascoltabile sul Technics, che fin quando l”esecuzione restava su registri più misurati e con pochi strumenti in azione era ancora passabile, ma quando si arrivava ai forte e ai fortissimo, con l’impiego della massa orchestrale nel suo insieme, diventava oltremodo fastidioso, anche se la definizione più adeguata è “un trapano”, al punto di indurre a interrompere la riproduzione nel tempo più breve.

Con il Thorens l’ascolto del disco era improntato a un maggiore senso della misura, e soprattutto ha evidenziato la  capacità di attribuire agli strumenti di volta in volta in primo piano una sonorità di ben altra verosimiglianza. Permettendo nello stesso tempo di seguire con difficoltà nettamente minori quelli di accompagnamento, che in precedenza erano ridotti a un guazzabuglio inestricabile. All’arrivo del fortissimo la situazione restava ben più sotto controllo. Non si può dire fosse del tutto ideale, problema che vedremo tra poco come è stato risolto, ma nulla a che vedere con l’inascoltabilità riscontrata in precedenza.

Il mio ospite non è solo un patito della classica, ma gradisce parecchio anche la musica soul degli anni ’60, quindi siamo passati all’ascolto di un disco di Marvin Gaye. Qui ci si poteva aspettare una pronta rivincita, ma le cose sono andate in maniera direi imprevedibile. Quella fornita dall’SL 1200 è stata una riproduzione assimilabile a un ritratto in controluce, del quale si apprezza lo stagliarsi netto per i contorni del viso e degli altri elementi presenti nell’immagine, dei quali però non si ha modo di osservare ogni altra particolarità.

Passati al Thorens si è avuta un’immagine finalmente corredata di dettagli, che in base all’esperienza precedente sono apparsi molto generosi. Passaggi e contrasti tonali, sfumature nell’uso della voce, degli strumenti e della loro timbrica, tappeti di archi e tastiere sono resi in maniera godibile e comprensibile nel loro fraseggio, che rende finalmente partecipi di quel che è in effetti conservato nei solchi vinilici.

Certo, i contrasti dinamici e gli attacchi sono resi con minore decisione, ma con ben altra naturalezza e armonia. Dato che una viola non la si aziona battendovi con una mazza da baseball e una chitarra non ha molto a che vedere con un nodoso randello atto a percuotere gli astanti.

La riproduzione sonora di qualità, inoltre, non è fatta solo di energia e potenza dell’attacco, sia pure in una sua interpretazione particolarmente elementare, anzi. A questo proposito si può dire senza tema di smentite che una sonorità che privilegi essenzialmente e quasi solo quegli aspetti è in sostanza inaccettabile a qualsiasi orecchio provvisto di educazione all’ascolto di musica. Quantomeno nel momento in cui si è potuto provare qualcosa, soprattutto se inserito in un impianto capace di porre in evendenza certi elementi, caratterizzato da una maggiore completezza. Da cui derivano una ricchezza dei particolari e un’articolazione che fanno passare il resto in secondo piano.

Nel momento in cui sul Thorens si è montata una testina all’altezza di quella presente sul Technics, una Grado Sonata nuova di zecca, l’ascolto dei fortissimo nel disco di Mozart è stato affrontato con un controllo della situazione impeccabile.

Malgrado fosse bisognosa del minimo di rodaggio, se già prima non c’era storia il confronto è divenuto impietoso. Tutte le caratteristiche migliori della riproduzione, in particolare per armoniosità, fluidità, assenza di esasperazioni e recupero del dettaglio, oltretutto in proporzioni difficilmente immaginabili prima, si sono imposte in modo tale da indurre il possessore dell’impianto a togliere proprio l’SL 1200 dal mobile portaimpianto, e a contemplarne la messa in vendita.

Il paradosso è che trattandosi di un esemplare in condizioni perfette, ne ricaverà certamente di più rispetto a quel che avrebbe potuto chiedere per il Thorens. Nuovo esempio della realtà capovolta attuale: l’esemplare non peggiore ma proprio di confronto improponibile è valutato di più, essenzialmente in funzione del battage pubblicitario forsennato di cui è oggetto. Senza che nessuno si sogni di eseguire un confronto su basi di una qualche solidità. Il cui responso, del resto, verrebbe semplicemente rifiutato, o meglio sopraffatto dalle urla e contumelie tanto comuni in certe sedi, in cento contro uno, secondo logiche non dissimili da quelle dello squadrismo.

Quest’esperienza è stata piuttosto esplicita, non solo in termini assoluti: spiega anche i motivi in base ai quali l’SL1200 ha trovato tanta diffusione nelle discoteche e in generale nell’impiego da parte dei DJ.

A suo tempo economico, soprattutto nel momento in cui il digitale si è affermato nella maniera più netta, pone a disposizione di un utilizzatore siffatto le caratteristiche che si rendono più necessarie nel contesto in cui opera, abbinate a una robustezza impeccabile.

In discoteca o quando si balla, il frequentatore-tipo di eventi siffatti non si chiede se l’appoggio dell’archetto sulle corde del violino possiede gli elementi necessari a renderlo verosimile. Vuole solo dimenarsi sulla pista al ritmo della musica (musica?). A tale scopo, la sonorità bum-bum indotta probabilmente dal rilevante momento inerziale con cui il disco viene fatto muovere sotto allo stilo è senz’altro quella più indicata.

Che le orecchie vengano trapanate, inoltre, non ci si fa caso, o al limite si valuta la cosa in termini positivi, quale dimostrazione che l’impianto del locale ha pressione sonora da vendere. Dunque i soldi del biglietto d’ingresso non vengono chiesti invano.

Quanto ha a che fare tutto questo con una riproduzione sonora soddisfacente in ambito domestico, in un contesto come quello della vera hi-fi? Ben poco, anzi nulla.

Come nulla hanno in comune le esigenze del disc jockey discotecaro e di tendenza con i fini propri di un appassionato di riproduzione sonora sufficientemente avvertito.

Eccoci di nuovo al discorso fatto in precedenza, relativo alle esperienze pregresse dell’utilizzatore, nella valutazione di quel che si trova dinnanzi.

Il retaggio costruito sull’analogico migliore ha portato prima al rifiuto dei trazione diretta oggi tanto in voga e poi a quello, protrattosi ben più a lungo, nei confronti del digitale, che ha trovato una tardiva accettazione solo nel momento in cui le continue iniezioni tecnologiche atte a migliorarne le doti sonore ne hanno infine smussato gli elementi di debolezza maggiore. Peraltro quasi solo in macchine molto curate nei particolari e quindi dal costo spesso rilevante o proprio inavvicinabile. Viceversa, quanti hanno iniziato il loro rapporto con la riproduzione sonora per mezzo del digitale, per forza di cose quello più accessibile e come tale energeticamente grintoso ma povero degli elementi atti a conseguire una sonorità provvista di qualche naturalezza, potrebbero credere che la superiorità dell’analogico ormai riconosciuta trovi la sua interpretazione in oggetti come l’SL1200.

Da lì a innalzarlo a vessillo dell’ascolto vinilico, proprio in funzione delle sue debolezze, il passo è breve. E ancor più semplice da fare quando si è circondati da tanti altri che spingono nella stessa direzione.

Del resto per apprezzare certe cose occorre prima imparare a comprenderne il valore.

Non sarebbe nulla di difficile, potendo eseguire in prima persona confronti come quello appena descritto. Magari in compagnia di qualcuno che sia in grado di sottolineare determinati aspetti e soprattutto ad attribuirvi una valenza corretta.

Ecco perché occorre fare in modo che i più ritengano inutili verifiche del genere, nella convinzione che il responso sia già scritto. Le tecniche utilizzate allo scopo hanno dimostrato la loro efficacia.

 

I motivi della differenza

La differenza tra la resa offerta da ciascun sistema di trazione sta in larga parte nella capacità di filtrare i disturbi prodotti dal motore e da esso trasmessi alla superficie di lettura. Su questa agisce un dispositivo atto a trasformare gli stimoli meccanici in segnale elettrico, che per sua costituzione non è in grado di distinguere quanto va a favore della musica intesa nel senso più completo del termine da quel che non vi ha nulla a che fare.

Dal momento che il motore non produce soltanto energia rotazionale, ma per forza di cose anche disturbi, se si massimizza la trasmissione di energia verso la superficie del piatto, non si può che fare lo stesso con tutto quel l’accompagna. Che non riguarda solo il ronzio inevitabile nel suo funzionamento, ma anche il “cogging”, ossia le variazioni istantanee nell’erogazione di energia conseguenti allo spostamento del rotore e degli avvolgimenti su di esso presenti nei confronti dei magneti, e le conseguenze dell’azione dei sistemi di servocontrollo. ancora una volta efficacissimi nel fornire numeri che sulla carta sono inappuntabili, ma che all’atto pratico causano una serie di problemi peggiori rispetto a quelli che dovrebbero risolvere.

Tutto questo si ritrova a essere innalzato a un livello tale, una volta riportato alla superficie del piatto, da coprire gli aspetti più minuti dell’esecuzione. Ossia quelli che fanno la vera differenza tra sonorità mediocri, per quanto pompate, e quelle improntate a ben altra efficacia, dando luogo alle sensazioni che ne derivano. Ai fini della loro fruizione più efficace, oltretutto, occorrono impianti ben allestiti, messi a punto e curati con dedizione, cose che forse quanti privilegiano le caratteristiche più chiassose dell’esecuzione musicale potrebbero non essere preparati ad affrontare.

Spesso anzi, in base a superficialità d’approccio e incapacità di concentrazione, sono ritenute prive di ogni importanza e soprattutto di risultati concreti. Che appunto vengono tralasciati dagl’impianti dominati dalla trascuratezza di fondo, quindi non in grado di sottolineare con l’accuratezza necessaria gli elementi più sottili, fin quasi ai limiti dell’evanescenza, del segnale audio. Appunto Quelli che fanno l’eccellenza qualitativa della riproduzione, seppelliti sotto un cumulo di disturbi che non ci si è dati pena di limtare in qualche modo, proprio perché lo si ritiene inutile.

Per contro, se si filtrano i disturbi causati dal motore, per forza di cose si andrà a predere una parte della sua energia rotazionale, in misura proporzionalmente maggiore all’efficacia del filtro utilizzato, costituito appunto dalla cinghia e poi dal telaio.

 

Qualche suggerimento e alcuni rimedi

In considerazione delle riflessioni fatte fin qui, ho idea vi sia più di qualche probabilità che i problemi lamentati da Giuseppe non siano colpa della testina ma risiedano altrove. Ossia nel giradischi.

Una macchina coi fiocchi la possiede, quindi si tratta “solo” di montare la V15 su di essa. Forse non arriverà a duellare con la testina che vi si trovava in precedenza, ma forse riuscirà a porre in rilievo le sue caratteristiche in maniera inattesa.

Quantomeno se lo stilo montato di recente ha qualche punto in comune con le caratteristiche di quello d’origine.

D’altronde, se è relativamente facile accorgersi di un difetto, individuare la sua vera origine è ben più complicato.

A Giuseppe raccomanderei anche di mettere a punto la sua testina con attenzione, cosa che richiede tempo ma è l’unico modo con cui può mettere in evidenza le sue qualità migliori.

Dunque, i sistemi di lettura analogici si mettono a punto a orecchio, non mediante le tabelle delle caratteristiche diramate dai fabbricanti. Meno che mai, oltretutto, prendendo in esame parametri che non sono quelli attinenti ai problemi che vorremmo risolvere.

Se in una prima, frettolosa analisi, il peso della testina deve essere compreso nell’intervallo in cui il braccio riesca a essere bilanciato senza sostituzioni del contrappeso, il parametro fondamentale che comanda nel loro abbinamento riguarda la massa del braccio, da non confondere appunto col peso, e la cedevolezza per l’equipaggio mobile della seconda.

Per chiarezza, specifichiamo che la massa del braccio è l’equivalente della forza necessaria a spostarlo, quando si trova in condizione di riposo e di equilibrio. Quindi, anche in assenza di peso gravante sullo stilo, ossia in condizioni di perfetto bilanciamento e con la forza di lettura impostata a zero, è comunque necessaria una certa energia per farlo muovere, sia intorno all’asse verticale che a quello orizzontale.

Quella forza è a carico della sospensione del cantilever, mentre trasmette al “motore” interno dela testina il movimento causato dall’andamento del solco, in funzione delle informazioni in esso immagazzinate, e dalla sua tracciatura a spirale lungo la superficie del disco.

Ecco perché le testine non si montato a capocchia su bracci e giradischi come si vede fare, magari solo a seguito di considerazioni di ordine timbrico. Ognuna, in base alla sua cedevolezza, necessita di un braccio dalla massa ben precisa e viceversa. Questo tra l’altro è il motivo per cui all’epoca dell’analogico gli appassionati più esperti, e facoltosi, usavano montare più di un braccio sul loro giradischi, proprio in funzione  delle caratteristiche appena menzionate, nel momento in cui desideravano utilizzare testine diverse.

L’abbinamento tra cedevolezza della testina e massa del braccio è innanzitutto quello che caratterizza per entità e frequenza il picco in gamma infrasonica causato appunto dalla relazione delle caratteristiche meccaniche della testina con quelle del braccio.

Quello in sostanza che qualcuno ha voluto definire interfacciamento, probabilmente con deliberati intenti neolinguistici. La lingua italiana dispone già di tutti i vocaboli necessari ai nostri scopi, senza bisogno di andare a scomodare le definizioni, non di rado più imprecise, della lingua anglosassone per riportarle a certe forme di italese.

Del resto interfacciamento era ai suoi tempi un parolone e lo è tuttora. Di quelli che danno lustro a chi li pronuncia, proprio perché riempiono molto bene la bocca, quindi predispongono e condizionano positivamente il cervello di chi ascolta. Quanto di meglio, insomma, per costruirsi una falsa immagine, da usare a tempo debito per gli scopi che sappiamo.

La regola di base è che una testina più cedevole richiede un braccio a bassa massa e una meno cedevole, ossia più “dura”, un braccio di massa elevata. Seguendola, difficilmente si sbaglia negli accoppiamenti, fatte salve ovviamente le caratteristiche sonore di ogni fonorivelatore.

Inoltre, va rilevato che una testina cedevole troverà le difficoltà maggiori nello spostare materialmente un braccio di massa troppo elevata per le sue possibilità, lungo il percorso da inizio a fine disco. Il che produce sonorità esasperate soprattutto in gamma medio-alta, che poi è anche il difetto lamentato dal nostro amico.

Quindi, affinché le prerogative di una V15 riportata alle condizioni di forma migliore possano finalmente materializzarsi, è indispensabile montarla su un braccio ad essa adeguato. Se poi il tutto troverà posto su una macchina in grado di filtrare con maggior efficacia i disturbi prodotti da motore e sistema di trazione, la testina avrà modo inoltre di evidenziare le sue doti di raffinatezza, che anche oggi non sono da disprezzare. Senza contare che, agendo con oculatezza, a seguito del cambio ci si potrebbe anche ritrovare in tasca qualche centone in più.

Il peso di lettura è altrettanto importante. Come rilevato nell’articolo dedicato alla messa a punto del giradischi, anche qui le indicazioni dei fabbricanti vanno prese per quello che sono: indicazioni di massima, date nell’impossibilità di conoscere le condizioni effettive in cui il loro prodotto si troverà a funzionare. Quindi il peso definitivo si fa a orecchio, con l’aiuto di una bilancina, possibilmente efficace. A me quelle elettroniche piacciono poco e continuo a utilizzare la mia vecchia Shure.

Togliere la cappa durante la riproduzione, certo espone maggiormente i dischi alla polvere. Si tratta però del metodo più semplice e meno costoso per migliorare la sonorità del giradischi. L’ampia superficie di metacrilato fa da antenna con efficacia impeccabile per gli stimoli meccanici presenti in ambiente, conseguenti all’emissione degli altoparlanti, ritrasmettendoli alla struttura dalla quale è poi la testina a rilevarli, producendo segnale elettrico spurio che si aggiunge a quello rilevato nella lettura del supporto fonografico.

In sostanza si produce una sorta di retroazione acustico-meccanica, che nei caso peggiori può arrivare a innescare fenomeni di rientro dannosi non solo per la riproduzione ma anche per l’integrità dell’impianto, in particolare i diffusori.

L’impiego di tale accorgimento non solo permette di trarre una sonorità più valida dalla sorgente, ma se si riflette sul meccanismo che determina il prodursi del disturbo s’inizia a comprendere come funziona davvero il giradischi, quali sono le cose da evitare per degradarne la sonorità e quelle che invece ne migliorano il comportamento, a vantaggio delle sensazioni d’ascolto.

Ponendole in pratica, inoltre, e sforzandosi di coglierne gli effetti, si ottiene non solo di imparare tanti trucchi, magari piccoli ma efficaci, e soprattutto che sommati insieme fanno una differenza sostanziosa, ma anche di migliorare la propria sensibilità e la capacità di analisi nei confronti della riproduzione sonora. Inoltrandosi infine in un percorso che è proprio quello per cui l’analogico denota la sua superiorità, al di là delle sue doti ineguagliate in termini di musicalità, naturalezza e quindi realismo: produrre appassionati più consapevoli, attenti e meglio in grado di attribuire il giusto valore ai vari aspetti della riproduzione sonora.

In una parola, appassionati migliori e più avvertiti, sottolineando i motivi per cui la scuola del digitale ha formato tante persone convinte che i giradischi più validi siano quelli a trazione diretta.

Un ulteriore possibilità di miglioramento è data dall’impiego di piedini di efficacia maggiore rispetto a quelli a corredo del giradischi. Nell’articolo linkato sopra ne sono state descritte le modalità realizzative. si tratta quindi di oggetti dal costo pari quasi a zero, ma dall’efficacia evidente, in particolare nelle condizioni come quelle lamentate da Giuseppe.

 

MM o MC?

Resta un ultimo elemento, appunto quello che riguarda la superiorità di una tipologia di testine rispetto all’altra. Per consuetudine si ritiene che le MC siano in ogni caso migliori, ma personalmente non darei certe cose per scontate. Molto dipende dalle condizioni d’impiego, dal livello di spesa che è possibile affrontare e da una serie di altri elementi che affronteremo in un articolo di prossima pubblicazione.

 

 

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