La questione della sintesi

Nella discussione seguita al condividere su un gruppo social il link relativo a un articolo pubblicato qualche tempo fa, quello che va definito ex collega, in quanto provvisto di una solida esperienza nell’ambito della pubblicistica specializzata nella riproduzione sonora, e a sua volta conduttore di un sito parecchio frequentato, ha sollevato il problema della sintesi. In merito alla pubblicistica diffusa in rete, ma anche e soprattutto all’articolo linkato, a suo dire reso difficoltoso nella lettura dalla sua lunghezza.

Questo è assolutamente vero ed è anche l’appunto che viene mosso con la frequenza di gran lunga maggiore da parte di chi si trova più o meno per caso a leggere gli articoli pubblicati sul mio sito.

Che i miei articoli siano “troppo” lunghi e comportino un minimo d’impegno per la loro lettura e comprensione lo dicono praticamente tutti. Siccome sono alquanto testardo, e soprattutto mi piace sbagliare con la mia testa, insisto a pubblicarne dal contenuto spesso superiore alle 5000 parole. Come tali non richiedono solo una quantità di tempo e uno sforzo non indifferenti per essere redatti, ma per lo standard dei siti internet sono un’enormità o meglio ancora uno sproposito.

 

Scopi inconciliabili

Magari potrebbe non essere così evidente, ma il 99% di quello che oggi si trova in rete è pubblicità. Più o meno palese, più o meno occulta, più o meno fatta passare per informazione vera, comunque tale rimane. Forse il semplice lettore potrebbe non accorgersene, anche per via del fatto che è la stessa assuefazione a un fenomeno ripetuto a oltranza, quindi portato alla massima visibilità, a renderlo paradossalmente invisibile, proprio perché divenuto norma.

Se è pubblicità che si vuol fare, in ossequio alla sola legge riconosciuta nell’ordinamento attuale, quella del profitto, scrivere più di poche righe è assolutamente deleterio.

Occorrono invece parole semplici, comprensibili e concentrate in frasi più brevi e ficcanti possibile, così da fissarsi nel modo migliore nella mente del lettore, senza che se ne renda conto.

Non solo di averle assimilate, ma anche di uniformare ad esse il suo pensiero e di conseguenza il suo comportamento.

Dunque è la sintesi il comandamento primario, tanto più efficace quanto più portata all’estremo. Ormai è divenuta una sorta di legge divina, grazie a un procedimento ambiguo ma evidente per chiunque abbia la volontà di osservarlo, riguardante il fare di un qualcosa sostanzialmente giusto il pretesto per altri scopi cui non è opportuno dare risalto. Li si dissimula appunto mediante gli strumenti con cui li si persegue, usati come un grimaldello, del quale si sfrutta la giustezza del fondamento alfine di piegarlo a un uso ipocrita e strumentale.

Sintesi dunque, concetto passepartout, e come tale di massima efficacia al fine di delegittimare qualunque argomentazione scomoda o indesiderata. Oltretutto secondo modalità automatiche, ai fini delle quali non c’è nemmeno più bisogno di scomodarsi ad attivare il cervello per comprendere i perché e i percome di un’asserzione, e casomai vedere se sia corretta, adeguata e attribuita a ragion veduta o solo come pretesto.

Basta che sia più lunga di un paio di righe e la si scarta. O meglio, non la si considera proprio, senza neppure impegnarsi a leggerla.

“Basta la parola” diceva Tino Scotti in una pubblicità assai nota ai tempi della mia infanzia, riguardante un lassativo.

Elemento forse banale ma che spiega con l’efficacia maggiore e semplicità estrema il concetto di sintesi, le sue conseguenze riguardanti il ficcarsi in maniera irresistibile nella testa delle persone, che poi ripetono meccanicamente lo slogan diffuso dalla pubblicità nelle situazioni più varie e a volte fuori luogo, ma sempre convinte di aver detto chissà quale arguzia o spiritosaggine.

Questo c’introduce a un concetto ancora più subdolo, inerente la neolingua. Artificio mediante il quale il linguaggio assume un compito che non è più quello legato alle necessità di comunicazione tra individui diversi, ma interessa soprattutto il controllo dei comportamenti di massa e l’induzione in essi di meccanismi predeterminati, atti alla costruzione di una realtà di comodo.

Massa che per l’appunto si può portare in vari modi a rifiutare un’idea, un concetto, un testo, al di là della loro giustezza, semplicemente perché non abbastanza sintetici o non rispondenti ad altri criteri predeterminati che si è proceduto a imporre. Quasi sempre per mezzo di pretesti, in apparenza verosimili ma che mostrano inevitabilmente la loro natura non apppena ci sofferma su di essi più di quel che si ritiene consigliabile. Sempre per i soliti motivi di sintesi.

Così facendo, oltretutto, la parola viene svuotata dei suoi significati originari, necessariamente legati anche alla relazione con altri termini, di significato simile, contrario o ad essa legati per attinenza. La si issa, ancora una volta in materia strumentale, a valore assoluto, come tale indiscutibile e privo di considerazione per qualsiasi valutazione parallela, accessoria o consequenziale.

Cosa più importante, riducendo il numero di parole da cui è composto un discorso, si riduce di pari passo la probabilità di dire qualcosa di inopportuno, sgradevole e soprattutto non ricompreso nei canoni del pensiero dominante e/o tollerabile.

Nella sua accezione originaria, la sintesi viene ritenuta generalmente un pregio. Il che è assolutamente vero, ma non lo è più nel momento in cui se ne estremizza e assolutizza la valenza come si tende a fare oggigiorno, sfrondandone il concetto, nel modo che abbiamo visto, di ogni accezione, conseguenzialità e suggestione che porta con sé. Trasformandola a volte da strumento per la comprensione più semplice e immediata di un concetto, in un fine per qualcos’altro.

Dunque, se più spinta è la sintesi e come s’insiste a suggerire maggiori sono la validità e l’efficacia di un discorso, ciò vuol dire che ridurlo a una singola parola è il fine ultimo che ci dovremmo prefiggere. Dato che proprio quando avrà assunto tale forma la nostra comunicazione sarà caratterizzata dall’efficienza maggiore, rispettando quindi il dogma numero uno dell’era moderna, assurto fin quasi a valore sacrale.

Solo che se è formato da una sola parola, il discorso non è più tale. Anche la frase più semplice, come “io mangio la mela” potrebbe essere ridotta nella sua sintesi estrema e onomatopeica a “Aaammmm“. Ma cosa resterebbe di essa, e soprattutto dell’individuo che la pronuncia, se non la regressione allo stadio infantile, nella fase precedente in cui s’impara a parlare, o meglio ancora animale?

Dire di mangiare una mela, inoltre, porta con sé una serie di significati, tra i quali la naturalità del cibo, il miracolo della produzione e maturazione del frutto, la sua bellezza e le sensazioni che ci dà già nella sua osservazione prima che nella degustazione, la necessità di nutrirsi con determinati canoni: tutte cose che dicendo “Aaammmm” vanno perdute in maniera irrimediabile. Resta solo il gesto meccanico, indotto ed eseguito altrettanto meccanicamente e non più in conseguenza di una serie di percezioni e valutazioni elaborate in autonomia dall’individuo.

Ecco che inizia a profilarsi la valenza ambigua e subdola della sintesi e ancor più l’efficacia o meglio ancora la sua vera e propria indissolubilità con il concetto di neolingua, quale strumento di controllo a distanza di pensiero e comportamento.

 

Articoli o pensierini?

Inteso correttamente, il concetto di sintesi non può prescindere da altri come ad esempio quelli di approfondimento,  ampiezza di argomentazione ed esaustività, che ne sono contrari. Suoi sinonimi o meglio conseguenze difficilmente evitabili sono la superficialità, la trascuratezza, la parzialità, la sciatteria.

Tutte parole che, curiosamente, sono state relegate ai margini del inguaggo di uso comune.

Del resto è evidente: se è la sintesi il nostro scopo primario, per forza di cose dovremo sacrificare l’approfondimento, la completezza d’analisi e qualunque tipo di collegamento, dato che se il numero di parole e lo spazio a nostra disposizione sono limitati, oltre un certo punto non è possibile andare. Anche in considerazione della disponibilità del lettore, della sua capacità di applicarsi e soprattutto di concentrarsi nel recepire concetti e significati dalla complessità appena maggiore  di quella minima.

A questo proposito mi piace ricordare che superato l’esame di seconda elementare, allora si faceva quale verifica delle capacità di lettura e della padronanza della scrittura da parte dell’alunno, in terza l’insegnante passò ad assegnare dei temi. Nella loro valutazione erano richieste una descrittività e un’articolazione degli argomenti maggiori rispetto all’anno precedente. Qualunque cosa non vi rispondesse veniva bollata come “pensierino”, ossia roba da prima e seconda elementare e, come tale, punita severamente.

Nella forma mentale conseguente a questo tipo di educazione e di didattica, che ho il sospetto sia stato abbandonato negli anni successivi, l’approfondimento, l’esaustività, la ricerca dell’argomento e del particolare poco o nulla considerati sono elementi prioritari rispetto alla sintesi in quanto tale.

Per conseguenza, sul sito che conduco cerco di pubblicare testi che siano quanto di più simile ad articoli giornalistici, secondo l’accezione tipica del periodo in cui la carta stampata aveva il ruolo di mezzo d’informazione primario rivolto a individui in possesso della capacità d’intendere e di volere, e forse non era ancora del tutto prona agli interessi del miglior offerente.

Quindi rifuggo da qualunque cosa possa ricordare i famigerati pensierini di prima e seconda elementare, o meglio sono proprio estranei alla mia mentalità. E anche se è qualcosa di molto simile ad essi che si trova praticamente in esclusiva nella pubblicistica attuale, pazienza.

Anzi, tanto meglio: vuol dire che il mio sito è diverso dagli altri e sarà piuttosto difficile da confondere con la massa. Del resto, con tanti siti di acqua fresca che senso avrebbe metterne in linea un altro che sia del tutto indistinguibile dagli altri?

 

La sintesi conviene

Limitando la quantità di parole si hanno minori possibilità di fare errori grammaticali, di ortografia e di sintassi. Soprattutto di dire cose potenzialmente sconvenienti, che possano urtare la suscettibilità di qualcuno o di andare contro gl’interessi di chi ne ha da difendere in numero maggiore.

Facciamo un esempio relativo agli argomenti che ci riguardano più da vicino. Nel momento in cui si scrive qualcosa su un amplificatore o una coppia di diffusori, le esigenze di sintesi sempre più stringenti che vigono attualmente faranno si che vi sia a malapena lo spazio necessario per descriverne le caratteristiche migliori. Di tutto quanto vada oltre ad esse non se ne parla proprio, mancandone lo spazio.

Rilevare un qualche difetto, poi, neppure a parlarne. Primo perché la loro ricerca, verifica e descrizione a ragion veduta impone il dispendio di risorse e di quantità di tempo incompatibili coi tempi strettissimi oggi concessi per la produzione di “contenuti”. Poi mancando proprio lo spazio materiale per analizzarli e dovendo l’articolo risolversi nel giro di poche righe perché altrimenti mancherebbe di sintesi, si ha una giustificazione che non solo torna sempre buona nel caso qualcuno sollevi rilievi al proposito, ma essendo a costo zero ottempera ai criteri di competitività ed efficacia che hanno sostituito il primo comandamento nell’edizione riveduta e attualizzata delle tavole di Mosé.

Come vediamo, allora, si parla di sintesi ma s’inizia a scorgere il suo vero significato, di censura. Mentre secondo un altro concetto orwelliano, quello del bispensiero, redigendo quei testi si giura a sé stessi che mai e poi mai si accetterebbe di sottoporsi a un procedimento così degradante mentre invece lo si fa a priori, in maniera sistematica o meglio istintiva.

Proprio perché l’esigenza e la conseguenza della sintesi sono state introiettate al punto tale e in una forma sfrondata da ogni elemento da esse risultante e/o collaterale, proprio secondo il principio “Aaammm“, che non si è più neppure in grado di osservarne le implicazioni. Figuriamoci allora se e come le si possa comprendere.

 

L’eliminazione delle parole

A lungo termine, la rinuncia più o meno forzata a determinati vocaboli fa si che divengano più desueti, fino al loro abbandono. Sottraendo di fatto a chi per caso volesse farlo, la stessa possibilità di tratteggiare un quadro realistico per una qualsiasi entità, che per forza di cose non può avere solo pregi ma anche qualche difetto, tendenza o atteggiamento.

Insistendo nel trascurare determinati elementi, si costruisce una rappresentazione falsata della realtà che in ultima analisi diviene la realtà stessa, pur se posticcia, in quanto fatta soltanto di aspetti positivi o ritenuti tali. Dunque gl’individui andranno sempre più a perdere la capacità di analisi e di critica, proprio in quanto privati dei concetti e delle premesse su cui formarla e soprattutto che la esemplifichino, in maniera tale che le si possa osservare e poi esercitare per conto proprio.

Se a tutto questo si aggiunge il pretesto del “pensare positivo”, quel che ne deriva è evidente per chi ancora conservi determinate capacità. Ancor più se per caso si getta uno sguardo distratto a una qualunque area di discussione pubblica.

Come qualcuno saprà, nella società distopica descritta da George Orwell in “1984” e così simile a quella che stiamo vivendo al giorno d’oggi, il potere politico procede a tagliare in maniera sempre più drastica il numero delle parole comprese nel vocabolario della cosiddetta neolingua, la sola ufficiale sui territori di Oceania, uno dei tre superstati in cui è suddiviso il mondo, mano a mano che le sue edizioni si succedono l’una all’altra.

Scopo dichiarato, il semplificare il linguaggio per adeguarlo alle necessità del momento e all’efficienza ncessaria in qualsiasi aspetto della realtà moderna. Appunto secondo un concetto strettamente legato alla sintesi.

In realtà l’obiettivo che si vuole raggiungere è un altro: fare in modo che, mancando proprio le parole necessarie, si arrivi a un punto cui più nessuno possa formulare pensieri contrari alla decenza e soprattutto ai desideri del Partito.

Ovviamente quello al potere, che in tal modo è destinato a conservare in eterno. chiamato IngSoc, degenerazione evolutiva della sinistra storica, dai molti punti in comune con la realtà odierna dei sedicenti partiti socialdemocratici o di centrosinistra e di quelli appartenenti all’area della cosiddetta sinistra radicale. In particolare, ma non solo, riguardo alla continua ed esasperata negazione del presente e del passato.

Punti cardine di quella degenerazione sono la perdita totale e definitiva dei valori fondanti della stessa idea di sinistra: equità sociale, solidarietà, condivisione. elemento ulteriore che accomuna i partiti socialdemocratici e antagonisti attuali con il Socialismo Inglese tratteggiato da Orwell, da cui la sigla IngSoc.

 

“Contenuti” senza contenuto

Come accennato in precedenza, nella logica dell’informazione la sintesi va prima di tutto in senso contrario a completezza ed esaustività di trattazione degli argomenti. Tuttavia quello che a prima vista può sembrare un male, sotto certi aspetti non lo è assolutamente. Un articolo sintetico ossia fatto di poche righe, si fa presto a pensarlo, a scriverlo, a correggerlo e a riordinarlo. Fattori di importanza primaria soprattutto per la pubblicistica che si avvale della rete, dato che il pubblico desidera, o forse si è fatto in modo di fargli desiderare, testi che si possano leggere dedicando ad essi pochi istanti, ancora meno attenzione. Quindi poco o nulla impegnativi  e sottoposti a un ricambio continuo.

In effetti il ricambio è tale solo in apparenza, dato che quello che avviene in concreto è il succedersi di micro-articoli e pseudo tali che per motivi di sintesi sono depurati da ogni parvenza di contenuto, ad altri dalle caratteristiche del tutto identiche a quel che li ha preceduti.

E se per caso qualcuno di essi fosse provvisto di argomentazioni di qualche spessore, sarebbe la stessa cadenza parossistica, la famigerata heavy rotation con cui si succedono gli uni agli altri, a spedirlo al dimenticatoio nel tempo più breve.

Si dice che la rete non dimentichi nulla ed è vero, anche se in realtà per le sue stesse caratteristiche è efficace soprattutto nel celare alla vista tutto quanto non sia strettamente all’ordine del giorno, che peraltro varia d’istante in istante. Proprio per il ritmo con cui nelle pagine di apertura si sostituiscono l’uno dopo l’altro quelli che si definiscono contenuti. Ma che in realtà sono privi di qualsiasi contenuto.

Limitando al minimo indispensabile gli argomenti trattati in ogni articolo, inoltre, si ottiene di tenere da parte qualcosa che tornerà buono per la prossima volta, senza doversi spremere troppo le meningi per trovare nuovi temi di cui valga la pena parlare.

 

Non è solo un problema di semplicità

Portata alle sue conseguenze estreme, insomma, la sintesi non comporta soltanto una semplificazione di testi, concetti e prospettive, a volte fin troppo esasperata. Se resa la sola alternativa disponibile comporta anche la regressione. A livello cognitivo, concettuale, etico e comportamentale, verso lo stadio infantile.

Quello in cui l’individuo è più facile da plasmare, guidare e, se necessario, ingannare.

Vista con gli occhi di una persona dotata di un minimo di esperienza, da qualche tempo tale regressione sembra  non ricercata ma perseguita scientificamente. A scopo di controllo e induzione di comportamenti di massa preordinati, dell’uniformizzazione dei desideri e del sentire comune, del rendere ogni essere vivente quanto più possibile indistinguibile dal resto dei suoi simili, privandolo sostanzialmente della sua individualità. Quindi della capacità di raziocinio, di critica e di analisi, da sacrificare ancora una volta sull’altare della sintesi.

Facciamo un esempio, possibilmente comprensibile a tutti.

Come spiegavano i barbuti studiosi dell’ottocento, mano a mano che procede nella sua evoluzione, il sistema capitalistico sul quale è uniformata la società attuale tende al monopolio. Proprio perché le sue logiche e le sue dinamiche sono tali da canalizzare l’afflusso delle risorse economiche, e del potere che ne consegue, verso gli attori più forti del mercato. Proprio in virtù della loro forza superiore a quella dei concorrenti ne acquisiscono in proporzioni sempre maggiori, al punto da poter direzionare il mercato e il quadro normativo adibito al suo blando controllo verso i loro interessi, prima di tutto economici.

Il continuo abbassamento del costo di produzione delle merci, indispensabile al mantenimento dei margini operativi, stante la caduta tendenziale del saggio di profitto, ha per conseguenza inevitabile e anche come scenario ideale la massima uniformità dei mercati. Il che significa, in ultima analisi, un singolo prodotto che vada bene per tutti.

Sono molti i settori in cui ci stiamo avvicinando a grandi passi a questa realtà, sia pure dissimulata dall’offerta di merci a prima vista concorrenti, ma che dietro all’aspetto esteriore fondato su differenze sempre più vaghe e prive di significato sono del tutto identiche. Questo avviene in particolare nell’ambito dei cosiddetti beni di consumo tecnologici, in primis quello dei telefoni portatili e dei computer, ma si sta diffondendo a macchia d’olio in molti altri settori. Soprattutto quelli in cui i costi di ricerca, sviluppo e progettazione sono elevati: dividendoli tra più fabbricanti e più prodotti li si comprime a una frazione, per poi differenziare l’oggetto finale con elementi di facciata, dietro ai quali c’è un nucleo del tutto identico agli altri.

Per uniformare il prodotto è necessaria innanzitutto l’uniformità della platea dei potenziali acquirenti. Le dimensioni colossali assunte dai gruppi finanziari, industriali e commerciali dominanti, arrivati al punto di poter imporre la formulazione di leggi e le politiche sociali più confacenti ai loro interessi a quelli che un tempo si definivano stati sovrani e ai loro governi, oltre ad avere pieno ed esclusivo controllo dei cosiddetti organi d’informazione.

In una parola, la dittatura dei mercati, quella in cui siamo immersi attualmente, il cui aspetto più importante risiede nella differenza di fondo nei confronti delle dittature storiche succedutesi nello scorso secolo. Se in esse si dice fosse perduta la libertà di parola e di espressione del pensiero, la dittatura dei mercati attuale comporta innazitutto la perdita del lume della ragione.

Un tempo si diceva che gli dei facciano impazzire quelli che vogliono perdere. Dunque oggi chi ha ideato, amministra ed esegue di fatto quanto necessario alla logica e al funzionamento della dittatura dei mercati, l’ha instaurata e ne esaspera vieppù la pervasività anteponendo numeri rigorosamente e sistematicamente falsificati, quelli scritti su pezzi di carta chiamati in maniera pomposa e roboante bilanci, statistiche o moneta secondo il più genuino principio neolinguistico, alla vita dell’uomo e degli altri esseri viventi.

Dal canto suo l’uomo, proprio a causa delle conseguenze della sintesi non è più in grado di elaborare i concetti necessari a comprendere l’assurdità e la pericolosità della situazione in cui è stato calato a forza. Tantomeno di trovarsi in una realtà capovolta, in cui si pretende addirittura che l’iperliberismo, le cui cause sono state l’elemento scatenante di tutte le guerre dell’era moderna, nessuna esclusa, sia invece la migliore garanzia di una pace duratura.

La dittatura dei mercati non solo dirige a piacimento gusti, tendenze e quindi scelte di tutto pubblico, a qualsiasi latitudine, verso le sue necessità, ossia il prodotto realizzabile con lo sforzo minore e caratterizzato dalla massima remuneratività, anche a livello politico, ma costruisce proprio ex novo il pubblico da plasmare nella forma più indicata al successo del prodotto che si ritiene più profittevole.

Meccanismi siffatti passano anche attraverso concetti in apparenza di segno opposto, come ad esempio quello dell’innovazione tecnologica, sbandierata falsamente come panacea di tutti i mali conseguenti all’ingigantirsi delle contraddizioni proprie del sistema capitalista, in particolare se portato alle sue conseguenze più estreme di iperliberismo anarcoide a sfondo nihilista, come nella fase storica attuale.

Quello che non dice mai nessuno, per questioni di sintesi, è che l’innovazione continua costa moltissimo. In quanto tale presuppone l’investimento di cifre sempre maggiori, ormai divenute colossali, che solo un numero via via più ristretto di aziende o di gruppi di esse è in grado di affrontare.

Il continuo aumentare dei suoi ritmi inoltre, principio cardine su cui si basa il concetto stesso di innovazione, causa l’obsolescenza sempre più precoce dei suoi ritrovati, che come tale non ha neppure più bisogno di essere programmata.

Conseguenza, il ciclo di vita ridotto ai minimi termini dei prodotti che più beneficiano dell’innovazione.

Questo significa che i costi affrontati in suo nome sono gettati al vento con spreco di risorse enorme, per non parlare della produzione di rifiuti, in crescita perenne ed esponenziale, che potrebbero essere impiegate per ben altri scopi. Come ad esempio alleviare le disparità sempre più stridenti tra i ceti in cui sono divise le società attuali e porre finalmente un termine alle condizioni disumane in cui sono tuttora costrette alcune parti del pianeta, popolate da miliardi di individui.

Non solo, invece. restano privati di ogni diritto, ma ci s’ingegna anche per togliere loro quello fondamentale, che da che mondo è mondo consiste nel vivere dignitosamente nel proprio luogo d’origine. Quindi di non essere estirpati e strappati via dai propri affetti e dal proprio ambiente per poi essere spediti come un pacco postale, alfine di essere usati nel modo più agevole come merce umana laddove di essa vi è maggiore richiesta.

Ancora una volta tale aggressione di violenza inaudita è eseguita e dissimulata mediante la falsificazione, facilitata appunto mediante una sintesi tanto esasperata quanto ipocrita, ridotta a una sola parola di accettazione automatica o meglio obbligatoria: l’accoglienza, il valore della quale è in apparenza è incontrovertibile. Ad essa si affianca l’esaltazione del nomadismo, fine ultimo cui dovrebbero assoggettarsi tutti gli esseri umani, secondo la visione farneticante contrabbandata dai peggiori arnesi della sinistra degenerata.

Il perché è evidente: in quanto tale il nomade non può possedere null’altro da quel poco che può portare con sé. Dunque tutti i beni restanti vanno abbandonati, condizione ideale affinché finiscano a costo zero nelle mani delle élite ristrettissime che impongono curiosamente il nomadismo a tutti ma non a loro stesse. Infine dovremo persino ringraziarle, dato che ci avranno liberato dal gravoso fardello divenuto per noi ingovernabile, senza chiederci nulla in cambio. Quanta magnanimità!

In realtà dietro l’accoglienza si nasconde la riduzione dell’essere umano a merce, da spostare a piacimento nei luoghi in cui ce n’è il bisogno maggiore, per essere usato fin quando serve e poi abbandonato al proprio destino, secondo il principio dell’usa e getta. Ovvio che quanto più è impoverito e privato finanche dello stretto necessario, come appunto il diritto inalienabile a vivere in pace e con dignità nel luogo in cui è nato, tanto più il suo utilizzo sarà eseguibile con la facilità e il profitto maggiori. Anzi, sarà proprio lui a chiedere di essere mandato anche nel posto peggiore del mondo, se laggiù potrà sopravvivere.

Tutto questo magrado le pompose Dichiarazioni Universali di Diritti che la pseudo-civiltà odierna innalza a vessillo quando le conviene, quindi sempre meno e infatti non vi si fa più riferimento con la frequenza di un tempo, nel momento in cui ritiene necessario dissimulare la sua realtà concreta di legge della giungla.

A dispetto o proprio in conseguenza delle attività delle organizzazioni ufficiali, FAO, IFAD eccetera, che di fatto combattono solo la povertà dei loro dirigenti e dipendenti, sia pure con efficacia a dir poco sublime, per non parlare del fiorire delle cosiddette Organizzazioni Non Governative, dedite più che altro alla speculazione più sordida come il traffico di esseri umani, anche per gli scopi inconfessabili dell’industria del trapianto, di quella dell’intrattenimento sessuale delle élite globali e di quella della ricostruzione del consenso politico, previa sua dilapidazione.

Malgrado costituiscano una merce sulla quale si possono lucrare profitti enormi, i diseredati della terra vedono peggiorare sempre più le loro condizioni storiche, che invece di andare a scomparire si aggravano sempre più.

Il motivo è evidente: i territori in cui vivono sono ricchissimi delle materie prime necessarie all’occidente iper-tecnologizzato per la fabbricazione delle merci che fanno da cardine e da vessillo alla pseudo-innovazione continua. Che guardacaso è decantata ossessivamente dagli stessi che impongono l’accoglienza, concepita ovviamente secondo i principi di massima ipocrisia descritti fin qui.

Qualora si sollevassero i popoli che vivono in quei territori dalle condizioni di indigenza in cui sono oculatamente mantenuti, non li si potrebbe più depredare con tanta facilità. Così il succedersi a ritmo frenetico di prodotti e tecnologie diverrebbe troppo costoso, facendo crollare il castello di carte costruito sull’ideologia dell’innovazione portata alle estreme conseguenze.

Proprio per far si che il meccanismo di tale rapina sia il più possibile efficiente, si è scippato a quei popoli il diritto inalienabile di ogni individuo a vivere con dignità nel luogo d’origine. Per sostituirlo con la menzogna dell’accoglienza, indicativa della realtà capovolta in cui viviamo e soprattutto di quali capacità di raziocinio sono attribuite dai suoi ideatori a chi ne è destinatario.

Proprio perché mediante una parola scelta con attenzione ed eseguendo su di essa un’opera colossale di mistificazione a reti e testate unificate non solo si sono riesumati i mercanti di carne umana, ma insieme alle loro protezioni politiche li si fa fa passare per individui di grande nobiltà, mentre ll loro traffico di schiavi a base di navi negriere e di finti naufragi messi in scena in luoghi convenuti è assurto alla stregua di un’opera pia. Così può svolgersi nel modo più efficiente, costruito e messo a punto negli anni facendo del Mediterraneo un cimitero subacqueo, sulla pelle di decine di migliaia di esseri umani ingannati con il miraggio di un falso benessere per poi essere messi a dormire in 20 per stanza, affittata a prezzi di rapina da sedicenti benefattori, e a chiedere l’elemosina fuori dai supermercati. O, se piacenti e di sesso femminile a prostituirsi lungo le strade secondarie di mezza Italia.

In realtà per cimentarsi in determinate attività l’appartenere al sesso femminile non è più un obbligo. Basta essere un ibrido, secondo l’ideologia transgender cui per combinazione inneggiano gli stessi ideatori di accoglienza e nomadismo.

Un concetto simile di accoglienza è davvero stravagante. Soprattutto può essere accettato in una coniugazione come quella dominante nella fase attuale solo da individui inebetiti, privi delle più elementari capacità di raziocinio.

Già detto della ricerca disperata di nuove basi di consenso da parte di partiti che proprio per essersi messi al servizio delle oligarchie hanno dilapidato quelle di cui hanno goduto storicamente, e infatti non perdono l’occasione per proclamare la necessità dello ius soli, la vera causa della tratta degli schiavi è la richiesta crescente degli Stati di manodopera a costo tendente allo zero e di ampliare a dismisura i ranghi degli eserciti di riserva costituiti da masse crescenti di disoccupati ed emarginati, atti a rendere più fluido il processo di abbattimento del costo del lavoro.

Di qui la cancellazione delle tutele sociali e di diritto del e al lavoro, resa necessaria dai criteri di competizione senza quartiere, alias guerra economica, tra i paesi di un’Unione che ha il suo unico scopo nella stabilità dei prezzi, ossia l’azzeramento dell’inflazione. Allo scopo propagandata senza requie e per decenni (Goebbels ricorda qualcosa?) come il male assoluto, a uso e consumo di persone che con l’idolatria della sintesi sono state appositamente private delle capacità di analisi, di critica e di ragionamento, ma soprattutto della memoria, al fine abbrutirne la coscienza.

Malgrado ciò, lo strumento principe con cui si è deciso di ottenere l’azzeramento dell’inflazione ne ha causata di fatto una del 100%. E non su base annuale come si misura abitualmente quel dato, ma istantanea. Oggi il potere d’acquisto dell’euro, ossia il suo valore reale, è crollato a meno di un quarto di quello del 2001. Si tratta pertanto della moneta che ha avuto la svalutazione maggiore in assoluto, ma la maggior parte del pubblico continua ancora a bersi la fandonia dell’inflazione galoppante cui si tornerebbe abbandonandolo.

Il reddito pro capite italiano si trova ai livelli del 1995. Quello che grafici simili non riescono a raffigurare è che il costo della vita del 1995 era di 4-5 volte inferiore all’attuale.

 

A fronte di tale inaudita perdita di valore, le aliquote fiscali sono rimaste invariate, di fatto quadruplicandosi. Bengodi di ogni politico, che ha nel tassa e spendi, e più che mai nell’assunzione ed esercizio del potere che deriva dalla gestione dei proventi fiscali, i suoi scopi fondamentali.

Ecco perché le formazionii politiche di ogni colore sono state sempre e comunque a favore della moneta unica, malgrado conoscessero perfettamente decenni prima della sua entrata in vigore i problemi irrisolvibili che avrebbe causato.

Nel contesto di una moneta unica che in realtà è solo un accordo di cambi fissi reso virtualmente irreversibile come l’attuale, vige la farsa di una moneta senza Stato, che un ente privato stampa dal nulla fingendosi Banca Centrale. Senza però assumersi gli obblighi concreti di quel ruolo, per poi cederla in prestito oneroso, ossia a fronte di interessi, agli Stati e ai loro popoli, obbligati a usufruirne in esclusiva da una classe politica connivente con gl’interessi di chi ne trae i profitti, di fatto incalcolabili.

Questo, si badi bene, senza che siano prevedute le risorse monetarie necessarie per pagarne gl’interessi, che pertanto dovranno essere saldati mediante beni reali, sottratti alle popolazioni, o meglio alla parte di esse non in grado di difendersi da tale aggressione. Di qui la necessità che si ripresenta ciclicamente, di svendere quanto resta del patrimonio pubblico. A favore di chi non è difficile da immaginare.

Tutto ciò in cambio dell’uso di carta straccia, che proprio in quanto stampata dal nulla ha un valore meramente convenzionale, attribuitole esclusivamente da chi è stato obbligato a usarla. Per quel tramite si accresce in maniera esponenziale il cosiddetto debito pubblico, che in realtà non è altro che il fine statutario di ogni Stato Nazionale, ossia la spesa a deficit necessaria per assicurare i servizi fondamentali: scuole, ospedali, previdenza sociale, assistenza ad anziani e infermi, infrastrutture, sostegno alla produzione e così via, demonizzata appunto con tale denominazione e mediante una campagna asfissiante.

Proprio in quanto tale il cosiddetto debito pubblico si dimostra per quello che è: una truffa fatta per legare mani e piedi interi Stati e i loro Popoli alla smania patologica di arricchimento senza limiti di un ristrettissimo gruppo di oligarchi.

In realtà neppure più di carta straccia si tratta, in quanto il 95% del denaro che si utilizza è fatto da numeri scritti nei computer delle banche che vengono transati restando perennemente in quella forma. Dunque è qualcosa di immateriale, in cambio del quale si chiedono a garanzia beni concreti, di fatto rastrellandoli proprio per mezzo dello strumento costituito da una crisi economica indotta artificialmente e come tale senza fine.

Il cosiddetto debito pubblico è allora una truffa, ossia una partita di giro di cui si è fatto strumento di criminalizzazione di masse che si è deciso di gettare sul lastrico a favore di multinazionali e speculazione finanziaria.

 

L’altissimo pensiero politico del fondatore del PD: partito socialdemocratico o di estrema destra anarco-liberista? https://www.repubblica.it/politica/2016/06/22/news/prodi

 

A tale riguardo uno tra gli esempi più centrati e più semplici da comprendere è quello della maestra che il primo giorno di scuola dà ai suoi dieci o quindici alunni una matita colorata per ciascuno. Al termine della lezione di disegno le richiede indietro, esigendone una in più, a titolo d’interesse. Non essendoci però una sedicesima matita, con grande spirito di sacrificio la maestra accetta in cambio la merenda di un alunno, che quindi rimane senza cibo.

L’indomani la maestra distribuisce di nuovo una matita a ciascuno dei suoi alunni e pretende ancora una volta che ne sia restituita una in più, sicché un altro alunno resta senza merenda.

Alla fine dell’anno scolastico la maestra sarà più florida che mai, ma gli alunni a lei sottoposti avranno tutti, nessuno escluso, problemi di denutrizione.

Ogni riferimento alla realtà odierna è puramente casuale.

In condizioni del genere, create e rese più pressanti con il pretesto dell’austerità, imposta come simbolo e pratica di virtù ma in realtà strumento più efficace ai fini dell’impoverimento di massa, che non a caso oggi interessa oltre 130 milioni di europei, la sola valvola di sfogo per gl’inevitabili squilibri tra economie dalle caratteristiche già all’origine diverse, e strumentalmente estremizzate nel modo appena descritto, consiste nell’abbattimento del costo del lavoro. Proprio in quanto è venuta meno la funzione riequilibratrice tra le economie dei diversi stati esercitata dal cambio fluttuante tra le valute usate un tempo da ciascuno di essi.

A quell’epoca, se la richiesta poniamo di auto tedesche aumentava troppo, semplicemente per la legge della domanda e dell’offerta la valuta con cui era necessario pagarle diventava più costosa, rendendo di fatto meno competitivo quel prodotto nei confronti dei concorrenti. Di conseguenza la valuta di questi ultimi e quindi il prezzo del loro prodotto sul mercato internazionale diventava più conveniente. Appunto la funzione riequilibratrice delle valute nazionali cui abbiamo appena accennato.

Oggi, essendo abolita tale funzione di riequilibrio, per recuperare competitività, si badi bene solo nei confronti dei partner comunitari che di conseguenza divengono i primi avversari della guerra economica, a dimostrazione di quel che realmente è l’UE, si ha solo un modo: agire sul costo del lavoro, abbattendolo in qualsiasi modo possibile e immaginabile.

Il più efficace è appunto l’importazione di manodopera disposta a lavorare a prezzi stracciati rispetto a quella autoctona. Che come tale è disponibile a standard di vita talmente degradati da essere impensabili per i costumi, le tradizioni e lo stesso concetto di dignità diffuso nel territorio ospitante.

I partiti che hanno messo in piedi e avallato politicamente quel meccanismo ne traggono una nuova base di consenso, dopo che per decenni hanno tradito quella storica, instaurando condizioni di vita impossibili per la sopravvivenza dei popoli che nel corso dei secoli hanno lavorato duramente allo sviluppo del loro territorio. Ad essi restano soltanto due possibilità: emigrare a loro volta o rassegnarsi a subire la sostituzione etnica, per integrarsi a propria volta coi nuovi venuti e rassegnandosi quindi a vivere nelle stesse condizioni miserevoli cui li si è costretti.

D’altra parte come fanno paesi che si trovano ai confini geografici di un continente e sono costituiti all’80% da montagne, che oltretutto li separano dagli altri mediante catene montuose di estrema imponenza, a competere con quelli che invece si trovano al centro dello stesso continente e dei suoi traffici commerciali, sono interamente pianeggianti, ricchissimi di materie prime e mediante trucchi contabili di ogni genere e predominio politico fanno in modo di essere gli unici tra i partner comunitari a godere di un tasso di cambio svalutato rispetto alla valuta d’origine?

Non c’è che un modo: l’abbattimento del costo del lavoro, quindi dei salari, e l’azzeramento di diritti e tutele. Cose che nel nostro Paese abbiamo imparato a conoscere bene. E’ da decenni infatti che va avanti il processo di precarizzazione di massa. Si è iniziato con i Co.Co.Co, per affiancarvi i Co.Co.Pro finendo con l’avere decine di forme diverse di precariato sancito per legge e l’istituzionalizzazione del caporalato. Con il beneplacito dei sindacati, che però s’indignano e proclamano scioperi quando si cerca di introdurre misure atte a moderare sia pure marginalmente la giungla della normativa atta a generare precarietà. Con la scusa che secondo loro, artefici primari del processo che ha portato a condizioni tanto degradate, sarebbe troppo poco.

Come mai allora sono rimasti a guardare quando si sono create e inasprite oltremodo quelle condizioni? Forse perché sono opera dei rispettivi partiti di riferimento? Di fronte a tanta doppiezza Orwell sembra un bambino dell’asilo.

Il problema è che la caduta dei salari e la cancellazione delle tutele causano il crollo verticale della domanda aggregata, ossia della richiesta di beni e merci interna al nostro Paese, dato che per effetto dell’abbattimento dei salari e della precarizzazione e disoccupazione di massa la stragrande maggioranza della popolazione viene privata del suo potere d’acquisto e quindi della capacità di spesa. Di qui una crisi economica irreversibile, che produce la distruzione del sistema produttivo, da cui deriva un ulteriore dilagare della disoccupazione, che a sua volta induce un nuovo abbattimento dei salari, secondo un circuito di portata devastante.

Mentre quel poco che si salva finisce regolarmente in mani straniere.

Il meccanismo vale soprattutto nei confronti delle manifatture più appetibili o dei comparti produttivi e merceologici in cui un Paese detiene un primato o s’impone per la qualità delle sue lavorazioni e per l’esclusività del suo prodotto. Come per quanto riguarda il comparto alimentare italiano e la grande distribuzione ad esso collegata.

Non è un mistero che siano finiti entrambi in mani straniere.

I paesi dell’UE che hanno aderito alla moneta unica, dal momento che è stata istituita monopolizzano sistematicamente gli ultimi posti della classifica inerente la crescita del Prodotto Interno Lordo. I paesi UE che sono rimasti fuori dalla moneta unica vanno invece sensibilmente meglio, dimostrazione concreta e irrefutabile del discorso fatto fin qui e della valenza distruttiva della moneta unica.

Come se ne esce? soltanto eliminando alla radice i motivi che hanno causato tutto questo, e possibilmente fare in modo che chi ha causato questa catastrofe si assuma le proprie responsabilità.

Che sono enormi, o meglio incalcolabili.

Stiamo parlando dei partiti di ex-sinistra, trasformatisi decenni fa nei garanti del turbocapitalismo globalizzato. In cambio di quattro poltrone, che fatalmente erano destinati a perdere nel momento in cui il loro doppio gioco fosse venuto alla luce, hanno prodotto artificialmente le odierne condizioni di crisi economica, che pertanto è irreversibile, e le difendono a spada tratta.

In primo luogo criminalizzando chiunque osi riconoscerle per quelle che sono. Ecco perché spingono a più non posso sui falsi dogmi dell’innovazione a ogni costo e sull’innalzamento della produttività.

Della quale oltretutto non si saprebbe cosa fare, dato che in Italia quasi più nessuno ha il denaro per comperare persino lo stretto necessario.

Se il motivo per sostenere i cambi fissi è il controllo della classe lavoratrice, come mai a difenderli a spada tratta, fino a dare del fascista a chi è contro di essi, sono proprio i sedicenti partiti socialdemocratici?

 

Quegli scopi s’intende conseguirli tenendo le persone sul posto di lavoro fino in punto di morte, quando ormai sono prive di forze, ma sempre sotto il ricatto della possibilità di licenziamento senza giusta causa, solo in cambio di un’elemosina vergognosa. Altro che sinistra: queste sono le politiche tipiche della destra finanziaria più oltranzista, mille volte più a destra di fascismo e nazismo poiché del tutto incompatibile con qualsiasi istanza di origine sociale.

Persino la gallina, a un certo punto, smette di fare le uova. Eppure il martellamento goebbelsiano della propaganda austero-produttivista e l’asportazione delle capacità di critica e ragionamento è tale da aver reso gran parte degl’individui incapaci persino di rifarsi a un concetto così elementare.

In realtà, dato che gli aumenti di produttività presuppongono investimenti rilevanti per macchinari e infrastrutture che l’impreditoria non ha mai avuto intenzione alcuna di fare, stanti le condizioni irreversibili di crisi economica, la formula aumento di produttività è un eufemismo che significa ancora una volta compressione dei costi della manodopera, quindi dei salari e delle tutele.

Per soprammercato, le forze della sinistra degenerata non perdono mai l’occasione di insultare e criminalizzare le vittime del sistema realizzato con il loro apporto fondamentale, originato nell’inganno mediante il quale hanno carpito il consenso dei ceti subalterni, che le credevano al loro fianco invece che al servizio delle oligarchie e del grande capitale.

Il meccanismo descritto fin qui ha un’efficacia così devastante nell’espropriazione della ricchezza, mediante il suo spostamento dal basso verso l’alto, che a partire dalla fine del 2011 quando i quattro governi consecutivi sostenuti o controllati dal PD, saliti al potere senza alcuna legittimazione popolare, i poveri assoluti sono triplicati, mentre le persone a rischio di indigenza, costrette persino a rinunciare alle cure mediche, si contano a decine di milioni.

 

Proprio mentre scrivo sono stati diffusi dati ufficiali secondo cui il 47% delle persone nel nostro paese non ha più le risorse per concedersi neppure una breve vacanza.

Metà della popolazione italiana.

Non è un caso allora che la sinistra abbia abbandonato la sua base storica al destino che ha concretizzato per ordine di chi la finanzia, le oligarchie sovranazionali, delle quali ha abbracciato entusiasticamente tesi, slogan, parole d’ordine e obiettivi. Per questo va definita per quello che è, degenerata e trasformista. Meglio ancora, rinnegata.

Come tale, a parte le sacche di clientelismo politico composto dai dipendenti di Stato e Parastato, conserva un residuo consenso solo nei ristretti ceti altoborghesi del cosmopolitismo apolide che risiede ai Parioli o in Via Montenapoleone. Ossia coloro i quali s’ingrassano egoisticamente con le briciole cadute dalla tavola degli Epuloni da cui sono formate le attuali élite finanziario-mercatiste, secondo la menzogna della teoria reaganiana del “trickle down”.

 

Innovazione = monopolio

Per i motivi elencati in precedenza, l’innovazione non fa nascere come per incanto un mondo migliore, ma porta difilato al monopolio nella sua forma più distopica, condizione ultima e definitiva del capitalismo. Appunto perorata dai partiti che un tempo si dicevano schierati contro di esso e fingono tuttora di esserne moderatamente antagonisti, cosa a cui ormai può credere soltanto qualche povero illuso.

Del resto Oswald Spengler lo ha detto già molti decenni fa: “La sinistra fa sempre il gioco del grande capitale, a volte persino senza saperlo“. Gli ha fatto da controcanto più recentemente Joao Ferreira Amaral, in maniera se vogliamo lapalissiana e per questo ancora più centrata: “Se le classi dominanti sacrificano gli interessi nazionali a quelli di classe, gli interessi dei lavoratori diventano quelli nazionali“.

Di qui si comprende perché chiunque oggi si azzardi a tenere nel necessario conto l’interesse nazionale viene bollato di fascismo e razzismo da quegli stessi partiti che non solo hanno rinnegato la propria base sociale di consenso e portato deliberatamente al massacro il Popolo e il Paese dei quali hanno giurato di curare gl’interessi, ma eseguono a oltranza politiche economiche e sociali di molto più a destra rispetto al fascismo più estremista.

Un altro motivo per cui la consapevolezza e la pratica dell’interesse nazionale sono viste come il fumo negli occhi da cantori e fiancheggiatori dell’iperliberismo anarcoide a trazione speculativo-finanziaria è che si tratta del sistema migliore per evitare l’assalto dei capitali esteri alla perenne ricerca di rendimenti secondo le tipiche modalità della produzione di denaro dal denaro, e di conseguenza porre le basi per un armonico sviluppo economico e sociale del Paese che le attua.

Proprio quelle che rendono difficoltose e poco fruttose, se non addirittura impraticabili, le incursioni predatorie di cui abbiamo avuto ottimi esempi, anche per i risultati devastanti che producono, con l’era delle privatizzazioni selvagge prodian-d’alemiane. Immancabile preludio all’ingresso nell’unione europea e nella moneta unica che come vedremo tra poco ha prodotto danni peggiori di una guerra mondiale perduta.

Di fronte a tutto questo, s’insiste ancora a propagandare l’idea di Unione Europea come progressista, quando invece, come spiega insieme a tanti altri lo storico inglese John Laughland, l’ideologia sovranazionalista e il progetto di unificazione economico-politica del continente erano aspetti centrali della stessa filosofia nazifascista, nelle sue molteplici varianti, e della propaganda hitleriana.

Del resto cosa ci sia di progressista in un superstato imperialista che per tenere fermi i prezzi produce disoccupazione, povertà di massa e sottrazione dei diritti più elementari, oltre a essere così efficiente da non essere riuscito in tanti anni neppure ad armonizzare le aliquote IVA tra i diversi stati che ne fanno parte, altra causa di gravi squilibri, è davvero un mistero.

Non solo: un imprenditore che operi dalla Croazia, appena fuori dal nostro confine, paga un’imposta fissa del 16%. La pressione effettiva sulla piccola e media industria italiana è stata calcolata dalla CGIA di Mestre in oltre l’80%.

La libera circolazione di merci e capitali, caposaldo dell’UE, fa in modo che l’imprenditore croato possa penetrare senza difficoltà alcuna coi suoi prodotti e le sue mire espansionistiche ovunque desidera, con conseguenze devastanti per le attività del luogo, che si trovano di fatto nell’impossibilità di difendersi. Meccanismo che a lungo andare causa l’impoverimento di massa e la svendita dei beni propri quel territorio a favore delle mani rapaci della speculazione, che è la vera e sola ragione di essere dell’Unione Europea.

Condizioni simili a quelle della Croazia le offrono l’Irlanda, il Lussemburgo e l’Olanda, resi di fatto paradisi fiscali non più confinati in qualche isola fuori dal mondo ma sistemati nel pieno centro del continente.

Come ci si può confrontare in simili condizioni di squilibrio?

Mentre massacrano i popoli commissionando ai partiti che tengono al guinzaglio le macellerie sociali più cruente, le oligarchie che dominano l’UE, o meglio i loro componenti, sono convinti di essere dei filantropi intenti a salvare il mondo, nel loro delirio di onnipotenza, vero emblema della degenerazione capitalista.

Sono invece oppressori e persecutori d’interi popoli, ridotti in condizioni di non capire più neppure dove origina la loro vessazione e quindi impossibilitati a qualsiasi forma di protesta.

In quanto proclamatesi élite, tali oligarchie riservano a sé stesse i diritti che negano a tutti gli altri esseri umani.

Il che porta difilato al neofeudalesimo.

Proprio il battere così ostinato sul tasto dell’innovazione cui abbiamo accennato in precedenza è il primo elemento che spiega quale sia oggi il vero ruolo dei partiti un tempo di sinistra passati al servizio delle oligarchie. Di fatto hanno ripercorso pari pari la traiettoria descritta da Orwell col suo IngSoc. L’evoluzione della tecnica e la cosiddetta innovazione, tanto celebrata da essere innalzata anch’essa al rango di comandamento, in realtà è caratterizzata da una crescita dei costi smisurata, tale da operare essa stessa un sostanziale sfoltimento dei possibili concorrenti, causando proprio il contrario di quelle che sono definite le prerogative del libero mercato.

Cui peraltro aderire è obbligatorio.

Dunque l’innovazione in quanto tale non determina l’ampliarsi delle possibilità di scelta per il pubblico, ma causa il ridursi ai minimi termini delle possibili alternative. Appunto il monopolio.

Proprio perché ad esso conducono le condizioni prodotte dall’innovazione esasperata.

Monopolio significa appunto mercato unico per un prodotto unico, ossia uniformato come lo deve essere per forza di cose il pubblico cui si rivolge.

Lo si rende tale mediante il meccanismo che passa attraverso l’abolizione, o meglio l’asportazione, contrabbandata col pretesto della sintesi, di ogni senso critico, di verifica e di raziocinio, sostituiti da un’obbedienza meccanica, da automi, agli stimoli diffusi dal sistema di comunicazione poiché non compatibili con l’imposizione definitiva del monopolio.

Tutto questo secondo il concetto del “One size fits all”, una taglia va bene per tutti, sintesi definitiva e totale, o meglio totalitaria, che profeticamente Frank Zappa ha usato come quale titolo per uno dei suoi dischi meglio riusciti, ormai quasi mezzo secolo fa.

Sulla sua copertina campeggia un divano, che mi piace interpretare come simbolo della messa a riposo, o meglio in sonno, di qualsiasi ambizione al pensiero autonomo e indipendente. Molto meglio rilassarsi, fumando un buon sigaro.

 

Un’occasione e una guerra perdute

Nel momento in cui la rete ha dimostrato di potersi affiancare come mezzo d’informazione a quelli già esistenti, venne rilevato che tra le opportunità da essa offerte c’era, e ci sarebbe tuttora, anche quella di poter andare oltre i limiti tipici della carta stampata. Derivano dalla rigidità degli spazi disponibili, per via dei costi oltremodo rilevanti che occorre sostenere per pubblicare una sola pagina in più rispetto a quelle preventivate, dalle necessità ferree inerenti la suddivisione degli spazi pubblicitari (pubblicità palese) e redazionali (pubblicità occulta), nonché dalla selezione degli argomenti trattati in questi ultimi, in funzione del diverso peso assunto dagli inserzionisti e dai loro desideri.

Mettendo a disposizione un terreno praticamente illimitato, la rete sembrava sembrava promettere la libertà di affrontare anche argomenti molto complessi senza dover sottostare ai condizionamenti dei mezzi di comunicazione tradizionali, in termini di spazi disponibili, visibilità potenziale alla portata di chiunque, libertà dai meccanismi di cooptazione ferrei e pressoché impenetrabili tipici del sistema dell’informazione ufficiale, nonché dalla censura più o meno marcata ma sempre presente da parte degli editori e dei loro scagnozzi, i responsabili di redazione, e così via.

Dunque la possibilità di un approfondimento degli argomenti trattati di ben altro rilievo rispetto al passato e possibilità di espressione a partire da una maggiore ampiezza di punti di vista sembravano a portata di mano, grazie alla rete.

Col tempo si è iniziato a capire che nulla di tutto questo si è realizzato, per poi smarrire del tutto tali concetti, o meglio lasciarli cadere nel dimenticatoio. Si è avverato invece l’esatto contrario, ossia il dominio assoluto della pseudo informazione a senso unico fondata sul pensierino, ridotta in formaggini e predigerita.

Non soltanto incapace di contribuire alla crescita culturale e intellettiva dei propri lettori, ma efficace soprattutto nel produrre regressione, oltretutto verificatasi con una rapidità impressionante.

Ciò ha portato alla ripetizione a pappagallo dei concetti fatti cadere dall’alto, da parte di individui cui sembra siano stati inoculati anticorpi tali da renderli del tutto refrattari e impenetrabili a qualsiasi cosa non vi corrisponda, o peggio sia caratterizzata dal minimo barlume di fondatezza e/o ragionevolezza.

In una parola, il pensiero unico.

Questo sito allora cerca nel suo piccolo di opporsi a tutto questo e di concretizzare le promesse mancate della rete, nellambito del settore di competenza, non senza un briciolo di presunzione.

 

Una traiettoria immutata

In definitiva la rete ha ripercorso passo dopo passo la medesima traiettoria dei mezzi di comunicazione che l’hanno preceduta. In particolare radio e televisione. Ai tempi della mia infanzia e adolescenza erano sicuramente mezzi d’intrattenimento, mille volte meno degradato dell’attuale, ma in essi non mancavano gli spazi culturali e di approfondimento, che hanno contribuito in maniera non indifferente, e forse persino determinante, alla crescita delle masse e alla loro emancipazione.

Poi sono arrivate le radio e le TV commerciali, salutate con grande enfasi come la fine di un monopolio statalista opprimente e paludato, di conseguenza foriera dell’apertura di spazi di libertà pressoché illimitati, nei quali ci s’illudeva che ogni richiesta, anche la più singolare e velleitaria avrebbe potuto trovare un suo spazio.

Invece sono arrivati i nani e le ballerine, le tette e i culi, l’idiotizzazione di massa da bombardamento di spot pubblicitari, con cui più che i prodotti s’impongono nuovi modelli comportamentali e di pensiero. Per non parlare della serie di personaggi la cui assurdità solo pochi anni prima li avrebbe resi non improponibili, ma proprio inconcepibili.

 

Crimini di guerra in tempo di (falsa) pace

Di conseguenza le masse giovanili sono ritrovate ad avere quale solo ideale fare il calciatore, la velina, o se proprio va male il “tronista”. Per ritrovarsi costrette a emigrare, in numero tornato a livelli pari a quello dell’Italia ridotta in macerie subito dopo la Seconda Guerra Mondiale. Secondo un aumento ai confini della realtà, pari al +400% in soli 6 anni, dal 2010 al 2016.

Cose del genere non le dice nessuno, ovviamente sempre in nome della sintesi.

La differenza è che nel dopoguerra emigravano camerieri, manovali e minatori, braccia forti che avrebbero potuto certamente contribuire alla ricostruzione del paese. Oggi se ne va gente per cui la collettività nazionale ha speso centinaia di migliaia di euro pro capite in formazione universitaria e post-universitaria, che opererà a favore della crescita di paesi che non hanno speso un centesimo a tale riguardo.

Nel 1947 l’Italia pareggiò la produzione industriale prebellica dell’anno 1938, nove anni prima, nonostante la gran parte degli stabilimenti industriali fosse ancora distrutta dai bombardamenti della guerra mondiale appena perduta.

Nel 2017 l’Italia è rimasta sotto del 25% alla produzione industriale di nove anni fa, quella del 2008. A dimostrazione che oggi ci troviamo in condizioni peggiori di una guerra perduta. Anche perché se nel 1947 l’industria nazionale era tutta in mani italiane, come abbiamo visto la parte migliore di quel che rimane della nostra industria è ormai in mani straniere, che invece di redistribuire i profitti almeno in parte li portano fuori dal paese, oltre a praticare a oltranza il ricatto della delocalizzazione per spuntare continue riduzioni salariali oltre a vantaggi normativi e fiscali.

Si è trattato di una guerra ibrida, non combattuta con le armi e gli eserciti ma con la finanza, l’economia e le politiche comunitarie, la moneta unica e le quinte colonne collaborazioniste messe nei governi-fantoccio privi di qualsiasi legittimazione. Secondo un meccanismo ancora più micidiale e distruttivo perché non ci si rende conto di essere coinvolti in conflitti di quella forma, dato che i cannoni non sparano e l’aviazione nemica non viene a bombardarci. Ciononostante le strade italiane sono ridotte in condizioni di sembrare reduci da plurime incursioni aeree.

Non vedendo eserciti in marcia e artiglierie che fanno fuoco, non ci si rende conto di trovarsi in un conflitto che non ha avuto neppure bisogno di essere dichiarato. Pertanto non è regolato dalla Convenzione di Ginevra o da qualsivoglia legge di guerra. Soprattutto ci è stato mosso da paesi con cui formalmente saremmo alleati, dato che come noi fanno parte della cosiddetta alleanza atlantica e dell’Unione Europea.

Tuttavia gli stati membri di quell’alleanza e quell’unione hanno funzionari che agiscono a loro favore e su loro mandato, incistati a ogni livello del sistema istituzionale del nostro Paese.

Addirittura, un nostro ex vice-ministro è stato cooptato a responsabile per le politiche comunitarie di un governo straniero, quello di uno dei Paesi distintosi per l’attacco che ha portato al nostro sistema economico e industriale, quindi alla stessa sopravvivenza del popolo italiano. Era già stato candidato alle recenti elezioni europee dal partito del presidente della repubblica di quello stesso Paese, senza essere eletto.

Naturalmente si tratta di un personaggio di spicco del maggiore partito nazionale di sinistra rinnegata, che ha svolto un’azione politica tipicamente collaborazionista, al punto di tentare la cessione sottobanco dei uno dei tratti di mare più pescosi appartenenti al terriorio italiano, oltre ad assumersi il ruolo principale nel precipitare il suo stesso paese in una crisi economica senza uscita.  Proprio in quella nomina alla carica di un governo straniero, cosa inimmaginabile solo poco tempo fa, trova la dimostrazione migliore del ruolo di fiancheggiatore che ha svolto per anni o forse per decenni. Non a caso è stati insignito della Legion d’Onore nel 2014.

Per quali meriti, o meglio per quali servigi resi da governante italiano a un paese straniero l’ha ricevuta?

Cosa ne sarà, ora, dei segreti, delle notizie riservate, dei progetti di cui è venuto a conoscenza durante i suoi incarichi istituzionali precedenti?

Come nell’ultima guerra subiamo i diktat, le minacce e le insolenze di chi parla ancora una volta parla una lingua di ceppo sassone. La stessa di Brenno e dei lanzichenecchi. Al braccio l’aggressore non ha più la svastica, anzi veste in grisaglia, ma se la violenza con cui persegue l’arricchimento dei suoi committenti è più dissimulata, non ha nulla da invidiare a quella di una divisione di SS schierata lungo la Linea Gotica.

 

Costi incalcolabili

Tipici di una guerra sono stati anche i costi, sostenuti dalla popolazione, come ha rivelato tempo fa il Centre for European Policy di Friburgo (Germania). Dal 1999 a oggi, ogni italiano ha perduto in media 73.600 euro. Moltiplichiamo per 61 milioni di connazionali e vediamo che il totale, oltre 4.300 miliardi di euro, non è dissimile dai costi di un conflitto di portata almeno continentale.

Tradotti in Lire, quelle su cui sono tuttora uniformati gli stipendi dei lavoratori italiani, costretti però ad affrontare i costi della vita propri della realtà dell’euro, fanno più di otto milioni di miliardi.

Una cifra incredibile e illeggibile. Senza mettersi a tavolino con carta e penna non si saprebbe dire nemmeno con quanti zeri si scrive.

Se poi consideriamo che in questi anni i ceti più agiati si sono arricchiti in maniera considerevole in conseguenza stessa della crisi economica, motore più efficace in assoluto per lo spostamento di ricchezza dal basso verso l’alto, ne consegue che anche questo dato statistico, pur terrificante, ha lo stesso valore di quella di Trilussa.

Dunque il valore complessivo che riporta si è scaricato di fatto solo sui ceti più svantaggiati, la cui perdita pro-capite è stata ben superiore alla cifra indicata.

Quale effetto avrebbero avuto quei denari se non fossero stati sottratti al paese? Quale progresso ne sarebbe derivato? Quali sarebbero ora il nostro stile di vita e il nostro stato sociale?

Tra l’altro, questi sono solo i danni economici che abbiamo subito. Ad essi si affiancano quelli non monetari, come la sofferenza e l’isolamento causati a decine di milioni di persone, a chi è stato costretto a emigrare, alle persone mai nate, ai matrimoni mai celebrati, ai suicidi per cause economiche, migliaia, sistematicamente passati sotto silenzio dagli organi d’informazione ufficiale, alle cure mediche cui più del 20% della popolazione è costretta a rinunciare per via dei tagli lineari alla sanità e così via. Danni, questi, che si quantificherebbero in una somma ben maggiore di quella indicata, ma sono ancora una volta incalcolabili.

 

Disoccupati per decreto

Dal conto fatto fin qui restano fuori le vittime della disoccupazione e della precarizzazione di massa, resa ormai strutturale proprio dalle leggi promulgate dai cosiddetti partiti di sinistra.

In Italia il dato della disoccupazione U6, quello che include tutte le categorie in cui all’inizio dell’offensiva neoliberista si è deciso di spezzettare l’esercito di riserva dei disoccupati e precarizzati, inventando le categorie pretestuose degli “inoccupati”, degli “scoraggiati” e via farneticando, al fine di diffondere numeri meno inaccettabili dall’opinione pubblica, è pari a oltre il 30%.

Con spregio, oltretutto, dell’intelletto altrui: proviamo a pensare per un istante come deve sentirsi un individuo privato con ogni probabilità in via definitiva del diritto al lavoro sancito dalla Costituzione, e quindi alla sopravvivenza, in assenza di qualsiasi ammortizzatore sociale di qualche efficacia che non sia quella di spezzettare l’esercito degli emarginati, quando si sente dire: “lei non è un disoccupato ma ‘solo’ un inoccupato”!

Poi però se si sfoga la giusta collera causata da tanta ipocrisia, esercitata regolarmente da chi percepisce regolarmente lauti stipendi, si viene accusati di essere dei violenti. Già, perché chi butta in mezzo alla strada milioni di persone e chi coopera al riguardo è un grande benefattore.

Tra l’altro escludere i cosiddetti scoraggiati dal conteggio ufficiale, ossia gente a forza di vedersi negato un lavoro per anni si vede obbligata a rassegnarsi, sapendo che è di fatto impossibile trovarlo, è emblematico dei veri fini con cui si affronta il problema, ossia per peggiorarlo fingendo però che non esista.

Anno dopo anno l’Unione Europea decide il numero di disoccupati che dobbiamo avere. Perché mai fa una cosa del genere? Semplice, tra i molteplici mandati statutari di economia sociale di mercato che si è attribuita, si noti già qui la contraddizione stridente, di fatto rispetta unicamente quello inerente il mantenimento della stabilità dei prezzi. Vi ottempera mediante due strumenti definiti da sigle criptiche, da iniziati: NAWRU e NAIRU.

Sono rispettivamente gli acronimi di Non Accelerating Wages Rate of Unemployment, percentuale di disoccupazione che non genera aumento di salari, e Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment, percentuale di disoccupazione che non genera aumento dell’inflazione.

Dunque l’Unione Europea, sedicente esempio di moderna civiltà democratica, per non far aumentare i salari oppure l’inflazione, poiché il sistema speculativo ne verrebbe danneggiato nei suoi profitti realizzati mediante la creazione di denaro da denaro, anno per anno ci ordina di condannare un certo numero di persone, decine e decine di milioni in tutto il continente, a non avere un lavoro, ad essere emarginati dalla società, di fatto a non poter sopravvivere.

Per forza certe cose necessitano di sigle criptiche, dato che diffonderne il significato creerebbe sconcerto e riprovazione nell’opinione pubblica, con buone probabilità che comprenda infine in quale inferno ci si è andati a cacciare: un ordinamento che si regge su un massacro di massa, macelleria sociale da cui non è possibile sottrarsi.

Macelleria sociale che ha prodotto l’abbandonare al loro destino, per mancanza di cure e medicine, centinaia di bambini greci. Di conseguenza, la mortalità infantile di quel paese è aumentata del 43%.

La democraticità dell’Unione Europea https://www.repubblica.it/salute/2014/02/22/news/grecia_mortalit_infantile-79326564/

 

Risultati del genere i Mengele e gli Eichmann additati all’opinione pubblica quali mostri disumani, simbolo stesso del male assoluto, avrebbero potuto solo sognarli.

Mentre Mario Monti ha avuto persino il coraggio di dichiarare che “La Grecia è la manifestazione più concreta del grande successo dell’Euro“. Uno psicopatico conclamato, nondimento assurto alla carica di capo del governo italiano.

Al braccio i gerarchi nazisti mettevano la svastica: se è quello il simbolo del peggiore degrado umano, allora come osservare la bandiera europea sotto l’egida della quale si è compiuta la nuova strage degl’innocenti del 21 esimo secolo?

Indossando il loro simbolo, i nazisti hanno riconosciuto e reso esplicita la loro natura, e si sono presi la responsabilità di richiudere le loro vittime nei campi di concentramento. Gli odierni criminali di guerra in tempo di pace, invece, pretendono di passare per democratici. Vestono in grisaglia e in tailleur e con ogni probabilità non avranno mai la loro Norimberga.

Di fronte a tali crimini la maggior parte degli individui fa finta di nulla. Cerca solo di salvare sé stesso e i propri cari, in preda al terrore instaurato dalle democratiche e civilissime istituzioni eurocratiche, con la fattiva collaborazione dei partiti che le sostengono.

La dottrina dello shock

 

Ultimo, in ordine di tempo, il Movimento 5 Stelle, che tristemente ha dimostrato la veridicità delle voci che lo tacciavano di essere solo un falso, adibito a canalizzare il malcontento, votando a favore di una delle co-autrici di quella strage, Ursula Von der Leyen, alla carica di presidente dell’Unione Europea. Senza i voti decisivi dei 5 Stelle non sarebbe stata eletta, ponendo l’intero sistema di dominazione europea di fronte a una crisi dalle conseguenze tuttaltro che trascurabili.

Di tutto questo la sinistra rinnegata e gli organi di propaganda sotto il suo controllo tentano in ogni modo di attribuire le cause alla corruzione, (onestà-onestà e manettarismo travagliesco) indicata quale male endemico del nostro paese, o meglio tara genetica dell’etnia italica e dell’intero sud-Europa, nell’ennesimo rigurgito di autorazzismo a sfondo criminalizzante.

A parte il fatto che chi formula quell’accusa è lo stesso che ha causato la più grande bancarotta della storia della finanza, non solo italiana, rimasta impunita: quella del Monte dei Paschi di Siena. Istituto nato alla fine del ‘400, che ha resistito a guerre, carestie, epidemie, inondazioni e terremoti ma non ai governi PD.

Ha fatto sparire persino i denari degli SMS destinati alle vittime dei terremoti avvenuti negli scorsi anni, di cui si è perduta ogni traccia, appropriandosi persino di alcuni milioni di euro dati in beneficenza per i bambini africani.

Infine, nel caso dei 5 Stelle, ha carpito il consenso di milioni di italiani messi sul lastrico da una crisi economica senza fine, per tradirlo mettendolo al servizio del mantenimento in carica dei suoi stessi carnefici.

Del resto è evidente che se si rende sempre più difficoltoso procurarsi denaro con mezzi leciti, dato che di esso si riduce vieppiù la circolazione, portandola molto al di sotto dei livelli necessari al naturale fabbisogno dell’economia del Paese, mentre nel frattempo si rende strutturale una disoccupazione dilagante che non solo rende impossibile la vita a decine di milioni d’individui ma fa da monito per tutti gli altri, come si può pretendere che le persone non cerchino di procacciarsi in qualunque modo il necessario per assicurarsi di poter dare da mangiare a sé stessi e alla propria famiglia?

Dunque sono lo stesso ordinamento liberista e l’austerità che ne consegue i promotori più formidabili, efficaci e irreversibili della corruzione.

Non a caso, proprio nel protrarsi dell’era della moneta unica e della dittatura dei mercati ha toccato picchi inimmaginabili, causati proprio dalle condizioni così instaurate. Poi però si attribuisce la colpa del fenomeno  a chi si trova costretto suo malgrado in questa situazione senza vie d’uscita.

I media come al solito tacciono con la scusa della sintesi, da intendersi come abbiamo visto quale sinonimo di censura. Dato che con essa si può mettere al bando qualsiasi argomento sgradito, solo perché necessita di una descrizione non abbastanza sintetica.

Così oggi ci ritroviamo con una TV che parla quasi solo di cucina e di un gossip talmente degradato che persino i rotocalchi scollacciati degli anni che furono sarebbero da considerare una lettura di elevato spessore culturale.  E’ caratterizzata inoltre da uno svuotamento dei palinsesti spinto al punto da destare il dubbio che i canali in chiaro abbiano come scopo primario lo spingere il pubblico a sottoscrivere per disperazione contratti con quelli a pagamento.

Tra di essi predomina largamente un solo fornitore, paradigma della sintesi più estrema, quale strumento propedeutico alla distopia del monopolio.

I giornali dal canto loro raffigurano una realtà parallela inesistente, quella che fa comodo a chi li controlla: cordate bancarie e di multinazionali, mondo della finanza. Non mancando mai di instillare quotidianamente il sentimento dell’autorazzismo a quanti ancora li leggono, affinché le vittime si sentano colpevoli in prima persona della sorte cui si ritrovano assoggettate.

Come si è arrivati fin qui? Al grido di “è il pubblico che lo desidera e nostro dovere è assecondarlo, in nome degli ascolti”. O delle copie vendute, equivalenti a denaro sonante.

Nello stesso modo, oggi il pubblico desidera soprattutto la sintesi. O meglio è stato indotto a pretenderla. Che poi questo determini l’impossibilità di concentrarsi per più di pochi secondi e la difficoltà pressoché insormontabile di comprendere un testo che non sia fatto solo di soggetto, predicato e complemento ma abbia una costruzione più complessa, secondo i termini di quello che oggi viene definito analfabetismo funzionale, è del tutto pacifico. Fonti autorevoli (Ocse) certificano ne siano colpiti i 3/4 della popolazione italiana.

Per analfabetismo funzionale s’intende la capacità di leggere un testo senza comprenderne il significato, ovvero l’incapacità di elaborarne e utilizzarne le informazioni.

Dal mio punto di vista questo ha poco o nulla a che vedere con la bassa scolarizzazione, quanto con il tipo di formazione fornito dal sistema didattico. Giusto un paio di settimane fa ho assistito alla discussione della tesi da parte di un gruppo di laureandi: a parte la banalità degli argomenti delle tesi prescelte e la povertà disarmante delle argomentazioni espresse, solo pochi tra loro sono stati in grado di esprimersi correttamente in italiano e quasi nessuno è riuscito a farlo senza ricorrere ripetutamente a vocaboli in lingua inglese.

Cosa naturale del resto per quanti abbiano seguito un corso di laurea in “Economia e Management”.

Solo un paio di candidati, comunque, non hanno avuto il 110 e a più di metà è stata attribuita la lode.

Il dubbio, allora, è che quei diplomi non certifichino più la preparazione e lo spessore dei candidati, ma siano soltanto un meccanismo autoreferenziale di convalida che un sistema scolastico ormai svuotato di credibilità attribuisce a sé stesso.

Motivo, un livello culturale e di consapevolezza superiore a quello di un adolescente è deleterio.

Come spiegano fuoriusciti dall’industria dell’intrattenimento di massa, in tale ambito si tengono di tanto in tanto corsi di marketing e comunicazione in cui i docenti dicono chiaramente che le figure con maggiore propensione ad agire di impulso sono bambini e adolescenti. Quindi la televisione se vuole vendere i prodotti pubblicizzati o avere pubblico deve tenere un linguaggio e un target più simile a questo tipo di persone.
In sostanza fanno intendere che la gente deve essere tenuta in uno stato di coscienza adolescenziale, al limite del ritardo mentale. Con trasmissioni studiate appositamente allo scopo, dato che quello stato permette il consumo compulsivo spinto dal lavoro di marketing.

 

La filosofia del tutto gratis

Dunque, se questa è la sintesi, e tali sono le sue conseguenze, non si può che reagire in modo di andare alla ricerca persino della verbosità, male assoluto secondo i dettami della pubblicistica ufficiale, ma che in confronto alle condizioni instauratesi seguendo la dottrina ufficiale, finisce col somigliare a una panacea.

Del resto oggi è la legge del tutto gratis ad avere il predominio assoluto. Secondo i suoi canoni tutto ci è dovuto e più nulla merita uno sforzo per essere conseguito.

Se quello di cui si ha bisogno non lo si deve più pagare, è facile lasciar credere che tutti siano più ricchi. Invece ne deriva il risultato opposto: un numero sempre maggiore di persone si ritrova con una mano davanti e l’altra dietro.

Dunque anche l’informazione o la pseudo tale devono essere piegate a tal guisa. Se approfondire un argomento presuppone lo sforzo di leggere un testo di minima complessità, è automatico che non ne valga la pena e si passa oltre.

A furia non di ragionare in questo modo, ma di rispondere supinamente a precisi comandi a distanza, impartiti secondo una logica dalle finalità ben precise, ci si ritrova presto appiattiti in una sorta di apatia senza ritorno o vie d’uscita, trasformati in nullità. Quel che è peggio, non solo senza rendersene conto ma vantando persino una  condizione siffatta, come si vede spesso fare.

Ovviamente un sito come questo non ha possibilità alcuna di rappresentare un’alternativa a una tendenza ormai endemica, ma può e vuole essere almeno una voce decisa ad andare in direzione ostinata e contraria.

Sta poi ai frequentatori decidere se al riguardo valga la pena o meno di fare uno sforzo in più.

Non tanto per leggere un testo esageratamente più lungo del solito, quanto per riabituarsi ad applicare la concentrazione e a usare il proprio cervello in maniera possibilmente autonoma. Non limitandosi ad assorbire come spugne il messaggio, ma analizzandolo, al fine di assumere una posizione nei suoi confronti, per quale che sia, invece di introiettarlo in maniera automatica.

Se il tempo a disposizione manca, nulla vieta di suddividere la lettura in più fasi. Vorrà dire che invece di una lettura in pillole ne avremo una che in maniera forse un po’ presuntuosa ci riavvicini alla capacità di assumere un pasto completo, sia pure suddiviso in porzioni distinte. Mi ostino a pensare sia sempre meglio che ingollare meccanicamente compresse liofilizzate di un prodotto di sintesi informe e chimicamente adulterato per indurre dipendenza a un degrado etico-sociale spinto a livelli impensabili solo pochi anni fa, che le fonti d’informazione allineate si ostinano a dipingere e a consigliarci, imponendoci di fatto di osservarlo come il migliore dei mondi possibili.

 

2 thoughts on “La questione della sintesi

  1. Egregio dottor Claudio,
    mi permetto di darti del tu, come hai suggerito anche ad altri appassionati che scrivono su questo sito. Mi chiamo Alberto e ti seguo ormai da alcuni mesi. Sto cercando di recuperare tutti i tuoi articoli. Ti faccio i complimenti per la chiarezza e per la completezza degli argomenti trattati, cose purtroppo pressoché assenti nella nostra società, addirittura anche nelle riviste specializzate hifi, che continuo imperterrito a comprare! Sebbene sia relativamente giovane (37 anni), resto ancora ancorato alla carta stampata. Non affronto l’argomento da te evidenziato sulle pubblicità occulte, poiché meriterebbe molto spazio e andrei fuori tema, ma temo che la “manipolazione” delle informazioni riguardi ormai molte testate, anzi direi tutti i mass media.

    Tornando all’articolo in oggetto, sebbene a mio avviso il tuo punto di vista sia un pò troppo negativo, riflette l’attuale società moderna, quella del tutto e subito, e magari anche gratis. Ragion per cui, purtroppo, quando si cerca di dare spazio ad argomenti complessi, che per loro natura richiedono spazi adeguati, in automatico si taglia fuori una porzione di lettori affetti appunto da analfabetismo funzionale.

    Non nego di aver avuto qualche difficoltà a leggerlo e a metabolizzarlo, data la lunghezza e la natura della problematica esposta, ma credo valga la pena seguire tutti i tuoi articoli, non solo per i contenuti che trovo interessantissimi e ricchi di spunti, ma anche per la correttezza grammaticale: si sentono tante di quelle castronerie in giro da far cadere i capelli!

    Complimenti ancora per il lavoro che svolgi, preziosissimo per noi appassionati! Spero di poterti riscrivere per argomenti più inerenti la nostra passione che ci accomuna, ovvero la Musica.

    Un saluto,
    Alberto

    1. Ciao Alberto, grazie per l’apprezzamento, per i complimenti e per la fedeltà con cui mi segui.
      Come hai detto giustamente, quest’articolo è lungo e complesso, ma soprattutto difficile da metabolizzare. Anche perché trae spunto dall’argomento principale per dare una visuale diversa, o forse sarebbe più appropriato dire contraria, rispetto alla narrazione che i media allineati si ostinano a dare della situazione del nostro Paese. Purtroppo allora non si tratta di un punto di vista ma di una faccia della medaglia, comprovata dalla mole di dati e di link che ho accluso, che a volte ci si forza a non vedere per non rendersi la vita più difficile e irta di problemi di quanto già non sia.
      D’altro canto, essendo al corrente di certe cose, suscita in me un profondo malessere osservare le condizioni in cui personaggi che sono a tutti gli effetti i sicari della cupola mafiosa di livello più elevato oggi esistente, hanno ridotto il nostro Paese. Oltretutto ricavandone in cambio il nulla. Nei loro confronti i Riina, i Santapaola e simili sono dei poveri dilettanti. Proprio per questo additati all’opinione pubblica per distrarla dalle azioni della vera mafia, quella finanziaria.
      Per quali che siano le tue valutazioni, mi fa un grandissimo piacere il fatto che sia arrivato fino in fondo all’articolo e abbia voluto inviare un commento. Ho riflettuto a lungo prima di pubblicare l’articolo, un po’ perché è legato solo in maniera vaga all’argomento della nostra passione, per quanto le conseguenze di quel che ho descritto lo penalizzino gravemente e sotto numerosi punti di vista, ma soprattutto perché temevo che certe mie posizioni e valutazioni venissero malcomprese.
      Poi mi sono deciso a pubblicarlo, non tanto per spirito d’informazione ma perché avendo dovuto subire per tanti anni una censura vergognosa, non sarebbe stato pensabile praticarla in prima persona, nei confronti di me stesso.
      Dunque il tuo apprezzamento non solo mi fa piacere ma mi rincuora.
      Per gli argomenti più vicini alla nostra passione, i moduli di commento e quelli per il contatto privato sono a tua completa disposizione, come pure di tutti i frequentatori del Sito Della Passione Audio. Ancora grazie e spero a presto.

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