Hi-Fi e prezzi folli, realtà o percezione?

L’articolo di Diego Spano pubblicato nei giorni scorsi ha toccato una serie di questioni che da tempo sono al centro delle discussioni di numerosi appassionati.

Più di tutte quella legata al prezzo delle apparecchiature nuove, che dal punto di vista di un operatore attivo nel mondo dell’audio professionale riesce difficile giustificare.

Il Sito Della Passione Audio ha più volte analizzato l’argomento relativo ai prezzi di vendita delle apparecchiature, le loro dinamiche e soprattutto le logiche che portano alla loro definizione. Puntando lo sguardo innanzitutto sull’evolvere delle considerazioni attraverso vi si arriva.

L’articolo di Diego ci ha offerto una visuale diversa del problema, derivante dall’esperienza del suo autore, che seppure centrata su oggetti che in quanto destinati anch’essi a produzione e riproduzione sonora hanno funzioni non troppo dissimili da quelli presenti sul mercato amatoriale, risentono tuttavia delle specificità e delle dinamiche proprie del professionale.

 

Il rapporto tra prezzo e qualità

Un tempo il prezzo di vendita di un qualsiasi oggetto era semplicemente la somma di quattro elementi principali: materie prime, manodopera, costi di distribuzione e margine di guadagno. In seguito le necessità indotte dalla spinta alla moltiplicazione del margine, a sua volta determinata da cause diverse, come la caduta tendenziale dal saggio di profitto, le necessità di rinnovamento delle produzione causate dall’obsolescenza programmata e dall’imperativo di tener desta l’attenzione del pubblico con prodotti sempre nuovi che hanno i loro costi d’ideazione, progetto, realizzazione, sviluppo e pubblicità, hanno fatto si che il prezzo del prodotto finito si sia sempre più svincolato da quelli che sono i meri costi di produzione, per rispondere a logiche diverse a iniziare da quelle concernenti il suo ambito di applicazione.

Qui un esempio ci aiuta a capire meglio: un oggetto banale come potrebbe essere un telone si vende a un certo prezzo se destinato a un impiego generalista come coprire della legna da ardere e commercializzato attraverso i canali di vendita ad esso inerenti: ferramenta, supermercati del fai da te eccetera. Nel momento in cui si rivolge a un settore commerciale specifico, meglio ancora se caratterizzato da margini mediamente più elevati come ad esempio quello della nautica, in cui lo si userà per proteggere un bene costoso come un’imbarcazione, il suo prezzo può aumentare in maniera considerevole. Tantopiù se lo si vende attraverso strutture commerciali specializzate. Viceversa per adattarlo al campo di utilizzo specialistico possono bastare semplici ritocchi in fase di produzione, che possono avere costi bassi o addirittura nulli.

Per conseguenza, più è specialistico il campo di applicazione di un oggetto, più il suo prezzo può essere svincolato dai suoi costi vivi, per attribuirgliene uno stabilito a tavolino, in base a considerazioni di dverso tenore.

Da qui deriva anche la politica commerciale del cosiddetto premium price.

Un tempo era opinione comune che un oggetto qualitativamente valido e adeguatamente durevole non potesse costare meno di tanto. Invertendo l’ordine dei termini, nel corso del tempo è invalsa la consapevolezza che sia possibile attribuire un’immagine di qualità a qualsiasi prodotto semplicemente innalzandone il prezzo di vendita, solo attribuendogli prerogative adeguate a livello di cosmetica, marchio e confezionamento. Facendo pensare così che sia contraddistinto da una superiorità di fatto inesistente.

Un prezzo di vendita più alto inoltre equivale a maggior esclusività, altro elemento nei confronti del quale un certo tipo di clientela dimostra di essere alquanto sensibile. Al di là della misura in cui il prezzo rispecchi i contenuti reali dell’oggetto, piuttosto che quelli di facciata.

Tornando agli aspetti esaminati in prececenza, le necessità di rinnovamento del prodotto a cadenze sempre più serrate moltiplicano logicamente i costi di produzione, che oltretutto possono essere ripartiti su un numero di pezzi minore e in continua diminuizione.

In primo luogo per via della progressiva saturazione dei mercati, che quindi impone di aprirne sempre di nuovi. L’ultimo esempio in ordine di tempo, relativo ai prodotti e agli automezzi eco-compatibili, promette guadagni inverosimili. Proprio da qui il martellamento forsennato eseguito allo scopo a reti, testate e apparati politici unificati, nonché mediante lo spregevole utilizzo di personaggi inconsapevoli scaturiti dal nulla e innalzati a emblema globale da un giorno all’altro.

Sfruttati oltre ogni limite di decenza dai loro stessi genitori, a loro volta per forza di cose portatori di meningi già sottoposte a candeggio, e nello spregio più totale degli effetti che un simile consenso totalizzante e totalitario possa indurre nei meccanismi mentali di un individuo ancora in via di formazione.

Che in appare innalzato a gloria imperitura e come tale ricoperto di allori, ma in realtà vittima di una violenza inaudita dalla forma inimmaginabile nel suo degrado, inventata da un sistema di profitto che non si ferma di fronte a nulla pur di perpetuare sé stesso.

Essendo usati come esca, quei personaggi sono in realtà le prime vittime della fame insaziabile di profitti tipica dell’odierno capitalismo terminale, tanto più feroce, privo di scrupoli e vendicativo con chiunque gli si opponga, in quanto consapevole della sua fine sempre più prossima. Che è inevitabile, dato che a furia di divorare tutto quanto lo circonda, finirà con il fagocitare anche sé stesso.

I profitti che ci si propone di ricavare da tendenze siffatte, oltretutto, non possono essere ottenuti che incrementando esponenzialmente il degrado ambientale che si finge di voler combattere, secondo un pretesto dato a bere a un pubblico che non si è esitato a violentare con lo scopo di innalzarne la credulità oltre ogni limite di ragionevolezza, proprio per via delle tecniche e delle necessità di produzione tipiche dei prodotti dall’etichetta eco-compatibile.

Siamo così arrivati al punto di sostenere, e quindi di far credere, che andare in giro con un’auto inzeppata di batterie al punto di pesare oltre due tonnellate, ossia come e più di tanti camion, sia il massimo dell’attenzione nei confronti dell’ambiente.

Sollevatevi per l’ambiente, recita lo slogan della sua pubblicità, che quantomeno ha il merito di rendere palesi le motivazioni di tanta attenzione per certi argomenti, da parte dello stesso marchio che fino a ieri ha venduto auto taroccate appositamente per ingannare i sistemi di controllo per le emissioni allo scarico. E questo non perchè il motore utilizzato fosse tanto inquinante, ma per affermare una volta di più sui mercati la superiorità tecnico-prestazionale incontestabile del Prodotto Tedesco, ovviamente falsa, secondo la logica del “Deutschland Uber Alles”.

Tali motivazioni riguardano espressamente l’accumulo di nuovi profitti, oltretutto assai maggiori che in passato, da un settore merceologico che altrimenti sarebbe tra quelli maggiormente in crisi da saturazione.

Ora invece si spera di ricominciare a vendere come ai bei tempi, oltretutto auto costose e quindi redditizie come mai prima, cui è stata appiccicata l’etichetta verde ma che per essere costruite e utilizzate obbligano a produrre un inquinamento e a dilapidare risorse in misura molto maggiore rispetto ai mezzi additati falsamente come i più inquinanti in assoluto.

Per tacere del fatto che in caso d’incidente hanno ottime probabilità di trasformarsi nell’equivalente di una sedia elettrica per comitive ultrapotenziata.

Strumenti letali non solo per chi li utilizza, di fatto ritenuto una vittima sacrificabile, ma anche di chi vada al soccorso in caso d’incidente.

Per conseguenza diverrà usuale veder bruciare, rimanere fulminati o mangiati dall’acido gli occupanti di quei mezzi senza poter muovere un dito, rischiando di fare la loro stessa fine.

Ecco il portato del progresso e di quello che viene idolatrato come il Futuro. Come sempre avviene in casi del genere, è probabile anche che chi si troverà sempre più spesso dinnanzi a uno spettacolo simile finirà col farci l’abitudine. Qualcuno troverà poi anche il modo di apprezzarlo.

Nessuno però denuncia per raggiro e circonvenzione d’incapaci il marchio in questione. Anzi il sistema politico ha allo studio nuove tasse che rendano obbligatorio il ricorso alla mobilità elettrica. Nel frattempo ci si compiace con esso, ancora una volta a reti unificate, per essersi messo alla testa del movimento ambientalista. Che proprio così è giunto all’apoteosi della pretestuosità e dell’inganno prodotto su menti infiacchite da anni e anni di pestaggio mediatico ininterrotto a base d’idiozie fatte passare per perle di saggezza.

Ulteriore dimostrazione che l’attenzione spasmodica al verde e all’ecocompatibilità, da parte di un sistema economico che per secoli non ha fatto altro che violentare l’ambiente, è solo l’ennesimo raggiro praticato su menti che si è già provveduto a indebolire affinché accolgano il nuovo slogan e le sue conseguenze senza discussioni.

 

L’abitudinarietà dell’appassionato

Per quanto certe cose possano apparire prive di correlazione col settore di nostro interesse, va tenuto conto che il sistema di profitto funziona sempre nello stesso modo, qualunque sia l’ambito commerciale da cui estrae risorse.

Tornando al discorso inerente il processo di sotituzione vieppiù accelerato del prodotto e i costi proporzionalmente in crescita che ne derivano, andrebbe ricordato che non sono molti gli appassionati così pazzi da sostituire i componenti del loro impianto allo stesso ritmo con cui il fabbricante rinnova i prodotti inclusi nel suo listino.

L’appassionato, anzi, è spesso un abitudinario, soprattutto quello non ancora colpito o altrimenti già immunizzato dalla G.A.S., acronimo di Sindrome di Acquisto Compulsivo.

Una volta trovato un prodotto che si confà alle sue esigenze, si tratti di un diffusore piuttosto che di un amplificatore o una sorgente, l’appassionato tende a fermarsi lì e a non tentare nuove possibilità. Anche perché debitamente istruito dalle esperienze passate, in cui si è separato da qualcosa che lo soddisfaceva per andare incontro alle sirene del nuovo prodotto, e spesso è rimasto scottato. Continuando così dopo anni, se non addirittura decenni, a rimpiangere un oggetto che suonava tanto bene.

A volte questo non è neanche vero, dato che magari le sue caratteristiche migliori si accompagnavano ad altre che poi sono state la causa della sostituzione. Ma si sa, il tempo mitiga e infine cancella i ricordi sgradevoli ed esalta quelli migliori, non di rado attribuendovi un alone di leggenda.

Ecco perché occorre dare all’appassionato un prodotto che sulle prime sembri soddisfare i suoi bisogni, ma che resti comunque, e in maniera abbondante, entro i limiti della mediocrità. In caso contrario, avendo infine trovato una risposta ragionevolmente definitiva alle sue necessità, l’appassionato non avrà più motivazioni all’acquisto di nuovi prodotti.

Di fatto, allora, l’appassionato soddisfatto è un cliente perso. Per conseguenza occorre modulare con la massima attenzione, centellinandoli addirittura, gli elementi migliorativi o solo di efficacia del prodotto. Abbinandoli ad altri che, specie nel medio termine, quello lungo è ormai abolito dal vocabolario, trovino il modo di emergere, scatenando infine l’insoddisfazione che spinga alla ricerca del prodotto nuovo.

Ma attenzione, questo deve avvenire senza destare l’impressione che si sia speso inutilmente il proprio danaro, poiché si otterrebbe un effetto opposto a quello desiderato.

Dunque si tratta di un gioco complesso e raffinato, sempre sul filo del rasoio: tenersi in equilibrio su di esso non è facile e ovviamente ha anche i suoi costi, che per forza di cose andranno scaricati sul prezzo di vendita al pubblico.

 

Vera evoluzione o parcellizzazione di potenzialità tecniche già note?

Qui viene in aiuto del fabbricante un nuovo fattore, sul quale non a caso negli ultimi tempi si sta spingendo con sempre maggior convinzione. E’ relativo al rinnovamento delle modalità di fruizione, anch’esso sempre sempre più serrato. Un tempo c’era solo l’LP, poi sono arrivate le cassette e infine il digitale. Quest’ultimo ha rappresentato la chiave di volta ai fini dell’acquisizione, da parte dell’offerta rivolta all’appassionato di musica riprodotta, dei suoi caratteri attuali.

Il digitale infatti, già nella sua prima fase legata al supporto fisico, ha offerto ampie possibilità di falso rinnovamento, in realtà parcellizzazione programmata di potenzialità tecnico-prestazionali già note, e per conseguenza di aumento della velocità per il processo di obsoletizzazione del prodotto, prima inimmaginabili.

Pensiamo soltanto al numero dei bit attribuito ai convertitori D/A: prima 16, poi 18, 20 e infine 24, battendo ogni volta la grancassa sui nuovi, ineguagliabili, e soprattutto definitivi miglioramenti ottenuti per quel tramite.

Per poi ricominciare il giorno dopo con la stessa giostra.

Poi si è passati ai bit singolo, coi suoi diversi sistemi: Bitstream, Mash eccetera: in pratica quasi ogni costruttore attivo nell’audio digitale aveva il suo, di fatto indistinguibile dagli altri. Tutti si basavano sui dispositivi di Noise Shaping, i quali tra l’altro eseguono funzioni di controreazione nel dominio digitale, utilizzandone di ordine sempre più elevato.

Di seguito è arrivato l’HDCD, insieme ai primi esemplari di masterizzatori e ai supporti scrivibili, inizialmente una sola, i CD-R e poi più volte, i CD-RW. Nel frattempo è arrivato anche il DVD, dapprincipio solo video e poco dopo anche audio. Dal primo ha avuto il massimo della spinta il diffondersi dell’audio-video, la specialità più effimera e priva di senso della riproduzione sonora, in quanto basata su presupposti di fatto inattuabili.

Ossia la moltiplicazione dei diffusori in ambienti domestici che già con due soli di essi vedono messa a dura prova la loro vivibilità e soprattutto la pazienza di mogli, compagne e affini dei Sigg. Appassionati. Per non parlare del degrado in termini tecnici, realizzativi e di qualità sonora che ha causato.

Mettiamo dei diffusori a suonare l’uno contro l’altro. Cosa pensiamo di ottenere se non una gran caciara, oltretutto a costi moltiplicati? Insieme ai guadagni naturalmente.

Tutte queste contraddizioni hanno trovato in breve la loro dimostrazione, spianando quindi la strada a un’obsolescenza ancora più rapida del solito per l’intero comparto e, in maniera paradossale accelerando e rendendo ancor più pervasivo tutto il processo di mistificazione, invece d’incepparlo come si potrebbe pensare ragionevolmente.

Del resto in un mondo dominato dalla follia, la ragionevolezza diventa nient’altro che una deviazione. Deprecabile e da estirpare nel lasso di tempo più breve, emarginando chiunque non si assoggetti, sorridendo, ai diktat del pensiero dominante.

Nel lungo termine, tuttavia, i nodi sono venuti al pettine e a difesa del multicanale, nonché di quella a suo tempo definita pomposamente come convergenza mediatica c’è rimasto ormai solo qualche disperato, rimasto a combattere la sua dimenticabile battaglia. Alla stessa stregua dei soldati giapponesi che per decenni resistettero isolati e in condizioni di vita inimmaginabili alla difesa della posizione loro assegnata, anche se per scopi ben più nobili rispetto al facilitare a un fabbricante ingordo e cialtrone la vendita delle sue carabattole.

Con il DVD audio, insieme al suo concorrente SACD e al cartello che sosteneva ciascuno dei due standard messi uno contro l’altro, garanzia migliore per arrivare nel tempo più breve al fiasco commerciale, si ebbe poi l’esordio dei formati ad alta definizione, oggi dimenticati, ma che allora subirono una sorte esilarante e allo stesso tempo emblematica nonché significativamente karmica.

Vennero sostanzialmente ignorati dal pubblico e pertanto non riuscirono neppure a scalfire la supremazia del CD, in primo luogo quale conseguenza finale del forsennato battage propagandistico a suo tempo eseguito in favore del formato con cui l’audio a codifica binaria ha fatto il suo esordio, che così ha finito per ritorcersi innanzitutto contro i suoi successori e quindi sul digitale stesso.

L’analogico viceversa, che di fatto era il vero e solo obiettivo di quell’offensiva sferrata con il fermo proposito di non fare prigionieri, ha poi trovato il modo di risorgere. Sia pure nella veste attuale, che soprattutto per le origini e la qualità di registrazione del supporto oggi in commercio è piuttosto ambigua. Si tratta insomma dell’ennesimo paradosso di un settore che come sappiamo bene è nella loro fabbricazione seriale che ha dimostrato i suoi tratti di efficacia di gran lunga maggiore.

Proprio come si conviene a un qualunque settore le cui sorti siano affidate a un branco di pazzi dissociati.

 

Dall’obsoletizzazione accelerata al caos

Nel momento in cui il digitale si è liberato del supporto fisico, infine, si è avuta l’apoteosi della moltiplicazione dei formati. In pratica non passa giorno che non ne esordisca uno nuovo, per non parlare delle diverse modalità di fruizione, da memoria di massa, streaming e quant’altro, con l’inevitabile contributo di programmi e applicativi, che regolarmente si dimostrano inferiori all’ormai anziano CD, se solo si ha l’accortezza di curarlo e riprodurlo come si deve.

E che a sua volta si dimostra tuttora inferiore all’analogico, la cui nascita data 1877.

In sostanza, allora, quello che avrebbe dovuto portare a un continuo miglioramento,in ultima analisi ha prodotto soltanto caos.

Oltre a una regressione sostanziale in termini di qualità sonora.

Che d’altronde resta sempre e solo una e una soltanto, volta a ricreare nell’ambiente domestico le sensazioni dell’evento reale. Niente a che vedere insomma con le degenerazioni del ci-ci bum-bum, degli acuti a trapano demolitore, dei medi a motosega e dei bassi a borborigma di vacca frisona.

Su cui il Coro degli Entusiasti A Prescindere ricama le cronache rosa delle sue estasi onaniste a un tanto a cartella.

Per non parlare della loudness war, del pompaggio a oltranza e di tutte le altre prelibatezze consimili, fatte passare come il non plus ultra dalle reti di vendita e dagli organi di propaganda in moltiplicazione perenne ad esse collegati. Ognuno dei quali ha il suo bravo link per l’acquisto della paccottiglia all’ultima moda presso il sito internet che egemonizza già oggi il commercio elettronico planetario e un giorno finirà per averne il monopolio, dopo aver cancellato quello tradizionale.

D’altronde se non s’inventassero sempre nuovi modi di perseguire la falsa qualità sonora, e ogni volta con risultati peggiori di quello precedente, unica vera costante di tutto il processo, essa perderebbe la sua profittabilità.

Di conseguenza non ci sarebbe più motivo alcuno di andare alla sua ricerca con il fermo proposito di non riuscire a trovarla.

Quantomeno in termini economici, che in un ordinamento sociale che intende riconoscere soltanto la legge del profitto sono i soli ad avere un senso e il diritto di esistenza.

Al di là dello sforzo sovrumano in termini di aggiornamento tecnologico che ciascun appassionato ha dovuto affrontare per tenersi al passo, finendo in ogni caso con il dover rassegnarsi a mollare la presa, non fosse che per motivi di salvaguardia della propria salute mentale, la realizzazione pratica di questo caos ha avuto costi enormi.

Non solo in termini di spesa da parte degli appassionati, ma anche di quelli relativi a ideazione, progetto, sviluppo, realizzazione, commercializzazione e propaganda.

Ulteriore dimostrazione che quella combattuta da alcuni con lo stesso impeto di una battaglia, a scopo di progresso che in tale veste si dimostra per quello che è, ossia un feticcio, ha in realtà i medesimi fini della guerra.

A livello sociale la guerra permette la dilapidazione dei capitali che altrimenti ci si troverebbe costretti a redistribuire, così da produrre un sovvertimento dei rapporti tra le diverse classi sociali che quelle dominanti fanno ovviamente di tutto per mantenere immutati, allo scopo di continuare a esercitare la loro egemonia.

Nell’ambito della riproduzione sonora lo scopo della guerra che in essa si combatte ha lo scopo di dilapidare i contenuti tecnico-prestazionali che altrimenti andrebbero redistribuiti su fasce di prodotto via via più accessibili, causando il sovvertimento delle classi di prezzo secondo le quali dette fasce sono ordinate, che devono rimanere immutate affinché il settore mantenga o meglio aumenti la sua profittabilità, e chi lo controlla possa continuare a esercitare su di esso la propria egemonia.

Allo scopo di procurarsi i capitali necessari all’ininterrotta opera di rinnovamento a scopo regressivo, oltreché a quelli da utilizzare per la produzione, che proprio per sua causa sono in crescita perenne, il fabbricante è costretto a cercarli sul mercato del credito e di conseguenza a remunerarli, andando ad aggiungere una nuova voce a quelle in base alle quali si forma il prezzo di vendita al pubblico, che oltretutto acquisisce sempre maggiore consistenza.

Ora tutto questo sforzo, volto essenzialmente a pestare acqua nel mortaio, o meglio a martellarsi gli organi genetici con la convizione di migliorare in tal modo le proprie capacità riproduttive, e finendo persino con il ricavarne piacere, il settore professionale non lo ha dovuto affrontare.

O almeno ha iniziato molto più tardi a farci i conti e in misura alquanto minore, come lo stesso Diego sa perfettamente e speriamo trovi presto il tempo di condividere le sue idee al riguardo. Comunque, rivolgendosi a un pubblico più ristretto e specialistico, anche le risorse necessarie a produrre le suggestioni atte allo scopo sono di portata minore.

Pertanto i costi del professionale sono mediamente inferiori rispetto all’amatoriale. Quest’ultimo inoltre deve soddisfare una serie di cose che nel professionale non esistono proprio.

Si tratta di tutti gli elementi relativi alla finitura e all’estetica, che proprio per i motivi discussi fin qui è degenerata ormai parecchio tempo fa in cosmetica e proprio in questo periodo sta conquistando nuovi traguardi, abbattendo persino i limiti della verosimiglianza. Come tale allora, la cosmetica assorbe risorse sempre più preponderanti nel bilancio complessivo inerente le spese di produzione di ogni apparecchiatura destinata all’impiego amatoriale.

La cura dell’aspetto, che nel momento in cui viene esasperata trascende in pacchianeria e in vera e propria volgarità quando si cerca di strafare, ha i suoi costi, oltretutto elevati, che invece non gravano sul professionale.

Quest’ultimo infatti non necessita di lastre in alluminio o titanio tirate a specchio, di manopole tornite da metallo pieno con precisione maniacale o di pannelli da qualche metro quadro perfettamente lucidati a pianoforte. Tantomeno di vu meter a luce blu grandi come televisori 8K da 50 pollici, oggi dominatori indiscussi delle motivazioni in base alle quali troppi appassionati effettuano la loro scelta, consciamente o meno a seguito di spinte sollecitate bassamente nei modi e coi mezzi che sappiamo ed è inutile chiamare in causa per l’ennesima volta.

Tutte queste cose sono la voce di spesa di gran lunga primaria nel bilancio realizzativo del prodotto dedicato alla riproduzione sonora amatoriale. La loro inesistenza nel settore pro va dunque a concretizzare un risparmio sostanziale, che poi è proprio quello che causa la perplessità, giustificata, di una persona come Diego e di chiunque abbia un retaggio a livello di professione e di esperienza simile al suo.

Dunque, sfruttiamo l’occasione per ripeterlo ancora una volta: estetica e cosmetica sono il principale fattore di degrado per le prestazioni sul campo di qualsiasi prodotto abbia a che fare con la riproduzione sonora.

Più un oggetto è attraente, o altrimenti vistoso e pacchiano, più la sua finitura costa. E più quel costo va a sottrarre risorse al nocciolo dell’apparecchiatura finita, ossia alla sua realizzazione interna, a meno di non aumentare in maniera esponenziale i prezzi al pubblico.

Chiaro?

Il prodotto destinato al professionale, invece non ha certi problemi: deve essere innanzitutto robusto e resistere ai maltrattamenti tipici dell’attività cui è destinato, tagliando via di fatto una fetta di costi sempre più consistente. Al massimo la sua estetica deve ispirare efficacia, funzionalità e praticità d’impiego.

Neppure ha necessità di ricorrere a determinate raffinatezze che costituiscono uno tra i richiami meno resistibili per la clientela tipica dell’amatoriale, come cestelli aerodinamici, magneti frazionati e materiali di alta tecnologia nelle membrane per i diffusori e così via, dato che la sua necessità di fondo è rispondere alle prerogative di affidabilità necessaria a salvaguardarlo da guasti negli utilizzi rudi e senza tante cerimonie frequenti nel professionale.

 

Tendenze opposte

Nel corso degli ultimi anni il settore amatoriale e quello professionale hanno conosciuto tendenze del tutto divergenti.

Il professionale ha dovuto adattarsi ai fenomeni indotti dal progressivo sviluppo e dalla diffusione pervasiva delle tecnologie digitali, che hanno causato nell’ordine la decimazione degl’introiti derivanti dalle vendite discografiche, il diffondersi degli studi di registrazione casalinghi e la realizzazione d’introiti per molti artisti affidate in pratica solo alle attività dal vivo.

Di conseguenza i prezzi delle apparecchiature sono scesi di pari passo. Per fare un paio di esempi tra quelli a noi più vicini, per un registratore DAT portatile e i microfoni, mediocri, atti al suo funzionamento era necessario spendere circa due milioni di lire nella prima metà degli anni 90. Epoca in cui quella somma aveva ben altro valore e potere d’acquisto rispetto ai 1000 euro di oggi.

Un oggetto equivalente, come il Tascam DR 40 di cui abbiamo parlato tempo fa, si può acquistare con 150 euro ed è provvisto anche di microfoni stereo più che dignitosi. Oltretutto i DAT di allora necessitavano dei nastri, parecchio costosi, mentre oggi si fa tutto con una schedina di memoria che per 20 euro è già largamente sovradimensionata nella sua capacità ed è riutilizzabile praticamente all’infinito. Il suo contenuto si riversa di volta in volta in un disco rigido, anch’esso di grande capienza, che costa qualche decina di euro.

Un altro esempio potrebbe essere quello dei microfoni AKG C1000 S di cui ci occuperemo a breve, che all’epoca summenzionata costavano circa 800.000 lire ciascuno, pur corredati di una lussuosa valigetta rigida in alluminio, mentre oggi se ne prende una coppia anche a meno di 200 euro, pure in una confezione comunque dignitosa.

Magari oggi quei microfoni non sono così quotati, malgrado abbiano una sonorità dall’equilibrio impeccabile su tutta la banda audio, o forse proprio per questo. Anche esemplari più alla moda, come i Rode NT5 venduti in coppia stereo selezionata e bilanciata, restano pur sempre sotto i 300 euro. Ci occuperemo anche di loro.

Due esempi tra tanti, che ci fanno capire quale sia stato l’andamento complessivo del mercato relativo al professionale, all’interno del quale è ben noto il proliferare di marchi e prodotti in linea con le tendenze appena elencate.

Questo tuttavia non sembra aver causato la moria di fabbricanti che s’immaginerebbe. Anzi sono numerosi i marchi storici del settore tuttora sulla breccia, a contendersi i favori dei professionisti, con numerosi altri che hanno fatto il loro esordio più di recente.

Un esempio tipico è quello di Shure, che ha persino dismesso la sua produzione di testine malgrado il forte ritorno d’interesse nei confronti dell’analogico, per continuare quella dei microfoni in cui mantiene la sua tradizionale preminenza.

Il settore amatoriale, invece, è andato in direzione del tutto opposta.

La tendenza dominante è stata quella di una crescita continua dei prezzi, sfruttando di volta in volta le occasioni del momento. A iniziare appunto dal ritorno d’interesse nei confronti dell’analogico, con l’iniziale lievitazione dei prezzi relativi ai prodotti legati a tale ambito, poi ampliatasi un po’ a tutto il resto del mercato.

In seguito c’è stata l’esplosione della musica liquida e dello streaming, ancora una volta sfruttata per ritoccare più volte verso l’alto non solo i prezzi delle apparecchiature legate alla specialità, ma anche quelli di tutte le altre categorie di prodotto su cui si articola il mercato di settore.

Per un lungo periodo in quest’ambito si è tratto ogni vantaggio dal decentramento produttivo, delegando a terzisti cinesi quote di produzione sempre maggiori. Si è arrivati così alla situazione attuale, in cui tutto quel che riguarda l’audio amatoriale proviene da quel Paese, tranne gli oggetti dei marchi più piccoli e nemmeno tutti, abbattendo i costi di produzione e incrementandone la profittabilità. Si badi bene, senza ricaduta alcuna sulla dinamica dei prezzi al pubblico. Ora il potenziale di quel filone si è esaurito e non si vede quale altro escamotage sfruttare per incrementare ulteriormente il rapporto costi-benefici.

Così facendo, anzi, si è effettuata una colossale operazione di cessione di conoscenze tecnologiche nei confronti di un popolo dal Q.I. che non è secondo a nessuno ed eccezionalmente versato a produrre su commessa o campione, dando vita con le proprie mani a una concorrenza serratissima con la quale confrontarsi in termini di costi di produzione è semplicemente impensabile.

Con l’andare del tempo la produzione estremo-orientale non potrà che sostituire completamente quella di marchio occidentale nei segmenti più abbordabili, mentre per sull’alto di gamma non potrà che tenere per i testicoli i marchi che ad essa si sono affidati, ossia tutti, imponendo loro aumenti continui di costi ai quali si dovrà per forza di cose ottemperare. Dato che, proprio per via della dismissione totale della loro produzione, questi ultimi se non potessero contare più sui terzisti non saprebbero dove andare a sbattere la testa.

Personalmente ho scritto queste cose un quarto di secolo fa, ossia quando il prodotto cinese iniziava a diffondersi sotto le false spoglie del marchio occidentale. Per buona parte sono cadute sotto la mannaia della censura tanto feroce quanto implacabile eseguita nella redazione con cui ho collaborato fin troppo a lungo, mentre quel poco che se ne è salvato ha avuto lo stesso esito del parlare al vento.

Salvo poi il materializzarsi di tutte le previsioni, ai fini delle quali non ci voleva certo una scienza, bastava fare 1+1. Operazione che evidentemente si è voluta precludere a quanti si chiedeva il versamento dell’obolo mensile presso le edicole, giusti i diritti di perculazione, arrivando così all’oggi in cui si grida a squarciagola che le azioni di infantilizzazione e anestetizzazione di massa sono roba da complottisti.

 

Andamento dei prezzi reali, loro percezione e origini del fenomeno

Che i valori nominali dei prezzi di listino siano mediamente in crescita non è una novità per nessuno. Il progressivo avvicendarsi di modelli diversi nei listini dei fabbricanti, all’atto pratico ne cela almeno in parte l’evidenza, al di là del suo utilizzo o meno a tale scopo.

Non sono molte le apparecchiature che permangono in listino abbastanza da permettere un raffronto nel lungo termine. Fermo restando che il prezzo all’origine dell’esemplare 1 e del milionesimo sono profondamente diversi per una serie di motivi, inerenti l’ammortizzazione dei costi di progetto e delle eventuali linee di produzione, oltre alle economie di scala particolarmente significative per i prodotti a diffusione molto ampia.

Quindi se il primo esemplare di un oggetto può essere venduto con il giusto margine poniamo a 100 euro, arrivati al milionesimo, a prezzo di vendita invariato il suo margine sarà notevolmente maggiore, ammesso di riuscire a venderlo.

Il punto però è un altro, riguarda il valore attribuito a quei 100 euro dalla fascia di pubblico cui il prodotto si rivolge.

Per quanto riguarda il nostro paese, sappiamo perfettamente che da quasi trent’anni a questa parte è sottoposto a una politica economica di austerità tanto esasperata da aver fatto si che persino le sue infrastrutture più pregiate ed essenziali stiano cadendo a pezzi, una dopo l’altra, con cadenza giornaliera.

Le stesse che un tempo erano riconosciute unanimemente all’avanguardia del Continente, se non dell’intero mondo ed erano tra gli esempi migliori del genio tipico del popolo che abita il nostro paese.

Come se non fosse già più che abbastanza, a tale politica si affianca quello che di fatto è terrorismo fiscale, messo in atto da una classe burocratico-politica tesa unicamente alla salvaguardia dei propri privilegi. Come tale, fermamente decisa a non capire che se un limone lo si spreme all’inverosimile, nel momento in cui se ne è esaurito il succo non lo si può accusare di essere un evasore inveterato.

Come noto è lo Stato che ha l’esclusiva della stampa e della distribuzione della moneta. Proprio quella che serve anche al singolo per pagare le tasse, le quali non sono necessarie per prestare i servizi come vorrebbe la narrazione dominante, ma al pilotaggio dell’economia e soprattutto affinché non possano diffondersi monete alternative a quella di Stato, proprio perché non sono accettate per il pagamento dei tributi.

Ora si dà il caso che quello stesso Stato che ha il monopolio dell’emissione della moneta stia eseguendo da più di un quarto di secolo una politica di avanzo primario. Ciò in pratica significa che proprio mediante la tassazione toglie dalla circolazione più denaro di quello che vi immette, per un totale che ormai ha oltrepassato i 1000 miliardi di euro, pari a oltre due milioni di miliardi delle vecchie Lire.

Questo di fatto rende sempre più difficoltoso procurarsi il denaro, in particolare per i ceti subalterni e oltretutto in tale misura.

Dove pensiamo allora che il contribuente medio, quello che non può spostare in estremo oriente le sue imprese e le sue rendite finanziarie nei paradisi fiscali, possa recuperare il denaro necessario a pagare tasse che al contrario sono in crescita perenne, oltretutto in un contesto di abbattimento generalizzato del valore dei salari e più che mai del loro potere d’acquisto?

Lo potrà fare soltanto in un modo: vendendosi prima la catenina d’oro, poi il pezzetto di terra del nonno e infine la casa. Restando così nullatenente, esattamente come il limone dell’esempio sopra.

Impoverimento di massa dunque, causa primaria di crisi economica per via del crollo della domanda aggregata che ne deriva, ossia della richiesta di beni, merci e servizi da parte di una popolazione privata della propria capacità di spesa e ulteriormente gravata da una siffatta politica fiscale.

Meno domanda equivale a minor produzione, quindi minore necessità di manodopera (= maggior disoccupazione) e minor gettito fiscale da IVA e buste paga. Per non parlare delle aziende che chiudono a decine di migliaia ogni anno, da cui ulteriore disoccupazione, nei confronti di uno Stato che dal canto suo non può comprimere la propria spesa se non al prezzo di appesantire ulteriormente la crisi economica.

Quindi aumenta la pressione fiscale, che non può che ripercuotersi sui prezzi al pubblico di beni e servizi, andando ad aggravare ulteriormente la caduta della loro domanda e quindi la crisi economica. Dove pensiamo infatti che fabbricanti e commercianti possano reperire il necessario per pagare le tasse, se non scaricandolo sul costo dei beni che vendono?

Non a caso, a fronte dell’austerità venticinquennale che si vorrebbe giustificare con la necessità di ridurre il cosiddetto debito pubblico, definito così per colpevolizzarne ogni singolo individuo quando in realtà si tratta di spesa a deficit dello Stato necessaria affinché presti i servizi che sono la sola motivazione della sua esistenza, il debito pubblico non si è ridotto ma è aumentato a dismisura. Per forza di cose e proprio per via di quanto descritto fin qui, in percentuali tanto maggiori quanto più l’austerità è stata applicata con durezza.

Infatti, come vediamo dal grafico seguente, dopo un periodo di calo, ottenuto a prezzo di sacrifici enormi da parte della popolazione, è tornato ad aumentare dal 2007-2008 per effetto della crisi dei subprime. Nel momento in cui anch’essa si stava riassorbendo, l’arrivo del governo Monti appositamente nominato senatore a vita senza che ne avesse i requisiti, ha portato l’austerità a un’esasperazione forsennata, causando quindi un nuovo impennarsi del rapporto debito/PIL nell’anno 2012 e seguenti. Dilapidando così i frutti dei sacrifici fatti per lunghi anni da 60 milioni di persone, che in cambio si sono visti impoverire ulteriormente e sottrarre persino i servizi essenziali.

Maggior debito equivale a maggiori interessi da pagare alla speculazione internazionale, all’utile della quale si è adoperato chi ha fatto riesplodere la crescita del debito.

Di fatto questo è il quadro, incontestabile, in cui oggi stiamo vivendo. Per comprenderne le implicazioni pratiche è necessario innanzitutto osservarne le cause.

Quella di fondo non è dissimile dall’attività del contadino, che coltiva il suo terreno solo per poter passare in seguito alla mietitura o alla raccolta dei frutti.

Coloro i quali oggi vengono definiti a ragione come i padroni del mondo, non si comportano diversamente.

Per capire di cosa stiamo parlando, chi analizza le gerarchie del potere oggi vigenti specifica che le cariche politiche di più alto grado designate dai processi di legittimazione popolare occupano soltanto il quarto o quinto gradino in ordine d’importanza nella scala che le riguarda. Sopra di loro ci sono i non eletti da nessuno, che sempre più influenzano le scelte a livello globale senza però avere il coraggio di mostrarsi o solo di rendere noto il loro nome.

Nello specifico, non possiamo fare qui la cronistoria macroeconomica del nostro Paese. Tuttavia dobbiamo avere ben presente una legge di cui proprio la realtà attuale sancisce il meccanismo.

Per primo esaminiamo un elemento fondamentale, quello che riguarda la possibilità di uno Stato Indipendente e dei suoi rappresentanti di decidere in proprio come distribuire la ricchezza e impiegare la spesa pubblica.

Come spiega Wynne Godley, in compagnia di tanti altri economisti non azzerbinati al pensiero unico ultraliberista, del quale sono da decenni i partiti finto-progressisti gli esecutori più ligi agli ordini superiori, con il sostegno determinante della falsa sinistra antagonista, la prima prerogativa dello Stato Indipendente è quella di emettere la propria moneta e di deciderne gl’impieghi in maniera autonoma.

Qualora accetti di privarsi di tale prerogativa, per prendere il denaro a prestito altrove o da privati, non solo abdica alla sua indipendenza, ma mette di fatto sé stesso e la sua popolazione alla loro mercé.

Ecco perché già due secoli fa almeno, Mayer Amschel Rothschild, capostipite tedesco della nota dinastia di usurai disse: “Datemi il controllo della moneta di una nazione e non mi importa di chi farà le sue leggi”.

Concetto ulteriormente sottolineato da John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti.

Preso atto di questo, osserviamo quel ne deriva.

Quando su un mercato i prodotti provenienti da diversi Paesi si trovano in concorrenza, e quindi lo sono di fatto anche le loro economie e forze-lavoro, c’è un fattore equilibrante che permette a ciascuno di giocare il proprio ruolo e per conseguenza di mantenere una certa stabilità sul terreno del confronto e nei rapporti che intercorrono tra i diversi attori. E’ dato dal fluttuare del tasso di cambio.

Facciamo un esempio: se sul mercato dell’auto c’è una forte richiesta poniamo di Volkswagen, e quelle auto vanno necessariamente pagate con la valuta dello Stato in cui sono prodotte, ne consegue che quella stessa valuta, essendo più richiesta, si apprezzerà nei confronti delle altre. Pertanto le Volkswagen diverranno di fatto più costose, mentre il prezzo delle auto meno meno richieste diverrà più appetibile per via del cambio resosi vantaggioso, attribuendo loro nuova concorrenzialità.

Questo funziona appunto da fattore riequilibrante, sia per il mercato, rendendo difficoltoso l’instaurarsi di posizioni egemoniche, sia per le economie dei Paesi che in esso si confrontano, oltre ad essere l’elemento fondante primario del cosiddetto libero mercato. Che una volta privatone non è più tale.

Nel momento in cui tale fattore riequilibrante viene meno, in conseguenza di meri accordi di cambi fissi come quelli che nella fattispecie attuale si chiamano Euro, ovverosia moneta unica senza redistribuzione di utili ed eccedenze tra gli Stati che vi aderiscono, si hanno le conseguenze che vediamo qui di seguito.

 

Si osservi come nella fase in cui i fattori di riequilibrio erano funzionanti, le economie di paesi anche molto diversi andassero tutte nella stessa direzione, sia pure su piani diversi, dati dalla potenza della loro economia, e comunque tendenti a convergere. Nel momento in cui quei fattori sono venuti meno l’equilibrio è saltato completamente. A favore di un solo concorrente, quello dall’economia più forte.

Ne è seguita una profonda modificazione dell’andamento delle bilance commerciali, evidenziata dai grafici seguenti.

La bilancia commerciale, quella che misura il valore dell’import-export del paese che ne ha tratto il vantaggio maggiore, si è del tutto capovolta, proprio a partire dall’entrata in vigore dello SME, il cosiddetto serpente monetario, che altro non è stato se non la prefigurazione su canoni più blandi di quel che sarebbe avvenuto in seguito con la moneta unica.

Ancora più significativa per la situazione reale è la tabella seguente. Il prodotto tedesco è diventato quello più importato in tutti i paesi d’Europa, rendendone egemonico il paese d’origine in tutto il Continente.

Nel momento in cui viene meno il fattore riequilibrante dato dalla fluttuazione delle valute, che a loro volta sono l’espressione diretta delle potenzialità economiche del paese che le emette, vi sono due alternative.

La prima è che si faccia come negli Stati Uniti, oppure in qualsiasi Stato moderno o vera unione di essi, in cui parte delle risorse eccedenti prodotte delle parti più ricche, Stati o Regioni che siano, è usata per riequilibrare i conti di quelle più povere.

Queste ultime in genere non lo sono perché i loro abitanti sono tutti dei lazzaroni e scioperati, come ritengono comunemente quanti hanno la curiosa abitudine di dare del razzista a chiunque non la pensi come loro, ma perché vi sono ragioni concrete a livello geografico, logistico, di ricchezza di materie prime, di condizioni climatiche eccetera.

Un paese periferico, povero di materie prime e risorse energetiche, composto per l’80% da catene montuose e separato dal resto del Continente e dai mercati più redditizi da altre catene ancora più imponenti e tra le più impervie che esistano al mondo che ne rendono difficoltosi e costosi gli scambi, potrà mai competere su un piano di parità con quelli che invece sono interamente pianeggianti, ricchi di materie prime e risorse energetiche, e sono posti oltretutto al centro della rete degli scambi commerciali dell’intero Continente?

Eccoci di fronte a una chiave di lettura dei motivi per cui lo studio della geografia, fisica e politica, è stato reso con curioso tempismo molto meno approfondito rispetto a qualche decennio fa, nelle scuole dell’obbligo e in quelle superiori.

Per mezzo del trasferimento delle risorse eccedenti dalle zone più ricche verso le più povere, a fini di riequilibrio, si determinano i criteri minimi di uniformità a livello economico, di condizioni di vita, servizi sociali, infrastrutture, accesso all’istruzione, alle professioni e alle cariche pubbliche, necessari affinché uno Stato possa definirsi tale e mantenere non solo la propria unità, ma anche la demografia e la vivibilità delle zone svantaggiate. Dato che in caso contrario si trasferirebbero tutti in quelle dove si vive meglio, determinando di fatto il degrado per ambo i lati, sia pure per motivi opposti.

Se quel trasferimento di risorse non lo si esegue, i Paesi più concorrenziali, che sono tali per via della loro ricchezza, collocazione geografica, capacità di arricchire a spese altrui e perché spendono meno in previdenza e servizi, causando di fatto standard di vita peggiori e l’impoverimento della loro popolazione o tutte queste cose insieme, finiscono regolarmente con il drenare risorse dai Paesi con l’economia  più debole e collocati nelle zone periferiche.

Ai Paesi periferici resta una sola possibilità, quella di abbattere il costo del lavoro, nel tentativo di riequilibrare un confronto falsato all’origine.

Questo non lo dice il capo dei sindacalisti ante resa senza condizioni al pensiero unico del turbocapitalismo post-industriale, ma un insigne economista, Frank Hahn. Ha insegnato al MIT, ad Harvard e a Berkeley, santuari dell’ideologia meritocratica che pone all’indice tacciandoli di essere lazzaroni i popoli che vivono nei paesi soccombenti nel processo di egemonizzazione delle economie più forti.

 

Da quella scelta deriva per ovvi motivi un gettito fiscale minore, essendo le buste paga più magre. Per non parlare del fatto che il metodo più efficace per ridurre il costo del lavoro è aumentare precarietà e disoccupazione, rimpolpando i cosiddetti eserciti di riserva industriale, usati proprio allo scopo in base alla legge della domanda e dell’offerta.

Solo che il disoccupato e il precario non comperano più. Se lo fanno è per lo stretto indispensabile, dovendo spesso rinunciare anche a quello. Le conseguenze per l’economia di uno Stato, una volta che circa la metà della popolazione si ritrova in condizioni di privazione parziale, un terzo è a rischio povertà e una parte consistente addirittura in condizioni di povertà assoluta, sono di crisi economica da crollo della domanda.

Per conseguenza lo Stato deve aumentare a disimisura la pressione fiscale, alfine di mantenere il gettito necessario a prestare servizi comunque decimati, senza indebitarsi ulteriormente sui mercati della speculazione. Il che produce in ultima analisi crisi ulteriore da frenata dell’economia. Dato che se la gente deve spedere di più in tasse, per forza di cose compera di meno.

Sono proprio le condizioni che stiamo vivendo in Italia e dalle quali non vi è via di uscita se non cambiando totalmente paradigma.

Prima di tutto a livello ideologico, ponendo finalmente la classe politica che ci ha trascinato fin qui nelle condizioni di non fare altri danni e di assumersi le sue responsabilità. Che sono enormi, o meglio incalcolabili.

Quel giorno, se mai arriverà, diranno che hanno obbedito agli ordini o che sono stati ricattati come qualcuno ha già fatto. Di dimettersi non gli è passato manco per l’anticamera.

Alcune di quelle figure hanno avuto un ruolo in quello che è stato di fatto uno tra i capitoli iniziali più importanti del percorso che ha portato il nostro Paese alle condizioni attuali, il rapimento e l’omicidio di Aldo Moro.

E’ stato tale perché colpendo uno dei politici di rilievo maggiore che nel giro di 30 anni hanno portato l’Italia da un cumulo di macerie alla quarta potenza economica mondiale, e prima di lui Enrico Mattei che ha fatto la stessa fine, se ne sono educati cento.

Lavoro completato poi con Tangentopoli che quei cento li ha fatti diventare centomila, spazzando via una classe politica e dirigente che era necessario eliminare per arrivare alle condizioni attuali. Il personaggio di spicco maggiore di questa vicenda, coincidenza curiosa, è lo stesso che poi ha redatto il contratto-capestro per cui ai Benetton non si può revocare la concessione, senza pagare penali colossali, dopo che con la loro incuria e la corruzione dei tecnici incaricati alla verifica della manutenzione e dello stato dei manufatti hanno causato la strage dovuta al crollo del ponte Morandi e mandato in malora il resto dell’infrastruttura fondamentale del paese. Lucrando somme enormi sul disastro che hanno prodotto scientemente, a danno del patrimonio della collettività.

Dimostrazione ulteriore e definitiva che nel momento in cui un Paese rinuncia alla propria sovranità per delegarla altrove, la corruzione dilaga a ogni livello, minando le sue stesse fondamenta. A livello etico, economico, industriale, politico, sociale e infrastrutturale.

In una parola, lo sfascio.

I risultati si sono visti in seguito, con tutti i politici italiani allineati, coperti e pronti a eseguire gli ordini volti alla distruzione del benessere e delle possibilità di sopravvivenza del loro stesso Paese, all’impoverimento di massa dei loro stessi conterranei.

Vediamo ora un’altra serie di grafici che spiegano quanto avvenuto nel nostro paese e a livello continentale nell’era della cosiddetta moneta unica. Si noterà ancora una volta che sono prodotti a partire da dati Eurostat, OCSE, Oxfam Istat, Banca Mondiale e altre organizzazioni ufficiali, che quindi non possono essere indicate come fantomatiche centrali del pensiero legato al Diritto di Autodeterminazione dei Popoli.

Oggi quel diritto è stato abolito, ma senza che ne sia stata assunta la responsabilità o solo data notizia. Pertanto la sua rivendicazione viene designata con l’epiteto di sovranismo. Parola inventata e priva di senso compiuto, cui si attribuisce per consuetudine un significato discriminatorio, ideologizzato e pretestuoso, dato che l’appartenenza della Sovranità al Popolo è sancita dall’Articolo 1 della Costituzione della Repubblica Italiana.

Pertanto è chi con parole e opere fa in modo di mettere in discussione tale appartenenza, che si tratti di TV, giornali, università, frottolieri vari o persino delle più alte cariche dello Stato, ad assumere un atteggiamento formalmente e dichiaratamente eversivo.

Un dato fondamentale e nello stesso tempo agghiacciante è quello del PIL procapite italiano, fermo ai livelli di venti anni fa. Il suo vero significato lo si comprende innanzitutto quando lo si mette insieme al grafico del debito pubblico che abbiamo visto sopra. Come si vede, Monti è riuscito ad abbattere la ricchezza degli italiani e nello stesso tempo a far impennare il debito del Paese, a dimostrazione dei disastri immani che sono la vera e sola capacità dei tecnici del suo rango. Che non li ottengono per incompetenza, ma perché a quello scopo sono stati designati in più alto loco. Ossia portare al disastro il Paese del quale, assumendo la loro carica, hanno giurato di servire gl’interessi.

Per comprendere il significato dei grafici sopra, i loro dati vanno messi in relazione ai costi della vita, che sono quadruplicati rispetto a venti anni fa, come ben sa chi fa la spesa tutti i giorni e deve mettere insieme il pranzo con la cena. A partire da salari che nella migliore delle ipotesi sono rimasti fermi anch’essi, ma quasi sempre sono diminuiti per effetto di quanto mostrato fin qui sulla base delle statistiche ufficiali. Andamento che peraltro trova in esse solo un riscontro parziale, per motivi che non credo ci sia bisogno di spiegare.

PIL pro-capite Italia, 1990-2018

 

L’effetto reale di un’evoluzione siffatta lo si percepisce soltanto nel momento in cui si considera che la gran parte dei salari non sono spendibili liberamente ma assorbiti dalle spese fisse di mera sopravvivenza. Se in una famiglia non si riesce più a far fronte neppure ai costi vivi, affitto bollette eccetera, come si potranno affrontare spese di carattere voluttuario? E quali ne saranno i costi percepiti?

Di fatto, allora, per reggere le conseguenze primarie dell’appartenenza alla zona euro, da cui un ceto sociale ristretto ha ricavato e ricava tuttora un arricchimento assai cospicuo, la classe dirigente ha condannato l’intero Paese a una crisi economica permanente dagli esiti devastanti, scaricandone i costi sulla stragrande maggioranza della sua popolazione, da cui un impoverimento senza precedenti e sempre più grave.

Ossia quello che stiamo vivendo da venti anni anni a questa parte, senza che s’intravvedano vie d’uscita, mentre nessuno dei politici, governanti e alte cariche dello Stato è in grado di prospettare le modalità necessarie a prevenirne l’ulteriore aggravarsi, figuriamoci indicare i metodi atti a una concreta inversione di tendenza.

I dati della disoccupazione e del suo spostamento da una zona all’altra del Continente sono ancora più significativi. La situazione del 2018 rispetto a quella del 2004 rispecchia di fatto una realtà inconfutabile. I paesi dell’Europa Centrale, dell’ex Europa dell’Est e dell’area Baltica si sono trasformati di fatto in un serbatoio di manodopera e risorse a basso costo: lo “spazio vitale tedesco” teorizzato in epoca nazista a favore della supremazia che il Terzo Reich non è riuscito a concretizzare con la forza delle armi, ma che è un dato di fatto inconfutabile nella realtà attuale della cosiddetta Unione Europea.

Proprio per quel tramite la Germania ha di nuovo imposto la sua egemonia, causa sostanziale di tutte le guerre combattute sul suolo europeo nel corso della sua storia plurimillenaria.

Nello stesso tempo i paesi periferici del sud hanno visto tutti, nessuno escluso, aumentare la loro disoccupazione, spesso a dismisura.

Possibile mai che nella fascia che va dalla Turchia al Portogallo tutti i popoli ivi residenti sia siano trasformati nel giro di pochi anni in un branco di sfaticati e nullafacenti?

Nella lettura della tabella qui sopra va tenuto presente che i valori da essa riportati sono conseguenti allo spezzettamento dell’area sociale della disoccupazione in numerosi segmenti diversi, proprio ai fini di contenere per quanto possibile numeri che altrimenti sarebbero enormemente peggiori. E come tali ben più complessi da presentare senza vergogna.

Infatti, a fronte del 10-11% del dato ufficiale della disoccupazione italiana, il suo valore U6, quello che appunto riaccorpa lo spezzatino che se ne è fatto a fini ideologici e di censura, o meglio di sovvertimento della realtà, è tre volte tanto e oltrepassa stabilmente il 30%.

Persino nella Germania la cui floridezza è a spese di tutti i suoi partner comunitari, tale valore è sopra al 10%.

Le conseguenze della tendenza mostrata dalla cartina della disoccupazione 2004-2018, ovvero della voracità insaziabile della speculazione teutonica, hanno prodotto quella che di fatto è la Strage degli Innocenti del ventunesimo secolo, verificatasi a dispetto dei proclami del civilissimo ordinamento europeo.

Quel che si è prodotto in Grecia è una vergogna che grida vendetta, ma anche nel resto del Continente la povertà è un fattore endemico. 120 milioni di poveri, di fatto due Italie messe insieme, calcolati oltretutto con i soliti criteri, tendenti per forza di cose a minimizzare certi problemi, per quanto il sistema mediatico si sforzi far passare sotto silenzio o almeno a dare spazio a certi argomenti solo nelle ultime pagine dei giornali, seppure, o nei TG trasmessi a notte fonda.

La dimostrazione definitiva delle conseguenze dell’austerità praticata a livello continentale arriva dai dati seguenti.

Fonte World Bank

 

Di fatto il Continente Europeo è stato trasformato nella palla al piede dell’intero pianeta.

Ne consegue una lettura altrettanto significativa, quella dei dati inerenti la povertà assoluta in Italia, conteggiata come sempre per difetto.

Ancora una volta la crescita maggiore si è avuta durante il governo Monti e i suoi successori dello stesso segno, che ne hanno completato l’opera di devastazione sociale.

Il conteggio dei poveri assoluti ha assunto un andamento mai visto prima, se non durante la Seconda Guerra Mondiale. Ora quei valori li abbiamo in tempo di pace.

Va da sé che in presenza di un quadro simile, le richieste di chi è alla ricerca un lavoro non possano che andare sempre più al ribasso. In termini salariali come di diritti e tutele, con questi ultimi che sono stati del tutto azzerati, oltretutto da governi formati da partiti che si autodefiniscono progressisti ma che di fatto hanno eseguito le politiche più oltranziste della destra finanziaria, per loro natura refrattarie e incompatibili con qualsiasi esigenza di carattere e origine sociale.

Di fatto, quindi, gli autoproclamati progressisti hanno Instaurato condizioni di lavoro feudali, ma sempre al gioioso sventolare delle bandiere rosse e arcobaleno. Con il silenzio-assenso dei sindacati di ogni colore, ormai tutti rivestiti di giallo, nessuno escluso.

Nel gergo delle relazioni industriali, che regolano i rapporti tra datori e dipendenti, il sindacato giallo è quello che fingendo di salvaguardare gl’interessi dei lavoratori opera a favore delle controparti.

A questo proposito è interessante l’analisi di Maurizia Iachino, presidente di Oxfam Italia. Nel nostro paese, secondo i dati del 2016, che non possono essere andati che al peggioramento nel corso degli ultimi tre anni, una persona su quattro è a rischio di povertà o esclusione sociale per motivi economici. Quindici milioni di persone, solo in Italia.

Un italiano su dieci non ha cibo a sufficienza, una casa adeguatamente riscaldata o di che vestirsi e neppure mezzi per curarsi, informarsi o istruirsi. Un dato anche peggiore riguarda la povertà minorile, ormai intorno al 12%, dato triplicato rispetto a 10 anni fa e che illustra con estrema chiarezza quali sono le prospettive attribuite al nostro Paese dalla sua classe dirigente.

Metà delle famiglie italiane non ce la fa ad arrivare a fine mese e si trova in condizioni di privazione parziale, mentre un terzo non riesce più neppure a far fronte a spese mediche ordinarie.

Uno studio recente, effettuato dal Centre for European Policy di Friburgo (Germania), certifica che dal 1999 a oggi ogni italiano ha perduto in media 73.600 euro per effetto della moneta unica. Moltiplichiamo per 61 milioni di connazionali e vediamo che il totale, oltre 4.300 miliardi di euro, non è dissimile dai costi di un conflitto bellico di portata almeno continentale.

Se le condizioni materiali sono quelle di una guerra, perduta, vuol dire che in un modo o nell’altro è stata combattuta, al di là del fatto che sia stata dichiarata o meno e che la cupola mediatica ne abbia dato notizia.

Se a quella somma aggiungiamo anche il totale degli avanzi primari che ammonta ormai a circa 1.200 miliardi, si arriva a 5.500 miliardi. Di euro, somma che riportata al valore della moneta nazionale italiana, quella su cui di fatto sono ancora uniformati gli stipendi dei lavoratori italiani, che però devono affrontare i costi della vita propri della realtà dell’euro, fa 13 milioni di miliardi di Lire.

A tale proposito va considerato che in questi anni i ceti più agiati del nostro Paese si sono arricchiti e non di poco. Proprio questa è una delle cause per cui, in virtù del potere di quei ceti e della loro capacità di pressione e d’indirizzo della politica, le condizioni che hanno portato all’attuale realtà italiana sono state rese inamovibili e indiscutibili.

Questo è avvenuto in conseguenza stessa della crisi economica, strumento di massima efficacia per la redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto.

Pertanto anche questo dato statistico, pur terrificante, ha lo stesso valore di quella di Trilussa.

Ne deriva che l’onere di quella somma incalcolabile, cui si aggiungono i costi di arricchimento dei ceti più elevati, avvenuti inevitabilmente a spese del resto della collettività, si è scaricato di fatto solo sui ceti più svantaggiati. Con tutto quel che ne consegue.

 

Percezione falsata

Quanto descritto fin qui non può che influire sulla percezione del valore reale di un qualsiasi prezzo, da parte dell’individuo medio, che come tale è per forza di cose falsata. A maggior ragione di tutto quel che va rubricato sotto la voce di spesa voluttuaria, come lo è appunto ciò che riguarda la riproduzione sonora.

Ciò non toglie che i prezzi di molte delle apparecchiature di nostro interesse siano in larga parte ingiustificati.

E sempre più lo diventeranno, dato il restringersi del pubblico potenzialmente interessato al loro acquisto, sul quale va a scaricarsi la quota parte delle spese fisse che ciascun fabbricante deve affrontare per tenere in piedi l’attività e per la loro realizzazione, che sono in larga parte incomprimibili.

A questo proposito va considerato un ulteriore elemento. Nel momento in cui il fabbricante va alla ricerca dei capitali necessari per finanziarsi, la remunerazione che deve offrire a favore di chi glieli fornisce deve tenere conto della realtà oggi esistente, che vede la speculazione finanziaria più redditizia che mai.

Pertanto se vuole trovare il denaro che gli serve per proseguire la propria attività e realizzare prodotti nuovi coi quali sperare di conquistare nuovi acquirenti, deve offrire condizioni se non altrettanto vantaggiose almeno confrontabili.

Dall’immagine che segue vediamo che le azioni più redditizie del decennio scorso hanno permesso di moltiplicare 38 volte la cifra iniziale, qualcosa che nella produzione di beni reali è semplicemente inimmaginabile.

Qualcuno dirà: si, è vero ma si tratta di roba da specialisti finanziari, riguardante opportunità accessibili soltanto ai più profondi conoscitori del settore. Lungi dal voler capovolgere tale percezione, vediamo che nel gruppo delle azioni che hanno dato i rendimenti migliori ci sono quelle di almeno quattro aziende che sono piuttosto ben conosciute a chiunque. La prima è Netflix, che sta anche al vertice assoluto della redditività, abbiamo poi Amazon, Nvidia e Mastercard.

Pertanto, nel prezzo di vendita delle apparecchiature audio, c’è giocoforza anche la quota-parte della remunerazione che deve essere offerta ai finanziatori. Che se a fine anno non dai loro i risultati che desiderano, ti shortano. Ossia, nel gergo del settore mettono le tue azioni in vendita, facendone crollare il valore e perfezionando la transazione non appena si apre una finestra che valutino conveniente. Il che può voler dire anche in perdita, qualora reputino che ne possono ricavare il necessario per investire su qualcosa che sarà più redditizio già nell’immediato.

 

Troppo poveri per comperare uno stereo? Via all’hi-fi per oligarchi

Ecco dunque una possibile giustificazione per ciò che definisco hi-fi per oligarchi. Di esempi ne abbiamo visti a bizzeffe e quindi non serve fare altra pubblicità a quelli che non solo rappresentano elementi fortemente distorsivi dell’offerta di settore, ma anche potenzialmente in grado di causarne la scomparsa, per quel che attiene il prodotto accessibile senza difficoltà soverchie, a sua volta necessario per avere almeno un minimo ricambio generazionale.

Tendenze come quella dell’hi-fi per oligarchi insomma, sono negative sotto ogni punto di vista, ulteriore esempio delle capacità devastatrici dell’economia finaziarizzata tipica della realtà attuale.

Del resto i capitali vanno sempre più concentrandosi nelle mani di pochissimi: oggi 26 persone possiedono una ricchezza pari a quella della metà più povera del pianeta.

Il settore della riproduzione sonora ne prende atto e ormai da tempo le apparecchiature incluse nel segmento dell’hi-fi per oligarchi sono quelle di cui si parla maggiormente. In tutta evidentenza senza rendersi conto delle conseguenze, ovvero in maniera decerebrata, anche se certa roba è quella che fa più sensazione ed è la più adatta per il richiamo del click compulsivo, a sua volta foriero di guadagni facili.

Che i marchi coinvolti nella specifica fascia di mercato riescano effettivamente a incontrare i bisogni della loro clientela potenziale è tutto da dimostrare. In ogni caso ci provano, dato che la redditività teorica di quel segmento è la più elevata in assoluto e di gran lunga.

Di conseguenza si approntano le apparecchiature necessarie, e le campagne mediatiche atte a diffondere e a decantare le doti mirabolanti di quei prodotti, con la stessa logica con cui si va alla ricerca del 6 al superenalotto o della botta di fortuna che ne basta una soltanto e ti sistemi per il resto dei tuoi giorni.

Per male che vada, il fabbricante di un prodotto del genere si sarà fatto pubblicità, imponendo presso il pubblico meno avvertito un’immagine di capacità nel padroneggiare tecniche a tal punto sofisticate, proprio in quanto all’altezza di prodotti così esclusivi.

La realtà, invece, è ben diversa, o meglio del tutto opposta.

Prodotti del genere non hanno alcuna necessità di suonare. Né bene e ancor meno in misura proporzionale al loro costo. Dato che il loro scopo è un altro. Ossia vellicare l’istinto di autogratificazione di personaggi che è alquanto improbabile siano giunti là dove si trovano facendo beneficenza, e soprattutto dare loro un oggetto che sia efficace in primo luogo quale simbolo del loro status sociale e come strumento atto a dimostrare le loro capacità di spesa, che sono incalcolabili.

Quindi può suonare anche da far schifo, basta che sia tempestato di diamanti. Idealmente s’intende, ma non so poi fino a che punto.

Del resto crediamo che una persona che ha passato la vita ad ammucchiare denaro e a sottrarne al prossimo nei modi più impensabili abbia la capacità, prima ancora della sensibilità necessaria, per accorgersene o solo il tempo di pensare a simili banalità?

Che poi quei prodotti, realizzati in esemplare unico o in piccola serie non è dato sapere, si riesca anche a venderli è tutto un altro paio di maniche. Comunque i costi relativi alla loro ideazione, progetto, realizzazione, messa a punto e diffusione a mezzo stampa li si è affrontati. Per forza di cose a spese della produzione destinata ai segmenti non altrettanto esclusivi, della quale ciascun esemplare è stato caricato della quota-parte necessaria a finanziare l’hi-fi degli Epuloni.

Di conseguenza vediamo ancora una volta che gli stravizi degli ottimati vanno a carico di chi neppure può immaginare non di usufruire ma la realtà stessa di determinati stili di vita.

Nelle epoche in cui il lavaggio del cervello di massa non era ancora stato ultimato, per molto meno si parlava di sputo in faccia alla povertà.

Di conseguenza è interesse primario dello stesso appassionato il rigetto di qualsiasi prodotto realizzato dal marchio che si dedichi a tale fascia di mercato.

Chi mira a certi livelli è perfettamente in grado di pagarne i costi, e per intero, senza che la comunità costituita dagli stessi appassionati di riproduzione sonora se ne debba far carico, anche solo per una parte.

Chissà mai che così facendo i prezzi non inizino ad abbassarsi.

 

 

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