Stampe, ristampe e remastering: non tutto il 180 grammi vale il suo peso

Viscardo è un appassionato con cui sono in contatto da qualche tempo. Si è rifatto vivo nei giorni scorsi con alcune questioni che ritengo siano sentite da numerosi appassionati. Per questo invece di rispondergli a livello personale, ho deciso di farlo mediante l’articolo che segue.

Leggiamo innanzitutto il suo messaggio:

Carissimo Claudio,

da molto leggo i suoi articoli, spesso andando a ritroso ripescando quelli che non ho avuto tempo di approfondire, sempre alla ricerca di cose nuove da apprendere in questo bellissimo universo che è la musica!  Oggi le scrivo prendendo spunto dalla lettera del sig. Michael da lei riportata il 06/10 per approfondire un tema (a cui lei in realtà ha già fatto cenno nella sua risposta) che mi ha sempre fatto pensare. Mi riferisco alla qualità di registrazione dei supporti:  CD, SACD e i 24-bit K2HD eccetera, e poi gli amati vinili… Questi ultimi per esempio, noto come nelle versioni ristampate a 180g dimostrino una qualità sonora mediocre, specie quelli Made in E.U. ( credo significhi Europa Unita..?); posseggo dei CD che suonano meglio; diverso é l’ascolto che si ha quando si mette sul piatto una edizione audiophile  (Mofi,  per citarne una), certo dai costi ben diversi! Devo anche aggiungere quella che è la mia esperienza nell’ascolto del digitale (per ora tralascio la  musica liquida che non frequento): con lo stesso impianto, ovviamente, noto una differenza di ascolto considerevole tra un cd e un altro. Due esempi: Body and Soul di G. Basso e R. Sellani  (sono sicuro che lei lo possiede); vero é che di stampa giapponese si tratta, ma che suono… Non sembra di ascoltare un vinile?  Ancora le cito di Eliane Elias “Dreamers” che non è nemmeno sacd , ma che suona davvero “caldo”e coinvolgente ; e le incisioni Sheffield lab? Non é mia intenzione azzardare equiparazioni tra i formati, vinile e cd, in alcun modo, non ho competenza per farlo, vorrei solo stimolare una  più approfondita riflessione sull’argomento  “qualità della registrazione” dei supporti, con il suo aiuto e la sua conoscenza in merito, consapevole anche del fatto che la percezione del suono ,della musica che esce dai nostri diffusori, dipenda da tutto l’insieme dell’impianto; ma se questo rimane sempre il medesimo, perché tanta differenza fra un ascolto e l’altro? Sempre grazie per la sua attenzione e per il tempo che dedica a tutti noi appassionati .. Ah dimenticavo, e per la sua pazienza!

Magri Viscardo da Torino.

 

Ciao Viscardo, ben tornato e grazie per la tua bella lettera.

Mi fa particolarmente piacere che l’abbia inviata perché mi permette di sottolineare ancor meglio uno degli elementi alla base del mio modo di vedere la riproduzione sonora, quindi dell’approccio con cui mi rapporto ad essa.

La tua richiesta di una riflessione approfondita, quale che sia l’argomento cui si rivolge, se possibile mi fa ancora più piacere. E’ il segno che  non tutti si sono autoridotti a una sorta di meccanismo a controllo remoto, così è possibile nutrire ancora qualche speranza per il prossimo futuro. Quello più in là da venire lo lasciamo stare, tanto come disse a suo tempo un famoso economista di cui oggi si sta per fortuna recuperando l’eredità intellettuale, John Maynard Keynes, nel lungo periodo saremo tutti morti.

Soprattutto quelli che dietro le spalle hanno il numero di anni sufficiente ad aver conosciuto, in età sufficientemente matura da comprenderla almeno nei tratti salienti, una realtà profondamente diversa da quella attuale, sulla quale hanno costruito la loro esperienza e la loro sensibilità. Così da essere in grado di rilevare le numerose e insanabili contraddizioni tipiche del mondo moderno e della mentalità fondata sull’autoinganno che in esso predomina.

Keynes è soprattutto il padre della teoria economica omonima che, nella sua applicazione, ha generato quello che per l’Occidente è stato il cosiddetto trentennio felice, dopo che le conseguenze del liberismo esasperato dei decenni precedenti avevano prodotto due conflitti planetari, una serie ininterrotta di guerre minori o regionali che dir si voglia ma sempre a scopo di conquista, movente tipicamente capitalista. Risultato, decine e decine di milioni di morti, intere generazioni cancellate dalla faccia della Terra e capitali incalcolabili bruciati per seminare morte e distruzione che invece si sarebbero potuti usare per il benessere dell’umanità e la cura del pianeta. Nonché per rimuovere o almeno attenuare gli elementi scatenanti di quei conflitti. Già, ma senza di essi qualcuno non sarebbe diventato il dominatore dell’intero Occidente e del cosiddetto Terzo Mondo.

La teoria Keynesiana spiega in sostanza che una volta speso, il denaro non si smaterializza e neppure finisce in un buco nero come invece vorrebbero i neoclassici e la scuola austriaca, dal fondo del loro individualismo viscerale cieco e sordo, cui si rifà la visione liberista. Entra invece in circolazione nel sistema economico – sociale e, un passaggio di mano dopo l’altro, causa benessere diffuso. Quindi domanda di beni, merci e servizi, che per essere soddisfatta necessita della loro produzione, e a sua volta richiede manodopera quindi crea occupazione. Da cui nuovo incremento del benessere diffuso, della domanda, del gettito fiscale le cui aliquote possono quindi essere ridotte dando ulteriore impulso all’economia, quindi alle condizioni di vita generali e così via, in un circolo virtuoso che alimenta sé stesso.

 

180 grammi di pretesto

Oggi il vinile da 180 grammi è dipinto da tutte le fonti allineate come il non plus ultra della fedeltà analogica, quindi della più pura. Non prima di aver ostracizzato per decenni tutto quanto non fosse digitale e dunque infuso della sua perfezione. Tuttavia gli LP di questa tipologia una volta messi sul piatto dimostrano in varie occasioni di essere ben altro.

Dunque, del disco analogico di produzione attuale si va a sancire il valore tecnico inappellabile mediante il numero che riguarda il peso del supporto da cui è costituito. Per quel tramite si pretende non di dire ma d’imporre l’idea che si tratti per forza di cose di un prodotto di qualità superiore. Innanzitutto in termini di caratteristiche sonore, quando è evidente per chiunque abbia il minimo di dimestichezza con la materia che, a livello di quanto immagazzinato nel supporto fonografico, esse dipendono da una serie di elementi, tecniche e procedure che con il peso del supporto non hanno molto a che vedere.

Per il semplice motivo che sono state messe in campo in una fase temporale precedente alla realizzazione del disco in questione. Tuttalpiù, soddisfatte determinate condizioni, il suo peso può aiutare a esprimerle in maniera meglio compiuta, ma in ogni caso non ne è e non può esserne l’origine.

Già a questo punto comprendiamo di esserci inoltrati in un discorso fin troppo complesso, che come tale disorienterebbe l’utilizzatore occasionale. Oggi ha nel suo orizzonte anche l’analogico, per via del successo che è tornato ad arridergli in funzione del movimento popolare che, una volta superato il livello di massa critica, lo ha riportato sulla cresta dell’onda.

Proprio in quanto utilizzatore occasionale e magari solo per moda, anche se in seguito potrebbe diventare affezionato pur senza avere a disposizione il retroterra atto a comprendere modalità funzionali e problematiche dell’analogico, è sensibile soprattutto alle lusinghe della pubblicità. Per una serie di meccanismi che non andiamo ad analizzare altrimenti non ne usciamo più, anche se sono evidenti per chiunque abbia un minimo senso di osservazione, oggi ripete da tutte le fonti, che siano TV, testate giornalistiche o siti internet, una tesi unificata, in quanto tale destinata ad apparire come realtà: il vinile è solo a 180 grammi e meglio di quello nulla può esistere.

Il che in un certo senso è anche vero, al di là della serie non indifferente dei problemi di stampaggio che il supporto in questione comporta, in misura ben maggiore rispetto a quelli di peso più basso. Il punto però è un altro, quello che già alcuni decenni fa ha trovato diffusione in ambito informatico con l’acronimo GIGO: Garbage In, Garbage Out. Che riportato alla realtà dell’argomento di cui stiamo discutendo vale a dire che si può scegliere anche il supporto migliore di questo mondo. Ma se poi lo usiamo per metterci dentro della cacca, quella e non altro ascolteremo, nel modo più fedele possibile. Appunto favorito anche dalle caratteristiche intrinseche di quello stesso supporto.

Naturalmente la pubblicità questo non lo spiega. Neppure potrebbe, in effetti, dato che deve risolversi in una frase a effetto, quindi la più breve possibile, e non può certo perdersi dietro a ragionamenti di complicazione sia pur minima, che le farebbero perdere la sua capacità di colpire e penetrare a fondo nella mente del suo destinatario.

D’altronde non è il suo compito, cui dovrebbe pensare il cosiddetto approfondimento. Che però è noioso, quindi frequentato poco e in maniera distratta. Di conseguenza non richiama pubblicità e il sostegno economico che ne deriva, e come tale è destinato a posizioni sempre più marginali, fino a scomparire.

Ecco perché il primo comandamento della pubblicità ma non solo di essa è la sintesi, con tutte le conseguenze del caso.

Appunto quelle di cui parla Viscardo: si va a riprodurre il vinile a 180 grammi con la ragionevole fiducia di essere in procinto di ascoltare chissà cosa, e invece ci si accorge che è un’emerita schifezza. Cosa che del resto ho avuto modo di verificare personalmente, dandone immediato resoconto.

Del resto attribuire ai 180 grammi il valore di sinonimo della qualità sonora da supporto analogico, equivale a dire che la qualità visiva di un quadro, che è altra cosa da quella artistica anche se è d’aiuto nella sua individuazione, valutazione e comprensione, si decide in base allo spessore e al peso della tela su cui è dipinto.

Qualcuno crederebbe mai a un’asserzione del genere?

I motivi per cui il nostro LP da 180 grammi, nella maggior parte dei casi non solo non è in grado di soddisfare un orecchio caratterizzato dal minimo di esigenze, ma resta ben lontano persino dalle ristampe d’epoca realizzate su vinile “normale” li abbiamo analizzati più volte. Ma non fa nulla, tanto la maggior parte dei fruitori attuali il suono vinilico della sua era migliore non lo conosce e quello di oggi lo ascolta con giradischi di plastica, equipaggiati con testine artritiche, bracci per i quali la precisione meccanica è una pia illusione e pre fono di cartapesta, per non parlare del resto.

Fermo restando che per quanti si sono attrezzati con roba migliore ci pensano le solite recensioni a senso unico ad assicurare che tutto è a posto e si tratta del meglio del meglio cui si possa ambire.

D’altronde cosa ci si può aspettare nel momento in cui ci si riavvicina a qualcosa che prima si è fatto di tutto per azzerare e poi è rimasto abbandonato per almeno un ventennio? Lasso di tempo non biblico secondo la realtà di oggi ma ancora di più. Ne è derivato l’inevitabile analfabetismo di ritorno, concretizzatosi a tutti i livelli, quello che in altre parole verrebbe definito “perdita di know how”.

Nell’ambito utilizzativo ha avuto forse gli effetti più vistosi, ponendo al vertice delle preferenze di gran parte degli utilizzatori attuali macchine che gli appassionati dell’epoca d’oro dell’analogico non volevano vedere manco in cartolina, per ragioni sacrosante. Oggi però sembrano meno o per nulla pressanti per una platea che ha costruito la propria esperienza sul digitale, e come tale anche nell’analogico ricerca le sensazioni e soprattutto le manchevolezze e le esasperazioni tipiche dell’audio a codifica binaria.

Ennesima dimostrazione che, se si è allevati a panini del Mcdonald, anche le pietanze preparate a partire dagl’ingredienti più genuini e succulenti troveranno il rifiuto del palato.

 

A livello del professionale

In ambito professionale è accaduta la stessa cosa, se non peggio. Pertanto si va a produrre il supporto analogico con la stessa mentalità con cui si approccia quello digitale, pretendendo addirittura di stampare il vinile a partire da materiale da cui si sono asportate tutte le prerogative salienti mediante le usanze più deteriori invalse nella produzione basata sulla codifica binaria, convinti poi che si tratti del non plus ultra a livello di qualità sonora. Conferma migliore della triste realtà concernente l’analfabetismo di ritorno che caratterizza la realtà attuale della riproduzione analogica.

Dunque non è questione di contaminazione della purezza analogica da parte del digitale. Non a caso già sul finire degli anni settanta iniziò a diffondersi l’impiego di registrazioni e master eseguiti digitalmente per realizzare LP che comunque suonano tuttora molto bene, proprio in quanto realizzati a partire da concezioni, metodiche e finalità proprie dell’analogico, derivanti dall’esperienza costruita su quel sistema. Oggi che l’approccio è totalmente diverso, già a partire dalle teste delle persone, i risultati sono in massima parte disastrosi e vanno considerati come l’ultima calamità causata dal formato digitale, dalla perfezione da cui lo si voleva permeato per volontà divina.

Naturalmente per capire cose simili occorrono una sensibilità e un’esperienza formatesi in epoca analogica, quindi non c’è da stupirsi della frequenza con cui ci s’imbatte nelle asserzioni che addebitano alla non assoluta purezza analogica del segnale di partenza i problemi tipici del vinile inadeguato posto in commercio dalle case discografiche.

Da questa realtà si salvano quasi solo i prodotti realizzati dalle piccole case specializzate nelle stampe per audiofili anche se non tutti, dato che anche in tale ambito è possibile imbattersi in prodotti non all’altezza della situazione. Questo a certificare per l’ennesima volta che oggi l’analogico è uno sport per ricchi e che quello per cui tanti appassionati di esordio recente vanno in brodo di giuggiole non è che un pallido simulacro delle potenzialità del supporto a tutt’oggi più efficace in assoluto in termini di qualità sonora, malgrado sia il discendente diretto di un sistema che ha visto la luce nel 1877.

 

Ristampa e remastering

Ristampe e remastering sono elementi che già da tempo sono divenuti inscindibili l’uno dall’altro. Nel momento in cui il digitale ha iniziato la sua scalata ai vertici nel settore delle sorgenti audio, si è posto il problema del catalogo. Aspetto fondamentale per il successo di qualsiasi sistema di riproduzione, dato che in mancanza di musica da ascoltare per il suo tramite non serve a nulla. Nell’attesa di avere un numero sufficiente di opere di nuova produzione, cosa per la quale occorre del tempo, le case discografiche si sono dedicate alla ristampa del catalogo preesistente.

Inizialmente lo si fece semplicemente trasferendo in digitale i master degli LP più apprezzati. Ci si accorse però che in quella forma le ristampe in digitale su CD non suovanano. O meglio sembravano aver perso tutto lo smalto che continuavano a porre in evidenza nella loro riproduzione da supporto e sorgenti analogiche.

Dal momento che per comandamento divino il digitale non poteva essere caratterizzato da null’altro che dalla sua perfezione, la colpa doveva essere per forza delle registrazioni di cui si era eseguito il riversamento in digitale. D’altronde erano analogiche e quindi nella vulgata dell’epoca inadeguate per definizione, secondo quella che è stata una delle prime applicazioni del pensiero unico.

Di conseguenza si ritenne necessario attualizzarne i contenuti tecnici, in modo tale da portarli all’altezza del digitale, e l’utilizzatore finale potesse ascoltarlo in tutto il suo preteso splendore anche nell’impiego di materiale non espressamente realizzato per il nuovo supporto.

E’ nata così l’usanza del remastering, venuto buono anche come argomento per convincere quanti erano già in possesso dell’edizione vinilica di quelle stesse opere a ricomperarle in digitale. Di esse finalmente avrebbero potuto apprezzare il contenuto nella sua totalità, anche nelle minuzie che si volevano nascoste dalla versione analogica, e con la forza tipica del digitale in termini di dinamica, di estensione agli estremi banda, di abbattimento del rumore di fondo eccetera.

Questo recitava la propaganda di regim… ehm, del settore audio e discografico.

In realtà le cose non stavano per niente così e come il tempo si è incaricato di dimostrare, quelle registrazioni analogiche non avevano nulla che non andasse. Era il digitale, nella pochezza tanto più esasperata dalle lacune tipiche della sua veste tecnica iniziale, in particolare quella propria delle macchine destinate all’impiego amatoriale,  a non essere in grado di porne in evidenza le caratteristiche.

Tant’è vero che se si riascolta oggi una di quelle prime ristampe su CD di materiale analogico, si scopre che erano tutt’altro che da buttar via. In particolare se lo si fa per mezzo di un impianto all’altezza della situazione.

Questo ci spiega una volta di più che se può essere relativamente facile accorgersi di un problema, ben altro è individuare correttamente la sua origine. Cosa che diventa impossibile nel momento in cui ci si accosta al problema con un abito mentale letteralmente imbottito del pregiudizio con cui la propaganda di settore cerca di pervenire nel modo più rapido ai risultati desiderati da chi ne tira i fili.

Dunque la parola d’ordine divenne remastering, che all’atto pratico non significava altro che pompare a manetta tutto il pompabile, come se non ci fosse un domani. Affinché persino le carriole digitali spacciate dall’industria di settore come il massimo della tecnologia e della qualità sonora riuscissero infine a produrre qualcosa che non facesse rimpiangere troppo il buon vecchio analogico.

Che proprio perché troppo valido, e quindi in grado di dare fin troppo fastidio al nuovo che avanza e sul quale si era deciso di fare profitti enormi, doveva essere tolto di mezzo.

Come in effetti è avvenuto.

Pompando in maniera tanto scriteriata un segnale che se riprodotto come necessario dimostrava di non averne bisogno alcuno, i risultati non potevano che essere quelli di cui tutti noi ci siamo trovati costretti a prendere atto: un vero e proprio disastro.

Non a caso, di tutte le ristampe digitali che anch’io ho acquistato nel corso del tempo, non ce n’è stata una che non ponesse in evidenza la realtà dalla quale derivava. Soprattutto quelle di cui possedevo già l’edizione analogica e quindi conoscevo bene nelle sue caratteristiche sonore.

A questo proposito vanno rilevate almeno un paio di cose. La prima, e più importante, è che se a suo tempo le cose sono state fatte in un certo modo, ci sarà pure una ragione. Secondo, un’opera musicale non è fatta solo di composizione, arrangiamento ed esecuzione, ma anche di sonorità. Che dev’essere in linea con gli elementi appena elencati, altrimenti ne esce fuori una cosa inascoltabile.

Cosa ne sarebbe stato di un album come “Foxtrot” dei Genesis, qualora gli fossero state attribuite le sonorità più indicate per l’heavy metal?

Al di là di quel che ne sarebbe uscito fuori a livello di ascolto, è evidente che quel disco non sarebbe stato più lo stesso, e i suoi contenuti non si sarebbero potuti esprimere nel contesto che il loro stesso ideatore ha ritenuto il più opportuno e che in ogni caso sono stati parte integrante del suo valore artistico complessivo.

Non mi sembra che ci voglia una scienza per capire una cosa tanto semplice, eppure nell’ambito di cui ci stiamo occupando un concetto del genere è rimasto semplicemente al di fuori della realtà.

Tanto è vero che nel momento in cui ho fatto presenti queste cose a un addetto ai lavori, ex cantante di breve successo e oggi arrangiatore, tecnico di studio e talvolta compositore di musical, è andato su tutte le furie e non ha esistato a tirare in ballo ogni pretesto nel tentativo di screditare il mio punto di vista.

Dimostrazione inoppugnabile che avessi ragione da vendere.

Se nemmeno l’artista è in grado di rispettare la propria opera e quella dei suoi pari negli aspetti primari, allora non si vede proprio chi altri dovrebbe farlo. Si ritrova in quelle condizioni il suo fruitore appassionato, ulteriore elemento paradossale di un mondo che ha sempre dimostrato la sua efficacia maggiore proprio nella loro creazione. Poi però se scarichi via torrent il loro disco vanno su tutte le furie, perché li tocchi nel portafoglio.

Dunque si pretende di attualizzare la Gioconda, nella piena consapevolezza del divario che intercorre tra quell’opera e le canzoncine con cui certuni hanno conquistato la loro effimera notorietà, imbrattandone la tela coi colori fluo a pugno nell’occhio tipici di un’opera di Andy Warhol o trasformandola in un poster alla Roy Liechtenstein . Per poi pretendere che si tratti della stessa identica cosa, solo che così “si vede meglio”.

Pazzesco. O meglio surreale. Come e più di un quadro di Dalì, che però è roba sopraffina.

Tanti, troppi, dei vinili a 180 grammi oggi in commercio hanno proprio quella origine. Spesso, poi, sono stati sottoposti a remastering successivi, dunque a ripompaggio, dato che il già pompato alla morte non  sembrava abbastanza, nonché all’adattamento alle regole della “loudness war”, eseguiti da personale tecnicamente inadeguato e del tutto privo della sensibilità necessaria a comprendere l’ovvio, come il fatterello che ho raccontato illustra in maniera impietosa. Dunque il sistema migliore per trasformare anche l’oro zecchino nella cacca menzionata in precedenza, che in tale veste poi ci troviamo ad ascoltare.

Per completare l’opera, è ben noto che negli studi di registrazione si usi riascoltare i risultati di tali nefandezze per mezzo di altoparlanti di qualità infima, la peggiore possibile, ritenendo così di approssimare le condizioni tipiche dell’ascoltatore occasionale. Per poi adeguare sulla base delle risultanze la sonorità di tutto il lavoro.

Se queste sono le premesse, i risultati non possono essere diversi.

Con ogni probabilità, in sede di ristampa da parte delle etichette specializzate nelle produzioni per audiofili, simili pratiche non saranno attuate, con ovvio beneficio per il prodotto finale, come ha giustamente rilevato Viscardo.

 

La valutazione della qualità di registrazione

Se valutare la qualità di un impianto può non essere un affare semplice, farlo nei confronti di una registrazione è anche più complicato. Troppi sono gli elementi che entrano in gioco e oltretutto sono in grado di capovolgere la situazione. Lo sa bene chi si dedica con l’impegno maggiore alla messa a punto dell’impianto. Nella condizione di partenza ci possono essere dischi che suonano bene, altri in maniera mediocre e altri che proprio non vanno. Attribuendo d’ufficio al proprio impianto qualità che spesso non ha, d’altronde lo si è comperato ritenendone almeno adeguato il suo valore, in caso contrario si sarebbe passati oltre, si è naturalmente portati ad attribuire alla registrazione tutta la  colpa di quel che non ci piace. Mentre quel che è più gradito è ovviamente merito dell’impianto.

Salvo poi scoprire, quando si fanno veri passi avanti per il rendimento dell’impianto e non meri spostamenti laterali, che certi dischi ritenuti in precedenza inascoltabili non lo sono assolutamente. Addirittura a volte finiscono non solo per suonare bene ma anche meglio di tanti altri. Questo dimostra che non si trattava della loro registrazione inadeguata, ma della loro capacità di andare a toccare i problemi dell’impianto, ponendoli in un’evidenza non di rado marchiana.

Questo è uno dei motivi per cui è sbagliato fare prove d’ascolto solo coi dischi che sul nostro impianto vanno meglio. Spesso anzi è più proficuo fare il contrario, quando si va a scegliere un nuovo amplificatore o una coppia di diffusori o altrimenti si vanno ad ascoltare gli impianti esposti in una fiera. Certo, se ci si porta il disco che da noi suona male e ci si accorge che su un altro impianto va nettamente meglio, la delusione può essere troppo forte. Almeno ci aiuterà a comprendere che c’è qualcosa che non va nel nostro impianto e potrebbe darci anche un suggerimento per il punto o i punti su cui agire per rimediare.

Dunque le condizioni in cui avviene la riproduzione sono molto critiche nella valutazione della qualità di un disco e la possono influenzare ben oltre le sue vere caratteristiche. Ecco perché quanti si piccano a livello più o meno ufficiale di esprimere valutazioni al riguardo, e qualcuno ha pensato di fondarci persino una rivista, in realtà non fanno altro che analizzare le magagne del proprio impianto, di volta in volta portate alla luce da un disco o dall’altro.

Quando infine si riesce a mettere insieme un impianto di livello ci si accorge che suona bene con tutto. Ogni registrazione continua ad avere le sue prerogative, che anzi sono evidenziate in maniera più accurata, ma su un denominatore comune qualitativamente elevato. Se invece l’impianto è scarso, i dischi ascoltabili, ossia che non ne vanno a toccare i problemi sono pochissimi, a volte solo due o tre. Quindi, più l’impianto migliora e maggiore è il numero di registrazioni che riesce ad affrontare dando piacere d’ascolto nella loro riproduzione.

Tornando al vinile, non si dovrebbe commettere l’errore di issarne ogni registrazione a pietra di paragone per tutto il resto, cadendo nella forma di sillogismo che porta a ritenerlo sinonimo di qualità a prescindere.

Non è che siccome una registrazione si avvale di un supporto analogico, deve suonare per forza di cose meglio del digitale.

Al di là delle inevitabili differenze tra una registrazione e l’altra, se il divario diventa troppo marcato ci sono buone probabilità che l’impianto necessiti di miglioramento, situazione tipica della maggior parte dei casi la percezione dell’esistenza di qualcosa che non va diventa troppo frequente o addirittura inamovibile. Spesso i problemi da risolvere non riguardano le apparecchiature ma le modalità del loro collegamento e le condizioni in cui le si fa operare, elementi storicamente trascurati dalla pubblicistica di settore e quindi anche dalla maggior parte degli appassionati,  ma che invece hanno ruolo di grande importanza, in ogni caso superiore a quel che si sarebbe portati a credere.

Quindi invece di “compulsare” sul continuo ricambio di apparecchiature come fanno certuni, convinti che questo sia indice di grande competenza, personalmente ritengo che ci si dovrebbe dedicare maggiormente a trarre il meglio da quel che si ha. Proprio perché solo di rado si trova nelle condizioni di esprimere quel che davvero può dare. Impegnandosi in tal senso non solo si accumula esperienza preziosa, ma ci si accorge che man mano che si va avanti, il numero dei dischi che suonano bene, al di là delle loro caratteristiche specifiche, aumenta sempre di più, mentre quelli che proprio non c’è verso diminuiscono o addirittura spariscono del tutto.

 

 

 

2 thoughts on “Stampe, ristampe e remastering: non tutto il 180 grammi vale il suo peso

  1. Ciao Claudio,
    condivido al 100% quanto da te esposto in quest’articolo. Ciò che mi chiedo è: perché produrre vinili da 180 grammi, se poi il lavoro che c’è dietro è, non sempre ma spesso, di dubbia qualità? A sostegno di ciò, posso affermare di possedere copie degli anni 70/80 dal peso piuma, ma dalle caratteristiche soniche strabilianti, segno evidente che il peso è un parametro marginale ai fini dell’ascolto.

    Non avrebbe più senso un vinile adeguato al contenuto (o sarebbe meglio il contrario), ma corredato ad esempio da una copia su cd? Sono sicuro che non sarei l’unico ad apprezzarlo.

    In alcuni casi all’interno della copia in vinile mi sono ritrovato un buono con cui scaricare dal web la copia in formato mp3… Sarebbe stato troppo chiedere un file ad alta risoluzione? Mistero della fede

    Ciao Claudio e a presto

    1. Ciao Alberto,
      grazie del commento e della condivisione.
      Quello che dici mi trova del tutto d’accordo. Ormai la dicitura 180 grammi più che un’indicazione di peso è diventata una sorta di marchio di qualità, tipo il Pura Lana Vergine della nostra gioventù, con tutto quel che ne consegue.
      Forse allegare un CD all’LP creerebbe qualche problema, potrebbe inficiare la “purezza” di un vinile già abbondamente digitalizzato? Chissà. 😀
      In effetti allegare il buono per scaricere il file in MP3 ormai è anacronistico, ma vaglielo a spiegare.
      Che diano almeno un FLAC.
      Spero di risentirti presto.

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