Per la seconda puntata dell’articolo dedicato al quarantennale dell’audio a codifica binaria riprendiamo da dove avevamo lasciato, ossia dalla pretesa perfezione del CD.
Come abbiamo rilevato la volta scorsa, se realmente fosse stata tale che bisogno ci sarebbe stato di togliere di mezzo l’analogico a ogni costo, sia pure provvisoriamente, visto che poi dopo un ventennio di morte apparente è tornato più vivo e pimpante di prima? Non doveva la sua stessa perfezione attribuire al digitale una superiorità tale da permettergli di dominare senza problemi su ogni altro tipo di supporto, senza bisogno di aiuti esterni?
Già questo avrebbe dovuto suggerire l’assurdità di quella pretesa, ma ancora una volta si fece finta di niente e pian piano la comunità degli appassionati ingoiò la pillola. Solo una parte residuale ha continuato a praticare, e dunque a tenere vivo, l’analogico: rivendico con orgoglio non solo di averne fatto parte, ma di aver spinto con ogni mezzo a mia disposizione affinché cessasse la cortina di silenzio calata su di esso. Ovviamente senza esito.
Così, dopo aver dovuto sopportare per anni i loro sguardi di compatimento, ho solo potuto rilevare come gli artefici di quel tacere omertoso, una volta ritenuto conveniente, hanno ricominciato a parlare di analogico come se niente fosse. E peggio, fingendo di aver dimenticato di averlo ridotto all’inesistenza tanto a lungo, mostrando ancora una volta la loro coerenza ma soprattutto lo spessore del bronzo da cui è ricoperta la loro faccia.
Andiamo dunque alle fasi immediatamente precedenti all’esordio dell’allora nuovo sistema: come abbiamo già ricordato più volte, a poche settimane dalla data della presentazione ufficiale non ci si era ancora messi d’accordo sul formato fisico che dovessero avere i nuovi dischi e meno ancora su quello di codifica da attribuire al segnale. Gli accordi tra gli artefici del sistema, Philips e Sony, appositamente consorziatisi, riguardavano un campionamento a 14 bit, quando improvvisamente Sony cambiò idea e decise di passare al formato di codifica che poi fu adottato universalmente, quello a 16 bit.
Philips sembra fosse del tutto all’oscuro della manovra, o forse tentò fino all’ultimo di tenere il punto sull’accordo a suo tempo ratificato. Comunque sia andata si ritrovò coi suoi lotti di macchine pronti a essere immessi sul mercato ma di fatto inutilizzabili. Non solo, non c’era proprio il tempo necessario per produrne altre, senza contare cosa avrebbe comportato, in termini economici, buttare via tutto quel materiale.
Alla fine fu costretta ad aggiornare, modificandoli in extremis, i lotti disponibili, aggiungendo una secondo convertitore D/A a 14 bit insieme a un sovracampionamento di fattore 2. Avviò così le principali direttrici tecniche lungo le quali si tentò di rendere meno inadeguato, sonicamente parlando, quel digitale che invece doveva essere perfetto per definizione. Furono seguite per anni fino all’avvento della conversione Sigma-Delta, ossia dei cosiddetti convertitori a 1 bit.
Di fatto uno dei due ideatori del sistema venne messo dal suo socio, a quel punto ex, nelle condizioni di non disporre di prodotti vendibili all’esordio del sistema e per un periodo di tempo tuttaltro che insignificante, tale da attribuirsi, in quanto autore del colpo di mano, un vantaggio non indifferente che col tempo si sarebbe rivelato incolmabile.
Allora si sostenne che le motivazioni della scelta di Sony di passare al 16 bit erano squisitamente tecniche, stante l’inadeguatezza della codifica a 14 bit. Versione contraddetta poco dopo, nel momento in cui si decise di fare ricorso ai formati compressi, inizialmente per i formati di registrazione digitale, Minidisc e DCC, e poi per l’ MP3, tutti operanti su formati ancor più di compromesso per qualità e quantità dei dati.
Oggi che a torto si ritiene superato anche il formato a 16 bit, uno a 14 può sembrare persino anacronistico, sia pure in retrospettiva. A questo riguardo andrebbe ricordato però che tuttora non si riesce a sfruttare fino in fondo il numero di dati immagazzinati nei CD, quindi all’atto pratico la differenza potrebbe rivelarsi tutto sommato marginale, se non impercettibile, per quanto non vi sia la possibilità di una prova al riguardo.
Addirittura, a suo tempo si ritenne che con la modifica sopra descritta Philips non solo riuscì a recuperare, ma a sopravanzare persino la concorrenza di origine giapponese, a livello di qualità sonora.
Comunque sia è stato il tempo a mostrare ancora una volta la realtà delle cose: il colpo di mano è servito essenzialmente a procurarsi un vantaggio commerciale, oltretutto indebito, nei confronti del socio insieme al quale tanti sforzi a livello tecnico ed economico erano stati profusi per arrivare al materializzarsi del nuovo sistema. Innanzitutto a dimostrazione di quali siano le modalità funzionali concrete del capitalismo reale.
Ogniqualvolta si palesano, guardacaso, si fa di tutto per nasconderle, dissimularle e quando proprio non è possibile, tenerle celate. Per poi delegittimare chiunque non esegua la violenza su sé stesso conseguente al fingere che non esistano, al volgere lo sguardo altrove pretendendo di non averlo mai spostato, al dormire facendo credere di essere del tutto vigili, a utilizzare la coscienza selettiva volta a tener conto solo di quello che ci fa comodo o lo fa a chi ha la capacità d’imporre le sue decisioni. Tralasciando poi tutta la serie di prese in giro nei propri confronti che ciascuno è chiamato a compiere in nome dei principi riguardanti il quieto vivere nella cosiddetta società civile.
Dimostrazione lampante del limite fondamentale dell’ordinamento sociale oggi dominante, che per tenersi in piedi impone una forma d’inganno, e quindi di menzogna destinata per forza di cose a inquinare ogni singolo aspetto della nostra vita, da praticare innanzitutto nei confronti di sé stessi.
Quali possano essere le conseguenze nel rapporto con gli altri non è difficile da capire e neppure quanto siano inevitabili. Primo fra tutti comunque è lo squilibrio che deriva dall’obbligo all’autoinganno, proprio a livello mentale, e la serie di cortocircuiti cui conduce inevitabilmente, con il conseguente scatenarsi di vere e proprie forme di isteria e di violenza nei confronti di chiunque si ritenga causa di essi. Qui la contraddizione trova il suo culmine, dato che la colpa di tutto ciò non viene attribuita a chi costringe ad assumere comportamenti siffatti, ma a chiunque osi rilevare l’esistenza e l’esecuzione di quella forma di auto-inganno cui ci si ritiene obbligati, nel timore che in caso contrario ci si ritroverebbe nella condizione di espulsi dalla società civile. Ne consegue l’indisponibilità non ad accettare, ma solo a considerare l’idea che lo si stia praticando, pronti a negare prima l’evidenza e poi a ricorrere alle maniere forti nei confronti di chi tenti in qualche modo di farci ragionare secondo una logica basata sulla realtà concreta invece che sulla finzione e quindi sull’assenza di una qualsiasi logica.
Da soci a nemici irriducibili, per una serie di fallimenti epocale
Dopo il colpo di mano eseguito da Sony, il sodalizio tra questa e Philips, ossia gli ideatori e realizzatori del primo formato audio digitale, il PCM, acronimo di Pulse Code Modulation, Impulso, Codifica, Modulazione, era da ritenersi sciolto. Uscita perdente una prima volta, proprio in quanto si ritrovò all’esordio ufficiale del nuovo formato priva di macchine da immettere sul mercato, laddove se un vincente esisteva lo era unicamente sulla base dell’inganno, e dunque della menzogna ad esso necessaria, Philips andò incontrò a una seconda, pesante sconfitta, in seguito all’ideazione del sistema DCC.
In sostanza la potenza emergente, Sony, si era alleata temporaneamente con quella sulla via del tramonto, Philips appunto, al fine di spodestarla più facilmente. Prima traendo beneficio dal cumulo enorme di conoscenze che fino ad allora aveva messo insieme, poi assestando un colpo tale da farla vacillare, appunto con l’affare dei 16 bit, e infine portando l’affondo da cui non si sarebbe più ripresa.
Molti probabilmente non lo ricordano più, ma il DCC fu il sistema di registrazione digitale che secondo il marchio olandese doveva essere complementare al CD, nello stesso modo in cui a suo tempo gli LP erano stati affiancati dalle Compact Cassette, i nastri magnetici in cassetta da essa ideati nei primi anni 1960.
DCC infatti stava proprio per Digital Compact Cassette. Per via delle sue prestazioni inferiori e della minor praticità rispetto al disco utilizzato da Sony per il suo Minidisc, il DCC fu il formato perdente in misura maggiore di quel confronto rimasto privo di vincitore. Per conseguenza divenne un altro tassello che portò di fatto all’abbandono del settore della riproduzione sonora da parte del marchio olandese, non molti anni dopo.
Entrambi i formati, DCC e Mindisc, erano compressi, causa prima del loro insuccesso, dato che un formato di registrazione digitale lineare non fu ritenuto opportuno proprio per la concorrenza che avrebbe portato al CD, destinato al ruolo di dominatore incontrastato nel panorama riguardante la riproduzione sonora.
Del resto se aveva incontrato le sue difficoltà, oltretutto rilevanti, già per avere la meglio sull’LP, ultima derivazione del fonografo di Edison inventato nel 1877, conquistata infine in via provvisoria e solo a livello commerciale, dato che sotto l’aspetto tecnico non vi è stato ancora un sistema audio digitale in grado di prevalere senza discussioni sull’analogico tranne che sulla carta, è evidente che un formato concorrente a codifica lineare aveva ottime probabilità di rivelarsi esiziale per le sorti del dischetto argentato.
Di conseguenza il DAT, che rispondeva proprio a quelle caratteristiche, fu messo in naftalina. Si dice per via delle sue prestazioni, superiori, ottenute però con l’impiego del nastro, di utilizzo meno immediato, e soprattutto di una meccanica di grande complessità e difficoltosa da tenere a punto, coi costi che da ciò derivavano.
In questo contraddiceva un elemento di fondo del formato CD, appunto riguardante la relativa economicità di realizzazione del suo sistema di lettura. Ne ha costituito uno dei punti di vantaggio primari, dal punto di vista dei fabbricanti, nei confronti dell’analogico, notoriamente gravato dalle necessità inerenti il dispendio di materiali e la precisione delle lavorazioni meccaniche richieste nella costruzione di giradischi, bracci e testine. Fu così che il DAT trovò un certo spazio quasi solo in ambito professionale.
Il settore amatoriale dunque avrebbe dovuto accontentarsi della registrazione compressa, almeno nelle intenzioni di quanti ne tiravano le fila. Cosa che ovviamente non avvenne, a dimostrazione ennesima dell’incapacità da parte di costoro già nel comprendere l’ovvio. Se lo stesso CD incontrava difficoltà rimaste a lungo insormontabili nell’esprimere doti sonore non troppo perdenti nei confronti dell’analogico, figuriamoci cosa poteva accadere per il digitale compresso. Pertanto il DCC fu il tonfo ulteriore che abbiamo detto, mentre al Minidisc andò solo poco meglio, anche se si dovrebbe dire meno peggio. Infatti riuscì a trovare accoglienza, in modo sostanzialmente fortuito, sempre a livello di produzione musicale: non in sede di studi di registrazione, ma a livello dei musicisti che lo trovarono interessante come una sorta di bloc notes per i loro demo ed eventualmente per scambiarsi parti, arrangiamenti eccetera.
In seguito arrivò il CD registrabile, in realtà esistente già da anni ma rimasto a livelli di costo improponibili, e solo allo scadere del tempo utile, giusto per fare in modo di sfruttare commercialmente l’ultima sua possibilità tecnica, resa effettivamente disponibile proprio nel momento in cui stavano per fare il loro esordio SACD e DVD Audio. Questi a loro volta si sarebbero mostrati per ciò che erano: l’ennesimo buco nell’acqua dell’audio digitale, nella sua storia costellata di fallimenti.
In sostanza fu lo stesso battage propagandistico, ossessivo e implacabile, eseguito a suo tempo a favore del CD, a rivelarsi per quello che era: un’arma a doppio taglio che proprio in occasione dell’esordio dei nuovi formati audio ad alta densità di dati pensati per sostituirlo, ha rivelato infine le sue conseguenze.
A suo tempo infatti fu necessario alzare i toni oltremodo per spingere il CD, prolungando quel baccano infernale per anni e anni, alfine di vincere le resistenze degli appassionati più esperti, peraltro sacrosante, nei suoi confronti. Erano dovute alle evidenti carenze in termini di qualità sonora dell’audio digitale, proprio quelle che avrebbero portato infine alla resurrezione dell’analogico. L’effetto ultimo di un battere di grancassa a tal punto forsennato fu proprio quello di causare l’insuccesso ennesimo dell’audio a codifica numerica, che in quarant’anni non ne ha beccata una.
Diversamente, con ogni probabilità, l’analogico non avrebbe avuto modo di tornare sulla cresta dell’onda. Quantomeno non con l’impeto e la trasversalità palesatisi negli ultimi anni.
La vita del digitale pertanto è stata segnata da una serie ininterrotta di rovesci di portata storica. Iniziata per l’appunto con le manchevolezze del CD che al suo esordio lo resero pressoché inascoltabile, obbligando i suoi artefici a praticargli una serie di trasfusioni tecniche, protrattesi senza soluzione di continuità lungo l’intero arco della sua vita utile.
Alla faccia della sua decantata perfezione. Malgrado ciò non c’è stato uno che sia uno a rilevare questa contraddizione tanto marchiana da oltrepassare i limiti del paradosso.
Si ha così l’esatta misura di quanto fossero verosimili i proclami al riguardo, che già anni prima dell’esordio erano divenuti l’argomento preferenziale e irrinunciabile di certa stampa specializzata, soprattutto nel vendersi al miglior offerente.
E, per conseguenza inevitabile, agl’interessi degli ideatori del sistema, che erano davvero enormi.
E’ stato uno scherzo del destino peraltro non così difficile da prevedere, quello che ha decretato il fallimento di SACD e DVD Audio, come del resto è sempre avvenuto nella storia della riproduzione sonora quando invece di un formato univoco ce ne sono stati due concorrenti a togliersi vicendevolmente il terreno di sotto i piedi.
A parte ciò erano le stesse premesse tecniche dei due formati a sostanziarne l’impraticabilità. Il DSD, quello su cui si basa il supporto noto come SACD, è un mero formato di archiviazione, del tutto inadatto quindi alle necessità proprie della produzione musicale moderna, notoriamente imperniata sulla sovraincisione, sull’appiccicare tra loro parti di uno stesso brano eseguite in tempi e persino luoghi diversi, nonché sulla manipolazione spesso spinta a fondo di quanto eseguito in origine dal musicista in sala di registrazione.
Quanto al DVD Audio erano ancora una volta le premesse a renderlo impraticabile. In primo luogo perché seguito in breve al DVD “normale”, quello adibito al supporto di programmi video, cosa che ovviamente non poteva rendere felice il pubblico che ne aveva decretato il buon successo, per quanto effimero, e malgrado si trattasse di una platea quasi del tutto priva di punti di contatto con quella interessata alla riproduzione sonora.
Si trattava di un formato ibrido, quindi destinato a supportare tanto l’audio quanto il video e come tale né carne né pesce. Destinato quindi a un’accoglienza tiepida da parte di un pubblico dalle storiche e altrettanto note e inevitabili tendenze “puriste”, del resto fisiologiche. Premesse simili obbligavano il DVD Audio a scontrarsi con la sua stessa realtà di supporto multifunzione, la cui conseguenza più ovvia erano le difficoltà, in primo luogo a livello di costi, nello sfruttarne le potenzialità fino in fondo.
Chi avrebbe potuto mettere a disposizione i capitali necessari alla produzione della parte audio e di quella video, proprie di un suo impiego compiuto? Quali esigenze di rientro ne sarebbero derivate? Su basi del genere che tipo di finalità, a livello concettuale prima ancora che artistico, sarebbero state percorribili, forse quelle di farne un contenitore di videoclip e poco altro? Già all’epoca però le emittenti TV che li trasmettevano 24 ore su 24 non si contavano.
C’è poi un altro elemento, che forse è il più importante, all’epoca poco o nulla soppesato e forse inconcepibile per quanti sono dominati dalla frenesia tipica dell’innovazione tecnica a qualsiasi costo. Per loro stessa costituzione, i contenuti video tendono all’invecchiamento precoce. Li si vede 3-4 volte e li si mette da parte, talvolta in via definitiva. I contenuti audio invece, specie di adeguato spessore artistico, sono riascoltabili pressoché all’infinito, forse resi tali dalla componente immaginativa che la nostra mente tende a mettere in campo per arrivare a un’esperienza di completezza accettabile.
Al di là di questo, il DVD Audio assunse già in partenza un ruolo di subalternità, quantomeno in termini qualitativi e sia pure sulla carta, rispetto al SACD. Così era destinato in ogni caso a essere visto, da parte del pubblico potenzialmente interessato, anche se con la contropartita di una maggiore versatilità. Questa prospettiva era avallata dai fabbricanti attivi in tale ambito, i quali prima si sono spaccati nei due fronti contrapposti, inerenti appunto il DVD-A e il SACD, per poi tentare di ricomporre la cesura mediante un accordo tendente a spartirsi il mercato, destinando un formato all’alto di gamma e l’altro alla produzione di massa, destinata a dimostrarsi inesistente.
Soprattutto, date le premesse, era lo stesso mercato a essere incompatibile con le conseguenze di tale differenziazione, capitolo ennesimo dell’incapacità di chi era chiamato a fare certe scelte nel comprendere la realtà cui si trovava dinnanzi.
Infine arrivarono i lettori multistandard a tentare di salvare capra e cavoli, con tutti i compromessi del caso, quando ormai il danno era fatto. Come sempre a spese degli appassionati, dato che all’atto pratico quei lettori sono serviti ad ascoltare soprattutto i “vecchi” CD.
In mancanza delle risorse necessarie a sfruttarlo compiutamente, ma a ben vedere nell’impossibilità di stabilire modalità percorribili con cui arrivare a tale risultato, conseguenza tipica di un velleitarismo tecnologico fine a sé stesso, ne derivò in pratica che il DVD Audio venne adibito banalmente a contenitore di reiterazioni dei medesimi contenuti musicali su formato diverso: in stereo normale, in HD e su 5 o più canali variamente codificati, quale riedizione modernizzata della quadrifonia che già a suo tempo era andata incontro al fallimento.
La cosa non solo era sostanzialmente inutile, ma lo espose a un’ulteriore prospettiva fallimentare, quella che come sappiamo bene è stata propria del multicanali, nato per salvare i destini dell’audio, ma che proprio da questo si ritrovò a dover essere salvato, ancora una volta in via provvisoria, prima di essere abbandonato al suo destino.
Fece comunque in tempo a far buttare quantità di denaro rilevanti a quanti si avventurarono a seguirlo, col risultato di portarsi la guerra in casa. Dato che buona parte dei componenti delle famiglie che vivevano al suo interno, e spesso persino in maggioranza, se già tolleravano con difficoltà la presenza di una coppia di diffusori e relativi collegamenti, figuriamoci come potevano prendere la vera e propria invasione dei sistemi multicanali, con diffusori centrali, posteriori e subwoofer, oltre a tutto il necessario per pilotarli.
Tutto questo nel segno di un avventurismo così futile ed esasperato da porre in evidenza difficoltà enormi nella capacità stessa di intrattenere un qualsiasi rapporto con la realtà, figuriamoci poi di comprenderla, da parte degli artefici di tutto questo bailamme, risoltosi come abbiamo visto in una serie infinita di fallimenti.
Gente singolarmente priva di senso della realtà o solo della misura, ma vittima del delirio di onnipotenza tipico di ogni tecnocrate che si rispetti, proverbialmente lobotomizzato dalla stessa materia che crede di aver esplorato a fondo e di padroneggiare, quando di fatto ne è invece reso schiavo. Peggio ancora, tende a diffondere il suo stato come nella peggiore delle malattie contagiose.
Quei personaggi per aver prodotto tanti disastri hanno percepito retribuzioni principesche e trattamenti pensionistici in proporzione. Il tutto come sempre a spese degli appassionati che si sono dovuti sobbarcare, nessuno escluso, quota parte delle somme astronomiche bruciate per finanziare questa pluridecennale sagra delle assurdità.
Eccoci allora di fronte a quel che è davvero stato il digitale: 40 anni e mai una gioia. Nel novero dei suoi risultati vanno computati anche la crisi pressoché irreversibile del settore riguardante la riproduzione sonora, risollevatosi in parte solo col ritorno d’interesse per l’analogico, i costi del quale sono stati gonfiati artificiosamente, per poi sospingere al rialzo, esponenziale, tutto il resto delle categorie merceologiche in esso incluse.
Questa serie di fallimenti non ha solo trascinato con sé la produzione delle apparecchiature e le potenzialità di penetrazione presso il pubblico dell’intero ambito delle riproduzione sonora, ma anche i destini della stampa specializzata.
Ha palesato infatti quale fosse la sua vera credibilità proprio col farsi veicolo di una menzogna spudorata, quella inerente l’immaginaria perfezione dell’audio digitale. Inesistente proprio per il continuo intervento tecnico migliorativo che si è reso improcrastinabile al fine di permettergli non di reggere il confronto con l’analogico, ma almeno di non venirne brutalizzato, in termini qualitativi e in misura sostanzialmente pari al predominio commerciale che ha comunque acquisito.
E’ stato tale soprattutto grazie all’intervento delle major discografiche, che da un certo punto in poi hanno tolto di mezzo gli LP. Da un lato non stampandolo più per le nuove uscite ma soprattutto facendo letteralmente sparire le rimanenze ancora custodite presso la quasi totalità delle rivendite al pubblico.
Pochissime infatti hanno resistito all’offerta di rilevare per una miseria quel che fino a poco prima era stato fatto pagare a prezzo pieno, ma che in quel momento, forse anche a seguito di qualche consiglio per nulla disinteressato, si temette fosse divenuto invendibile.
Solo così, e poi in conseguenza del parziale ricambio generazionale verificatosi nel frattempo, il CD è riuscito ad acquisire il suo dominio, comunque ristretto all’ambito commerciale: sterminando l’analogico. Nello stesso identico modo in cui nei decenni a cavallo tra l’ottocento e il novecento gli yankees hanno portato all’estinzione il bisonte nordamericano, fonte di sussistenza dei nativi che solo così riuscirono a vincere e a eliminare. Da un territorio sconfinato in cui c’era spazio e di che vivere per tutti: bianchi, neri, gialli e di qualsiasi altro colore. Ma non per quelli che vi vivevano fin dalla notte dei tempi con piena dignità e come tali non intendevano piegarsi agli usurpatori.
Ossia quanti hanno praticato la brutalità più efferata, acquisendo una potenza con cui, a forza di una propaganda assordante e soprattutto riducendo al silenzio ogni voce di dissenso, si sono imposti prima come depositari di democrazia e poi addirittura come liberatori: gli eroici bombardatori dei civili di Hiroshima, Nagasaki, Dresda e Montecassino, Tripoli, Belgrado e Bagdad, i cui crimini di guerra non sono secondi a quelli di nessuno.
Curiosa la storia: c’erano due dittatori feroci e implacabili che minacciavano di conquistare il mondo. Però poi a farsene padrone è stato chi li ha avversati, non prima di aver favorito l’ascesa di entrambi, nei modi più vari.
Non ha mai più mollato la presa. Chiunque si sia messo sulla strada del conquistatore globale, anche marginalmente, e persino chi si è trovato in mezzo ai suoi interessi innominabili ha fatto una brutta fine: da Mossadeq a Mattei, da Moro a Milosevic, a Saddam e a Gheddafi. Per tacere di papa Luciani, di Kary Mullis, di De Donno e di tutti e 4 i Presidenti dei soli 4 Paesi che non si sono piegati alla finzione del virus più micidiale della storia. Talmente aggressivo da colpire persino chi non ha manifestato sintomi di sorta, e senza che nessuno finora sia stato capace di isolarlo secondo i postulati di Koch. Però hanno fatto un bel disegnino e a quello tutti o quasi hanno creduto, nel terrore di morire. O di essere ammazzati dagli angeli delle corsie a botte di Propofol e Midazolam?
Dimostrazione ennesima, come abbiamo già detto ma certe cose vale la pena ripeterle: a saper vedere, le dinamiche proprie dei massimi sistemi le si ritrova tali e quali nell’ambito della riproduzione sonora, che talvolta le prefigura persino.
Danni collaterali
Come ogni conflitto che si rispetti, anche quello senza quartiere con cui il digitale ha combattuto l’analogico lungo il corso di un ventennio ha avuto vittime, non dico estranee ma quantomeno indirette.
La prima e forse più importante per certi versi l’ha causata il cambio di formato, proprio a livello delle sue dimensioni. La grafica che tanta importanza ha avuto nel segnare il successo dell’LP nella sua epoca migliore non solo non poteva trovare più spazio nella scatoletta da 13 cm di lato atta a contenere il CD, ma proprio non aveva più senso.
Addio pertanto a Roger Dean, a Hipgnosis e tutti gli altri pittori, disegnatori, grafici e fotografi che hanno dato luogo a una forma d’arte nell’arte, quella delle grafiche di copertina. Fu tale il rilievo che acquisì da spingere all’invenzione di quelle apribili, le cosiddette gatefold, qualche volta addirittura in tre parti. E poi addirittura a quelle speciali, come “Stand Up” dei Jethro Tull, con le immaginette dei componenti del gruppo che all’apertura si rizzavano in piedi, a “Led Zeppelin III” con il suo inserto rotante che mostrava immagini variabili a piacimento dalle finestrelle praticate sulla sua faccia anteriore, al salvadanaio del Banco, dalla cui fessura invece di inserire le monete si estraevano le facce dei componenti il gruppo e così via.
Il CD di tutto questo ha fatto tabula rasa, con la conseguenza di una banalizzazione o meglio di una riduzione all’insignificante che con ogni probabilità ha contribuito alla perdita d’ìnteresse da parte del pubblico, oltreché della riconoscibilità dell’opera d’arte musicale e della sua attrattiva.
Non a caso, fin quando a spingerlo c’è stata la questione della novità tecnica ha avuto vita facile, ma nel momento in cui è divenuta un’abitudine, la maggiore attrattiva della copertina di grandi dimensioni, fondamentale per farne un oggetto da collezione, è stata uno tra gli elementi che hanno giocato a favore del ritorno dell’LP.
A quel punto si è cercato di controbattere, non sul versante dei contenuti, ovviamente, ma su quello della tecnica. Lo si è fatto per mezzo della corsa all’aumento della quantità di dati con cui rappresentare in formato binario l’andamento del segnale, dando vita al succedersi di nuovi formati che a un certo punto ha assunto una cadenza fin quasi quotidiana.
Di risultati però ce ne sono stati ben pochi, tranne quello di far spendere denaro ancora e ancora quanti non si sono resi conto dell’inganno, nella rincorsa dell’ultimo grido in fatto di formati e sistemi di conversione. Senza però che si sia riusciti ad avvicinare la naturalezza dell’analogico, dimostrando da un lato l’incapacità del digitale sotto questo aspetto e dall’altro l’esistenza dei suoi limiti fisiologici che in sostanza impediscono di ottenere più di tanto sotto il profilo del rendimento. Proprio perché arrivati a un certo punto quel che si ottiene è quasi solo un incremento esponenziale dei dati, che in massima parte vanno sprecati, aggiungendo poco o nulla alla qualità dell’ascolto.
Il gioco in sostanza non vale la candela, come dimostrato anche dalla realtà concreta, in cui già per differenziare in maniera percettibile le edizioni su SACD o DVD Audio da quelle dello stesso titolo in CD è divenuto usuale ricorrere a veri e propri rimissaggi del materiale registrato.
Tra i punti elencati a favore del CD nei confronti del supporto analogico c’era la maggiore capienza, in grado di contenere 74 minuti di musica poi portati a 80. Dato che quantità e qualità non sono mai andate d’accordo, se questo sia stato un punto a favore o meno è discutibile. Di sicuro ha imposto al musicista e al compositore un impegno che difficilmente può aver favorito lo spessore del loro lavoro. Oltretutto le leggi del successo, della visibilità e soprattutto i contratti discografici sono rimasti immutati e sempre almeno un disco all’anno è stato necessario a qualsiasi artista volesse restare sulla cresta dell’onda.
I risultati li abbiamo sotto gli occhi o per meglio dire a portata d’orecchio: lo scadimento del prodotto discografico medio e peggio l’inaridirsi precoce dell’ispirazione e la ripetitività che ne è conseguenza prima sono l’effetto inevitabile del sovraccarico cui il formato digitale ha sottoposto quanti si trovano dall’altra parte del microfono.
Una durata accresciuta rispetto a quella dell’LP era senz’altro favorevole alle cosiddette compilation, ai “greatest hits” e a “i più grandi successi di” ovvero alle forme più superficiali e deteriori ideate per la commercializzazione dell’arte musicale. Anch’essa entrata in crisi, guardacaso come la specialità inerente la sua riproduzione di qualità elevata, in concomitanza con l’affermarsi del digitale.
Che sia proprio tale l’attitudine del digitale è stato comprovato nuovamente nel momento in cui è arrivato alle sue declinazioni ultime, ossia la somministrazione da remoto di contenuti musicali, la cosiddetta liquida. Le conseguenze devastanti che comporta, dati i suoi metodi di attuazione e diffusione, non sono più un mistero per nessuno. Non a caso, proprio in concomitanza, l’arte musicale sta conoscendo il punto più basso in assoluto della sua storia plurisecolare.
Sarà l’ennesima coincidenza? Dal mio punto di vista è improbabile: staremo a vedere comunque nel prossimo futuro quali saranno le conseguenze delle modalità di distribuzione che in apparenza rendono più facile che mai l’accesso a una quantità smisurata di titoli e per forza di cose al relativo inflazionarsi. Peggio ancora a un approccio superficiale che ci viene venduto come quanto di meglio per il destino dell’arte musicale.
Più probabile invece, come avviene sistematicamente per tutto quanto viene spinto in maniera a tal punto compulsiva dalle fonti di (dis)informazione a siti e testate unificati, che si riveli il colpo di grazia che pone termine al suo dibattersi tra difficoltà sempre più insormontabili, dalle quali sembrano trovare scampo solo le forme volte al concreto e definitivo abbrutimento del pubblico inavvertito che trova interesse nei confronti di espressioni a tal punto degradate e degradanti.
Che una volta esauritasi la componente di novità tecnica il CD e di conseguenza il digitale siano andati incontro al destino causato dalla loro banalità, a livello di prodotto, era in sostanza inevitabile. Non solo le dimensioni ma anche il suo confezionamento ne mostravano in pieno la realtà di prodotto sintetico, artefatto, plastificato. Già a partire dal contenitore, oltretutto così incline a rompersi, specie in corrispondenza delle alette destinate a tenere insieme la parte apribile con quella fissa.
Così, a un certo punto, si è provato a scimmiottare le copertine degli LP, dimostrando una volta di più quanto fossero verosimili le posizioni che volevano attribuire all’LP un’inevitabile obsolescenza. Addirittura, il ritorno del cartoncino in ambito digitale è stato riservato alle edizioni più prestigiose e comunque a quelle cui le case discografiche intendevano attribuire un rilievo particolare. Un esermpio fra tanti, le riedizioni dei titoli più importanti del suo catalogo pubblicate dalla Blue Note.
Come sempre ripensamenti del genere fanno più danno che altro, soprattutto a livello di chi acquista il prodotto: conservare il CD dalla teca cartonata insieme a quelli di plastica rigida significa rovinarne la copertina. Quindi delle due l’una, tenerli separati dal resto o altrimenti provvedere a una qualche protezione, da realizzare artigianalmente, dato che all’epoca nulla di adatto era disponibile.
Conseguenze pratiche
Oltre allo scadimento della qualità sonora il digitale ha avuto come esito primario il causare l’analfabetismo di ritorno nei confronti dell’analogico, conseguente ai due decenni lungo i quali si è protratta la sua dismissione.
Detto analfabetismo non è rimasto confinato ai “semplici” appassionati, ma com’è stato inevitabile ha contagiato le stesse fonti di (dis)informazione di settore.
Nel momento in cui si sono trovate costrette a ricominciare a parlare di analogico, in conseguenza dell’ostracismo che hanno praticato nei suoi confronti per quel lungo ventennio si sono ritrovate prive del personale che fosse in grado di farlo. I sopravvissuti all’altezza del compito, a quel punto più unici che rari, non davano sufficienti garanzie di affidabilità. Ovvero non c’era sicurezza alcuna che fossero disponibili a mettere in campo le quantità di ipocrisia, enormi o meglio ancora sovrumane, necessarie a far finta che il ventennio di oblio forzato non fosse mai esistito.
Così ci si trovò costretti a scelte di fortuna, cui come succede in casi simili si è fatto di tutto per attribuire un’attendibilità oltre ogni dubbio ma rigorosamente falsificata. Le fonti che vi si affidarono si trovarono quindi costrette ad avallare corbellerie oltre il limite del surreale, ammannite con grande generosità forse persino senza rendersene conto. Dimostrando a tale riguardo un talento innegabile, che come tale va riconosciuto.
Questo ha dato la spinta definitiva a una perdita di credibilità inevitabile, dopo anni di panzane accumulate a sostegno delle valutazioni a senso unico che dette fonti hanno pubblicato in conseguenza delle loro stesse scelte.
Invece di recuperare un approccio basato sulla consapevolezza e sull’esperienza, cosa ancora possibile, ci si è affidati alla coreografia, puntellata da iniziative fantasiose per non dire inverosimili. Per conseguenza si è ancor più sepolto il patrimonio di conoscenza messo faticosamente insieme nei decenni precedenti, sostituendolo con la qualunque di cui taluni hanno creduto necessario nominarsi condottieri.
Così facendo si è anticipata di quindici anni circa la vera icona della specialità, il Cetto assurto a sua stessa personificazione. Ulteriore dimostrazione che il mondo della riproduzione sonora non di rado riesce ad anticipare fenomeni destinati a diffondersi a livello politico e sociale. Basta saperli osservare e decifrare.
Altro del resto non poteva essere messo in campo da quanti hanno creduto di sopperire con il portafogli, sostenuto come spesso avviene col pavoneggiarsi, lo sgomitare e il diffondere menzogne che ci sarebbe da vergognarsi solo a pensarle, e soprattutto abbinato all’assenza di qualsiasi cultura per la materia di cui si è deciso di pontificare. Del resto non la si costruisce da un giorno all’altro, per quanto alta possa sembrare la cattedra su cui ci si arrampica, giusto il patrocinio di parentele oltremodo ingombranti.
Come avviene di frequente iniziative siffatte trovano ampio responso presso le fasce più ampie di pubblico, grazie a una superficialità almeno pari alla tendenza a seguire chi si dimostri capace di alzare i polveroni più grandi, senza l’intenzione di porsi domanda alcuna.
Troppo vecchia del resto era già allora la storia del “Pifferaio magico”, più che mai in una fase storica e in un contesto tanto caratterizzati o meglio ancora estremizzati sotto il profilo della tecnica e del falso progresso.
Conseguenza inevitabile è stata l’innalzare ancor più l’asticella dell’analfabetismo di ritorno nei confronti dell’analogico, facilitandone la diffusione a macchia d’olio, così da mostrare una volta di più la storica attitudine primaria delle fonti d’informazione di settore: affossare con ogni mezzo le sorti di quel che sono convinte di sostenere.
A livello di appassionati l’analogico ha sempre preteso la capacità di saperlo installare, tarare e possibilmente mettere a punto. Se ciò è stato visto essenzialmente come una difficoltà, talvolta insormontabile, in realtà ha comportato una crescita di esperienza e a livello sensoriale, ma anche di passione. A favore di quest’ultima hanno giocato sia l’entusiasmo determinato dai miglioramenti eventualmente ottenuti lungo tale percorso che l’abbattimento conseguente ai passi falsi, comunque tali da costituire una lezione, che richiedeva comunque di saperne comprendere motivazioni ed effetti.
Venuto meno tutto questo, cancellato con un digitale caratterizzato da una vulgata tendente ad affermare che bastasse metterlo lì per farlo suonare al meglio, è venuto meno il veicolo primario, stante appunto nella sperimentazione anche e soprattutto a livello personale, per la crescita della passione.
Conseguenza inevitabile, la perdita d’importanza per l’aspetto prestazionale, spostatasi a favore dell’estetica e di altri elementi collaterali e inessenziali, che col tempo sono divenuti non solo preponderanti ma anche determinanti ai fini dell’affermazione della pacchianeria, sempre più smodata, oggi elemento dominante in particolare nell’alto di gamma.
L’estetica, piacevole o meno che sia, è l’elemento più costoso da ottenere se si vuole andare oltre certi limiti, assai più del miglioramento della qualità sonora, che in conseguenza di tutto ciò diventa sempre più difficile da valutare e persino da comprendere. Restando quello visivo l’unico terreno su cui giocare per confrontarsi e differenziarsi dalla concorrenza, ha portato con sé inevitabilmente un aumento esponenziale dei costi, proprio quello che osserviamo con sconcerto e del quale ciascuno si lamenta ma nessuno fa nulla per contrastarlo.
Elementi a favore
Malgrado tutto quanto abbiamo visto fin qui, il digitale ha portato anche qualcosa di buono. In primo luogo la dimostrazione ultima che le misure sono inattendibili. E peggio ingannevoli, in quanto la loro vera e sola attitudine è raffigurare realtà inesistenti.
Coi numeri che ha e ha sempre avuto a proprio favore, se avessero un qualsiasi significato, anche il più remoto, il digitale avrebbe dovuto mangiarselo a colazione, l’analogico. E non uno solo ma quattro per volta. Invece ci siamo fatti vecchi e siamo ancora qui a dover constatare le stesse cose che rilevavamo da giovani, riguardanti la naturalezza, il realismo, la vitalità dell’analogico, malgrado si sia fermato, a livello di tecniche di registrazione ai primi anni 80, che il digitale ancora non riesce a dare.
E’ evidente allora che quei numeri così altisonanti, una volta riportati alla realtà non significano assolutamente nulla, se non appunto il costruire una realtà inesistente. Buona per le cartelle stampa, per l’autismo misurista, per le recensioni a senso unico e per gli sventurati che vi credono, loro malgrado, speriamo provvisoriamente.
Del resto è evidente per chiunque abbia ancora un rimasuglio di capacità uditive e di sale in zucca: la riproduzione sonora costituisce di per sé un universo di tale complessità, densità, profondità, varianza e sottigliezza di parametri, molti dei quali ancora ignoti, non ben compresi e/o inesplorati, che pretendere di riassumerlo nella grossolana limitatezza di un numero o di una serie di essi è velleitario o ancor meglio inverosimile. Soprattutto è indice d’incompetenza non recuperabile, da parte di chi vorrebbe per quel tramite affermare il suo primato assoluto nella materia.
Si concretizza così l’ennesimo paradosso di un settore che proprio nella loro creazione e diffusione ha dimostrato la sua massima efficacia.
Un secondo elemento positivo, sia pure indiretto, è stato dato dall’evoluzione delle amplificazioni, che una volta affermatosi il digitale non hanno più avuto la necessità di avere lo stadio fono in dotazione. Nel momento in cui tale eliminazione ha preso definitivamente piede, chiunque volesse ascoltare ancora un giradischi si è dovuto dotare di un apposito dispositivo esterno. I primi tempi consistente nella parte fono di vecchi integrati o preamplificatori, dai quali il segnale era prelevato attraverso le uscite di registrazione. Poi sono arrivati i pre fono, tipologia di apparecchiature del tutto inesistente e persino inimmaginabile all’epoca dell’analogico.
Ciò di fatto ha comportato non un miglioramento per le sue doti tipiche, ma la possibilità di trarre una parte decisamente maggiore del suo potenziale. Soprattutto da parte di chi non si sia limitato a una di quelle scatolette da pochi soldi ma vi abbia investito in misura adeguata. Ne è derivata la comprensione di un concetto fondamentale, ossia che proprio il pre fono è l’elemento più critico, e di gran lunga, dell’intera catena analogica.
Dunque, suo malgrado, il digitale ha favorito quello che di fatto per l’analogico è stato l’elemento di crescita più significativo dalla sua dismissione fino a oggi, riguardante appunto le funzioni di amplificazione del debole e quindi vulnerabile e fragilissimo segnale proveniente dalla testina e di equalizzazione RIAA.
RIAA è acronimo di Recording Industry Association of America, appunto l’organismo che ha messo ordine al riguardo. I Condottieri della Qualunque sono andati avanti anni a scrivere RIIA, che per curiosa coincidenza è invece il Royal Institute of International Affairs con sede a Londra, primaria centrale storica del potere globalista paramassonico.
Strano che per tutto quel tempo nessuno lo abbia fatto notare, come se in un’ultima vendetta nei confronti dell’analogico, tornato a nuova vita dopo tutti gli sforzi fatti per cancellarlo dalla memoria, s’intendesse palesare la realtà di quanti hanno tentato con ogni mezzo d’imporsi come suoi massimi conoscitori, quando erano gravemente impreparati persino a livello dell’ABC.
Così vanno le cose in questo mondo capovolto, e non da oggi.