Di solito, quando ci si appresta a partire per un viaggio, la prima cosa che si fa è stabilire la sua destinazione.
Dopodiché si passa allo studio dell’itinerario, cosa impossibile se prima non si è deciso dove si voglia arrivare.
E’ poi la volta del mezzo da utilizzare, scelta legata in maniera imprescindibile alla destinazione da raggiungere. In America, ad esempio, non si va col treno o con l’auto, ma sono necessari l’aereo o la nave.
Nel momento in cui ci si appresta a iniziare il proprio viaggio all’interno della riproduzione sonora, di solito non è dato sapere quale sarà il punto d’arrivo. A volte non si riesce neppure a immaginarlo. Per conseguenza non è possibile stabilire un itinerario e malgrado ciò è necessario individuare il mezzo di cui ci si andrà a servire.
La risposta può sembrare scontata: quel mezzo è l’impianto e fin qui non ci piove. Ben altro invece è capire quale possa essere la sua composizione.
Ora, se in un viaggio che si affronta per finalità turistiche la scelta della meta è criterio essenziale, dato che senza di essa ci si troverebbe a vagare, in quello che s’intraprende nella riproduzione sonora l’obiettivo sembra scontato e riguarda per l’appunto la riproduzione di musica, quindi il suo ascolto.
Questo in prima battuta, subito dopo, ossia nel momento in cui si deve decidere la composizione dell’impianto, inizia la serie di trabocchetti che ci si ritrova lungo la propria strada e spesso si trasforma in un vero e proprio stillicidio.
Il suo effetto primario, e dunque anche la sua attitudine di maggior rilievo, è quello di far perdere a chi ha intrapreso il viaggio la contezza del suo scopo, che è appunto l’ascolto di musica, nelle migliori condizioni possibili.
Detto così sembra facile, come un tempo ammoniva l’omino della Bialetti, per chi se lo ricorda, ma una volta che dagli enunciati si passa al piano concreto, e inevitabilmente alle scelte che occorre operare per giungere all’obiettivo, il comune mortale che si propone soltanto di ascoltare musica nelle condizioni migliori deve trasformarsi in una specie di mostro, sorta di ibrido che abbia l’energia di Ercole e Sansone messe insieme, la pazienza di Giobbe e l’acume di un novello Archimede.
Questo solo per iniziare a decidere non il marchio e il modello delle apparecchiature che andranno a far parte del proprio impianto, ma la loro tipologia, in particolare se s’intende farlo col minimo di consapevolezza.
Il sistema globalizzato dell’intrattenimento, divenuto tale nel momento in cui solo pochissime multinazionali ne hanno assunto il controllo e quindi la possibilità di decidere il suo orientamento, ha nel settore musicale, e più che mai nei suoi ambiti più commerciali una componente di grande importanza.
Qui di seguito un esempio piccolo, ma significativo.
Fino a qualche tempo fa il suo obiettivo è stato quello di controllare, nella maniera più capillare possibile, la produzione musicale. Ossia tutto l’insieme delle attività in seguito alle quali si rende disponibile al pubblico il prodotto discografico per i fini di fruizione.
La musica tuttavia è un’arte, delle più importanti. Lo stesso processo destinato a trasformarla o per meglio dire ridurla in prodotto, che sia sfruttabile a livello commerciale e come tale in grado di dar luogo a un profitto, che le leggi del capitale vogliono in espansione continua e per conseguenza illimitata, ha contraddizioni enormi. Le leggi di cui sopra oltretutto cozzano fragorosamente contro le dimensioni per forza di cose finite delle possibilità di diffusione e del pubblico che si possa indurre in un modo o nell’altro ad apprezzare il prodotto stesso. Questo ha causato, nel volgere di qualche decennio, l’isterilimento, la sclerotizzazione del settore e il vero e proprio prosciugamento della vena creativa.
Nello stesso tempo, quello stesso meccanismo ha reso necessario trasformare quel che un tempo era l’artista, pur con tutti i limiti della sua arte e a livello umano, in un burattino. Più facile da dirigere e soprattutto controllare a distanza, elemento imprescindibile nel momento in cui la musica, quale parte del sistema di intrattenimento globale, non può più limitarsi a esistere per sé stessa ma vede il suo compito primario nel costituire un meccanismo atto all’imposizione e alla manipolazione, ancora una volta a livello globale, delle idee e delle finalità decise da chi del sistema d’intrattenimento detiene il controllo.
Il video inserito poco sopra è al proposito illuminante.
Spiega tra l’altro, in maniera implicita ma efficace, il funzionamento del meccanismo di lavaggio del cervello pagato da chi di quel lavaggio è destinatario.
Il ruolo delle figure più in voga del settore musicale appare sempre più evidente: vanno, vengono, si passano il testimone l’una con l’altra senza soluzione di continuità, e sempre più appaiono svuotate di qualsiasi contenuto artistico per uniformarsi a un ideale falsificato di degrado a livello etico e umano nonché a un’equivalenza anonimizzata e anonimizzante, destinati a loro volta a far si che il pubblico tipico di tale fenomeno si conformi ad esso.
Posta di fronte alle conseguenze delle sue scelte, o più probabilmente di quelle deliberate da quanti ne detengono il controllo, l’industria discografica ha trovato difficoltà sempre maggiori nel produrre utili, che ricordiamo sono in antitesi con il concetto stesso di arte.
Non a caso, col passare del tempo una parte sempre maggiore della sua produzione e dei suoi fatturati deriva dalle edizioni celebrative, emesse ormai a ripetizione con una cadenza tale da farle risultare senza senso, di opere che hanno visto la luce in un passato sempre più lontano. Ossia quando il criterio di controllo era incommensurabilmente più blando rispetto a oggi e permetteva e quindi ben altra libertà di scelta, in particolare per l’artista cui veniva dato modo di esprimersi senza troppe costrizioni.
Di conseguenza l’industria discografica si è vista costretta a estendere l’area del suo predominio dall’ambito della produzione, che per l’appunto ha portato per via dei criteri anzidetti al completo e definitivo isterilimento nel volgere di qualche decennio, a quello della riproduzione.
Lo ha fatto espropriando i fruitori dell’opera riprodotta dal possesso del supporto fonografico che un tempo si limitava a vendere loro, sia pure a caro prezzo, lasciandoli poi liberi di farne quel che volevano, entro i limiti dell’utilizzo personale.
Ora anche quel grado di libertà lo si giudica eccessivo, appunto in funzione della necessità di continuare a produrre profitti in crescita continua, dimostrando quale sia in ultima battuta l’attitudine primaria, la finalità e la reale conseguenza dell’ideologia capitalista.
Dunque, il fruitore di musica non deve più detenere il supporto fonografico, gliene va invece sottratto il possesso, in modo tale che per approvvigionarsi di musica e poterla ascoltare debba pagare, a vita, un canone mensile.
Si tratta in pratica di una vera e propria assicurazione a favore delle case discografiche, trasformatesi in somministratori a distanza di tracce audio, il cui futuro è garantito per mezzo di quell’obbligo perenne al pagamento del canone mensile da parte di chiunque desideri ascoltare musica.
A fronte di esso il singolo finisce inevitabilmente con l’ascoltare sempre gli stessi due-trecento album, quando va bene, pur se abbindolato da un’offerta pressoché illimitata, la quale però non gli serve a nulla, in concreto, e dall’apparente comodità del sistema.
Proprio perché ha comunque possibilità di ascolto non solo finite ma in perenne via di restrizione, e quindi non se ne fa niente di un’offerta infinita, se non in termini di concetto puramente virtuale, ossia di tamburo su cui può battere la propaganda, e dunque la manipolazione che ci si ritrova a subire.
Nel medio termine, pertanto, il fruitore finirà con l’aver speso una somma ben maggiore rispetto a quella che gli sarebbe stata necessaria per l’acquisto del supporto fonografico corrispondente, appunto a favore di chi glielo somministra, per ritrovarsi poi totalmente spossessato dal suo controllo.
Questo è il solo motivo cui si deve l’affermarsi di quel sistema: la capacità di produrre profitti enormemente maggiori, sia pure spalmati sul medio-lungo termine.
Non avrebbe senso peraltro, dal punto di vista dell’impresa, mettere in piedi la struttura necessaria alla somministrazione da remoto se questa non garantisse un profitto adeguatamente superiore a quello della normale distribuzione del supporto fonografico tradizionale.
Oggi, sostenuti come siamo dai residui del passato, ossia dell’epoca in cui il controllo dell’utilizzo privato del supporto fonografico era lasciato al fruitore, certi scenari appaiono inverosimili, proprio perché ancora molti possiedono la loro collezione di CD, LP o quant’altro.
Una volta che il sistema di somministrazione da remoto si troverà a regime, ovvero quando i possessori di quelle collezioni non ci saranno più, e data la loro età media non manca poi molto, sottrarsi da esso sarà di fatto impossibile.
Lo è già per tutti quanti non dispongano di una collezione adeguata, caso tipico di quanti fanno parte delle generazioni più giovani.
Al di là delle questioni relative all’abbonamento e alla possibilità di pagarlo vita natural durante, tutto ciò significa inoltre che anche per l’azione banale che consiste nell’ascolto di un brano musicale si verrà innanzitutto schedati, ma peggio sarà necessario ottenere un beneplacito, un via libera da parte del sistema digitale che sovrintende a ogni funzione del dispositivo di somministrazione, restando tuttavia pressoché invisibile dal lato della fruizione.
Ci si accorgerà di esso soltanto nel momento in cui, per un motivo qualsiasi e probabilmente imperscrutabile, verrà impedita a priori l’azione che ci si appresta a eseguire.
Allora però sarà troppo tardi.
Asservire a tale sistema ogni singola azione eseguibile dall’individuo appare oggi inevitabile, in quanto nello scenario di definitiva saturazione dei mercati ai quali si è affidata fin qui l’accumulazione capitalista, che ricordiamolo ancora una volta le leggi stesse del capitale prescrivono debba essere in aumento continuo e perenne, poiché in caso contrario si parla di crisi, costituisce oggi lo scenario più promettente. In quanto capace di generare profitti incalcolabili, che come tale, specie nelle condizioni in cui versa attualmente l’economia mondiale, non ci si può permettere di trascurare.
Dette condizioni sono definite dall’ammontare formato dal debito pubblico e privato, dall’insieme delle transazioni eseguite all’esterno degli ambienti istituzionalmente deputati allo scopo, ossia i cosiddetti scambi off the counter, dai cosiddetti titoli tossici, dai derivati, dagl’investimenti a leva, eseguiti cioé senza possedere il capitale necessario con una semplice promessa di pagamento, e tutto l’insieme della carta straccia fatta passare come titolo avente valore reale, assomma a diverse centinaia di volte l’intero PIL mondiale.
Ciò significa che se venisse richiesto di onorare quel debito, e prima o poi qualcuno potrebbe farlo, l’intero mondo dovrebbe lavorare centinaia di anni senza consumare neppure una briciola o una sola goccia d’acqua.
In massima parte quel debito è detenuto da tre sole società, Black Rock, Vanguard e State Street, che in pratica controllano l’intera attività mondiale.
Come tali, per mezzo dei loro tirapiedi sono in grado di dettare a ciascun governo e a una qualsiasi istituzione l’agenda che ritengono più indicata per i propri scopi.
La sola alternativa alla realizzazione del sistema digitale di controllo globale cui sottomettere l’intera umanità, capace di generare profitti tali da tamponare parzialmente e in via temporanea la minaccia costituita da tutto quell’ammontare, è una guerra altrettanto globale, i cui esiti al di là di chi la vinca o la perda, ammesso che possa esistere un vincitore in grado di sopravvivere oltre il suo termine, sarebbero proprio quelli di azzerare tutto.
Ecco perché ormai da sempre più parti, e in particolare dai palazzi di Bruxelles, vera e propria emanazione e veicolo d’imposizione del potere globalista, si spinge con ogni mezzo al fine di realizzare un possibile casus belli.
La guerra notoriamente è tra i pochissimi affari realizzabili su questa terra fonte di una triplice modalità di profitti. Quella insita nel prepararla, con gli affari colossali indotti dal riarmo, nel combatterla, con un processo di dilapidazione e ricambio delle merci impossibile da avere altrimenti nonché paravento ideale per le forme più inverosimili di corruzione, come i cessi d’oro dei caporioni ucraini dimostrano con grande chiarezza. Infine quando la si finisce, momento in cui arriva la portata più lauta e appetitosa, quella della ricostruzione. Nel corso della quale è possibile far passare misure che in tempo di pace non si potrebbero neppure prendere in considerazione.
Trovandoci nei panni di chi è in grado di scegliere per una soluzione o per l’altra, cosa faremmo?
Una terza via non per forza di cose alternativa alle altre due ma più probabilmente parallela, è quella della cosiddetta tokenizzazione, ossia attribuzione di un valore a fini di scambio, a tutto quanto esista o sia realizzabile su questa terra, con particolare riferimento alle risorse naturali come acqua, aria, foreste, montagne, fauna, monumenti e quant’altro la mente degenerata del capitalista all’ultimo stadio della sua psicosi possa suggerire, che da patrimonio più o meno liberamente disponibile per l’umanità passeranno sotto il controllo dei privati.
In tal modo diverranno ancor più onnipotenti, a livello economico e quindi di potere concreto, di quanto non lo siano già ora.
Esempio di tokenizzazione, sia pure rudimentale ma lo stesso istruttivo, è la più recente alzata d’ingegno del sindaco di Roma Gualtieri, sicario tra i più estremisti e spregiudicati nell’imposizione della distopia globalista. Già segnalatosi alle cronache quale abbattitore folle di migliaia alberi nel territorio della Capitale, molti tra i quali secolari e appartenenti a specie rare, responsabile in capo per il crollo della Torre Medievale che sorgeva presso il Colosseo, mentre quando era ministro delle finanze in quota PD ha firmato un documento di adesione per l’Italia al cappio del MES, senza che gliene fosse attribuito titolo o mandato, ha annunciato che dall’anno prossimo per vedere la Fontana di Trevi si farà pagare due euro a persona. Solo i residenti saranno esenti.
Altro ottimo sistema sistema per scansionare digitalmente i documenti di tutti e inserirli in un database dal quale poi essere dirottati verso gli utilizzi più imprevedibili. A questo proposito occorre ricordare che proprio i dati elettronici sono definiti l’oro del ventunesimo secolo e ne viene fatto un commercio privo di ogni controllo. Di fatto è lo stesso meccanismo per cui ciascuno di noi è vessato da continue chiamate al telefono per proposte commerciali.

I denari del biglietto finiranno in banche private, come affidata ai privati sarà la gestione degli accessi, le quali detengono il debito enorme accumulato dal comune della Capitale, che lo stesso Gualtieri ha contribuito come nessun altro a portare alle stelle, mostrandone la valenza per quella che è: meccanismo di espropriazione del bene comune a favore dei suoi mandanti.
Il contrasto stridente tra l’azione che ha eseguito in concreto e gli slogan che ha usato durante la sua campagna sono il paradigma del degrado istituzionale e dei motivi per cui a votare resta ormai solo una minoranza d’illusi.

Tutto quanto riguarda la somministrazione di tracce audio a distanza, di per sé costituisce un passo fondamentale verso lo scenario descritto fin qui poiché diffonde e favorisce l’accettazione di un sistema, e soprattutto di un dispositivo di rilascio o negazione del permesso necessario per compiere una qualsiasi azione, anche la più banale.
Mezzo attraverso il quale sarà poi possibile attuare tutto il resto, che s’iscrive a perfezione nel “Non avrai nulla e non sarai mai stato così felice”: slogan e insieme primo comandamento della distopia globalista e del WEF, suo strumento di attuazione materiale, che s’intende imporre entro il 2030.
Il sistema di somministrazione a distanza di tracce audio, definito come musica liquida, appunto in conseguenza della messa in liquidazione del repertorio posseduto dalle major discografiche e non per la pretesa ma impossibile abolizione del supporto fisico, come si è tentato e si tenta ancora di far credere da parte dei media allineati, produce la stragrande maggioranza dei suoi introiti dalle opere pubblicate nel corso della parte più gloriosa del suo passato.
Che così si è trovato il modo di far ripagare per l’ennesima volta e quel che è peggio, o meglio a seconda dei punti di vista, far pagare a oltranza ogni primo del mese.
Per mezzo di una cifra solo in apparenza simbolica, dal lato del singolo erogatore, ma che se se vista da quello di ricezione costituisce un ammontare non solo particolarmente significativo, ma su cui si può contare in via permanente.
In tal modo è possibile radicarsi ulteriormente e ampliare il proprio potere, con cui realizzare via via nuove forme di sfruttamento e d’imposizione.
Ecco perché le forme di abbonamento ai servizi più disparati sono andate dilagando nella misura che abbiamo potuto osservare nel corso degli ultimi anni e sono andate a sostituire ogni altra forma di pagamento per la fornitura di servizi.
Detto sistema va così a concretizzare, tra l’altro, uno tra i passi più noti dell’opera di George Orwell, vero e proprio monito per quelli che allora erano i suoi posteri e oggi siamo noi che viviamo quest’epoca di restaurazione dello schiavismo a trazione iper-tecnologizzata imprescindibile per tale finalità, che di giorno in giorno si fa sempre più onnipresente e onnipotente: “Chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro”.
La riproduzione e la conseguente fruizione di musica, appunto in funzione delle modalità con cui le si esegue, costituiscono un metodo di controllo primario, proprio in quanto efficaci all’induzione e alla modificazione di usi e costumi e quindi dello stesso abito mentale degl’individui e quindi dei popoli di cui fanno parte.
Valenza e prospettive del rifiuto
Per questo motivo l’industria dell’intrattenimento globale ha fatto in modo di assumerne il controllo, con modalità sempre più stringenti.
Tutto questo solo a livello della sorgente, ossia del passo primario che è necessario compiere ai fini della scelta e poi dell’allestimento dell’impianto, ai fini dei quali è imperativo, categorico e imprescindibile, rifiutare la cosiddetta liquida.
Proprio per evitare di legarsi a vita a quella forma di sfruttamento odioso che induce, appunto per mezzo dell’obbligo di pagamento a vita del canone mensile, in assenza del quale alla lunga più nulla si potrà ascoltare e lo stesso impianto, ai fini del quale avremo speso denaro e sacrifici in tali proporzioni, si trasformerà in null’altro che un costoso e ingombrante soprammobile.
Malgrado tutto questo, ha del paradossale come la maggioranza schiacciante degli appassionati e di tutti quanti desiderino ascoltare musica, si lasci condurre docilmente, proprio come un gregge all’interno del recinto costituito dalla musica liquida, ossia della somministrazione da remoto di tracce audio dietro corresponsione di un canone mensile.
Come sempre, tutto quanto fa parte di quel che definisce sé stesso col nome di sistema d’informazione, ma invece non è altro che un mero strumento di propaganda, oltretutto bieco, di tutto ciò non fa menzione, secondo il criterio di omertà che ne definisce l’attitudine primaria.
Si limita come sempre a cantare le lodi di quell’ennesimo inganno, adoperandosi affinché esclusivamente chi produce i dispositivi atti a far si che l’appassionato s’incateni letteralmente al nuovo modello di sfruttamento senza fine abbia la maggior visibilità per il suo prodotto. Cosicché riceva la maggiore accettazione e il pubblico si lasci abbindolare senza opporre resistenza alcuna, proprio perché nessuno gli spiega le reali conseguenze di quel sistema.
A livello artistico sono ancora peggiori, in funzione stessa delle abitudini d’ascolto frammentate o per meglio dire puntillistiche che quel sistema va a indurre invariabilmente. Dunque renderanno di fatto impossibile la produzione di tutto quanto abbia profondità maggiore di un jingle pubblicitario, il cui solo imperativo è quello di acchiappare l’attenzione dell’ascoltatore nel giro di qualche istante, perché altrimenti passerebbe ad altro.
Avendo allo scopo, oltretutto, la maggiore facilità, mediante la semplice esecuzione di un click. Fatta passare come sempre quale strumento assoluto e ultimativo di libertà, mentre invece è l’ennesimo anello della catena cui ci si lega col maggiore entusiasmo, per poi combattere nel modo più strenuo affinché nessuno abbia a pensare di poterla spezzare.
Proprio come già da tempo si vede fare in ogni area di discussione dedicata alla musica e alla riproduzione sonora.
Con la liquida pertanto quella che un tempo fu un’arte viene trasformata in meccanismo atto all’estrazione e all’accumulazione di denaro, del quale all’artista va una parte talmente e vergognosamente esigua. Così, se col suo prodotto non accumula alcuni milioni di ascolti, gli sarà impossibile ripagarne i costi e trarne di che vivere, sia pure modestamente. Si dovrà così rassegnare a un perenne dilettantismo, ben poco funzionale ai fini della qualità del suo prodotto. Che però si può scommettere qualsiasi cifra che il sistema di somministrazione continuerà a venderlo a prezzo pieno, come se provenisse da un professionista a ogni titolo.
Per pagarsi di che vivere, l’artista potrà sempre consegnare a domicilio pizze e cibarie a chi non ha voglia, tempo o capacità di prepararselo, appunto secondo le logiche globaliste del non possederai nulla. Dunque nemmeno le capacità di base a garantirti una sussistenza in via sia pur marginalmente indipendente, e men che meno il tempo necessario.
Di conseguenza, neppure la capacità e la possibilità di decidere riguardo al proprio destino.
Da qualche tempo alcuni accampano una nuova giustificazione a un tale sistema di riduzione in schiavitù camuffato da ultimissimo ritrovato per la più comoda fruizione della musica. Riguarda il lato prestazionale, che viene definito di gran lunga superiore a qualsiasi altro sistema disponibile in passato.
A questo proposito andrebbe considerato innanzitutto che per i fini ritenuti più interessanti, tra cui quelli che abbiamo descritto fin qui, colà dove si puote non ci si fanno problemi a mettere a disposizione le somme più inverosimili per il comune mortale. Proprio perché chi stampa al solo costo dell’inchiostro il denaro di cartapesta che ci costringe a usare, obbligati però al pagamento di interessi costituiti da beni reali, oltre a tutto il resto controlla anche l’industria dell’intrattenimento. Dunque può permettersi di spendere qualsiasi cifra, e già per questo è evidente che un argomento del genere è quanto di più pretestuoso si possa pensare.
In primo luogo perché un miglioramento prestazionale, oltretutto marginale, di comodità o di quello che si vuole, è inconcepibile che si possa scambiare con libertà, sia pure quella di disporre come si vuole di un materiale che comunque si è pagato, ma la cui proprietà resta altrove.
Inoltre nulla vieta di realizzare qualcosa che funzioni ancora meglio. Certo è che se chi controlla il sistema d’intrattenimento nel suo insieme ha la massima convenienza nella somministrazione da remoto di tracce audio, per quel che riguarda l’ascolto di musica, si può star certi che proprio quello sarà imposto in via permanente, o solo fino a che qualcuno escogiterà un meccanismo ancora più redditizio, come sempre a favore dei soliti noti.
Scambiare dunque il libero utilizzo a livello privato del supporto che comunque si è pagato con le prestazioni?
No, grazie.
Innanzitutto perché le alternative disponibili restano comunque degnissime, proprio sul piano prestazionale, anche se qualcuno in via del tutto disinteressata vorrebbe far credere il contrario. E tantopiù perché il sistema adibito a fornirci tali prestazioni resta in ogni caso fuori dal nostro controllo.
Quindi un domani potrebbe essere parzializzato senza difficoltà alcuna, magari adducendo cause di pretesa forza maggiore. Quel che è peggio, costituisce di fatto solo l’esca che induce a rinchiuderci volontariamente dentro la gabbia digitale allestita appositamente e dalla quale una volta dentro non vi sarà via di scampo.
(Il link qui sopra rimanda alla traduzione curata da Carmen Tortora di un articolo pubblicato dal The Rutherford Institute).
Torniamo per un istante al sistema di produzione musicale, che dati i presupposti diviene ogni giorno che passa più discriminatorio e crudele, appunto secondo le norme e le necessità proprie dell’ordinamento capitalista. Tra i suoi elementi fondanti vi è anche, in posizione prioritaria, il meccanismo implacabile di messa ai margini, e dunque di dilapidazione sistematica, di tutto quanto malgrado abbia un valore, talvolta anche molto elevato, non si attagli a perfezione alle sue esigenze e finalità.
Per conseguenza, a livello di musica e musicisti produce un numero di disoccupati in crescita perenne ed esponenziale, che in quanto intenzionati a seguire in primo luogo il percorso cui li indirizza la loro concezione personale di arte, si trovano precluso pressoché ogni mezzo di diffusione nei confronti del pubblico.
Si tratta spesso di gente fortissima, capace di padroneggiare la propria arte e di esprimersi attraverso di essa con grande maestria, dunque invisa al sistema deputato al controllo della musica nel suo insieme. Proprio perché al confronto i pupazzi telecomandati che intende imporre alla totalità del pubblico, e attraverso i quali concretizza le sue esigenze di controllo e di profitto spinti ogni oltre ogni concezione umana, ne verrebbero triturati.

Per costoro trovare spazi dove esprimersi in pubblico, e quindi una sia pur lontana probabilità di sbocco professionale, sia pure parziale, è stato via via più difficile, fino a divenire pressoché impossibile. A sua volta il pubblico viene privato della possibilità di elevarsi a livello spirituale e culturale per mezzo dell’esposizione alla loro arte.
Non esistono materialmente gli spazi adibiti allo scopo, meno che mai quelli pubblici.
Tutto questo fa parte dello stesso meccanismo che sta tentando di imporre con ogni mezzo la sottrazione del supporto fisico al fruitore dell’opera riprodotta.
Le istituzioni, quando va bene e nel caso nostro con ritardi di decenni, utilizzano la spesa pubblica, ossia denaro fornito dalla collettività nel suo insieme, per costruire luoghi dedicati alla musica ai quali di fatto l’accesso è consentito esclusivamente a un’élite alquanto ristretta, ossia soltanto agli abbienti che possano pagare i prezzi dei biglietti fuori controllo che ormai sono la norma.
L’auditorium di Roma è l’esempio plateale di questa logica e come tale merita di vedere boicottata in massa ogni manifestazione che si svolga al suo interno, oltre all’istituzione stessa, qualunque sia l’artista di cui si organizza l’esibizione.
Il pubblico naturalmente manco si sogna azioni del genere: chi se lo può permettere paga e gli altri restano a bocca asciutta, secondo il paradigma vigente dell’odierno concetto di democrazia.
Per il resto quelle stesse istituzioni non fanno altro che dilapidare le somme enormi di denaro che sottraggono con ogni mezzo alla popolazione ai fini del proprio mantenimento, in condizioni di agio vieppiù crescenti. L’esempio più recente è quello degli stipendi dei funzionari UE, che hanno avuto ben otto aumenti nel corso degli ultimi due anni, mentre alla popolazione viene richiesto di stringere sempre più la cinghia ed è vessata da sempre nuovi sacrifici, proprio a causa delle decisioni scellerate prese in tale ambito.
Altre voci di spesa di portata incalcolabile, e dunque efficacissima ai fini dell’impoverimento e della spoliazione di massa, sono quelle relative alla sostituzione etnica, che prosegue a ritmi implacabili e mostrerà presto i suoi esiti definitivi, e alla costruzione della gabbia digitale in cui tutti devono essere rinchiusi, appunto in funzione dei progetti descritti sopra e senza eccezione alcuna.
Per capire in cosa consista nei fatti una gabbia digitale, basta guardare questo video, in cui Nathalie Yamb, un’attivista svizzero-camerunense per i diritti dei Paesi africani e delle loro cittadinanze racconta la sua odissea, contro la quale di fatto non ha possibilità di opporsi, proprio per il modo con cui è congegnato il sistema sanzionatorio. Mira a impedire la sopravvivenza stessa di quanti ne sono colpiti, alla faccia di tutte le dichiarazioni dei diritti dell’uomo e fesserie simili, che valgono solo quando fa comodo e c’è da farsi belli con esse..
Non solo le sono stati chiusi i conti, sequestrato il denaro in essi depositato, che per la legge italiana è proprietà della banca, anche se tenuta in teoria a restituirlo su richiesta, bloccati pagamenti e carte di credito e revocati i titoli di viaggio, ma non le è più possibile neppure ascoltare musica per mezzo delle piattaforme di cui si serviva.
Dunque, che piaccia o meno la somministrazione da remoto di tracce audio e tutto quanto vi è in relazione non è solo parte integrante di quel progetto di segregazione di massa, ma può essere interrotta in qualsiasi momento, a discrezione del prestatore del servizio.
E’ anche vero d’altro canto che un popolo incapace di lottare, anche ai fini della sua stessa sopravvivenza, si trova per forza di cose ad avere il destino segnato. Se poi si consegna mani e piedi ai sicari dell’ideologia globalista che ormai presidiano qualsiasi sede pubblica e istituzionale, dalla bocciofila di quartiere ai ranghi più elevati dell’ordinamento statale che ormai è composto esclusivamente di sottoposti, è inevitabile che il suo destino si compia con la maggior rapidità.
L’unica via di scampo sarebbe il rifiuto, netto, reciso e senza possibilità di compromesso, proprio come ci ha insegnato la vicenda del CD e dell’audio digitale. Pensiamo che se tutti gli appassionati avessero obbedito ai diktat di fabbricanti, case discografiche e stampa di settore oggi esisterebbe ancora la possibilità di riprodurre musica da sorgenti analogiche,?
Tra l’altro sono l’antidoto più efficace alla perversione concernente la somministrazione di tracce audio da remoto.
Quanti hanno compreso che il digitale non era in grado di rivaleggiare con l’analogico in primo luogo sul piano della naturalezza e del realismo, hanno proseguito imperterriti lungo la loro strada, continuando a suonare e a scambiarsi tra loro supporti analogici. Questo, in combinato disposto con le contraddizioni del sistema a codifica binaria e poi con le sue conseguenze, in apparenza elemento di evoluzione ma in realtà causa prima della crisi senza fine che ha colpito il settore della riproduzione sonora di qualità elevata, ha prodotto infine l’esigenza, da parte di fabbricanti e discografici, di riprendere la produzione di materiale analogico.
Ovviamente lo hanno fatto a modo loro e coi risultati che sappiamo, tanto è vero che sia a livello di supporto che di apparecchiature atte a riprodurlo resta ben più conveniente affidarsi al prodotto di allora, ma questo è un aspetto puramente congiunturale.
Sul piano dei massimi sistemi, invece, ciò che conta, e di cui andrebbe fatto tesoro, è che la disobbedienza degli appassionati è stata tale, quanto a determinazione e a prosecuzione temporale di quell’azione, che a un certo punto ha raggiunto il livello di massa critica necessario affinché un sistema di profitto e di accumulazione enormemente più potente si sia trovato nelle condizioni di dover tornare sui propri passi. Dovendo così riprendere la produzione di tutto quello aveva deciso a suo tempo di condannare a morte.
In merito alla musica eseguita, invece, seppure esistessero i luoghi in cui riportarla all’esposizione nei confronti del pubblico e quindi al contatto con esso, i costi della loro gestione sarebbero probabilmente tali da precluderne l’accesso a chiunque voglia esprimersi attraverso linguaggi che non siano quelli comprensibili con la maggiore facilità alla parte meno educata musicalmente del pubblico, che ne costituisce la maggioranza schiacciante.
Nel momento in cui subentrasse il supporto della spesa pubblica, per quanto remota tale possibilità possa apparire al giorno d’oggi, quei luoghi diverrebbero inesorabilmente sedi di scambio clientelare, dunque di ideologia e propaganda.
Come tali vere e proprie fabbriche di consenso di cui, specie in un’epoca di manipolazione universale e senza requie come quella attuale, non vi è alcun bisogno.
Proprio quello che è avvenuto per il cinema italiano, che dal passato glorioso che lo ha fatto primeggiare a livello mondiale, per spessore dei contenuti, si trova ridotto a strumento di pressione finalizzato al diffondere le idee del genderismo e della discriminazione razziale nei confronti del maschio bianco, peraltro contrabbandate come marchio di modernità e democraticità falsificate per chiunque ne innalzi il vessillo.
Ecco perché, nel concreto, i luoghi dove si fa karaoke o si esibiscono i meri imitatori che fanno parte delle cosiddette cover band riescono a tirare avanti, mentre invece chi si adopera ai fini della continuazione e dell’evolvere dell’arte musicale non trova spazi d’azione, per quali che siano.
Evoluzione del resto è di per sé stessa una parola condannata, destinata a essere cancellata dai vocabolari della neolingua, essendo il concetto che esprime in conflitto con la stabilità necessaria a chi intende imporre il proprio potere, anche se dietro le quinte, e continuare a esercitarlo in permanenza.
Finora, anche se in forma limitata alle sorgenti, ci siamo occupati soltanto dei massimi sistemi inerenti la scelta che occorre eseguire ai fini della composizione dell’impianto, elemento imprescindibile ai fini del viaggio che si è deciso di compiere nel mondo della riproduzione sonora.
Altro aspetto fondamentale è la finalità che ci proponiamo, che andrebbe tenuta sempre presente. Soprattutto, ogni azione che ci apprestiamo a compiere andrebbe valutata nei suoi confronti, al fine di capire se sia realmente fattiva in tale direzione o altrimenti rischi di sviarci dal nostro obiettivo primario.
Che per l’appunto è l’ascolto di musica nella maniera migliore possibile, il che equivale a dire nella sua forma più vicina alla realtà.
Come abbiamo rilevato a suo tempo, anche soltanto in relazione all’esecuzione musicale non esiste una sola realtà, ma tantissime, ciascuna delle quali caratterizzata dalle proprie sfaccettature e limitazioni.
Caso tipico, se vogliamo, quello della sala da concerti, in cui il contatto fisico dell’ascoltatore con lo strumento musicale o l’insieme di essi e la loro emissione è mediato in funzione di una serie di elementi che con la musica non hanno nulla a che fare.
Il più evidente è quello legato alla necessità di ospitare un pubblico più o meno numeroso, aspetto che non riguarda l’esecuzione musicale e la sua percezione da parte nostra ma più che altro questioni di carattere organizzativo.
Eppure, già solo in funzione della forma e delle dimensioni della sala, dell’auditorium o del luogo in cui l’esecuzione ha luogo, il nostro rapporto con l’emissione degli strumenti e quindi con la musica subisce variazioni, sostanziali.
A volte talmente profonde da falsare completamente l’esperienza dell’ascolto dal vivo e persino degradandola, appunto a causa delle necessità e delle prerogative del contenitore, che spesso e volentieri, per non dire sempre, hanno il sopravvento su quelle del contenuto.
Questo inevitabilmente finisce con l’influire sulla nostra concezione di realtà, appunto in funzione di una lunga serie di elementi collaterali con cui quella musicale si trova inevitabilmente a dover fare i conti.
Senza forse che ce ne rendiamo conto, anche la burocrazia, con i suoi rituali, le sue beghe, le sue contraddizioni irrisolvibili influisce su di essa. Pensiamo a un qualsiasi luogo al chiuso, alle sue dimensioni, forme architettoniche, rivestimenti interni, capienza, tutti aspetti che influiscono sulla nostra esperienza percettiva e frutto di una serie di decisioni e di permessi, concessi o meno dalle cosiddette autorità, e attribuiscono al luogo in cui si esegue musica le sue caratteristiche precipue, che ne vanno inevitabilmente a influenzare esecuzione e percezione.
Ancora una volta l’auditorium di Roma è il migliore tra gli esempi negativi che si possano immaginare. Voluto da una fazione politica per precisi motivi di propaganda, in funzione dei quali se n’è attribuita in esclusiva anche la funzione amministrativa e di controllo, come da prassi tipica del democraticissimo sinistrume che va a presidiare militarmente ogni posizione di potere su cui abbia la possibilità di mettere le mani, la sua progettazione è stata affidata come di prammatica alla più strapagata, a uffa, delle “archistar”, Renzo Piano. Ovviamente ne ha approfittato per pubblicizzare il proprio nome in via primaria, anziché tenere conto della destinazione d’uso della struttura.
In funzione di tutto questo è stata pensata innanzitutto per l’affermazione e l’imposizione del brutto, ormai da tempo criterio irrinunciabile per tutto quanto ci si accinga a realizzare. Ne è nato così un vero e proprio ecomostro con cui si è rasa al suolo una tra le più belle aree verdi della Capitale, per mezzo di una struttura la cui somiglianza più diretta è con una famiglia di giganteschi bacarozzi, della quale ha ripreso anche il colore. Spentosi peraltro nel tempo più breve, probabilmente per via dei materiali utilizzati e ormai da tempo capace solo di suggerire l’idea di panni logori, passati troppe volte in lavatrice.
Nessuno ovviamente ha mai pensato di indagare sui criteri di spesa utilizzati per quella struttura, gestita in ogni suo aspetto dai superiori moralmente, quindi dalle scelte inappuntabili e al di sopra di ogni tentazione per antonomasia.
Perfettamente in linea con le premesse, quella struttura ha rivelato problemi enormi di ordine acustico, ulteriore sottolineatura per la realtà delle prodezze di certi professionisti e le capacità decisionali di quanti hanno dato loro mandato, che hanno causato ulteriori spese rilevanti per metterci una pezza. Come sempre prelevate dalle tasche della collettività, che poi se ne vede per la maggior parte precluso l’accesso, appunto a causa dei costi astronomici dei biglietti, funzione di una gestione pubblica eseguita di fatto coi criteri dell’affarista privato più ingordo che si possa immaginare.
Un ulteriore esempio è quello dato dai concerti che si tengono nei grandi spazi. In situazioni del genere le realtà della musica viene subordinata, e di gran lunga, alle questioni di capienza e ai suoi collaterali. Primo tra i quali la volontà, o la necessità, di vendere un certo numero di biglietti, ipotizzabilmente grande, tale da permettere un determinato incasso. In altri casi li si ospita in quei luoghi per mancanza di strutture più adeguate.
Esempio tipico, sempre a Roma, il Circo Massimo, suggestivamente fiancheggiato dalla rovine della Città Eterna, ma efficace in maniera singolare a far si che la percentuale più bassa dei presenti, che può accogliere in quantità enormi e per questo si presta come meglio non si potrebbe alle questioni di cassetta, abbia un qualche contatto con le attività che si svolgono sul palco.
Cos’altro aspettarsi da una struttura nata per le corse delle bighe, ai tempi così popolari da necessitare di strutture di capienza simile.
Dunque più che l’elemento musicale in sé, luoghi simili vanno a favorire soprattutto la connotazione mondana dell’evento, che in funzione della qualità media degli “artisti” che vi si esibiscono, tutto sommato è anche un bene.
Al di là delle caratteristiche acustiche di quei luoghi e degli altri adibiti allo scopo, già il posizionamento e la distanza dell’ascoltatore rispetto al palco ne caratterizzano a fondo l’esperienza.
Al giorno d’oggi, in cui l’aspetto economico ha preso il sopravvento su qualsiasi altro elemento o considerazione, eventi del genere sono tra i più diffusi e hanno invariabilmente la maggiore copertura mediatica, dove già il sistema d’informazione che dovrebbe costituire un riferimento si lascia abbindolare dalle dimensioni fisiche degli eventi che va in ultima analisi a pubblicizzare, anteponendo di fatto tale aspetto a ogni altro.
Si finisce così col confondere dimensioni, e dunque quantità, con qualità. Quale concezione della realtà dell’esecuzione musicale avrà il frequentatore medio di eventi del genere, ammesso e non concesso sia possibile calcolare una media dall’enorme disparità di condizioni d’ascolto possibili, legate al posizionamento del singolo spettatore?
Da cosa sarà influenzato maggiormente, da quanto avviene davvero sul palco oppure dall’immane caciara che si trova tutt’intorno e in cui è sostanzialmente immerso o meglio ancora sopraffatto da essa?
Inevitabilmente, il contributo di eventi simili all’educazione musicale e alla concezione che l’appassionato ha della riproduzione sonora, ancor più in relazione a un ideale verso cui possa tendere è pressoché nullo.
Tale è dunque la crescita che eventi siffatti sono capaci di produrre, a livello individuale, ai fini di un compito improbo, che l’appassionato, volente o nolente si deve sobbarcare.
Riguarda appunto il mantenere fisso il proprio obiettivo sulla finalità primaria della riproduzione sonora, che è appunto la fruizione della musica nelle migliori condizioni possibili. Ossia quelle più attinenti non a una realtà, riguardo alla quale come abbiamo visto è praticamente impossibile stabilire un qualche criterio di fondo, tali e tante sono le variabili con cui ha la possibilità di presentarsi, ma alla sensazione di realismo che è in grado di destare la riproduzione stessa.
A questo proposito la realtà costituita dalla media degli impianti in circolazione è quantomeno deprimente. Il realismo della loro riproduzione è l’ultimo dei parametri, seppure, che vanno a soddisfare, anche se in misura marginale.
Si tratta di una realtà tristissima riguardo a un settore che a suo tempo è stato definito come Alta Fedeltà, che tuttavia oggi è una formula del tutto vuota e come tale si trova a uno stadio avanzato del suo processo di abbandono. Proprio perché neppure si riesce più a immaginare a cosa si riferisca, tanto che se la si chiamasse Asdrubale o Marcantonio non vi sarebbe differenza alcuna.
Nessuno o quasi, infatti, si chiede mai a cosa si riferisca quella definizione, quesito subordinato innanzitutto alla comprensione del suo significato.
La fedeltà non può che essere alla sonorità originaria dello strumento o del gruppo di essi, per quanto come abbiamo visto si tratti di qualcosa estremamente aleatorio, appunto in funzione delle condizioni in cui quella realtà ha modo di concretizzarsi.
Malgrado ciò la sensazione di realismo, insieme alla misura in cui possa essere più o meno spiccata, risulta immediatamente comprensibile a qualsiasi ascoltatore. Lo è ancor più se nel corso del tempo è riuscito a tenersi alla larga dalla sovrastruttura costruita tutto attorno alla riproduzione sonora.
La sua edificazione è avvenuta in maniera talmente certosina e avulsa della concezione stessa che a tutto si debba dare un limite, prima o poi, da assumere un rilievo non solo preponderante, ma che di fatto ha sotterrato l’idea primigenia di riproduzione sonora e dunque di alta fedeltà ad essa conseguente.
Ecco perché è a tal punto improbo il compito dell’appassionato o aspirante tale che desidera ascoltare musica e quindi si accinge alla composizione del suo impianto: il rilievo, il vero e proprio impeto col quale è di fatto assalito dagli elementi concernenti la sovrastruttura è tale da lasciarlo letteralmente tramortito. Di fatto quindi incapace di ricordare persino il motivo stesso con cui si è avvicinato a questo settore.
Così la sovrastruttura prende all’istante il sopravvento con la ferma intenzione, da parte dei suoi architetti, manovali e propagandisti di non abbandonarlo mai più.
Proprio perché come nella realtà dell’esecuzione musicale musica l’elemento di contorno va regolarmente ad assumere un’importanza maggiore rispetto all’esecuzione stessa, in modo tale da caratterizzarne a fondo le percezione da parte di chi vi si trova di fronte, così nell’ambito della riproduzione sonora quegli stessi elementi si presentano in numero incalcolabile e quindi formano una massa alla quale è difficilissimo riuscire non dico a opporsi ma almeno a sottrarsi.
Innanzitutto a livello concettuale, andando di conseguenza a destituirli di qualsiasi importanza e considerazione, al fine di tenere fisso il timone sull’unico elemento della riproduzione sonora che meriti di essere considerato.
Per l’appunto, la sua capacità di evocare la sensazione di realismo.
L’appassionato, fin dall’istante uno della sua esperienza di settore è assalito, e poi divorato, digerito e infine espulso dall’apparato atto all’edificazione della sovrastruttura, costituita dal combinato disposto tra elementi tecnici e commerciali, in larga parte indistinguibili gli uni dagli altri.
Sono tali per il semplice motivo che ogni soluzione tecnica ha una sua valenza commerciale e nel caso quest’ultima si riveli insufficiente, non ce n’è una che possa sperare di materializzarsi, per quale che sia il suo valore in termini funzionali e prestazionali.
L’apparecchiatura hi-fi del resto, si tratti di un amplificatore, di una coppia di diffusori o di qualsiasi altro oggetto, ha la sua finalità primaria nell’essere venduta, con il maggior profitto possibile. Dato che solo così chi la produce ha una qualche speranza di poter protrarre la sua attività nel corso del tempo, invece di dover abbassare la saracinesca in via più o meno prematura.
A questo riguardo, le doti sonore di quell’apparecchiatura sono da catalogare tra le varie e eventuali. In primo luogo a causa dell’esistenza della sovrastruttura stessa, il cui effetto primario è porre nelle condizioni di non essere più in grado di riconoscere e per conseguenza valutare un qualsiasi elemento attinente la qualità sonora, quanti subiscono il vero e proprio lavaggio del cervello eseguito per il suo tramite.
Questo si rende evidente nel momento in cui si pone l’appassionato medio, e come tale reduce da un processo approfondito di manipolazione eseguito per il tramite degli elementi su cui si articola la sovrastruttura stessa, di fronte a un sistema del quale non è in grado di riconoscere i connotati.
Quindi non ha mai sentito nominare il marchio che ne realizza i componenti, non ha idea di quali siano i suoi elementi tecnici maggiormente caratterizzanti, dai quali trarre suggerimenti per la decodifica di ciò che ascolta in base ai luoghi comuni che su ciascuno di essi sono stati costruiti, non ne ha mai letto le recensioni a senso unico fornite dall’apparato propagandistico di settore e neppure ha subito l’influenza dei suoi simili coi quali si confronta ed eventualmente gli abbiano suggerito i relativi pro e contro.
Ammesso e non concesso che a quest’ultimo vocabolo si riesca ad attribuire un qualche significato, proprio perché la realtà attuale, o meglio la costruzione artificiosa che di essa viene spacciata a livello universale, non tollera più l’esistenza di qualsiasi elemento sia appena meno che del tutto positivo.
In mancanza di tali elementi l’appassionato medio è perduto, come peraltro rivela l’espressione di smarrimento che si dipinge sulla sua faccia, a singolare contrasto della sicumera che esibisce quando si trova di fronte a qualcosa che gli è noto, appunto in funzione degli aspetti elencati fin qui.
A tale proposito, le giaculatorie recitate senza soluzione di continuità dal Coro Degli Entusiasti A Prescindere, il cui ruolo è pressoché indistinguibile da quello delle Vestali nell’Antica Roma, hanno un’importanza fondamentale. Proprio perché, imparandole a memoria, o comunque fissandole nella sua mente nel modo in cui gli riesce meglio, l’appassionato si costruisce il proprio apparato di decodifica, indispensabile affinché possa sentirsi a proprio agio nei confronti di qualsiasi proposta il complesso industrial-commerciale attivo nel settore della riproduzione sonora gli vada a proporre.
La sola differenza è che le Vestali dell’antica Roma dovevano osservare il precetto di castità per tutta la durata del loro servizio, pari a 30 anni.
Gli elementi e ancor più i solisti del Coro Degli Entusiasti A Prescindere sono invece rotti a qualsiasi compromesso, ipocrisia o considerazione diversamente reale. Proprio perché quella è l’essenza stessa della loro “attività”, che consiste appunto nell’imporre alle vittime dell’apparato sovrastrutturale del quale sono manovalanza e dunque parte integrante e fondamentale, la percezione, ovviamente falsificata, del potenziale commerciale irresistibile proprio di qualsiasi apparecchiatura, così da renderne pressoché obbligatorio l’acquisto.
Scimmia vede, scimmia fa
L’effetto delle giaculatorie recitate senza posa dai coristi ha un’efficacia quantomai devastante. Non la si valuta in termini di apparecchiature vendute, parametro soggetto inevitabilmente a variabili congiunturali in grado di influenzarlo in maniera significativa, quanto invece nella tendenza a imitarne, da parte degli appassionati che più subiscono le conseguenze della sovrastruttura, le formule, le litanie, gli scioglilingua e tutto il resto dell’armamentario manipolatorio utilizzato allo scopo.
Tutto ciò tra l’altro con un’esasperazione dei tratti più deteriori di grossolanità tale da diventarne una vera e propria allegoria, e dunque l’allegoria dell’allegoria, i cui tratti assumono spesso e volentieri una connotazione squisitamente surreale.
Ovviamente a insaputa di chi scrive certa roba, di solito nelle aree di discussione pubblica e nei gruppi social di settore, da un lato a certificare a quale punto possano giungere gli effetti della manipolazione che si subisce per effetto della sovrastruttura e dall’altro a ulteriore incentivo dei coristi, che vedendosi appunto imitati con tale dedizione, dai destinatari delle loro corbellerie a tal punto disinteressate, hanno nuovo e ulteriore stimolo a premere con forza ancora maggiore e priva di qualsiasi remora sull’acceleratore del sensazionalismo e dell’iperbole che si avrebbe la tentazione di definire come fini a sé stessi. Ma che invece hanno la finalità di istupidire all’ultimo stadio il loro pubblico già anestetizzato a dovere, in modo che risponda nella maniera più entusiasta e priva d’incertezze alla parola d’ordine che è unica e ineluttabile: compra, Compra, COMPRA!!!
Sottrarsi agli effetti della sovrastruttura
Si tratta in effetti di un obiettivo difficilissimo, proprio perché agli stimoli indotti dalla sovrastruttura si è esposti senza soluzione di continuità e non passa istante, si può dire, senza che essa lusinghi i suoi destinatari prospettandolo loro la via della beatitudine coi suoi falsi idoli dei quali induce l’adorazione.
Come fare, non dico per neutralizzare i suoi assalti, del resto onnipresenti, ma almeno per sottrarsi in qualche misura ad essa?
Si tratta in sostanza di non obbedire agli obiettivi posti dall’apparato della sovrastruttura, imparando innanzitutto a riconoscerla.
Almeno questo è abbastanza facile, nel momento in cui si riesce ad acquisire la consapevolezza del significato di realismo della riproduzione sonora e la capacità di distinguere le sensazioni ad esso legate.
Tutto ciò che non vi è direttamente legato e non ne produca gli effetti, è per l’appunto sovrastruttura.
Marchi, finiture, slogan pubblicitari, miracolismo tecnologico a finalità commerciale, idolatria del progresso e della modernità, tentativi di fidelizzazione del pubblico coi pretesti più vari, sensazionalismo e iperbole recensionistica con relativa induzione al cambia-cambia fine a sé stesso, e più spesso dalla valenza genuinamente regressiva, sono alcuni tra gli elementi più riconoscibili della sovrastruttura, rispetto ai quali occorre innanzitutto imparare a prendere le distanze o meglio ancora restare del tutto insensibili.
Vi si riesce tanto meglio, quanto maggiore è in noi la consapevolezza che la riproduzione sonora non dovrebbe servire ad alimentare i fenomeni appena elencati, cosa che invece fa in maniera sempre più efficiente col passare del tempo, rendendoli così ancora più influenti, e in grado di manipolare in maniera sempre più approfondita percentuali sempre crescenti del pubblico che si rivolge alla riproduzione sonora, tali ormai da avvicinare la sua totalità.
Se invece noi riusciamo a focalizzarci sull’unica cosa che conta realmente, ossia la riproduzione di musica e le condizioni in cui essa avviene, che abbiamo già stabilito dovrebbe essere di qualità tale da suscitare nell’ascoltatore almeno una sensazione di realismo, di tutto quell’enorme apparato di sovrastruttura, che oltretutto ha un costo esorbitante, in termini economici, che come sempre accade è chiamato a pagare chi deve subirlo, non abbiamo bisogno alcuno.
Facendo un calcolo a spanne, e mantenendo i necessari criteri di prudenza, quella sovrastruttura costa dal 70 all’80% della spesa totale complessiva che abbiamo affrontato per mettere insieme l’impianto e probabilmente è ancora poco.
Ma non finisce qui, dato che ci sono poi i costi di ordine concettuale, ossia di distrazione dell’individuo dal suo traguardo ideale, e che come tale lo induce a disperdere le sue forze innanzitutto intellettive e a gettare via il suo tempo in una serie di rivoli che sono quanto di più somigliante esista in natura a dei binari morti.
Se possibile, questi hanno un’incidenza ancora superiore. Per fortuna ancora non si è riusciti a tradurre in una forma universalmente condivisibile tali elementi in termini economici, ossia in denaro sonante. Dato che altrimenti uscirebbe fuori che l’appassionato di musica che vuole ascoltarla nel modo migliore che ritiene possibile non dovrebbe più pagare per tutto quanto è necessario ai suoi scopi, ma dovrebbe essere pagato.
Da chi? Inevitabilmente da tutti quanti sono artefici e propagatori di quella sovrastruttura, la cui prima occupazione è appropriarsi di quello che per ciascuno di noi è la cosa più preziosa, ossia il tempo, che in quanto tale è insostituibile, con lo scopo di utilizzarlo affinché le nostre scelte siano quelle che più convengono a loro.
E questo non per una volta ma per sempre, dato che una volta che si è presi al laccio della loro propaganda o meglio ancora manipolazione, dalla sovrastruttura riesce quantomai difficile liberarsi.
Abbiamo detto prima che il suo effetto primario è quello di indirizzarci concettualmente verso dei binari morti, proprio perché quello che importa realmente è la musica e il resto non conta. Ovvero conta solo ed esclusivamente nella misura in cui è in grado di permetterci di raggiungere l’obiettivo che ci prefiggiamo. Senza considerare che fino a oggi non è stata trovata la soluzione esclusiva, ossia quella che sola riesca a portarci all’obiettivo e sia indiscutibilmente superiore sotto ogni punto di vista.
L’obiettivo, ossia la riproduzione di musica dalla qualità tale da suscitare nell’ascoltatore la sensazione di realismo, può essere raggiunto con una molteplicità di soluzioni, ciascuna delle quali è alternativa alle altre. Per cui qualsiasi discussione al riguardo è pretestuosa. Proprio perché viene meno il loro assunto di fondo, ossia che ve ne sia una in particolare più efficace delle altre.
Quel che c’è è che ciascuno ha trovato la sua strada, ai fini di determinati risultati, e inevitabilmente si trova bene con quella e se ne trova facilitato al momento di ripeterli, proprio in quanto ormai l’ha percorsa e quindi ne conosce tracciato, insidie e peculiarità.
Non è tuttavia l’unica, anche se ai suoi occhi può apparire tale, proprio in quanto ad essa si è dedicato giorno dopo giorno e data la finitezza di energie e di disponibilità di tempo per ciascuno di noi, difficilmente può averne percorse altre.
Quel che resta di unico è appunto l’obiettivo finale, che fino a prova contrari e una volta detratti tutti i collaterali, è per l’appunto la musica.
Se questo è e non lo è per caso, dato che tutto il sistema riguardante la sua riproduzione non potrebbe esistere se la musica non esistesse, è ad essa che bisogna guardare innanzitutto.
Di essa occorre fare il proprio modello, se possibile nella forma in cui giunge a noi con la modalità più diretta, quindi meno soggetta a influenze esterne e alla quantità di varie e eventuali di cui ci siamo occupati, in maniera parziale, poco fa.
Quella forma trova l’attuazione migliore proprio nel musicista di strada. Proprio in quanto non ci sono tramiti tra l’emissione e la percezione, a parte qualche metro di aria, non ci sono sono secondi fini, a parte quello di procacciarsi qualche soldo, devoluto volontariamente dagli astanti e destinato primariamente alla sua sopravvivenza, che dovrebbe essere il primo diritto per ciascuno di noi ma invece è il primo a essere negato, proprio perché altrimenti verrebbero meno le stesse basi sulle quali si regge l’ordinamento capitalista.
Per conseguenza, il musicista che suona la chitarra in un qualsiasi angolo di strada, o l’armonica, altrimenti il sax, il basso o le percussioni, è più istruttivo, e in misura incommensurabile per i nostri fini di appassionati di riproduzione sonora, di tutte le mostre di hi-fi e di tutte le pagine reclamistiche pubblicate fin qui dalle riviste di settore, cartacee e in rete.
Proprio perché nella sonorità delle note che in maniera più o meno efficace e ispirata emette col suo strumento c’è tutto quello che ci serve come modello, nella realizzazione del nostro impianto e nella sua messa a punto.
Senza dimenticare mai, tra l’altro, che tutto quanto ha pubblicato quel che si autodefinisce col nome pomposo di sistema d’informazione di settore, quando invece è un mero dispositivo di propaganda, tra l’altro omertoso, si suddivide in due tipologie soltanto: la pubblicità celata e quella palese.
Delle due la seconda è quella più degna di attenzione, non fosse per il fatto che almeno mostra ciò che è senza voler far credere che si tratti di altro.