B&W CDM 1

Tra i marchi inglesi più rinomati, se non il più rinomato in assoluto nella categoria dei diffusori, B&W ha nel suo carniere un numero impressionante di colpi andati a segno.

La sua storia è se vogliamo emblematica per il modo in cui vanno le cose in questo mondo, caratterizzata da un’evoluzione che ha progressivamente diluito le caratteristiche di rigore timbrico del suo prodotto, guadagnando in parallelo il favore di un numero crescente di appassionati.

Numerosi in passato vedevano i suoi diffusori come il fumo negli occhi, per conto mio a causa della superiore aderenza al concetto di fondo dell’alta fedeltà, che evidentemente non piace. Come tali puntavano soprattutto a tradurre in onde sonore il segnale audio per quello che è, togliendo o aggiungendo ad esso il meno possibile.

La scelta migliore, insomma, per far emergere nel modo più impietoso tutto quel che non va dell’impianto, soprattutto nel momento in cui vi si abbina una capacità d’indagine realmente efficace nei confronti di quanto presente ai morsetti d’ingresso, dando luogo a diffusori dal comportamento per molti inammissibile.

Obbligano infatti a prendere atto che la pretesa perfezione della catena di cui vanno a far parte è ben lungi dall’essere tale, a fronte di spese comunque significative. Spesso e volentieri addirittura, più sono alte e più magagne trovano evidenza. Il che oltre a essere poco gratificante è la dimostrazione materiale delle contraddizioni che gravano su quel che ruota intorno alla riproduzione sonora amatoriale.

A quel punto sono due le cose: si tira dritti per la propria strada, sulla base di concezioni ineccepibili e incuranti delle conseguenze di un mondo sempre più intollerante nei confronti della realtà, per motivi cui sarebbe il caso di dedicare un minimo di riflessione, ciascuno per proprio conto, oppure si cerca di arrivare a un compromesso. Cosa che ha buone probabilità di rivelarsi pagante sotto il profilo commerciale, ma che comporta rischi ancora maggiori. Dato che se si comincia ad accettare il primo, gli altri verranno da soli, snaturando una personalità che può avere tanti difetti ma almeno è la propria e ha il suo perché, per mettersi al pari con una serie di cloni che al di là delle apparenze sono di fatto indistinguibili gli uni dagli altri, appiattiti e supini ai diktat del profitto e delle sue leggi, le uniche oggi riconosciute al di là di tante belle parole.

Il processo di trasformazione dunque è iniziato ormai diversi anni fa, quando le reti di filtraggio che nei diffusori B&W erano per tradizione di estrema complessità, vennero rese molto più semplici. Ne è derivato inizialmente un miglioramento sensibile per la facilità di pilotaggio, andato di pari passo alle capacità d’indagine e di adattabilità al reale contenuto del segnale, trasdotto sostanzialmente per quello che era invece d’imporre su di esso la personalità soverchiante del diffusore.

Che a quel punto non è più ad alta fedeltà, per la quale tutti sono convinti di nutrire questa grande passione ma nella stragrande maggioranza detestano, quantomeno nella vera accezione del termine, e diventa ad alta autoreferenzialità.

Testimonianza in primo luogo delle potenzialità distruttive della rete di filtraggio, in particolare se l’approccio nei suoi confronti è di tipo tradizionale, ossia volto non a porla al servizio del diffusore e dei limiti fisici degli altoparlanti che utilizza, ma pretendendo di farne uno strumento mediante il quale attribuire al diffusore stesso caratteristiche arbitrarie, a prescindere dalle attitudini degli altoparlanti utilizzati e in funzione delle velleità del progettista.

La storia del settore di nostro interesse ha dimostrato che è proprio il sistema migliore per uccidere il diffusore e la sua sonorità, insieme a quella del resto dell’impianto, anche se in quel modo sono stati realizzati alcuni tra gli esemplari più osannati in assoluto. Proprio questi ultimi tuttavia, una volta liberati delle numerose palle al piede da cui sono gravati nell’ambito del crossover, rivelano doti inimmaginabili, sacrificate a favore di quanto ritenuto necessario ai fini dell’impiego per cui sono stati concepiti, che oltretutto ha poco a che fare con la riproduzione sonora amatoriale.

Spesso e volentieri, poi, si è ritenuto di utilizzare il crossover nel tentativo di coprire le magagne del diffusore, magari non dovute alle sue prerogative, ma alle abitudini deteriori invalse nella sua realizzazione su grandi numeri e nell’abito mentale che ne deriva, più attento a risparmiare i 10 centesimi che non a salvaguardare innanzitutto l’immagine di chi lo realizza, forse nella convinzione che i destinatari del prodotto siano tutti affetti da ipoacusìa avanzata.

Semplificando la rete di filtraggio, la sonorità del diffusore viene udibilmente liberata, guadagnando in sensibilità, dinamica e quindi in facilità di pilotaggio. Ne beneficiano inoltre la capacità d’indagine e di adattamento alle prerogative del segnale presente ai morsetti d’ingresso, e le caratteristiche di fluidità e naturalezza, ma di sicuro sto dimenticando qualcosa.

Allo scopo è necessario utilizzare altoparlanti di qualità, orecchio da cui certi fabbricanti sono i primi a non voler sentire. Quel genere di articolo infatti ha un difetto insormontabile: costa. Anche se poi permette di risparmiare appunto sulla rete di filtraggio, in quanto non necessita delle correzioni indispensabili per arrivare a una timbrica accettabile quando s’impiegano esemplari di rango inferiore. Scelta che oltretutto impone un tributo sempre pesante per via dei collaterali inscindibili dalle tecniche, tutte distruttive, utilizzabili allo scopo.

Il punto è che come abbiamo visto a suo tempo, l’abitudine più comune è di risparmiare all’osso sul crossover, che invece è l’essenza stessa del diffusore e quel che ne caratterizza più fortemente la personalità sonora. Quindi anche semplificandolo in maniera significativa i costi di produzione non si abbassano più di tanto, proprio perché la parte maggiore di essi viene impiegata per le parti in vista, quelle cui il pubblico ha l’abitudine di attribuire tutta l’importanza.

Nella fase iniziale del suo processo di trasformazione, insomma, B&W ha in effetti perseguito un miglioramento e un ammodernamento del suo prodotto. In seguito tuttavia è andato sempre più incontro ai desideri di una precisa fascia di appassionati, quella più critica nei confronti dei suoi prodotti, snaturando la propria personalità e perdendo di fatto la maggior parte delle prerogative che ne hanno sancito non il successo, ma proprio l’unicità.

Ritrovandosi di fatto, nel giro di un certo numero di anni, a essere un marchio come tanti altri di quelli che agiscono nel cosiddetto alto di gamma. Magari più grande o con un listino maggiormente articolato, ma essenzialmente privo di ogni prerogativa tecnica che non sia un pretesto per un rinnovamento dell’assetto visivo volto essenzialmente al brutto, per cui anche parlare di estetica è ormai diventato fuori luogo.

 

La serie CDM

Il processo di trasformazione di B&W ha avuto la sua chiave di volta nella serie 800 Nautilus, applicazione concreta dei concetti tecnici sviluppati con il diffusore omonimo, rimasto però in sostanza un prototipo da salone. Nel periodo immediatamente precedente vi era stato l’esordio della serie CDM, che di fatto è stata l’ultima non solo a mantenere il legame con le peculiarità tradizionali di B&W, ma anche ad essere realizzata a partire dalla filosofia volta a riproporre sul prodotto destinato a una diffusione piuttosto ampia almeno parte delle soluzioni tecniche e di conseguenza delle doti sonore tipiche dei modelli di punta.

Il capostipite della serie è stato appunto il modello CDM 1, diffusore da piedistallo impostosi come uno tra i più indovinati in assoluto dell’intera produzione B&W. Non a caso è stato tra i più venduti del marchio inglese e ancora oggi è reperibile senza difficoltà. Sia pure a prezzi più elevati del dovuto, probabilmente in conseguenza del ritorno d’interesse nei confronti del cosiddetto vintage.

A rigore, il diffusore di cui ci stiamo occupando non ne farebbe parte, essendo ancora troppo recente. In realtà gli appassionati più legati a questa tendenza diffusori del genere non lo tengono in grande considerazione, essendo più interessati al prodotto statunitense e a quello giapponese, ossia quel che andava per la maggiore negli anni 70 e 80.

Oggi la quotazione corretta di una coppia di CDM1 in condizioni ottime è sui 300-350 euro, se appartenenti alla prima serie o alla successiva SE, e di un 100-150 euro superiore se della serie NT, l’ultima a entrare in commercio e dotata dello stesso tweeter della serie 800 Nautilus.

Se per i diffusori di vertice della serie 800 sopravvive la leggenda relativa all’impiego negli studi Abbey Road, il CDM 1 ha fatto persino di meglio, anche se queste cose sono note solo negli ambienti del professionale.

A suo tempo Sting, allora già ex-cantante dei Police, ovunque si recasse a registrare o mixare il suo prodotto, esigeva di trovare proprio i CDM1. In mancanza se ne andava via direttamente, senza dire né a né ma.

Ritengo si tratti di un attestato di non poco conto, riguardo alle sue doti sonore, che ogni costruttore vorrebbe poter esibire per suffragare la qualità del proprio prodotto. A questo proposito ritengo significativo che quanto descritto sia avvenuto per il CDM1 e non per l’805, il modello da piedistallo di prestigio maggiore realizzato da B&W. Non tanto per un confronto tra i due modelli, quanto per l’abito mentale esistente all’epoca, che induceva ad attribuire un livello prestazionale di rilievo simile anche a modelli non di vertice.

Oggi sarebbe possibile un atteggiamento del genere?

Esteticamente il CDM1 trova la sua caratterizzazione più evidente nel taglio dello spigolo superiore della cassa, che gli conferisce una personalità inconfondibile.

Questa scelta dimostra che per ottenere un oggetto gradevole alla vista non c’è bisogno di ricorrere a una cosmetica esasperata come quella di oggi. L’unico elemento discutibile, dal mio punto di vista, è la forma della griglia a protezione del woofer-mid. le cui estremità tondeggianti s’inseriscono in maniera alquanto forzata nel disegno del diffusore.

Dietro di esse si trova il bell’altoparlante cui si deve parte considerevole delle ottime doti del CDM 1. Si tratta del woofer-mid da 16 cm con membrana in kevlar, scelta tipica dei migliori esemplari B&W della sua epoca e di quella successiva. Anche se sembrano tutti uguali, in realtà gli altoparlanti utilizzati per ciascun modello del costruttore inglese hanno le loro specificità, proprio in funzione delle caratteristiche di progetto di ogni diffusore per cui li si è utilizzati. Le scelte di fondo sono le stesse per tutti, come per il materiale della membrana e il cestello pressofuso. Variano invece l’altezza, gli strati e il numero di avvolgimenti della bobina mobile, la cedevolezza del centratore, le caratteristiche del gruppo magnetico e altri parametri che davano luogo a trasduttori di fatto diversi, anche alla vista sono pressoché indistinguibili.

CDM 1 woofer

L’impiego delle membrane in kevlar dal mio punto di vista è stato la chiave di volta del successo definitivo di B&W. E’ iniziato per i modelli ai vertici del suo listino, per estendersi in seguito fino alle serie più abbordabili, conseguendo quell’uniformità delle caratteristiche sonore che è stato forse l’elemento più apprezzato in assoluto della gamma prodotti del costruttore inglese nella sua epoca migliore.

Si tratta oltretutto di un materiale dalle caratteristiche che non solo sono difficilmente superabili, in termini di leggerezza, rigidità, refrattarietà alle risonanze, ma soprattutto il  loro abbinamento dà luogo a un complessivo pressoché invincibile ai fini della riproduzione sonora e in particolare della sua naturalezza.

Quantomeno nell’esecuzione di B&W, dato che alcuni altri costruttori, sia pure di vaglia, hanno utilizzato lo stesso materiale senza pervenire a risultati di rilievo confrontabile. Probabilmente anche a causa del contesto alquanto meno raffinato in cui è stato inserito, a ulteriore dimostrazione della sostanziale inutilità di ricorrere a uno specifico particolare, per quanto raffinato ed esclusivo, se non lo s’inserisce in un contesto adeguato alle sue prerogative.

Di fatto la neutralità, la precisione e la graduale attenuazione fuori banda dei midrange e dei woofer mid in kevlar di B&W è divenuta finanche proverbiale, come del resto il fatterello raccontato prima testimonia oltre ogni ipotesi contraria.

Se è vero che ogni medaglia ha il suo rovescio, nel caso specifico pone in evidenza come l’impiego di soluzioni “troppo” efficaci faccia sentire il suo peso, nel momento in cui si decide di voltare pagina. Magari per motivi tecnici, commerciali o solo d’immagine, ritenendo che insistere su una soluzione utilizzata per più di qualche decennio, cosa per la quale c’erano motivi ottimi, possa far pensare a una sorta d’immobilismo. Poco proficua per l’idea che il pubblico si fa di un determinato marchio o prodotto, spesso in base agli stereotipi cui lo si è abituato a reagire secondo modalità non dissimili da un sostanziale automatismo.

Del resto è anche necessario dare alla stampa l’occorrente affinché possa esercitare il suo consueto sensazionalismo. Questo ovviamente ha i suoi costi e, soprattutto quando si parte da condizioni così vicine all’ottimale, non è difficile andare indietro pur nella convinzione di aver fatto chissà quale passo in avanti.

L’ascolto dei diffusori B&W dell’era post-kevlar, non a caso, suscita forti dubbi.

Il tweeter a cupola metallica, scelta tipica dell’era in cui il diffusore è stato presentato, ha la membrana in titanio. Rispetto agli esemplari in alluminio ha doti di maggior naturalezza e soprattutto si dimostra ben esente dalle esuberanze che hanno indotto in seguito molti fabbricanti a tornare all’impiego di diaframmi in tessuto. Quantomeno se pilotato da impianti di sonorità non somgliante a quella di una motosega.

E’ montato in una configurazione che ricorda da vicino quella tipica dei diffusori della serie 800, sia pure in una veste meno esasperata, simboleggiando ancora una volta le scelte tipiche dell’epoca, tendenti a riportare su una gamma prodotti più ampia e alla portata quel che si era sperimentato positivamente sui modelli di vertice.

Sonicamente il CDM 1 non si è rivelato soltanto indovinatissimo per equilibrio timbrico, doti di estensione agli estremi banda ed estrema precisione sulla gamma centrale, tale da renderlo particolarmente efficace nella riproduzione di voci e strumenti. Ha dalla sua una coerenza, una naturalezza e una ricostruzione dell’immagine stereofonica, date appunto dalle dimensioni ridotte del cabinet, dalle qualità degli altoparlanti e dalle prerogative di progetto mirate a semplicità ed eccellenza, sia pure in una veste adatta a renderlo alla portata di un’ampia fascia di pubblico, tali da farne uno tra i diffusori più indovinati di B&W, se non il più indovinato in assoluto.

Tanto è vero che nel momento in cui si è cercato di forzarne i limiti, aggiungendovi ad esempio un secondo woofer come nei CDM7, e poi addirittura un terzo nei CDM 9NT, insieme ad un miodrange del tipo senza sospensione, realizzando di fatto un tre vie, si sono perdute irreparabilmente alcune tra le caratteristiche salienti della sua eccellenza.

Si, la gamma bassa dei suoi successori, o meglio degli esemplari che andavano a completare la serie CDM, era più potente ed estesa, ma la magia del modello piccolo non c’era più. A dimostrare che non esistono soluzioni esclusivamente migliorative, e che in particolare quando si va a toccare l’equilibrio di progetti tanto ben riusciti, il rischio più concreto è quello di fare danno.

I modelli menzionati erano tuttaltro che da disprezzare ma, purtroppo, non avevano più le già menzionate doti di coerenza e naturalezza del CDM 1. Spiegando come meglio non si potrebbe, a chiunque abbia la volontà di accettare certe cose, che più altoparlanti, sia pure operanti su frequenze differenti, non possono che darsi fastidio l’un l’altro, e più si spezzetta la gamma audio e più se ne distrugge la coesione. Mentre le stesse superfici dei cabinet necessari ad ospitare i componenti aggiuntivi trovano regolarmente il modo di palesare la loro presenza.

Ancora peggio è andata con la serie 700, anche per via del fatto che su di essa si è iniziato ad applicare i concetti che avrebbero portato alla realtà attuale del mercato, e hanno determinato materialmente un passo indietro sostanziale. Si è trattato di un flop che ha costretto il costruttore a ritirarla con largo anticipo dal listino.

Il modello 701 in particolare si è rivelato proprio un disastro, in quanto andava a sostituire il più riuscito della serie precedente, appunto il modello qui esaminato, rispetto al quale il paragone si è rivelato impietoso. Ne parleremo presto.

In definitiva allora il CDM 1, soprattutto se inserito in un contesto tale da permettergli di esprimere appieno le sue prerogative, è uno tra i diffusori meglio in grado di evidenziare nel concreto quali sono i parametri in cui un sistema di piedistallo ha la meglio nei confronti di uno da pavimento. Sia pure basato su scelte di fondo molto simili.

 

L’evoluzione

Dopo qualche tempo il CDM 1 è stato sostituito della versione SE, caratterizzata dall’impiego di un woofer mid che in omaggio alle mode dell’epoca era corredato da un’ogiva rifasatrice centrale, che se non ricordo male era solidale alla membrana.

In quel momento era fin quasi impossibile reperire un diffusore che ne fosse sprovvisto, come se si trattasse di una soluzione imprescindibile ai fini della qualità di riproduzione. Malgrado ciò, in capo a un certo numero di anni anche l’ogiva è stata abbandonata, a sottolineare ulteriormente che quello che s’insiste a definire progresso tecnico ha un andamento quantomeno ondivago. Ammesso e non concesso che di esso si tratti e non di scelte legate soprattutto a necessità commerciali e propagandistiche.

Il CDM 1 SE non aveva soltanto un nuovo woofer mid, contraddistinto appunto dalla presenza dell’ogiva rifasatrice, ma era caratterizzato anche da modifiche al crossover.  Il filtro della via bassa aggiungeva una rete di compensazione, mentre per il tweeter la topologia restava invariata ma al posto degli elettrolitici si utilizzavano dei polipropilene di produzione Bennic. Scelta più moderna ma eseguita mediante componenti di qualità decisamente migliorabile, almeno secondo le concezioni attuali. Erano comunque gli stessi reperibili sui modelli di punta del marchio. La possibilità di pilotaggio in biwiring restava inalterata dalla prima serie, opzione che se sfruttata in modo corretto permette al diffusore di esprimersi con efficacia maggiore.

Con l’adozione del tweeter Nautilus, la serie CDM assunse la sua veste finale, quella che nelle intenzioni del costruttore avrebbe dovuto innalzarne ulteriormente le doti sonore, ma che in realtà finiva soprattutto con lo snaturarne ulteriormente le prerogative, dopo il primo intervento avvenuto con la serie SE.

Per l’occasione la serie veniva ulteriormente ampliata verso l’alto, quantomeno in termini di prezzo, con il modello CDM 9NT che aggiungeva un ulteriore woofer a quello già utilizzato sul CDM 7 e il già menzionato midrange senza sopsensione, ripreso anch’esso dalla serie 800 Nautilus. Ne derivava un’ulteriore perdita di contatto con le caratteristiche originarie del capostipite, sia pure a fronte di un ulteriore potenziamento della gamma bassa e di una maggiore continuità tecnico-realizzativa nei confronti della serie di vertice.

Esattamente il contrario di quello che si fa oggi, con la tendenza a rendere più marcate le differenze tra le serie di prodotti rivolte a fasce di pubblico dalle differenti capacità di spesa e quindi appartenenti a ceti tra i quali il divario diventa sempre più profondo.

All’ascolto il CDM 1 dimostra doti musicali di prim’ordine un po’ sotto ogni profilo. Colpiscono in particolare la sua linearità e la nitidezza a tutte le frequenze, cose che ne fanno uno tra gli esempi migliori di un tema classico come il due vie da piedistallo. La resa delle voci è semplicemente eccellente come del resto quella di un po’ tutti gli strumenti, stanti le doti di equilibrio e precisione già menzionate.

Allì’epoca della sua presentazione si era ancora bene all’interno dell’era dominata dal boom dei minidiffusori, dei quali il CDM 1 riprendeva tutte le doti positive, rafforzandole ulteriormente, e affiancandovi una completezza di emissione a tutta banda che non si potevano neppure sognare. Il tutto a prezzo di dimensioni solo marginalmente più ampie, che di fatto andavano a influire ben poco sulle doti d’installabilità.

Dunque, malgrado le dimensioni del diffusore tutt’altro che esagerate, le basse frequenze lasciano ben poco a desiderare per potenza ed estensione, tenuto conto ovviamente che ci si trova di fronte a un sistema da piedistallo. Soprattutto denotano un’articolazione di grande efficacia e l’assenza sostanziale dei trucchi coi quali si cerca di mascherare le limitazioni di questa tipologia di diffusori, i quali presto o tardi finiscono regolarmente col mostrare la loro artificiosità.

 

Migliorare il CDM 1

Andare a mettere le mani su un diffusore tanto riuscito potrebbe sembrare un azzardo. E in effetti lo è, soprattutto se non si tiene conto delle regole basilari che dovrebbero guidare nell’esecuzione di questo tipo d’interventi, che andrebbero realizzati evitando innanzitutto di strafare, rispettando le caratteristiche del progetto e la personalità del diffusore.

In sostanza si tratta come al solito di cercare d’individuare i punti migliorabili della sua realizzazione, che bene o male ci sono sempre in oggetti realizzati secondo i concetti tipici della produzione di serie, quindi a partire da soluzioni volte a economizzare in vario modo sui costi di produzione, ed altre che sembrano più il frutto della consuetudine piuttosto che di una scelta ponderata eseguita in considerazione del loro effetto finale.

Sul CDM 1 si può intervenire in una modalità per così dire consueta, quella che poi è in genere la più consigliabile, a prescindere dalla tipologia e dalle peculiarità dell’oggetto che ci si accinge a ottimizzare.

Si tratta in sostanza di mantenere inalterate le scelte originarie del costruttore, operate in funzione dei punti di vista, delle consuetudini e della disponibilità di materiali esistente all’epoca. Le possibilità, soprattutto in termini di componentistica, non erano neppure paragonabili a quelle attuali. Pertanto si può intervenire sul crossover semplicemente sostituendone i condensatori con esemplari in polipropilene, per completare il lavoro cambiando anche le resistenze.

Come dicevamo prima, fondamentale è evitare di strafare. Pertanto non avrebbe molto senso scegliere semplicemente quelli che si reputano i migliori in assoluto, al di là delle spese che ne deriverebbero. Molto meglio invece andare su quel che si adatta maggiormente alla personalità del diffusore. Questo presuppone la conoscenza delle effettive caratteristiche dei componenti che si vanno a utilizzare, al di là di luoghi comuni, leggende metropolitane e recensioni più o meno pilotate reperibili sulla stampa di settore o sui suoi succedanei. Cosa che a sua volta è possibile soltanto avendo maturato l’esperienza necessaria.

Spesso, inoltre, più che la qualità stessa dei componenti influiscono sul risultato finale le scelte operate al fine di far rendere al meglio quel che si utilizza nell’intervento di ottimizzazione. Allo scopo esistono varie possibilità mediante le quali si possono esaltare le doti sonore, ferma restando la componentistica utilizzata. Potremmo definirli come piccoli segreti dello chef. Ognuno ha i suoi, individuati e selezionati in funzione dei risultati ottenuti.

Dunque, anche un cambio di condensatori in apparenza banale può avere risultati molto diversi, proprio in funzione delle modalità con cui si esegue tale intervento.

La sostituzione del cablaggio interno e il rifacimento della coibentazione completano l’intervento di ottimizzazione, mantenendo la personalità timbrica del diffusore, traslata però su un livello di qualità d’emissione neppure paragonabile a quella propria della versione originale.

Ne deriva un miglioramento su tutti i parametri che si prendono in esame per definire la sonorità di un diffusore. A partire da nitidezza e precisione, passando per le capacità d’introspezione, la naturalezza di emissione e la ricostruzione della scena, ampliata su tutte e tre le dimensioni, e finendo sull’estensione e la potenza della gamma bassa.

Quest’ultimo aspetto è tenuto in considerazione ancora maggiore stanti le limitazioni tipiche di questa tipologia di diffusori. Senza dilungarsi troppo, basterà dire che una coppia di CDM 1 ottimizzati nel modo fin qui descritto si sono dimostrati in grado di riprodurre la pedaliera d’organo del brano “The Vikings”, traccia n.4 del notissimo album “Pomp And Pipes” con un’esuberanza da lasciare a bocca aperta. Il brano oltretutto è stato riprodotto a pressioni sonore considerevoli, ma senza che avessero luogo scadimenti su altre regioni dello spettro o solo le conseguenze tipiche di un pilotaggio esasperato. Questo è avvenuto nell’impiego di una coppia di CDM 1 SE abbinati a un amplificatore integrato Audio 2C PF 1T e installati a distanza di oltre un metro dalla parete più vicina. Quindi in campo sostanzialmente libero, senza gli aiuti dati dalle riflessioni sulle pareti alle frequenze inferiori, che peraltro obbligano a pagare costi sempre salati.

In termini di potenza ed estensione della gamma bassa, non sapendo cosa sta suonando di fronte a noi, si riterrebbe di essere dinnanzi a diffusori da pavimento, però con la precisione, la coerenza e l’immagine stereofonica di esemplari da piedistallo.

C’è poi un’ulteriore possibilità di ottimizzazione per i CDM 1, indirizzata non più a rispettare pedissequamente le scelte del costruttore, quanto a porre gli altoparlanti nelle condizioni di esprimere il meglio delle loro prerogative. In questo caso si esalta soprattutto la naturalezza della loro sonorità, che in abbinamento a catene provviste delle doti necessarie lascia davvero esterrefatti per quel che si può trarre da un diffusore del genere.

In questo caso il diffusore andrebbe impiegato secondo canoni maggiormente prudenziali, ma quel che ne può trarre un utilizzatore esperto va oltre le previsioni più rosee.

Dimostrazione ennesima che per allestire un impianto capace di dare soddisfazioni grandi e a volte persino grandissime non c’è bisogno di spendere le cifre folli che oggi il mercato e la pubblicistica di settore fanno di tutto per far apparire ineluttabili. Tantomeno si deve andare sui giocattoli e i pezzi di plastica che gli stessi cercano di far passare come prodotti seri nonché quale unica alternativa percorribile rispetto ai precedenti.

Basta semplicemente fare le scelte giuste e, se possibile, evitare di mettere innanzi a tutto il portafogli e la volontà di porre in evidenza le proprie capacità di spesa, tendenza su cui si specula ormai in maniera plateale. Occorre privilegiare invece la sensibilità, il buon gusto e il senso della misura.

 

 

2 thoughts on “B&W CDM 1

  1. Ciao Claudio, possiedo un paio di CDM1 NT e mi trovo d’accordo con la tua disamina, anche se nel mio caso devo dire che il tweeter Nautilus lo abbia preferito in un ascolto 1 a 1 con una CDM1 “classica”.
    Leggo nell’interessante articolo di consigli su varie ottimizzazioni a cui sottoporre i diffusori: volevo chiederti se in tal senso potessi essere piu` preciso, indicando ad esempio quali condensatori sostituire e con cosa, quali cavi utilizzare per sostituire la caveria interna e che coibentante usare per sostituire quello presente nella cassa.
    Inoltre verso la fine dell’articolo fai cenno ad una ulteriore ottimizzazione che sarebbe, cito, “indirizzata non più a rispettare pedissequamente le scelte del costruttore, quanto a porre gli altoparlanti nelle condizioni di esprimere il meglio delle loro prerogative. In questo caso si esalta soprattutto la naturalezza della loro sonorità, che in abbinamento a catene provviste delle doti necessarie lascia davvero esterrefatti per quel che si può trarre da un diffusore del genere.”: non dici pero` di che ottimizzazione si tratti…
    grazie per le risposte, a presto.

    – Alessandro, Torino

    1. Ciao Alessandro,
      grazie dell’attenzione e dell’interessamento.

      Mi fa ovviamente piacere che tu condivida i miei punti di vista.
      Come avrai letto, dopo quanto da te riportato c’è anche scritto “si tratta dei piccoli segreti dello chef” 😉
      Diciamo che il tutto fa parte della mia ricetta di ottimizzazione personale, messa definitivamente a punto dopo numerosi interventi su questo tipo di diffusori, oltreché su tanti altri, con risultati che di fatto eccedono quanto scritto nell’articolo. Dato che tante cose sono difficili da riportare a parole, sia pure per una persona dalla discreta esperienza come nel mio caso.

      Comprenderai quindi che non possa far altro che mantenere un minimo di riserbo sui particolari dell’intervento.
      Per il resto ti ho inviato un messsaggio all’indirzzo email che hai indicato, sperando che sia funzionante.
      A presto

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *