Dieci piccoli inglesi (…e poi non ne rimase nessuno) – L’antefatto

“Dieci piccoli indiani” è forse il romanzo giallo più fortunato di Agatha Christie, che nella versione americana ebbe come titolo “E poi non ne rimase nessuno”, utilizzato anche per la versione italiana fino al 1977, almeno così sembra.

La storia narra di 10 persone invitate su un’isola da ospiti che non si faranno trovare, e attraverso una serie di peripezie vanno una dopo l’altra incontro al loro macabro destino.

Sia il titolo, in entrambe le versioni, che lo svolgersi degli eventi, immaginari, si attagliano curiosamente a quel che è avvenuto nell’ambito della riproduzione sonora amatoriale, in una sua precisa fase storica. Solo che in questo caso a non rimanerne più nessuno non sono stati dei piccoli indiani ma degl’inglesi, dalle identiche dimensioni.

Cosa c’importa di quel che è accaduto tanti o magari troppi anni fa, si potrebbe pensare.

Forse niente: se non c’è interesse a comprendere la realtà in cui ci si trova, la storia, maestra di vita, non ha significato alcuno.

 

Il secondo rinascimento

Non molto tempo addietro, nell’articolo dedicato al Copland 266, abbiamo visto come quel lettore CD sia stato uno tra gli esempi più significativi di quello che si potrebbe definire secondo rinascimento, avvenuto in ambito digitale dopo gli anni dell’oscurantismo propri del secondo medioevo. Quello che ha avuto luogo in seguito all’esordio dell’audio a codifica binaria e alla sua imposizione come formato unico, previa eliminazione dell’ormai anziano analogico e del giovanissimo DAT, che potremmo dire sia stato ucciso nella culla.

Sono stati i secondi perché prima di essi abbiamo avuto il primo medioevo, quello originale, almeno per il settore di nostro interesse, e il successivo rinascimento.

Vi abbiamo accennato nell’articolo dedicato al lettore menzionato e ora affrontiamo meglio tutto il discorso.

 

Da valvolare a stato solido

La fase storica conosciuta nell’ambito della riproduzione sonora amatoriale come “medioevo” ha le sue origini nel momento in cui le amplificazioni a stato solido prendono definitivamente piede, estromettendo quasi del tutto quelle valvolari dal mercato. Come avviene di frequente nel caso di simili cambiamenti epocali, sulle prime tutto sembra dare l’impressione che data la sua superiorità, apparentemente assoluta e innegabile, la tecnica più recente andrà a soppiantare quella precedente nel tempo più breve.

Poi, altrettanto regolarmente, ci si accorge che nonostante i suoi vantaggi non riesce a dimostrarsi in tutto e per tutto migliore rispetto all’altra, e più spesso è persino peggiore. Così il preteso “vecchiume” trova in qualche modo la possibilità di sopravvivere, in attesa di un recupero che prima o poi avrà luogo.

Proprio quanto accaduto nei fatti, per il valvolare e per l’analogico, senza però che ci si decida a trarre insegnamento da quel che è avvenuto sotto i nostri occhi.

Il passaggio da una tipologia all’altra di componenti attivi, o meglio la definitiva affermazione dello stato solido, è stato comunque il momento di svolta in seguito al quale la riproduzione sonora di qualità elevata si è avviata verso la sua trasformazione da attività per pochi iniziati a fenomeno di massa, sulla scia dell’esplosione del mercato discografico.

Probabilmente non ne è stato uno dei motivi di fondo ma di sicuro tra gli elementi facilitatori.

Dal punto di vista realizzativo, lo stato solido aveva punti di vantaggio indubbi rispetto ai tubi a vuoto. Primo fra tutti il fatto di iniziare a funzionare istantaneamente alla pressione del pulsante di attivazione, invece di necessitare dell’attesa, poi non così lunga, tipica delle valvole.

Poi come accade spesso la realtà concreta finisce con l’obbligare alla rinuncia nei confronti di alcuni tra i vantaggi principali delle nuove tecnologie e questo è accaduto puntualmente anche con lo stato solido.

Il crescere delle potenze erogate infatti ha reso via via più evidente il colpo inviato agli altoparlanti in seguito all’accensione, il caratteristico “tump“, innocuo ma sempre meno gradito. Così si sono resi necessari i circuiti d’inserzione ritardata degli altoparlanti, che sotto questo aspetto hanno di fatto riportato lo stato solido nelle stesse condizioni del valvolare, se non addirittura peggiori.

Non di rado infatti costringono a un’attesa più lunga, prima che inseriscano i diffusori sulle linee di uscita, rispetto a quella necessaria affinché le valvole inizino a funzionare.

Si narra comunque che proprio la capacità di funzionare all’istante abbia colpito maggiormente i pezzi grossi dell’industria elettronica cui furono presentati i primi prototipi di apparecchiature a transistor. Così, proprio per la sorpresa destata da tale caratteristica non esitarono un istante a dare il via libera alla loro produzione.

Il transistor in effetti ha diversi punti a favore rispetto alla valvola, in particolare ma non solo a quella di potenza. E’ più piccolo, robusto e duraturo, oltre a non necessitare dei pesanti e costosi trasformatori d’uscita per l’accoppiamento al carico e neppure delle tensioni anodiche di centinaia di Volt con le quali se si può evitare di confrontarsi lo si fa sempre volentieri.

Queste ultime sono anche un fattore significativo per l’aumento dei costi.

Ovviamente lo stato solido ha anche i suoi difetti, primo fra tutti quello di necessitare di circuitazioni più complesse, sia pure a partire da componentistica relativamente poco costosa, come resistenze e condensatori, nonché basate su un numero maggiore di stadi di guadagno.

Anche la tendenza fisiologica a saltare in aria in caso d’imperfezioni nella realizzazione del circuito, trascinando spesso con sé quanto vi è collegato, è uno dei suoi elementi di maggior differenziazione rispetto alla valvola, che se non è tirata per il collo fino alla morte perdona decisamente di più.

Lo stato solido permetteva inoltre di realizzare apparecchiature più compatte, delle quali l’esempio migliore furono le piccole radio a transistor trasportabili ovunque, in luogo delle vecchie e pesanti radio da tavolo dei decenni precedenti, delle quali però non riuscivano a replicare il fascino e men che meno la sonorità.

Tale aspetto era tuttavia accettato serenamente, in quanto implicito nell’ordine stesso delle cose. Questo è l’elemento di differenziazione primario nei confronti della realtà odierna, in cui la necessità di affermare la perfezione del nuovo ritrovato è coartata al punto da spingere i suoi assertori a negare persino l’evidenza, in un supremo atto di rinuncia a qualunque barlume di ragionevolezza.

Il transistor divenne quindi l’emblema della modernità e del progresso nel corso degli anni 1960 e mantenne tale prerogativa per buona parte dei ’70, malgrado l’affermarsi dell’integrazione circuitale e della miniaturizzazione di cui fu prologo indispensabile. Ogni prodotto che lo utilizzasse inalberava orgogliosamente la scritta “Solid State” oppure “All Transistor” quando rinunciava completamente a componenti attivi di altra tipologia.

Per conseguenza le valvole furono viste come un residuo del passato, secondo il consueto meccanismo propagandistico che funziona sempre alla stessa maniera. E, caso curioso, malgrado inneggi al progresso in maniera ossessiva, fino e oltre l’idolatria, non progredisce mai. Continua imperterrito a seguire gli stessi principi di svariati decenni fa, vere e proprie ere geologiche se si considera il ritmo sempre crescente dei cambiamenti in atto.

Dunque la propaganda divinizza costantemente il progresso e se ne fa il propulsore più importante ed efficace, ma per quel che riguarda sé stessa resta ancorata a uno o due secoli fa e non mostra intenzione alcuna di cambiare, se non nei termini riguardanti la propria radicalizzazione.

Il bilancio complessivo, ai fini del quale la componente di sfondamento a base ideologica ha avuto come sempre importanza fondamentale, andava a favore del transistor, che quindi divenne il componente preferito dall’industria elettronica e non tardò ad affermarsi anche nell’ambito della riproduzione sonora.

Qui si ebbero i primi problemi. Non ci volle molto infatti per accorgersi che le apparecchiature a transistor suonavano decisamente male, o meglio in maniera inascoltabile, rispetto ai predecessori valvolari. In particolare per la timbrica dura, rozza e metallica, ma in compenso poco dettagliata, qualcosa di assolutamente non paragonabile alla grazia innata del tubo a vuoto, primo elemento della sua musicalità.

Tra i motivi la sua peculiare modalità di distorcere, soprattutto su armoniche dispari e di alto ordine.

Occorreva dunque correre ai ripari: lo si fece per buona parte mediante la controreazione. Ovvero reimmettendo all’ingresso del circuito parte del segnale disponibile all’uscita. Questo riuscì in qualche modo a mitigare gli aspetti sui quali lo stato solido mostrava in maniera impietosa la sua scarsa predisposizione alla riproduzione sonora, ma come tutte le cose di questo mondo aveva anch’essa il suo prezzo.

Rendeva infatti, e rende tuttora, la sonorità ancor più priva di vita e di dettaglio, sia pure smussandone con una certa efficacia le angolosità, da cui le sonorità tipiche delle amplificazioni del periodo, gravate da tale caratteristica in maniera proporzionale alla generosità con cui si era usato tale accorgimento.

Insomma, chiunque avesse una discreta esperienza, e soprattutto ascoltasse maggiormente le proprie orecchie invece del martellamento pubblicitario, non faceva fatica ad accorgersi che malgrado fosse decantanto in ogni modo, il nuovo non aveva speranza nei confronti del vecchio.

Per fortuna c’è il ricambio generazionale, risorsa indispensabile per la corsa inarrestabile al regresso e all’appiattimento propria della società capitalista, che lo spaccia immancabilmente per progresso di valore inestimabile, testimoniando quali siano le sue più vere e intime attitudini.

In quell’epoca oltretutto le nuove generazioni erano un vero e proprio esercito, stiamo parlando degli anni del boom, economico, fenomeno da cui la generazione del periodo ha preso il nome, e di quelli immediatamente successivi.

La significativa spesa a deficit fatta in quel periodo da Stati ancora in grado di decidere come spendere la propria moneta, primo elemento d’indipendenza e democrazia concrete, secondo la teoria Keynesiana dimostratasi tra le pochissime in ambito economico capaci di tradursi in pratica, stava dando i suoi frutti. Infatti ancora non era stata ancora demonizzata mediante la denominazione di debito pubblico, con la quale sarebbe riuscito più facile imputarle di essere il male assoluto, allo scopo di coartare nei popoli il comportamento autolesionisticamente penitenziale proprio della realtà austeritaria che viviamo da alcuni decenni.

Il suo unico prodotto è stato impoverimento, disoccupazione di massa e regressione della qualità della vita e della realtà sociale, da cui l’arricchimento a dismisura di élite ristrettissime. Il famoso 1%, che in realtà è lo 0,1 o forse lo 0,001. Così capiamo anche a favore di chi agisce chiunque ne predichi l’ineluttabilità, quando invece è soltanto una questione di scelte politiche.

E di mentalità dominante ovviamente, della quale proprio la cronistoria di questi ultimi decenni dimostra cone la si possa trasformare a piacimento avendo la forza, ovvero i capitali, per farlo.

Al boom economico che è derivato dalla spesa a deficit degli Stati, i quali essendo emissari della loro moneta e quindi potendola controllare erano di fatto debitori nei confronti di sé stessi, è andato di pari passo quello delle nascite, come sempre avviene quando le prospettive di vita sembrano volgere al miglioramento.

Putroppo, però, il difetto delle fasi di espansione è sempre lo stesso.

Se alle masse popolari si concede qualcosa, presto iniziano a rivendicare i loro diritti, con sempre maggior vigore e convinzione. Di conseguenza per limitarne le velleità, che nel giro di un certo numero di secoli porterebbero le élite a vedere ridotto di qualche frazione percentuale il divario incalcolabile che le separa dal resto della popolazione in termini economici, e del potere e del privilegio che ne deriva, da cui un cambiamento dei rapporti di classe, occorre fare in modo che siano intervallate da fasi di crisi.

Essendo le crisi economiche il mezzo più efficace di spostamento dal basso verso l’alto della ricchezza reale, s’inventa di tutto per aggravarle e prolungarle sempre più, in quanto create in maniera artificiale e progressivamente più accurata, affinché realizzino con l’efficacia maggiore i loro scopi. E quindi i popoli, notoriamente composti in via esclusiva da nullafacenti lazzaroni, si ritrovino a non avere più nulla.

Così nulla avranno a pretendere.

Quelle giovani generazioni nate nella fase del boom stavano affacciandosi sui mercati e, sospinte dal contemporaneo affermarsi del prodotto discografico, a sua volta caratterizzato dalla fase di profondo e rapido rinnovamento verificatasi in ambito musicale, determinarono la forte crescita per la richiesta delle apparecchiature destinate alla riproduzione sonora.

Malgrado le sue prerogative timbriche migliorabili, lo stato solido con la sua relativa facilità ed economicità di fabbricazione era da un lato la tecnologia più adatta per rispondere a un aumento della richiesta così repentino, mentre dall’altro la mancanza di esperienza e di conoscenza del pubblico più giovane riduceva l’importanza dei suoi difetti, rendendola di fatto ininfluente.

Non solo, lo stato solido, con la sua riduzione di pesi e dimensioni, permise di concretizzare il concetto di portabilità, da cui radioline, televisori, mangiadischi, mangianastri e via di seguito, che diedero vita a un nuovo fenomeno in seguito al quale il prodotto dell’industria elettronica e di quella musicale erano costantemente sotto gli occhi dei potenziali acquirenti. Di conseguenza non potevano far altro che desiderarli, dando una spinta poderosa all’intero comparto della cosiddetta elettronica civile e a tutto quanto vi fosse collegato, sia pure in maniera indiretta.

Esempio tipico quello dei complessini che si formavano un po’ dappertutto, e in qualche caso sarebbero diventati complessoni, da cui una spinta ancor più significativa all’industria e al commercio degli strumenti musicali che s a sua volta si ripercuoteva sull’industria discografica e su quella della riproduzione sonora. Il tutto in proporzioni impensabili e inimmaginabili per chiunque non abbia vissuto quell’epoca. Non solo in termini di volumi, ma anche di modalità commerciali.

All’epoca della mia infanzia, a Viale Adriatico c’era “Il discobolo”, negozio dalle proporzioni lillipuziane secondo la consuetudine odierna, nel quale non si trovavano solo dischi ma anche apparecchiature di riproduzione e persino strumenti musicali.

La cosa più incredibile, se osservata con gli occhi di oggi, è che imprese dalle caratteristiche similari riuscissero non a sopravvivere ma persino a prosperare, in una realtà costruita a misura d’uomo e non in funzione della moltiplicazione perenne dei profitti incalcolabili dell’industria multinazionale.

In quanto tale è la più efficiente nello sfuggire all’imposizione fiscale e alle normative dei singoli Stati, acquisendo da ciò un potere superiore anche a questi ultimi.

A causa della capacità di corruzione infinita che ne deriva, gli Stati rispondono al fenomeno non andando a contrastarlo, ma mediante lo strozzamento del privato e della PMI, gli unici che le amministrazioni statali, nell’incapacità in primo luogo intellettiva dei loro funzionari riescono ancora a colpire, rendendogli la vita impossibile e quindi condannandoli all’estinzione. Andando così a favorire ancor più la grande e grandissima evasione, che in conseguenza delle arcaiche concezioni monetarie dei reggitori della cosa pubblica decreta di fatto la fine degli Stati sovrani quali noi li conosciamo, per consegnare tutto il potere al grande capitale apolide.

Per forza di cose esso ne fa poi l’uso che meglio gli aggrada, dato che a tal punto una qualsiasi opposizione è in concreto impossibile.

In ogni caso il divario tra tubi a vuoto e stato solido restava evidente ed era assai profondo, anche se il valvolare dell’epoca era quello che era, origine dei luoghi comuni ancora oggi diffusi riguardo alla sua sonorità. Occorreva pertanto un argomento che fosse in grado di convincere gli scettici, oltretutto in una fase storica in cui il martellamento propagandistico era ancora lontano dal raggiungere l’efficacia, o meglio la pervasività onnipotente dell’era attuale.

L’ultima verifica al riguardo ne ha dimostrato la capacità di convincere miliardi di persone, con le buone o le cattive, a usare sistemi di ritenzione e riciclaggio delle tossine e dei gas di cui il nostro corpo si libera nella fase di espirazione. Del tutto inadatti a fermare un qualsiasi virus, che ha dimensioni inferiori a quelle del tessuto con cui sono fatti quei dispositivi, si rivelano utili allo scopo come il mettersi uno scolapasta sulla testa volendo riparasi dalla pioggia. Per contro sono oltremodo efficaci nella creazione dell’ambiente ideale per la coltura di funghi e batteri e pertanto quantomai dannosi per la salute fisica e mentale.

Li s’impone però come indispensabili per la permanenza in vita di quelle stesse persone, trascurando il significato forse ancora più profondo ed esplicito di tali dispositivi in termini simbolici.

A quelle stesse persone si vogliono inoltre praticare terapie preventive a base di prodotti tossici e inzeppati di porcherie di ogni genere, a partire da ingredienti procurati mediante pratiche di estrema crudeltà, come residui di feti umani abortiti e di vivisezione di animali, oltre a metalli pesanti, su cui l’industria farmaceutica lucra e si ripromette profitti giganteschi come mai prima d’ora.

Detto sistema di profitto, dalle dimensioni del fatturato incalcolabili, attribuisce a quei prodotti proprietà taumaturgiche, alla stregua di veri e propri talismani, a dispetto dei proclami di scientificità della quale si autoinveste, malgrado siano distruttivi per il sistema immunitario datoci da madre natura. Quello che ha permesso alla nostra specie di sopravvivere per un numero imprecisato di migliaia di anni e di prosperare.

Forse proprio in questa parola sta il problema, dato che chi controlla l’industria farmaceutica e le organizzazioni mondiali che di fatto ne sono le emissarie, è fermamente convinto che la popolazione del pianeta sia cresciuta troppo e determinato a ridurla con ogni mezzo.

Cosa a valere ovviamente solo sugli altri e mai su sé stesso.

L’industria farmaceutica riesce così a rendere obbligatorio l’impiego di quelle terapie preventive per mezzo di un sottopotere politico arrivato all’ultimo stadio della corruzione, che controlla con la forza dei suoi capitali e allo scopo ha fatto in modo non siano sottoposti a regolamentazione alcuna o restrizione alla libera circolazione. Per riservare infine a sé stessa l’immunità dai procedimenti giudiziari.

Che per forza di cose è ammissione e prova inappellabile di colpevolezza.

Dunque, se componenti da feti umani abortiti sono indispensabili per la preparazione di quei prodotti da replicare nei miliardi di dosi che saranno necessarie a regime, con quali metodi ci si procura la “materia prima” nelle quantità necessarie?

Le modalità utilizzate oggi per convincere le persone che se non vogliono morire devono smettere di vivere, ossia a colpi di propaganda, le si è utilizzate a suo tempo per convincere gli appassionati che il criterio primario per valutare la qualità sonora degli amplificatori fosse la quantità di distorsione armonica da essi prodotta.

Proprio perché quelli a transistor, sotto determinate condizioni, ne producevano di meno. Dunque si trattava dell’argomento migliore per convincere il pubblico che suonassero meglio quando in realtà era l’esatto contrario.

Del resto la pubblicità serve a questo, basta fornirle un appiglio qualsiasi. Nel caso degli amplicatori a stato solido era la loro distosione apparentemente minore, che si procedette a ridurre ulteriormente per poi battere sull’argomento in maniera forsennata.

 

Distorsione 0,0000…%

Trattandosi di una questione numerica, era ritenuta irrefutabile. Quando invece proprio il numero si presta meglio di qualsiasi altra cosa a essere manipolato. La distorsione armonica prodotta dallo stato solido appare decine di volte più bassa rispetto al valvolare. Diciamo appare perché resta tale solo fin quando il componente attivo non viene portato oltre la soglia di quel che si definisce sovraccarico, dove assume un andamento verticale formando all’atto pratico un muro al di là del quale non è possibile andare.

Elemento che a sua volta rende palese come la condizione del banco di misura non abbia nulla a che fare con quella del mondo reale.

Vediamo dunque che quello che in sostanza non è solo un difetto ma anche uno dei limiti principali dello stato solido lo si fa passare per un pregio, proprio in quanto permette di dichiarare valori di distorsione molto bassi. Basta solo avere l’accortezza di rilevarli a un punto immediatamente inferiore a quello di sovraccarico, che poi sarà indicato come potenza nominale dell’amplificatore in questione.

Stante la natura del segnale musicale però, caratterizzato almeno in origine da un andamento dinamico oltremodo mutevole, e su un intervallo particolarmente ampio in termini di ampiezza, di fatto quei numeri sono privi di significato. Dato che per tradursi in realtà, o meglio per non trasformarsi in valori percentuali di gran lunga peggiori rispetto allo stesso valvolare, obbligano a un funzionamento su valori medi di erogazione assai lontani da quelli nominali, che di fatto diventano puramente ipotetici.

Infatti nell’utilizzo concreto dell’amplificazione, per via delle stesse caratteristiche del segnale musicale, la potenza nominale non la si sfrutta che per una percentuale infinitesima della durata dell’ascolto. Viceversa le misure e le caratteristiche dichiarate dal costruttore, che vertono sempre e solo su quel dato, danno l’idea esattamente opposta. Ossia che siccome si utilizza un amplificatore da 100 watt, quel dato di potenza sia utilizzabile a piacimento. Proprio come avviene con un faretto o un lampioncino, insomma.

Purtroppo però, come abbiamo visto e ripetuto più volte, l’hi-fi non è una lampadina.

Eppure c’è chi si affanna da decenni nel tentativo di convincere gli appassionati che invece sia tale.

Tanto è vero che queste cose non le dice nessuno e proprio su quei valori ipotetici batte la grancassa propagandistica e per conseguenza ci si regola.

Non a caso sempre di potenza massima si parla e mai di quella a cui tali apparecchiature possono funzionare con segnale musicale, mantenendo un intervallo dinamico non dico pari ma che sia almeno un lontano parente di quello proprio della realtà, restando esenti da distorsioni non solo grossolane ma anche più fastidiose di quelle del valvolare, poiché concentrate su armoniche dispari e di ordine elevato.

Il motivo per cui si agisce in questo modo è semplice. In caso contrario invece che di centinaia si dovrebbe parlare di decimi di watt.

Inutile dire che la cosa sarebbe alquanto inopportuna, non essendo i decimi di watt, oltretutto erogati da apparecchiature grandi, grosse e in genere costose, i più indicati per riempirsi la bocca, da cui l’inevitabile sofferenza per gli effetti sulla nostra percezione e sulla pace mentale del propagandista e dell’appassionato medio.

Le amplificazioni a stato solido dichiarano pertanto un numero di watt generalmente superiore a quello delle valvolari ma nei fatti sono costrette a suonare più piano, proprio per via dell’andamento della loro distorsione, che oltrepassato un certo limite assume le sembianze di un muro e si comporta a tal guisa.

La valvola viceversa ha una distorsione armonica mediamente maggiore, e non di poco. Sulla carta quindi potrebbe sembrare peggiore. Quel dato però cresce in maniera molto più graduale con l’aumentare della potenza erogata, dando luogo a un comportamento sul campo molto più naturale e soprattutto tale da attribuire alla potenza resa disponibile un valore materiale che sul campo si dimostra superiore rispetto a quello dello stato solido.

Anche perché le sue distorsioni sono soprattutto di ordine basso e si verificano soprattutto su armoniche pari.

Non a caso, nelle epoche in cui non si viveva ancora immersi in una realtà parallela era prassi comune l’attribuire a un’amplificazione valvolare di una data potenza la capacità di eguagliare dal punto di vista energetico uno stato solido accreditato di un numero di watt pari almeno al doppio.

Questo dimostra per l’ennesima volta non la mancanza di significato delle misure ma che sono dannose, proprio perché sono il tramite più efficace per far sembrare vere cose che non lo sono assolutamente.

Idee ingannevoli che di fatto vanno a costruire un’immagine di fantasia, del tutto diversa da quel che avviene nel mondo reale.

Si dirà: la colpa non è del numero in sé ma dell’uso che se ne fa.

Giustissimo, ma allora andrebbe anche spiegato come mai i padroni di quei numeri, ovvero quanti si occupano della loro produzione e ne controllano la diffusione, li utilizzino immancabilmente per costruire una realtà fittizia, in funzione di quanto intendono dimostrare di volta in volta.

A quella realtà poi finiscono regolarmente per credere anche loro, restandone intrappolati. Malgrado siano convinti di dominare i numeri con cui la costruiscono e di essere gli amministratori unici e insostituibili della liturgia demenziale che su di essi è basata.

Quella realtà fittizia, inoltre, va sempre al passo con le necessità dell’industria e mai negl’interessi di chi paga presso l’edicola la dimenticabile pubblicazione che quegli stessi individui rendono deliberatamente inadatta a qualsiasi scopo che non sia il diffondere panzane. Per poi lamentare che tutto il settore non ha più il seguito di un tempo: non per amore della musica riprodotta e del desiderio che si diffonda il più possibile, ma perché i contratti pubblicitari ne soffrono per ovvia conseguenza.

A tale proposito, andebbe anche rilevato che chiunque acquisti con regolarità pubblicazioni siffatte, per un lasso di tempo prolungato come avviene di solito e magari solo per la forza dell’abitudine, alfine di cercare di capire meglio quali siano le apparecchiature più meritevoli di essere comperate, distoglie dalla somma utilizzabile allo scopo somme non indifferenti, che in concreto ne rendono più difficoltoso, e alle volte persino impossibile, l’acquisto.

 

Medioevo, era di giganti dai piedi d’argilla

Se le distorsioni ridotte ai minimi termini erano l’argomento più indicato per sostenere il destino delle amplificazioni a stato solido, tanto valeva allora, o meglio era assolutamente necessario, far si da renderle le più basse possibile.

Il metodo più rapido ed efficace, quindi più conveniente, è appunto il ricorso a tassi di controreazione sempre maggiori, da cui l’abbattimento dei valori di distorsione armonica poi utilizzati per dimostrare la qualità suprema e ineguagliabile dello stato solido.

Su quei numeri si è combattuta una vera e propria guerra, a suon di zeri tra la virgola e la prima cifra significativa, volendo suggerire un’idea di perfezione, dalla quale però ci si allontanava sempre più, man mano che quegli zeri aumentavano. Come del resto la realtà del funzionamento concreto di quelle apparecchiature dimostrava, spesso in maniera impietosa.

Eppure continuavano a essere comperate. da un lato nell’assenza sostanziale di alternative e dall’altro perché per un meccanismo ben noto le persone tendono a dare credito più alle voci altrui che alla propria esperienza. Che per essere messa insieme necessita di tempo, oltre a un minimo di denaro e di sale in zucca. Solo a quel punto permette di capire che non è il numero di persone che sostengono un’idea a renderla migliore.

Spesso, anzi, è vero il contrario.

Dunque basta che la pubblicità di settore martelli per il tempo necessario e con la frequenza asfissiante che le è tipica, ed ecco che la distorsione diventa il nemico pubblico numero 1 o meglio il babau da cui tenersi alla larga quanto più sia possibile. Il suo valore ridotto a termini prossimi all’immisurabilità, con il conseguenze esplodere dei costi necessari alla sua verifica che come sempre si scarica sul pubblico pagante, viene quindi eletto a parametro principe per la definizione della qualità del prodotto e del suono che fuoriesce.

Il che dimostra anche come nella costruzione delle fandonie più inverosimili si parta sempre da un fondo di verità, attorno al quale si costruisce poi una sovrastruttura a piacere, che i media provvedono ad amplificare nel modo ritenuto più confacente.

Se si mette tutto questo in parallelo alla crescita delle potenze che in quel periodo andava di pari passo, ed era anch’essa debitamente osannata dalla propaganda di settore, tantopiù in un periodo un cui la sensibilità media dei diffusori era molto più bassa di quella di oggi e 86 dB veri per watt erano un traguardo da non dare assolutamente per scontato, si ottiene il ritratto dell’amplificazione in sostanza onnipotente, finalmente in grado di liberare l’appassionato dalle costrizioni cui fino ad allora aveva dovuto sottostare.

 

Diffusori come macigni

La realtà era come spesso accade ben diversa. Gli amplificatori del periodo, soprattutto i più rappresentativi, erano in realtà una sorta di giganti dai piedi d’argilla, sostanzialmente non in grado non soltanto di concretizzare sul campo le doti eccezionali da cui li si voleva caratterizzati, ma persino di misurarsi con diffusori che dal canto loro erano realizzati non di rado in modo tale da rendere la vita oltremodo difficile a tutto quanto si utilizzasse per pilotarli.

Questo avveniva innanzitutto in base alla logica dei compartimenti stagni, tipica della forma mentale sempre più diffusa in chi si dedica all’approfondimento esasperato di una qualsiasi materia, dimenticando che quanto esiste nel mondo reale non è mai fine a sé stesso ma interagisce con tutto quel che ha intorno.

In particolare erano così i diffusori di rango maggiore, come tali caratterizzati spesso da crossover complicatissimi e per questo osannati dalla pubblicistica di settore, che invece schifava quelli più semplici e quindi in grado di funzionare meglio. Questo in omaggio alla sua missione elettiva, riguardante il costruire una rappresentazione immaginaria in conflitto permanente con quel che avviene nella realtà.

Nelle intenzioni e nelle certezze dei loro realizzatori, quelle reti di filtraggio dovevano dar vita alla sonorità più rigorosa possibile, proprio grazie alla neutralizzazione delle irregolarità di emissione degli altoparlanti. Il tutto peraltro moltiplicato per il numero di vie crescente che si voleva fosse sinonimo stesso della prerogative del diffusore e ad esse proporzionale.

In seguito si sarebbe compreso che quello è il modo migliore per annientare le capacità soniche di un qualsiasi altoparlante, e di conseguenza del diffusore di cui va a far parte, e poi che quanto ne deriva è molto peggio degli  eventuali difetti d’origine.

Non fosse per il fatto che tali difetti li si deve sopportare solo nel momento in cui si presentano, ossia per una parte del tempo in cui si svolge la riproduzione sonora, mentre i danni causati da reti di filtraggio siffatte li si soffre per il 100% del tempo di funzionamento.

L’approccio indicato, pertanto, è quello di realizzare un altoparlante capace di suonare già per conto suo nella maniera il più possibile corretta, che come tale necessiti del minimo indispensabile di componenti esterni per inserirsi all’interno di un diffusore, a fianco degli altri altoparlanti.

Da quel connubio micidiale inerente le concezioni con cui erano realizzati gli amplificatori dai piedi d’argilla e i diffusori più simili a macigni, derivava la possibilità concreta che maggiore fosse la somma spesa per l’impianto e più lo si andasse a peggiorare.

Come sempre secondo modalità ambigue che potevano far supporre si trattasse veramente del non plus ultra. Ossia sulla base delle sonorità tronfie e ingessate che da sempre sono tipiche degl’impianti di grossa taglia, allestiti a partire da apparecchiature realizzate secondo i metodi della scuola progettistica più retriva.

Caratteristiche che ritroviamo ancora oggi in molti tra quelli di costo elevato, dalla cui sonorità naturalezza, coerenza e vitalità sembrano bandite.

Per come la vedo io, a causa del fatto che determinate soluzioni rappresentano da un lato una tentazione troppo forte cui resistere, e dall’altro vanno a soddisfare l’occhio dell’appassionato, che è necessario convincere prima ancora del suo orecchio.

 

Il compiacimento della vista

Molto ha anche a che fare con quel che si pubblica sulle riviste di settore, a livello fotografico e delle pagine dedicate alle misure, ma di quest’ultimo aspetto ci occuperemo in un’altra occasione.

Dunque una realizzazione interna inzeppata di componenti, ancora meglio se i più voluminosi possibile, è il viatico migliore per il successo presso gli strati più ampi di appassionati, poiché sono stati abituati a osservare tutto in termini quantitativo-dimensionali.

Dunque se c’è tanta roba e bella grossa sotto al coperchio, almeno in termini di componenti, si ritiene probabile che i suoi costi siano tali da meglio giustificare il prezzo richiesto per il prodotto finito.

A parte che un mucchio di componenti, per quanto voluminoso possa essere non equivarrà mai a un’apparecchiatura fatta e finita, affidabile e soprattutto capace di suonare come si deve, credo sia evidente la contraddizione stante nella pretesa di valutare per mezzo di parametri attinenti il portafoglio le caratteristiche di oggetti pensati e realizzati per scopi che con esso non hanno nulla a che vedere.

Dunque una specialità raffinata e oltremodo complessa come la riproduzione sonora di qualità realmente elevata la si riduce al rango di quegli pseudo-ristoranti che si pubblicizzano con “10 euro e mangi tutto quello che riesci prima di scoppiare”, coi quali in linea di principio non vi è differenza alcuna.

Il tutto come sempre a cura della pubblicistica di settore.

Di che qualità possano essere gl’ingredienti dalle pietanze servite in luoghi del genere è questione priva d’importanza per i loro estimatori. L’assurdo è che non ci si rende neppure conto della contraddizione stridente tra gli elementi della questione.

Se poi i componenti interni delle apparecchiature li si dispone in bell’ordine, e magari sono colorati nelle tonalità che meglio incontrano la scala di valori che ciascun appassionato si è costruito nel proprio immaginario, in funzione dei suggerimenti appositamente veicolati dai soliti noti, il risultato è certo: nessuno avrà il coraggio di esprimere una critica, nella certezza di venir sopraffatto da un’orda di talebani urlanti, dominati dalla loro forma di feticismo neppure così latente e dall’ancora più forte determinazione a soffocare qualsiasi voce di dissenso.

Troppo capillare è del resto l’effetto del martellamento eseguito mediante immagini tutte dello stesso tenore, che raffigurano appunto realizzazioni interne rigorosamente all’insegna di una ricchezza faraonica. Spesso altrettanto rigorosamente fittizia, in quanto ottenuta sovente da componenstistica andante, scelta in primo luogo per la sua economicità. Dato che al moltiplicarsi del numero di componenti deve per forza ridursi il loro costo unitario.

Tutto insomma sembra fatto apposta per sollecitare l’istinto di possesso dell’osservatore attraverso il senso della vista. Batti oggi e batti domani, ci si convince che le cose per essere fatte bene debbano essere proprio così.

D’altronde non si hanno altri criteri di valutazione che non siano quello quantitativo. Dieci transistor finali messi in fila come soldati su un’alettatura poderosamente smisurata e moltiplicata per due saranno sempre meglio di una coppia. Per la quale un radiatore siffatto, e costoso, sarà ovviamente inutile. Un bel preamplificatore imbottito di valvole fino a farne una stufa dev’essere per forza superiore a quello che invece ne ha solo un paio, tristemente sperdute all’interno di un telaio che a quel punto sembra fin quasi esagerato per quel contenuto tanto misero.

Oltretutto a formare e inculcare idee simili ci è applicati per decenni nell’ambito della pubblicistica di settore, moltiplicata nei suoi effetti dalle moltitudini in perenne espansione di “wannabe“, in italiano vorrei ma non posso (e soprattutto non sono all’altezza) che da forum e social dedicati alla riproduzione sonora trasformano quel martellare inesausto in un bombardamento a tappeto, dal quale non c’è più modo alcuno di scampare.

Certo, si potrebbero spegnere pc e telefonino, ai quali siamo talmente abituati a devolvere porzioni sempre più importanti del nostro tempo di vita che senza di essi ci sentiremmo come ci si sentiva una volta in mancanza di un braccio o di una gamba. Ma, soprattutto al giorno d’oggi, chi potrebbe desiderare di essere similmente menomato, tantopiù in una realtà che impone la perfezione estetica, basata anche e soprattutto sulla presenza e sul costo di tali accessori oltre alla capacità d’interagire con essi, quale canone primario dello status sociale immerso in un contesto dominato da un edonismo ancor più che esasperato?

Dunque, eccoci ancora una volta al paradosso: apparecchiature presentate come onnipotenti, grazie a un carnet di caratteristiche tecniche di rilievo assoluto, che all’atto pratico si rivelavano, e si rivelano, totalmente incapaci di svolgere il proprio ruolo, quello riguardante la riproduzione sonora ad alta fedeltà.

Definizione che a quel punto diventa solo di comodo, del tutto svincolata dal suo significato concreto che una legione d’interessati scribacchini si affanna a ripetere in maniera ossessiva fosse impossibile da ottenere.

Al suo posto le sonorità che ancora oggi vanno per la maggiore, soprattutto nell’alto di gamma: tronfie, roboanti, goffe e senza il sia pur minimo cenno di vitalità, ma in compenso di un’artificialità disarmante, tutta all’insegna dell’effetto speciale.

Malgrado ciò la stragrande maggioranza del pubblico le identifica all’istante come il connotato più tipico e riconoscibile dell’alto di gamma, attribuendovi il valore di sinonimo di riproduzione sonora più desiderata e meritevole.

Quando invece è l’esatto contrario, proprio in quanto non ha nulla a che fare con le sonorità reali, quelle che si possono ascoltare dal vivo, o meglio è quanto di più lontano da esse, assumendo pertanto una connotazione squisitamente autoreferenziale. Tuttavia gli appassionati, nella loro stragrande maggioranza, non si pongono neppure il problema, abituati come sono a quelle sonorità e ad attribuire ad esse una valenza immeritata.

In conseguenza tendono a rifiutare le sonorità più verosimili, spesso appannaggio di apparecchiature meno costose e quindi meno complesse, proprio in quanto non rispondono al modello ormai affermatosi della sonorità da alto di gamma, che è stato insegnato loro ad apprezzare.

Si tratta di un paradosso nel paradosso, ossia dell’apoteosi dell’assurdo, ma tale è la forza dell’abitudine che non solo non ci si fa più caso, ma addirittura si guarda con sospetto a chi o a cosa suggerisca un’alternativa.

Che le apparecchiature meno costose, e quindi meno complesse, tendano spesso a suonare meglio, proprio in termini di vitalità e naturalezza, anche se con meno enfasi e in maniera non così roboante è stato rilevato più volte in questa sede. Del resto è noto che le dimensioni dei problemi siano proporzionali a quelle degli oggetti da cui traggono la loro origine, come descritto in un articolo dedicato all’argomento.

 

Fine della prima parte

 

 

Potrebbe interessarti anche

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *