Cavi, diatriba senza fine/2

Nella scorsa puntata di questo articolo abbiamo fissato alcuni elementi essenziali per quel che riguarda la funzione dei cavi nella riproduzione audio.

Per prima cosa abbiamo detto che il cavo ha un effetto essenzialmente, ma non solo, sottrattivo. Il cavo migliore, allora, è quello che effettua la sottrazione minore, ovvero lascia passare inalterata la massima parte del segnale. Ciò vuol dire che per fare la differenza nei confronti di un altro di caratteristiche inferiori, per un cavo è imprescindibile l’esistenza già nell’impianto di un margine in termini di qualità sonora. Solo in tal caso potrà evidenziare la sua minor sottrattività rispetto a un esemplare meno efficace. Proprio perché un cavo non può inventare una qualità sonora che non esiste.

In secondo luogo occorre evitare di fare confusione tra l’elemento tecnico e quello commerciale. Un cavo di prezzo più alto non è necessariamente migliore di uno più abbordabile. Pertanto giudicare i cavi come troppo costosi, valutazione soggettiva di un dato che può avere una molteplicità di origini diverse, non ha nulla a che vedere con le loro capacità di trasferimento del segnale.

Terzo, i cavi di origine industriale, ossia quelli prodotti in serie, risentono in larghissima maggioranza, per forza di cose, delle limitazioni relative alle modalità di produzione da cui derivano. Sono orientate verso le tipologie più richieste, quelle che permettono all’industria di settore di tenersi a galla.

Quarto, i cavi di collegamento tra sorgenti e amplificazioni, tra queste e i diffusori, e più in generale tutti quelli che si trovano all’esterno delle apparecchiature, sono soltanto una parte del cablaggio presente in un impianto. Ne deriva che anche il cavo migliore di questo mondo non può fare miracoli, andando a “bonificare” solo una parte di esso, non di rado minoritaria.

Ripartiamo proprio da qui, ossia dalla questione inerente i cablaggi interni.

Trascurandoli, i cavi posti all’esterno delle apparecchiature possono fare solo quello che possono. Migliorano si la situazione, ma fino a un certo punto. Quindi non ha molto senso lamentarsi dell’effetto ridotto ottenibile sostituendo solo i cavi a vista dell’impianto, dato che nei cabinet di sorgenti, elettroniche e diffusori ce n’è spesso in misura maggiore.

Va detto comunque che se di cablaggio interno si tratta, per quanto di qualità generalmente scarsa in base alla legge del “Quello che si vede è di camicia“, siamo già fortunati. Dato che altrimenti si tratta di piste di circuito stampato: oltre a possedere generalmente qualità di conduzione peggiori, sono di sostituzione ben più difficoltosa e di conseguenza costosa, ammesso che sia possibile.

 

Quest’immagine credo sia più eloquente di mille parole. Mostra quel che succede quando ci si limita a curare, sia pure al meglio, i cavi esterni. E’ evidente che oltre certi limiti non si possa andare, proprio per l’inadeguatezza cronica di quel che si trova al riparo degli sguardi.

 

Ecco perché, una volta curati al meglio i cavi esterni in un impianto di buon valore, il salto qualitativo che si ottiene andando a sostituire per quanto possibile anche il cablaggio interno, alimentazioni comprese, determina risultati che non solo sono di grande rilievo, ma in larga parte inattesi. Non di rado, a seguito di tale intervento, se eseguito mediante un conduttore davvero efficiente, si verifica un miglioramento proporzionalmente maggiore rispetto a quello verificatosi con la sostituzione dei cavi esterni. Alla riaccensione delle apparecchiature interessate da interventi di questo tipo, la loro sonorità può risultare fin quasi irriconoscibile, per via dell’incremento qualitativo che evidenziano, ferme restando le caratteristiche di base della loro timbrica.

Le motivazioni le vedremo più avanti.

Del resto chi sarebbe così pazzo da mettere uno spezzone di cavo indifferenziato in testa e in coda ai pregiati cavi per diffusori o di connessione che ha appena comperato? Credo nessuno. Eppure è proprio questo che avviene, data la realtà che si cela dietro i morsetti d’ingresso dei diffusori, i connettori RCA messi in bell’ordine sui pannelli posteriori di sorgenti ed elettroniche.

La sola differenza è che certe cose non le vediamo. E allora, come recita l’adagio popolare, occhio non vede, cuore non duole. L’orecchio invece se ne accorge. Soprattutto quando lo si pone di fronte alla differenza tra un cablaggio interno abbandonato al proprio destino in base ai dettami della logica industriale e uno curato alla stessa identica stregua dei cavi esterni.

 

Il punto dolente

Prima di continuare credo sia necessario riflettere per qualche istante ancora sulla questione inerente i costi dei cavi.

Opinione sostanzialmente unanime, è che siano troppo costosi. soprattutto in relazione a quanto da essi offerto, che però come abbiamo visto può essere valutato in modo arbitrario per una serie di motivi che con le effettive qualità del cavo non hanno nulla a che vedere. Più spesso invece riguardano le modalità opinabili con cui ci si approccia ad essi.

In particolare si può rilevare che nei confronti delle apparecchiature, sorgenti, amplificazioni o diffusori che siano, malgrado anch’esse negli ultimi tempi siano sempre più caratterizzate da prezzi privi di ogni senso della misura, non c’è la stessa acrimonia generalizzata riscontrabile nei confronti dei cavi. Un pre solo linea da 15 o 20 mila euro oggi non fa più caldo né freddo, molti anzi dichiarano apertamente di sognarne il possesso e che se avessero a disposizione la somma necesssaria si precipiterebbero a comperarlo. Questo malgrado il suo prezzo di vendita sia potenzialmente meno giustificabile rispetto a un cavo di segnale o di alimentazione che costi un decimo di quella somma.

Credo che anche in questo caso ci troviamo di fronte a un caso tipico di indignazione selettiva: siccome il preamplificatore ha un aspetto curatissimo, è rifinito in maniera principesca e quindi risveglia in modo efficace la nostra brama di possesso, oltretutto secondo una modalità tipicamente feticistica, siamo pronti prima di tutto a livello istintivo a trovargli una giustificazione. Anche perché va a rappresentare un incentivo alla nostra passione.

Infatti se dinnanzi al pre, al finalone con vu meter stile grande schermo o al diffusore ipercostoso e dall’aspetto rutilante l’audiofilo medio si genuflette automaticamente in adorazione, farlo con un cavo non è altrettanto istintivo e sembrerebbe ancor meno dignitoso.

Pertanto, il cavo che costa dieci volte meno dell’esempio appena fatto deve per forza di cose essere una truffa. Anche se magari dietro ci sono più studi, sforzi realizzativi e dispendio di materie prime molto costose rispetto al preamplificatore da nababbi, che oltretutto 99 volte su 100 si rifà a modalità progettuali arcinote, con qualche modifica di dettaglio, per poi equipaggiarlo con una veste studiata con la massima cura, in primo luogo per dare nell’occhio.

Tralasciamo poi che oggi c’è gente che spende una somma pari al costo del cavo esemplificato per una coppia di valvole di segnale usate, appartenenti alle serie più ricercate e vendute come NOS. Ma al riguardo non si trova nulla da ridire. Dato che queste almeno si illuminano.

Chissà allora che mettere qualche lampadina di colore appropriato all’interno di un cavo non possa essere l’idea del millennio.

D’altronde dal cavo non si ricava più di tanta soddisfazione nel rimirarlo. Seppure, una volta preso atto delle sue sembianze più o meno pitonate, che siano un pretesto o meno, lascia all’incirca il tempo che trova. Proprio perché incapace di per sé a scatenare le stesse pulsioni di un frontale sapientemente disegnato e superbamente finito lucidandolo a specchio, malgrado dietro ad esso ci sia sempre più spesso il nulla o quasi.

Del resto se dire “ho preso il pre tal dei tali e l’ho pagato 15.000 euro”scatena all’istante un coro di oooh e aaahh da parte degli amici, anche se poi suona come una motosega, e ogni riferimento a fatti ed apparecchiture realmente esistenti è del tutto casuale, nel momento in cui si aggiunge che gli si è attaccato un cavo che costa 10 volte meno si viene guardati come se si fosse un vecchio zio un po’ tòcco.

Del resto nell’immaginario dell’audiofilo-tipo, mai ristretto come in questo caso, un cavo è un cavo. Quindi si ritiene che non possano esistere modalità progettuali o realizzative tali da differenziare più di tanto un esemplare da un altro. Tanto vale allora spenderci il meno possibile.

Eccoci di fronte a un altro esempio di frame, concetto che valuteremo meglio tra poco, ancora una volta di efficacia senza pari nel pilotare a distanza l’attività cerebrale, anche se forse sarebbe meglio parlare di inattività, e causare l’impossibilità concreta per gli appassionati di andare oltre certi limiti qualitativi.

Il motivo è presto detto: se la sottrattività di un cavo senza infamia e senza lode può essere tutto sommato adeguata alle caratteristiche sonore di un impianto di qualità media, nel momento in cui se ne vanno a sostituire i componenti con altri di livello superiore quello stesso cavo diventa inadeguato. Non solo penalizza le prestazioni complessive dell”impianto, ma impedisce anche  che le doti musicali delle apparecchiature di rango maggiore si esprimano a dovere. Proprio perché il collo di bottiglia che costituisce nega di fatto il loro evidenziarsi.

Un ulteriore aspetto riguardo al costo dei cavi audio di origine industriale riguarda il loro essere un oggetto tipicamente perdente. Vediamo il perché.

Per cominciare il cavo audio deve essere racchiuso in una confenzione attraente, che ha il suo costo, potenzialmente superiore a quello vivo della materia prima. Inoltre è commericalizzato in un numero di esemplari non particolarmente ampio, oltretutto per mezzo di una filiera distributiva sostanzialmente anti-economica per via dei costi accessori di cui si deve fare carico. Va ricordato infine che sul suo prezzo al pubblico una serie di accise e balzelli va a incidere per oltre il 50%.

Quindi il cavo audio di marca si trova spiazzato dal fatto che non può sfruttare le economie di scala che mediante la massificazione del prodotto portata alle estreme conseguenze, come la dislocazione delle sedi produttive nelle zone dove i costi sono minori e l’abbattimento del potere d’acquisto salariale e delle tutele sociali. Elementi, questi, che hanno contribuito ad ammortizzare la tendenza alla crescita dei prezzi di una lunga serie di prodotti, sia pure a fronte della vera e propria esplosione verificatasi a seguito dell’introduzione della moneta unica. Esemplificata da tutto quanto per un motivo o per l’altro non possa usufruire delle opportunità appena elencate. Basta andare in un ferramente e vedere quanto chiedono per una lampadina, un barattolo di flatting di qualità appena decente o per un qualsiasi attrezzo che non sia fabbricato in Cina o in Vietnam, ammesso che si riesca a trovarlo.

Altrimenti si può andare dal droghiere e chiedere quanto costa un pacco di pasta, che oggi deriva da grano modificato geneticamente e poi irrorato con quantità surreali di veleni cancerogeni, e pertanto non è più neppure il pallido simulacro di quello che era venti anni fa, malgrado fosse venduta alla decima parte del prezzo attuale.

Infine se si parla di prezzi, anche di quelli dei cavi, andrebbe sempre ricordato che dal 1970 il valore reale dei salari è in continuo calo a livello globale.

 

Questo grafico mostra l’andamento del valore reale dei salari a partire dal 1940.

 

Il lato tecnico della questione

Questo dal punto di vista commerciale ed economico. Dal punto di vista tecnico, invece, come abbiamo visto nella scorsa puntata il cavo di origine industriale risente delle limitazioni indotte dalle sue modalità di produzione. Quindi si tratta di un prodotto che in sostanza è stretto tra due fuochi: da un lato non può usufruire della massificazione portata alle conseguenze più estreme tipica della stragrande maggioranza dei prodotti oggi in vendita, mentre dall’altro non riesce a differenziarsi adeguatamente dal prodotto consimile destinato agli impieghi universali, quello reperibile presso elettricisti, ferramenta e supermercati del fai da te.

In questi luoghi si dovrebbe andare a chiedere il prezzo di un quantitativo minimo di cavo a metraggio per rendersi conto che anch’esso è tutt’altro che regalato. E oltretutto non necessita di terminazioni, fatte di solito con materiali alquanto costosi, mentre per una spina in pura plastica, sempre fabbricata in Cina, sono capaci di chiederti più di 5 euro.

Dunque, il cavo audio viene indicato come colpevole senza possibilità di appello, quando in realtà è solo strumento passivo di una realtà che proprio mediante i metodi sopra descritti si cerca in ogni modo di nascondere agli occhi di masse che, per quanto di nicchia, non chiedono altro che di restarne all’oscuro.

I motivi di questo stato di cose li abbiamo descritti già nella scorsa puntata: sono semplicemente le conseguenze del sistema capitalista nel momento in cui giunge a un grado perfezionamento paragonabile a quello attuale, che di fatto va ad abbattere i motivi stessi della sua esistenza. Questo avviene perché il capitalismo non può fare altro che calpestare selvaggiamente tutto quanto ha intorno a sé, per ridurlo a una poltiglia informe da divorare con la facilità maggiore: si tratti di materie prime, ecosistemi, diritti sociali o qualsiasi altra cosa si trovi sulla sua strada non fa alcuna differenza. In quanto tale, arriverà fatalmente al punto di fagocitare anche sé stesso.

In definitiva, allora, il cavo audio viene criminalizzato per motivi che originano altrove. Un po’ come se ci dicessero che il colpevole dell’omicidio efferato che monopolizza le prime pagine dei giornali è la pistola da cui è partito il colpo mortale.

 

 

Il cavo di segnale Audio 2C Zen IC-1

 

Il “cavo con guadagno”

Resta ancora un elemento, concernente la pretesa di “misurare” i cavi: purtroppo non esiste procedura che giustifichi la propria esistenza, ovvero che sia capace di esprimere una correlazione tra sensazioni d’ascolto e parametri numerici. Se questo accade già per le apparecchiature, nei confronti delle quali un qualche approfondimento c’è stato, figuriamoci per i cavi, che sotto molti aspetti rappresentano tuttora una sorta di oggetto del mistero. Non perché nascondano chissà quali magie, ma per il semplice fatto che non si è ritenuto valesse la pena perderci più di tanto tempo, quantomeno a livello ufficiale.

In sostanza, in certi ambienti predomina ancora il concetto anacronistico che diede luogo alla definizione di “cavo con guadagno”. Era di uso comune decenni orsono, quale attributo per gli amplificatori che esibivano doti di neutralità e trasparenza superiori alla media.

Prima di addentrarci nell’argomento, dedichiamo qualche istante a un concetto fondamentale, che riguarda il linguaggio.

Per il suo tramite si costruiscono delle immagini, proprio come quella del cavo con guadagno, che anche se non ce ne rendiamo conto vanno a influenzare profondamente il nostro modo di vedere le cose e rapportarci ad esse. Si tratta del cosiddetto frame, cornice o meglio recinto concettuale all’interno del quale in sostanza si va a racchiudere il nostro pensiero.

Ecco perché è fondamentale chiamare sempre le cose con il loro nome, rifuggendo dalle tentazioni neolinguistiche oggi in voga come non mai. Proprio perché per il loro tramite si modifica la percezione della realtà, a tutti i livelli, con lo scopo di sostituirla con una sua rappresentazione virtuale, la cosiddetta narrazione, atta a pilotare la percezione e il sentimento comune nelle direzioni preferite da chi ha interesse al riguardo, principalmente a livello sociale ed economico.

Le conseguenze di questo meccanismo sono rese nell’evidenza migliore proprio dall’esempio del “cavo con guadagno”. Formula che impone tuttora a una platea alquanto vasta un concetto predigerito, da applicarsi con la facilità maggiore, quindi in maniera sostanzialmente automatizzata. A quel punto si automatizza anche l’azione che segue al pensiero, che poi è proprio lo scopo del frame.

Si arriva così al paradosso descritto nella scorsa puntata, ossia all’idea del cavo audio come unico elemento dell’universo privo di caratteristiche proprie, di conseguenza incapace di produrre un quasiasi influsso su quanto interagisce con esso.

 

Misurare i cavi?

Effettuata questa digressione, forse non così breve ma necessaria, torniamo alla questione delle misure, e quindi dei parametri che secondo l’ortodossia definiscono il comportamento di qualsiasi cavo: R, L e C. Ovvero resistenza, induttanza e capacità.

Il primo ostacolo, per ora definitivo, contro cui si è scontrato chiunque abbia affrontato i cavi con velleità misuristiche, è che modelli diversi che sul banco di misura esibiscono una quasi perfetta similitudine per quei valori, una volta portati in sala d’ascolto si mettono a suonare ciascuno a modo proprio. A questo proposito appare improbabile dipenda dal fatto che li si è spostati dall’uno all’altro di quei luoghi. Forse, allora, c’è qualcosa che va oltre R, L e C.

Il problema è che persino l’accenno più vago a un’ipotesi del genere è più che sufficiente per scatenare l’ira di taluni. Personaggi oltremodo aggressivi, proprio nella necessità di mascherare l’impreparazione di fondo ad affrontare le risultanze che una verifica non del tutto superficiale dei diversi fenomeni verificabili nella riproduzione sonora pone di fronte a chiunque abbia la volontà di osservarle, e per quanto possibile di tenerle in considerazione.

Consci del fatto che proprio quell’intolleranza nei confronti di tutto quanto vada oltre l’ortodossia ormai anacronistica rappresenta una ricetta infallibile per allestire gli impianti più mediocri che sia possibile immaginare, e a costi in ogni caso rilevanti, abbiamo un incentivo in più per scoprire che proprio sforzandosi di immaginare quel che potrebbe andare oltre i tre parametri definiti come  fondamentali, ma che in sostanza lo sono fino a un certo punto, e poi provando a metterlo in pratica, si può realizzare un cavo dalle caratteristiche sonore inattese. Ma che soprattutto si comporta in maniera diversa e più apprezzabile rispetto alla media dei cavi di origine industriale, sia pure di prezzo non indifferente.

 

Le potenzialità del cavo

Di qui lo sprone per andare avanti in una piccola e modestissima ricerca, ispirata proprio dall’aver verificato la difficoltà insormontabile, per i cavi “commerciali”, di andare oltre precisi limiti prestazionali.

A questo proposito, se si desidera un cavo che abbia bassi più evidenti, una gamma alta allineata in certo modo e così via non ci sono problemi, a parte il reperire quello dalle caratteristiche desiderate, che già di per sé non è cosa da poco. Se ne incontrano molti di più invece nel momento in cui si prova ad andare oltre le diversità di ordine timbrico, che rappresentano solo l’aspetto più elementare della riproduzione sonora di qualità realmente elevata.

In questo caso ci si trova regolarmente dinnanzi a un ostacolo invalicalibile, anche nell’impiego di cavi “commerciali” dal costo tutt’altro che indifferente. Un po’ come se dal punto di vista prestazionale avessero tutti un plafond sostanzialmente impossibile da oltrepassare.

Magari qualcuno potrebbe avermi preso in parola e chiedermi se l’impianto utilizzato per tali verifiche avesse effettivamente i margini qualitativi necessari per far che un cavo migliore di tanto potesse evidenziare le proprie caratteristiche. Proprio perché abbiamo detto che il cavo non può “inventare” una qualità sonora che non esista già nelle apparecchiature che collega.

A giudicare dai risultati ottenuti, andati oltre le aspettative, e su parametri che vanno oltre il mero elemento timbrico, quel margine c’era eccome. Tuttavia persino cavi di prezzo tuttaltro che indifferente non solo lo nascondevano, ma non ne facevano neppure sospettare l’esistenza.

Riflettendoci, proprio questo potrebbe essere uno dei motivi per cui i cavi sono così malvisti: utilizzarne di realmente efficaci potrebbe far capire a molti appassionati che non c’è alcun bisogno di continuare a cambiare apparecchiature secondo modalità sostanzialmente compulsive. Oltretutto col solo risultato perpetrare la propria insoddisfazione, sia pure alimentando un consumismo senza senso ma che per alcuni è molto remunerativo.

Invece, si dovrebbe cercare innanzitutto di mettere ciò che si ha nelle condizioni di poter funzionare come può e come deve. E solo in seguito, una volta che si sia davvero in grado di valutarne i limiti oggettivi, pensare a sostituire quello che si ritiene non vada come dovrebbe.

Questo però non avverrà mai se si applicano le regolette idiote del 10% del costo dell’impianto. Anzi, è il metodo migliore in assoluto per restare sempre fermi al punto di partenza vita natural durante.

Forse è proprio per questo che la pubblicistica di settore le ha diffuse con tanto zelo e continua tutora a farlo.

Proseguendo nella propria modestissima ricerca, si potrebbe arrivare a comprendere che i cavi hanno potenzialità ragguardevoli, in entrambi i sensi. Se possono far esprimere a un buon impianto doti sonore che non si sarebbero mai sospettate, sono anche capaci di penalizzare a fondo la più valida delle catene. Ecco perché, oltrepassato un certo livello qualitativo, i cavi sono l’elemento più efficace nel produrre degrado.

In sostanza, allora, uno dei primi insegnamenti che detta ricerca ci elargisce è innanzitutto qualcosa di evidente ma ugualmente trascurato dalle fonti “ufficiali”: ciò che definisce il comportamento di un cavo nelle condizioni del mondo reale non è fatto di sola conduzione.

Elemento a sua volta illuminante per la limitatezza della visuale tecnica che tuttora si arrocca ostinatamente su posizioni che considerano in maniera del tutto parziale quel che avviene nella realtà. In sostanza mediante l’esecuzione del solito auto-inganno orwelliano, il cui elemento fondamentale sta nel negarlo con sé stessi l’istante successivo che lo si è fatto.

Per forza poi non si trovano le correlazioni: si insiste a lasciare deliberatamente da parte certi elementi, per trascuratezza, negligenza, pigrizia, incapacità non dico di accettare, ma di prendere solo in considerazione quanto non sia scritto nei libri sacri, osservati secondo un’ottica para-religiosa. Per non parlare della difficoltà di riprodurre in laboratorio o sul banco di misura quanto prodotto da componenti ritenute trascurabili, ma che invece hanno un’importanza considerevole, non riuscendo a metabolizzare i concetti che ad esse presiedono. Con un simile assortimento di palle al piede, è evidente che non si va da nessuna parte. E i risultati non arrivano.

Non perché i fenomeni non esistano, anzi sono evidenti nel loro presentarsi di fronte a noi, appena gliene diamo l’opportunità. Che ovviamente non si ha conducendo talune esperienze con impianti scalcinati, residuati di discarica o anche apparecchiature enormemente costose, ma il cui comportamento le fa somigliare più che altro a dei cadaveri.

Altrettanto inutile e anzi fuorviante è organizzare prove di laboratorio a partire da una rappresentanza di cavi tutti gravati dalle stesse limitazioni di fondo, confondendo ancora una volta il lato commerciale con quello tecnico. E’ evidente che per il loro tramite si andrà a osservare solo una porzione limitata della realtà, ricavandone indicazioni profondamente ingannevoli, anche se in apparenza degne di fede.

Questo porta a un ulteriore elemento, riguardante ciò che si è convinti di misurare e quel che invece si misura effettivamente.

Del resto, anche se per ipotesi si avessero a disposizione cavi dalle caratteristiche meno limitate, a mancare sarebbero i parametri atti a valutarli.

Come sempre allora è questione di teste, che evidentemente più in là di tanto non riescono ad andare, prima ancora che di apparati uditivi. Purtroppo però, certe cose non c’è somma al mondo che permetta di comperarle.

 

L’orchestrale e il bluesman

Mi si dirà: “ma come, gente che ha studiato tanto”. Verissimo, però si dovrebbe iniziare col vedere in quale direzione sono stati diretti quegli studi e soprattutto se il contesto entro il quale li si è effettuati è volto effettivamente a un ampliamento della conoscenza o invece a produrre un discrimine, tra chi deve arrivare e chi no in base alle convenienze e alle limitazioni del sistema di selezione, oppure a causare vere e proprie limitazioni, con l’utilizzo di modalità tipicamente zootecniche. A questo riguardo un esempio che reputo calzante è dato dal paragone tra il musicista sinfonico e il bluesman, che spesso è un autodidatta.

Il primo è reduce da anni e anni di studi faticosissimi e oltremodo selettivi presso conservatori e simili. Ne deriva la capacità di suonare in maniera perfetta anche le partiture più complesse, la conoscenza a menadito delle regole di esecuzione, armonia e composizione. Tutto questo però ha un limite pratico, altrettanto grande, dato dall’incapacità di spiccicare tre note in croce che non siano già scritte. A questo hanno portato proprio gli anni di studio affrontati secondo determinate regole e presupponendo fini altrettanto precisi, che riducono in sostanza a una sorta di automa: infallibile nell’applicare con precisione estrema le istruzioni vergate sul pentagramma ma non in grado di andare oltre ad esse, anche se di un solo millimetro.

Una testimonianza autorevole al riguardo è quella data a suo tempo da Jean Luc Ponty, forse il più grande virtuoso del violino nell’ambito della musica moderna. Non ha difficoltà a raccontare di essere letteralmente fuggito dal conservatorio, nel momento in cui ha capito cosa stava facendo di lui e della sua creatività.

Il bluesman invece non sa un’acca della musica scritta, che infatti sa leggere solo in rari casi. Quindi suona a orecchio e di qualunque musica composta da altri non può che dare un’interpretazione di massima, sia pure molto personale e che a volte può essere meglio dell’originale. Due esempi su tutti: le beatlesiane “With a little help from my friends” e “She came in through the bathroom window” nell’interpretazione di Joe Cocker. Però per esprimersi con il suo linguaggio, qual è a tutti gli effetti la musica, il bluesman non ha bisogno di pentagrammi né di direttori d’orchestra che gli suggeriscano tempo, intonazione e intenzione: Pure da autodidatta lo padroneggia alla perfezione, tanto è vero che basta dargli uno strumento e lasciarlo suonare. Si rivelerà capace di improvvisare e andare avanti per ore, tenendo avvinto l’ascoltatore con la sua esecuzione, che non di rado risulta anche più godibile. Proprio perché frutto di istintività e inventiva, che spesso risultano più schiette e dotate di maggior comunicativa rispetto a quanto costruito a priori coi metodi canonici di composizione.

Essendo maggiormente ponderati, i risultati di questi ultimi possono risultare in qualche modo “costruiti” o peggio artefatti, oltretutto secondo regole alle quali semplici considerazioni di opportunità suggeriscono di non contravvenire. Fino a che arriva uno come Thelonious Monk.

 

Punti di vista opinabili

Questo discorso vale anche come introduzione all’argomento riguardante i trattatelli redatti da progettisti di diffusori, ai quali si vede spesso fare riferimento, quando si parla di cavi.

Conosco o ho conosciuto personalmente entrambi i loro autori. Con uno sono stato fianco a fianco per anni nella stessa redazione, durante i quali ha vagliato i miei articoli dedicati ai diffusori, rivelandosi di umanità assai maggiore rispetto ad altri personaggi di spicco in quell’ambiente. Tanto è vero che a un certo punto ha preso la sua strada, lasciandoli andare al loro destino, fatto di fallimenti a ripetizione. Quindi mi sento legato a lui in modo particolare, malgrado oggi non sia più con noi.

Ecco perché quello che mi accingo a dire causa in me un disagio notevole, ma non per questo ritengo vada sottaciuto. Proprio non capisco come una persona di tale esperienza abbia potuto scrivere in modo simile sull’argomento, andando a mettere in discussione la sua stessa padronanza riguardo ai principi stessi della progettazione di diffusori. Tipologia di oggetti nella quale i cavi rivestono un’importanza ancora maggiore che in altri ambiti, ma che non a caso ci si ostina spesso a trascurare. O meglio li si mette li in maniera quasi casuale, solo perché non se ne può fare a meno.

In comune con il contributo proveniente dall’altro progettista, tuttora vivo e vegeto fortunatamente, ravviso una volontà di approcciarsi al problema in maniera parziale, al punto di far sorgere il dubbio che sia originata da una componente sostanzialmente ideologica. Il trascurare elementi di rilievo concreto e una serie di contraddizioni e di leggerezze evidenti per chiunque abbia approfondito sia pure in parte la materia, determinano una valutazione al riguardo che definirei interlocutoria. Certamente un’analisi di quegli scritti richiederebbe uno spazio, e soprattutto una disponibilità da parte del lettore che non credo permetta di affrontare qui argomenti simili.

Quegli scritti mi sono sembrati, insomma, un’opera assimilabile a quella del musicista di conservatorio, incapace di andare oltre quanto a suo tempo codificato. Meglio ancora, pronti a usare ogni appiglio che permetta di trascurare i limiti oggettivi della scuola di pensiero cui si rifanno. Atteggiamento, questo, che come ho già scritto altre volte è abituale in certi ambienti, all’interno dei quali si tende a non considerare tutto quanto possa mettere in discussione le proprie tesi e soprattutto i risultati cui si intende pervenire. Dando invece il più grande rilievo a tutto quanto li possa favorire in qualche modo.

La lettura di quei lavori, inoltre, quasi all’istante ha suscitato in me la sensazione si basino su un impianto squisitamente teorico, improntato alla più stretta ortodossia. Ne è conseguita una domanda, riguardante l’eventualità che quegli autori si siano mai cimentati nella realizzazione pratica di un cavo e nella verifica dei suoi effetti.

Subito dopo, però, mi sono reso conto della sua ingenuità: è evidente che sulla base di un approccio alla materia come il loro, da tale sperimentazione non sarebbe potuto uscire fuori nulla che non confermasse appieno i postulati dai quali trae origine. Dato che è proprio la forma mentale con cui la si effettuerebbe a permettere di realizzare soltanto un esemplare perfettamente identico alle migliaia di altri che lo hanno preceduto.

Quindi non potrebbe che essere caratterizzato da identiche limitazioni, che a loro volta impediscono di prendere atto di una determinata realtà. Appunto quella che R, L e C contano fino a un certo punto e che proprio sforzandosi di capire cosa c’è oltre ad esse, cercando poi di metterlo in pratica, può essere un modo per andare oltre i limiti generalmente correlati a questo tipo di prodotti.

Per ora ci fermiamo qui. Nella prossima puntata, che poi sarà l’ultima, cercheremo anche di dare una risposta alla serie di quesiti sui cavi che con frequenza maggiore sono formulati dagli appassionati.

 

 

 

 

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2 Comments
  1. Reply daniele domenicali 08/01/2018 at 12:34 pm

    Commento qui quello che avrei voluto commentare sulla pagina di http://www.claudiochecchi.it perchè non sono abbastanza intelligente per dare la risposta corretta al captcha, a quanto pare. Gentilissimo Claudio. Grazie per la tua cortese risposta circa il malfunzionamento del captcha.
    Leggendo il tuo articolo, e tanti altri su molti siti audiofili, si ha l’impressione che una scala di valori di importanza nelle valutazioni, sia completamente sparita, abolita. La relatività ad un punto di riferimento comune, condizione indispensabile in ogni descrizione, racconto, direi addirittura interazione interpersonale, perché queste possano essere fruite, accrescere una conoscenza o stimolare un confronto, non sembrano più avere importanza alcuna. Se “…i cavi audio hanno una importanza fondamentale…” come si deve definire l’importanza dei diffusori, della sorgente, della risposta acustica della stanza di ascolto e di almeno un’altra mezza dozzina di parametri, questi si davvero fondamentali? Perché questa parossistica, iperbolica, smodata importanza in elementi del tutto secondari? Se un impianto in una data sistemazione vale X, una coppia di cavi del costo di migliaia di euro quanto può aggiungere a X? 0.0001 di X? Oppure realisticamente quanto? Se spostare tutto da casa propria a una sala da ascolto, migliorerebbe X di 0.1 cioè del 10 per cento, o 20 % (come ipotesi. So che non è misurabile strumentalmente ma il ragionamento relativo rimane valido) cambiare cavi con cavi esoterici, in proporzione, quanto aumenterebbe?! L’infinitamente piccolo non può venir descritto bypassando graziosamente il suo proprio ordine di grandezza solo perchè non è possibile una misurazione strumentale di un fenomeno soggettivo. Forse Danacol risolverebbe il problema del colesterolo potendo ingurgitarne un ettolitro al giorno, ma non si può pubblicizzarlo, come viene fatto in televisione, come la soluzione al colesterolo! I cavi, sono una inezia, una aggiunta irrilevante e nella maggior parte delle orecchie non fanno alcuna udibile differenza. Come pulirsi le scarpe per andare a teatro, con un agente batteriologico dopo aver dato il lucido. Capisco chi deve vendere e chi sta dietro chi deve vendere, ma un blog disinteressato perché lo fa? Se non lo conosce già le consiglio questo saggio sulla fisiologia dell’orecchio, relativamente ad un’altra diatriba senza fine: la musica in alta definizione. https://people.xiph.org/~xiphmont/demo/neil-young.html
    Grazie. Cordialmente. Daniele

    • Reply Claudio 08/01/2018 at 3:37 pm

      Ciao Daniele e grazie dell’attenzione e della considerazione.
      Prima di tutto ti rassicuro sulle tue capacità di risolvere il problemino relativo al captcha. Il commento mi è pervenuto, quindi sembra che tu sia riuscito nel tuo intento.
      Per venire al tuo commento, temo che ti sia sfuggito un particolare, che però è tutt’altro che piccolo e a questo proposito mi chiedo se tu abbia letto con attenzione tutto l’articolo e magari anche la prima puntata.
      In entrambe c’è scritto che a partire da certi livelli di qualità il cavo audio è fondamentale per la qualità sonora dell’impianto.
      Poi c’è scritto anche che se i componenti dell’impianto sono troppo scarsi è del tutto inutile metterci cavi eccellenti, dato che sono i primi a fare da collo di bottiglia. Invece dei secondi, cosa che invece avviene quasi sempre in impianti di un certo livello.
      Soprattutto c’è scritto, e in grassetto, che un cavo non può inventare una qualità sonora che non sia già presente nelle apparecchiature che collega.
      Infine c’è scritto che, sempre a partire da certi livelli, le condizioni di contorno assumono un’importanza maggiore rispetto ai componenti dell’impianto, cosa che peraltro ripeto sempre. La mancata considerazione di questa realtà è la causa numero 1 del fatto che gli appassionati continuano a cambiare apparecchiature, spendendo somme rilevanti, per restare sempre insoddisfatti. Proprio perché le cause della loro insoddisfazione risiedono altrove. Solo che nessuno glielo spiega. A parte questo sito, naturalmente. 😉
      Tutto questo in base alla mia esperienza personale. Se hai ancora un po’ di pazienza, vedrai che parlo anche, dedicando alla cosa una buona quantità di spazio, dei limiti che derivano dalla produzione industriale dei cavi audio. Se non ricordo male credo di averlo fatto nella prima puntata.
      A completamento ti consiglierei anche la lettura dell’articolo L’hi-fi non è una lampadina.
      Nella serie di articoli dedicati ai cavi c’è scritto anche che è fondamentale evitare di fare confusione tra l’aspetto commerciale e quello tecnico.
      Vedo però che non ne tieni conto e anzi mi porti l’esempio di “cavi che costano migliaia di euro”. Allora ti faccio io una domanda: dove sta scritto che debbano costare tanto? Questo riferimento a costi tanto elevati, dal riscontro trascurabile sul complessivo dei cavi reperibili sul mercato dà l’idea che si tratti di un pretesto, quello tipico dei cavoscettici che non avendo argomenti migliori si attaccano all’aspetto che più li lascia perplessi, secondo un sensazionalismo a mio avviso strumentale.
      Questo oltretutto desta l’impressione che tu faccia domande cui in sostanza non desideri risposte, dato che altrimenti le avresti trovate nell’articolo. Dove appunto si spiega che se un preamplificatore può costare anche 15 o 20 mila euro, non si vede per quale motivo non gli si dovrebbe collegare un cavo che costa la decima parte del suo prezzo.
      Allora mi dai l’idea che quello che ho scritto ha colto nel segno, dove dico che se per un’elettronica dal prezzo pari a quello appena menzionato ormai non si meraviglia più nessuno, nei confronti di un cavo dieci volte meno costoso si è pronti a scandalizzarsi.
      Il che vuol dire che è soltanto questione di mentalità, quella che rifiuta di prendere in considerazione che possa esistere una scala di valori che vada oltre quel che si è disposti ad accettare. Potenzialmente sulla base del pregiudizio.
      Poi, certo, se quello che vuoi è un dato di merito espresso numericamente, quello per forza di cosa non sono in grado di dartelo. Proprio perché la riproduzione sonora non è una scienza esatta e si può dubitare che lo sarà mai.
      Inoltre richiedere, o solo pensare di trovare, dati secondo una logica tipicamente ragionieristica, credo sia la strada migliore per non arrivare ad alcun risultato degno di menzione, se non per la sua mediocrità. Proprio perché non ha nulla a che fare con la riproduzione sonora di qualità.
      Poi siccome un personaggio piuttosto noto diceva che il complessivo si valuta dal particolare, rilevo anche che tu hai fatto riferimento a “cavi esoterici”. Come forse saprai, tale definizione per fortuna è uscita dall’uso comune nel nostro settore ormai da parecchio. Dico per fortuna perché si tratta di una connotazione sostanzialmente negativa, mediante una definizione coniata al tempo in cui troppe apparecchiature mostravano una mediocrità fin quasi imbarazzante. Magari non del tutto per colpa loro, ma anche perché a quell’epoca non si aveva proprio idea di come far andare un impianto in maniera tale che non somigliasse sostanzialmente a una grossa radio come quella del nonno, forse solo un po’ più potente.
      Allora si coniò quel termine, che proprio in quanto tale va a suggerire che oltre certi limiti, appunto quelli della mediocrità peggiore, non sia possibile andare se non con pratiche somiglianti alla magia e all’illusionismo, con tutti i sottintesi che ciò comporta.
      L’impiego di quel termine mi fa sospettare che tu abbia poca o nulla confidenza con le apparecchiature e gli impianti capaci di andare oltre i livelli qualitativi più elementari.
      A questo proposito non posso fare altro che invitarti presso la mia saletta, così potrai renderti conto di ciò che significa allestire un impianto tenendo conto di determinati aspetti e quali sono i risultati ottenibili, sia pure senza spendere cifre troppo rilevanti.
      Quanto ai saggi pubblicati in giro per il mondo, come saprai ce ne sono di quelli che sostengono tutto e tutto il suo contrario. Quasi sempre sulla base degli interessi che stanno dietro a chi li redige e poi li pubblica. Per non parlare di un altro elemento cui ho fatto sovente riferimento, in quanto l’ho potuto riscontrare di persona. Riguarda la singolare tendenza del cosiddetto ricercatore a dare il massimo rilievo a tutto quanto possa sostenere le sue tesi e i risultati che vuole ottenere, per trascurare minuziosamente tutto ciò che sia passibile di dare risultanze ad essi opposti.
      Questo modo di fare è piuttosto noto per la sua capacità di far avverare proprio gli esiti che si desiderano, almeno in buona parte, in base alla modalità raffigurata nell’immagine che allego.self fulfilling prophecy model

      Di questo ho parlato nell’articolo Convertitori, formati e altre storie dal magico mondo del digitale, cui magari potresti dare un’occhiata.
      Poi, qualora fossi interessato, e disponessi di un impianto di livello adeguato affinché ne valga la pena, potrei anche venire io da te portando un set di cavi, così da farti toccare con mano le differenze che si possono ottenere. Nella prossima puntata oltretutto si parlerà anche di quello che può succedere in seguito a interventi del genere e le valutazioni che ne danno persone che di riproduzione sonora sanno ben poco. Quindi che non possono essere tacciate di essere fissate su certe cose o peggio voler sentire a tutti i costi cose che non esistono.
      Se la cosa può interessarti non hai che da contattarmi mediante il modulo appositamente predisposto.
      Quindi come vedi, qui non si tratta assolutamente di “bypassare graziosamente il proprio ordine di grandezza” dato che un ordine di grandezza per cose del genere non esiste proprio.
      A questo proposito reitero anche qui il motto dell’amico Mirko Massetti: “invece di farsi tante domande, ascoltiamo le risposte che vengono dall’impianto”.
      Tendo a pensare, invece, che il tuo fare riferimento a certe cose derivi dal credito eccessivo da te dato a certe fonti, che proprio al fine di attribuirsi e attribuire ai loro giudizi una qualche forma di attendibilità, prendono grossolanamente in giro gli appassionati come te, che in buona fede credono a certe cose. Forse per non aver potuto fare determinate esperienze, posto che ce ne sia la voglia, il che non è da dare per scontato.
      A tale proposito mi sono sempre chiesto se quest’urgenza di attribuirsi appunto tale forma di attendibilità, insistendo così a fondo sugli strumenti che si utilizzano in genere allo scopo, non sia già di per sé un’ammissione implicita dell’assenza sostanziale della stessa nei propri giudizi.
      Nell’ambito della pubblicistica di settore, quanti seguono logiche del genere, legate appunto al misurismo, avranno capito che la riproduzione sonora non è una scienza esatta?
      E anzi che assomiglia molto di più a una forma d’arte, o comunque di artigianato di alto livello?
      Ma se lo hanno capito, come mai non lo spiegano alle persone?
      Grazie ancora una volta dell’attenzione, Daniele, e spero di averti tra i frequentatori assidui di Il Sito Della Passione Audio, con la speranza che contribuisca a fare un po’ di chiarezza nelle tue idee e in quelle di tanti altri appassionati.
      Da parte mia, e con i miei poderosi limiti, a questo proposito ce la metto tutta.
      A presto!

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