Yellowjackets al Crossroads

Sabato 18 novembre è stata per me una giornata parecchio pesante. Non solo perché c’era il Roma Hi-Fidelity che già per conto suo ha assorbito le mie energie. La sera infatti era in programma il concerto di uno dei gruppi storici del jazz moderno, Yellowjackets.

Non nascondo che tornato a casa dalla mostra, per via della stanchezza ho avuto la tentazione di non andare. A un evento del genere tuttavia non si può mancare, almeno per un appassionato di musica. Quindi ho ingollato un paio di caffé in rapida successione e mi sono rimesso in macchina alla volta del locale, che per fortuna non è troppo lontano dalla mia abitazione.

Col senno di poi devo dire di non aver fatto bene ma benissimo, dato che il gruppo ha offerto un paio d’ore di musica ad altissimo livello.

 

Yellowjackets

Vediamo innanzitutto di cosa si tratta. Descrizione forse pleonastica per un appassionato di jazz moderno, ma che può essere utile per quanti non abbiano dimestichezza con questo genere musicale e siano alla ricerca di qualcosa di nuovo e di valido artisticamente da ascoltare.

Il gruppo formato originariamente da Russell Ferrante alle tastiere, Jimmy Haslip  al basso e Ricky Lawson alla batteria, nasce per accompagnare il chitarrista blues Robben Ford nel suo disco da solista intitolato “The Inside Story“, pubblicato nel 1979, il primo per una grande etichetta.

Proprio con quel disco Ford si sarebbe imposto come uno tra i giovani più interessanti nell’ambito del blues. Oltretutto, la ben percettibile vena jazzistica che caratterizzava diversi brani, merito anche del trio di accompagnatori fino ad allora semi sconosciuto, attribuì al disco una personalità tanto inedita quanto interessante. Forse non gli permise un largo successo a livello di pubblico, ma ebbe senz’altro il riscontro da parte degli addetti ai lavori.

Fu così che gli Yellowjackets vennero messi sotto contratto dalla Warner Brothers. L’etichetta in quel periodo non solo era molto attiva ma investiva moltissimo sugli artisti operanti nell’ambito della contaminazione tra jazz e altri generi, che allora rappresentava uno tra i filoni creativi in maggiore espansione e dava lo spazio più ampio all’innovazione. Le sue megaproduzioni al riguardo, spesso affidate a un professionista del calibro di Tommy Lipuma, sono passate alla storia, per la ricchezza di strumentisti e sidemen scelti per la registrazione degli album e per la qualità artistica e il numero delle uscite che si susseguivano praticamente a getto continuo.

Tutti i più bei nomi erano stati messi sotto contratto, Michael Franks, David Sanborn, Mike Mainieri, Al Jarreau, Larry Carlton, Chaka KhanClaus Ogerman solo per fare qualche esempio: la Warner insomma segnò profondamente il periodo situato a cavallo tra la fine degli anni settanta e i primi anni ottanta, quello in cui il jazz-rock si stava trasformando in fusion.

Quest’ultima denominazione era una sorta di codice cifrato tra i seguaci del genere e non aveva ancora acquisito il tratto deteriore che le sarebbe stato attribuito in seguito con fin troppa superficialità, per via dei misfatti compiuti da quanti vi agivano alla sola ricerca del successo commerciale, da sempre legato alla banalità. Si è trattato invece di un laboratorio stilistico di grande efficacia e creatività, in perenne trasformazione. Orientato innanzitutto alla ricerca e alla sperimentazione di modalità espressive inedite, che avrebbero avuto un ruolo fondamentale nell’indirizzare l’evolversi della musica dei nostri tempi. E non solo in ambito jazzistico.

I dischi della Warner di quel periodo erano molto ambiti, in particolare nelle edizioni originali. A parte il livello artistico e quello tecnico delle esecuzioni, inarrivabile e che di fatto costituì una vera e propria scuola cui si sono rifatti i musicisti di ogni parte del globo, si trattava di registrazioni effettuate in genere con la perizia maggiore, che segnavano il vertice allora ottenibile in termini di qualità sonora per le vere produzioni discografiche. Ossia per tutto quanto avesse un rilievo e un significato in termini artistici e non attenesse alla realtà deformata delle famigerate incisioni audiophile.

La cura rivolta a quelle pubblicazioni era tale da spingere a utilizzare buste interne personalizzate, in plastica antistatica trasparente, laddove il resto della produzione si limitava a quelle di carta che graffiavano la supericie del disco, personalizzate con il logo dell’etichetta di colore blu. Si trattava di elementi di grande libidine per il collezionista di materiale discografico, un altro di quelli per forza di cose venuti meno con l’avvento del digitale.

Il carnet di artisti, quello che in gergo tecnico si definisce “roster”, operanti sotto l’egida della WB era tale che l’etichetta arrivò fin quasi a monopolizzare le edizioni del Montreux Jazz Festival  del periodo. A tale proposito è passata alla storia quella del 1981, in cui portò un piccolo esercito di musicisti che si esibirono nel corso di diverse serate in concerti particolarmente emozionanti, in seguito riassunti nel disco “Casino Lights“. In esso figurano anche gli Yellowjackets e in una posizione di rilievo, dato che al brano da loro eseguito, l’altrove inedito “Monmouth College Fight Song” era attribuita la posizione forse più importante, ossia l’apertura della seconda facciata nell’edizione vinilica originale.

Qualche anno dopo il titolo venne ripubblicato in digitale, con l’aggiunta di altri brani che resero ancor meglio il significato di quanto compiuto da quel gruppo di artisti eccezionali, in serate che credo si siano stampate indelebilmente nella memoria di chi ha avuto la grande fortuna di assistervi.

 

Yellowjackets, l’album

Allo stesso anno risale la pubblicazione del disco d’esordio del gruppo, che fece parecchio scalpore. In esso Robben Ford figurava come membro aggiunto, assieme alla consueta schiera di turnisti di gran calibro, che proprio la politica della Warner fece assurgere al ruolo di “quasi superstar” agli occhi di chi seguiva il genere.

La loro presenza era una sorta di valore aggiunto che contribuiva a volte in modo essenziale al livello artistico e alla creatività degli album a cui collaboravano. Mi riferisco in particolare alla sezione fiati composta da Gary Grant, Bill Reichenbach, Gary Herbig e Jerry Hey, conosciuti anche come The Seawind Horns, la cui presenza era fin quasi d’obbligo negli album del genere. Al disco partecipavano poi Ernie WattsBobby LyleRoland BautistaLenny CastroPaulinho Da Costa.

Molti altri in origine facevano parte di quel novero di turnisti di gran lusso: il bassista Marcus Miller poi a sua volta divenuto bandleader era senz’altro tra i più noti e ambiti, il tastierista Greg Phillinganes, lo stesso Mike Brecker, per quanto facesse già parte del gruppo dei  Brecker Brothers e poi degli Steps Ahead, era richiestissimo per impreziosire con i suoi assolo fulminanti la più grande quantità di album di quel periodo.

 

Molto ben curato anche nell’impostazione grafica, il primo disco del gruppo simboleggia con efficacia le speranze che l’etichetta ripose nel gruppo. Pienamente a ragione potremmo dire oggi, dopo tutti questi anni, durante i quali Yellowjackets non solo è divenuto il gruppo più longevo nella storia del jazz moderno, ma anche uno tra quelli che vi hanno contribuito maggiormente in termini di contenuti artistici e di spinta creativa.

A suo tempo il disco si impose per la miscela di jazz, funk, rock e blues effettuata con sapienza e per i pezzi eseguiti con impeto ma anche misura, giungendo persino a vette di lirismo inconsuete per il genere, come in “Priscilla” e “It’s Almost Gone“. Brani che illuminano letteralmente la seconda facciata del disco, dal mio punto di vista la più godibile musicalmente e interessante. La prima se vogliamo è più estroversa, caratterizzata da una serie di brani dalle scelte compositive ed espressive ardite, o meglio ancora improntate allo sprezzo del pericolo, che hanno offerto un contributo fondamentale alla ridefinizione del jazz elettrico che stava avvenendo proprio in quegli anni.

Yellowjackets in definitiva è stato un album che se non si è spinto proprio a fondo per i limiti delle possibilità espressive di quel genere, ha il merito di essere stato allo stesso tempo innovativo ed eseguito con grande senso della misura, cosa semplice a dirsi, dato che bastano tre parole, ma per nulla facile da ottenersi.

La vera sostanza della cifra stilistica di questo album credo sia da attribuirsi proprio dalla contrapposizione dell’anima blues di Robben Ford all’inclinazione jazz venata di funky dei membri “ufficiali” del gruppo, che dopo la sperimentazione di “The Inside Story” ha trovato qui la sua compiutezza, grazie al maggior affiatamento e alla messa in quadro maturati nell’intervallo tra i due album.  Magari non ci sono più la freschezza e se vogliamo il sapore vagamente estemporaneo che caratterizzavano il disco di Ford in maniera decisamente piacevole, lasciando il posto a una padronanza del lessico musicale e a una consapevolezza dei propri mezzi di ben altro rilievo.

Se “The Inside Story” fu un disco a suo modo sperimentale, “Yellowjackets” andava a raccogliere i frutti ormai maturi della ricerca effettuata, portandone la sintesi stilistica alle conseguenze ineluttabili.

Si tratta insomma di un disco che, lo si voglia o meno, ha segnato la storia di questo genere musicale.

 

Il seguito

Come avviene molto spesso per i dischi d’esordio dall’impatto simile, darvi un seguito convincente è particolarmente difficile. Questo è stato tanto più vero per gli Yellowjackets. A iniziare dal secondo album “Mirage A Trois“, titolo simboleggiante la separazione da Robben Ford, che compare in alcuni brani ma non è più parte del gruppo, neppure come membro aggiunto. In altri brani alla chitarra figurava Mike Miller. Venne quindi meno la sintesi compositivo-stilistica che proprio nella sua presenza trovava un ingrediente primario e la musica di Yellowjackets divenne altra cosa.

Per quanto il secondo disco fosse tutt’altro che brutto e anzi contenesse perle luminosissime come la rivisitazione della gershwiniana “I Got Rhythm“, l’elemento dirompente del primo LP si era perso quasi del tutto. In favore di una musica più eterea e dalle tonalità ad acquarello che pur nella sua innegabile valenza artistica non poteva che lasciare alquanto interdetti i già numerosi estimatori del gruppo. Ovviamente ci si aspettava un approfondimento, o forse addirittura un’ulteriore estremizzazione dei concetti tipici dell’album d’esordio.

Il solco divenne ancora più profondo a partire dal terzo LP, “Samurai Samba“, che vide l’innesto di Marc Russo al sassofono. Se in alcuni brani il tentativo di riallacciare il discorso intrapreso in origine appariva evidente, i risultati dell’insieme purtroppo furono deludenti.

Con il nuovo assetto della formazione il gruppo perdeva ulteriormente in originalità, finendo con l’assimilarsi per buona parte al gran numero di altri gruppi attivi in quel periodo nell’ambito del jazz elettrico. Il che in sostanza peggiorava ulteriormente la situazione rispetto al secondo disco, che al paragone non poteva che essere largamente rivalutato. Per quanto fosse un valido strumentista, dal mio punto di vista Marc Russo non era adatto all’inserimento nel gruppo, anche e soprattutto per via della voce del suo strumento. Se vogliamo personale ma poco naturale e in definitiva fuori contesto in un gruppo che bene o male continuava a rappresentare una tra le punte d’eccellenza per il jazz degli anni 80.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il successivo “Shades” ebbe il compito di limare in qualche modo le asperità delinatesi con l’inserimento di Russo. Senza però grande successo: ne derivò infatti una certa qual banalizzazione dei brani, che in definitiva andava a privare ulteriormente Yellowjackets della sua identità, avvicinandone ulteriormente le prerogative a quelle di altri gruppi attivi nel settore. Senz’altro validi ma incapaci di liberarsi dagli schemi e dalle consuetudini che per quanto di alto livello iniziavano a mostrare la corda, stante il tasso piuttosto elevato di reiterazione con cui venivano proposti.

Si trattava in ogni caso di album ben sopra la media, ognuno dei quali proponeva qualche brano decisamente godibile. Nulla a che fare però con la compattezza del primo album, rispetto al quale era verificabile anche un’evoluzione stilistica e la maggiore raffinatezza di composizione ed esecuzione. Quel che continuava a mancare era il suo piglio arrembante, in buona parte dovuto al contributo fondamentale di Ford e la personalità spiccata prodotta dal suo affiancare gli altri componenti del gruppo.

La sua dipartita purtroppo aveva dato vita a qualcosa di zoppo, in maniera se vogliamo palese: continuare a inseguire quel modulo non più riproducibile avrebbe portato in una strada senza uscita.

Fu per questo che a iniziare da “Four Corners” vi fu un ulteriore mutamento di rotta, che se vogliamo rappresentò la prefigurazione di quello che gli Yellowjackets sarebbero divenuti una volta arrivato a compimento il loro processo di maturazione. Con esso il gruppo ebbe finalmente il coraggio di mettere da parte le velleità di ripetere il colpo messo a segno con l’album d’esordio, intraprendendo una strada del tutto nuova, basata su uno stile più personale che finalmente abbandova i luoghi comuni “fusion”, in favore di un linguaggio più intimista e in chiaroscuro, a tratti ostico da digerire. Soprattutto per chi era abituato alla fruibilità dei lavori tipici di quel genere musicale.

Se con il passare del tempo e il progressivo avvicendarsi dei componenti i gruppi tendono a perdere via di personalità e a diventare altra cosa rispetto alle origini, generalmente limitativa, per gli Yellowjackets avvenne qualcosa di molto simile all’inverso. L’arrivo di Bob Mintzer al sassofono e di William Kennedy alla batteria non solo ne rafforzò largamente il potenziale, ma conferì al gruppo una nuova solidità dal punto di vista, strumentale e compositivo, nonché in termini di raffinatezza di esecuzione. Si trattò insomma del rilancio che impose definitivamente il gruppo  tra i nomi più rimarchevoli in assoluto in tutta la storia del jazz elettrico.

Mintzer non era solo uno strumentista dalle grandi possibilità espressive, ma anche un compositore e arrangiatore di grande efficacia, doti queste che ne resero prezioso il contributo nel gruppo, che infatti da allora in poi acquisì la tipica “marcia in più”. Aveva fatto parte dell’orchestra Word Of Mouth messa insieme da Jaco Pastorius per i tour inziali che fecero seguito alla uscita da Weather Report e aveva all’attivo un buon numero di album pubblicati a proprio nome. Alcuni editi solo sul mercato giapponese in forma di LP, tra cui “The Source” in cui figurava lo stesso Pastorius, e vari altri in CD per l’etichetta DMP.

Kennedy invece proveniva dal gruppo del percussionista Andy Narell, specializzato nello Steel Drum, strumento di origine caraibica ricavato da coperchi di bidoni metallici. In quel gruppo aveva dato vita a una delle sezioni ritmiche più efficaci in assoluto nell’ambito del jazz moderno di quel periodo, insieme al bassista Keith Jones e al chitarrista Steve Erquiaga. Ne derivarono un paio di album che a tutt’oggi reputo i migliori tra quelli pubblicati da Narell: “Slow Motion” e “The Hammer“. Come spesso avviene, il contributo di Kennedy in quel contesto fu comprensibile a fondo nel momento in cui la sua presenza venne a mancare, proprio quando entrò a far parte di Yellowjackets.

A parte l’avvicendamento temporaneo di Kennedy con Marcus Baylor, il suo ingresso e quello di Mintzer produssero quello che divenne l’assetto definitivo del gruppo e finalmente ne issò finalmente la musica al livello di cui lo si sapeva capace, malgrado i mezzi passi falsi del periodo immediatamente precedente.

Questo si ebbe a partire dal 1990, con l’album “Greenhouse“, tra i più smaglianti in assoluto nella produzione del gruppo ed ebbe un seguito di pari rilievo con quanto lo ha seguito negli anni successivi.

 

Il concerto del Crossroads

L’esibizione dei Yellowjackets nel locale romano è stata pienamente all’altezza delle aspettative. Cosa da non dare mai scontata, anche e soprattutto per certi nomi di gran calibro. Non è facile infatti esprimersi a livelli da assoluto in piena continuità. Si può dire anzi che più ci avvicina ai vertici e più è facile incappare nella serata sbagliata, che oltretutto può rivelarsi tale per motivi fin quasi impalpabili, come ben sa chi va ai concerti con la maggiore frequenza.

Già da qualche anno il gruppo non annovera più il suo bassista storico, Jimmy Haslip. Dopo una serie di vicissitudini il suo posto sembra essere stato preso definitivamente da Dane Alderson, bassista australiano classe 1983, operante non solo in ambito jazzistico ma anche in contesti del tutto diversi, come la West Australian Symphony Orchestra, la Tasmanian Symphony Orchestra e la BBC Orchestra.

Il concerto si è articolato su una serie di brani presi da molti dei dischi pubblicati dal gruppo, già a partire dal primo. Malgrado ciò il repertorio dell’esibizione ha evidenziato grande coerenza in esecuzioni sempre impeccabili nelle quali ciascuno dei componenti ha avuto modo di mostrare le sue capacità.

In particolare va rilevata la sintesi raggiunta ormai dal pianista e tastierista Russel Ferrante, rigorosa ed estroversa allo stesso tempo, sfrondata da qualsiasi elemento inessenziale e proprio per questo ancora più efficace nel suo apporto all’esecuzione e alle sonorità dei brani eseguiti dal gruppo. Scevro da qualsiasi accenno di gigioneria o al salire sopra le righe, il modo di suonare di Ferrante potrebbe portarlo a essere in qualche misura sottostimato. Personalmente invece l’ho apprezzato moltissimo proprio per via del suo senso della misura che ritengo essenziale nel processo di trasformazione dalla sorta di giovane tastierista-prodigio dei suoi esordi a quello che è oggi, proprio in base a premesse che non di rado vanno radicalmente a sfavore di chi è destinato fatalmente a dover riconfermare ogni volta le proprie doti.

La capacità di sottrarsi da questa sorta di gioco al massacro, che ha portato tanti musicisti a diventare la brutta copia o peggio la parodia e persino la caricatura di sé stessi credo sia la migliore dimostrazione dell’intelligenza di Ferrante, che se anche non ha più un capello in testa mantiene tuttora la sua faccia da ragazzino terribile. Elemento questo che per quanto attenga l’aspetto fisico, in qualche modo ho sempre creduto di ravvisare nella sua musica, improntata a una giocosa libertà e alla capacità di astrarsi dagli schemi precostituiti che poi è l’elemento maggiormente rilevante della sua personalità di fine musicista.

Di Bob Mintzer cosa si può dire che non sia già stato detto: si tratta di uno dei più grandi maestri del sax oggi in attività, anch’egli dotato di un gusto sopraffino e della capacità di spingere a fondo come nel brano conclusivo del concerto senza per questo andare sopra le righe. Questione di esperienza che traspare appieno nel suo fraseggio da solista, come nel lavoro di supporto per gli altri componenti del gruppo. In questo che abbiano un’importanza primaria le sue doti di compositore e arrangiatore menzionate in precedenza è cosa innegabile e anche evidente. I suoi assoli sono solidissimi ed equilibrati al tempo stesso, capaci di coniugare con un’abilità rara tradizione e ricerca, in un contesto generale di fruibilità. Soprattutto, Mintzer dimostra la capacità innata di avere sempre ben presente dove va a finire il suo fraseggio, anche nelle improvvisazioni, tenendosi alla larga da quelle strade senza uscita in cui ho visto tante volte finire anche sassofonisti di grande blasone, facendo crollare rovinosamente assoli magari partiti alla grandissima.

Questo lo si è potuto verificare anche e soprattutto nei suoi interventi all’EWI, strumento che vedo da sempre come un’arma a doppio taglio per via della gamma inusuale di possibilità timbriche che offre all’esecutore, capaci di trasformarsi all0’istante in un mero effettismo vacuo e fine a sè stesso. Non a caso dopo la sua esplosione, sull’onda delle gesta irripetibili di Michael Brecker, questo particolare strumento è stato sostanzialmente abbandonato. Anche in questo si vede l’impronta del virtuoso, in grado di mantenere la sua emissione sempre perfettamente sotto controllo e di trarre da ogni mezzo espressivo quanto ritiene necessario, senza sbavature o cadute di tono.

Eccoci arrivati a parlare del “giovane” del gruppo, il bassista Dane Anderson. Il suo compito è particolarmente complesso: sostituire uno come Jimmy Haslip nelle menti, nei cuori e nei ricordi degli affezionati del gruppo non è un affare semplice. Credo però che si sia dimostrato all’altezza della situazione. In primo luogo perché si tratta di un musicista in possesso di una sua precisa personalità e di un’ottima padronanza dello strumento. Da esso è capace di trarre sonorità inedite, come durante il suo assolo, sia pure con l’aiuto di qualche artificio tecnologico, utilizzato in ogni caso con misura.

In particolare direi che non si tratti di un martello implacabile e neppure un funkettaro strappacorde, genere di strumentisti alquanto consueto in questo genere musicale. Il suo approccio se vogliamo è impressionistico, al punto da riportare a una visuale progressive dello strumento. Del resto le sue numerose frequentazioni extrajazzistiche parlano chiaro e richiamano appunto gli ingredienti fondamentali che a suo tempo diedero vita al prog-rock. A questo proposito credo abbia il suo rilievo anche il tipo di strumento che utilizza: un basso a sei corde che non ha abbandonato neppure per un istante durante tutto lo svolgersi del concerto, atto soprattutto ad ampliare quanto più possibile la gamma espressiva piuttosto che a permettere superiori  velocità di esecuzione o improbabili eccessi virtuosistici. Il suo contributo in definitiva attribuisce un’ulteriore personalizzazione al discorso musicale di Yellowjackets.

Per ultimo ho lasciato William Kennedy e non a caso. La sua azione alla batteria è davvero qualcosa che merita di essere osservato dal vivo. La sua forza propulsiva è estremamente generosa, caratterizzata oltretutto da una gestione dei controtempi e delle sincopi non solo di rara efficacia ma spinta a livelli di inventiva inimmaginabili. Ma solo fino a quando non ci si trova di fronte a un simile batterista.

Le sue dinamiche poi non sono soltanto soldidissime ma meritano di essere definite addirittura dinamitarde. Malgrado ciò restano sempre sotto un controllo ferreo e anzi giocate con una raffinatezza e una precisione di prim’ordine. Si tratta insomma di una vera e propria macchina infernale, come ha riassunto in maniera azzeccatissima l’amico Marco che era con me e che ha anche il merito di avermi segnalato l’evento. Nel corso della mia carriera quasi cinquantennale di frequentatore di concerti, di batteristi di classe purissima ne ho potuti vedere all’opera parecchi: da Gerry Brown a Steve Gadd, a Peter ErskineOmar Hakim Al Foster. Stiamo parlando di veri e propri virtuosi dello strumento, ma nessuno di loro però è stato in grado di avvicinare quanto ha fatto Kennedy in questo concerto. Mi piacerebbe soltanto poter confrontare l’azione di Kennnedy a quella di Gary Novak, altro manicaccio di quelli che fanno paura. Spero di avere l’occasione di farlo presto.

L’unico motivo di rammarico è che Kennedy non ha trovato lo spazio per eseguire il suo assolo. Anche se a pensarci è stato tutto lo svolgersi del concerto a essere un sorta di assolo, dilatato nel tempo e per questo ancor più efficace nell’esemplificare le sue capacità espressive.

Chiunque suoni la batteria e non sia stato presente al concerto ha perso un’occasione d’oro per comprendere a quale livello si issi oggi lo stato dell’arte di questo strumento.

Forse però i batteristi che non erano presenti non sono stati poi così sfortunati. Vedersi impartire una lezione in maniera tanto implacabile può spingere più di qualcuno a una depressione senza rimedio.

Proprio l’apporto di Kennedy ha fatto si che un concerto di per sé bellissimo sia sconfinato proprio nell’eccezionale: una di quelle esperienze che ti segnano e si fissano in maniera indelebile nella memoria. Se gli Yellowjackets torneranno, e non dubito che lo faranno data l’accoglienza fin quasi trionfale tributata loro, alla quale non esito a dichiarare di aver contribuito da par mio con un tifo acceso, chiunque apprezzi la batteria li vada a vedere: ne vale davvero la pena.

Un’ultima notazione riguarda proprio la differenza tra l’esperienza della musica riprodotta e quella dal vivo. Personalmente conosco Kennnedy da oltre 30 anni, ossia dall’uscita di “Slow Motion” di Andy Narell, e possiedo diversi dischi in cui è presente, che fin dai primi ascolti mi hanno fatto capire che si tratta di un batterista di prim’ordine. Le impressioni ricavabili attraverso quel tramite non sono nulla però al confronto dell’esperienza del concerto. Solo con essa ci si può rendere conto delle effettive capacità di un musicista e coglierne fino in fondo la portata.

Un grande concerto, insomma, che spero sia replicato presto. E chi non ci va, peggio per lui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto di Claudio Checchi

 

 

 

 

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