X-Fi, tre casi di scuola. Anzi quattro

Abbiamo già parlato di X-Fi, qui e qui. Ne riassumiamo per sommi capi i concetti di fondo.

La necessità di una nuova definizione, atta a distinguere la riproduzione sonora di qualità realmente elevata da tutto ciò che non lo è ma finge di esserlo, nasce dal fallimento conclamato di quella che a suo tempo è stata definita hi-end.

Sigla che a sua volta si rese necessaria quando i confini dell’hi-fi vennero sempre più ampliati, per motivi eminentemente commerciali, fino a includere oggetti che di alta fedeltà avevano ben poco. Anzi nulla.

Per certi versi l’hi-end ha avuto un’evoluzione simile, magari non imbastardendo il prodotto in maniera tanto plateale come avvenuto in precedenza con l’hi-fi, anche perché la necessità di realizzare il prodotto per le masse come avvenne all’epoca dei cosiddetti “rack” e dei compatti “Midi” era ormai tramontata.

Quindi si è proceduto soprattutto nella direzione dello svuotamento del prodotto nei suoi contenuti tecnici e sonori, per nascondere il processo dietro una facciata sempre più affascinante, attribuendo un ruolo sempre maggiore alla cosmetica delle apparecchiature.

Il pubblico degli appassionati ha una parte non indifferente delle colpe a questo proposito, in quanto ha accettato quest’evoluzione supinamente, se non addirittura con entusiasmo. Salvo poi lamentarsi della difficoltà sempre maggiore nell’ottenere determinati risultati, oltretutto a fronte di costi sempre più cospicui che hanno finito con il porre gli oggetti più desiderabili fuori dalle sua capacità di spesa. 

Soprattutto, con il passare del tempo, l’hi-end si è resa indistinguibile da quella che un tempo era l’hi-fi di buon livello, quella vera, rendendo quindi superflua la nuova denominazione. Buona al massimo per riempirsi la bocca, a cervello rigorosamente disattivato.

Questo è avvenuto soprattutto in termini di risultati concreti, dato che quanto a prezzi, a complessità degli impianti e del loro allestimento, nonché a difficoltà di ottenere sul campo i risultati desiderabili, il paragone con l’hi-fi di un tempo è semplicemente improponibile.

In sostanza, allora, oggi ci troviamo di fronte a un settore, appunto quello dell’hi-end, che a fronte di costi folli non riesce a offrire altro che sonorità gravemente deficitarie. Non solo per quanto riguarda gli aspetti più raffinati della riproduzione sonora, quelli che per essere colti necessitano di preparazione, sensibilità ed esperienza, ma anche in un contesto di base, concernente l’equilibrio timbrico.

Ora, se a una mostra di settore impianti dai costi che li rendono accessibili a una ristretta élite di fortunati non riescono neppure a conseguire i risultati di linearità che sono i fondamenti di una riproduzione qualitativamente degna di considerazione, non si può parlare altro che di fallimento.

Totale.

Difficilmente potranno essere quei due o tre impianti capaci di esibire una sonorità coerente e in possesso di buone doti di naturalezza a salvare dal tracollo la baracca.

I motivi di questa realtà sono numerosi, a iniziare da una catena distributiva esageratamente costosa, che a fronte di prezzi al pubblico ormai improponibili continua a obbligare a un contenimento per i costi di produzione che tarpa le ali alla maggior parte delle apparecchiature. Queste oltretutto sono realizzate spesso più per figurare bene in fotografia e fornire dati tecnici accattivanti che per esibire doti sonore di qualche concretezza.

Nondimeno di buone apparecchiature ce ne sarebbero tuttora. Trovano però un ostacolo sostanziale al conseguimento di risultati alla loro portata nell’inadeguatezza della realtà in cui si trovano a operare.  Dovuta all’incapacità dell’industria di settore di realizzare il contesto necessario affinché possano figurare come dovrebbero.

Questo potrebbe sembrare un controsenso, ma in realtà è un fatto alquanto comune nel mondo di oggi, caratterizzato da disordine e squilibrio di fondo. Non solo a livello sociale ed economico, ma anche nel progresso tecnico che a volte propone soluzione di efficacia impeccabile, paradossalmente troppo avanzate rispetto a quanto le circonda. Per questo non trovano il supporto necessario nel complesso degli altri elementi concreti coi quali devono interagire, vedendosi di fatto negate le condizioni di contorno indispensabili perché possano esprimersi nel modo dovuto.

Un esempio tipico e molto comune è quello dei motori diesel common rail, da tempo capaci di esprimere potenze specifiche non dissimili da quelle dei motori a ciclo Otto, per doti prestazionali e di guidabilità a volte persino superiori a questi ultimi e con un consumo minore.

Il loro problema però è che, a decenni di distanza dalla loro presentazione, ancora non sono riusciti a trovare le condizioni che permettano di esprimere le loro doti fino in fondo. Proprio perché a fronte di tanta raffinatezza l’industria di settore non riesce a fornirgli il contesto ad essi necessario. O meglio non intende affrontarne i costi.

Per esprimere appieno le loro prestazioni e affidabilità, quei motori necessitano di carburanti di purezza ineccepibile, del tutto privi di contaminanti di qualsivoglia natura. L’industria dei combustibili, invece, è ferma a svariati decenni fa, in particolare per le condizioni in cui distribuisce il suo prodotto. Pertanto trovare carburante diesel inquinato, fatto pagare per buono, oggi continua a essere la norma.

Non ne deriva solo un calo di prestazioni, come può verificare facilmente da rifornimento a rifornimento chiunque abbia il minimo di sensibilità alla guida, ma soprattutto l’usura precoce e la messa fuori uso dei componenti dell’alimentazione, piuttosto delicati. La loro revisione è oltremodo costosa e difficilmente permette il recupero totale delle prestazioni originarie, come ben sa chiunque si sia dovuto rivolgere ai costosi servigi di un pompista.

Se l’auto che si possiede ha più di qualche anno di età, i costi di revisione del sistema di alimentazione superano addirittura il suo valore. Quindi conviene rottamarla.

Nella riproduzione sonora avviene una cosa non così dissimile. Apparecchiature che avrebbero nelle loro corde potenzialità musicali di prim’ordine, stante la mancanza di quanto necessario allo scopo in termini di elementi di contorno, producono risultati peggio che mediocri, con grave scontento da parte degli utilizzatori.

L’industria di settore non li propone e quindi i media specializzati non affrontano il problema. Anche perché non ne sono in grado. In primo luogo a livello culturale e di consapevolezza.

In condizioni come quelle date attualmente, si verifica di frequente il paradosso dato da apparecchiature sempre più valide che però danno luogo a risultati via via peggiori, in termini di qualità sonora percepita soggettivamente. Che nell’ambito della sala d’ascolto, ossia nella destinazione primaria di tali prodotti, è la sola cosa che conta.

Il motivo è presto detto: più le apparecchiature sono efficaci e meglio riescono a porre in evidenza ogni prerogativa del segnale, anche la più sottile. Ma se il segnale che transita al loro interno è gravato da difetti marchiani, saranno proprio le apparecchiature più valide a porre nel risalto migliore tutti gli elementi cui deve il suo degrado. 

Suonando di conseguenza in maniera sgradevole o peggio.

Nell’intento di risolvere le cause del loro scontento, gli appassionati continuano a cambiare apparecchiature su apparecchiature, ma senza mai cavare il ragno dal buco.

Anzi, andando spesso a peggiorare le cose, proprio perché migliorando vieppiù la qualità dei componenti dell’impianto, questi non potranno far altro che porre ulteriormente in evidenza i limiti del segnale che transita al loro interno, dovuto alle magagne e alla trascuratezza di fondo propria del sistema complessivo di cui fanno parte.

Di qui il prepotente ritorno d’interesse nei confronti del vintage. Stanti i limiti da cui sono gravate, accentuati dall’usura accumulati in lunghi anni di servizio, le apparecchiature di 2, 3 o persino 4 decenni fa non sono altrettanto spietate nel porre in evidenza i problemi gravanti sul segnale audio, risultando in definitiva meno sgradevoli da ascoltare, in quanto più condiscendenti nei confronti delle asprezze. 

Poi magari insieme alle asprezze cancellano una parte importante delle informazioni contenute nel segnale, ma almeno si lasciano ascoltare per più di 10 minuti senza ferire l’orecchio.

Mettendo insieme un minimo di esperienza nell’ascolto e nella verifica degli impianti realmente esistenti nelle case degli appassionati, si verifica che nella stragrande maggioranza i loro problemi sono riconducibili a due tematiche di fondo principali: asprezza del suono, preponderanza e scarsezza di controllo della gamma bassa. Non di rado questi elementi si presentano insieme, malgrado possano sembrare antitetici.

 

Casi di scuola

Vediamo allora alcuni casi pratici, che testimoniano quanto descritto fin qui.

Iniziamo dalla lettera inviatami da Vincenzo, un appassionato siciliano, nei giorni scorsi.

Ormai sono un’infinità di anni che penso a quando iniziò il mio approccio con l’alta fedeltà, e a quante apparecchiature si siano susseguite nel mio peregrinare nell’illusione dell’ascolto del buon suono. Non potete immaginare quanto tempo ho speso ad ascoltare a cambiare a sostituire componenti, fili, cavi, piedini, piedistalli, connettori. Tutto facile da raccontare ma provate ad immaginare i dubbi, l’inquietudine e le incertezze che si sviluppavano ogni volta che qualche sapientone metteva in dubbio tutto quello che tu eri riuscito a mettere insieme, perché qualche altro sapientone aveva messo in discussione. Quanti apparecchi ben suonanti sono passati dalle mie orecchie. 
Quante spedizioni organizzate con i miei amici nella vicina Catania ad ascoltare apparecchi nuovi che nella mia città (Siracusa) non avremmo mai sperato di vedere, pomeriggi a discutere le presunte differenze fra amplificatori, diffusori, testine e registratori (a cassette ???) giradischi e così via.
Chi si scorda l’eccitazione per andare ad ascoltare il nuovissimo formato CDP (compact disc player) primi anni ’80 forse 1983: un apparecchio Philips con uno sportellino trasparente dove girava dentro un dischetto argentato, l’apparecchio che avrebbe cambiato le nostre vite con nuove turbe comportamentali di tipo ossessive-compulsive, inimmaginabili fino ad allora. 
Fortunatamente erano occasioni per socializzare per confrontarsi e nonostante le solite discussioni c’era l’opportunità di stare insieme per approfittare dell’occasione per andare a passeggiare per via Etnea e fermarsi da Caviezel per un bel cannolo di ricotta o le squisitissime cassatine di ricotta, sembra un milione di anni fa, ma era poco più degli anni ’80.
Oggi, beh oggi è ben altra cosa. Ho compiuto 66 anni e sono in pensione, ma si sono messe in pensione anche le mie orecchie, lo ripeto sempre a chi si ostina a cercare i 21.000 Hz nei diffusori o nelle cuffie. Le mie orecchie ormai se va bene mi concedono i 9.000 o 10.000 al massimo, e quindi non è proprio un fatto di apparecchiature, e proprio il mio hardware ormai vetusto, forse proprio per questo ormai mi godo solo ed esclusivamente la “musica” che il mio impianto attuale riesce a darmi, senza incuriosirmi con che cosa gli altri ascoltino. Ecco dovevo diventare anziano per rendermi conto che è proprio importante la musica e non lo strumento con la quale la si ascolta. Un carisssimo amico mi disse una volta: “quando si ha sete non importa da quale tubo passa l’acqua l’importante e dissetarsi”.  Affettuosamente ciao, e buona musica a tutti.

Con la sua bella lettera, Vincenzo ha riassunto la condizione e le esperienze di tanti di noi, dipingendo un quadro di grande efficacia descrittiva.

A lui ho risposto così.

Ciao Vincenzo,
grazie per l’attenzione e per il tuo bel commento.
La tua è una rappresentazione fedele delle esperienze vissute da tanti di noi.


Solo due osservazioni.
Il ridursi della capacità di percepire le frequenze più elevate, man mano che si va avanti con l’età, non ha assolutamente nulla a che vedere con la capacità di discernere la qualità di riproduzione. Guardacaso è mantenuta a dispetto del passare degli anni e anzi porta a fare le scelte migliori proprio in un periodo ben preciso della nostra vita, sulla base dell’esperienza.
Che però, non essendo rappresentabile con un numero, non viene o quasi tenuta in considerazione.

Anzi se ne sminuisce sovente l’importanza.

Il calo uditivo, che ritengo largamente sopravvalutato, e soprattutto non ha modalità di verifica tali da descriverne i suoi veri esiti, che ancora una volta non sono riassumibili con un numero e non sono quelli su cui si fa un facile propagandismo a favore della mediocrità, viene usato soprattutto come pretesto. Alfine di continuare a offrire e consigliare la solita immondizia, pretendendo che si tratti di qualcosa di diverso dalla pietanza che ci è già stata ammannita in centomila salse, e sempre a prezzi crescenti. Che però non possono mascherarne la mediocrità di fondo.

Se quell’asserzione fosse vera, a casa degli appassionati di una certa età si dovrebbero trovare veri e propri obbrobri, quando invece è proprio in quel contesto che si trovano spesso gli impianti dal suono migliore.
Dimostrazione ennesima che quanto è propagandato dalla pubblicistica di settore e ripetuto in automatico da troppe persone, è l’esatto contrario di quel che avviene nella realtà.

Chi ha sete desidera bere, ma se l’acqua passa da un tubo che la contamina, l’effetto si nota eccome. Se quel tubo invece riesce a farla passare mantenendone la massima parte delle caratteristiche, la differenza di gusto è eclatante.

Il problema è che oggi l’industria di settore, per una somma di motivi più volte descritti negli articoli pubblicati sul mio sito, non è in grado di produrre un tubo del genere a costi accessibili e neppure ha interesse a farlo.
Dato che il suo scopo primario non è produrre l’oggetto migliore, ma quello più profittevole.

A presto
Claudio

La lettera di Vincenzo è esemplificativa della volontà di rinuncia che pervade l’appassionato dopo che per tanto tempo ha inseguito un obiettivo che non è riuscito a coronare. Proprio perché quanto reperibile presso i comuni fornitori, sia pure a prezzi molto elevati, non glielo ha permesso.

Testimonianza migliore, per l’appunto, del fallimento cui è andata incontro l’hi-end, in quanto non in grado di dare anche ad appassionati tanto fedeli e motivati quello che cercavano.

Un’altra lettera parecchio significativa è quella inviatami un paio di settimane prima da Dino, di Genova 


Gentile Claudio

sono un veccchio (di anagrafe e militanza) “ascolltatore” di musica, ma non audiofilo. Ho nel tempo come molti, cambianto numerose apparecchiature: attualmente ho ampli Pathos TT RR che pilota due B&W CM9 S2 ma non sono soddisfato dell’esito. Ho commesso una sciocchezza in passato liberandomi delle amate Sonus Faber Electa Biwiring, di cui rimpiango ogni produzione firmata Serblin. Sono oggi alla ricerca di un paio di diffusori  importanti che mi diano quell’equilibrio adatto al mio progressive inglese dei 70 a molte voci femminili , ma anche a Coltrane o Sibelius. Se riuscissi a trovare le Electa Amator prima serie un pensierino ce lo farei, (forse le Extrema sono più impegnative come spesa e come pilotaggio) ma gradirei la sua preziosa consulenza in merito: l’ambiente d’ascolto non è ottimale: open space soffitti mansardati alti e diffusori ravvicinati a parete. Ringrazio per eventuale cenno di riscontro.

Cordiali saluti

Dino

Se vogliamo, quello di Dino è un problema ancora più tipico. Da un lato la spinta al cambio in prospettiva di un miglioramento, che al di là del fatto che si verifichi o meno, comporta spesso e volentieri il rimpianto per quello che si aveva prima. Un problema che come noto è diffusissimo tra gli appassionati.

Poi se uno che si compera l’integrato Pathos e diffusori come quelli menzionati non è un audiofilo, inteso nel senso più nobile del termine, ditemi voi come lo dovremmo chiamare.

A Dino ho risposto così:

Ciao Dino,
grazie della considerazione.

Non vorrei girare il coltello nella piaga, ma il tuo caso è simile a quelli di molti altri appassionati, che rimpiangono qualcosa venduto in precedenza.

Se ci piaceva tanto, perché mai lo abbiamo venduto?
Personalmente ritengo che per ogni cosa ci sia un perché e allora, forse, quel che si è venduto non piaceva poi così tanto. Ma di fronte alle difficoltà di adattamento all’oggetto nuovo si tende a mitizzarlo.
Il tempo passa e lascia solo i ricordi migliori. Altri elementi li cancella e così la nostra memoria ci fa in qualche modo soffrire.

I diffusori del marchio italiano da te posseduti li si ama o li si odia: personalmente mi hanno sempre lasciato piuttosto freddo. Esteticamente sono molto attraenti, anche se negli ultimi tempi per spingere su tale elemento hanno oltrepassato fin troppo i limiti del buon gusto, ma la cosa più importante è la loro sonorità che per un motivo o per un altro non mi ha mai convinto.

Quanto ai CM9 S2 forse non saranno i più riusciti del produttore inglese, ma restano comunque diffusori di calibro. Appartengono inoltre a un’era in cui si erano già abbandonate in parte le caratteristiche che hanno contribuito in misura maggiore al successo di B&W, ma neppure sono completamente privi delle doti di rigore timbrico e capacità di indagine approfondita sul segnale, denominatore comune degli oggetti commercializzati da quel costruttore.

Non entri molto nel dettaglio, anzi per nulla, riguardo ai motivi cui si deve il rapporto parzialmente irrisolto con essi e allora tendo a pensare si tratti del problema numero 1 di quei diffusori, che hanno attirato loro l’antipatia di tanti appassionati.
Conseguenza di quel che ho appena detto a tale proposito: la loro profondità d’indagine sul segnale e l’assenza di mediazioni nella riproposizione delle sue caratteristiche è spesso causa di problemi non dissimili da quello che lamenti.

In sostanza, allora, il problema non è dei diffusori, ma di quello che gli si dà “da mangiare”. Quale ultimo anello della catena, su di essi si riversano tutti i problemi accumulati dal segnale durante il suo tragitto.
A quel punto entra in gioco la legge più antica della riproduzione sonora, e anche la più trascurata dalle fonti allineate, che hanno tutto l’interesse affinché si vendano gli oggetti più costosi e sempre in maggior numero, e se vogliamo la più controintuitiva.

Di conseguenza l’appassionato è spinto a pensare che maggiore è la qualità del diffusore che acquista e migliori saranno le sensazioni d’ascolto.

Questo è vero, ma è solo una parte della realtà, quella cui per ovvi motivi si dà l’enfasi maggiore.
Come avrò scritto forse un milione di volte, la validità del diffusore è data in primo luogo dalla sua capacità di discernere tra le diverse caratteristiche del segnale e di riproporle tali e quali nella sua emissione in ambiente.
Ora, se le caratteristiche del segnale sono gravate da alcuni difetti, più il diffusore è valido e più li metterà in evidenza. Proprio perché per quanto efficace possa essere, non è stato ancora inventato quello in grado di distinguere cosa è gradito all’ascoltatore e cosa no, e dubito lo sarà mai.

Ecco allora che migliorando la qualità del diffusore si ottiene un effetto contrario a quello che si sarebbe immaginato: la qualità sonora aumenta in termini assoluti, ma porta con sé una serie di elementi che in precedenza passavano del tutto inosservati e spesso assumono un rilievo tale da vanificare il miglioramento che pure c’è stato, arrivando persino a sovrimporsi ad esso.

Le caratteristiche dei diffusori che avevi in precedenza, infatti, erano tali da mascherare quel che lamenti. Proprio perché la loro capacità di condurre un’analisi corretta e approfondita sul segnale è molto bassa.
Questo non significa che non debbano piacere, ma sono comunque tali da rendere meno evidenti certi elementi, attribuendo alla sonorità dell’impianto sempre e comunque la loro connotazione tipica.
Questo ne fa se vogliamo oggetti adattabili a una vasta serie di condizioni, in ognuna delle quali tendono appunto a far risaltare le loro peculiarità, ma dal punto di vista di riprodurre il segnale per quello che è nella realtà, nel bene come nel male, sono gravemente inadeguati. Dunque sotto questo aspetto la loro qualità effettiva è decisamente bassa.

Che poi piacciano a molti è un altro paio di maniche e non ha nulla a che vedere con le loro doti di analisi. Anzi, stante la media deprimente delle condizioni in cui opera la stragrande maggioranza degli impianti, queste ultime meno sono spiccate e meglio è.
Proprio perché riescono a nascondere con buona efficacia i difetti di tanti impianti, spesso marchiani.

Quei difetti non derivano dalla scarsa qualità dei loro componenti ma, paradossalmente, dal suo opposto: sono troppo validi per le condizioni medie in cui li si fa operare e pertanto non possono fare altro che porre nell’evidenza migliore le conseguenze che ne derivano.
Che poi è il problema più diffuso nell’ambito della riproduzione sonora, cui gli appassionati credono di poter mettere riparo cambiando in continuazione apparecchiature, finendo solo con lo spendere quantità di denaro improbabili e ritrovandosi sempre più scontenti.
Motivo, cercano di risolvere i problemi laddove non risiedono. O meglio dove risiedono quelli che, in condizioni paragonabili a quelle che tu descrivi, sono d’importanza secondaria.

Quindi non si tratta di cambiare diffusori a oltranza, fino a trovare quelli in grado di nascondere al meglio i difetti da te lamentati, lasciando però inalterati gli elementi da te prediletti, impresa quasi impossibile, ma di mettere quello che hai nelle condizioni di esprimersi finalmente come può e come dovrebbe.

Il tuo impianto è come una macchina da corsa.
Come puoi pretendere di vincere la gara, se ti presenti al via con la convergenza sballata, la distribuzione fuori fase e l’alettone montato al contrario?
Arriva una macchina di due o tre classi inferiore alla tua e ti svernicia.
Proprio quello che succede con tanti impianti cui non si darebbe un soldo di fiducia, ma siccome sono curati anche negli elementi di contorno suonano molto meglio e più musicalmente di quelli diverse volte più costosi, lasciati al loro destino da utilizzatori convinti che basti mettere mano al portafogli con la manica più larga per avere in automatico il migliore degli impianti.

Questo è ciò che fa credere la pubblicistica di settore nella sua totalità, con il solito corredo di aggettivi roboanti e affabulazione fin quasi irresistibile per gli appassionati.
Poi però, quando da chiacchiere mai così vuote si passa al concreto della sala d’ascolto, i nodi vengono al pettine e si dimostrano impossibili da dipanare, seguendo le ricette di quello che definisco Il Coro Degli Entusiasti A Prescindere.

D’altronde il suo compito è far si che si venda, sempre di più e con maggiore profitto. Dato che chi è soddisfatto di quel che ha difficilmente è sfiorato dall’idea di cambiare, si deve fare in modo che la platea degli appassionati sia composta in massima parte da gente convinta che basti solo un altro passettino per arrivare al nirvana, ma che in realtà sia perennemente insoddisfatta.
Cosa in cui va dato atto che riesce benissimo.

Al correre il rischio che qualcuno trovi infine soddisfazione, si preferisce la consapevolezza che molti, stanchi di buttare denaro dalla finestra senza risolvere nulla ma più spesso andando all’indietro, come per certi versi è anche il tuo caso, abbandonino questo settore e si dedichino a hobby potenzialmente più soddisfacenti.

In sostanza, tu ora hai la Ferrari, ma non puoi metterci dentro lo stesso carburante che usi per il trattore e devi darle la messa a punto necessaria affinché ti dia le prestazioni che ti attendi.
In assenza, saranno solo grattacapi.

Dunque devi curare le condizioni di contorno. Idea difficile da accettare per molti, dato che già hanno speso somme non indifferenti e non vedono perché dovrebbero mettere di nuovo mano al portafoglio, e in effetti comporta anche delle spese. 

In un’epoca come quella attuale, in cui persino la visuale con cui si affronta la gestione di interi Stati si limita alla prossima emissione di titoli di credito, certi discorsi diventano oltremodo difficili. Da affrontare e più che mai da accettare.
A lungo termine però ci si renderà conto di aver risparmiato somme enormi, proprio perché solo così ti potrai sottrarre a quella che ho definito la sindrome del cambia-cambia nel titolo di un articolo pubblicato sul sito, e avrai avuto tante soddisfazioni in più. Provenienti dall’ascolto del tuo impianto nelle condizioni in cui potrà di sicuro esibire una vera musicalità, quella che è assolutamente nelle sue corde, ma che per essere espressa richiede condizioni adeguate, in questo momento non presenti.

A questo punto credo di averti annoiato fin troppo e quindi mi fermo.
Se desideri approfondire ulteriormente puoi iniziare a leggere gli articoli pubblicati sul sito e poi eventualmente ricontattarmi.

Saluti

Claudio

La questione sollevata da Dino è un altro classico della riproduzione sonora di alto livello qualitativo: la difficoltà di approccio e di inserimento nell’impianto di un componente “troppo” efficace, che in quanto tale risulta persino impietoso nel porre in evidenza i difetti causati da elementi trascurati e coi quali è difficile confrontarsi, mancandone in gran parte la consapevolezza.

Il caso di Dino c’insegna anche un’altra cosa, della quale ho già parlato ma è ampiamente trascurata: nell’installazione di un impianto di alto livello non si può mantenere lo stesso approccio che si ha nei confronti di uno economico.

Non basta quindi limitarsi a collegarne i componenti e a inserire le spine nelle prese di corrente, pretendendo poi che suoni come si vorrebbe. Come è stato già detto in precedenza, e non sarà mai ripetuto abbastanza, così facendo si causano problemi che poi è la qualità stessa delle apparecchiature a porre in evidenza nel modo migliore.

C’è poi il caso di Francesco, che qui non riporto nei termini con cui mi ha contattato ma ne riassumo velocemente i contenuti. Possessore di una coppia di B&W 800 D, dopo il consueto e infruttuoso peregrinare da un’apparecchiatura all’altra, ogni volta garantitagli come definitiva ma poi rivelatasi regolarmente peggiore di quella che l’aveva preceduta, ha finito con il vendere tutto (!).

Ora gli sono rimasti solo i diffusori, eccezionali senz’ombra di dubbio, e sta riflettendo sul da farsi per dare loro la cornice adeguata.

Arriviamo così al caso definitivo, se così lo si può osservare, in cui la soluzione a problemi come quelli descritti fin qui dagli appassionati che mi hanno contattato al riguardo hanno trovato una soluzione rapida, definitiva e tutto sommato economica. Magari non in termini assoluti ma di sicuro in raffronto sia alla spesa affrontata per i diversi componenti dell’impianto, e per l’entità dei miglioramenti ottenuti.

Che non si sono manifestati in termini di percentuali più o meno grandi o di più di questo e meno di quello, riguardo agli elementi su cui si usa valutare la qualità della riproduzione sonora. In modo molto più semplice è passato da sostanzialmente inascoltabile e estremamente gratificante nel suo impiego.  

Condizione tipica in cui i luoghi comuni e i panegirici con cui la pubblicistica di settore continua a ingannare troppi appassionati dimostrano tutta la loro vacuità. 

 

L’impianto di Antonello

Qualche tempo fa mi contatta Antonello, per raccontarmi dei guai del suo impianto, peraltro molto bello nella sua semplicità di fondo. E’ quello raffigurato nell’immagine di apertura.

Si tratta di un sistema basato su componenti di qualità molto elevata: sorgente digitale Restek, ampli a valvole SI Audio e diffusori Estro Armonico su altoparlanti Tannoy coassiali da 15 pollici.

Roba, insomma, che stando alle cronache spergiure dei soliti noti dovresti solo attaccarla alla presa per avere di fronte a te gli Angeli del Paradiso che ti deliziano con la loro voce celestiale.

Invece, guarda un po’ la combinazione, mi racconta dell’asprezza del suo impianto, tale da renderlo sgradevole da ascoltare, al punto di lasciarlo quasi sempre spento. Nel tentativo di ovviare al problema si è visto alla fine costretto a utilizzare una scatola esterna Audio Note, posizionata all’uscita del lettore CD. Solo così è riuscito a recuperare una sonorità almeno ascoltabile senza troppi fastidi.

Ci mettiamo d’accordo per una mia visita sul posto e quando inizio ad ascoltare il suo impianto verifico effettivamente che i problemi descritti da Antonello ci sono tutti, insieme anche ad altri. Su tutto predomina un’asprezza ragguardevole, tale da rovinare quasi completamente l’esperienza d’ascolto, non in linea con i costi e le prerogative di un impianto del genere e più che mai con le attese riposte legittimamente in esso.

Non la faccio tanto lunga con i diversi interventi cui lo abbiamo via via sottoposto e gli effetti verificati per ciascuno di essi, ma ne descrivo direttamente il complessivo, che ha riguardato l’impiego di un set completo di cavi, composto da due coppie di esemplari di potenza per il pilotaggio in bi wiring dei diffusori, ognuna delle quali ottimizzata in funzione della via cui è stata adibita, un cavo di segnale in argento e cavi di alimentazione per amplificatore e sorgente.

Alla riaccensione dell’impianto si è potuta verificare una sonorità d’eccellenza, finalmente in linea con le prerogative dei suoi componenti. Soprattutto, si è potuta eliminare la scatola nera Audio Note, della quale non c’era più nessun bisogno.

Anzi, provando a reinserirla si è notata non solo la vera e propria uccisione della vitalità di riproduzione, ma anche la cancellazione di un gran numero di particolari dell’informazione, che ha penalizzato il dettaglio e la naturalezza dell’emissione in maniera inaccettabile.

Dell’asprezza preponderante nella condizione precedente non c’è più traccia e finalmente anche la sonorità tipica di un amplificatore valvolare di classe ha potuto esibirsi nel modo migliore.

A quel punto abbiamo proseguito con l’impiego di un risonatore Schumann e la sonorità è migliorata ulteriormente, in particolare per il respiro, lo spessore e la tridimensionalità dell’immagine e più che mai in termini di naturalezza. Ora la cantante, che nelle condizioni di partenza era stridula e costipata all’interno dei diffusori, ha acquisito la sua naturalezza ma soprattutto si staglia in ambiente con una sensazione di presenza da impianto di grande levatura. Non sto a descrivere il resto dei miglioramenti, in linea con quanto appena detto e caratterizzato da una verosimiglianza tale da restituire con ottima approssimazione le sensazioni tipiche dell’evento dal vivo, in proporzioni tali da situarsi fuori dalla portata di molti impianti.

L’opera poi è terminata con l’impiego di supporti per diffusori ed elettroniche come quelli presentati qualche tempo fa, con un ulteriore incremento delle doti di musicalità dell’impianto, assurto così a livelli di ulteriore eccellenza.  

Dunque la riproduzione tronfia, limitata e artificiosa tipica della sonorità dell’impianto da grosso e grasso matrimonio greco è solo un lontano, spiacevole, ricordo.

Certamente tutto quanto descritto era già nelle corde dell’impianto, basato su componenti di classe indiscutibile. Del resto, come ho già rilevato in varie occasioni precedenti, un cavo, un risonatore e tutti gli altri elementi di tipologia simile non possono inventare una qualità che non esiste. Quello che possono fare, invece, è porre finalmente l’impianto di classe nelle condizioni di esprimere il suo potenziale, che molto spesso è largamente superiore a quel che si potrebbe immaginare.

Ne deriva come in questo caso un risultato che ha fin quasi dell’incredibile, almeno per chi non è abituato a curare le condizioni di contorno nella maniera necessaria. Tanto più per un impianto di levatura simile, che in mancanza di determinati accorgimenti e date le sue doti di precisione e selettività, non può far altro che porne in evidenza le conseguenze con il puntiglio che deriva dalla sua capacità di indagine sulle caratteristiche del segnale, per forza di cose elevata.

Insomma, con un intervento rapido e dai costi non così gravosi, in relazione a quello dei suoi componenti e ai risultati ottenuti, l’impianto di Antonello ha letteralmente cambiato faccia. Soprattutto ha iniziato a esprimersi nel modo in cui può, dando finalmente un senso ai denari spesi per il suo acquisto, che non sono stati pochi.

In una parola, ha iniziato a volare.

Oltretutto parte della spesa sostenuta per l’intervento è stata recuperata grazie alla vendita della scatola Audio Note, non più necessaria.  

Ho voluto descrivere l’esperienza avuta con l’impianto di Antonello, con il quale oltretutto è nata una bella amicizia, proprio per cercare di rendere consapevoli gli appassionati che ogni impianto e in modo particolare quelli di classe alta, lo ripeto ancora una volta, non vanno installati e utilizzati con lo stesso approccio di uno economico.

Necessitano invece delle cure necessarie affinché possano esprimere le loro vere potenzialità. In caso contrario meglio lasciar perdere, proprio perché generano grattacapi a non finire, spingendo il loro possessore a continui cambi di apparecchiature, nella vana ricerca della soluzione a problemi la cui origine risiede in gran parte altrove. 

Il salto di qualità che si ottiene mettendo finalmente a loro agio i componenti di un impianto siffatto è davvero impressionante, oserei dire epocale.

Proprio perché invece di caciara si ottiene finalmente musica. Resa con coerenza e naturalezza, ovvero gli elementi fondamentali senza i quali non può esistere quella che si definisce riproduzione di gran classe. Ma solo un guazzabuglio di sonorità, spesso e volentieri esasperate, trapananti e prive di vita, che riescono talvolta persino nell’impresa di essere nello stesso tempo gonfie sul medio baso, ottunderate e fastidiose in gamma alta. Quelli che poi sono i difetti della stragrande maggioranza degli impianti che mi capita di ascoltare, in particolare d’impegno maggiore.

Se negli impianti piccoli e medi certi difetti si avvertono ma restano tutto sommato sopportabili, e quindi ci si può passare sopra, le catene d’impegno maggiore vi attribuiscono un’enfasi che le rende intollerabili, causa prima dell’insoddisfazione e delle lamentele di tanti appassionati.

Purtroppo i motivi del malcontento sono più che giustificati. La buona notizia è che basta poco per risolverli, anche se per quel poco c’è bisogno di un cambio di mentalità fondamentale. Riguarda la consapevolezza che a certi livelli le caratteristiche dei componenti dell’impianto sono si importanti, ma in assenza delle giuste condizioni di contorno non possono materialmente soddisfare le speranze di chi ha investito tanto denaro nel loro acquisto e spesso si rivelano controproducenti.

Una volta fatto quel passo, però, le conseguenze assumono proporzioni impensabili, soprattutto in relazione a quel che si aveva, o meglio si doveva sopportare, in precedenza.

Ora l’impianto di Antonello va definito a tutti gli effetti X-Fi. La differenza che dimostra nei confronti dei comuni impianti hi-end è abissale. Soprattutto in quanto non suona da impianto, oltretutto grosso, e quindi male, ma emette finalmente musica, con coesione, naturalezza, vitalità e realismo.

Una gioia per l’udito.

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Ancora una volta, è questione di approccio

Come scritto nell’articolo precedente dedicato all’argomento della X-Fi, una riproduzione sonora siffatta non è tanto questione di apparecchiature, che sono una condizione necessaria ma non sufficiente, bensì di approccio.

Senza di esso ci deve rassegnare ad avere sonorità che sono quasi sempre gonfie o trapananti e talvolta le due cose assieme, ma soprattutto artificiose. In quantità proporzionale alle dimensioni dell’impianto e ai costi affrontati per il suo acquisto. Risolvere quel problema, lo ripeto ancora una volta, non è questione di apparecchiature ma del modo in cui le si fa operare. 

Questo significa anche che per arrivare a determinati risultati, magari intesi in termini complessivi, come idea generale di suono più che per eventuali exploit nei singoli parametri, non c’è assolutamente bisogno di possedere impianti di impegno simile a quello di Antonello. Significativo a questo proposito rilevare la sua semplicità, vera origine di qualunque dispositivo abbia a che fare con l’efficienza funzionale.

Fermo restando che ancora non è stato inventato il sistema per cavare sangue dalle rape, per ottenere livelli di coinvolgimento non dico pari ma almeno comparabili, per forza di cose basati sulla sensazione di trovarsi di fronte all’evento reale e non a qualcosa dal sapore marchianamente artificioso, possono bastare anche impianti decisamente meno impegnativi.

L’esperienza dimostra che un modesto amplificatore integrato, di tipo audiophile, una buona sorgente e dei diffusori validi possono bastare, se messi nelle condizioni di esprimere il loro vero potenziale.

Come abbiamo appena detto, per quel tramite magari non si otterrano determinati picchi prestazionali sui singoli parametri, ma se ne potranno comunque trarre impressioni di fondo largamente positive quanto a realismo, coerenza e naturalezza della riproduzione. E questo è l’importante.

Per arrivare allo scopo però, lo dico ancora una volta, è necessario un cambio di mentalità. Sostanziale. Quello necessario ad assumere l’approccio giusto nei confronti dell’impianto e della funzione che intendiamo attribuirgli. Che deve essere appunto quella inerente la riproduzione sonora, intesa come replica ragionevolmente fedele dell’evento reale.

Per far questo occorre innanzitutto mettere da parte la deviazione oggi imperante, secondo la quale l’impianto deve appagare in primo luogo l’occhio, oltretutto secondo criteri femminilizzati basati sul parametro deliberatamente ingannevole e farneticante del WAF. 

Quindi l’impianto non deve essere allestito per ottenere in primo luogo un risultato soddisfacente secondo il senso estetico. Quello che poi ci fa pubblicare la foto sui social per vedere arrivare una pioggia di mi piace. Non fosse altro perché quell’adulazione effimera del nostro orgoglio, una volta fatti i conti, ci sarà costata diverse decine, se non centinaia di euro per ogni singola approvazione. 

Forse, e dico forse, sarebbe il caso di impiegare i denari procurati col sudore della fronte in modo più proficuo. Certo, se ci sono piovuti dall’alto, come a volte succede, il discorso cambia, ma insomma…

A questo proposito va tenuto in mente che quanto appaga l’occhio al meglio, si rivela regolarmente dannoso per l’orecchio. Proprio perché il senso della vista e quello dell’udito non solo non sono la stessa cosa, ma quasi mai vanno d’accordo.

Qualcuno forse ricorderà il film “I mitici”, sottotitolo “Colpo gobbo a Milano” in cui Claudio Amendola e Ricky Memphis coinvolgono Monica Bellucci (Deborah, con l’acca) per tentare la rapina in una gioielleria. 

Quando scende dal treno, Deborah si rivela di grande avvenenza. Ma il suo accento, tipico della provincia dell’Italia centrale, è persino grottesco. Così Claudio Amendola dice, in una scena successiva, riferendosi al suo aspetto: “In video si, è l’audio che è teribbile“. 

Profezia inconsapevole di quel che la riproduzione sonora avrebbe riservato ai suoi cultori, oltretutto a fronte di spese prive di ogni ragionevolezza. Nonché dimostrazione che a volte il vaticinio più azzeccato lo si trova laddove non s’immaginerebbe mai.

Ancora una volta ci troviamo di fronte alla dimostrazione che è soprattutto questione di approccio. Innanzitutto quella che permette di capire che la prima qualità dell’apparecchiatura audio è suonare bene e non compiacere il senso estetico di persone che magari di riproduzione sonora non sanno nula e neppure sono intenzionate ad approfondire l’argomento. Tale approccio, dunque, deriva un sua volta da una forma mentale ben precisa. Quella che ci evita di andare per farfalle, o di metterci troppi grilli nella testa per puntare al sodo. In sua assenza non si va da nessuna parte. 

il sodo nel nostro caso significa preservare il segnale audio nelle condizioni migliori, dall’inizio alla fine del suo viaggio. 

Detta in questo modo può sembrare una cosa fin troppo banale, ma se ci si sofferma sugli usi e costumi oggi più diffusi nel nostro settore, si arriva facilmente alla conclusione che così non è.

Per alcuni potrebbe sembrare fin troppo difficoltoso in termini concreti. Allora affrontiamo la questione in termini utilitaristici. E’ inutile spendere tanto denaro per apparecchiature senza dubbio affascinanti, per poi abbandonarle al proprio destino, insieme al segnale che passa al loro interno.

Giustamente ci si potrebbe chiedere: ho già speso un bel po’ di soldi sulle apparecchiture del mio impianto e ora mi si chiede di mettere di nuovo mano al portafogli. Siamo impazziti?

No, o almeno ancora non del tutto. Solo, occorre spostare solo di poco il nostro punto di osservazione, per comprendere che proprio perché si è speso parecchio per avere ciò che viene prodotto da quelle apparecchiature tanto costose, ossia il segnale audio, non ha molto senso abbandonarlo al proprio destino.

Oltretutto per la parte più lunga del suo tragitto. 

Siamo stati abituati a pensare, secondo una vulgata radicatasi per decenni, che quando si trova fuori dalle apparecchiature al segnale nulla possa accadere. Qualche rapida prova dimostra che in realtà non è così. Si può dire anzi che proprio in tale ambito una serie di possibili elementi di degrado trovi il modo di infiltrarsi, oltretutto secondo modalità subdole e non del tutto analizzate a fondo, degradando il segnale per produrre il quale abbiamo pagato fior di quattrini.

Quel degrado s’insinua in maniera oltretutto pesante, persino superiore rispetto a elementi che invece curiamo a volte fino allo spasimo fin nei più minuti dettagli, per poi rimanere scoperti lungo la parte maggiore del fronte su cui stiamo operando. 

Il che è anche peggio di quel che fecero i francesi con la linea Maginot. Costosissima, costringeva migliaia di uomini a vivere come topi, ma che lasciava sguarnito il territorio che avrebbe dovuto proteggere in corrispondenza dei suoi confini col Belgio. Sulla base di considerazioni ritenute ineccepibili ma che invece si rivelarono non erronee ma disastrose.

Così per l’esercito tedesco fu poco più di una passeggiata infiltrarsi e poi dilagare, arrivando in pochi giorni fino alla Capitale.   

L’esempio appena fatto ci spiega che la preservazione del segnale audio non va curata solo all’interno delle apparecchiature, ma anche e soprattutto dove è più esposto a potenziale degrado, oltretutto per la parte più lunga del suo tragitto. Magari si è convinti di averlo già fatto, come meglio non si potrebbe, ricorrendo al prodotto industriale. Che però, come abbiamo rilevato in passato, più di tanto non può fare per i vizi genetici da cui è gravato irrimediabilmente.

Nel momento in cui si pone finalmente al riparo il segnale audio in modo efficace, non si ottiene soltanto un drastico miglioramento delle condizioni di ascolto. Ci si accorge anche che le modalità realizzative delle apparecchiature audio, sulle quali gli appassionati si dividono in fazioni perennemente impegnate nella loro lotta intestina, perdono una paerte rilevante delle differenze che le caratterizzano. Non solo riguardo a elementi diciamo così, collaterali, ma anche per quelli di fondo, come ad esempio la scelta per la tipologia e le modalità funzionali dei componenti attivi.

Non voglio dire naturalmente che una volta messi in atto determinati accorgimenti valvole e stato solido suonino alla stessa maniera. perché così non è. Tuttavia quelle differenze sul cui terreno si sono consumati scontri epocali tra i cultori di religioni contrastanti, diventano molto meno significative. Al punto che anche il valvolista più accanito si ritrova ad ascoltare finali a stato solido senza più rimpiangere fin dalla prima battuta del primo brano le prerogative dei suoi componenti attivi preferiti. Riuscendo persino ad ascoltare tutto il disco con piacere.

Forse anche per via del fatto che la nostra attenzione, a livello uditivo, viene attratta da altre cose, nuove, rispetto alle differenze delle sonorità tra le due tipologie, preponderanti rispetto ad esse.

Tutto questo non avviene soltanto per effetto dell’adozione di un set di cavi realizzati in un certo modo, ma intanto focalizziamoci su quello. Proprio perché è la base, il punto di partenza su cui costruire modalità di emissione X-Fi.

Poi una volta compresi gli effetti di determinati accorgimenti, grazie all’instaurarsi di condizioni in gran parte nuove, inizieremo a prendere in considerazione anche altri aspetti della questione. E proprio sull’onda dell’esperienza ricavata da questo primo cambio di mentalità andare avanti a scovare nuovi punti di possibile intervento diventerà sempre più facile. Direi quasi istintivo.

Magari non tutti potrebbero rivelarsi proficui nella misura sperata, ma un giorno, quando tireremo fuori quel disco che non ascoltavamo da anni e lo riprodurremo di nuovo, la sorpresa data dalla differenza del modo in cui suona  rispetto a come lo ricordavamo, sarà fin quasi inverosimile.

Quella sorpresa sarà il carburante migliore per spingerci ad andare avanti: nella nostra passione e nella ricerca che ognuno di noi compie nel suo piccolo, alla volta di un suono migliore.

Che questa volta lo sarà per davvero. 

 

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