X – FI, oltre l’hi-end

Un tempo c’era l’hi-fi: in italiano si traduceva con alta fedeltà, sottintendendo all’evento sonoro originario. C’era anche una normativa che stabiliva cosa ci si potesse chiamare e cosa no, la DIN 45500. Non era il massimo, dato che come al solito pretendeva di stabilire elementi qualitativi mediante criteri quantitativi, oltretutto ben poco stringenti, ma almeno era qualcosa.

Poi, come sempre accade, il successo di quella sigla e di quanto da essa suggerito comportò l’abbassare sempre più l’asticella, in modo da poter vendere come hi-fi cose che non lo erano assolutamente. Fu così che si andò progressivamente a perdere il suo significato originario, per trasformarla in una sorta di sinonimo di riproduzione sonora, priva di qualunque accezione qualitativa. Divenne allora necessario inventare la sigla hi-end che però, proprio in base alle necessità dell’industria legata alla riproduzione sonora pian piano è andata anch’essa a perdere la sua accezione originaria di eccellenza.

Storicamente nel passaggio tra hi-fi e hi-end vi fu una fase intermedia, durante la quale si è parlato soprattutto di “esoterico”. Parola dai significati ambigui che hanno finito col simboleggiare le limitazioni qualitative e concettuali di quanto era venuto in precedenza. Nondimeno qualcuno la utilizza ancor oggi per attribuire ai suoi prodotti una valenza che forse teme di non poter ricavare altrimenti. Riguardo a quei significati e alle loro conseguenze occorrerebbe un’analisi approfondita, per comprendere meglio le logiche e le dinamiche che sottendono al mondo della riproduzione sonora. Non è possibile farla qui per ovvi motivi di leggibilità, ma la bozza del testo riguardante questo argomento si trova da tempo nell’elenco degli articoli in attesa di essere completati. Prima o poi ci rimetterò le mani, proprio perché ritengo si tratti di un argomento di grande importanza: per l’evoluzione del sistema riguardante la riproduzione sonora amatoriale nella sua globalità, per le logiche cui risponde e per l’approccio che le diverse figure che vi si rapportano hanno nei suoi confronti.

Lasciamo da parte quella fase intermedia e passiamo direttamente all’hi-end. Iniziamo con il rilevare che i marchi più noti operanti nel suo ambito, oltretutto dai confini alquanto sfumati, sono andati accomodandosi con evidenza sempre maggiore su un terreno con ogni probabilità ritenuto più proficuo, ma che non ha più nel raggiungere l’estremo limite qualitativo della riproduzione sonora il suo scopo primario. La sigla però è rimasta inalterata. La si è usata per andare alla ricerca di suggestioni di altro tipo: in primo luogo quelle visive e semantiche, atte a indurre nella clientela potenziale una percezione di eccellenza del prodotto più per quel tramite che non mediante le effettive doti musicali.

Le motivazioni le conosciamo, anche perché le abbiamo analizzate più volte in questo spazio. Vi sono poi altri elementi, che quando si discute di qualità ai massimi livelli acquisiscono un’importanza che in realtà meno critiche potrebbero apparire trascurabili.

 

La perfezione: complessa da ottenere, facilissima da perdersi

A questo proposito vanno tenute in considerazione le difficoltà che si incontrano nel dimostrare, sia pure nei confronti della percezione soggettiva, le vere caratteristiche dei prodotti votati per così dire all’assoluto. La semplice prova d’ascolto come siamo abituati ad intenderla non basta più, dato che per comprendere appieno determinati aspetti occorrono periodi di tempo piuttosto lunghi, oltre a una concentrazione cui difficilmente si può pervenire durante una visita in negozio, magari accompagnati da amici, o in una dimostrazione pubblica come quella di una fiera di settore. C’è poi un altro aspetto, riguardante le capacità di discernimento e selezione della clientela potenziale, non di rado sottovalutata in determinati ambienti in maniera pretestuosa, proprio per procurarsi una sorta di giustificazione alla mediocrità del prodotto. Infine c’è da considerare che quanto più ci si spinge in avanti nel perseguire l’assoluto, tanto più assumono importanza particolari che in contesti meno avanzati potrebbero apparire privi di significato.

Facciamo un esempio: durante il GP d’Australia disputatosi domenica scorsa, a un certo punto le telecamere hanno indugiato sull’inquadratura dello spoiler anteriore di una delle auto concorrenti, facendo vedere come sia stato realizzato in modo da assumere una determinata inclinazione alle velocità medio basse, in modo da produrre il carico aerodinamico maggiore, mentre quando la velocità sale tende ad appiattirsi, in modo da permettere l’ottenimento delle punte massime più elevate in fondo ai rettilinei. Al di là della regolarità o meno di simili artifici, il loro impiego su berline da famiglia lascerebbe il tempo che trova, oltre a essere improponibile per una serie di altri fattori, primi tra i quali il costo e la fragilità. Nell’ambito delle corse ai livelli più elevati, invece, sono proprio intuizioni del genere che fanno la differenza tra le auto vincenti e quelle che non lo saranno mai. Anche se riguarda un settore del tutto differente, soprattutto quando ci si prefigge di ottenere determinati risultati, si vede come la riproduzione sonora, se spinta alle sue conseguenze estreme, abbia alcuni punti in comune con le corse della massima formula. In particolare per le modalità e la dedizione attraverso le quali si può pervenire agli obiettivi di più grande rilievo in termini prestazionali.

Nello stesso tempo questo esempio spiega come basti trascurare pochi elementi che in contesti meno critici sarebbero insignificanti, per cadere da vertici qualitativi vicini all’assoluto a una sostanziale ordinarietà. Questo dipende dal fatto che in genere sono i segnali più fini, le sottigliezze, le minuzie se vogliamo a fare la differenza. In quanto tali, sono proprio le cose più facili da perdere nel momento in cui non tutto “gira” come dovrebbe. Al proposito va considerato inoltre che le conoscenze riguardanti i principi secondo i quali avvengono la riproduzione e la percezione sonora sono ancora molto parziali, il che rende il percorso verso determinati risultati ancora più impervio e incerto.

Considerazioni del genere assumono il loro rilievo nel momento in cui si osserva come anche il fenomeno denominato hi-end abbia finito per ripercorrere una traiettoria simile a quella della cosiddetta hi-fi, sia pure senza arrivare alle estremizzazioni più deteriori che hanno caratterizzato quest’ultima. Tuttavia la ricerca della maggior commercialità, appunto mediante l’impiego esasperato della cosmetica al fine di attrarre la clientela meno consapevole, ha una valenza non così diversa, almeno in linea di principio.

Se vogliamo, anzi, la pretesa di imporre impianti da centinaia di migliaia di euro che dimostrano di non riuscire neppure a riprodurre il suono di un pianoforte con la verosimiglianza necessaria è ancora peggiore. Infatti se sugli scaffali della grande distribuzione si vorrebbero far passare per hi-fi anche i radioriproduttori portatili, almeno li si vende a cifre irrisorie.

Si è generata dunque una situazione di stallo, in cui allo stabilizzarsi su un plafond qualitativo evidente e apparentemente invalicabile, corrispondono prezzi in perenne ascesa. Questi si senza senza limiti, soprattutto di decenza, che per quanto detto riescono a trovare con difficoltà sempre maggiore il minimo addentellato non solo con le prestazioni offerte ma anche con il minimo senso della realtà.

Malgrado questo ripiegamento su sé stessa, o meglio abdicazione agli scopi originari, esiste tuttora una spinta al superamento dei limiti, a volte piuttosto grossolani, che in termini di doti sonore caratterizzano la parte più rilevante di quanto viene offerto dal mercato della cosiddetta hi-end.

 

Una nuova prospettiva

In tale ambito non ci sono regole precise o meglio una definizione condivisa dei percorsi lungo i quali muoversi. Elemento forse inquietante o meglio origine di sospetto per alcuni, ma che sotto altri punti di vista è proprio il lato più interessante della faccenda, proprio perché non si pongono limiti di sorta alla creatività e alla ricerca. Quindi non ci si accontenta di escogitare circuitazioni più efficaci, tantopiù in una fase storica in cui la reiterazione di quelle già note da decenni, magari con modifiche marginali predomina nel campo dell’hi-end. Si va invece all’ideazione di soluzioni radicalmente nuove e nello stesso tempo si prendono in considerazione elementi del processo complessivo inerente la riproduzione sonora finora ritenuti marginali se non del tutto trascurati. Soprattutto si mettono in discussione regole che sembravano ormai inamovibili, verificandone l’effettiva rispondenza agli scopi di ricostruzione credibile dell’evento sonoro originario nell’ambiente domestico.

Siccome ogni appassionato di media esperienza sa benissimo che di regole, o meglio di dogmi, nell’ambito della riproduzione sonora ce ne sono a bizzeffe, va da sé che con l’adozione di una simile forma mentale si aprano spazi di ricerca enormi, potenzialmente in grado di consentire un avanzamento rimarchevole dei limiti oggi solitamente correlati al settore di nostro interesse.

Sebbene questo tipo di ricerca avvenga soprattutto sulla base di esigenze ed esperienze personali, ma soprattutto per l’ambizione e la volontà di piccoli marchi o addirittura minuscoli che hanno deciso di sottrarsi dalla dittatura dei fatturati e della vulgata imperante da sempre legata alla mediocrità tipica del prodotto di origine industriale, la nuova tendenza non può essere più ignorata, quantomeno da chi segue con l’attenzione maggiore l’evolvere di tutto quanto è legato alla riproduzione sonora di qualità maggiore.

Allora è necessario innanzitutto prendere atto di questo fenomeno, e poi renderlo riconoscibile, così da poterlo differenziare dalle logiche oggi predominanti nel campo dell’hi-end, che sembrano puntare più che altro a una forma di regressione, sia pure dissimulata o meglio molto ben travestita.

Per questo ho deciso di coniare la sigla di X – Fi.

X è la lettera utilizzata per definire qualsiasi cosa abbia finalità e sia basata su concetti sperimentali, volti ad andare oltre le possibilità e le tecniche già note di un qualsiasi settore. Ecco il perché della foto di apertura che ritrae l’X-15, ai suoi tempi simbolo d’eccellenza per la sperimentazione più avanzata. Si tratta di un aereo con cui l’industria aerospaziale andò a sviluppare le concezioni tecniche necessarie alla corsa allo spazio che avrebbe avuto luogo di li a poco.

Questa scelta non vuole essere in alcun modo un omaggio alla logica imperialista e militarista da cui hanno origine operazioni del genere, volte in primo luogo a scopi propagandistici e ancor più alla dilapidazione fine a sé stessa di risorse e ricchezze enormi, non senza un significativo tributo di vite umane.

Quella definita come conquista dello spazio, infatti, storicamente è stata in primo luogo il pretesto con cui distruggere risorse incalcolabili in termini economici e di ricchezza, che altrimenti sarebbe stato necessario condividere con tutte le conseguenze del caso. Soprattutto in termini di messa in discussione del predominio dei ceti al vertice nella gerarchia sociale. Impedire una diffusione troppo ampia e una crescita troppo significativa del benessere condiviso, ma anzi produrre al riguardo una vistosa regressione come quella che stiamo vivendo da alcuni decenni a questa parte, è lo strumento più efficace per il mantenimento di qualunque assetto sociale, anche il più ingiustificabile. La spinta alla regressione del benessere ha avuto luogo nel momento in cui il sistema capitalista ha potuto mostrare la sua vera faccia, in seguito alla neutralizzazione transitoria di tutte le forme di organizzazione della società ad esso alternative, basate su una maggiore sensibilità nei confronti delle istanze di origine sociale, contro le quali ha ingaggiato da secoli una guerra permanente.

Oggi ci si illude di mettere al riparo da qualsivoglia insidia l’assetto vigente mediante l’instaurazione progressiva di un ordinamento neo-feudale, scopo delle forme attuali di democrazia recitativa al potere in tutto il blocco occidentale.

Chiarire questo punto è fondamentale anche in merito al rifiuto di questa fonte di considerare le spese militari e le azioni belliche come un elemento trainante per il progresso tecnologico, posizione tipica della mentalità fascistoide e guerrafondaia largamente predominante nel contesto delle tecnocrazie, che non fa altro dal metterne in evidenza ancora più vistosa l’insostenibilità in termini etici e concettuali.

 

La differenza, in primo luogo di forma mentale

Come abbiamo detto in precedenza, la x-fi non ha demarcazioni ben definite. Proprio questo ritengo sia il suo aspetto più affascinante. Tutto è demandato alle intuizioni, alla sensibilità e alla volontà di ricerca dei singoli, nell’andare oltre le limitazioni oggi presenti nel settore della riproduzione sonora e delle apparecchiature ad essa adibite.

La camera anecoica della Bell Acoustics, realizzata nel 1947

Il punto di partenza è il ripensamento critico e l’esame attualmente in atto di tutto il processo che riguarda la riproduzione sonora, dalle sue origini, intese in termini di supporto fonografico, che sia maneggiabile liberamente come un LP o un CD oppure contenuto all’interno di un dispositivo per l’impiego informatico come un hard disk o un personal computer, per finire ai padiglioni uditivi dell’ascoltatore, o meglio alle sensazioni destate nel suo cervello, prendendo in esame una ad una tutte le fasi intermedie.

Questo senza dare alcunché per scontato, iniziando appunto dal supporto e dalla valutazione delle sue caratteristiche fisiche e chimiche, il che potrebbe portarci già a intuizioni interessanti. Ma soprattutto capaci di regalarci un miglioramento percettibile della qualità sonora a costo zero, proprio andando a verificare le possibilità offerte dalla maggiore comprensione delle caratteristiche del supporto, del comportamento delle materie da cui è composto e dalla loro reazione nei confronti di quanto le circonda.

Cose del genere normalmente non si prendono neppure in considerazione, in base a quella che potremmo ritenere una forma di pigrizia mentale: si è talmente abituati a osservare e adoperare un oggetto di uso comune che si dà per scontato sia quello che è, senza riflettere sulle possibilità che le sue caratteristiche possano variare in base a una serie di condizioni di fondo.

X-fi insomma è in primo luogo una questione di scelte: quelle di chi non si accontenta di utilizzare ricette e sottostare a leggi preconfezionate e cadute dall’alto ma le mette in discussione una per una, andando a verificare se hanno davvero un motivo di essere, se offrono un risultato tangibile e su che piano, oppure se è possibile andare oltre.

Procedendo in un percorso siffatto, ci si accorge presto che di tali regole ce ne sono diverse, mutuate da settori che hanno il punto comune con la riproduzione sonora nell’impiego dell’elettricità, ma che non hanno nulla a che vedere con quest’ultima. Soprattutto, non ne condividono la criticità di alcuni parametri ai fini del risultato complessivo, che quindi procedendo secondo i metodi diciamo così tradizionali non può che venirne depauperato.

Un terreno sul quale la x-fi trova ampi spazi di sviluppo è un altro tra gli elementi storicamente trascurati della riproduzione sonora, ma che invece offre potenzialità enormi, a patto di porsi nei suoi confronti nell’ottica più confacente al riguardo. Si tratta di ciò che si trova tra il punto di emissione dell’onda sonora e quello in cui avviene la sua percezione, che fino a oggi ci si è limitati a considerare, ed eventualmente trattare, soltanto in termini di riflessioni e riverberazioni. Tale ambito ha influenza rimarchevole su quel che viene percepito, per questo procedendo al suo “condizionamento”, in base a varie modalità, si possono ottenere risultati decisamente interessanti e comunque proficui. Non solo all’innalzamento del livello di qualità sonora percepito dall’ascoltatore, ma anche per elementi ad essa contigui, come la ricostruzione scenica, la percezione delle dimensioni apparenti dell’ambiente d’ascolto e così via. A questo riguardo un esempio è dato dalla sperimentazione di cui si è parlato nell’articolo “Percorsi alternativi“.

Quanto detto fin qui confligge con il punto di vista e con le concezioni di chi è abituato a osservare l’impianto audio alla stregua di un elettrodomestico o meglio di una lavatrice, più o meno consapevolmente, e si rapporta ad esso di conseguenza. Convinto quindi che limitarsi ad aprire l’oblò, mettere dentro i panni, aggiungere detersivo e premere un bottone sia tutto quello che è necessario fare per ottenere il meglio di ciò che la riproduzione sonora può dare.

L’ottenimento di determinati obiettivi è innanzitutto questione del modo con cui ci si pone nei loro confronti. Se l’approccio è quello appena descritto, non è possibile neppure arrivare a immaginare la possibilità di ottenere risultati rilevanti.

Ecco come un sito tra i più noti del settore suggerisce agli appassionati che la semplice azione del comperare sia il mezzo migliore con cui “costruire la sala d’ascolto perfetta”. L’invito alla compravendita continua è talmente plateale da rendere incredibile che vi si risponda in maniera così entusiastica, con l’unico risultato di essere sempre più insoddisfatti.

Un’altra consuetudine oltremodo distruttiva, per le possibilità di ottenere determinati obiettivi di qualità, sta nell’insistenza della pubblicistica di settore cartacea e in rete nel perseguire i propri interessi economici mediante la pretesa che sarebbe esclusivamente questione di avere soldi da spendere in quantità. Idee del genere si inseriscono a perfezione nelle tendenze socio-politiche attuali che vorrebbero attribuire al possesso del denaro la valenza di discrimine unico e indiscutibile a qualunque proposito. La realtà, come sappiamo bene è ben altra: se una certa disponibilità di denaro è necessaria per i nostri scopi, è proprio basandosi esclusivamente su di essa che si vanno ad allestire gli impianti peggiori.

 

Esempi pratici

Fin qui la teorizzazione del fenomeno che definiamo come x-fi. Vediamo adesso alcuni esempi di come i concetti che la riguardano possano trovare un’applicazione concreta.

Partiamo appunto dai circuiti di amplificazione, contesto nel quale da sempre si concentra la ricerca e che oggi quindi potrebbe apparire fin troppo sfruttato, per non dire saturo, ma che ancora offre potenzialità interessanti per l’esplorazione di soluzioni inedite. Una di queste è il cosiddetto SSOPT, sigla che sta a significare Solid State OutPut Transformer.

Per il suo tramite è possibile realizzare amplificazioni dalle caratteristiche sonore molto interessanti, in grado di coniugare le prerogative di musicalità proprie dei tubi a vuoto con la duttilità e la prestanza tipica dello stato solido. I risultati così ottenuti si sono dimostrati degni della massima considerazione, e non hanno a che vedere con quelli degli ibridi fin qui conosciuti, ossia gli amplificatori che abbinano uno stadio di preamplificazione o driver a valvole con una sezione di uscita a transistor.

Mentre gli ibridi tradizionali hanno una sezione di uscita a stato solido pilotata mediante uno stadio a tubi, così che possa avvalersi delle doti sonore tipiche del segnale emesso da questi ultimi, il SSOPT funziona in maniera del tutto diversa: concettualmente si tratta di un circuito a stato solido che fornisce energia, o meglio corrente, al carico, ma il controllo del tutto a livello di segnale audio resta in capo alla o alle valvole. L’ideatore lo descrive come una sorta di servosterzo: la forza per direzionare le ruote è fornita dal dispositivo, ma è il guidatore a decidere come e quando.

Principio di funzionamento dell’amplificatore SSOPT.

Come per ogni terreno inesplorato che si rispetti, anche riguardo al SSOPT c’è stato chi ha cercato subito di approfittarne per attribuire al proprio prodotto, e alle proprie capacità, caratteristiche mirabolanti, o meglio miracolistiche. Per forza di cose non possono essere reali e men che meno credibili. Nonostante quel che si vorrebbe far credere, una 300B non può materialmente erogare qualche centinaio di watt in uscita. Sono proprio atteggiaamenti simili che gettano un’ombra sulla ricerca più avanzata riguardante la riproduzione sonora. Oltre a fornire al negazionismo praticato sempre più su larga scala il pretesto con cui screditare quanto esuli dalla visione più retriva del fenomeno e le tecniche atte a ottenere il meglio in termini di musicalità.

Non è detto che la x-fi debba basarsi solo su circuitazioni inedite, tutt’altro. Molto importante per il superamento di un determinato livello prestazionale si è dimostrato il porre cose già note nelle condizioni di esprimersi al meglio, anche e soprattutto per aspetti poco o nulla considerati finora. A questo riguardo un ambito di ricerca, non solo nel settore delle amplificazioni, interessa la realizzazione dei telai. Fin qui concepiti sulla base delle esigenze meccaniche relative all’alloggiamento dei componenti, e soprattutto della cosmetica che oggi detta legge nel settore, assorbendo una parte preponderante dei costi di produzione, hanno dimostrato la loro grande importanza per la connotazione sonora delle apparecchiature che equipaggiano.

Ancora una volta l’industria del settore sembra voler restare sorda nei confronti di argomenti simili. La domanda allora è: se per l’aspetto si è disposti a spendere tanto in termini economici e di tempo, per quale motivo non si dovrebbe avere cura anche di cose che hanno dimostrato il loro influsso considerevole sulla sonorità delle apparecchiature?

Un altro settore nel quale sono possibili sviluppi di rilievo nell’ottica della x-fi è quello dei cavi. Gli esemplari realizzati dai costruttori più in vista del settore si ostinano a trascurare alcuni elementi che hanno dimostrato la loro importanza, proprio ai fini della qualità sonora. Infatti in tale ambito non si risolve tutto nei parametri classici di R, L e C che la teoria vorrebbe come unici responsabili del comportamento di un conduttore. Ci sono anche altre questioni che nell’impiego pratico di un cavo destinato agli impieghi audio hanno dimostrato la loro importanza, nel definire le potenzialità di un sistema di riproduzione in termini di qualità sonora.

A questo proposito ritengo opportuno ricordare ancora una volta che proprio all’interno dei cavi, i quali si sviluppano per vari metri anche all’interno delle apparecchiature, il segnale audio percorre il tratto di gran lunga maggiore del suo viaggio dalla sorgente ai diffusori. E’ evidente allora che proprio in essi vi siano le probabilità più ampie che si verifichino fenomeni in grado di influire o meglio degradare la sua qualità.

Se fino ad ora ci siamo mantenuti su elementi sostanzialmente tangibili, pur se potrebbero sembrare difficili da inquadrare, va rilevato che la x-fi va a trarre vantaggio anche e soprattutto da aspetti meno tenuti in considerazione e ritenuti marginali se non addirittura aleatori. Al riguardo torniamo per un istante al discorso che riguarda quanto va dal punto di emissione a quello di percezione e al suo “condizionamento”, per accennare ai risonatori (o generatori) di Schumann. Per quanto vi sia chi rifiuta di accettare l’idea che dispositivi del genere possano influire in qualunque modo sull’emissione sonora e sulla sua percezione, la sperimentazione fatta al riguardo, ormai su un numero di installazioni e di ascoltatori piuttosto ampio, va a suggerire che tali dispositivi producono il loro effetto. Che non solo è ben percepibile, una volta soddisfatte determinate condizioni, ma permette risultati tali che per essere ottenuti per altra via richiederebbero la spesa di somme molto importanti. Soprattutto, vanno a produrre miglioramenti su parametri difficilmente alla portata delle apparecchiature diciamo così tradizionali.

La terra e la cavità della ionosfera da cui trae origine la risonanza di Schumann

Per sommi capi ricordiamo qui che la risonanza di Schumann viene descritta come la risonanza fondamentale del globo terrestre. Presente fin dalla notte dei tempi, tutti gli esseri viventi vi sono esposti e influenzati. Tanto è vero che la NASA li utilizza per ridurre gli effetti negativi della permanenza degli astronauti nello spazio. Le attività dell’uomo inerenti il trasporto dell’energia elettrica e le emissioni elettromagnetiche a frequenza elevata come quelle della telefonia mobile e delle trasmissioni radio-TV, vanno di fatto a disturbare e coprire parzialmente le onde di Schumann, attenuandone l’effetto. Per questo motivo l’impiego dei risonatori, atto a ripristinarne almeno in parte la presenza, è andato gradualmente diffondendosi, da cui la scoperta dei loro influssi anche per quel che riguarda la riproduzione audio. In quest’ambito l’impiego di tali dispositivi determina sonorità riconosciute di maggior naturalezza, più ampia tridimensionalità, con una difficoltà maggiore nel riconoscere il posizionamento effettivo dei diffusori.

Oltre ai risonatori di Schumann, stanno trovando un impiego gradualmente più ampio minerali di caratteristiche piezoelettriche e piroelettriche. Ossia che vanno a caricarsi elettricamente se sottoposti a compressione o a riscaldamento. Quei minerali tendono a emettere cariche negative, dando luogo al fenomeno della ionizzazione, così da bilanciare quelle positive generalmente ritenute dannose, in quanto determinano cariche elettrostatiche. Caratterizzate da correnti minime ma da tensioni molto elevate, nell’ordine delle migliaia di Volt, le cariche elettrostatiche hanno dimostrato il loro influsso sulla funzionalità delle apparecchiature audio, proprio a seguito dell’impiego di materie e sostanze capaci di abbatterle o di impedirne il prodursi, dal quale si ricava un incremento evidente per la qualità sonora, in assenza di qualsiasi altro intervento.

 

X-fi e diffusori

Nell’ambito dei diffusori trovano applicazione diversi tra i concetti che riguardano la x-fi. La teoria accettata in pratica all’unanimità, alla base della loro progettazione, tranne rarissime eccezioni, vuole che siano costituiti da un contenitore, il cabinet, di massima robustezza e refrattarietà alle risonanze, proprio perché andrebbero a influire sull’emissione degli altoparlanti. Se si riflette sulle finalità dei diffusori, il produrre un’emissione atta ad assimilare quanto più possibile il suono di strumenti musicali, si può osservare come tale scopo venga perseguito con l’impiego di elementi dalle caratteristiche funzionali piuttosto lontane dal modello che si desidera approssimare. A quel punto allora ci si potrebbero porre delle domande in merito alla convenienza delle scelte più tipiche al riguardo, o se invece mediante l’impiego di dispositivi dal comportamento più simile a quello di veri strumenti musicali non si potrebbe giungere a riprodurre con fedeltà maggiore le loro caratteristiche sonore.

A questo proposito si potrebbero obiettare in primo luogo le difficoltà oggettive nella realizzazione di un diffusore del genere, soprattutto da parte dell’industria, che nella semplicità strutturale, di assemblaggio e nella ripetibilità del prodotto ha le basi delle sue modalità operative, delle economie di scala e quindi dei profitti che persegue nel processo di produzione.

E’ evidente però che la x-fi ha quale primo interesse il superamento dei limiti in genere correlati con l’impiego delle apparecchiature di tipo tradizionale atte alla riproduzione sonora. Quindi il suo scopo non è arrivare all’economia maggiore della produzione su larga scala, alla ripetibilità all’infinito dello stesso modello o allo spostamento delle maggiori quantità di ricchezza mediante la commercializzazione di un prodotto più o meno capace di mantenere le sue promesse, ma di raggiungere traguardi in termini di doti sonore fin qui negati proprio a causa delle priorità che i fabbricanti si attribuiscono, in base a considerazioni che nulla hanno a che vedere con la qualità sonora.

Dunque un diffusore siffatto, definiamolo a cabinet risonante, non è più un oggetto la cui realizzazione è da affidarsi un semplice falegname, per quanto esperto, ma proprio a un liutaio, o meglio a qualcuno che conosca i segreti di quell’arte e sia in grado di metterli in relazione con le tecniche proprie della trasformazione dei segnali elettrici in onde sonore.

Un monovia di dimensioni contenute realizzato con la tecnica del cabinet risonante. Impiega un altoparlante a larga banda Siemens da 16 cm. Malgrado le dimensioni contenute, il costruttore ne valuta la sensibilità intorno ai 94 dB.

Una volta deciso di intraprendere il percorso verso la realizzazione di un diffusore dalle caratteristiche così atipiche, ci si potrebbe chiedere se per caso le tecniche di assemblaggio e finitura normalmente utilizzate dall’industria dei diffusori tradizionali siano compatibili con gli obiettivi che ci si prefiggono, o se invece non sarebbe più efficace un procedimento maggiormente allineato alle modalità di produzione che stiamo valutando.

Le tecniche di finitura normalmente utilizzate permettono di ottenere superfici oltremodo regolari e particolarmente apprezzabili esteticamente soprattutto da certe prospettive, ma hanno anche altre peculiarità. La prima è quella di snaturare completamente la materia prima, dato che la ricoprono con uno strato di materiale sintetico particolarmente regolare e in apparenza impeccabile che però la va a chiudere in una specie di sarcofago, sottile ma impenetrabile. Dunque è ancora possibile scorgere la venatura, per cui si capisce che è legno, ma per il resto la sua fruizione, anche a livello tattile e olfattivo, viene del tutto negata, malgrado non vi si faccia più molto caso. Soprattutto se si attribuisce tutta l’importanza al senso della vista, secondo una superficialità per me inaccettabile: in primo luogo da parte dei mezzi di propaganda che come sempre si assumono l’incarico, lautamente retribuito, di far passare il regresso per una conquista di portata incalcolabile. Da rilevare infine che i materiali attualmente in uso nell’industria dei diffusori vanno a cristallizzare la materia prima nelle condizioni in cui si trova al momento della finitura.

L’impiego di vernici per liuteria invece lascia alla materia prima una fruibilità molto maggiore, esaltando le caratteristiche dell’essenza lignea invece di snaturarle e seppellirle sotto una coltre vetrosa come fanno i prodotti sintetici realizzati dall’industria chimica. Inoltre permette al legno di respirare, attribuendo al cabinet le stesse prerogative di uno strumento musicale di grande qualità: quelle di migliorare le sue doti sonore nel corso del tempo.

Considerazioni di questo tipo sono del tutto prive di significato, nei riguardi di diffusori realizzati a partire da scarti della lavorazione del legno ricompressi e incollati, come quelli anche di costo maggiore che vengono commercializzati dall’industria della riproduzione sonora. Assumono invece un ruolo primario quando il diffusore viene assimilato maggiormente a uno strumento musicale, proprio nel momento in cui è realizzato a partire dalle tecniche proprie della liuteria.

Con l’impiego delle cosiddette tavole armoniche, quando utilizzate in modo opportuno, non solo potrebbe essere possibile ottenere sonorità più vicine a quelle reali, ma si può fare in modo di rendere meno evidenti le limitazioni in termini di estensione verso gli estremi dello spettro udibile tipiche dei diffusori monovia. In alcuni casi si potrebbe arrivare addirittura a migliorare la percezione soggettiva anche nei confronti di diffusori multivia, notoriamente caratterizzati dalle problematiche determinate dall’impiego delle reti di filtraggio.

Così facendo insomma si vanno a esaltare le doti migliori dei monovia, riguardanti la naturalezza della loro emissione, ineguagliabile da parte dei modelli tradizionali.

A questo punto, allora, tanto vale lasciare la parola a Giuseppe Carrino, che proprio dai concetti che vogliono il diffusore realizzato nel modo più simile a uno strumento musicale è partito per la realizzazione artigianale dei suoi prodotti, i quali hanno trovato grande apprezzamento da parte di appassionati della più lunga esperienza.

 

I DIFFUSORI RISONANTI

di Giuseppe Carrino

Col passare degli anni e con l’accumularsi delle esperienze, si decide che un procedimento o un materiale siano preferibili ad altri. A volte, come avviene anche in liuteria, a spostare la scelta da un legno ad un altro o da una tecnica costruttiva all’altra, non è la realtà dei fatti, bensì l’interesse economico. 

Diffusore risonante dotato di altoparlante Western Electric 756A. Il frontale è realizzato a partire da una tavola armonica proveniente da un pianoforte Kawai, fornita direttamente dal noto marchio di strumenti musicali.

Nel mondo dell’hi-fi nel tempo si è assistito ad un progressivo appiattimento delle tecniche costruttive e dei materiali impiegati per la produzione dei diffusori acustici e non solo. Nella letteratura classica, la costruzione del mobile del diffusore deve rispettare precise regole. Secondo i fautori di tale teoria, il mobile dovrà essere:

  • solido e rigido: se in conseguenza dei movimenti dell’altoparlante il mobile vibrasse, le sue pareti finirebbero per provocare movimenti dell’aria circostante, inquinandole con frequenze indesiderate;
  • sordo: cioè non risonante, poiché se entrasse in risonanza a certe frequenze, sporcherebbe l’emissione sonora degli altoparlanti;
  • fonoisolante: se i movimenti dell’aria interna, sfasati nel tempo, rispetto a quelli dell’aria esterna, si traducessero in suoni, andrebbero ad annullare parzialmente l’emissione anteriore, proprio perché fuori fase.
  • la solidità ed il peso sono indicativi ai fini della valutazione della qualità costruttiva di un diffusore.

Fatta questa premessa, vado a introdurre un argomento che per molti risulterà scomodo o addirittura eretico.

Nel 2008 con un amico discutemmo dell’idea di realizzare un diffusore con legni risonanti, abbandonando l’idea classica della costruzione di mobili sordi e rigidi. Inizialmente realizzai dei muletti di varie essenze di legni massello, ottenendo dei risultati incoraggianti.

La mia prima conclusione fu che un mobile in legno massello presentava degli indubbi vantaggi dal punto di vista acustico. Lavorando essenzialmente con altoparlanti monovia, al fine di poter accordare nel migliore dei modi il mobile iniziai a sperimentare diverse fibre da utilizzare all’interno del diffusore. Con l’uso di fibre naturali, ottenni un equilibrio timbrico tutto sommato accettabile, perdendo tuttavia in efficienza.

Un altoparlante Goodmans realizzato manualmente e trattato con vernici speciali. Si tratta di una pratica rischiosa, dato che se modalità e quantità di applicazione non sono quelle giuste l’altoparlante viene rovinato irrimediabilmente.

Per la realizzazione dei diffusori moderni si fa largo uso di MDF a bassa o media densità, truciolato o in rari casi viene utilizzato il multistrato. L’MDF, detto anche medite, produce un suono sordo, con delle risonanze spurie poco gradevoli all’orecchio; il truciolato presenta notevoli perdite ed un suono con delle code armoniche pressoché inesistenti. Il multistrato, in particolare quello di mogano o betulla, permette di ottenere un risultato sicuramente superiore rispetto agli altri materiali citati, ma comunque non soddisfacente per i miei gusti.

In una prova comparata il legno massello risulta senz’altro più corretto a livello sonico. Dopo circa due anni e con all’attivo decine di mobili costruiti, iniziai ad utilizzare dei masselli invecchiati, ottenendo un ulteriore miglioramento all’ascolto.

Di conseguenza la mia conclusione fu che a parità di essenza, un legno invecchiato genera un suono armonicamente più corretto e veloce. Col passare degli anni ho iniziato a sperimentare diversi trattamenti superficiali, da applicare ai legni utilizzati per la realizzazione dei miei diffusori. Vernici acriliche a spruzzo che dal punto di vista estetico potevano apparire pregevoli, da quello puramente sonico si rivelarono distruttive.

L’ulteriore conclusione a cui giunsi è che le vernici acriliche rendono il legno meno risonante, congelando le sue caratteristiche acustiche nel tempo.

La successiva frequentazione della bottega di uno storico restauratore del centro storico di Napoli, mi permise di ampliare notevolmente  le conoscenze sui legni, sul loro trattamento e sulla preparazione delle vernici naturali. Per lungo tempo mi sono esercitato con un quadrato di legno di mogano ed un tampone imbevuto di spirito e gomma lacca e posso garantire che l’uso di tale strumento richiede una conoscenza ed una manualità non banali.

Diffusori a torre realizzati con legni di ciliegio invecchiato 30 anni. L’altoparlante è un giapponese Universal da 20 cm.

Dopo diversi anni passati presso quella bottega e migliaia di ore all’attivo, riuscii a realizzare il mio primo diffusore con l’uso di vernice a base di spirito e gomma lacca.

La quarta conclusione in merito al trattamento sui legni, mi diede consapevolezza che le vernici naturali permettono al legno di vibrare ed emettere armonici più naturali, con decadimenti armonici più lunghi nel tempo. Inoltre col passare del tempo il suono migliora progressivamente. Spinto dalla curiosità e sempre alla ricerca del suono degli strumenti dal vivo, che non riuscivo mai a ritrovare nel mio impianto, iniziai a sperimentare le doti possedute dalle tavole armoniche, con cui si realizzano gli strumenti musicali e i loro influssi sul suono dei diffusori.

Da quel momento si aprì un mondo nuovo: quelle tavole di legno pregiato e selezionato, potevano produrre un’intensità sonora ed una ricchezza armonica incomparabili. Da quel momento ho iniziato ad approvvigionarmi presso alcune aziende che producevano legni e tavole per strumenti musicali di diverse essenze. Ne è derivato un investimento di oltre 10.000 euro in essenze, realizzando finalmente il mio primo diffusore completamente risonante.

Continuando con lo studio sui legni, ho affinato ulteriormente le tecniche costruttive, combinando legni armonici con caratteristiche diverse. La quinta conclusione a cui sono giunto è che l’uso dei legni armonici utilizzati per gli strumenti musicali, permette di raggiungere risultati di grande rilievo a livello timbrico.

L’uso di collanti appropriati può ulteriormente innalzare le prestazioni dei diffusori; quelli utilizzati in liuteria risultano più idonei per l’incollaggio delle tavole armoniche, creando un’ uniformità del moto vibrazionale generato dal driver.

Sesta conclusione: i collanti vinilici producono degrado sonico, le colle naturali risultano le migliori.

Settima conclusione: per l’accordatura del diffusore, fare a meno del materiale assorbente permette di aumentare l’efficienza e la velocità del sistema.

Dopo aver letto fin qui ci si chiederà per quale motivo nessuna azienda si sia mai cimentata nella realizzazione di diffusori risonanti. In primo luogo per le problematiche cui si va incontro: difficoltà di reperimento di alcune essenze lignee, alti costi per materie prime e manodopera, necessità di specializzazione degli operai.

La manodopera occorrente per la costruzione e la messa a punto del diffusore risonante, oltre alle competenze necessarie per accordare ogni singola coppia di diffusori, rappresenta il limite maggiore anche per un’azienda di piccole dimensioni, ad alto contenuto artigianale. Basti pensare che in media sono necessarie dalle 200 alle 250 ore di lavoro per completare una coppia di diffusori siffatti.

Diffusore monovia da pavimento, dotato di cabinet realizzato con legni armonici e di un altoparlante Supravox 215 con magnete in alnico.

Accordare ed armonizzare un diffusore risonante, senza alcun filtro crossover e senza l’ausilio di materiale assorbente, è possibile soltanto lavorando a mano, scavando le pareti del diffusore ed impiegando il tampone, con apposite vernici per liuteria. In questo modo si ottiene la migliore intelligibilità del messaggio sonoro.

Il tipo di vernice utilizzata, differente per ciascun legno, il modo di applicarla a tampone, la fase preparatoria necessaria, permettono il raggiungimento dell’obiettivo prefissato: ascoltare la musica riprodotta col minor degrado possibile.

E’ chiaro che un progetto del genere pone in evidenza eventuali limiti e squilibri del sistema. In questi anni ho creato delle combinazioni di vernici, differenti per caratteristiche di elasticità e velocità di trasmissione del suono, che mi hanno permesso di realizzare diffusori di dimensioni limitate, dai 30 ai 100 litri circa, in grado di oltrepassare i 100 dB di efficienza senza la necessità di utilizzare grosse trombe.

Alcuni sistemi a tromba ottengono prestazioni interessanti riducendo i compromessi in sede di progetto, ma sono pochissimi quelli in grado di ricreare un’atmosfera che ricordi la musica dal vivo.

Il diffusore “Diosisio” di Be Yamamura, tra quelli che ho ascoltato è forse il più efficace nel ridurre il distacco esistente tra la musica riprodotta e quella dal vivo. Purtroppo sono pochi i possessori di un simile gioiello, in grado di ricreare un’immagine ed una dinamica unite ad un’assoluta coerenza di emissione. Le dimensioni, purtroppo, ne limitano fortemente l’utilizzo nel 99% delle abitazioni dei comuni mortali.

Tornando ai diffusori risonanti, un esperimento curioso consiste nel ruotarli verso le pareti; il risultato che si ottiene è un suono molto simile all’emissione diretta, poichè è l’intero mobile a contribuire all’emissione dell’intero spettro udibile. Uno dei precursori di tale metodologia costruttiva è stato Weber Rehde, musicista, direttore d’orchestra ed ingegnere del suono, ideatore dei diffusori Rehdeko.

Era uno dei pochi costruttori artigianali che considerava sterili le classiche misurazioni strumentali. Per anni ho avuto modo di ascoltare tutti i diffusori realizzati da quest’azienda francese. Sono poco conosciuti e apprezzati dalla maggior parte degli appassionati, ma posso garantire che ascoltati nelle condizioni ideali, sono in grado di restituire quanto presente nelle registrazioni.

Per il pannello frontale veniva utilizzato un multistrato risonante di faggio invecchiato, mentre le membrane dei driver erano trattate con vernici vegetali; il parapolvere di alcuni driver presentava inoltre dei piccoli fori che avevano evidentemente una funzione sonica. Inoltre il pannello frontale presentava delle accortezze nel montaggio e nell’accordatura col mobile, tali da creare l’illusione di percepire le fondamentali mancanti, secondo la cosiddetta “legge dei 400.000”, che esprime un rapporto di equilibrio nella banda passante di un diffusore, secondo cui a determinate carenze di basse frequenze corrisponda un contenimento adeguato in gamma alta, affinché il messaggio sonoro percepito risulti naturale.

Secondo le metodologie moderne, nei casi in cui la gamma bassa di un diffusore risulti poco profonda, si preferisce gonfiarla un po’ per mascherare la carenza, ritoccando anche la gamma alta.

– – –

La tromba realizzata più di recente da Giuseppe Carrino ha un’altezza di quasi un metro e mezzo e 80 cm di larghezza. E’ stata realizzata per un altoparlante Klangfilm da 21 cm del 1940 che sarà equipaggiato di ogiva rifasatrice in legno armonico. La parte posteriore della tromba è composta da una doppia camera risonante angolare.

Fin qui la testimonianza, particolarmente interessante, di Giuseppe, che ha un approccio del tutto personale e molto esigente nella realizzazione dei diffusori e nella valutazione delle loro prerogative, nato da un retroterra culturale e di esperienze non così comune nel settore della riproduzione sonora. Ora Giuseppe sta realizzando quello che forse è il suo progetto più ambizioso: una tromba ellittica di grandi dimensioni, dedicata a un diffusore che promette grandi cose.

Nel mondo dell’audio di qualità l’adesione alle leggi stratificatesi nel corso dei decenni, relative alla realizzazione delle apparecchiature, alla rilevanza di determinati particolari, alle condizioni che riguardano l’installazione e infine alle modalità utilizzative avviene ormai in maniera automatica, essendo ritenute incontrovertibili. L’x-fi invece per prima cosa rimette in discussione quelle leggi una per una, allo scopo di verificare la loro effettiva rispondenza alle necessità proprie della riproduzione sonora di qualità superiore, che intende ricreare nell’ambiente domestico le sensazioni e le emozioni dell’ascolto dal vivo. Di quelle leggi va ancor più a verificare l’origine, in particolare se legata a elementi poco attinenti alla qualità sonora, come le necessità determinate dalla produzione su larga scala tipica dell’industria e della sua ricerca ossessiva di margini di profitto sempre più consistenti. Da tutto questo deriva non soltanto l’ottenimento di caratteristiche sonore inarrivabili per il prodotto commerciale, sia pure di rango, ma anche ottime probabilità, per l’appassionato, di andare incontro a spese minori.

 

Precedente

I dischi di Marzo

Successivo

Cavi, concerti e break-in

8 Comments
  1. Reply Saverio Caccavale 16/04/2017 at 9:24 am

    Molto molto interessante questo articolo , molta carne a cuocere e bellissime riflessioni . Credo proprio che nessuna Rivista accetterebbe di pubblicare questo articolo che rimette in discussione l’intera catena di riproduzione così come codificata negli ultimi 40 anni . In riferimento ai diffusori ,poi, il richiamo alla artigianalità realizzativa e al mobile come parte integrante del diffusore scatenerebbe polemiche infinite col solito richiamo ai rilevamenti scientifici comprovanti la tua tesi . In verità alcuni marchi sembrano aver recepito questo tipo di procedura tipo la Strateg , Sonus Faber , Chario , Diapason, Audio Note , Harbeth.Nell’articolo si citano solo diffusori utilizzanti Largabanda monomembrana o biconici , è un caso o ritieni che quella sia la strada maestra verso il “buon suono “?

    • Reply Claudio 16/04/2017 at 11:54 am

      Ciao Saverio, grazie dell’attenzione e dell’apprezzamento. Come ho scritto nell’articolo, un elemento fondamentale della filosofia che sta dietro il concetto di x-fi è il riesame di tutte le leggi, i mantra e i dogmi stratificatisi nel corso dei decenni, diversi dei quali non hanno nulla a che vedere con l’ottenimento di risultati sonici concreti, ma solo con le convenienze di fabbricanti e media, nonché con la mancata comprensione del fatto che la riproduzione sonora risponde a leggi proprie, che poco o nulla hanno a che fare con altre applicazioni basate sull’impiego della corrente elettrica e men che meno con quelle del denaro. Risentono invece di fenomeni che in altri settori sarebbero trascurabili. Di conseguenza non esiste una via codificata, maestra o come la vogliamo chiamare. Ci sono invece la ricerca portata avanti dai singoli e i risultati che ne derivano. Giuseppe ha la sua interpretazione al riguardo, basata sulla sua intuizione originaria e sull’esperienza che ha acquisito nell’impiego di cabinet risonanti, tavole armoniche, vernici per liuteria e altoparlanti d’epoca, con risultati davvero meritevoli di menzione e di verifica. Le sue scelte tuttavia sarebbero molto complesse da applicare, se non proibitive, per l’industria. Non è detto comunque che altre strade non possano portare a risultati magari diversi ma di pari interesse. Quanto alla scelta del monovia, personalmente ritengo che i diffusori tradizionali abbiano una tara genetica nel derivare tutti da una serie di presupposti che seppure attendibili nelle simulazioni di laboratorio, e oltremodo proficui ai fini della velocità di progetto e dell’economicità di assemblaggio, non lo sono altrettanto in sala d’ascolto. Inoltre hanno origine da un abito mentale che si pone priorità diverse rispetto all’ottenimento della qualità sonora maggiore possibile. Il pubblico potrebbe non comprendere appieno le doti di diffusori siffatti, essendo schiacciante la predominanza di quelli che derivano dalle modalità realizzative preferite dall’industria, da cui l’abitudine oltremodo radicata all’ascolto di esemplari di tali caratteristiche. Diciamo che il plurivia punta sulla spettacolarità e sulle sensazioni prodotte dall’estensione di banda, dovendo però scontare le numerose problematiche inscindibili da questa scelta. Il monovia può lasciare sconcertati allora per la sua naturalezza, anche se potrebbe risultare difficile adattarsi alle sue limitazioni agli estremi banda. Giuseppe comunque ha messo a punto delle tecniche atte a mitigare questo problema, che possono lasciare esterrefatti persino i cultori dei plurivia dotati delle soluzioni più avanzate, tweeter al diamante ecc. Detto questo, personalmente ho sperimentato qualcosa di simile, partendo da un diffusore tradizionale, così da verificare quali e quante problematiche siano causate dai componenti di solito utilizzati in un crossover. Quanto alle riviste, si tratta ormai di mere appendici commercial-pubblicitarie dell’industria di settore. In rete purtroppo la situazione generale non è molto dissimile: molti siti scimmiottano l’approccio tipico della carta stampata, ritenendo trascurabile la possibilità di parlare in libertà di cose nei confronti delle quali non hanno un grande interesse. Il mio approccio è (molto) diverso: ho aperto un sito in cui si parla di riproduzione sonora perché sono interessato prima di tutto ad essa, nella sua forma qualitativamente migliore, dimostrando che è possibile fare informazione rivolta a questo settore in una forma alternativa. Ossia senza fomentare idolatria per apparecchiature che sono quasi sempre gravate da una sostanziale mediocrità di fondo, spesso mediante l’oltranzismo misuromane che in sostanza è uno strumento finalizzato proprio a tale scopo, oltreché ad auto-attribuirsi un’aura di competenza che il tempo e la realtà hanno dimostrato essere del tutto fuori luogo.

  2. Reply Filippo Colacicco 02/04/2017 at 11:46 pm

    Salve Claudio ..bellissimo articolo che purtroppo sarà gradito da pochi ossia quelli che realmente amano la musica .Sembra un affermazione eccessiva ,ma nel corso degli anni questa convinzione si è rafforzata.Mi sono riavvicinato alla riproduzione sonora una ventina di anni fa per caso,quando, malgrado in gioventù avessi fruito di impianti negli anni 70-80 considerati top ,a casa di amici mi ritrovai ad ascoltare un sistema ad alta efficienza a trombe pilotato con triodi. ..rimasi fulminato ed emozionato da quell’ascolto…e dissi fra di me”cavolo,…la musica si può fruire anche con questa qualità !! da li parti il viaggio nell’hi-end prima con sonus faber,poi varie Tannoy, fino a klipschorn….poi passai ai monovia prima audiotekne poi a realizzazioni artigianali in essenze di massello invecchiato e trattato con cere naturali o spirito e gomma lacca a tampone.Grande salto di qualità nella ricerca timbrica ma la rivelazione in tempi recenti dei diffusori armonici ,e’stata proprio spiazzante.
    Per la prima volta ho avuto l’emozione di avere la riproduzione di strumenti acustici con un realismo timbrico finora sconosciuto su centinaia di sistemi ascoltati in questi anni.Leggere il tuo articolo come sempre scritto con competenza e stile è stato veramente piacevole e questo spero che lo sia anche per molti dei tuoi lettori anche se no per tutti riallacciandomi alla mia dichiarazione iniziale.Chi ha mente aperta e punta alla migliore riproduzione possibile farà tesoro del tuo articolo, chi invece intende questa passione solo lo sciorinare di marchi a la “page” del momento perché segnalato entusiasticamente da qualche recensore prezzolato continuerà a vivere nel suo mondo di paccottaglie luccicanti che producono suoni e non musica. ..attualmente ho in ascolto un diffusore risonante di Carrino e devo dirti che sono veramente oggetti magici che ti fanno immergere nell’ascolto con un emozione confrontabile solo con la musica dal vivo.!!.. Saluti e buona vita

    • Reply Claudio 02/04/2017 at 11:48 pm

      Grazie Filippo, per l’apprezzamento e la testimonianza. Che dire, come sempre ho scritto quello che penso. Poi se piace, bene, e se non piace, pazienza. Alla prossima!

  3. Reply Giuseppe Carrino 02/04/2017 at 11:21 pm

    Ho da poco terminato la lettura dell’articolo pubblicato da Claudio Checchi ed un dubbio mi assale: visto lo splendido articolo sull’X-FI e l’altrettanta splendida introduzione sull’argomento che coinvolge direttamente la sperimentazione che mi vede impegnato da tanti anni, ero indeciso se scrivere in private a Claudio o ringraziarlo pubblicamente per l’ottimo lavoro che sta compiendo e per il tempo e l’attenzione che ha dedicato alla stesura di quest’articolo.
    Apparentemente gli appassionati che leggono sarebbero portati a credere che ci sia un interesse diretto fra me e il giornalista che mi pubblica.
    Le riviste indipendenti come “il sito della passione audio” possono permettersi il lusso di pubblicare argomenti in controtendenza con l’attuale situazione di mercato.
    Fra me e Claudio si e’ instaurata da subito una particolare simpatia; lui ha voluto approfondire il materiale che gli avevo fornito e dopo decine di ore passate al telefono, non ha esitato a rendere pubblica la mia sperimentazione.
    Purtroppo, negli anni nessuno ha avuto il coraggio di rendere pubblici gli argomenti riguardanti i Iegni risonanti. Ed io da ingenuo appassionato e malato, ci ho messo un po di tempo per comprenderne i motivi.
    Per cui non posso che ringraziare Claudio per l’opportunita’ che mi ha dato e per l’enorme felicita’ nel vedere pubblicati i miei pensieri, frutto di enormi sacrifici.
    Grazie di cuore
    Giuseppe Carrino

    • Reply Claudio 02/04/2017 at 11:25 pm

      Ciao Giuseppe, grazie a te. Per l’apprezzamento e per la possibilità che mi hai dato di iniziare a conoscere qualcosa di così fuori dalla norma, che oltretutto spero di approfondire meglio entro breve.
      A presto!

  4. Reply Emanuele Lanzellotti 02/04/2017 at 10:38 pm

    Per me l’hi-end fu quel momento in cui, venuto meno lo “status symbol” dello “stereo” a vantaggio di altri oggetti tecnologici (l’home theatre, il cellulare) il settore ha cercato di differenziarsi im modo netto andando in una direzione del tutto disgiunta dal realismo della riproduzione sonora, piuttosto generando orde di decerebrati che cervavano la localizzazione del campanellino e il basso pulito e controllato che non sporca la gamma medioalta e quindi la sacra “scena sonora”. Sará un trauma che mi é rimasto da quando, sbigottito, sono entrato per la prima volta in un salottino hi-end, ma questo termine lo associo a un suono ridicolo, senza bassi, tutto medio-acuti , in sistemi incapaci di suonare qualsiasi musica “normale” perché “mal registrata”. Dovetti avere la forza di resistere a tanti tentativi di circonvenzione d’incapace, volti in primo luogo a tenermi sempre insoddisfatto e a fare continui cambi. Ho fatto di testa mia (pur dovendo imparare molto): un diffusore completo (le VECCHIE B&W) con tanto di sporchi bassi, un amplificatore integrato “top”, una sorgente “top”, un solo cambio una volta per tutte, marchi importanti, con massima attenzione alla sorgente (l’elemento piú costoso), ai cavi (specie di alimentazione) e alla corrente elettrica (la sua rigenerazione é la chiave, oggi piú di ieri), il tutto con la filosofia “naturalezza e assenza di fatica prima di tutto”. Sono felice, e pertanto sono un pericolo per “loro”, perchè la diffusione delle mie ricette produrrebbe felicitá e quindi gente non piú protesa a cambiare sempre, frustrata ed insicura: gli “audiofili”.

    • Reply Claudio 02/04/2017 at 11:44 pm

      Caro Emanuele, grazie della tua testimonianza.
      Quello che sei andato a toccare è un aspetto parecchio critico.
      La riproduzione sonora purtroppo è ingannevole per un verso e molto coinvolgente per un altro.
      Quindi se non hai l’abito mentale giusto, che per me è quello di chi è prima di tutto appassionato di musica, può portarti alla condizione che hai descritto con tanta efficacia nel tuo commento.
      Non è assolutamente difficile finire ad ascoltare “i campanellini” e la loro direzione, lasciando un po’ da parte la musica, proprio perché l’impianto “ti prende” e poi anche perché a volte ho l’impressione che il nostro udito non aspetti altro che di lasciarsi prendere da esso.
      Poi, sai, ognuno le cose le vede a modo suo. tu in un certo senso sei stato fortunato, perché avevi le idee chiare fin dall’inizio e perché hai avuto la “fortuna” di trovare subito la tua strada, in maniera convinta e senza ripensamenti.
      Altri magari in questo potrebbero trovare maggiori difficoltà e non riuscire a inquadrare le cose nel modo più confacente, ai loro bisogni e alla loro personalità.
      Nel nostro piccolo cerchiamo di dar loro una mano e di spiegare che l’impianto che va va bene con tutto e che la naturalezza è l’elemento essenziale della riproduzione sonora. Almeno se si vuole ascoltare musica nel modo migliore e non “l’impianto”. Differenziazione questa che a me appare senza molto senso dato che l’una non esce se non per mezzo dell’altro, anche se poi mi rendo conto che ci sono persone che ad essa non danno molta importanza per impegnarsi tutto proprio sull’impianto.
      Ecco perché i dischi “audiophile” a me non sono mai piaciuti, tranne che non si tratti di riedizioni di opere artisticamente valide. Magari possono essere coinvolgenti per cinque secondi, ma al sesto già mi hanno annoiato.
      Proprio perché voglio ascoltare musica. Nel modo migliore e più realistico possibile, questo è certo, ma voglio quella.
      Spero continuerai a inviare commenti di calibro simile. Nel frattempo, buona musica!

Leave a Reply

9 + 11 =