X-Fi 4: sperimentazione, fruizione, informazione

Ho dedicato le feste natalizie alla sperimentazione di un’ideuzza che avevo in mente da tempo. I risultati che ha dato sono andati oltre le attese, cosa che accade con una certa frequenza quando ci si dedica al miglioramento delle condizioni materiali in cui si trova a operare l’impianto. E soprattutto pone di nuovo in evidenza quel che ripeto sempre: le apparecchiature sono importanti ma lo è almeno altrettanto fare in modo che possano esprimersi al meglio delle loro possibilità.

Soprattutto a certi livelli, cose in apparenza insignificanti possono produrre miglioramenti cui si stenterebbe a credere non potendo verificarli di persona. Di converso, la loro mancanza può comportare una forte penalizzazione per il comportamento dell’apparecchiatura, e quindi dell’intero impianto. Di essa peraltro non ci si accorge, proprio perché il comune appassionato non solo non ha modo di provare l’impianto con e senza certi accorgimenti, ma proprio non ne immagina l’esistenza.

L’intervento che ho effettuato va a completare, o meglio a spingere più in profondità il concetto alla base di una soluzione adottata tempo addietro, rendendola ancora più efficace. L’unico dubbio riguarda la possibilità che i suoi effetti potrebbero non essere altrettanto evidenti in mancanza delle condizioni instauratesi in precedenza, che diciamo così, hanno interessato un livello di massima.

Com’è immaginabile. non è che possa mettermi a smontare quanto fatto prima per vedere se anche nella sua assenza quel che è venuto dopo riesce a mettere in una luce altrettanto evidente i suoi benefici.

Quest’ultimo intervento ho iniziato a eseguirlo sul mio DAC valvolare e, quando l’ho riattaccato all’impianto, non sono riuscito a resistere più di qualche decina di minuti senza fare lo stesso con il resto dei componenti e poi delle apparecchiature che realizzo.

 

Appassionati o schiavi?

Fra il trovare il modo di mettere la mia idea in pratica e poi realizzarla materialmente su tutte le apparecchiature, di tempo ne è andato via parecchio. Mentre ero li a trafficare, pensando alla cosa è venuto quasi istintivo chiedermi  cosa sarebbe accaduto al comparto della riproduzione sonora,  a livello commerciale, se gli appassionati si fossero dedicati maggiormente a migliorare per quanto possibile quanto in loro possesso, invece di spendere tutto il loro tempo a inseguire il nuovo prodotto, a leggerne  le gesta magnifiche e progressive decantate dalla pubblicistica di regime… ehm di settore, e a commentarne le prerogative su una base puramente immaginaria o tuttalpiù pappagallesca nelle discussioni intrattenute su forum e social.

Forse la corsa alle apparecchiature all’ultimo grido, poste sotto i riflettori a ritmo sempre più incalzante secondo i criteri della heavy rotation radio-televisiva e spesso peggiori di quanto le ha precedute ma regolarmente più costose, sarebbe stata meno affannosa.

Di conseguenza più ragionata, da cui anche insoddisfazione cronica meno diffusa, vero denominatore comune della stragrande maggioranza degli appassionati, al di là delle loro preferenza per questa o per l’altra tecnica di riproduzione, soluzione circuitale o prerogativa sonora.

Nello stesso tempo sarebbero calati anche i fatturati, non solo dell’industria di settore e delle sua filiera commerciale, ma anche per i media specializzati.

Come vediamo ancora una volta, a quello che dovrebbe essere l’obiettivo numero 1 nell’ambito generale della specialità di nostro interesse, ossia la diffusione più ampia della riproduzione sonora eseguita nella maniera più efficace possibile, nel concreto vanno ad anteporsi questioni legate alla mera convenienza di una ristretta minoranza.

Ecco perché la pubblicistica di settore parla sempre e solo di apparecchiature, presenti e future. Poi con il cosiddetto vintage ha trovato il modo di dedicarsi anche a quelle passate, chiudendo ogni residuo spiraglio. Così non resta mai il tempo, e neppure lo spazio, per parlare di messa a punto, di modalità d’installazione o delle numerose soluzioni a costo zero con cui è possibile migliorare la sonorità di ogni impianto.

Ma dato che sul costo zero non ci guadagna nessuno, tranne l’appassionato, l’imperativo è negargli qualunque visibilità.

A tale riguardo, l’inadeguatezza tecnico-culturale propria dei componenti del Coro Degli Entusiasti A Prescindere casca a fagiolo.

Essendo stati cresciuti esclusivamente a pane e apparecchiature, sempre più prestigiose e sfavillanti, e addestrati a pensare che basti metterle li, collegarle in  un modo o in un altro e quello che devono fare lo fanno, non concepiscono che possa esistere qualcosa oltre ad esse.

In maniera più o meno consapevole, delle loro limitazioni hanno fatto una sorta di Colonne d’Ercole a livello cognitivo, base di massima efficacia per indurre il terrapiattismo di cui sono portatori e primi propagandisti.

Soprattutto è una questione economica: l’appassionato deve essere pressato all’acquisto, sempre e comunque. Deve comperare a cadenza sempre più ravvicinata e possibilmente secondo una modalità compulsiva, trasformandosi da soggetto attivo a schiavo della sua passione e di conseguenza di chi tira le fila del settore, a livello tecnico, commerciale, editoriale.

Pertanto, l’istante dopo l’acquisto deve ricominciare a desiderare il qualcosa di più che non è mai tale e non mantiene mai quel che promette. Del resto non può farlo, per il semplice motivo che è del tutto inutile spingere allo spasimo il perfezionamento del singolo versante tra i numerosi che intervengono sul comportamento dell’apparecchiatura, tipicamente quello riguardante l’elettronica, se poi si lasciano tutti gli altri nelle condizioni di esprimere in piena libertà il loro potenziale distruttivo.

Così facendo, anzi, saranno proprio gli effetti di quel miglioramento a non poter fare altro che porre sotto una luce ancora più intensa detto potenziale, coi risultati che tutti noi abbiamo imparato giocoforza a conoscere.

 

L’equilibrio: non solo questione di scelta tra le apparecchiature dell’impianto

L’esempio più tipico per le conseguenze di questo modo di fare sono gl’impianti attuali, spesso dotati di amplificazioni da centinaia e centinaia di watt e di diffusori dalla sensibilità sempre più elevata. Stando alle caratteristiche tecniche su cui si batte sulla grancassa a più non posso, innalzandole a religione che una fascia di appassionati ben definita possa osannare a oltranza, dovrebbero essere in grado produrre pressioni sonore indistorte vicine o pari ai 120 dB, senza alcuna fatica.

All’atto pratico però riescono a suonare più o meno decentemente solo a volume medio basso. perché se ci si azzarda ad alzate un po’ il volume non solo diventano inascoltabili, ma costringono proprio a scappar via dalla sala d’ascolto per evitare di farsi trapanare l’udito.

Oltretutto ai costi che sappiamo.

Per distogliere l’attenzione dal problema si chiamano sempre in causa elementi esterni all’impianto: la registrazione, l’ambiente d’ascolto, la qualità della corrente che arriva all’impianto e così via, secondo un atteggiamento tipicamente pretestuoso. Dato che anche quando l’ambiente è curato, la registrazione è impeccabile, e la corrente condizionata, quei problemi si verificano ugualmente. Ma siccome quelli che riescono ad arrivare a disporre di condizioni similmente controllate sono pochissimi, si continua tranquillamente a servirsi delle stesse scuse. Con le quali si tira avanti da decenni.

Se non è un fallimento questo, mi si spieghi come altro lo si potrebbe definire.

In maniera alquanto curiosa, tuttavia, va di pari passo a un vero e proprio trionfo, di tipo comunicativo-mediatico. Quello che ha prodotto l’impenetrabile cortina di silenzio che a tutti i livelli si è stesa sulla realtà sopra descritta.

Che costruttori, rivenditori e recensori non parlino di certe cose, è del tutto naturale. Il fatto curioso è che non lo fanno neppure gli appassionati. Forse perché se lo facessero, giungerebbero presto alla conclusione di essere stati turlupinati e di aver gettato dalla finestra per decenni quantità di denaro rilevanti, per apparecchiature solo in apparenza diverse dalle precedenti ma che in realtà avevano gli stessi identici difetti.

Nuovo esempio di come alle vittime convenga talvolta assecondare il gioco dei loro carnefici.

Ecco allora che ritorna in maniera prepotente la questione dell’equilibrio. Prima regola che è necessario osservare per mettere insieme un impianto audio dalla sonorità almeno decente, e che diventa tanto più importante quanto più salgono il costo e l’impegno dell’impianto.

L’equilibrio però non riguarda soltanto il rapporto tra i diversi componenti che fanno parte dell’impianto, ma anche quel che va a costituire ognuno di essi e che si trova al loro interno.

In mancanza, ossia nelle condizioni come quelle descritte finora, la cosiddetta hi-end, anche quella più attuale e raffinata, non può che andare incontro alla disfatta. Che oltretutto s’ingrandisce e si rende più vistosa mano a mano che le apparecchiature vanno evolvendosi. Così da porre nell’evidenza più cruda la necessità di un termine nuovo e diverso, atto a significare la differenza di approccio sostanziale nei confronti della riproduzione sonora. Centrata innanzitutto sulla consapevolezza che la sua eccellenza non riguarda soltanto una questione di elettronica e di acustica, ma coinvolge una serie di materie diverse, imponendosi quale specialità squisitamente interdisciplinare.

In mancanza di questa presa d’atto, anche il costruttore più capace e volenteroso non potrà che tarpare le ali alle proprie creature. Trovandosi regolarmente costretto a mascherare il tutto con un’estetica sfavillante, poggiata su una cosmesi portata oltre l’eccesso. Giustificata in apparenza dall’occhio che vuole la sua parte, dal WAF assurto a elemento di scelta fondamentale e via sciorinando la qualunque nelle sue diverse coniugazioni, anche le più improbabili. La sua mamma del resto viene dalla stesa famiglia di quella degli imbecilli, dunque è perennemente incinta e si produce esclusivamente in parti plurigemellari.

Ci penserà poi il già menzionato Coro Degli Entusiasti a Prescindere a cantare le lodi di un oggetto siffatto, in maniera oltremodo chiassosa ma sempre più vacua, così da coprire e delegittimare, ponendole all’indice, qualsiasi voce discordante. Gli appasionati del resto non aspettano altro che chiunque osi sollevare il minimo dubbio sulla qualità assoluta e inarrivabile delle apparecchiature da loro possedute sia ridotto al silenzio.

Proprio la qualunque ha portato alla realtà odierna di queste apparecchiature da vetrina, coi loro occhioni mascarati e doverosamente provvisti di lunghe e morbide ciglia finte, illuminati nel blu dipinto più radiosamente di blu, senza un capello o una vite fuori posto, ma sempre più deludenti per chiunque sia dotato del minimo di consapevolezza riguardo a quel che si dovrebbe ottenere dalla sonorità di un impianto.

Ossia qualcosa il più possibile somigliante alla sonorità dello strumento reale e dunque il più lontano dalla sonorità della radio del nonno.

 

I compiti e le responsabilità della pubblicistica di settore

A spiegare quanto appena detto, ossia che la sonorità dell’impianto non dovrebbe rassomigliare a quella della radio del nonno, dato che altrimenti sarebbero soldi buttati, ma avvicinare quanto più possibile lo strumento musicale, e di conseguenza l’evento reale, dovrebbe essere l’informazione specializzata.

Per una somma di motivi ripetuti fino alla noia, coi quali dunque non ho intenzione di ammorbare ancora una volta lo sventurato lettore, non lo ha fatto.

Osserviamo invece, sia pure per sommi capi, quale e quanta sia l’importanza del ruolo dell’informazione, soprattutto in un settore merceologico come quello riguardante la riproduzione sonora, a carattere fortemente voluttuario. Nonché interessato almeno in teoria da un processo evolutivo dal passo parecchio serrato, che idealmente dovrebbe assicurare un miglioramento di prestazioni, quindi di qualità sonora e del piacere d’ascolto che ne deriva sempre crescente.

Lo stesso ritorno d’interesse nei confronti del vintage, utilizzato soprattutto come succedaneo dell’analgesico nei confronti dei mal di testa e di orecchie procurati dall’ascolto di molti degli impianti attuali, è la dimostrazione migliore che l’hi-end si è rivelata una catastrofe, totale e definitiva. Come lo sono del resto tutte le invenzioni partorite dalla fervida mente dei propagandisti di ogni settore.

I fattori che hanno assunto un ruolo al riguardo sono numerosi. Insieme a quelli che abbiamo descritto più volte, anche in questo articolo, ce n’è uno poco considerato ma che invece si trova in cima alla lista dei colpevoli.

Riguarda appunto la cosiddetta innovazione tecnica e i criteri mediante i quali essa viene applicata al prodotto destinato al pubblico.

Di solito si ritiene che i suoi ritrovati dovrebbero soddisfare in primo luogo criteri di fondo ben precisi, inerenti l’efficacia, la ripetibilità, l’economicità e il non produrre a breve o a lungo termine problemi per i dispositivi che la circondano.

Questo in linea teorica. All’atto pratico scopriamo però che i criteri davvero probanti sono altri, dati appunto da quelle che possiamo definire condizioni ambientali in cui l’innovazione va a inserirsi.

I suoi effetti devono essere innanzitutto misurabili, proprio perché altrimenti non li si potrebbe dimostrare. Già qui s’incontra il primo problema, dato che se le misure non sono inutili ma proprio ingannevoli, le probabilità che qualunque cosa vada a migliorarle causi in realtà un peggioramento delle condizioni d’ascolto sono assai elevate, come la storia dell’evoluzione tecnica di questo settore ha messo in luce in maniera impietosa.

E se anche non fossero ingannevoli, poiché sono sempre le stesse da decenni a questa parte, sono quantomeno obsolete. Questo le pone in condizione di ulteriore e sostanziale inadeguatezza nei confronti di quanto è arrivato o si è escogitato dopo di esse.

Un elemento se vogliamo ancora più distruttivo riguarda l’esigenza, da parte dell’innovazione, di possedere un potenziale commerciale quanto più solido possibile. Come tale, non ha nella sua efficacia concreta, ossia in sala d’ascolto, il criterio dirimente. Lo ha invece nella sua capacità evocativa, appunto di un processo di evoluzione tecnologica inarrestabile, nell’impiego di concetti e componenti spendibili da parte della propaganda di settore, e infine nelle possibilità della sua comprensione da parte degli appassionati, tale che li porti ad attribuire al nuovo ritrovato validità livello tecnico e potenziale migliorativo a livello prestazionale.

Ora poniamo l’ipotesi che, per una somma di coincidenze, l’impiego di un pezzo di cartone o di quasiasi altro materiale privo dei necessari crismi di nobiltà, collocato strategicamente, possa indurre un miglioramento sostanziale nelle sensazioni d’ascolto. Siccome si tratta di qualcosa di troppo semplice, e si basa su materiali, tecniche e modalità di applicazione troppo banali, il suo potenziale commerciale è pari a zero.

Come tale non è spendibile da parte della propaganda di settore.

Trattandosi di un materiale poco costoso, oltretutto, neppure potrebbe giustificare i prezzi folli cui è necessario abituare gli appassionati al fine di svuotare nel modo più efficace il loro conto in banca.

C’è bisogno invece di qualcosa che lasci immaginare costi di produzione esorbitanti, e quindi non solo giustifichi certi prezzi ma li raffiguri come un affare, ovviamente a favore dell’acquirente. C’è bisogno inoltre che scateni la fantasia, sia pure in assenza di miglioramenti concreti. Così da dare al Coro Degli Entusiasti a Prescindere la giustificazione necessaria, anche se solo apparente, per innalzare le sue lodi fino al cielo e oltre.

Infine deve essere efficace anche sotto l’aspetto semantico, in modo da far presa sugli appassionati e riempirne la bocca con efficacia, mediante denominazioni e significati che permettano di far credere in primo luogo a sé stessi di essere dei grandissimi esperti e di essere padroni e maneggiare al meglio il verbo magnifico e progressivo della tecnologia, inteso come sempre secondo un’accezione dogmatica, ossia para-religiosa.

Questo non riguarda soltanto il settore di nostro interesse, ma un po’ tutto l’universo oggi toccato da quello che si definisce come progresso. A questo proposito vorrei sottolineare la degenerazione invalsa in quasiasi settore della ricerca tecnico-scientifica, concernente la necessità di attribuire al nuovo ritrovato un acronimo che prima ancora di derivare dalle iniziali delle parole atte a descriverne nel modo migliore l’origine e le finalità d’impiego, deve essere fatto in modo da suggerire anche al profano la sua destinazione con un parola facile da comprendere e memorizzare. Con la conseguenza di formare una sorta di neolingua le cui finalità sono sempre le stesse: sostituire la realtà concreta con una di comodo, in genere a uso e consumo di chi ha i maggiori interessi economici da difendere.

Di esempi ne potremmo fare a decine, e ognuno si sarà imbattutto molte volte in essi. Ora, a parte la degenerazione concettuale evidente in un’usanza siffatta, è evidente che se il ricercatore deve perdere tempo in simili idiozie a scopo propagandistico, atte appunto a rendere meglio digeribili i risultati della sua ricerca, non potrà che sottrarlo a quest’ultima. E qualora delegasse allo scopo uno o più esperti di comunicazione, i fondi necessari a compensarlo/i non potranno che essere sottratti a quelli destinati alla ricerca stessa.

Ovvio che se sono queste le condizioni da soddisfare per prime, non si va da nessuna parte. Si resta anzi imprigionati in questa sorta di cornice concettuale, il cosiddetto frame, circolo vizioso di cui nel caso nostro a fare le spese è la riproduzione sonora e di conseguenza il suo fruitore.

Ad esso però, e qui sta il vero paradosso, per mezzo di un battage propagandistico martellante, è stato insegnato a diffidare istintivamente da qualsiasi cosa non risponda ai canoni che tarpano le ali a quel che desidera, o meglio è convinto di desiderare, facendo si che tutto quanto esuli da essi non possa trovare rispondenza da parte del pubblico. Quindi sia del tutto inutile.

Anche se in realtà sarebbe utilissimo ai fini del miglioramento dell’esperienza d’ascolto, che poi è quella che ci interessa.

 

Porsi alla testa del gregge o seguirlo passivamente assecondandone i desideri?

Il sistema d’informazione legato a un settore a contenuto tecnologico elevato come quella riguarda la riproduzione sonora di alto livello ha il compito di far conoscere al pubblico la sua esistenza e quella delle delle tecniche, delle apparecchiature e di tutto il resto dei dispositivi più o meno necessari a eseguirla nel modo migliore.

Inoltre dovrebbe costituire, cosa ancora più importante, il punto di riferimento atto a indirizzare il movimento che fa capo alla riproduzione sonora alla sua evoluzione tecnica e qualitativa, illustrandone i possibili percorsi di sviluppo e formulando le ipotesi più o meno percorribili a tale riguardo. Che poi trovino effettivamente la loro concretizzazione ha un’importanza relativa, l’importante è che esista un’avanguardia e qualcuno che abbia le capacità di assumersene il ruolo e la responsabilità, favorendo e se possibile favorendo la crescita e l’evoluzione del settore.

Allo scopo è necessaria l’esistenza di persone che innanzitutto siano in possesso dell’abito mentale necessario. In primo luogo a livello culturale, e solo in seguito a livello tecnico, osservato comunque secondo una prospettiva poco incline all’ortodossia, palla al piede di ogni evoluzione. Ossia quanto necessario ad accettare, prima ancora che a comprendere, che se la realtà del settore è quella che è, è evidente che i numeri e i grafici coi quali si è preteso di rappresentarla sono privi di qualsiasi utilità che non sia il fare da zavorra all’intero settore.

E’ evidente infatti che se nelle sue applicazioni concrete il settore non riesce ad andare oltre i limiti, marchiani, che ormai da tempo sembrano insuperabili, e anzi sembrano andare sempre più a ripiegarsi su sé stessi, ci deve essere qualcos’altro oltre a quelli che ci si ostina a considerare come i soli parametri probanti.

Tutto sta a vedere se si ha intenzione di prendere atto di questa realtà oppure se si preferisce assecondarla, cercando di trarre da essa quanto possibile. Così da non essere avanguardia ma neppure porsi il problema di essere tale o meno, per mettersi a rimorchio del settore, operando di fatto non da elemento attivo ma da vera e propria zavorra.

Del resto gli argomenti allo scopo non mancano: occorre dare al pubblico quel che desidera, i lettori ci scrivono facendo presente che desiderano certe cose e non altro, la salute economica dell’impresa editoriale e dell’intero settore e così via.

Questo anche in considerazione del fatto che i costi derivanti dal tenere in piedi il sistema, che a questo punto non è più d’informazione ma di mera propaganda, da qualche parte devono essere scaricati. Nella fattispecie sui prezzi al pubblico delle apparecchiature.

Del resto perché spaccarsi la testa e la schiena allo scopo di individuare e poi descrivere possibili tracciati evolutivi quando è molto più comodo mettersi tranquilli a riempirsi le tasche con la pubblicità. Qualcuno lo ha fatto veramente alla grande, fondando persino una serie di riviste per canalizzare a sé i capitali investiti allo scopo, nel momento in cui essi sono stati i più rilevanti. Ossia alla nascita del digitale, quando per afermarlo non si è badato a spese.

Se questa è la forma mentale non c’è da stupirsi se al fine di massimizzare i profitti si sono più neppure voluti coprire i costi vivi della redazione dei testi pubblicati, utilizzando alla scopo l’arma del fallimento, reiterata a distanze temporali sempre più brevi e la continua riduzione dei compensi dei redattori, fino ad azzerarli.

Figuriamoci allora se ci potrebbe farsi carico di un processo di ideazione, sperimentazione, apprendimento e successiva divulgazione, o se solo si possa assumere un ruolo che non sia squisitamente distruttivo per i destini del settore.

Quello inerente la riproduzione sonora nel corso del tempo ha avuto momenti più o meno buoni dal punto di vista commerciale. In quelli migliori è arrivato a muovere cifre di sicuro rilievo, da cui fatturati tutt’altro che indifferenti. Malgrado ciò non si è mai riusciti a trovare lo spazio per avere dei veri professionisti a supporto, e meno che mai adoperarsi affinché le leve a disposizione potessero diventare tali.

Essere dei professionisti significa in primo luogo dedicare tutto il proprio tempo alla materia di cui ci si occupa, unica possibilità affinché si possano sviscerare compiutamente i temi ad essa legati.

Se invece si fa un punto d’onore, sia pure in maniera pretestuosa e ingannevole, dell’affidarsi a dopolavoristi, ossia per forza di cose a dilettanti, cui segue per forza di cose la dizione allo sbaraglio, dato che si tratta di gente che per sopravvivere deve occuparsi di tutt’altro, potendo dedicare alla materia solo i ritagli di tempo, è evidente che determinati propositi, come quelli inerenti appunto il compito primario del sistema d’informazione descritto in precedenza, divengano soltanto pie illusioni.

Così quei pochissimi che per convinzione personale e volontà di dare il meglio e contribuire per quanto possibile alla crescita del settore, invece che al conto in banca di editori e commercianti, hanno provato a essere dei veri professionisti, hanno pagato a caro prezzo la loro ambizione. O forse la si dovrebbe definire presunzione.

Nei loro confronti si sono sempre preferiti i dilettanti, cooptati generalmente in maniera opaca e soprattutto nepotistica, arrivando persino a coalizzarli nei confronti di chi ha avuto l’ardire di voler costruire un’alternativa, sia pure nel proprio piccolo, a un’usanza tanto radicata quanto dannosa per i destini di tutto il settore, primi fra tutti gli appassionati.

A loro, infatti, il prodotto editoriale realizzato nei modi fin qui descritti lo si è fatto pagare a prezzo pieno. Ossia per buono, come se fosse stato realizzato secondo tutti i crismi.

Questo è avvenuto non solo nei confronti del pubblico, ma soprattutto di chiunque desiderasse acquistarne gli spazi pubblicitari. Dunque è di inganno che si dovrebbe parlare, eseguito a tutti i livelli, da parte di individui evidentemente in possesso di una consumata abilità al riguardo, che hanno avuto cura di tramandare la loro ricetta, che tutt’oggi rimane inalterata e persino esasperata nei suoi lati peggiori.

Si è mai visto qualcuno che trae il suo tornaconto in maniera siffatta adoperarsi affinché il settore in cui opera sia bonificato e possa alfine tornare a crescere per quelle che, grandi o piccole, sono le sue possibilità concrete?

 

 

 

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