X-Fi 2: questione di approccio (e di mentalità)

Dopo una pausa estiva prolungatasi in maniera inattesa, dato il gran numero di impegni personali cui ho dovuto far fronte, Il Sito Della Passione Audio riprende finalmente la sua attività.

Tra gli argomenti che nella stagione scorsa hanno trovato l’interesse maggiore c’è quello riguardante la “X-Fi”.

Allora ripartiamo da li, per fissare alcuni punti al riguardo, provando a tracciare un itinerario che permetta di oltrepassare i limiti della cosiddetta hi-end, ormai obsoleti. Ma soprattutto insoddisfacenti per chiunque si ponga quale traguardo l’ottenimento di una riproduzione sonora caratterizzata da un livello accettabile di realismo. Condizione che reputo necessaria per attribuire un senso alla spesa di somme di un certo rilievo per l’allestimento del proprio impianto, quasi sempre negata anche dalla hi-end più celebrata.

Come abbiamo detto a suo tempo, data la staticità del settore hi-end, che a sua volta sta ripercorrendo una trafila non dissimile da quella toccata alla “semplice” hi.fi, tale denominazione ha perduto gran parte del suo significato. Da anni ormai i costruttori che operano in quest’ambito si impegnano soprattutto ad attribuire una cosmetica sempre più affascinate ai loro prodotti, oltre naturalmente all’escogitare i pretesti atti a fissare prezzi fuori da ogni ragionevolezza.

Proprio in quanto tali, i prezzi slegati da qualsiasi senso delle proporzioni sono visti da una certa fascia di pubblico come la riprova di un elevato livello qualitativo, quando invece si tratta soltanto di una grande presa in giro. Confezionata in primo luogo a uso e consumo di una categoria di persone il cui interesse primario non è più la qualità di riproduzione maggiore possibile, ma solo il possesso di status symbol, per marcare la differenza nei confronti di chi non può permettersi di spendere certe somme.

Come sempre la pubblicistica di settore è intenta esclusivamente a osannare gli oggetti che fanno parte di questa categoria, aggiungendo danno ulteriore alla vera e propria devastazione del settore che ha causato perseguendo esclusivamente i propri interessi di bottega.

Così facendo si tira dietro la parte del pubblico meno attenta e incline alla riflessione, che ha già dimostrato di essere interessata soprattutto agli aspetti più fatui delle apparecchiature destinate alla riproduzione sonora amatoriale. Trascurandone il nocciolo, che fino a prova contraria riguarda tuttora la qualità sonora ottenibile in relazione al prezzo d’acquisto.

Ecco allora che ci troviamo ad assistere a una vera e propria regressione del comparto e dei suoi frequentatori, come avviene in qualsiasi fase di crisi. In particolare quando investe non solo gli aspetti materiali ma anche le idee. Trae origine dall’incremento dei prezzi storicamente più significativo nella storia di questo comparto merceologico, cui corrisponde un miglioramento in termini di qualità sonora trascurabile, ammesso e non concesso che esso abbia effettivamente luogo.

Alla “Hi-Fi Per Oligarchi” come ho avuto modo di definirla tempo addietro, il pubblico risponde come può, ossia rivolgendo interesse quasi esclusivamente all’usato, buona parte del quale è costituito dal cosiddetto “vintage”, proprio perché ritenuto uno sbocco possibile a questa passione. Con l’aumento della domanda vanno di pari passo i prezzi, che anche in questa fascia di mercato tendono a non avere più corrispondenza con il valore intrinseco dell’oggetto scambiato. Il quale oltretutto, per via della sua età, necessita di un accurato ricondizionamento che ha anch’esso i suoi costi.

In parallelo si ha la sempre maggiore diffusione di una specifica categoria di prodotti, quella che meglio delle altre si attaglia a quest’epoca in cui il predominio del virtuale è praticamente assoluto. Mi riferisco a quella venduta a prezzi apparentemente molto convenienti, ma caratterizzata da valori di targa elevatissimi e oltremodo allettanti, assolutamente non paragonabili ai prodotti del recente passato. Vi corrisponde però una regressione qualitativa sostanziale per i valori tangibili, quelli che si esprimono sul campo.

Qui abbiamo la prima conseguenza di un’evoluzione tecnologica priva di senso alcuno, volta a svuotare tecnicamente il prodotto affinché mantenga un margine di profittabilità, sia pure a prezzi tanto ridotti, insieme alle caratteristiche necessarie per far si che il pubblico potenzialmente interessato abbia la percezione di un livello di qualità ovviamente inesistente. Proprio a questo servono dati di targa tanto impressionanti. Caso emblematico quello delle risoluzioni cui oggi possono arrivare anche DAC venduti a prezzi ridicoli, che però una volta attaccati al resto dell’impianto non possono far altro dal porre in evidenza la loro realtà.

Per forza di cose quella sorta di scatole di fiammferi non può dare null’altro da dati teorici così lusinghieri, atti esclusivamente a confortare l’aspetto teorico, in mancanza degli elementi necessari a permettere una qualità sonora concreta. A iniziare dall’alimentazione, per non parlare delle circuitazioni di uscita, spesso del tutto inesistenti.

Al dilagare di questi prodotti presso il pubblico meno avvertito e consapevole, oltreché in quello che in maniera più o meno conscia decide di trascurare qualunque elemento di buon senso, corrisponde un’ulteriore incentivo a rivolgersi al vintage, che per quanto pieno di compromessi ha dalla sua progettazione e costruzione basate sui criteri necessari a produrre una qualità di comportamento reale, risalendo a un’epoca in cui si badava ancora alla concretezza.

Oggi anche i DAC più economici sono in grado di arrivare a livelli di risoluzione molto elevati. Questo però ha poco o nulla a che vedere coi risultati ottenibili da macchine caratterizzate da numeri molto meno roboanti, ma che alla resa dei conti dimostrano di essere ben più musicali.

Se il numero resta sempre la scorciatoia più comoda, e quindi l’argomento più convincente sulla carta e per la pubblicità palese o occulta che sia, all’atto pratico è privo di significato.

 

Meglio il telefonino ultimo grido di una macchina professionale?

A questo proposito un esempio può essere di aiuto a capirne il motivo. Oggi molti telefonini integrano videocamere dal numero di megapixel largamente superiori a quello delle migliori e più costose macchine fotografiche professionali di qualche anno fa. Nessuno però che ne sappia un minimo di fotografia a livello pratico si sentirebbe di sostenere che con essi si scattino foto migliori rispetto a queste ultime.

Magari in situazioni ideali, e sotto precise condizioni, la differenza potrebbe non essere troppo evidente. Ma poi, quando le cose si fanno più ostiche, le limitazioni saltano fuori e assumono tutta la loro drammaticità.

Lo stesso avviene in campo audio: un DAC in formato tascabile e malgrado questo compatibile con i formati a densità maggiore, dato che allo scopo bastano un paio di chip del costo di pochi centesimi l’uno, nelle condizioni ad esso più congeniali potrebbe magari esprimere una sonorità accettabile, soprattutto in assenza di confronti diretti. Tranne mostrare tutti le sue manchevolezze, nel momento in cui si cerca di fargli riprodurre un segnale più complesso. O meglio, lo si mette fianco a fianco con una sorgente “vera”.

Certo, con il 44/16 di alcuni anni fa non sarà possibile riprodurre i file HD, DSD, DXD e via siglando più o meno a casaccio. Obiezione alla quale per conto mio si dovrebbe rispondere con il più sonoro dei chissenefrega, prima dimostrazione inerente la capacità di mantenere un minimo di equilibrio mentale. Compito che oggi è forse il più difficile stante l’offensiva mediatica a tutto campo pronta a giurare sulla veridicità di qualunque corbelleria, per sostituire alla realtà lo scenario di fantasia più confacente a chi ha i maggiori interessi da mettere in campo.

Il guaio è che qualcuno che ci crede lo si trova sempre.

Primo elemento atto a maturare la forma mentale in grado di portarci ad avere un impianto audio a livello di X-Fi, allora, è proprio il comprendere che nella riproduzione sonora i numeri hanno quasi sempre un significato nullo. E che, nelle rare volte in cui ciò non si verifica, il numero in apparenza migliore finisce regolarmente col dimostrarsi controproducente.

 

X-Fi, come e perché

Se quella fatta sopra è la descrizione, sia pure per sommi capi, delle condizioni in cui versa attualmente la riproduzione sonora amatoriale, va da sé che una prospettiva di miglioramento, storicamente parte del concetto stesso riguardante tale comparto, non possa far altro che buttarsi dietro le spalle tutti i luoghi comuni, le convenzioni e i conformismi che lo hanno inquinato in maniera ormai irreparabile.

Occorre allora qualcosa di radicalmente nuovo, in primo luogo a livello concettuale, ed è proprio da considerazioni del genere che ha preso forma l’idea di X-Fi.

Si tratta innanzitutto del rifiuto per l’immobilismo che pervade ormai da troppo tempo il settore. E’ desiderato e imposto ancora una volta da chi ha gli interessi maggiori, dato che è proprio nella staticità del contesto che li si difende nel modo migliore. In particolare quelli di tipo economico e riguardanti le rendite di posizione radicatesi nel corso del tempo.

Il migliore alleato di tali interessi è paradossalmente chi ha pagato di tasca propria le spese necessarie alla loro affermazione, ossia l’appassionato. In particolare se appartenente alla frangia che numericamente sembrerebbe vantare il maggior numero di aderenti, anche se forse è soltanto la più rumorosa e attaccabrighe. Mi riferisco a quella disperatamente arroccata su posizioni che erano retrograde già negli anni 70, quasi mezzo secolo fa.

In sostanza allora vediamo che è proprio lo schiavo il più tenace difensore delle proprie catene.

Proprio perché, come ha scritto George Orwell, la libertà è schiavitù e l’ignoranza è forza.

Dal 1970 a oggi sono passate intere ere geologiche, come in ogni settore abbia a che vedere con una qualunque tecnologia in rapida evoluzione. Questo non tange minimamente certe categorie di “appassionati”, che rifiutano tranquillamente qualsiasi cosa esuli dalle tavole di Mosé rappresentate delle posizioni terrapiattiste all’epoca propagandate dalla pubblicistica e dai tecnocrati di settore. Ancora una volta e come sempre al fine di affermare nel modo più efficace i propri interessi economici e quelli della loro committenza.

Dunque, non ci si avventuri oltre le Colonne d’Ercole, perché altrimenti si cade di sotto. Ossia negli inferi

A oltre 40 anni dalla loro comparsa, ci si rifiuta non di ammettere, ma persino di considerare l’opportunità dell’impiego di cavi realizzati in funzione delle esigenze del segnale audio e non dell’accensione di una lampadina o di un frigorifero. Lo testimoniano le vere e proprie risse che si scatenano nelle aree di discussione dedicate alla riproduzione sonora quando si vanno a toccare certi argomenti.

Figuriamoci allora cosa può accadere quando si parla di cose che vanno oltre i cavi e, con buona pace degli anacronismi cui abbiamo accennato e dei loro sostenitori, hanno messo in evidenza il loro influsso sulle modalità di riproduzione in una casistica ormai piuttosto ampia, che qualsiasi osservatore dotato del minimo di neutralità non si sentirebbe di trascurare.

Ben più comodo e sbrigativo è il negare in blocco tutto quanto va oltre l’ortodossia di mezzo secolo fa e non si è più avuto cura di aggiornare, finendo con l’assumere una posizione anacronistica e appunto immobilista, che nel contesto di un settore in continuo cambiamento rappresenta non solo un paradosso, ma una vera e propria contraddizione insanabile. Dato che pone nei confronti delle tecnologie avanzate con l’abito mentale tipico dell’inquisitore medievale, in genere abbinato a una forma di squadrismo altrettanto palese nei confronti dell’eretico.

Di qui il considerare soltanto l’elettronica e tuttalpiù l’acustica ambientale, ma solo come elemento di contorno, gli unici elementi influenti sulla riproduzione sonora, secondo una visione monolitica e immutabile che per forza di cose non permette di andare certi limiti, fin troppo angusti.

 

Il concetto di X-Fi

Il concetto di X-Fi è del tutto opposto, in quanto prende atto e tiene conto della molteplicità dei fenomeni che sono in grado di influenzare la percezione qualitativa della riproduzione sonora e ricadono nell’ambito di contesti molto diversi gli uni dagli altri. Quindi il suo elemento portante primario è il riconoscere che la riproduzione sonora, quando intesa nella forma volta a ottenere il livello qualitativo più elevato, è una specialità prettamente multidisciplinare.

Non solo elettronica e acustica ambientale, allora, delle quali non si nega certo l’importanza, soprattutto quando osservate secondo una prospettiva libera da costrizioni, luoghi comuni e vere e proprie pretestuosità sommatesi le une agli altri nel corso dei decenni. A uso e consumo, giova ripeterlo ancora una volta, di chi ha i maggiori interessi da difendere.

Quindi non certo degli appassionati, il cui scopo è ottenere le migliori sonorità possibili con il dispendio minore in termini economici.

A una prima analisi, oltretutto sommaria, la riproduzione sonora ha dimostrato di essere sensibile anche all’influsso degli elementi inerenti meccanica, chimica e mineralogia, oltre a una serie di altri aspetti riguardanti il condizionamento dell’ambiente d’ascolto.

A questo proposito rileviamo ancora una volta che per eseguire le verifiche necessarie alla comprensione di determinati fenomeni è necessario un mezzo di indagine adeguato. Ossia un impianto dalle doti di selettività e precisione al di sopra della media.

Niente a che vedere quindi con le installazioni centrate su mediocrità e trascuratezza, che non di rado sono innalzate al rango di veri e propri valori da parte di chi è arroccato sul negazionismo più oltranzista.

Roba simile non è in grado di dar luogo a un livello di qualità sonora tale da porre certe cose nell’evidenza che meritano. Per il semplice motivo che il numero e le proporzioni dei problemi da cui è gravata vanno a stendere una cortina pressoché impenetrabile. Non solo agli effetti degli interventi di cui stiamo parlando, ma anche alla stragrande maggioranza di quelli migliorativi che si apportano in genere a un impianto, cavi compresi.

Ecco spiegata l’origine delle posizioni appena menzionate, che tuttora rifiutano persino di prendere atto della necessità di garantire un trasferimento del segnale mnimamente corretto dall’una all’altra delle apparecchiature da cui è composto l’impianto audio.

 

Meccanica

Ai fini della disamina riguardante i concetti su cui si basa la X-Fi, iniziamo da quello che immagino sia comprensibile e accettabile con le minori difficoltà, riguardanti appunto la meccanica.

Nell’ambito della riproduzione sonora amatoriale, da alcuni decenni a questa parte si è presa coscienza dell’importanza di tale elemento, sia pure ritenendo che i suoi influssi siano limitati alle sorgenti analogiche.

Già è qualcosa, dato che in passato si è negato persino questo: nel corso degli anni ’70 infatti era tutt’altro che improbabile imbattersi in riviste di settore che sostenevano l’incapacità del giradischi, proprio in quanto dispositivo esclusivamente meccanico, di influire sulla sonorità dell’impianto. Fatta salva eventualmente la qualità della testina.

Convinzione predominante era appunto quella che la scelta del giradischi fosse soprattutto una questione di estetica, di gusti personali di preferenza per la scuola europea o giapponese e tuttalpiù della velocità di raggiungimento della velocità nominale. Proprio perché si riteneva tale componente incapace di influire sulla qualità sonora del sistema di cui andava a far parte.

Oggi le cose stanno in maniera totalmente diversa e quasi nessuno, almeno si spera, pensa più di negare la capacità delle soluzioni meccaniche impiegate per la realizzazione di un giradischi di influire sulle doti del segnale da esso prodotto.

Massa, risonanza, smorzamento e più in generale soluzioni tecniche e tipologia dei materiali con cui è realizzato concorrono ad attribuire al suono che emette una caratterizzazione molto precisa e sotto certi aspetti diversificata per ciascun esemplare.

Il comportamento meccanico del telaio, tuttavia, non ha importanza solo per le apparecchiature centrate sulla meccanica come lo sono i giradischi. Influisce, oltretutto in maniera considerevole, anche sulla sonorità delle elettroniche come amplificatori, DAC eccetera.

Per rendersene conto è sufficiente intervenire sul telaio di un qualsiasi amplificatore, posto che sia inserito in un impianto capace di reagire a determinati miglioramenti, cosa da non dare mai per scontata, andando a variarne massa e smorzamento.

Attenzione: questo non vale soltanto per le amplificazioni valvolari, in base alla microfonicità dei tubi a vuoto che sono influenzati dal comportamento meccanico dei telai in cui sono inseriti, ma anche di quelle a stato solido.

Nel momento in cui si abbassa sensibilmente il livello delle loro risonanze, si rileva la capacità di tali apparecchiature di scendere più a fondo nel dettaglio del segnale, acquisendo doti di precisione, introspezione e dinamica insospettate.

Questo ovviamente posto che ne siano in grado a livello elettrico. E’ evidente che se si tentasse un intervento simile su un’amplificazione di grande mediocrità, quindi non in grado di issarsi a determinati limiti, se ne ricaverebbe un’impressione opposta. Ossia la totale ininfluenza delle questioni di ordine meccanico sulla sonorità delle elettroniche.

A tale proposito voglio sottolineare ancora una volta che proprio questa è l’origine delle negazioni tipiche di alcuni appassionati per l’utilità di tanti interventi migliorativi: il mezzo di indagine di cui si avvalgono, ossia il loro impianto, è talmente inadeguato da non permettere l’evidenziarsi dei risultati ottenibili per quel tramite.

Se la modifica delle caratteristiche meccaniche del telaio può dare risultati simili, figuriamoci cosa può avvenire nel momento in cui lo si va direttamente a sostituire con uno realizzato a partire da materiali più efficaci. Un esempio a tale riguardo potrebbe essere dato dall’impiego di un telaio in legno.

Tra l’altro proprio questo è il motivo per cui quando si realizza una nuova apparecchiatura, allestendo prima il muletto su una tavoletta di legno si ha una sonorità che una volta trasferita la circuitazione in un telaio metallico si stenta in genere a ritrovare.

A questo punto, alcuni solleveranno l’obiezione che se le questioni meccaniche rivestissero effettivamente una così grande importanza, l’industria di settore le avrebbe senz’altro considerate, aggiornando i suoi prodotti in tal senso.

Questo invece non è avvenuto, probabilmente per i soliti motivi di profittabilità e di ordine commerciale.

In primo luogo, un intervento volto a porre il telaio di un’apparecchiatura nelle condizioni di esprimersi al meglio sonicamente ha i suoi costi. Che si ripercuotono moltiplicati almeno per 10 sul prezzo di listino. Inoltre potrebbe essere ritenuto un argomento meno pagante di altri in termini pubblicitari, in second’ordine rispetto ad altri in apparenza più sfruttabili, e in quanto tali meglio in grado di colpire la fantasia del pubblico dalle pagine di una rivista o di un sito internet.

Oggi poi che è così difficile ascoltare un oggetto prima di comperarlo, e la decisione si prende osservando delle fotografie o leggendo i commenti a senso unico del recensore di turno, va da sé che lo sforzo maggiore si riversa sulla facciata e non certo sull’assetto interno del telaio.

A questo proposito vale ancora una volta la pena di ricordare che l’industria di settore non sta in piedi allo scopo di soddisfare i desideri degli appassionati, ma per realizzare profitti. Che in base ai criteri di efficienza e competitività oggi innalzati a comandamenti divini, proprio come le misure sulle apparecchiature audo, devono essere i più corposi possibili e realizzati con il minimo sforzo.

Questo però è proprio il sistema migliore per svuotare quanto più possibile le apparecchiature dei loro contenuti tecnici e sonori, esaltandone allo stesso tempo l’attrattiva a livello esteriore. Di qui l’attribuzione di tutta l’importanza alla cosmetica: ci penserà poi il Coro Degli Entusiasti A Prescindere, operante a reti e testate unificate, il compito di rassicurare gli appassionati riguardo all’eccellenza incontrovertibile di un prodotto siffatto.

Quanto rispondano al vero certe asserzioni è dimostrato dal fatto che l”80% degli appassionati è impegnato nella sostituzione parossistica dei componenti del suo impianto, mentre il restante 20% medita di abbandonare il settore, se già non lo ha fatto. Proprio perché non è riuscito a soddisfare i propri desideri, malgrado abbia speso somme fuori da ogni limite di ragionevolezza. Sottratte peraltro al benessere e alla qualità della vita sua e dei suoi familiari.

L’X-Fi allora nasce per essere innazitutto una risposta alle necessità irrisolte di tutte queste persone.

 

Ancora meccanica

Un altro aspetto su cui la questione meccanica ha un influsso considerevole riguarda i cavi. Si tratta infatti di uno tra gli elementi di maggiore importanza trascurato tanto dall’industria di settore quanto da chi ha pubblicato testi che vorrebbero esprimere una posizione definitiva al riguardo. Invece non fanno altro che mettere in evidenza la visione parziale con cui ci si pone nei confronti di tale argomento, proprio perché basata su un approccio squisitamente teorico, basato oltretutto su concezioni arcaiche.

Questo aspetto verrà approfondito in un prossimo articolo dedicato ai cavi.

Un ulteriore capitolo che riguarda la meccanica è quello relativo ai supporti atti al sostegno di elettroniche e diffusori. Ancora una volta troviamo qui la testimonianza del disinteresse da parte delle apparecchiature di origine industriale, e dei loro realizzatori, per uno degli elementi in grado di caratterizzare in maniera evidente le loro doti sonore.

Tutto quello che si fa al riguardo è adottare i supporti più vistosi, per sottolineare al meglio le doti visive delle apparecchiature. Alcuni costruttori che desiderano attribuirsi un’immagine di avanguardia utilizzano piedini a punta, scelta se possibile ancora peggiore. Soprattutto per le apparecchiature di un certo rilievo, ipotizzabilmente caratterizzate da una sonorità che già di per sè non necessita della sottolineatura per le frequenze medioalte indotta da tali elementi. Quindi l’adozione di punte sotto le apparecchiature risulta quasi sempre controproducente, dato che va a causare timbriche dure, esasperate e fin troppo pungenti.

L’adozione di particolari simili finisce insomma per essere un totale controsenso. Del quale però anche appassionati con una certa esperienza sembrano non accorgersi, come ho avuto modo di verificare di persona. Lo stesso vale per i mobili realizzati apposta per installare i componenti dell’impianto. I loro costruttori sembrano fare a gara nel mettere punte in ogni dove, forse per attribuire al loro prodotto una connotazione specialistica, il che però dimostra quanta cura ripongano nella verifica dell’influsso da esso causato sugli oggetti che deve sostenere.

Nell’impiego dei cosiddetti tavolini per hi-fi, allora, la prima regola per ottenere buoni risultati riguarda appunto la rimozione di tutte le punte metallliche e gli altri eventuali elementi dello stesso materiale da cui sono equipaggiati, che oltretutto vanno a formare una parte consistente del loro costo, e sostituirle con qualcosa di più confacente.

In buona sostanza la punta metallica si rivela efficace solo laddove sia necessario una decisa evidenziazione delle doti di precisione, introspezione e chiarezza, oppure per asciugare una gamma bassa priva di controllo. Quindi negli impianti dalla sonorità meno raffinata.

Il metallo, nel contatto con le superfici delle apparecchiature che deve sostenere, in genere anch’esse metalliche, va a produrre la sostanziale inascoltabilità per qualsiasi impianto che non sia improntato a mediocrità.

Lo stesso avviene per gli altri materiali duri, in maniera più o meno evidente.

Negli impianti di un certo livello, allora, di solito è più indicato utilizzare supporti morbidi, gomma, silicone e simili, o anche legno tenero come l’abete.

Proprio l’argomento piedini rivela come anche le convinzioni più radicate, e in apparenza ragionevoli, finiscano prima o poi per essere confutate. Personalmente attribuivo ai piedini un influsso essenzialmente timbrico e, a seconda, della loro realizzazione, per le doti di introspezione e precisione. Durante l’estate invece mi è venuta a trovare una persona che ha portato con sé quelli che realizza presso la sua officina meccanica, in teflon, metallo, rigorosamente tenuto non a contatto delle sperfici di apparecchitura e tavolino, e silicone. Per la prima volta mi è accaduto di verificare che un piedino può influire in modo consistente anche sulla nitidezza, sulla pulizia generale della riproduzione e sulla dinamica, elementi che si immaginerebbe siano legati soprattutto a questioni di elettronica e circuiteria.

Inutile dire che una volta messi sotto alcune delle mie apparecchiature, quei piedini non si sono più mossi di li. Più importante però è osservare come anche le idee più radicate e in apparenza condivisibili finiscano a volte con il trovare la loro smentita. Motivo in più per osservare nel modo in cui merita la monoliticità delle posizioni di chi ragiona e agisce come se fossimo ancora al 1970, tenendo le leggi stabilite all’epoca nello stesso valore immutabile delle Tavole di Mosè..

Si fanno sempre nuove scoperte e questo, per quanto mi riguarda, è proprio uno tra gli aspetti più interessanti della riproduzione sonora. Proprio perché se si tiene conto di esse è possibile migliorare il proprio impianto in maniera significativa e con spese tutto sommato contenute.

Tutto il contrario insomma di quello che avviene procedendo esclusivamente a forza di cambi di apparecchiature: costoso, inconcludente e non di rado controproducente. Proprio perché se l’oggetto nuovo a volte permette di attenuare alcuni tra i difetti di quanto va a a sostituire, inevitabilmente ne porta con sé diversi altri.

In sostanza il gioco delle sostituzioni può essere divertente e appagante per il senso della vista e per il gusto della novità, ma dal punto di vista della qualità sonora spesso non è così diverso da un cane che si morde la coda.

Non solo per la sostanziale equivalenza del prodotto industriale rispetto al suo concorrente, per il semplice motivo che entrambi devono soddisfare i medesimii criteri economici, ma proprio per il fatto che non esiste apparecchiatura al mondo capace di esprimersi al meglio se non la si mette nelle condizioni di farlo. Questo si ottiene appunto curando l’installazione e gli elementi di contorno con la più grande attenzione.

Ovviamente la pubblicistica specializzata questo non lo dice: l’appassionato deve limitarsi sempre e soltanto a cambiare apparecchiature, fino al punto in cui, stanco di buttare via soldi abbandona per sfinimento. Davvero un bel modo per stimolare la crescita e il radicamento del settore. D’altronde se il modo di fare qui descritto si diffondesse, i suoi interessi economici e quelli della sua committenza ne verrebbero depauperati.

Sugli sforzi fatti in prima persona dall’appassionato per migliorare le condizioni operative del proprio impianto non ci guadagna nessuno, tranne lui stesso. Anzi ci si perde: l’appassionato potrebbe capire che per andare oltre certi limiti non serve cambiare apparecchiature, ma metterle nelle condizioni di esprimersi al meglio. Quindi le vendite calerebbero, insieme ai fatturati pubblicitari.

 

Chimica

Fin dalla loro scoperta, l’elettricità e i fenomeni ad essa connessi hanno avuto parecchio a che fare con la chimica. La pila di Volta funziona appunto grazie alla reazione chimica prodotta dalla stratificazione di materiali dalle specifiche proprietà chimiche. Resistenze di materiale diverso, prodotto appunto chimicamente, suonano in modo diverso. Questo è ancora più evidente per i condensatori: che siano elettrolitici, ossia operanti in base alla presenza di elettrolita al loro interno, oppure in polipropilene, altro materiale di derivazione chimica, a seconda della loro tipologia influiscono sul comportamento delle apparecchiature, quindi sulle modalità con cui avviene la riproduzione sonora e sulla sua percezione.

Esistono poi delle sostanze, o composti, in grado di influire sulla riproduzione sonora, o meglio sulle condizioni diciamo così ambientali entro le quali essa ha luogo. Ne abbiamo già parlato in “Percorsi alternativi” e a quanto contenuto nell’articolo ora è possibile aggiungere nuovi elementi emersi in questi mesi.

Una volta avuta a disposizione una certa quantità del composto chimico di cui ci siamo occupati nell’articolo linkato qualche riga fa, è stato possibile verificare che non è efficace soltanto per ottimizzare l’emissione nell’ambiente d’ascolto, alfine di una sua maggiore ampiezza, o per il trattamento dei supporti fonografici, riducendone sensibilmente le asprezze rilevabili nel contenuto musicale.

Il composto chimico di cui stiamo parlandoo si presenta sotto forma di unguento violaceo da spalmare in quantità minime sulle superfici che si vogliono trattare.

Il composto può essere utilizzato, sembrerebbe con efficacia forse maggiore, per fare in modo che la componentistica interna delle apparecchiature possa esprimersi in maniera decisamente più valida.

A questo proposito ho curato alcune elettroniche con tale prodotto, che ricordiamo, a detta del suo ideatore e realizzatore è particolarmente efficace nell’abbattimento delle cariche elettrostatiche. Il suo influsso si è rivelato ben percepibile sia nel trattamento dei componenti attivi, sia ancora più in quello dei circuiti integrati.

L’utilizzo del composto determina un miglioramento delle doti sonore un po’ a tutto campo, ma soprattutto per i parametri di precisione, introspezione, nitidezza, estensione di banda, dinamica e riduzione delle asprezze.

I risultati più interessanti sono stati ottenuti nel trattamento dei circuiti integrati di controllo per la meccanica delle sorgenti digitali, nei chip operanti nelle sezioni di ingresso dei DAC, in quelli relativi alle sezioni di conversione e agli stadi di uscita.

Le motivazioni potrebbero risiedere nel fatto che tanto maggiore è il livello di integrazione e quindi di minori dimensioni sono i singoli elementi presenti al loro interno, in genere a livello di micron, tantopiù sono sensibili a eventuali fenomeni esterni, come appunto le cariche elettrostatiche che il preparato in questione riesce a ridurre.

Anche il trattamento di componenti attivi come transistor e simili ha dimostrato doti di efficacia decisamente interessanti.

Per rendersi conto dell’influsso della chimica sulle modalità funzionali dell’impianto audio non è necessario spingersi all’impiego di composti più o meno fantascientifici, anche se come abbiamo visto possono dare risultati molto interessanti oltreché inattesi.

Al riguardo è sufficiente fare delle prove piuttosto semplici e soprattutto a costo zero, che necessitano solo di un certo impegno a livello personale.

Inutile ricordare ancora una volta che per la verifica di interventi simili è necessario disporre di un impianto dalla risoluzione sufficiente a dar conto dei risultati che ne derivano. Cosa che non ha nulla a che vedere con il formato che può digerire il suo DAC, la quantità di watt del suo amplificatore, il numero di vie dei diffusori e le dimensioni degli altoparlanti che impiegano.

Una di tali prove riguarda l’impiego di liquidi per la pulizia dei vetri. Non solo sulla superficie di lettura del CD ma anche dal lato dell’etichetta. Anche se si fa questa prova su un disco perfettamente pulito, non è difficile riscontrare una sonorità percettibilmente diversa tra la riproduzone del disco prima e dopo il trattamento.

Al riguardo è bene fare in modo di non vanificare l’effetto del liquido nelle operazioni di asciugatura. Quindi è opportuno non passare lo straccio o la carta assorbente sul CD ma tamponarne l’eccesso e poi attendere che il resto evapori.

Se facciamo le cose per benino, ci accorgiamo che la sonorità del disco trae vantaggio dall’impiego del liquido, evidenziando maggiore apertura e dettaglio, abbinata però ad asprezze minori.

La dimostrazione del fatto che non si tratta di una semplice questione di pulizia sta nel fatto che se lasciamo per qualche ora all’interno del lettore un disco appena trattato, luogo in cui è alquanto improbabile torni a sporcarsi pesantemente, nel momento in cui andiamo a riprodurlo di nuovo l’effetto non sarà più percepibile, tranne sottoporlo a un nuovo trattamento.

Bagnare un disco e poi riasciugarlo con le dovute accortezze è per l’appunto un trattamento chimico, per quanto rudimentale, che nondimeno ha il suo influsso sul comportamento dell’oggetto di nostro intetresse.

Un miglioramento che soggettivamente è persino più evidente lo si ottiene lavando direttamente il disco in acqua fredda con del sapone di Marsiglia. In questo caso meglio usare dei guanti protettivi come quelli in lattice, dato che dopo 3 o 4 dischi, la secchezza della pelle indotta dal contatto ripetuto col sapone potrebbe diventare fastidiosa.

Ancora una volta le ragioni potrebbero risiedere nell’abbattimento delle cariche elettrostiche, spesso presenti nei materiali non conduttivi, come appunto la plastica di cui sono fatti i dischi digitali.

Queste sono notoriamente caratterizzate da correnti trascurabili ma da tensioni molto elevate che potrebbero essere deleterie per il comportamento della componentistica elettronica, in particolare quella con il maggiore tasso di integrazione.

Esperimenti del genere fanno il paio con quelli, in parte più noti, che consistono nel mettere il CD nel freezer per qualche ora prima di riprodurlo.

 

Mineralogia

Come ben sanno gli esperti della materia, esistono minerali che possiedono caratteristiche elettriche ben precise. In genere si tratta di proprietà piezoelettriche e/o piroelettriche. Ossia in grado di emettere cariche negative in seguito a compressione o a variazioni di temperatura.

Emettendo cariche negative, quei minerali effettuano in pratica la ionizzazione dell’ambiente circostante, da cui si sono sperimentati empiricamente influssi positivi per il comportamento dei componenti elettronici e quindi delle apparecchiature da cui sono composti.

Emissione di cariche negative significa ancora una volta riduzione, o meglio compensazione delle cariche elettrostatiche, che hanno segno positivo. Come abbiamo visto nel capitolo dedicato alla chimica, non dico eliminandole ma almeno riducendole permettono alle apparecchiature di esprimersi in maniera sonicamente più gradevole e convincente.

Qui si aprono prospettive di grande interesse, proprio perché è possibile migliorare il suono di una sorgente digitale, di un amplificatore, di una coppia di diffusori senza intervenire con le consuete sostituzioni dei componenti critici, ma solo producendo al loro interno un ambiente meglio adeguato al funzionamento delle parti realizzative. Ovviamente si possono anche esaltare i risultati ottenibili mediante la sostituzione dei componenti più importanti abbinandovi un trattamento ionizzante.

I minerali più noti e utilizzati al riguardo sono la tormalina e la shungite, ma probabilmente ne esistono altri, potenzialmente ancora più efficaci. Il loro impiego si rivela proficuo già posizionando alcuni “sassi” nei pressi delle apparecchiature o sopra e sotto di esse. Più profondo nei suoi risultati è però il trattamento interno, spesso in grado di produrre risultati inattesi sul comportamento delle apparecchiature.

Certo, eseguire determinati interventi su un amplificatore che è un chiodo arrugginito non ha molto senso. Tuttavia so per esperienza diretta che intervenire in questo modo già su un piccolo amplificatore dalle velleità audiophile permette di avere risultati degni di interesse considerevole.

Naturalmente qualcuno griderà allo scandalo leggendo queste parole. Del resto se si nega persino l’influsso di un cavo, difficilmente si può accettare che le doti sonore delle apparecchiture si possano migliorare semplicemente con l’impiego di quello che appare come una pietra.

Difficilmente le misure nella loro inadeguatezza o meglio ancora rudimentalità, malgrado i costi comportati dalla loro esecuzione corretta, e soprattutto dalla difficoltà di comprendere quello che si va a misurare effettivamente, sarebbero in grado di porre in evidenza le conseguenze derivanti dall’impiego di accorgimenti simili.

Malgrado ciò l’orecchio non solo è perfettamente in grado di rilevare i cambiamenti così ottenuti, ma ci rivela ben presto la sua gratitudine al riguardo. Ricordiamo che fino a prova contraria le apparecchiature audio sono state ideate proprio a fini di ascolto e non certo per soddisfare velleità misuratorie che già di per sé vanno a sottolineare la difficoltà di operare una verifica e selezione mediante criteri più appropriati e di accordare fiducia ai propri sensi. Che in quanto frutto dell’evoluzione di milioni di anni operata da Madre Natura sono enormemente più raffinati e affidabili di quanto realizzato dall’uomo in seguito a qualche decennio di esperienza, oltretutto per trarne profitto. Dato che neppure Bruel & Kjaer, ammesso e non  concesso che si utillizzino i suoi costosi strumenti, produceva per la gloria. Più che gli strumernti, inoltre il punto debole, delle misure sono le procedure utilizzate allo scopo e soprattutto la rozzezza dei parametri che si vanno a indagare. Assolutamente inadeguate alla complessità enorme dei fenomeni che si verificano nella produzione e diffusione del suono.

Una volta che per un motivo o per l’altro l’influsso di determinati elementi venga a mancare, l’orecchio evidenzia subito il suo disappunto. Caso tipico, ancora una volta sperimentato di persona, è quello dato da un intervento su un’apparecchiatura così trattata, che per essere effettuato ha necessitato della rimozione del minerale.

Al momento di verificarne i risultati, può accadere che si dimentichi di rimettere il materiale al suo posto. Così quello che avrebbe dovuto essere un intervento largamente migliorativo va a dare un responso del tutto opposto, in maniera ovviamente sconcertante.

Quando accadono cose simili si rileva all’istante che c’è qualcosa che non va. Ci si chiede il perché, fino a quando ci si accorge di aver dimenticato di rimettere in sede il materiale. Si pone rimedio e tutto torna a posto, permettendo di verificare anche che l’intervento effettuato sta dando effettivamente i suoi frutti.

Questo genere di accadimenti, ha anche un aspetto collaterale forse ancora più importante, per chiunque abbia la volontà di osservarlo. Suggerisce che se una verifica è eseguita totalmente al buio, come nel caso descritto, dà in ogni caso i suoi risultati. Ma soprattutto che per essere realmente tale deve essere inconsapevole.

 

Condizionamento ambientale

Un altro elemento di grande importanza ai fini del superamento dei limiti convenzionalmente attribuiti alla riproduzione sonora amatoriale riguarda il condizionamento dell’ambiente in cui avviene la riproduzione. L’elemento forse più noto al riguardo è quello che riguarda l’immissione di ULF, acronimo di Ultra Low Frequencies, eseguibile mediante risonatori di Schumann.

Nell’articolo linkato sono elencati i risultati ottenibili con l’impiego di tali dispositivi, che ormai hanno sommato una casistica piuttosto ampia che va a supportarne l’efficacia. Verificata non solo a livello di riproduzione audio ma anche su piani diversi.

Ne parleremo presto in un articolo specificamente dedicato all’argomento, o meglio alle esperienze che è stato possibile mettere insieme nel corso degli ultimi mesi, a volte dai risultati sorprendenti.

Più che altro mi sembra opportuno rilevare a questo riguardo che per il tramite di tali dispositivi si possono ottenere risultati interessanti, oltretutto a fronte di spese limitate. Questi si verificano oltretutto su un contesto nei confronti del quale non è molto facile intervenire mediante le modalità consuete, che a certi livelli presuppongono l’investimento di cifre ben più importanti.

Il risonatore Schumann Audio 2C nella versione dotata di contenitore in legno.

Altre possibilità di condizionamento ambientale interessano l’impiego di fonti luminose. A questo riguardo osserviamo che al buio o comunque in condizioni di penombra le capacità di percezione uditiva sembrano acuirsi in una grande varietà di soggetti. Ricordiamo inoltre che l’esperienza d’ascolto non può prescindere dalle capacità e modalità di percezione di ogni singolo soggetto, e proprio su di esse trova il suo piano di concretizzazione.

In una prima verifica mi sono accorto che quando in ambiente è attivo un certo numero di lampade fluorescenti, come quelle a basso consumo, nel momento in cui le si va a spegnere si ottiene di solito la percezione di un suono maggiormente gradevole.

In altri casi ho potuto verificale in via sperimentale l’effetto derivante dall’impiego di luce a particolari frequenze.

In oparticolare riguardo alla gamma dell’infrarosso, con risultati che per il momento hanno trovato una certa discrepanza di valutazione da parte di una gamma di soggetti ancora limitata.

In questa fase tuttavia non mi sembra molto importante soffermarsi sul potenziale di gradimento per certe modalità di intervento, da parte di pannelli di ascoltatori più o meno ampi, quanto il rilevare che il presentarsi in ambiente di alcuni fenomeni può influire sulle modalità di riproduzione, di percezione o su entrambe le cose assieme.

Compatibilmente con la disponibilità di tempo, che è sempre troppo poco poco e sembra diminuire vieppiù con il passare degli anni, nel prossimo futuro conto di proseguire con questa sperimentazione per poi riportarne i responsi.

 

Considerazioni finali

Come abbiamo visto, e spero di essere stato sufficientemente comprensibile, accedere alla X-Fi non è tanto questione di apparecchiature possedute, anche se è necessario che si pongano almeno a un determinato livello qualitativo, quanto del modo in cui le si fa operare.

Mano a mano che si prosegue con la sperimentazione in questo senso, appare evidente che l’eccellenza della riproduzione sonora, soprattutto in termini di realismo e verosimiglianza, necessita di grande cura a tale riguardo e più in genere per le condizioni di contorno.

Quanto più le si perfeziona, procedimento che comporta ovviamente tentativi, verifiche e risultati a volte confortanti e altre meno, più ci si accorge dell’influsso che hanno sul comportamento delle apparecchiature e sul piacere che si può ricavare dal loro impiego e dall’ascolto della musica.

Come già detto, la sperimentazione in tal senso comporta l’impiego di grandi quantità di tempo e altrettanta attenzione, cose che per ovvi motivi non è sempre possibile avere a disposizione nella quantità necessaria.

Questo è uno dei motivi per cui a volte si preferisce la strada più comoda e sbrigativa, che per l’appunto è quella che comporta la spesa di somme di danaro più o meno grandi, ritenendo che per quel tramite si possano ottenere i risultati più confortanti.

Questo è assolutamente vero quando ci si mantiene entro i limiti della mediocrità, aurea quanto si vuole. Che oltretutto è il risultato immancabile cui portano le leggi della società in cui viviamo, con tutte le sue contraddizioni e limitazioni.

Per chi non si accontenta e intende ottenere risultati di rilievo maggiore, appunto quelli che attengono al contesto della X-Fi, la disponibilità di denaro, per quanto necessaria in una certa misura, non è più l’elemento sostanziale. Anzi, proprio per quanto sopra può rivelarsi controproducente. Un’importanza molto maggiore l’hanno la capacità di dedicare tempo e di applicazione, la sensibilità individuale, la curiosità e la determinazione.

Tutte cose che la società capitalistica, rispettosa solo per la legge del profitto e tanto apprezzata dal rampantismo arrivista oggi dominante, non riesce a comprendere e neppure a valutare. Proprio perché per essa è assolutamente necessario che ad ogni cosa si possa attribuire un prezzo, per quale che sia. Si dà il caso invece che certe cose non si comperino e neppure si insegnino a scuola.

O le hai o niente. Casomai te le puoi costruire, con pazienza, impegno ed esperienza. Ma soprattutto voglia di migliorare, che per quanto mi riguarda è lo stimolo primario di qualsiasi vero appassionato di riproduzione sonora.

Stimolo che finora è stato sfruttato e piegato da individuidi pochi scrupoli ai loro interessi personali.

E’ arrivato il momento che le cose cambino: chi è interessato al riguardo è bene che inizi a farlo in prima persona.

 

 

Precedente

Un altro grande se n'è andato. RIP Chuck Loeb

Successivo

I dischi di Settembre

Leave a Reply

diciotto + sedici =