Woodstock, giusto 50 anni fa

Si dice che quando si gode di una salute almeno discreta, l’età non la si senta. Poi però arriva sempre un qualche avvenimento che ti sbatte in faccia quanti ne sono passati, di anni. Dalla gioventù, da un certo avvenimento e così via. Oggi è proprio uno di quei giorni, dato che 50 anni fa esatti prese il via il più grande festival della storia della musica rock, Woodstock.

Spero di essere perdonato se mi ripeto, ma di quell’evento avvenuto mezzo secolo fa si celebra anche e soprattutto la sua musica, che nonostante gli anni resta ancora attuale e non di rado d’avanguardia. Avrebbe potuto dire lo stesso chi nel 1969 avesse guardato alla musica di 50 anni prima, ossia quella del 1919? Se ne può dubitare. Dunque in un intervallo temporale, gli accadimenti e l’evoluzione di stile e di costumi che si verificano in esso possono avere un valore e un rilievo diversi se non addirittura opposti.

Allora venne calcolato che all’evento abbiano assitito 5 o 600 mila persone, ma la polizia disse di averne rimandate indietro almeno tre volte tanto, chiudendo strade e caselli fino a oltre 150 chilometri di distanza per impedire ulteriori accessi.

Woodstock non è stato il primo festival rock, c’erano già stati quello dell’isola di Wight, all’epoca quasi altrettanto famoso, al punto da far scrivere una canzone sull’argomento, alquanto melensa e che dominò a lungo le classifiche di vendita dei dischi, Monterey, nell’omonima città californiana, e diversi altri. Di sicuro però è stato il più grande e quello che è entrato con la forza più grande nell’immaginario comune, se non con prepotenza, fino a diventare un vero e proprio sinonimo di qualsiasi evento veda più gruppi e cantanti esibirsi sullo stesso palcoscenico. Oltre a dare il proprio nome a un’intera generazione, quella di Woodstock, appunto.

Woodstock ha segnato un’epoca, attribuendole un alone di leggenda inossidabile, tale da arrivare fino ai giorni nostri, malgrado il consumo di avvenimenti, anzi il loro usa e getta abbia raggiunto ormai livelli di parossismo. Eppure si continuano a organizzare eventi che vi si rifanno, oltretutto a cadenza ravvicinata: basta scrivere woodstock su un motore di ricerca immagini per aprire una miriade di locandine e manifesti relativa a un numero fin quasi inverosimile di manifestazioni diverse.

Non è stato il primo, dicevamo, e non sarebbe stato l’ultimo:  infatti anche a Roma l’anno prima fu organizzato un festival rock, allora si diceva pop, della durata di ben quattro giorni.

Tra gli altri vi si esibirono Soft Machine, Traffic, Pink Floyd, Nice, Family, Byrds e diversi altri.

Molti ancora sarebbero venuti in seguito, Parco Lambro, Villa Pamphili a Roma nelle sue diverse edizioni, della quale ricordo anche le lunghissime scarpinate per arrivare a un mezzo pubblico che mi riportasse a casa, Licola e il più grande di tutti che però non è mai stato. Si sarebbe dovuto tenere all’autodromo di Misano Adriatico nel luglio del 1974, il Santamonica Music Festival. Preannunciava un carnet di nomi da far tremare le gambe e forse sovrastare persino Woodstock. Proprio nelle vicinanze della mia abitazione era stato affisso un manifesto, grande, coloratissimo e pieno zeppo di nomi dei gruppi in programma, i più in vista del momento, che purtroppo sembra introvabile in rete. Ricordo ancora che mi fermavo ogni giorno di fronte ad esso sognando, o meglio pregustando tutta la musica che avrei potuto ascoltare dal vivo nell’occasione. Ero già pronto per partire, zaino, sacco, biglietti e tutto, quando arrivò la notizia che all’ultimo istante erano stati revocati i permessi di agibilità, per i soliti motivi di ordine pubblico.

Su Woodstock è stato detto di tutto e di più, difficile quindi aggiungere altro senza finire in ripetizioni banali. In un certo senso rappresentò l’inizio della fine, quella dell’epoca d’oro della musica rock, che personalmente faccio coincidere con l’esplosione del punk.

Se fine è stata, è durata parecchio, per sei o sette anni almeno, ha conosciuto ancora splendori non grandi ma proprio abbaglianti, tuttavia senza arrivare al livello della cosiddetta “Summer of love” del 1969, che non avrebbe mai più trovato alcunché di paragonabile.

Qui da noi l’epopea di Woddstock fu vissuta soprattutto per merito del film, che continuò a essere programmato per anni. Nelle sale di prima visione inizialmente e poi nei cinema d’essai, sempre con accoglienza entusiastica da parte del pubblico. Ogni volta era un avvenimento, quasi come recarsi a un concerto, e forse meglio. Anche perché all’epoca di immagini legate alla musica non è che ne girassero molte, anzi.

Quando accadeva, la voce si spargeva all’istante e ci si organizzava in gruppi di amici, proprio come per andare al concerto. Con tanto di provviste, dato che si entrava nel primo pomeriggio e quando si usciva era già buio da un pezzo. Credo sia stato il film che ho rivisto per il maggior numero di volte in assoluto, non meno di dieci o quindici. Senza contare le visioni private della versione ampliata “Director’s cut”, di cui conservo tuttora il VHS.

Allora la scaletta dei brani la conoscevo a memoria: Richie Havens, Joan Baez, Country Joe, gli Sha-na-na, i Canned Heat, Joe Cocker e così via, fino all’apoteosi della seconda parte, l’inizio della quale era segnata da “See me, feel me” degli Who, e trovava il suo apice nella tensione portata alle conseguenze più estreme in “Soul Sacrifice” dei Santana.

Condensando in quasi tre ore le fasi salienti dei tre giorni, oltretutto, dava un’idea di solidità e compattezza che l’evento reale non può aver avuto. Non fosse altro che per le necessità organizzative al momento del cambio tra un gruppo e l’altro, e perché l’esibizione di ognuno di essi non poteva essere fatta tutta di brani del calibro di “See me, Feel me”, “Wooden Ships” “I’m goin’ home”, “I want to take you higher” e così via.

Sono convinto che il film di Woodstock funzionò da traino per l’intero fenomeno della musica rock nel nostro paese. Tutti gli artisti che vi hanno preso parte ebbero successo qui da noi, al di là del merito, del genere che eseguivano e delle preferenze del pubblico.

Scatenò anche un forte spirito di emulazione, non solo nella spinta a organizzare eventi musicali articolati su più serate. Ogni qualvolta in un concerto all’aperto cadeva qualche goccia di pioggia, era l’occasione per reiterare in coro il “Crowd rain chant” reso famoso dal film, mentre c’era sempre qualcuno che tirava fuori un paio di bonghetti necessari al supporto ritmico.

Il diffondersi della musica rock anche attraverso l’evento di Woodstock e le sue rappresentazioni furono un elemento trainante che decretò il successo della riproduzione sonora di qualità elevata.

Musica di tale coinvolgimento richiedeva o meglio imponeva proprio l’essere riprodotta nel modo migliore possibile. Rappresentò pertanto il supporto più efficace per il diffondersi della riproduzione audio, che proprio in quegli anni divenne un fenomeno di massa.

Finita la musica, come da tempo a questa parte, finita anche l’hi-fi. Non a caso, ancora oggi la stragrande maggioranza dei suoi cultori vi si è avvicinata proprio in quel periodo.

Il seguito che ebbe il film fu tale che quando infine arrivarono in Italia i Ten Years After, se non ricordo male nel 72 o nel 73, a ogni intervallo tra un brano e l’altro dal pubblico si levava a gran voce la richiesta di “I’m goin’ home”. Alla fine arrivò ma almeno personalmente ritrovai ben poco dell’esecuzione al fulmicotone resa immortale dalla pellicola.

Una curiosità di quella serata riguarda il gruppo scelto per fare da apertura ai Ten Years After, nientemeno che i Supertramp. Allora la loro notorietà era nulla, e la loro musichetta sciacquabudella, con le vocine in falsetto, i ritornelli da filastrocca e quel pianofortino insulso scatenarono la rabbia dei rockettari duri e puri convenuti al Plasport per l’occasione. Fischiarono i Supertramp dall’inizio alla fine della loro esibizione con una forza tale da coprire persino l’amplificazione, per quanto generosa. Del resto il rimbombo che si crea in quell’ambiente è ben noto ai suoi frequentatori abituali di allora.

Davvero non si capisce come si potesse pensare di far aprire il concerto di un gruppo rock blues solido e sanguigno come i Ten Years After a un gruppetto di muzak come lo si definiva all’epoca, oltretutto ai suoi esordi. I connotati tipici della loro commercialità erano già ben evidenti. Allora la si rifiutava senza indugi, ma anni dopo le mode sarebbero cambiate.

Un successo altrettanto grande lo ebbe la colonna sonora del film, uno dei primissimi esempi di LP triplo, immancabile nella raccolta di qualsiasi appassionato del genere. Ebbe anche un seguito, su LP doppio, che permise di dare evidenza anche a quel che di meritevole non aveva trovato spazio nel primo.

 

 

 

 

 

 

A questo proposito la leggenda vuole che l’organizzazione del festival causò un fiasco finanziario ai limiti della bancarotta. Solo con il film e con i dischi si riuscì a tornare in pari ed eventualmente a guadagnare qualcosa.

Sono convinto che il guadagno maggiore lo si sarebbe avuto se con lungimiranza si fosse provveduto a registrare la denominazione del festival. Con tutti gli eventi che nel corso dei decenni successivi vi si sono rifatti in forma più o meno diretta, di royalties ne sarebbero arrivate a profusione.

Un altro elemento d’impatto e di coesione per l’evento, il film e le idee che per il loro tramite avrebbero trovato la più ampia diffusione a livello globale, anche se allora il termine era parecchio di là da venire, fu la protesta per la guerra del Vietnam, allora molto sentita e partecipata. Era vissuta in prima persona come un’ingiustizia intollerabile che l’occidente capitalista eseguiva su un paese se non del tutto inerme, infinitamente più debole del gigante guerrafondaio a stelle e strisce.

Non a caso, allora, il film termina con il richiamo più diretto e viscerale alla guerra del Vietnam, il rumore degli aerei e dei bombardamenti nell’esecuzione di Jimi Hendrix dell’inno americano. Resto convinto che quel brano, e soprattutto il modo  con cui lo ha interpretato e le finalità che gli vennero attribuite, non siano affatto slegati dalla sua fine e dalle modalità con cui è avvenuta, poco più di un anno dopo.

Curiosamente, dopo Hendrix più nessun protagonista dello show business musicale avrebbe mostrato la capacità di comunicare un messaggio di tale valenza. Non tanto a livello politico, quanto di contatto con la realtà.

Da allora in poi sarebbero rimasti solo sesso, sballo e rock ‘n roll.

Solo il punk avrebbe riportato a galla qualche parvenza di contrapposizione al potere politico, tuttavia coniugato secondo un nihilismo e una tendenza autodistruttiva ben più accetti da parte dell’establishment.

Ascoltare “Star spangled banner” che accompagna la documentazione di quel che è rimasto dopo la festa, con i pochissimi rimasti sul luogo a rovistare tra rifiuti e cose abbandonate alla ricerca di qualcosa di utilizzabile, dà un forte senso di disagio, non so quanto voluto ma che trasmette comunque un messaggio di effetto indubbio.

Il più grande chitarrista della storia del rock e non solo avrebbe meritato un altro trattamento: da parte del festival, che lo relegò a suonare addirittura nelle prime ore della mattina, dato il protrarsi delle esibizioni precedenti, e della sorte decretata dai suoi simili, che non si è limitata a interromperne solo l’attività e la creatività artistica folgoranti, ma lo ha screditato e diffamato per decenni, sistematicamente mediante la ripetizione ossessiva del falso, infine imposto come verità.

Proprio quel che avviene ogniqualvolta occorra giustificare la fine poco chiara di un personaggio scomodo.

E’ comune a diversi altri personaggi del mondo della musica, ben più numerosi di quanto s’immagini, come ha raccontato l’autore Dave Mc Gowan nel suo “Inside the LC: the strange but mostly true story of Laurel Canyon and the birth of the hippy generation”.

Nei numerosi capitoli in cui è suddivisa l’inchiesta, tra l’altro, non si narra solo di musica, industria dello spettacolo e della loro valenza propagandistica, ma anche di come già decenni non ci si limiti solo a stabilire a tavolino chi e come debba esercitare il potere politico, ridotto pertanto a sottopotere, ma si organizzino anche le finte opposizioni.

Woodstock insomma, mito ed evento-icona di un epoca, e nello stesso tempo spartiacque tra due fasi della storia musicale moderna. Malgrado si fondino sullo stesso genere, il rock, non avrebbero avuto molti punti in comune: la prima basata sul rifiuto delle convenzioni e della violenza, insieme all’affermazione di nuovi bisogni e di una nuova consapevolezza, la seconda caratterizzata dalla disillusione e dal progressivo richiudersi nel privato, anteprima del riflusso che vi avrebbe fatto seguito, qualche anno dopo.

 

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