Vinile, che fare?

La parabola compiuta dal vinile, e più in generale dal sistema di riproduzione analogico nel corso degli ultimi quattro decenni, ritengo sia per molti versi emblematica.

Non era ancora arrivato a esprimere fino in fondo il suo potenziale, quando è stato sostanzialmente eliminato. Non tanto dal digitale, quanto dalla vera e propria frenesia, strumentale, che ha caratterizzato le diverse fasi di sviluppo e diffusione dell’allora nuovo formato. Ne sono stati contagiati per primi i suoi ideatori e sviluppatori, anche per via dell’urgenza di rientrare nel più breve tempo possibile degli investimenti affrontati al riguardo, ma soprattutto la stampa di settore. In particolare quella maggiormente priva di scrupoli nello sfruttare le necessità dell’industria, che allo scopo era pronta a gettare nel calderone somme non indifferenti.

Non a caso, a favore del CD vi fu un battage propagandistico senza precedenti nella storia della riproduzione sonora. Ha avuto inizio qualche anno prima del suo esordio, alfine di preparare il terreno nel modo migliore, a suon di notizie, illazioni, previsioni fantasmagoriche e anteprime la cui enfasi dei toni arrivava al parossismo, per approdare persino alla trasmissione di spot televisivi. Erano centrati sullo slogan “Avanti, disco!”, stante il predominio del nastro in cassette che allora era il supporto fonografico di gran lunga più diffuso a livello del mercato di massa.

Per sostenere il nuovo formato si fondarono anche nuove riviste, che in virtù del sostegno pubblicitario offerto dagli artefici del nuovo formato, e dell’arroganza dei loro conduttori, si trovarono in breve a dominare il loro segmento di mercato.

Tali riviste riuscirono a dissimulare con efficacia il loro vero fine, mediante una serie di inziative che costituivano in effetti una novità nel panorama editoriale dell’epoca. Erano il frutto di un tecnicismo esasperato e sostanzialmente  fine a sè stesso, oltreché naturalmente degli scopi reconditi dei loro fondatori. Arrivarono persino all’eliminazione delle note d’ascolto dalle prove delle apparecchiature, ritenute non più necessarie stante la presenza di un carnet di misurazioni per larga parte inedito. Si trattava soprattutto della farina del sacco altrui, ulteriore dimostrazione delle concrete attitudini dei vertici di tali iniziative editoriali, interessati soprattutto ad accrescere in qualsiasi modo il proprio prestigio personale. E ovviamente il proprio conto in banca, se possibile in misura ancora maggiore.

Un particolare tuttavia ne palesava gli scopi concreti, anche se nell’ingenuità di quegli anni e nel parziale accecamento dato dalla grande passione per la musica, la sua riproduzione e tutto quel che vi ruotava intorno, non se ne accorse praticamente nessuno, cosa che oggi potrebbe apparire inverosimile.

In quella che poteva passare per ansia di rinnovamento, abbinata alla spiccata volontà di differenziarsi da tutto quanto era stato fatto in passato, dette pubblicazioni arrivarono a ridurre lo spazio dedicato ad ogni prova di apparecchiature a una paginetta striminzita. Che una volta divisa tra foto di apertura, riquadro delle caratteristiche tecniche, grafici delle misure e salamelecchi di prammatica, lasciava ben poco spazio a un’analisi dell’oggetto sia pure eseguita per sommi capi.

Questo spiega come meglio non si potrebbe quali sono le vere conseguenze della sintesi, di recente chiamata in causa da alcuni, concetto cui sarà dedicato presto lo spazio che merita.

Quando però si trattava di presentare una sorgente operante secondo il nuovo formato digitale, allora lo spazio disponibile si moltiplicava a dismisura, in modo fin troppo smaccato: pagine e pagine dedicate a pestare acqua nel pentolone, innalzando lodi sperticate al nuovo sistema, con foto di grandi dimensioni dedicate persino ai particolari più insignificanti. Indice a loro volta della fatica concreta nel reperire e magnificare ogni possibile elemento d’interesse, anche laddove non ce n’erano.

Come sempre, allora, è proprio dall’ambiguità e dalla dissimulazione che derivano i frutti peggiori della natura umana. A iniziare da inganno, menzogna e tradimento, lezione di vita che il piccolo mondo della riproduzione sonora, il quale ha sempre fatto del suo meglio per dimostrarsi addirittura infimo, è riuscito a impartire a tutti noi.

 

Il colpo di mano

L’iniziativa editoriale di cui stiamo parlando nacque da un colpo di mano, messo a segno da un gruppo di persone nei confronti della casa editrice per cui lavoravano da anni. Lautamente retribuite e inquadrate secondo contratti dirigenziali.

Fu mollata di punto in bianco, con la conseguenza di fermarne l’attività per diversi mesi, interrompendo in maniera repentina l’uscita della rivista che pubblicava a sua volta. Era quella che fino ad allora aveva avuto il maggior seguito degli appassionati di riproduzione sonora, e col tempo si era costruita una fama di autorevolezza non del tutto immeritata.

Per conseguenza, con quella pugnalata alla schiena si ottenne anche di togliere di mezzo l’unica fonte di concorrenza che potesse infastidire l’esordio della nuova testata, che avvenne in maniera piuttosto chiassosa. Per l’occasione le edicole più importanti misero in bella mostra pannelli pubblicitari sui quali, oltre al nome della nuova rivista, campeggiavano le firme dei suoi artefici, tra le quali molte tra le più conosciute dal pubblico degli appassionati.

La mancanza di notizie provenienti dal fronte opposto, fece in modo che si pensasse a un’interruzione definitiva delle pubblicazioni. Così gli appassionati si trovarono di fatto costretti a rivolgersi al nuovo prodotto, che per diversi mesi ebbe campo libero da ogni forma di concorrenza. Molti di essi non sarebbero più tornati sui loro passi, anche perché in conseguenza di quel tradimento, la rivista che ne subì le conseguenze non riuscì più a essere la stessa.

Dunque, se l’operazione volta ad affermare il formato digitale nei confronti del “vecchio” analogico a livello globale fu in buona parte cruenta, visto che da buoni italiani non ci facciamo mai mancare nulla, qui da noi ebbe anche un risvolto grandguignolesco.

Un fatterello simile si è ripetuto non molto tempo fa, con il coinvolgimento degli eredi della storia raccontata fin qui. La differenza di fondo sta nel fatto che allora quel gesto diede luogo a una realtà che bene o male ha dominato il settore nel corso degli anni successivi, oggi invece ha prodotto una rivistina da asilo Mariuccia. I tempi sono cambiati e la realtà del settore anche: la statura dei personaggi coinvolti in certe operazioni non può che aver seguito la stessa sorte.

 

Parole al vento

Una tra le leggi non scritte della comunicazione, collaterale diretto del goebbelsiano “ripeti una menzogna 10, 100, 1000 volte e diventa la verità,  dice che tutto quanto non sia riportato dai media più o meno ufficiali, di fatto non esiste. A questo proposito la consegna di lasciar precipitare l’analogico nell’oblio, e nel tempo nel più breve, fu osservata scrupolosamente.

Per quanto mi riguarda, sono sempre rimasto un assertore irriducibile delle qualità dell’analogico. Come tale, a dispetto di tutto e di tutti ho sempre continuato a sostenere la sua sostanziale superiorità, soprattutto in termini di realismo, naturalezza e godibilità, negli confronti di altri formati. Anche quando tutti erano convinti che il CD avesse vinto definitivamente la sua battaglia e mai più il digitale avrebbe potuto essere scalzato dalle sue posizioni di predominio, assoluto ed esclusivo.

In maniera coerente con le mie convinzioni, quando la testata con cui collaboravo si è dedicata unicamente alle sorgenti digitali, peccando oltretutto di parzialità, ho sempre spinto affinché venisse dedicato uno spazio, magari piccolo e almeno di tanto in tanto, all’analogico.

Ho ricevuto risposte che se a livello verbale erano vaghe e possibiliste, trovavano nell’espressione di scherno malcelato e persino di compatimento che si dipingeva sulla faccia dei miei interlocutori, la descrizione migliore della sorte cui la proposta era destinata. Ma anche della loro capacità di comprendere quali fossero, nel concreto, i valori in campo nell’ambito di cui erano convinti di essere dei grandissimi luminari.

Del resto non si è tecnocrati per caso, attitudine che porta inevitabilmente alla perdita di sensibilità nei confronti di ogni stimolo provenga dai sensi di cui siamo stati forniti da madre natura con tanta generosità. A favore di tutto quanto sia reperibile su un testo stampato, e utilizzi un lessico adeguatamente roboante, gonfio di prosopopea ma soprattutto centrato sul numero, che qualcuno diceva fosse potenza. Secondo una forma evidente di dissociazione, nonchè di analfabetismo funzionale, sia pure in forma più latente e dissimulata.

Certo, è facile parlare con il senno di poi, ma se le proposte a lungo reiterate avessero trovato un’accoglienza sia pur minima, certe pubblicazioni non avrebbero fatto la figura pietosa cui si sono dovute giocoforza assoggettare, nel momento in cui si sono viste costrette a prendere atto che dell’analogico era diventato obbligatorio tornare a occuparsi.

Dati i presupposti lo si è fatto nel modo peggiore. Ossia come se nulla fosse, fingendo che i lunghi decenni in cui si era volontariamente e colpevolmente relegato l’analogico nel dimenticatoio, e senza trascurare l’accortezza di tacciare i suoi estimatori di essere degli ignoranti, parole testuali, degli inguaribili visionari passatisti, e persino di essere alla difesa di interessi personali, non fossero mai esistiti. Che poi è quanto avviene oggi nei confronti di chi non si allinei all’istante al nuovo verbo dominante di quella che, con neologismo dalla palese valenza distopica, viene definita come musica liquida.

Dunque, ancora una volta si dimostra da un lato che la storia è maestra di vita e la sua conoscenza permette di comprendere meglio la realtà del presente, e dall’altro che certi personaggi sono davvero senza rivali. In particolare nella capacità di sfoggiare le loro facce di bronzo, delle quali fanno vanto.

 

E così fu il ritorno

Per quanto oggi sia dipinto come una specie di esplosione, indice ulteriore dell’incapacità congenita del sistema d’informazione a non propalare sistematicamente il falso, il ritorno dell’analogico è avvenuto per gradi. A partire dalle frange che non lo hanno mai abbandonato, irrise per anni dalla vulgata dominante.

Pian piano è riuscito a recuperare posizioni, iniziando da un movimento sotterraneo che ha iniziato a mostrare i primi segni vitali nella seconda metà degli anni novanta.

Più o meno in contemporanea si ebbe il lancio dei formati digitali ad alta densità, dimostratisi invariabilmente un aborto. A dispetto del battage operato dalla pubblicistica di settore, sulla falsariga di quel che quasi venti anni prima fu messo in campo a favore del CD, i nuovi formati ad alta densità si sono dimostrati incapaci di scalfirne le posizioni di supremazia.

Si è trattato dell’ultima beffa giocata dal CD ai suoi stessi artefici ed assertori, che dovettero accettare il ritorcersi contro i loro interessi della forza di persuasione da essi stessi scatenata e sfruttata a fondo nel momento in cui decisero di imporre il CD come il solo supporto fonografico che si dovessse utilizzare, in una delle prime concretizzazioni materiali del pensiero unico.

Soprattutto, il vinile è stato l’esempio migliore di come il volere delle masse, una volta che riesca a superare la soglia critica, possa rendere ininfluenti la prepotenza, l’arroganza e la volontà di dominio delle élite.

E anche il penoso arrivismo degl’invertebrati che eseguono i loro ordini per quattro sporchi denari.

Tutto questo è accaduto senza che sia venuto meno soltanto uno tra gli elementi su cui a suo tempo si batté a più non posso sulla grancassa mediatica per dimostrare l’inadeguatezza del supporto vinilico. Che oggi allora dovrebbe essere ancor più anacronistico, in quanto derivato diretto di una tecnica ideata nel diciannovesimo secolo. Per la precisione ha visto la luce nel 1877. Quindi dovrebbe essere del tutto inconcepibile dalla realtà costruita sui destini magnifici e progressivi che il feticcio del progresso tecnologico ha iniziato a concretizzare in questi ultimi decenni.

Insomma il vinile ha dimostrato che il popolo, se davvero ne ha intenzione, può vincere sui ceti dominanti.

Magari alla lunga, e anche se questi ultimi mettono in campo tutto lo strapotere dei loro mezzi finanziari e di persuasione, palese e occulta.

Come sempre l’informazione ufficiale, o per meglio dire allineata, pur avendo da tempo ricominciato a cantare le lodi del vinile, dopo che ne ha sparlato ossessivamente, e poi lo ha sepolto sotto la coltre dell’indifferenza, si guarda bene dal rilevare quello che al di là dell’aspetto epidemico del fenomeno ne è forse la realtà di portata e significato maggiori.

Questo però non deve indurre ad abbassare la guardia, anzi deve rendere ancora più desta la nostra attenzione. Dato che in caso contrario a trarre il vantaggio maggiore dalla rivincita dell’analogico non sarà chi l’ha voluta e concretizzata, ma chi a suo tempo ha fatto di tutto perché venisse affossato prematuramente.

 

Di nuovo una moda

Il vinile non solo è tornato a ricoprire il ruolo che gli spetta storicamente ma è persino l’oggetto di una nuova moda. Che sembra poco influenzata dall’andamento passeggero o meglio altalenante tipico delle mode. Compresso troppo a lungo nel corso dei decenni caratterizzati da quello che dal punto di vista odierno sembra un vero e proprio impazzimento di massa, quello degli anni ottanta e di gran parte dei novanta, è alfine riemerso secondo una crescita graduale ma  inarrestabile, che tuttora non sembra dare cenni di affievolimento. Proprio il contrario insomma di quel che succede con i fenomeni caratterizzati da un andamento più esplosivo, che dopo il botto iniziale tendono appunto a sgonfiarsi in un tempo quasi sempre breve.

Interessante è anche rilevare come l’analogico trovi accoglienza anche tra e soprattutto gli appassionati di giovane età, nati dopo l’affermazione del digitale. Come tali ci si attenderebbe che non sappiano neppure della sua esistenza e invece costituiscono uno tra i pilastri più solidi sui quali si basa la rinnovata diffusione del supporto vinilico.

Da tempo ormai l’analogico rappresenta l’unica tendenza in crescita di un settore in decadenza endemica, frutto appunto della serie di errori incredibile messa insieme da gente che avendo all’attivo pezzi di carta di ogni genere rappresenta la crema della tecnocrazia ed è stata retribuita con somme assai rilevanti, secondo un sistema autoreferenziale ed autoalimentante. Con quegli errori ha dimostrato non solo tutta la sua incompetenza, ma anche l’incapacità sostanziale a rapportarsi con quanto ha di fronte a sé, senza ovviamente cedere al minimo segno di accettazione delle proprie responsabilità o soltanto di resipiscenza.

Inevitabile chiedersi, allora, quale sia il livello di sanità mentale di gente simile, che oltretutto ha il potere d’imporre la propria scala di valori, appunto conseguente all’incapacità di relazionarsi in maniera corretta a tutto quanto non sia il proprio io e le superstizioni personali che pretende di innalzare al rango di scienza. Con tutti gli addentellati del caso in termini di egotismo e di ambizione sfrenata.

Rivestiti di un atteggiamento simile, profondamente radicato in qualsiasi individuo faccia parte delle élite, quale rapporto si può avere nei confronti della realtà del mondo in cui ci ritroviamo immersi al giorno d’oggi?

 

Paradosso e menzogna, denominatori comuni della riproduzione sonora

Come accennato in precedenza, l’elemento più incredibile della vicenda che ha per protagonista il supporto vinilico, sta nel fatto che non uno dei suoi problemi di fondo è venuto meno dal momento del suo provvisorio abbandono alla fase attuale in cui è il supporto fonografico predominante.

Inevitabile chiedersi, allora, se la stampa di settore, nel momento in cui ha eseguito secondo la tipica modalità squadristica il suo manganellaggio mediatico nei confronti dell’analogico, usando come pretesto proprio quei problemi e ingigantendoli strumentalmente, non ci abbia imbottito di fandonie.

Se ha mentito in un’occasione d’importanza così fondamentale per il destino della riproduzione sonora, perché mai  non dovrebbe averlo fatto in altre occasioni e continuare a farlo ogni volta che ne ravvisi la convenienza?

Della fase attuale di ritorno dell’analogico si è solo approfittato, quale unico settore in crescita, per aumentare i prezzi di tutto quanto ad esso collegato, causando un effetto di trascinamento che ha finito per coinvolgere anche le altre categorie di prodotto in cui si suddivide il mercato delle apparecchiature dedicate alla riproduzione sonora.

Ulteriore dimostrazione che la società capitalista, tantopiù nella sua fase di perfezionamento definitivo come quella attuale conosce un solo verbo. Prendere. Ovunque e comunque sia possibile, a prescindere da ogni altra considerazione.

Allora, se il il vinile è uno tra gli ultimi residui di una realtà concreta, ossia esente dagli elementi di virtualità che oggi hanno acquisito il predominio sotto una lunga serie di aspetti, tali da influenzare profondamente il rapporto che ognuno di noi ha con quanto lo circonda, è inevitabile chiedersi quale sia l’apporto concreto della tecnologia che si vuole sempre più imperante. E se per caso essa non giochi un ruolo in sostanza negativo, a dispetto di tutti i proclami che la vogliano dominatrice incontrastata della nostra era, e di conseguenza del nostro modo di vivere.

 

Nuovi problemi

Non solo tutti i limiti del supporto vinilico non sono venuti meno, ma nella sua veste attuale se ne sono aggiunti anche altri, inesistenti nella sua epoca d’oro. Primo fra tutti quello inerente il suo dover far capo, nelle pubblicazioni attuali, a un segnale che ha origini digitali.

Si tratta insomma del paradosso dei paradossi e se vogliamo anche del colpo di coda del digitale nei confronti di quello che secondo un ulteriore paradosso, stavolta in termini storici, è riuscito a essere tanto il suo predecessore, quanto il successore. Aspetto questo che potrebbe essere la dimostrazione di come la tecnoologia, da sola, non sia in grado di andare da nessuna parte. Proprio perchè anche i suoi ritrovati di maggiore risonanza, se non trovano un riscontro pratico, sono destinati non solo a scomparire ma a causare quella che di fatto è una regressione. non solo in termini tecnici ma anche culturali.

Regressione oltretutto molto costosa, il che rende inevitabile domandarsi se tutti quei soldi non sarebbero stati spesi assai meglio in altro modo. Al limite in beneficenza.

Ecco perché il progresso tecnologico deve andare di pari passo a quello sociale, concetto nei confronti del quale i cosiddetti padroni del discorso, ossia quanti sono in grado di dettare l’agenda delle nostre vite, sono più che mai intolleranti. In caso contrario non solo la tecnologia si dimostra fine a sé stessa, ma finisce con il ritorcersi regolarmente a danno del suo stesso destino, e peggio ancora del nostro, provocando esclusivamente distopia.

 

Il vinile dirazzato

Altro non può essere, quello di produzione attuale.

Si, ogni nuova inaugurazione di impianti di pressaggio viene accolta con grande enfasi dalla stampa, suo malgrado riscopertasi all’improvviso estimatrice del supporto vinilico e della riproduzione analogica, dimostrando in questo modo la sua capacità di compiere qualsiasi giravolta.

Tuttavia quello che si va a produrre non potrà essere altro che una pallida imitazione di ciò che è stato a suo tempo il vero analogico.  Insomma, quanto oggi è allineato sugli scaffali dei rivenditori è solo un ibrido, privato in gran parte dei veri elementi di superiorità che hanno permesso all’analogico di sopravvivere anche nelle condizioni peggiori, e poi di conoscere un recupero che ha del prodigioso.

E’ vero che già sul finire della sua era l’analogico ha subito un primo assalto da parte del digitale. Nei tardi anni 70 infatti andarono diffondendosi le pratiche di registrazione e missaggio digitale. Oltretutto in uno stato di sviluppo e perfezionamento primordiale rispetto alla realtà attuale. Eppure il loro influsso sul prodotto finito era marginale, se non sostanzialmente nullo. Difficile infatti, senza leggere le note di copertina, capire se e quanto una determinata registrazione fosse caratterizzata dall’impiego delle prime tecniche digitali.

Alcuni già allora alzarono l’indice contro il diffondersi di tali pratiche, ma ritengo più che altro per una questione di religione. Anche i dischi realizzati in modo siffatto suonavano perfettamente analogici e non di rado meglio dei loro omologhi di origine dalla purezza inappuntabile.

Perché allora, il vinile di oggi suona così male se ha origini digitalizzate? Personalmente ritengo si tratti, e soprattutto si trattasse, di una questione di approccio, quindi di mentalità. Allìepoca si perseguiva la realizzazione del prodotto secondo una logica, un retroterra professionale e un senso dell’estetica che erano appunto quelli tipici dell’era analogica, pertanto il risultato non poteva che essere “analogico”.

C’è poi un altro aspetto riguardante i vinili “digitali” di un tempo e quelli di oggi. Allora l’impiego delle apparecchiature digitali si inseriva in un processo di produzione pensato e finalizzato alla realtà del suo tempo, caratterizzata appunto dall’LP quale supporto fonografico primario, all’interno del quale si inseriva organicamente. Quindi avveniva secondo una logica e delle finalità che erano quelle proprie dell’era analogica.

Oggi, invece, ci troviamo di fronte a una realtà completamente diversa. Le riedizioni delle registrazioni d’epoca avvengono secondo un iter del tutto diverso. Ossia, si prende la registrazione fatta e finita e la si digitalizza, secondo un processo che aggiunge un ulteriore passaggio a un prodotto di per sé già “chiuso”, apportandovi quindi un inevitabile degrado.

Questo tuttavia sarebbe il meno. Il vero problema è che quest’ultimo passaggio lo si affronta con la mentalità di oggi, spesso e volentieri inquinata dall’indole virtual-tecnocratica tipica della fase attuale. Quindi si comincia con lo smanettare in maniera quasi sempre incongrua con le millemila apparecchiature che la tecnica moderna pone alla portata di un qualsiasi studio di registrazione.  Ma siccome l’imperativo di oggi è spendere poco, quelle apparecchiature, al di là di una facciata fatta di numeri estremamente convincenti sulla carta, spesso sono caratterizzate da una povertà realizzativa che non può far altro che ripercuotersi in maniera distruttiva sul segnale audio originario.

Inoltre, oggi, ogni studio che si rispetti opera in larga parte con mezzi informatici, notoriamente caratterizzati da capacità di calcolo e da possibilità d’intervento pressoché illimitate, ma che hanno il difetto gravissimo di essere ancora una volta distruttive nei confronti di un segnale che per prima cosa meriterebbe rispetto.

In primo luogo perché è parte formante di un’opera d’arte, ma anche perché se a suo tempo le cose sono state fatte in un determinato modo, senz’altro c’è una buona ragione.

Argomentazione, questa, di cui ho sperimentato di persona la capacità di far uscire dai gangheri personaggi e addetti ai lavori che pure hanno vissuto quell’era ma probabilmente l’hanno dimenticata. O forse hanno trovato professionalmente più conveniente infilarsi nel gregge più numeroso, attaccando il cavallo dove vuole il loro padrone.

Se poi aggiungiamo a tutto questo le inclinazioni tipiche dell’era attuale, a iniziare dalla loudness war, dall’esasperazione delle sonorità che si desiderano sempre più penetranti affinché possano far presa su un pubblico  assordato dalla moltitudine di stimoli sensoriali cui è sottoposto 24/7, si ottiene un quadro forse non del tutto esaustivo, ma che è in grado di spiegare a sufficienza i motivi della realtà che stiamo vivendo.

Quello che si ottiene in sostanza coi sistemi fin qui descritti, e che certuni, poveretti, dichiarano pubblicamente sia il non plus ultra della sonorità oggi ottenibile da supporto vinilico, è una sorta di restauro della Gioconda o della Venere del Botticelli secondo l’ottica, l’estetica e l’approccio di un Andy Warhol o di un Roy Lichtenstein.

La loro opera ha segnato senz’altro la sua era, ma rispetto ai capolavori di un tempo è inevitabimente fuori contesto.

L’impoverimento culturale tipico del nostro tempo e la desensibilizzazione dovuta ai motivi sopra indicati pone molti nell’incapacità di riconoscere lo scadimento sonoro tipico del vinile di produzione attuale, fine per cui è vantaggioso  avere un’esperienza formatasi ai suoi tempi migliori, per forza di cose patrimonio di un numero limitato di persone, che oltretutto va sempre più restringendosi.

Dunque, malgrado si sia tornati di nuovo a produrre il supporto analogico, lo si fa con una mentalità che non può far altro dal risentire dei lunghi anni di predominio del digitale e delle tecniche informatiche. Ne consegue pertanto un prodotto ibrido, che al di là delle sue apparenze e della sua consistenza mantiene in sé il predominio del digitale e ne ripropone le limitazioni di fondo.

A poco servono, ancora una volta i dati numerici, che esprimono soprattutto valori quantitativi.

Pertanto i 180 grammi del vinile sono solo un pretesto su cui si batte sistematicamente, , o meglio un sotterfugio che ha lo scopo di far passare per eccellenza quel che in realtà è ben altro. Si tratta innanzitutto di uno spreco di materiale, se la sua stampa avviene in assenza delle cure necessarie e a partire da un segnale qualitativamente all’altezza, come si è avuta più volte l’occasione di verificare. A questo riguardo, inoltre, spesso si fa riferimento ai 24 bit/192 kHz della digitalizzazione del segnale quale ulteriore certificazione di adeguatezza, quando invece è l’esatto contrario. Quei numeri dicono soltanto che si è proceduto alla sua ri-quantizzazione e ri-digitalizzazione ennesima, ovvero la dimostrazione che si è aggiunto altro danno a quello già fatto a suo tempo.

Ma se anche si fosse usato quel formato per eseguire la digitalizzazione ex-novo a partire dal nastro master analogico, cosa alquanto improbabile dato che a quel punto tanto sarebbe valso passare direttamente al taglio della lacca, è la stessa rimasterizzazione che si usa eseguire per “attualizzare” il suono della registrazione originaria, a degradarla in maniera irrecuperabile. Nondimeno si ritiene tale passaggio indispensabile, secondo un abito mentale del tutto fuori luogo nel contesto del recupero di materiale d’epoca e del rispetto che ad esso sarebbe dovuto.

Potremmo definire tutto questo, volendo, come una sorta di vendetta del digitale, nei confronti del formato che ha inizialmente messo fuori combattimento, ma da cui inopinatamente è stato soppiantato qualche decennio dopo.

Ecco perché, personalmente, le poche volte che ho acquistato vinile di produzione attuale non ho mai ritrovato le prerogative che me lo hanno fatto apprezzare al punto da osservare il digitale come un succedaneo, magari di praticità maggiore, ma non in grado di confrontarsi con il respiro, la maestosità, la naturalezza, la profondità, la verosimiglianza del vero suono analogico.

 

Meglio quello d’epoca

Per questo motivo, proprio come durante la fase di predominio assoluto del digitale, e malgrado mi professi un sostenitore irriducibile della sua superiorità, ritengo sia consigliabile ricorrere all’analogico e farne la sorgente primaria dell’impianto, soltanto a chi in un modo o nell’altro possa beneficiare di una collezione messa insieme nell’epoca d’oro del vinile.

Se proprio si è deciso di partire ex novo con l’analogico, meglio indirizzarsi verso le edizioni delle etichette audiophile, che ovviamente lavorano secondo criteri di accuratezza maggiore rispetto al prodotto di massa, anche se naturalmente i costi salgono in maniera notevole.

In alternativa ci si può rivolgere al mercato dell’usato, che poi è quello che di fatto ha permesso al disco vinilico di sopravvivere nei decenni in cui il digitale ha imperato, rispetto alle stampe attuali che per me non sanno né di carne né di pesce.

Altri invece, spesso dalla realtà anagrafica che non li ha messi nelle condizioni di conoscere e soprattutto di introiettare le vere caratteristiche del suono analogico, sembrano trovarsi benissimo anche con gli LP di produzione attuale. Naturalmente ciascuno è padrone di regolarsi come meglio crede, ma per quanto mi riguarda se si vuole apprezzare il vero carattere della riproduzione da LP è giocoforza andare sull’usato, o meglio dire sui dischi d’epoca.

I mercatini ne sono pieni, che si svolgano sul suolo pubblico oppure in rete, dunque non c’è che l’imbarazzo della scelta.

A questo proposito mi sembra di notare una certa ritrosia, soprattutto tra gli appassionati più giovani. Inevitabile a questo proposito osservare che se nei confronti del disco usato, caratterizzato da costi contenuti a parte casi specifici, viga una diffidenza generalizzata, si va invece all’assalto e con grande entusiasmo nei confronti delle macchine d’epoca dedicate alla sua riproduzione, che hanno costi per forza di cose maggiori.

Soprattutto, agli occhi di un veterano come me dell’epoca d’oro dell’analogico, sembra assurdo il recupero di residuati che già nella loro età migliore erano rifiutati dagli appassionati.

Oggi invece è la norma imbattersi in questi ragazzotti che, persino in presenza di oggetti il cui scarso valore è rilevabile a prima vista, chiedono notizie sui social di settore, nella speranza di essersi imbattuti in chissà quale affare.

Si tratta del resto di aspetti tipici del revival: da un lato ci sono quelli che trovando in cantina quattro vinili corrosi dal tempo e dall’umidità credono di possedere chissà quale tesoro e provano a venderlo a caro prezzo. Magari riuscendoci poiché si tratta di merci che destano l’interesse di persone ancora più sprovvedute di loro.

Dall’altro, appunto, il tentato recupero, o meglio la speranza di compierne uno riguardo a oggetti che in mancanza di certe mode avrebbero preso da tempo la via della discarica.

Quando leggo richieste simili, li per lì sarei tentato di mettere in guardia nei confronti di operazioni simili, convenienti solo in apparenza.

Proprio perché il dilagare delle mode lascia credere di poter vendere oggetti privi di valore a prezzi del tutto improponibili. Mi spiace per la baldanza e l’entusiasmo dei giovani neo-analogisti, ma comperare oggetti simili rischia al dunque di rivelarsi più costoso che ricorrere a macchine di produzione attuale. E’ vero che oggi un giradischi decente costa piuttosto caro, ma andare su certi residuati rischia di esserlo ancora di più, una volta che si decide di riportarli in condizioni d’uso realmente impeccabili..

Se si mettono in conto il prezzo d’acquisto, i costi di una ripulitura eseguita in maniera professionale, da ritenersi necessaria, e della sostituzione dei pezzi usurati e di quelli che si romperanno in breve a seguito del recupero all’utilizzo continuato dopo anni se non decenni di abbandono, è facile arrivare a somme non distanti da quelle necessarie per una buona macchina, moderna o d’epoca che sia.

A carico dei reduci dalla cantina c’è poi da aggiungere la scarsezza cronica delle prestazioni, dovuta innanzitutto al basso livello tecnico di quei giradischi, ma anche alle conseguenze delle scelte operate a favore della loro economicità, che oggi determinano l’impossibilità di un comportamento che sia almeno ai limiti della decenza.

In primo luogo per via dei bracci, che sono oggetti di precisione e come tali devono funzionare. Forse un tempo lo erano, ma oggi non lo sono più, per usura e degrado causato delle insidie del tempo.

Certo, a volte non si guarda tanto per il sottile, in omaggio alla moda che vuole il vinile purché sia, ma un conto è vedere un LP che gira sul piatto, altro è riprodurlo in modo acconcio.

In tutto questo va tenuto presente un elemento di fondo che non è aggirabile, se non in casi fortuiti e pertanto rari: oggi l’analogico è uno sport costoso. Se non si dispone delle risorse necessarie, meglio restare sul digitale.

 

Confrontarsi col vinile d’epoca

Per quanto si tratti di un prodotto sostanzialmente inadeguato sotto ogni punto di vista, già a iniziare dalle copertine riprodotte maldestramente e con colori improbabili, per molti rivolgersi agli LP di produzione attuale è la cosa più conveniente. Il prodotto nuovo dà più fiducia per motivi che sono evidenti, anche se mi è capitato più volte di imbattermi in dischi che già al primo ascolto erano messi peggio di quelli che hanno qualche decennio di utilizzo alle spalle.

Comunque di LP usati i mercatini sono pieni. Se si ha l’accortezza di non rivolgersi alle prime stampe e ad edizioni rare o troppo appetite dai collezionisti, li si trova in genere a buon mercato. Fermo restando che una seconda, terza o quarta stampa che non sia stata maltrattata è sempre meglio dell’immondizia di produzione attuale.

In rete, poi, le possibilità di acquisto si moltiplicano e sono ormai quasi infinite. Nei confronti di un prodotto delicato come l’LP si potrebbero temere chissà quali insidie, ma nella mia esperienza personale devo dire che l’acquisto di vinile usato si è risolto solo in casi rari in una vera e propria delusione.

Innanzitutto c’è un sistema di graduazione delle condizioni del prodotto che permette di definire la realtà di ogni singolo LP in maniera sufficientemente accurata, con cui è opportuno avere dimestichezza. All’atto pratico basta limitare il proprio interesse ai dischi definiti come Near Mint (NM) o Excellent (EXC), con i vari suffissi + e -, anche ripetuti se è il caso, per avere la ragionevole sicurezza di acquistare dischi riproducibili senza problemi troppo gravi. A volte anche da un Very Good (VG), magari con uno o due + si possono avere buone sorprese. Naturalmente i prezzi vanno in proporzione, anche sulla base della rarità o della richiesta del titolo specifico.

Dischi usati in ottime condizioni ne ho acquistati un po’ in tutto il mondo, ma se devo esprimere una preferenza, la darei ai vinili provenienti dal Giappone. A parte la qualità delle stampe, generalmente più accurata, anche le condizioni medie di conservazione sono alquanto migliori rispetto al resto del mondo.

Li si paga un po’ di più anche per la spedizione, ma ne vale la pena.

In ogni caso, accingendosi ad acquistate vinile usato non in via episodica è opportuno prendere dimestichezza con i diversi metodi di pulizia, coi quali a volte si possono recuperare dischi dalla sorte a prima vista segnata.

Di questi argomenti ci occuperemo più a fondo nel prossimo futuro, con un articolo dedicato all’acquisto, alla pulizia e alla conservazione del vinile usato.

 

 

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