Valvole, la luce dentro

Le valvole termoioniche, altrimenti definite tubi a vuoto, hanno numerosi meriti. Tra i più significativi l’essere forse il componente elettronico che meglio riesce a smascherare l’elemento mistificatorio insito nel concetto di progresso tecnologico.

Nel suo perenne divenire, il progresso inteso in senso lato, come tale privo di significato proprio come per la maggior parte delle parole-grimaldello innalzate al rango di vessillo ideologizzato, libertà, qualità, competitività, efficienza, verità e così via, viene dipinto come un processo tendente a migliorare la vita delle persone attraverso il perfezionamento inarrestabile dei prodotti e dei sistemi che va a interessare. Rende così irrimediabilmente sorpassato tutto quanto non rientri fra i suoi ritrovati più recenti o meglio ancora fra quelli ancora di là da venire. Secondo il principio che quel che già c’è, anche se appena arrivato, è ormai vecchio.

Inteso in questi termini, il progresso è il ritrovato più efficace che l’industria del marketing possa desiderare, alfine di indurre un ricambio via via più serrato degli oggetti di cui si avvale l’individuo, appositamente ridotto a consumatore. Tentando in ogni modo di pilotare a distanza i suoi desideri, se non di crearli dal nulla, a seconda delle esigenze del momento.

In questo modo si è reso il progresso non più elemento migliorativo delle condizioni di vita, ma generatore efficientissimo di stati d’ansia su base permanente. Secondo la logica che rende irrimediabilmente sorpassato non solo il prodotto con più di qualche mese di vita, ma anche chiunque persista nel suo utilizzo.

Oggi nel nostro settore questo meccanismo è rappresentato efficacemente dal fenomeno della “musica liquida”. Chiunque si ostini ancora a utilizzare il supporto fonografico è visto dai suoi cultori con un inguaribile passatista.

Dunque il primo comandamento dell’individuo che desideri essere degno di considerazione è dimostrare, per mezzo degli oggetti utilizzati e di cui si circonda, di essere moderno, aggiornato, o meglio “up to date”, dizione anglosassone ricolma di contenuti neolinguistici.

Da cui il monito, da tenere sempre a mente, che se una cosa te la dicono in inglese, dietro c’è regolarmente la fregatura.

Oggi la parola progresso ha acquisito singinficato profondamente diversi rispetto alla sua idea originaria. Ne derivano almento tre concetti, tutti ben riempiti di contenuto ingannevole. Il primo è quello inerente il nuovo per il nuovo, ossia l’attribuzione di superiorità e obbligatorietà a un oggetto, a una tecnologia o a una consuetudine solo per il fatto di essere d’introduzione recente o ancora di là da venire.

Il secondo riguarda l’accettazione e l’impisizione di una tecnica, di una procedura o di un prodotto non in base ai consueti criteri di logica, convenienza ed efficacia, ma esclusivamente in base alla sua fattibilità. Allo scopo si usa il pretesto della fatalità del progresso, inteso come una sorta di moloch inarrestabile, quando invece è solo una questione di volontà umana, o meglio della minoranza che ha la capacità di imporre i propri interessi.

Terzo e non meno importante, quello inerente l’obsolescenza programmata. Volto appunto a indurre cicli di sostituzione sempre più brevi, necessari all’industria per realizzare gli incassi che ne garantiscano la sopravvivenza. Al giorno d’oggi non basta più che presenti bilanci almeno in pareggio, ma deve dar luogo a un livello di profitti tale da rendere conveniente l’investimento affrontato, per metterla in piedi e tenerla in attività, rispetto al dedicarsi al gioco d’azzardo nel casinò della finanza globale, che per una lunga serie di motivi oggi è ben più in voga.

Poi, dato che l’economia è un gioco a somma zero, diventa essenziale scaricare su qualcun altro le conseguenze dei cicli di sostituzione sempre più serrati e del modello commerciale insostenibile ad essi legato. In pochi anni ha prodotto un accumulo di rifiuti che non sappiamo più come smaltire e viene imputato a chi è obbligato a subirlo. Allora li inviamo ai paesi-discarica, nel più rigoroso silenzio. Non sia mai che il consumatore controllato a distanza si accorga che le merci di cui viene portato a sbarazzarsi con lena sempre maggiore, e soprattutto gl’involucri onnipresenti che servono ad altri ma di cui è chiamato a pagare realizzazione e smaltimento, rappresentano un problema che non si sa più come risolvere.

 

La programmazione dell’obsolescenza

L’obsolescenza di un prodotto o di una tecnologia la si può programmare in modi diversi. Il più semplice è la frammentazione delle possibilità tecnico-utilizzative, che vengono rese disponibili con il contagocce nel corso del tempo, malgrado siano già note e perfettamente utilizzabili nel momento in cui il prodotto stesso è stato deliberato. Un secondo sistema riguarda il rilascio di formati sempre nuovi nel contesto dello stesso schema funzionale. Dinamiche, queste, che nel digitale hanno trovato la loro applicazione d’eccellenza, come dimostrano l’audio e il video funzionanti a codifica binaria. Dal momento della loro nascita sono stati caratterizzati  da un continuo succedersi di formati diversi e a maggiore densità di dati, racchiusi in un contesto sostanzialmente invariato da decenni.

L’audio digitale a questo proposito è paradigmatico. Fin dai suoi inizi, al lancio del CD, è stato dipinto come perfetto dai suoi ideatori e ancor più dai suoi cantori. Come tale dunque non avrebbe dovuto avere bisogno alcuno di miglioramento, e meno che mai delle iniezioni tecnologiche a getto continuo che lo hanno interessato durante tutto l’arco della sua vita.

Dunque la pretesa perfezione del sistema non era altro che una clamorosa fandonia.

Ammannita al pubblico pagante per costringerlo a pagare più e più volte il biglietto per lo stesso spettacolo e a ricomprare più e più volte le stesse opere musicali o cinematografiche su supporti sempre diversi, ogni volta pagandone daccapo daccapo i diritti.

Come sempre fondamentale al riguardo è stato il fattivo collaborare del sistema d’informazione, che ha raccontato in tutte le salse, arricchite ogni volta di nuove iperboli, le prerogative del prodotto più recente. Incomparabimente superiori a quelle di ciò che lo ha preceduto, malgrado si fosse dipinto anch’esso nello stesso identico modo solo qualche mese prima.

Il trovarsi di fronte al processo di miglioramento, spinto oltretutto ai livelli che sappiamo, di un prodotto che invece si è definito perfetto fin dalle sue origini, avrebbe dovuto indurre almeno qualche riflessione. Cosa che naturalmente ci si è sempre ben guardati dal fare. Com’è ovvio del resto: chi mai potrebbe avere interesse a demolire in modo simile la propria credibilità?

Poi in realtà lo si fa lo stesso, come dimostra appunto la storia dell’audio digitale e della pubblicistica che lo ha decantato, ma senza dichiararlo in termini espliciti. Ci si limita a confidare che nessuno se ne accorga, il che è possibile solo se non si è in grado di mettere il corso degli eventi in una qualche prospettiva.

Ecco perché la pubblicistica di settore devolve la maggior parte dei suoi sforzi nella costruzione dell’eterno presente, concetto fondamentale di cui essa stessa è paradossalmente la prima vittima. Così facendo infatti abdica alla capacità di analisi necessaria a compiere il suo ruolo d’elezione, per ridursi a una mera vetrina, tanto sfavillante quanto ripetitiva e monotona, di prodotti presentati secondo la logica radiofonica della “heavy rotation”, rotazione serrata.

Stanti i problemi organizzativi del mezzo di diffusione che utilizzano, gli allestitori di quella vetrina riescono a rinnovarla solo da un mese all’altro, ma se potessero lo farebbero a cadenza giornaliera, cosa in cui i siti internet concepiti secondo determinate finalità sono molto più efficaci.

Li si riconosce dai loro post di 20 righe al massimo, pubblicati a getto continuo, fatti apposta per essere scritti in 5 minuti e letti in uno, dato che contengono solo concetti predigeriti e privi di sostanza. Proprio come il cibo industriale dei fast food che ormai taluni preferiscono rispetto a quello genuino.

Anche questa, se vogliamo, è un’applicazione dell’obsolescenza programmata, non più inerente i prodotti ma anche la propaganda che li accompagna e di conseguenza le idee. Limitandosi dapprima a quelle che riguardano quegli stessi prodotti e poi ampliando il raggio d’azione di tutto il processo.

Un terzo sistema atto a causare obsolescenza è indurre la rottura stessa dell’oggetto o di una o più parti essenziali al suo funzionamento entro un dato periodo di tempo o cicli d’impiego.

In pratica questo significa che il proclamare la qualità indiscutibile del proprio prodotto è solo la facciata dietro cui si nasconde il suo azzeramento, essendo quel prodotto fatto apposta non per funzionare ma per rompersi entro una precisa scadenza. Cosa che ha anch’essa un costo, scaricato ancora una volta su chi ne subisce le conseguenze.

Infine, a livello se vogliamo globale, sempre inteso in termini tecnici, l’obsolescenza la si prevede semplicemente evitando di escogitare e mettere a punto tecnologie che rischino di rivelarsi “troppo” efficaci. Di esse si limitano deliberatamente caratteristiche e potenzialità, da cui deriva anche il lasciarsi margini più ampi per gli sviluppi futuri.

Dunque, in pubblico si proclama l’inevitabilità del progresso e della sua continua accelerazione, mentre di nascosto ci s’ingegna per rallentarlo.

 

Qui arriviamo all’argomento di questo articolo, dopo un preambolo lungo ma necessario per comprenderne l’effettiva valenza, invece di limitarsi allo stereotipo.

Seguendo una logica come quella appena descritta, le valvole termoioniche non le si sarebbe neppure inventate. Proprio perché da un certo punto di vista i loro aspetti negativi avrebbero superato di gran lunga quelli positivi.

La loro stessa esistenza, infatti, nega alla radice il significato stesso di progresso. Nella sua accezione attuale è impensabile che un’invenzione con ormai più di un secolo di vita alle spalle possa rivelarsi più efficace di tutto quanto è venuto dopo di essa. Sia pure nell’ambito di un’applicazione specifica, residuale o di nicchia che dir si voglia. Non solo per questioni di ordine tecnico, ma perché pone in evidenza la mistificazione poderosa insita nell’idea di progresso come viene diffusa al giorno d’oggi.

 

Nello specifico

Le prerogative delle valvole, in assoluto e rispetto ai componenti attivi a stato solido, ormai ritengo siano ben note. La bellezza e la rotondità del loro suono, se utilizzate in maniera corretta, la ricchezza armonica, il respiro che riescono a infondere alla riproduzione audio quando sono messe nelle condizioni di esprimersi al meglio, sono stati oggetto di mille articoli e discussioni, oltre ad aver dato luogo un nutrito arsenale di luoghi comuni. Quindi non so fino a che punto sia necessario soffermarsi ulteriormente su tali aspetti.

A questo proposito ci limitiamo a rilevare che il vuoto è il tracciato di minor resistenza, come qualcuno ha argutamente osservato.

Si tratta oltretutto di questioni opinabili, che quindi riguardano le preferenze personali. Più di qualcuno infatti continua ad apprezzare maggiormente la “frustata” e la spigolosità dello stato solido. A volte sembra per certi versi più nitido del valvolare, anche se poi di fatto perdona molto meno e alla lunga si rivela meno musicale, malgrado le sue caratteristiche tecniche tenderebbero a dimostrarne la superiorità indiscutibile. A dimostrazione ennesima dell’elemento ingannevole ad esse legato in maniera indissolubile.

Fuori di dubbio, invece, è la possibilità offerta dalle valvole di intervenire direttamente sulla sonorità dell’amplificazione, o comunque dell’elettronica che ne fa uso, mediante la loro sostituzione. Elemento su cui questo articolo punta l’attenzione.

Stiamo parlando del cosiddetto “tube rolling”, pratica per molti versi appassionante e come tale causa di dipendenza, e nei casi più gravi di coazione a ripetere, mediante la quale si riesce in buona misura a personalizzare la sonorità delle apparecchiature, e quindi di tutto l’impianto, senza troppe difficoltà.

Nello stesso modo si possono effettuare cambiamenti secondo il desiderio del momento, senza precludersi il ritorno sui propri passi, o semplicemente il favorire alcune caratteristiche sonore nei confronti di certe altre, in funzione appunto delle caratteristiche delle valvole utilizzate.

 

NOS e produzione attuale

Il vero problema delle valvole di produzione attuale sta nell’asserita durezza del loro suono, a detta di molti non paragonabile a quello degli esemplari d’epoca. Si tratta anche in questo caso di una contrapposizione ampiamente discussa che come tutti gli elementi opinabili che sono parte della riproduzione audio ha dato luogo a forti contrasti e a discussioni accanite.

In quest’ambito, invece di andare avanti, il progresso sembra sia andato a ritroso.

Al riguardo un fondo di verità esiste effettivamente, come starebbero a dimostrare i costi in perenne ascesa delle valvole prodotte prima che l’industria occidentale abbandonasse il settore, le cosiddette NOS.

L’acronimo sta a significare New Old Stock, ossia nuovo da vecchie forniture. Quanto sia veritiera tale dizione è cosa tutta da dimostrare, tantopiù nel progressivo svuotamento dei fondi di magazzino rimasti. Oggi la dizione NOS è praticamente sinonimo di valvola d’epoca: che si riferisca a un componente effettivamente mai utilizzato è cosa assai difficile da dimostrare. Anche la sigla NIB affermatasi successivamente, che sta per New In Box, non ha significato molto maggiore. Dunque quello inerente le valvole d’epoca è un mercato che si potrebbe definire infido, in cui la sola sicurezza è la perenne crescita dei prezzi degli esemplari più richiesti, arrivata ormai a quotazioni improbabili. in particolare per quelli su cui è andato costruendosi un alone di leggenda, non si sa quanto suffragato dalla realtà concreta.

 

I perché della differenza

I motivi per cui le valvole attuali non suonano come quelle di una volta potrebbero essere numerosi. Di sicuro c’è che alcune tra le materie prime utilizzate allora sono oggi vietate. La necessità di velocizzare allo spasimo i cicli produttivi di oggetti realizzati in buona parte manualmente potrebbe aver fatto il resto, insieme alla perdita di alcuni passaggi cruciali della ricetta necessaria a realizzare i prodotti che trovano un recupero d’interesse, dopo essere stati messi da parte tanto a lungo. In particolare quelli non scritti, che rappresentavano il patrimonio di maestranze che nel processo di obsoletizzazione e ritorno in auge del prodotto, durato alcuni decenni,  non hanno avuto modo di tramandare la loro sapienza.

Oggi la si definisce “know how”, che però con i mezzi avanzatissimi a disposizione non è capace di ricreare il suono delle valvole di un tempo.

Va detto in ogni caso che la questione delle valvole NOS ormai interessa quasi solo le preamplificatrici e le raddrizzatrici, dato che quelle di potenza, le poche rimaste, hanno ormai prezzi inavvicinabili. E’ altrettanto vero che usando le valvole solo nel preamplificatore, per abbinarlo ad amplificatori finali a stato solido, ne deriva una caratterizzazione sufficiente a rendere ben percepibile l’influsso di tali componenti.

Così facendo, anzi, si riesce spesso a combinare il meglio dei due mondi, ossia la caratteristica tipica delle valvole con le prerogative di erogazione e le potenze generalmente più elevate, ma non sempre, dello stato solido.

Così facendo, inoltre, ci si pone al riparo dalla voce di gran lunga prevalente riguardo ai costi d’esercizio degli amplificatori a valvole, dei quali le finali necessitano di essere sostituite a intervalli prestabili, pena il decadere delle caratteristiche di erogazione. Si tratta di un problema non da poco e non solo inerente le questioni di costo.

Stante il progressivo peggioramento delle caratteristiche soniche di molte valvole di produzione attuale, ci si può trovare nelle condizioni di spendere somme quasi mai indifferenti, per ritrovarsi con un amplificatore dalla timbrica palesemente peggiorata, anche se a fronte del pieno recupero, se non addirittura di un incremento, in termini di potenza d’uscita e delle altre caratteristiche tecniche.

Come sempre, però, cosa ce ne facciamo di quei watt che il nostro amplificatore è tornato a erogare con la generosità delle origini, quando già il primo di essi non suona come dovrebbe?

Concentriamo allora la nostra attenzione sulle valvole preamplificatrici, per molte delle quali è ancora possibile reperire esemplari d’epoca a prezzi non del tutto impossibili, il che dà un senso al confronto con quelle di produzione attuale.

 

Marchi, caratteristiche e luoghi d’origine

Eccoci dunque al nocciolo duro del presente articolo, riguardante appunto la sonorità tipica delle valvole realizzate da alcuni dei marchi più noti del settore. La sua descrizione deriva dalle esperienze che ho potuto accumulare nel corso degli anni, in particolare sulle ECC88 e derivate, come la E88CC, la 6922 eccetera.

Prima di entrare nel merito della questione, va rilevato che non sempre il marchio stampigliato sul vetro della valvola è indicativo della sua vera origine. Non per questo si deve parlare di falsi, che pure sono in circolazione, come fanno alcuni non senza una punta di sensazionalismo o magari per attribuirsi un’ambigua patente di affidabilità.

Il principio è semplice. Consiste nel dare a un certo insieme di persone, in genere quelle sprovviste delle cognizioni e dell’esperienza necessaria per formarsi un’opinione propria che sia in linea con i dati di fatto del mondo reale, le risposte che ad un’analisi superficiale e frettolosa sembrino giuste. Sono soprattutto quelle che tali persone desiderano ricevere e pertanto sono istintivamente portate a ritenere corrette.

Esempio tipico è quello dei cavi, in special modo di alimentazione. Dicendo che non servano a nulla, e quindi siano una truffa, dalla quale per evidenti motivi di etica ci si tiene a distanza, sconsigliandone l’impiego, di un certo tipo di persone si carpisce subdolamente la fiducia. Ben sapendo che è più facile tacciare istericamente di ciarlataneria chi la pensa in maniera non conforme alla maggioranza, piuttosto che mettere in discussione le proprie opinioni.

Poi se anche l’impianto continuerà in eterno a suonare una ciofeca, non fa nulla, essendo quella stessa forma mentale a rendere inclini ad accontentarsi della mediocrità.

Per restare nella quale, oltretutto, si spenderanno più soldi ancora. Infatti, nel tentativo di aggirare i problemi dovuti alle condizioni inadeguate con cui si alimentano le apparecchiature dell’impianto, si finisce con il cambiare di continuo apparecchiature alla ricerca di quella “giusta”. Senza risolvere mai nulla, perché le cause dei problemi che all’ascolto sono evidenti risiedono altrove.

Quanto alle stampigliature non sempre veritiere, dunque, si tratta semplicemente di una realtà di quel periodo, in cui poteva accadere che per una serie di motivi un determinato marchio affidasse a un suo concorrente o a una sua controllata la produzione di alcuni lotti di valvole. Poteva anche accadere che un marchio tra quelli in possesso di stabilimenti produttivi disseminati in stati diversi producesse lo stesso tipo di valvola in diversi di essi, da cui differenze che danno luogo a sonorità specifiche, o ancora la loro commercializzazione con denominazioni diverse.

Tipico a questo proposito è l’esempio di Philips, che ha utilizzato marchi specifici seconda dei mercati cui le sue valvole andavano a rivolgersi. Miniwatt per quelli anglosassoni e in Italia, Dario e La Radiotechnique per quello francese, Valvo per quelli di lingua tedesca, Amperex per gli Stati Uniti.

Sempre riguardo al marchio olandese, inoltre, già all’epoca controllava aziende originarie di altre nazioni, delle quali l’esempio più noto è Mullard. Pertanto è possibile trovare tuttora valvole di varie tipologie marchiate Philips ma prodotte negli stabilimenti Mullard. La loro costruzione interna è del tutto identica o quasi, tranne per alcuni particolari. Il più evidente è il flash getter, ossia lo strato di metallo posto all’interno della parte superiore della valvola, che in casi simili è spesso più scura in luogo del consueto color argento. Come vedremo più avanti la sonorità di tali esemplari, almeno per quanto riguarda le E88CC, è apprezzabilmente diversa da quelle prodotte negli stabilimenti della casa madre.

Ci sono poi esemplari a marchio Mullard ma prodotti in Olanda, nello stabilimento di Heerlen. Lo stesso vale per le Amperex, che tuttavia hanno una sonorità diversa da quella degli esemplari di provenienza identica marchiati Philips.

Insomma si tratta di un vero e proprio ginepraio, in cui orientarsi non è facile e per farlo almeno un minimo occorre esperienza.

Dunque le valvole non si riconoscono univocamente dal marchio stampigliato su di esse ma dalla costruzione interna e soprattutto dai simboli che identificano stabilimento e data di produzione, posti generalmente alla base di molte tra quelle di origine europea. A questo proposito esiste un documento con cui ci si può aiutare, in particolare per la provenienza delle valvole. Per la data di costruzione la cosa è più complessa, date le scelte fatte al proposito, per nulla volte a evitare possibili confusioni già in partenza, e poi anche per un cambio di sistema, avvenuto a metà degli anni 50.

Non a caso, tra i simboli destinati a distinguere l’origine del prodotto, ce n’è uno designato appositamente per gli esemplari commercializzati come Mullard ma acquistati presso terzi.

Ci sono infine gli esempi che derivano dalla fase terminale di quella che potremmo definire era del valvolare. A partire dagli anni 70 infatti, stante la diffusione a tappeto dello stato solido, i marchi storici come Philips, Siemens e Telefunken, a livello europeo, ma anche la nostrana Fivre o le statunitensi Sylvania, General Electric eccetera hanno dismesso la produzione. I più grandi tra quelli europei hanno preferito affidarla, per le richieste residue provenienti soprattutto dall’ambito militare, a licenziatari in genere operanti nell’Europa dell’est, presso i quali si erano riallocati i macchinari necessari.

Tipici sono gli esempi di Tesla, della iugoslava EI e di molte fabbriche russe che hanno continuato a operare con le proprie attrezzature assai ben collaudate, nonché di altre industrie meno note, come RFT, nella Germania est. Da li per un certo numero di anni hanno continuato a provenire valvole sempre contraddistinte dai marchi d’origine, ma che a dispetto della sostanziale indistinguibilità rispetto agli esemplari dei decenni precedenti, a livello di costruzione e caratteristiche tecniche, non di rado denotano un comportamento sul campo deludente.

A completare un panorama tanto complesso ci sono i cosiddetti rimarchiatori, ossia aziende che commercializzavano con il proprio marchio prodotti realizzati altrove. L’esempio più tipico è quello di National.

 

Le valvole JAN

Sigla che sta per Joint Army Navy, JAN contraddistingue la produzione di valvole destinate all’impiego militare che per molto tempo sono state reperibili in gran numero in seguito alla loro dismissione da parte delle forze armate, principalmente dell’area NATO ma non solo. Per le dotazioni militari, infatti, si è continuato a lungo nell’impiego dei tubi a vuoto, data la loro maggiore resistenza rispetto allo stato solido alle sollecitazioni derivanti da eventi termonucleari.

Data la loro destinazione si tratta in genere di componenti che rispondono a margini di tolleranza più ristretti, anche se non è da trascurare la possibilità di esemplari provenienti da lotti rigettati a seguito dei controlli scrupolosi effettuati per prassi nei confronti delle forniture specifiche per le forze armate.

Disponibili in gran numero, che va anch’esso gradualmente assottigliandosi, le valvole JAN sono tuttora l’alternativa di origine occidentale più economica, e generalmente a buon mercato, nei confronti di quelle di produzione attuale.

 

Valvole russe

In base alla tipica mentalità prodotta mediante i decenni di martellamento propagandistico ininterrotto, il dogma del mondo occidentale relativo alla superiorità incontrovertibile del suo prodotto nei confronti di qualsiasi cosa di provenienza altra è oltremodo radicato. Per questo le valvole di produzione russa sono sempre state osservate con un misto di sospetto, disprezzo e complesso di superiorità fuori luogo. Tranne che poi, nel momento in cui ha fatto comodo, proprio alle fabbriche russe e di quella che fino al 1991 è stata l’Europa dell’est si è affidata la produzione di valvole da rimarchiare con emblemi occidentali.

Tipico a questo proposito il caso delle E88CC AEG, di evidente fabbricazione russa. Sono state utilizzate tra gli altri da Klimo, in applicazioni per le quali è necessaria una silenziosità che nessun esemplare di valvola occidentale in cui mi sia imbattuto è riuscita ad avvicinare neppure da lontano.

La robustezza maggiore tipica del prodotto russo si osserva innanzitutto nel vetro, più spesso e pesante, quindi meno tendente a risuonare con influsso rimarchevole sul comportamento sonico della valvola; nei piedini, caratterizzati da una nichelatura inattaccabile anche dopo decenni, e nelle stampigliature, indelebili, diversamente da quelle delle valvole occidentali, che dopo tre o quattro volte che le si monta e smonta sono belle e cancellate.

Se caratteristiche simili si rilevano negli elementi a vista, che abbiamo imparato siano ben poco importanti per la mentalità sovietica, per quale motivo la costruzione interna non dovrebbe rispondere agli stessi canoni? Va tenuto conto infine che essendo concepito secondo le prospettive di un ordinamento sociale sostanzialmente diverso dal nostro, il prodotto russo non era gravato dall’avere quale scopo primario il procurare il profitto come quello dell’occidente, che in quanto tale non può che risentire dello scadimento conseguente a livello tecnico, prestazionale e in termini di affidabilità e durata.

Non a caso il prodotto russo NOS è assai meno incline alla rottura e a porre in evidenza fenomeni palesi di microfonicità.

 

Dove acquistare

Le fonti di approvvigionamento delle valvole NOS possono essere le più disparate.

I rivenditori specializzati sono numerosi e secondo alcune fonti sono i più affidabili. Soprattutto perché dichiarano di effettuare un’attenta selezione del prodotto. In tutta sincerità non ho avuto modo di verificare a fondo la cosa, dati i prezzi generalmente molto alti che praticano, soprattutto per gli esemplari più richiesti.

L’unica coppia di tubi di tale provenienza che ho avuto modo di ascoltare aveva in effetti una sonorità niente male, ma in capo ad alcune ore di funzionamento ha purtroppo evidenziato un fastidioso fruscio, a riscaldamento avvenuto. Si tratta comunque di un evento imprevedibile, sempre in agguato nelle valvole NOS anche in considerazione della loro età, generalmente sempre oltre i 40 anni. Lasso di tempo che potrebbe aver causato un certo degrado per gli elementi interni e una perdita parziale del vuoto.

Ci sono poi i siti di aste, tacciati da alcuni tra i rivenditori specializzati di essere ricettacolo e canale di vendita di tutto ciò che non risponde ai minimi canoni qualitativi da essi osservati.

Un’altra possibilità è l’acquisto da privati, fermo restando che difficilmente qualcuno vorrà sbarazzarsi dei pezzi migliori della sua collezione. A meno che siano divenuti inservibili a seguito di un cambio di apparecchiature.

Forse è per questi motivi, e magari per altri ancora, più difficili da sintetizzare che, di fatto, gli esemplari che ho apprezzato maggiormente sono quelli di cui sono entrato in possesso per caso.

 

Modello per modello

Partiamo ora con la verifica della sonorità della valvola di ogni marca. A questo proposito andrebbe tenuto conto di almeno un paio di fattori.

Il primo è che se anche una valvola suscita valutazioni non del tutto positive per la sua sonorità, una volta cambiate le caratteristiche dell’impianto, il giudizio nei suoi confronti può essere del tutto sovvertito. Quindi una valvola inizialmente considerata insoddisfacente può riservare per il futuro più di qualche sorpresa.

La seconda è che pur esistendo un denominatore comune, in termini di sonorità per la produzione di un determinato marchio, ogni singolo esemplare appartenente alla stessa tipologia o coppia di essi tende sempre a suonare un po’ a modo suo.

Addirittura, avendo la possibilità di verificare il singolo triodo interno inserito in ogni valvola del tipo a doppio triodo, come appunto la ECC88 e derivate, si nota senza difficoltà che suona in maniera diversa dall’altro.

Infine, per valutare la sonorità di una valvola in maniera attendibile, sempre e solo nelle condizioni date, si dovrebbe curare quantomeno che i suoi piedini siano esenti da ossidazione o da altri elementi in grado di produrre un ostacolo al passaggio della corrente. Quindi sarebbe meglio pulire a fondo quelli non dorati, anche con carta vetrata molto sottile, grado 800 o 1000, e con bicarbonato, asciutto, quelli dorati. Come abbiamo accennato in precedenza, fanno eccezione i piedini delle valvole russe, i più refrattari all’invecchiamento data la loro nichelatura sostanzialmente inattaccabile.

Ci sono poi alcuni modi per modificare in qualche misura la sonorità di ogni valvola, senza variare il circuito in cui è inserita ma agendo per via meccanica. A ulteriore dimostrazione di quanto sostenuto da sempre in questo sito, in merito al fatto che la riproduzione sonora non riguarda esclusivamente l’elettronica ma è una specialità tipicamente interdisciplinare.

L’involucro in cui è racchiusa la valvola ha un’importanza rimarchevole ai fini della sua sonorità, che può essere variata con un intervento mirato allo scopo.

Ad esempio, a valvola ben fredda, avvolgendone la parte mediana con tre o quattro giri di teflon, tesato per quanto sia possibile, si ottiene un basso più asciutto e controllato, oltre a una precisione maggiore su tutta la banda udibile. Per contro, la sensazione di profondità del palcoscenisco virtuale tende a ridursi. Se invece si avvolge il teflon, sempre strettamente, attorno all’estremità superiore, ricoprendo ben bene la calotta, si ottiene in genere un’attenuazione delle frequenze medioalte.

Va tenuto presente che questo genere di pratiche è di solito esiziale per le scritte delle valvole di produzione occidentale, dato il maneggiamento cui è necessario sottoporre la valvola.

Tenendo presente tutto questo, e anche che le impressioni riportate di seguito riguardano espressamente gli esemplari che ho potuto ascoltare di persona, va da sé che quanto segue non può rappresentare un’indicazione assoluta a livello generale, quanto invece una di massima.

Proprio perché ogni valvola ha dimostrato nei fatti di suonare in maniera diversa dalle altre. A volte in maniera sottile ma altre molto meno, pur nella presenza del già menzionato denominatore comune che assimila gli esemplari di un dato costruttore e quelli commercializzati da marchi in qualche modo imparentati tra loro.

Sulla base delle considerazione appena espresse, andiamo a verificare la sonorità delle ECC 88 e delle sue derivate o affini, prodotte da diversi fabbricanti.

 

Philips E88CC SQ (Heerlen)

Partiamo da una tra le valvole più diffuse in ambito NOS e che godono della reputazione migliore. Per il suo tramite possiamo anche osservare alcune tra le caratteristiche realizzative tipiche del prodotto occidentale, tra cui gli spaziatori in mica dalla dentellatura caratteristica e le crestine radiali presenti alla sommità della valvola.

Si tratta degli elementi che già a un’analisi superficiale permettono di stabilire la reale provenienza della valvola.

Gli esemplari verificati provengono dallo stabilimenti di Heerlen e risalgono agli anni 60. La sonorità è caratterizzata innanzitutto da una presenza considerevole degli estremi banda, ideale per le elettroniche un po’ spente. Il basso è ben presente, profondo e in genere di buon controllo, anche se non proprio ferreo. Sul versante opposto si evidenzia una sonorità brillante, seppure abbinata a una certa tendenza all’asprezza, verificabile a tratti. Medio ben chiaro e dettagliato, con un dimensionamento apprezzabile dell’immagine stereofonica.

Il problema di questa valvola è che nonostante ne abbia potuti verificare numerosi esemplari, non sono mai riuscito a mettere insieme una coppia completamente esente da rumori di fondo. Si verificano a valvola ben calda o anche in fase di spegnimento, a seconda della tensione anodica, del bias applicato e dell’alimentazione del filamento in alternata o in continua. Molto facile anche incappare in esemplari che risentono di un’elevata microfonicità. Malgrado ciò la quotazione della valvola è in linea con quella degli esemplari di pregio maggiore.

 

Philips E88CC SQ (Mitcham)

Questo è il caso delle Philips prodotte in Inghilterra negli stabilimenti Mullard. Non saprei dire quanto siano diffuse, ma se ci s’imbatte in esse direi di prenderle senza indugio. Hanno una sonorità molto più raffinata e priva delle asprezze rilevate nel prodotto olandese. Ne ho potuta considerare una coppia soltanto, rivelatasi del tutto priva da problemi di microfonicità e di rumore. L’aspetto è praticamente indistinguibile dalle olandesi, a parte il flash getter, ossia l’argentatura presente alla sommità della valvola, che ha una tonalità più scura del solito, e la dentellatura degli spaziatori in mica.

La riprova della reale provenienza della valvola è data dalla stampigliatura in caratteri minuscoli posta alla sua base, in cui al posto del simbolo a forma di triangolo rettangolo che contraddistingue la produzione olandese dello stabilimento di Heerlen c’è la R che sta per Mitcham.

Timbricamente non c’è proprio paragone. La Philips SQ inglese è priva di asprezze e di esaltazioni agli estremi banda, ha una sonorità più vellutata, con una gamma media in stile Mullard e soprattutto in grado di separare i piani sonori con grande efficacia, per una sensazione di tridimensionalità davvero apprezzabile.

Si tratta di una tra le favorite della mia modestissima collezione personale.

 

Mullard E88CC

Nel caso di una vera Mullard, sebbene provenga anch’essa dallo stabilimento di Mitcham, le differenze di costruzione sono più evidenti: se il flash getter è sempre di colore argento scuro il getter, ovvero l’elemento metallico posto alla sommità della struttura interna, non è più a cerchietto (halo getter) ma negli esemplari a mia disposizione è pieno e caratterizzato da una serie di protuberanze disposte in circolo lungo il margine esterno (dimpled getter).

Stando ad alcune fonti, questa caratteristica dovrebbe essere tipica degli esemplari prodotti nel corso degli anni 70 per l’esercito svedese.

La sonorità prosegue ulteriormente nella direzione presa dalla SQ Mitcham, ma con un medio ancora più evidente. Per le elettroniche che necessitano di una spinta in tale ambito, valvole del genere potrebbero essere una vera panacea. Per altre già ben provviste al riguardo, potrebbero a tratti dimostrarsi un po’ sopra le righe. Al confronto gli acuti sembrano tenuti più a freno, ma in realtà sono equivalenti a quelli delle SQ Mitcham. Solo, risaltano meno nei confronti di un medio più estroverso.

Nel complesso questa coppia di valvole è da ritenersi esemplificativa dei motivi per cui le valvole Mullard hanno acquisito tanta popolarità e quotazioni purtroppo conseguenti.

Personalmente, e nelle condizioni in cui si trova attualmente il mio impianto, alla Mullard propriamente detta preferisco la Philips SQ prodotta a Mitcham. Quando invece utilizzavo un preamplificatore di origine industriale erano le tra le mie preferite in assoluto.

Nel suo insieme questa valutazione è da prendere con il beneficio d’inventario conseguente alla possibilità che delle Mullard E88CC me ne sia capitata una coppia particolarmente ben assortita.

 

Philips JAN 6922 ECG

6922 è la sigla statunitense della E88CC, utilizzata anche dai fabbricanti russi. Malgrado sia marchiata Philips, come suggerisce la sua sigla la 6922 JAN è una valvola di produzione statunitense, di solito Sylvania. Pertanto è inutile andare alla ricerca di stampigliature che permettano di ricavare informazioni su provenienza e anno di fabbricazione.

Gli esemplari raffigurati nell’immagine qui sotto sono alquanto vissuti e pertanto hanno le stampigliature un po’ sbiadite. Sono comunque di colore azzurrino, ma talvolta ci si può imbattere in esemplari che le hanno di colore verde.

Il maggior pregio di questa valvola sta nell’essere la NOS di produzione occidentale più a buon mercato che sia possibile trovare. Gli esemplari che ho avuto modo di verificare hanno messo in evidenza una sonorità non del tutto paragonabile alle NOS migliori ma neppure troppo lontana da esse. Il basso è pieno e rotondo, pur mantenendo un controllo discreto. La gamma centrale denota un allineamento che definirei valido anche se forse privo di quel pizzico di “magia” che fa apprezzare gli esemplari migliori di provenienza europea. Malgrado la sua probabile origine, non pone più in evidenza di tanto le alte frequenze, e purtroppo nemmeno la spiccata tridimensionalità che distingue gli esemplari migliori appartenenti ad altre tipologie prodotte da Sylvania.

Si tratta in sostanza di una valvola dal timbro equilibrato, che a volte denota sintomi di microfonicità. Dato però il prezzo abbordabile cui la si può acquistare, ritengo si possa tranquillamente correre il rischio.

Nella verifica di esemplari di Philips JAN di altra tipologia, come le ECC81/12AT7, ho riscontrato una timmbrica sostanzialmente simile a quella delle 6922. Quest’esperienza, ripetuta anche in altri casi, tende a suffragare la tesi riguardante la somiglianza, quanto a sonorità, delle valvole realizzate dallo stesso costruttore, sia pure appartenenti a tipologie diverse.

 

Siemens E88CC

Le E88CC di produzione Siemens sono tra le più ambite della tipologia. Molti le accomunano alle Telefunken o le pongono appena un gradino sotto di esse. I costi pertanto vanno di conseguenza e quindi è difficile aggiudicarsi una buona coppia sotto i 100 euro.

Questa valvola è stata prodotta in numerose serie diverse, contraddistinte dalla lettera A seguita da un numero, da 0 a 6. Quelli bassi sono ritenuti i migliori ma all’atto pratico la cosa non corrisponde sempre alle sensazioni d’ascolto. Molto dipende anche dalle condizioni delle valvole e dal loro accoppiamento.

All’interno delle diverse serie è possibile rilevare alcune differenze di costruzione. Se per la maggioranza dei casi il getter è del tipo a cerchietto, non sono rari i casi in cui è realizzato con un disco in metallo pieno (solid getter).

Questa tipologia, almeno per gli esemplari che ho avuto modo di verificare, ha una sonorità meno affascinante, cui si contrappongono però una migliore dinamica e un basso più solido. Soprattutto la prima va a compensare quello che potrebbe essere visto come il limite, relativo, di queste valvole altrimenti dalla sonorità molto raffinata.

Per il resto, visivamente la costruzione non è dissimile da quella delle E88CC Philips olandesi. A parte gli spaziatori in mica di forma diversa, la differenza più evidente sta nella presenza della targhetta interna che riporta la serie cui appartiene la valvola e il codice relativo a mese e anno di costruzione. Per questo motivo una Siemens E88CC è riconoscibile con la massima facilità, anche se le scritte sul vetro sono cancellate. Per quanto ho potuto osservare, la targhetta è assente negli esemplari della serie A0, che riportano in genere una stampigliatura simile a quella delle valvole Philips, ma con il simbolo proprio della produzione proveniente dallo stabilimento Siemens und Halske di Monaco di Baviera. L’ho trovata invece in tutti gli esemplari che mi sono capitati, dalla A2 in poi.

Pur nelle differenze riscontrabili tra ciascuna di esse, ogni coppia di E88CC Siemens non ha difficoltà nel porre in evidenza i motivi per i quali sono tra le più ricercate della tipologia. La gamma media denota una presenza eccellente e una sonorità di grande raffinatezza, oltre alla capacità di esplorare a fondo il contenuto del messaggio sonoro. Di grande efficacia è anche la gamma superiore, ben evidente e dettaglia ma priva di asprezze. Il comparto inferiore  è di solito meno evidente rispetto alle Philips SQ Heerlen ma più asciutto, pronto e articolato. Impeccabile, infine, l’immagine stereofonica.

Questa valvola può essere definita tra le campionesse della tipologia è può essere utilizzata da chi desideri far si che la propria elettronica valvolare esprima il meglio quanto a sonorità.

 

National 6922

National è tra i rimarchiatori più noti, anche perché offre in genere prodotti di qualità forse non estrema ma senz’altro irreprensibile. La sua offerta comprende(va) prodotti dalla provenienza più disparata, di solito indicata sulla stampigliatura posta sul vetro, dal caratteristico colore rosso e oltretutto di resistenza superiore alla media.  Personalmente ho potuto verificare alcune coppie di queste valvole, tutte marchiate “made in USSR”, quindi di produzione antecedente al 1991 e pertanto classificabili a tutti gli effetti come NOS.

Alla vista le si direbbe di produzione Voshkod, data la presenza del tipico getter svasato a sostegno singolo e della struttura interna aperta tipica del fabbricante russo. Anche gli spaziatori in mica hanno la conformazione arrotondata. Insieme ai piedini, dalla caratteristica forma a punta, sono altri elementi con cui si riconosce all’istante la valvola russa, qualunque sia la marchiatura presente sul vetro. La loro nichelatura è pressoché inattaccabile, anche su esemplari vecchi di decenni. Il vetro infine è percettibilmente più spesso e robusto oltre ad avere dimensioni lievemente maggiori e una diversa curvatura della cupola rispetto agli esemplari occidentali.

La sonorità può essere definita come molto interessante. Soprattutto è caratterizzata da un’omogeneità su tutto l’intervallo audio superiore anche a quella di gran parte della migliore produzione occidentale. Questo denota l’attenzione posta all’epoca dai fabbricanti russi al prodotto destinato all’esportazione.

La 6922 National è caratterizzata insomma da una personalità di grande equilibrio che personalmente ho apprezzato di più rispetto alla media delle valvole russe e non solo. La grana è del tutto assente, punto debole di numerose valvole provenienti dall’est, che tuttavia tende a minimizzarsi con l’uso, in base a un “rodaggio” che sembra doversi protrarre ben più a lungo rispetto ai tubi di origine occidentale.

Soprattutto è evidente l’energia sprigionata dalla valvola, percettibilmente maggiore rispetto alle altre appartenenti alla famiglia delle E88CC. Questo ne fa un concorrente temibile anche per le E188CC, generalmente accreditata di una dinamica e una spinta maggiori, in quanto versione ulteriormente raffinata della E88CC che a sua volta è una serie migliorata della ECC88/6DJ8 primigenia.

Tale caratteristica rende la National 6922, e in misura minore le valvole di produzione russa della stessa tipologia, indicate per chi desidera una timbrica ben provvista di dinamica e solidità. Il basso è potente, ben esteso, corposo e ottimamente controllato, difficile avere di meglio. La gamma media ha dalla sua tutta la chiarezza, la presenza e il dettaglio desiderabili. Simili caratteristiche sono condivise anche dalle frequenze superiori, che diversamente dal solito non denotano alcuna carenza in termini di raffinatezza rispetto alle occidentali più quotate. Forse c’è solo un accenno di freddezza in più, impressione suscitata dall’apparente assenza di rolloff verso l’estremo superiore. Si tratta quindi di una sonorità esente da qualsiasi accenno di ruffianeria.

Nei confronti delle valvole occidentali la National 6922 non solo può fare da ottimo sostituto a un prezzo più che dimezzato. Può rappresentare persino una scelta privilegiata, qualora siano le sue caratteristiche distintive a incontrare i gusti dell’utilizzatore e le necessità dell’impianto. Il dettaglio è quanto di meglio si può desiderare, anche perché poco tendente a esasperazioni. Le coppie meglio assortite, infine, sono caratterizzate da una tridimensionalità ragguardevole. con una profondità del palco virtuale che va ben oltre quella tipica delle valvole di produzione occidentale reperibili senza dover vendere un rene.

Lo stesso vale per la riproposizione di grande efficacia delle informazioni ambientali presenti nel segnale audio, che attribuiscono alla sonorità un senso di completezza difficilmente eguagliabile. La scarsa tendenza alla microfonicità, elemento distintivo della produzione russa in ambito generale, resta invariata anche per la 6922 National, che si dimostra migliore anche per questo rispetto al prodotto occidentale. Si tratta di una delle valvole migliori in assoluto tra quelle che ho avuto modo di ascoltare, sia pure lasciando da parte le considerazioni di prezzo.

 

National 7308/E188CC

A differenza della 6922 si tratta di una valvola che, per gli esemplari che ho potuto verificare, è di provenienza statunitense. Malgrado in teoria rappresenti una tipologia di classe e costo superiori rispetto alla 6922 dello stesso marchio, non ho trovato in essa prerogative altrettanto interessanti. Non è altrettanto dinamica ed evidenzia una sonorità per certi versi più spenta.

Se è sulla E188CC che si è deciso di andare, penso siano altri i modelli da scegliere. Il che significa quasi sempre dover allargare molto di più il portafoglio, per risultati che specie in presenza di determinate soluzioni circuitali potrebbero rivelarsi controproducenti, soprattutto a una verifica che non si limiti alle suggestioni del primo istante.

 

Amperex ECC88 Bugle Boy (Heerlen)

La valvola che suona la tromba, come da immagine stampigliata sul vetro degli esemplari di questo marchio, ha una reputazione ottima tra gli appassionati. Non a caso fa parte delle NOS più costose nella versione E88CC, di solito corredate dalla sigla PQ, che sta per Premium Quality. Ulteriore elemento distintivo nei confronti delle consorelle Philips, che riportavano invece la sigla SQ.

A mia disposizione ho potuto avere soltanto la ECC88/6DJ8, ossia la versione base di questa tipologia di valvole. Si potrebbe dire purtroppo, ma invece quest’evenienza ci ha dato la possibilità di verificare ulteriormente alcune realtà alquanto trascurate del mondo dei tubi a vuoto, in particolare dei cosiddetti NOS.

Per quanto siano state costruite in milioni di esemplari, le E88CC cui si attribuisce oggi la sigla NOS vanno gradualmente esaurendosi. La richiesta è enorme, dato il gran numero di elettroniche che le utilizza, e per forza di cose man mano che le rimanenze nei depositi si assottigliano, i margini di tolleranza relativi alla vendibilità e all’accoppiamento vengono gradualmente rivisti al ribasso.

A questo punto, allora, può accadere che una tipologia sulla carta inferiore, ma meno presa d’assalto nel corso degli anni, della quale pertanto sono ancora reperibili senza troppe difficoltà esemplari vicini al 100% della qualità, possa rivelarsi non dico migliore ma quantomeno alla pari.

Questo ce lo insegna la ECC88 Amperex, che a dispetto della sua estrazione dimostra non soffrire assolutamente il confronto anche con gli esemplari migliori della serie più raffinata. Per certi versi, anzi, può risultare persino più efficace.

A iniziare dall’assenza pressoché totale di microfonicità, bestia nera delle E88CC occidentali, qualunque sia il loro fabbricante. Tra tutti quelli di cui ho potuto valutare il prodotto, non ce n’è uno che si sia dimostrato del tutto esente dal problema, sia pure su un parco di esemplari per forza di cose limitato. Invece tra i diversi esemplari di ECC88 Amperex che ho avuto e ho tuttora tra le mani, prodotti negli anni 60, non ce n’è stato uno che abbia messo in luce il problema, sia pure marginalmente.

Un secondo elemento di riflessione è dato dalla provenienza di questa valvola dagli stabilimenti Philips di Heerlen, al pari di altri esemplari della stessa tipologia. Malgrado la perfetta identità di costruzione interna, le Amperex suonano in maniera decisamente diversa, ben più convincente, rispetto a qualsiasi altra ECC88 della stessa provenienza che abbia avuto modo di ascoltare.

La sua è una sonorità vicina a quella della valvola-tipo nell’immaginario comune: tendente al caldo ma non per questo incline a indecisioni o mollezze. Spinta e dinamica sono anzi impeccabili, come pure dettaglio e spazialità. Caratteristiche, queste, che ne fanno una scelta indicata per una gamma di impieghi decisamente ampia. Ancora una volta senza doversi svenare, proprio perché si tratta di una ECC88 erroneamente valutata come di minor valore, sulla base di dati teorici risalenti alla realtà di circa sessanta anni fa, alquanto diversa da quella degli esemplari effettivamente reperibili oggi.

 

Amperex ECC88 Orange Globe (Heerlen)

La versione successiva delle Bugle Boy ha perso il simpatico personaggio a forma di valvola che suona la tromba, rimpiazzato da un più anonimo globo di colore arancio, da cui la sua denominazione. Si tratta di una produzione successiva a quella della Bugle Boy, della quale riprende in gran parte le peculiarità costruttive e anche quelle sonore.

Nei suoi confronti, sempre per quel che riguarda i diversi esemplari che ho avuto modo di verificare, ci troviamo di fronte all’ulteriore esempio dato da valvole che pur di identica provenienza e struttura interna hanno una caratterizzazione timbrica alquanto diversa.

Le Orange Globe sono lievemente più fredde e decise, contraddistinte insomma da una sonorità più moderna, in linea con il loro risalire a un’epoca di qualche anno più recente rispetto alle Bugle Boy.

Si tratta in ogni caso di una valvola di estrema efficacia, ancor più se si considera che si tratta di una “semplice” ECC88, che in buona sostanza è intercambiabile con i modelli della serie precedente e ne rispecchia tanto il valore commerciale quanto la capacità di inserirsi alla perfezione nei contesti sonici più disparati, a testimonianza di doti di equilibrio impeccabili.

 

Philips ECC88 (Heerlen)

Se non fosse per le scritte sul vetro, purtroppo cancellate per gli esemplari a mia disposizione, la ECC88 sarebbe del tutto indistinguibile dallo stesso modello marchiato Amperex.

Eppure la loro sonorità è completamente diversa. Paragonabile per spinta e dinamica, timbricamente è alquanto più fredda, prerogativa che può rivelarsi d’aiuto in numerosi contesti. Tutto sommato si tratta della coppia che si è rivelata forse l’affare migliore tra i miei acquisti in ambito valvolare, dato che l’ho pagata meno di 10 euro, anche se ormai qualche anno fa.

Dinamica e spinta sono all’altezza delle attese migliori, parametri in cui la ECC88 ha dimostrato più volte di poter sopravanzare la E88CC, malgrado quest’ultima sia ritenuta più raffinata, proprio in quanto versione “di élite” del modello iniziale.

Delle Philips ECC88 mi è capitata sottomano anche una versione di produzione Mullard. E’caratterizzata dal getter pieno con protuberanze simile a quello della E88CC illustrata in precedenza, sostenuto da una struttura molto robusta, a forma di A. Malgrado le attese si tratta di una valvola dalla sonorità fin troppo fredda, riscontrata in vari esemplari, adatta soprattutto alle apparecchiature che necessitano di una corposa spinta in tale ambito.

 

Voshkod 6n23 (vecchia produzione)

La 6n23 è l’equivalente russo della E88CC/6922. Le valvole di provenienza russa e produzione attuale reperibili sul mercato internazionale come 6922, sono in realtà delle 6n23.

Tra le 6n23 le Voshkod, contraddistinte dall’icona a forma di missile e dalla presenza di un getter svasato a sostegno singolo, sono tra le più ambite quanto a sonorità. Se ne trovano anche di prodotte negli stabilimenti Reflektor e Saratov, che invece hanno di solito un getter tondo e altre differenze per la struttura interna e la conformazione del vetro.

La sonorità delle Voshkod è stretta parente di quella evidenziata dalle National 6922 viste in precedenza. La coppia pervenutami è ipotizzabilmente reduce da un utilizzo prolungato che forse ne ha reso alquanto meno brillanti le doti energetiche ma ha conferito alla loro sonorità una levigatezza poco comune tra le valvole di origine russa. Il loro suono è dettagliato, brillante e di grande chiarezza. E’ noto del resto che per esprimersi al meglio la valvola russa abbia bisogno di un periodo d’uso molto più lungo rispetto alle occidentali e che in genere sia più longeva. Alquanto difficile pertanto è imbattersi in esemplari portati a consunzione.

 

Sovtek 6922

Il marchio Sovtek era impiegato per le valvole russe destinate all’esportazione, prima dell’avvento dell’americana Electro Harmonix.

La coppia qui raffigurata, di probabile produzione Reflektor, dà conto delle differenze per la costruzione interna che intercorrono nei confronti delle Voshkod, riguardanti il già menzionato getter tondo e la struttura interna più complessa.

Ne deriva una sonorità generale che evidenzia in parte l’imparentamento nei confronti delle Voshkod, anche se in un contesto che, come sempre per gli esemplari che ho avuto modo di verificare, alquanto numerosi, si avvicina maggiormente al luogo comune attribuito alla valvola russa. Solida e ben presente sulle basse, dotata inoltre di un ottimo controllo su tutta la gamma e di un’estensione senza rinunce all’estremo acuto, si rivela in genere manchevole di quel pizzico di magia in gamma media e medio alta che caratterizza gli esemplari più godibili di questa tipologia. In compenso è molto robusta e durevole, oltreché priva di accenni di asprezza. Un tempo era comune ma oggi la si può reperire con una certa difficoltà, a prezzi molto abbordabili.

 

PRODUZIONE ATTUALE

La realtà odierna della E88CC, in merito agli esemplari tuttora in produzione è quella che è. A dispetto del gran numero di elettroniche in circolazione che la utilizzano, i marchi in campo sono soltanto due: la già menzionata Electro Harmonix, che commercializza valvole di produzione russa, e JJ, che si avvale, o almeno così dovrebbe, dei macchinari residuati di Tesla, che a loro volta si dice siano stati forniti al produttore cecoslovacco da Telefunken.

 

Electro Harmonix 6922

Per spinta e dinamica questa valvola eccede gli standard tipici delle NOS migliori, fatta eccezione forse per le National.

I suoi lati positivi, purtroppo, finiscono qui. Sia pure ben caratterizzata dalla sonorità chiara e brillante, ha un problema evidente nell’asprezza che grava sul suo comportamento generale. Si dice possa andare pian piano a ridursi con l’accumulo delle ore di funzionamento, nell’ordine delle svariate centinaia.

Sinceramente non saprei dire se si tratti di verità o di una leggenda metropolitana a sfondo autoconsolatorio per chi  persiste nel suo impiego. Non sono infatti in possesso dello stoicismo necessario a portare a compimento un iter simile. Sinceramente preferisco occupare il tempo che dedico all’ascolto di musica con qualcosa di più godibile.

Ci ho riprovato tante volte a metterle su, finendo ogni volta a togliere dopo qualche brano al massimo.

Vero è che costano poco, ma a un prezzo simile o appena superiore è possibile reperire le 6922 JAN o qualche buona 6n23, che magari non eccellendo per il singolo esemplare, riesce comunque a giustificare assai meglio l’impiego e i costi di un’elettronica a valvole.

 

JJ E88CC

A dispetto del motto pretenzioso stampigliato sulla scatola, se possibile la JJ è anche peggio. Almeno la EH ha energia e grinta da vendere, tali da far risvegliare anche l’elettronica più pigra. La JJ invece si dimostra più smorta e sostanzialmente priva di qualsiasi caratteristica degna d’interesse. Almeno per chi abbia una sia pur vaga idea della sonorità tipica delle valvole d’epoca.

Diciamo allora che il suo impiego è sopportabile per lo stretto necessario a procurarsi qualcosa di meglio. Impresa che stanti le condizioni di partenza non è assolutamente difficile.

Qualsiasi ECC88 NOS, anche se sulla carta sarebbe contraddistinta da dati tecnici inferiori, non ha difficoltà alcuna a migliorare il comportamento della valvola in questione.

Numerose inoltre sono le fonti che attribuiscono a questa valvola un’ampia casistica di malfunzionamenti anche dopo poche ore d’ascolto.

Altre infine tendono a confonderla con le Tesla di un tempo, che sono valvole di ben altro livello. Sembra effettivamente che il marchio JJ sia entrato in possesso dei macchinari utilizzati per la realizzazione di quelle valvole, ma il prodotto oggi commercializzato, purtroppo, non ha più nulla a che vedere con esse.

 

Electro Harmonix 6922 Gold Pin

Malgrado sia indistinguibile dal modello base, a parte i piedini dorati e le scritte dello stesso colore stampigliate sul vetro, nelle EH 6922 Gold Pin che ho avuto modo di verificare ho trovato sonorità alquanto diverse.

L’asprezza di fondo è minore, per quanto non del tutto sparita. Allo stesso tempo, però, la spinta e la dinamica non sembrano più le stesse, a fronte di un costo maggiore. Si può attribuire allora una sostanziale equivalenza tra gli esemplari con piedini nichelati o dorati, sia pure su caratteristiche soniche diverse, riconoscibili senza troppe difficoltà. Da una parte si guadagna, dall’altra si perde, ma il livello complessivo rimane grosso modo inalterato. Oltretutto mi sono giunte notizie che riguarderebbero un ulteriore scadimento qualitativo per gli esemplari di produzione più recente.

 

Voshkod 6n23 PI

Il solo sprazzo di luce per la produzione attuale è dato da questa valvola, non molto facile da reperire sul mercato occidentale.

A rigor di logica, nulla dovrebbe cambiare rispetto agli altri esemplari di produzione russa commercializzati dai marchi che quasi monopolizzano la produzione attuale. La prova sul campo però dimostra che le cose stanno in maniera sostanzialmente diversa.

 

Pur non potendo assurgere ai livelli tipici di una National “Made in USSR”, la 6n23pi attuale dimostra di possedere doti tali da accontentare l’appassionato che sia intenzionato a migliorare la dotazione standard della propria elettronica valvolare, senza imbarcarsi nelle spese e nelle incertezze tipiche del prodotto NOS o supposto tale.

Dinamica, spinta, solidità e assenza di accenni sia pur vaghi di microfonia sono gli aspetti che la valvola in questione condivide con altri esemplari della stessa origine, abbinati a una sonorità gradevole e a tratti persino sorprendente. Certo, la raffinatezza sul medio alto non arriva ai livelli massimi della specialità,ma neppure porge il finaco a gravi recriminazioni. E’ possibile inoltre che con l’accumulo di un congruo numero di ore di funzionamento, anche in questo si vada a migliorare sensibilmente.

La sonorità è spigliata e ben definita, in grado di rendere giustizia alla quantità di informazioni presente nelle registrazioni più accurate. Meno fredda della National ma sempre ben caratterizzata in gamma alta, si tratta di una valvola che non mi fa fa andare del tutto fuori di testa, ma ogniqualvolta la metto su mi spinge a pensare che non sia assolutamente male, anzi. Per quel che è stata pagata, si può dire sia stato un ottimo affare.

Si tratta di un esemplare destinato all’appassionato che non abbia troppe velleità o grilli per la testa ma badi soprattutto al sodo. Nei suoi lati migliori non ha molto da invidiare a valvole di ben altro costo, abbinati alla robustezza, all’affidabilità e in genere all’assenza di brutte sorprese tipiche del prodotto russo.

 

Gold Lion Genalex E88CC/6922

A dispetto del nome, che riporta ai fasti del tempo che fu e lascia immaginare chissà cosa, si tratta sempre della stessa valvola commercializzata da Electro Harmonix, sia pure nella versione meglio selezionata.

A questo proposito va rilevata l’operazione commerciale a mio avviso criticabile, stante nell’acquisizione dei marchi più celebri della produzione valvolare, come Mullard, Tung Sol eccetera, da parte della compagnia americana, coi quali commercializza esemplari di provenienza russa, ipotizzabilmente sottoposti a una selezione più stringente di quelli marchiati semplicemente Electro Harmonix.

Di questa valvola ho potuto verificarne una coppia soltanto, come per tutto il resto dei tubi esaminati laddove non specificato diversamente. In tutta sincerità non è che mi abbia fatto gridare al miracolo. Certo, le asprezze della Electro Harmonix 6922 con piedini nichelati sono in gran parte un ricordo, ma di nuovo a danno della personalità della valvola che mi è apparsa un po’ smorta.

A un costo equiparabile a quello di una coppia di buone NOS, la Gold Lion merita la segnalazione perché si tratta della coppia più silenziosa che abbia mai avuto modo di esaminare. Tale particolarità lascia immaginare che si tratti di esemplari imparentati strettamente con le 6n23 EV, sigla che contraddistingue appunto gli esemplari meglio selezionati per rumore di fondo della valvola russa.

Sotto questo profilo eccede largamente anche gli esemplari marchiati AEG ma in realtà sempre di produzione russa che ho trovato nel primo equipaggiamento del pre phono Klimo Lar Gold Plus. Si tratta di uno tra i pochissimi esclusivamente valvolari all’altezza di confrontarsi con testine MC senza dar luogo a un soffio più da tifone che da impianto audio.

A dire il vero una Gold Lion della coppia esaminata ha dimostrato di essere più silenziosa dell’altra, ma entrambe sono state in grado di eccedere il comportamento dei riferimenti di calibro simile. Qualsiasi altra valvola NOS che ho potuto ascoltare non può avvicinarsi neppure alla lontana non solo alle Gold Lion ma anche alle AEG.

Ora non è che metta la mano sul fuoco su esemplari diversi da quelli che ho potuto verificare di persona, ma se si è alla ricerca una coppia di valvole da montare nella postazione più vicina all’ingresso di un pre phono, di gran lunga la più critica, può valere la pena di fare una prova. Magari mettendosi d’accordo con il rivenditore per poter tornare sui propri passi qualora non dia l’esito sperato.

 

La rassegna dedicata alla E88CC termina qui. Sottolineo ancora una volta che si tratta di valutazioni soggettive, largamente dipendenti dalle condizioni in cui si è svolta la prova d’ascolto di ciascun esemplare e soprattutto dal fatto che si è ampiamente dimostrato come ognuno di essi, sia pure appartenente alla stessa tipologia e realizzato dallo stesso produttore, sia contraddistinto da uno specifico comportamento individuale, pure riconducibile in buona parte a un denominatore comune di fondo.

Dunque spero che il lettore sia abbastanza saggio da non fare dei commenti pubblicati una legge ferrea e di valore assoluto, ma che li prenda per quello che sono: valutazioni di massima che possono essere utili per orientarsi nel mondo complicato e a volte ingannevole delle cosiddette valvole NOS.

Le NOS possono dare grandi soddisfazioni ma anche qualche delusione. Soprattutto se non si ha la possibilità di mettere in campo grosse cifre, a fronte delle quali peraltro non c’è nessuna garanzia. Il reperimento di una coppia che faccia non dico gridare al miracolo ma dia luogo a un comportamento nettamente superiore alla media, e a questo riguardo posso testimoniare che ne esistono, risulta alquanto complesso.

Può essere necessario provarne numerose prima di arrivare a quella davvero soddisfacente.

Attenzione però, perché quelle che non sono tali in determinate condizioni, magari non arriveranno mai a essere il “non plus ultra”, ma possono rivelarsi ben più redditizie se inserite in un ambito ad esse più congeniale.

Tenendo conto di tutto questo, va da sé che nel momento in cui si imbatte in una coppia particolarmente efficace, è essenziale fare in modo da sfruttarne a fondo le prerogative. Che di sicuro non potranno esprimersi al meglio se inserite all’interno di circuitazioni che ad esse ne affiancano numerose altre, per forza di cose meno efficaci.

Ecco perché le elettroniche dal numero di componenti attivi ridotto allo stretto necessario sono le più indicate a tale riguardo.

 

 

2 thoughts on “Valvole, la luce dentro

  1. Molto interessante Claudio, non è frequente trovare disamine così approfondite su una singola valvola. Per me in particolare perchè il mio otl monta una ecc88 in ingresso ma la mia esperienza si limita a sei/sette esemplari (tra cui le Siemens, Tesla, Telefunken e Valvo che menzioni nell’ articolo).
    Altra pagina da salvare, un GRAZIE grosso come una casa!

    1. Grazie a te Marco.
      A saperlo ti avrei chiesto in prestito le valvole mancanti dalla descrizione fatta nell’articolo, che ne avrebbe guadagnato in completezza.

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