Una tavola rotonda immaginaria

La pubblicazione degli articoli sui cavi, avvenuta qualche tempo fa qui, qui e qui, e la loro condivisione hanno prodotto una quantità di polemiche che sinceramente mi aspettavo, ma non in proporzioni simili e con tale virulenza.

Lo scopo di quegli articoli è cercare di fare un minimo di chiarezza, partendo dalla lunga serie di esperienze compiute al riguardo. Le discussioni che ne sono derivate hanno messo in luce tra le altre cose la scarsa attitudine di quanti oggi sono individuati come “cavoscettici”, ma che in realtà negano in toto la possibilità di qualsiasi cosa vada oltre la mediocrità, a considerare il significato concreto delle loro stesse affermazioni e degli atteggiamenti che assumono nelle discussioni legate alla riproduzione sonora.

In primo luogo però andrebbe rilevato che, di fatto, non è più possibile neppure tentare di discutere qualche idea che vada oltre la più retriva ortodossia misurista, senza essere assaliti da uligani urlanti con la bava alla bocca che urlando ti accusano di eresia o peggio.

Proprio come sarebbe avvenuto secoli fa in uno di quei tribunali della caccia alle streghe.

E’ vero che stiamo vivendo in un’epoca di regressione, tuttavia ha del paradossale l’applicarsi con un atteggiamento così squisitamente da medioevo a una specialità come la riproduzione sonora di qualità elevata, che in teoria dovrebbe fare propri i ritrovati del progresso e della tecnologia più avanzati. Quindi richiederebbe una forma mentale se non altrettanto progredita almeno dotata del minimo di elasticità.

Invece ci si trova spesso di fronte all’atteggiamento da talebani che a livello di pubblico e di addetti ai lavori va dilagando nel settore, ridotto in tal modo all’immobilismo quando invece dovrebbe essere una specialità in perenne divenire.

Due esempi su tutti: se una certa parte del pubblico ritiene che un comune tester sia indicato per eseguire misurazioni sui cavi, giungendo per forza di cose alla conclusione che differenze non possono esistere dato che il tester non rileva un bel nulla, da parte di professionisti del settore si vede stigmatizzare “l’uso dei cavi per risolvere problemi di riflessioni ambientali”.

A questo riguardo la parte della pubblicistica specializzata legata alle posizioni più oltranziste, spinte fino ad assumere una vera e propria forma di autismo tecnocratico, ha colpe enormi. Innanzitutto per via del suo atteggiamento e del suo arroccarsi su posizioni indifendibili, come del resto ammesso in privato dai suoi stessi esponenti, cosa di cui ci sarà tempo e modo di parlare.

Per il momento ci limitiamo a osservarne ancora una volta gli effetti messi in evidenza da alcuni interventi della discussione di cui si dà resoconto.

Questi ultimi sono riportati in corsivo, in carattere normale le mie considerazioni al riguardo, fatte per forza di cose a posteriori.

Come sempre, almeno per quanto riguarda Il Sito Della Passione Audio, tutto quanto di cui si discute e viene posto in evidenza non ha e non avrà mai lo scopo di mettere alla berlina chicchessia. Intende invece fornire, attraverso l’osservazione di fenomeni palesi nella loro realtà, gli strumenti per una presa di coscienza da cui si spera possa derivare la crescita del settore a livello generale. Finalità che non può prescindere dalla verifica delle contraddizioni che si verificano con tanta frequenza nel nostro settore e dalla condivisione delle esperienze messe insieme avanti anche a livello di singoli individui, che sottopongono alla nostra attenzione nuovi spunti di riflessione.

Partiamo con gli interventi.

 

Guglielmo C.Allora, da ingegnere elettrico a “ingegnere dei cavi”, trovami un cavo che costi più di 3-4 euro al metro che “suoni” meglio di un comune cavo elettrico in rame da 4 mmq sullo stesso impianto. Ho eseguito prove con un analizzatore di spettro HP. Le due tracce erano quasi perfettamente sovrapponibili, ove quel “quasi” è ininfluente dato che l’orecchio umano è infinitamente meno sensibile dell’analizzatore.

 

ClaudioPerfetto, Guglielmo. Così anche tu hai dimostrato che certe misurazioni non servono a un tubo. Benvenuto nel club. 😉  Infatti, se prendi un cavo e per mezzo di un impianto decente lo metti a confronto con uno che sia effettivamente diverso, le variazioni di sonorità saltano fuori eccome.

Se ne accorge anche o forse soprattutto chi di audio non sa nulla. Proprio in quanto ha la testa sgombra dai pregiudizi con cui la pubblicistica di settore ha imbottito la testa di tanti appassionati.

Poi sinceramente non so se il manufatto dell’uomo, imperfetto per definizione, si possa ritenere più efficace di quanto Madre Natura ha sviluppato in milioni di anni.

Una posizione simile la si potrebbe osservare come una forma di antropocentrismo anche piuttosto estremizzata. Del resto è ben noto che tutto quanto realizzato dall’uomo risolve un problema ma ne crea almeno altri dieci. Quando invece la natura si risolve sempre entro sé stessa. A questo proposito mi piace dire che l’uomo potrà confrontarsi con la natura quando riuscirà a realizzare la ciliegia. Oltretutto a partire da qualcosa che svolge un’altra serie di azioni tutte benefiche lungo il suo intero ciclo di vita, come appunto l’albero da cui nasce il frutto.

Inoltre, non è tanto questione della perfezione dello strumento di misura, quanto delle modalità e delle finalità con cui lo si utilizza. L’impiego di tali dispositivi ha dimostrato nel corso dei decenni di non riuscire a portare a nulla di concreto e soprattutto che abbia una qualunque correlazione con quanto emerge dall’esperienza condivisa di ascoltatori esperti e liberi da pregiudizi, svolta in sala d’ascolto.

Il motivo è semplice o per meglio dire banale, per quanto intere generazioni di ricercatori e appassionati abbiano tralasciato accuratamente di tenerne conto: microfoni, apparecchi di misura e relative procedure d’impiego non sono il sistema uditivo dell’uomo. Funzionano diversamente e quindi non possono far altro che dare risultanze altrettanto diverse.

 

Nemmeno abbiamo iniziato e siamo già alla prima interruzione, necessaria per puntualizzare una serie di elementi, senza i quali non è possibile andare oltre in maniera consapevole.

In primo luogo rileviamo la pretesa, da parte di chi si presenta come ingegnere, di eseguire misure per mezzo di strumenti e procedure del tutto inadatti. Proprio come se un agronomo per misurare la lunghezza di un campo usasse un orologio.

Precisissimo, per carità, spacca il secondo. Ma purtroppo osservato per mezzo di una visuale strabica, non si sa quanto autonoma e quanto indotta che impedisce di rilevarne la totale inutilità per tutto quanto vada oltre il sapere l’ora, e insieme idolatrica, nei confronti di uno strumento cui si tende ad attribuire una sorta di onnipotenza.

Altrettanto significativo è il non rendersi conto di aver cercato evidenze per mezzo di un metodo di attuazione, quello che consiste nell’impiego del proprio impianto, gravato da problemi almeno di un ordine di grandezza superiori a quelli che si era convinti di misurare.

Errore tipico, del resto, di persone che vorrebbero eseguire misure senza neppure rendersi conto da che parte si comincia. Ossia proprio dalla consapevolezza che allo scopo è necessario dotarsi di un set di rilevazione, e di ricostruzione del fenomeno che si intende studiare, privi di problemi che possano in qualche modo influire sulla conduzione della misura e poi sui suoi risultati.

Invece si cercano i microbi, esseri minuscoli ma notoriamente capaci di uccidere anche le creature di dimensioni maggiori, pretendendo di trovarli non con il microscopio, ma per mezzo di occhialacci le cui lenti sono ricoperte da morchia spessa un dito.

Inevitabile chiedersi cosa si insegni al giorno d’oggi nelle facoltà di ingegneria.

Una testimonianza al riguardo è arrivata poco tempo fa da un docente di matematica, che ha assegnato ai suoi allievi un problema che nel 1909 era di quarta elementare. Oltre il 30% degli studenti non è stato in grado di risolverlo.

Sempre in merito all’intervento di Guglielmo, ci ritroviamo per l’ennesima volta alla maestra della seconda elementare, quando spiega che per risolvere i problemi non si devono mai mischiare pere con mele. L’aspetto curioso di tutta la faccenda, anch’esso piuttosto comune, è che anche e soprattutto le persone con un curriculum di studi di una certa sostanza dimentichino quello che a tutti gli effetti è l’ABC.

Come abbiamo visto, dunque, nel suo commento emerge in primo luogo la volontà, da parte di chi sostiene di essere un ingegnere, di non tenere in alcun conto le basi minime della materia, se per un qualsiasi motivo non vanno a favore di quel che intende dimostrare.

Infatti se di resistenza, capacità e induttanza non si esita ad accettare gli effetti qualora causati all’interno di un circuito dall’impiego dei relativi componenti elettronici, come resistori, condensatori e bobine, perché nel momento in cui esse sono prodotte da un cavo non dovrebbero determinare influsso alcuno sul segnale cui vengono applicate?

A questo proposito va rilevato inoltre che un cavo non è fatto di sola conduzione, ma ci sono diversi altri fattori che influiscono sul suo comportamento pratico.

Del resto la volontà di non tenere conto di null’altro al di fuori di ciò che conduce alla dimostrazione della tesi di cui si è favore, è un vero e proprio tic. Riflesso automatizzato di cui soffre con grande frequenza chiunque abbia un certo percorso accademico alle spalle. Reiterato oltretutto in una sorta di coazione a ripetere, come si è rilevato più volte in questo spazio.

Ne deriva la tipica sindrome del “disco rotto”, nell’ambito della quale è indicativo l’esprimersi nel modo che abbiamo visto: “Le due tracce erano quasi perfettamente sovrapponibili, ove quel “quasi” è già stabilito a priori sia ininfluente, dato che l’orecchio umano sarebbe “infinitamente meno sensibile dell’analizzatore.

Dunque le differenze effettivamente verificate all’analizzatore vengono derubricate a elementi privi di rilevanza. Ovviamente senza che passi neppure per l’anticamera l’idea di chiedersi se lo strumento utilizzato sia davvero adatto allo scopo.

Oltre a non esserlo già a livello di procedura, è sostanzialmente inadatto poiché realizzato per valutare la composizione spettrale del segnale, parametro di ordine timbrico che notoriamente sono soltanto al livello più elementare, o meglio terra terra, insieme alla pressione sonora, nella valutazione delle caratteristiche proprie della riproduzione audio.

Proprio in quelle differenze invece potrebbero risiedere buona parte delle motivazioni a causa del fenomeno di nostro interesse, ossia il comportamento dei cavi nell’ambito di un impianto audio. Allo scopo non si esita a far propria e ad accettare come verità rivelata una palese fandonia, o meglio ciò di cui è deciso di fare in maniera più o meno consapevole un articolo di fede.

Si tratta nella fattispecie di quella che va letta alla stessa stregua di una credenza popolare, ossia che l’orecchio umano sarebbe “infinitamente” meno sensibile di un’analizzatore di spettro, quando invece è vero l’esatto contrario. Il nostro sistema uditivo, che non è composto solo dall’orecchio, opera secondo una quantità e una complessità di parametri e di relazioni tra di essi che sono stati individuati solo in parte minima dalla scienza ufficiale. Oggi notoriamente disinteressata a tutto ciò che non produca un rientro in termini economici e di visibilità rapido e delle maggiori proporzioni possibili, come abbiamo visto incidentalmente in uno degli ultimi articoli pubblicati.

In concreto l’analizzatore è un oggetto in effetti precisissimo, ma non certo nelle condizioni di utilizzo estranee a quelle di un laboratorio certificato, nelle qualii ciò che si misura sono essenzialmente le limitazioni sue e della catena di riproduzione del fenomeno da osservare in cui lo si è inserito. Ma è ancora più stupido, in quanto riesce a fare una cosa sola e non è in grado di relazionarsi con l’insieme degli altri elementi che caratterizzano il fenomeno su cui va a indagare. Dunque verifica il livello delle componenti spettrali presenti nel segnale audio, ma senza essere in grado di eseguire alcuna indagine riguardo a fasi, assolute e reciproche, tempi di arrivo e a una serie di altri parametri fondamentali ai fini dell’esperienza uditiva come percepita dall’essere umano.

Pretendere che tutto ciò che riguarda il fenomeno indagato sia racchiuso all’interno di tali limitazioni, oltretutto marchiane, fa parte della tipica visuale in primo luogo antiscientifica nella quale ci si arrocca, proclamandone però l’assoluta scientificità. Coniugata secondo una logica squisitamente antropocentrica, indistinguibile da ciò che a suo tempo venne utilizzato per finalità religiose. Quelle che proclamavano pretestuosamente la superiorità dell’uomo, in quanto fatto a immagine e somiglianza del Creatore, e di conseguenza dei suoi ritrovati e del suo diritto di servirsi della natura secondo ogni suo volere e desiderio.

Una posizione simile si ostina al rifiuto di osservare la realtà cui ho già accennato nella mia risposta a Guglielmo: tutto quanto prodotto dalla natura non si limita soltanto a svolgere la propria funzione, ma si inserisce in modo armonico, complementare e plurifunzionale nell’insieme di cui fa parte. In questo sta la differenza fondamentale nei confronti di qualsiasi ritrovato dell’uomo, che risolve un problema ma ne causa almeno altri 10, come ci fa notare Paolo Rossi, che non è il calciatore ma un eminente studioso di filosofia applicata alla tecnica.

Nell’intervento di Guglielmo, indicativo di un ben preciso abito mentale, si nota la tipica idolatria nei confronti del dispositivo tecnologico, che ci limitiamo soltanto a rilevare, senza analizzarne cause e conseguenze, alcune delle quali del resto sono evidenti, altrimenti non se ne esce più.

Inoltre con la decisione di trascurare il “quasi” e ridurlo al nulla come abbiamo visto fare sempre a Guglielmo, si esegue in automatico quella forma di sottile e raffinato auto-inganno descritto da Orwell come bis-pensiero. Meccanismo la cui componente necessaria all’efficace funzionamento sta appunto nel fingere con sé stessi di non averlo mai eseguito, solo un istante dopo averlo compiuto.

Osserviamo infine, per l’ennesima volta, come a scrivere una corbelleria ci vada un secondo, mentre per analizzarne solo alcuni tra i numerosi aspetti sia necessaria una quantità di spazio, e di risorse, considerando solo spazio e tempo, ben maggiore.

Il che a sua volta è la base fondante di quello che ha scritto lo stesso George Orwell, vero e proprio comandamento dei tempi disgraziati che oggi ci troviamo a vivere, facendo tutto quanto in nostro potere per peggiorarli oltremodo: “L’ignoranza è forza“.

 

Passiamo ora all’intervento successivo.

Francesco V.Ahhh, arieccolo con le misurazioni che non servono, gli impianti rivelatori ed altre amenità varie.

Claudio: Vedi, Francesco, se reputi un’amenità il riconoscere che un impianto può essere più efficace di un altro nel rivelare, o se preferisci portare in superficie o anche rendere udibile un numero maggiore delle informazioni contenute nel supporto fonografico, non fai altro che negare ogni attribuzione di merito a qualunque sistema destinato alla riproduzione sonora.

Questo equivale a dire che tutti gli impianti sono uguali, proprio perché come sostieni tu le loro capacità “rivelatorie” sarebbero inesistenti.

A quel punto però, presi da simile foga riduzionista, si perde di vista un particolare talmente piccolo da essere insignificante: quello di star sostenendo che la riproduzione sonora di qualità non serve a nulla. E di conseguenza anche le misure che la riguardano. Proprio perché tanto è tutto uguale.

Ecco che, come ripeto da decenni, la teoria misurista porta alla conseguenza ultima di vanificare completamente la ragion d’essere dell’hi-fi.

Allora cosa spendi a fare i soldi per l’impianto? Tanto vale che la musica l’ascolti con questa, proprio perché la capacità rivelatoria di qualsiasi cosa si reputi migliore è come dici tu una palese amenità.

 

 

In sostanza, chi la pensa nel tuo stesso modo non fa altro che arrecare il danno maggiore all’evoluzione della tecnica, convinto oltretutto di porsi al suo sostegno.

Proprio perché questo atteggiamento obbliga di fatto a una perenne reinvenzione della ruota. Occupazione che prende tanto di quel tempo ed energie, al fine di spiegare le contraddizioni delle vostre teorie che non volete vedere, da non farne avanzare più per cercare il miglioramento che poi è il fine ultimo del vero appassionato di musica e della sua riproduzione di maggiore qualità possibile.

Dunque, la vostra azione ha come conseguenza primaria il bloccare completamente il progresso che voi stessi idolatrate.

 

Francesco V. Blindo, la supercazzola dell’aiend: cavi, nfc, meglio, peggio, orecchie strumenti di misura, sordi, radio d’epoca per due come se fosse antani.

 

ClaudioFrancesco, proprio qui ti aspettavo. Evidentemente non hai capito che il tacciare il tuo interlocutore di fare la supercazzola è un’arma a doppio taglio. Se la fa per davvero sei a posto e nulla da dire. Ma se per caso ti sta spiegando un concetto per nulla difficile già di per sé, oltretutto con le parole più comprensibili, nel momento in cui lo tacci di fare la supercazzola vuol dire che le tue capacità di comprensione sono così limitate da non arrivare neppure a cose tanto basilari. E peggio adotti il comportamento tipico del bambino dell’asilo, che rifà il verso a chi non lo compiace come desidera.

Ci sarebbe poi una terza possibilità, che riguarda il fingere di non capire e usare l’accusa della supercazzola strumentalmente, come pretesto per chiudere la discussione. Ma se non la si vuole portare avanti, allora si dovrebbe spiegare perché si entra in essa, oltretutto in modo così rude. Forse allo scopo di buttarla in caciara, in conseguenza della propria intolleranza al riguardo.

Quindi come vediamo certi atteggiamenti sono in ogni caso perdenti, già in partenza. Insomma, è il tipico darsi la zappa sui piedi. Se però si ritiene producente adottarli, non sarò certo io a impedirlo.

Al di là di tutto, reitererei anche il mio invito a non fare guerre di religione, proprio affinché questa discussione sia un minimo costruttiva. La scelta dell’utilizzo dei cavi più o meno “speciali” è libera per ciascun appassionato.

Il farlo o meno non sminuisce le qualità di chicchessia, a livello umano, di appassionato o sotto qualunque altro aspetto. Come ho scritto, spero che almeno su questo concordino i cavoscettici che hanno preso parte alla discussione. I loro atteggiamenti per contro sembrano essere una conferma che quanto cercano è proprio la guerra di religione. Sarebbe interessante conoscerne i motivi.

 

Quei motivi, dal mio punto di vista basato su un’osservazione ormai pluridecennale di certi fenomeni, sono i seguenti: piuttosto che prendere in considerazione solo l’ipotesi di non essere interpreti dell’avanguardia assoluta del settore, che come abbiamo visto si fa del proprio meglio per bloccare, convinti invece di contribuire al suo avanzamento, si preferisce passare direttamente a tacciare l’interlocutore di essere un suggestionabile bugiardo, visionario,  cialtrone, sofferente di allucinazioni singole e di massa, supercazzoliere e così via.

E’ più comodo, rapido e soprattutto non costringe a riflessioni che non si sa dove potrebbero portare. Quindi è meglio astenersi rigorosamente dall’affrontarle.

Tra l’altro poi non si capisce cosa prescriva un obbligo simile, quello di essere personalmente all’avanguardia del settore, e per quale motivo non si possa accettare che il proprio impianto non sia il massimo dei massimi. Cosa del resto inevitabile, lasciando al proprio destino una parte così importante delle sue criticità operative. Tale è appunto il trasferimento del segnale da una all’altra delle sue apparecchiature, per una lunghezza complessiva di alcuni metri, in seguito all’assenza dei cavi di qualche efficacia che ci si ostina non a trascurare, ma a rifiutarne l’utilità,

Riguardo a un atteggiamento del genere trovo sempre istruttivo riportare la parole di Gianni Lannes: “Etichettare l’Altro nel recinto di una definizione dispregiativa denota soltanto malafede e scarsità di neuroni.”

Nonché di argomenti, aggiungo io.

Di un atteggiamento simile, tuttavia, non può sfuggire la violenza di fondo, che in ultima analisi è proprio l’aspetto più deteriore del modo di fare di chi, messo alle strette, non trova nulla di meglio per sostenere la propria posizione.

Ripartiamo con gli interventi.

 

Vince T.Vedo che imperversano “esperti teorici” che amano prendere per i fondelli gli appassionati che non la pensano come loro. Avendo posseduto centinaia di apparecchi e vari sistemi hifi ed avendo sperimentato moltissimo anche come recensore, di musica, diffusori ed elettroniche, trovo tale atteggiamento davvero puerile ed estremamente violento.

Purtroppo, non tutti abbiamo avuto le stesse esperienze, ma trovo più sano che un appassionato si ponga nei confronti della materia con una sana curiosità; curiosità che è alla base di qualsiasi crescita culturale, in qualsiasi campo. Tecnica ed esperienza nella nostra passione devono andare di pari passo, così come l’umilità di pensare che qualcosa possa sfuggire ai freddi numeri.

ll problema di fondo è che manca in molti la consapevolezza di cosa sia un impianto hifi e a quale risultato tenda la stereofonia. Mi capita sovente di vedere orde di appassionati spellarsi le mani di fronte a prestazioni di impianti “solo muscolose”, senza alcuna ricostruzione scenica, senza stratificazione di piani sonori, senza tridimensionalità, profondità, larghezza, altezza del palcoscenico, senza articolazione, focalizzazione etc. etc.

Gente che pensa che hifi significhi suonare forte ed indistorto, punto. A casa di questi appassionati verifichi che magari hanno apparecchi blasonati ma non hanno nessuna cura per la loro messa a punto, posizionamento in ambiente, messa in fase elettrica et similia. E in un impianto “messo alla rinfusa” non è possibile percepire differenze, fra un cavo e l’altro, fra un filtro digitale ed un altro, semplicemente perché il collo di bottiglia, costituito dalle problematiche irrisolte di quegli impianti, impedisce tali apprezzamenti. Faccio un esempio : “Se la differenza di resa acustica provocata dal cambio di un cavo” in realtà si manifesta semplicemente in un cambio di “prospettiva”, nella profondità, larghezza, altezza della scena e/o focalizzazione, come sarebbe possibile apprezzarla in impianti mal messi e mal assortiti, che suonano in due dimensioni ? Ogni volta che mi sono trovato ad andare a casa di un “anticavofilo” ho trovato tale situazione, o un impianto scadente nei componenti, o un impianto male assemblato e/o mal messo a punto. Spero di aver reso chiara la mia idea.

 

Claudio: Standing ovation per Vince T., che ha sintetizzato come meglio non si potrebbe la situazione. Soprattutto, ha posto in evidenza un aspetto fondamentale, minuziosamente trascurato da chi proclama di seguire il metodo scientifico.

Se nella procedura di verifica di eventuali differenze tra un cavo e un altro ci si avvale di un sistema gravato da limitazioni di maggiore entità rispetto ai fenomeni che ci proponiamo di analizzare, è molto probabile che questi non saranno rilevati. O qualora lo siano, non potranno che assumere un rilievo marginale proprio nei confronti dei problemi enormi che gravano sul nostro mezzo di indagine.

 

Andrea C.Lo scrivente si è accorto, ormai da lunga pezza, che, eccettuati i casi di cui sopra, le differenze sonore realmente percepibili tra cavi audio specifici di “alto di gamma”, ma realizzati seriamente, ed alcuni tipi di cavi industriali di costo decine di volte inferiore, sono sfuggenti, lungi dall’essere decisive – o forse è più appropriato dire “dall’avere influenza”- sull’ascolto di musica e comunque mai tali da giustificare la differenza di spesa.

 

Claudio: Andrea, facciamo finta che i pretesti e le strumentalità dei commenti tuoi e di altri non siano mai esistiti. Così possiamo ripartire ancora una volta da zero, nella perenne reinvenzione della ruota cui costringete, che all’atto pratico causa l’impossibilità di andare avanti. Proprio perché tutto il tempo e le energie devono essere spesi in questa specie di corsa di criceti, fatta apposta per restare sempre fermi nello steso posto.

Così ripeto per l’ennesima volta che nell’articolo sono scritte due cose fondamentali, almeno nella mia esperienza, basata su un numero rilevante di prove e di verifiche presso gli impianti più diversificati per tipologia e qualità.

La prima è che nessun cavo può inventare una qualità che non esista già nelle apparecchiature cui viene collegato. Di conseguenza puoi avere anche il cavo migliore di questo mondo, ma se lo colleghi a un impianto inadeguato non percepirai alcuna differenza rispetto a uno molto meno efficace.

Proprio perché lo hai inserito in un contesto nel quale differenze non possono esistere materialmente.

La seconda cosa è che non si dovrebbe mai confondere l’elemento tecnico con quello commerciale. Dato che sul prezzo di vendita di un cavo e più in genere delle apparecchiature audio influisce una lunga serie di fattori che non hanno nulla a che vedere con la loro reale efficacia.

Ecco perché, lo ripeto, la maestra della seconda elementare spiega che per risolvere i problemi non si devono mai mettere insieme pere con mele.

Terzo, non si dovrebbe mai fare del proprio caso personale una legge universale, come spesso si vede fare.

Quarto, se tu e tanti altri mi state costringendo a ripetere all’infinito le stesse cose, è perché non le volete sentire. Proprio come il sordo peggiore dell’adagio popolare. Questo suggerisce che a voi non interessi assolutamente fare per quanto possibile un minimo di chiarezza sulla questione.

In tutta evidenza il vostro scopo è un altro: trovare ulteriore convincimento riguardo alla vostra necessità di credere che i cavi non servano a nulla. I motivi di tale necessità, sinceramente mi riesce difficile scorgerli.

Alcuni suggeriscono si tratti in primo luogo di una questione di portafogli. Allora, torno a ripetere, per quattro pezzi di carta straccia, perché è di quello che si tratta, non mi sembra davvero un buon motivo per scatenare ogni volta delle guerre di religione.

Non volete usare i cavi? Benissimo. Come dice l’amico Daniele S., si risparmiano soldi, con cui si fa un bel viaggio a Cuba, e si sia felici. Però si abbia almeno il buon gusto di non lasciare intendere che chi offre di verificare con mano che le cose stanno diversamente, invito che ci si guarda sempre accuratamente dall’accogliere, sia un inguaribile bugiardo se non peggio.

 

Facciamo qui una nuova interruzione per aggiungere qualche altro elemento, uno dei quali è stato suggerito proprio da Andrea, che nel suo discorso ha toccato un tasto a mio avviso importante, quello della spesa.

Nell’osservazione delle discussioni sui cavi, che si trasformano regolarmente in zuffa e non di rado trascendono in rissa, si verifica regolarmente che si tiri in ballo la questione dei costi, sempre da parte dei cavoscettici. L’impressione allora è che dietro una serie di motivazioni più o meno pretestuose a volte affiori la vera motivazione di fondo dei cavoscettici, già rilevata e stante nel rifiuto di spendere denaro per i cavi.

A questo proposito si può osservare che per le apparecchiature qualsiasi cifra trova in qualche modo la sua giustificazione. Del resto sono belle, fanno scena, destano lo stupore e a volte l’invidia di amici e visitatori, sono un totem che ben si presta all’adorazione feticistica oltreché uno status symbol efficace nel testimoniare le proprie capacità di spesa. Elemento fondamentale in un’organizzazione sociale che riconosce soltanto la legge del profitto.

Oltretutto sono appaganti, prima di tutto per l’occhio.

Per i cavi invece questa disponibilità alla spesa non c’è. D’altronde le caratteristiche appena menzionate non le hanno: sono quasi sempre brutti, ingombranti e ci si inciampa pure. Le mogli li detestano perché d’intralcio nel passare l’aspirapolvere e in quanto elemento di grave disturbo per l’equilibrio visivo dell’ambiente in cui sono installati.

Allora si va a cercare una serie di pretesti non per sminuirne, ma per negarne del tutto la funzione.

La prima è che non c’è misura in grado di verificarne l’efficacia. Quindi non vi sarebbe prova scientifica riguardo al loro influsso.

Di conseguenza tutto quanto non misurabile non può esistere, nella realtà parallela costruita dal cavoscettico a uso e consumo delle sue certezze.

Che tali non sono, altrimenti non avrebbe bisogno di sfruttare ogni appiglio per dare ad esse un avallo e tantomeno di gridare come fa le sue ragioni, probabilmente proprio per coprire i dubbi presenti prima di tutto nella sua mente. Teniamo a mente questo suo postulato, perché ne osserveremo tra poco le conseguenze.

Per ora osserviamo che una posizione simile ha una contraddizione di fondo, come abbiamo accennato prima: se si accetta unanimemente che variazioni di resistenza, capacità e induttanza ottenute per mezzo di componenti elettronici posizionati all’interno di un circuito comportino variazioni udibili nel segnale audio, dato che è proprio così che sono costruite le apparecchiature audio, non si vede perché nel momento in cui variazioni per quegli stessi parametri derivino dall’impiego di cavi, non dovrebbero più produrre effetto alcuno, come da pretese dei cavoscettici.

Questi ultimi basano appunto la loro posizione sul fatto che non si riescono a misurare le variazioni in termini di qualità di ascolto dovute all’uso di cavi diversi.

Al riguardo non tengono conto di due cose fondamentali. La prima è che non esiste misura, eseguita su cavi o apparecchiature audio che presenti una correlazione con le sensazioni d’ascolto, intese in termini qualitativi.

Non a caso c’è chi le ricerca da decenni, ma ancora non è riuscito a trovarle. Spendendo allo scopo quantità enormi di denaro, che per forza di cose sono andate a gravare sui costi delle apparecchiature che ogni appassionato si è visto obbligato a pagare, qualora desiderasse acquistarle,

Le misure eseguite in laboratorio, come noto, riescono ad avere una qualche correlazione con l’ascolto solo in termini quantitativi.

Ad esempio, un’amplificatore la cui potenza sia misurata superiore a quella di un altro, è probabile che riesca a suonare “più forte”, ossia se abbinato allo stesso sistema di altoparlanti, a produrre una pressione sonora maggiore rispetto a uno meno potente.

Cosa che oltretutto non accade sempre, dato che non di rado amplificatori di minore potenza rilevata riescono a dare anche in questo senso sensazioni più confortanti rispetto ad altri sulla carta più dotati di energia.

La seconda è che qualità e quantità sono due cose completamente diverse, che non hanno a che fare l’una con l’altra. Anzi come noto sono all’antitesi.

Dunque la pretesa dei misuristi di valutare elementi qualitativi per mezzo di parametri quantitativi, ossia ad essi antitetici, esprime come meglio non si potrebbe il grado di comprensione maturato sulla materia rispetto alla quale pontificano da tempo immemore.

Per quale motivo, oltretutto, si dovrebbe avere bisogno di una riprova nero su bianco di quello che utilizzando gli accorgimenti necessari risulta così evidente già con l’uso dei sensi a noi forniti da madre natura con tanta generosità?

La risposta del cavoscettico è scontata: si tratta esclusivamente di suggestioni. Ecco perché lui certe prove non le fa neppure sotto minaccia, e ogniqualvolta lo si invita a una prova d’ascolto da svolgersi insieme ad altri appassionati, declina regolarmente l’invito.

Affronteremo tale quesito in forma articolata per mezzo di un articolo dedicato all’argomento misure.

Per il momento ci limitiamo a valutare la questione dal lato degli appassionati. Rispetto alla quale, sulla base di numerose esperienze che ho potuto mettere insieme nel corso del tempo, ho potuto rilevare che diversi tra loro, come vedremo meglio più avanti, soffrono di una grande incertezza. Tale in sostanza da impedire loro di esprimere in autonomia una valutazione delle qualità proprie della riproduzione di cui sono all’ascolto.

L’aspetto più sorprendente è che nelle medesime condizioni, persone del tutto digiune della materia riescano a esprimere valutazioni molto più centrate e soprattutto con maggior rapidità, sicurezza e capacità di cogliere il nocciolo delle differenze.

Inevitabile chiedersi i motivi di una realtà così paradossale. A questo proposito diamo spazio a un altro intervento della nostra tavola rotonda immaginaria.

 

Stefano M.: Tanti appassionati sono così pieni di pregiudizi da non capire nemmeno cosa suona bene e cosa suona male. Questo è colpa in buona parte delle riviste, che li hanno convinti che da soli non sono in grado di esprimere un giudizio degno di considerazione. Quindi senza le misure da esse pubblicate non sono in grado di andare da nessuna parte e neppure di scegliere tra le mille offerte del mercato relativo alle apparecchiature hi-fi.

 

Potrebbe spiegarsi così, allora, la necessità da parte di molti di avere quelle che ritengono erroneamente dimostrazioni scientifiche in merito al comportamento delle apparecchiature. A questo proposito però va osservato, per l’ennesima volta, che la riproduzione sonora non è e non sarà mai una scienza esatta.

Chi ha preteso di assoggettarla e racchiuderla entro quei limiti ha compiuto innanzitutto un’operazione errata, priva di fondamento e peggio in malafede, dato che ha dimostrato storicamente di volerne ricavare un sostanzioso tornaconto personale.

In termini economici, d’immagine e di visibilità.

La riproduzione sonora, casomai, è più assimilabile a una forma di arte o di artigianato di alto livello. Quindi la ricerca in essa di dimostrazioni scientifiche non è solo errata concettualmente ma proprio fuorviante.

Porta di conseguenza a errori di valutazione macroscopici, che in definitiva causano l’incapacità di rapportarsi ad essa in modo corretto e soprattutto produttivo, al fine di stabilire un percorso in grado di condurre al suo miglioramento in termini qualitativi.

Più ancora, si tratta proprio della mancata comprensione della sua essenza, già rilevata poco fa quando abbiamo accennato alla confusione fatta dai misuristi tra quantità e qualità.. Dunque mi chiedo: se non sono in grado di individuare correttamente con cosa mi sto rapportando, come potrò mai arrivare a ottenere un qualsivoglia risultato per il suo tramite?

Inoltre la posizione stante nell’inutilità dei cavi, in quanto non siamo capaci di misurare il loro influsso, contraddizione di fondo comune a tutti quanti negano l’efficacia la loro utilità ai fini dell’ottenimento di una maggiore qualità sonora, denota il suo essere gravata da una curiosa mescolanza tra scientismo – da intendersi come osservazione della scienza con modalità para-religiose e l’attribuzione ad essa da una valenza evangelica, soprattutto in termini di immutabilità – mitomania, feticismo e faciloneria. O meglio semplicismo, quello che porta alla ricerca delle scorciatoie a ogni costo, che a loro volta conducono invariabilmente a conclusioni non errate ma del tutto opposte a quello che la realtà compie tanti sforzi per sottoporre all’attenzione dei nostri sensi.

Dal canto loro mitomania e feticismo stanno proprio nell’attribuzione alle apparecchiature da laboratorio e alle procedure di misura, che quasi sempre misurano sé stesse  e le condizioni tecnico-ambientali all’interno delle quali le si fa operare invece dell’oggetto che l’incauto misuratore crede di sottoporre a verifica, di una valenza soprannaturale, se non addirittura mitologica.

Il che riporta ancora una volta al paradosso di individui convinti di trovarsi all’avanguardia della ricerca tecnica, che adottano non si sa quanto inconsciamente atteggiamenti e abiti mentali non dissimili da quelli tipici del medioevo.

Proseguiamo con gli interventi.

 

Damiano BMa una via di mezzo? Io sinceramente ero e dico ero cavoscettico. Come tale (perché tanto la mentalità del cavoscettico è.questa) mi rifiutavo  di fare qualsiasi prova, sapendo già che non.sarebbe cambiato nulla.

Poi un giorno mi.sono detto.che alla fine fare.una prova, non.solo non sarebbe costato nulla, ma anzi avrebbe confermato le mie idee. Mi sono fatto prestare dei cavi da amici (e non parlo.di.cavi a 4 cifre, parlo di.cavi da 100 e max. 200 euro ) e con tutta la sicurezza possibile ho iniziato gli ascolti.

Alla fine ho.dovuto capitolare, perché i.cavi la.differenza la fanno eccome. Poi che da.un.certo.punto il marketing e l’immaginazione siano ìl 90% sono abbastanza sicuro anch’io.

Però adesso mi metto.in discussione e provo, poi do’ un giudizio. Per fare le prove, visto.che.posso e potevo per tanti motivi compreso il fatto.che faccio impiantistica, mi sono tirato un.bel cavo 3×4 dal.contatore fino all’impianto. Da qua ho.cominciato con.un.cavo da pc, uno di medio costo (70 euro) uno da 200 ed uno.da 300. Senza stare.a.specificare tante marche ti dico che la differenza tra quello.da pc con.gli altri due si sente eccome. Tra quello.da 200 e 300 ti posso dire che preferisco quello da 200, le differenze.si.sentono anche tra i due ma a mio.esclusivo gusto.personale meglio.quello da 200. Questo se si.vuol.parlare di cifre. Per questo sono anche convinto che il.prezzo dica poco o niente. La miglior prova è l’ascolto. Infatti è.quello che mi.ha detto un.progettista serio, nessun cavo aggiunge niente, piuttosto ognuno toglie qualcosa, la sfida è realizzare un.qualcosa che trasporti le informazioni che.sia.segnale, potenza o.alimentazione più naturali possibili. Quello che parte è quello che deve.arrivare, è semplicissimo realizzare cavi.equalizzanti, che in alcuni.casi.possono.anche essere utili, difficilissimo farli più “reali” possibili. Sinceramente.in.questa spiegazione trovo un.senso, poi le orecchie hanno fatto.il resto e ti.assicuro che io ero un “talebano” dei.cavi, altro che.cavoscettico.

Purtroppo è ormai credere comune nella maggior parte degli ” audiofili” che un.cavo o un elettronica tanto sia piu costosa tanto meglio sia e suoni, senza soffermarsi sul fatto che il.prezzo.finale dell’oggetto NON è dato dal suo valore intrinseco, ma da quello.che.sono la somma di tutti.i fattori compresi.e non ultimi marketing e guadagno finale. Un cavo che.costa 1000 euro NON è detto che sia migliore di uno da 100 . Anzi sonicamente parlando, ma sicuramente costa di più per motivi legati alla produzione, ai materiali, alla pubblicità e al guadagno. Poi è chiaro che.un.cavo d’oro costerà sempre più di un cavo di rame, ma non è detto che debba.essere meglio. Partendo da una.base che prevede un.utilizzo di.un.cavo da PC da 3 euro ed uno da 100 la.differenza è abissale, poi che tra dieci cavi da 100 ci siano sfumature è altrettanto plausibile. A volte quello da 300 “suona”  meglio per motivi progettuali al.di la del materiale, spesso anche no, ma dire a priori che un.cavo.qualunque esso sia.NON apporta.differenze che vanno da sostanziali a percepibili è un non voler riconoscere un qualcosa che seppure strumentalmente non misurabile, ha una.differenza reale all’ascolto.

 

Daniele S.Da questa discussione si evincono alcuni punti che vado ad elencare:
1) un impianto senza cavi non funziona
2) l’effetto sonico di un qualsiasi conduttore/dielettrico non è modellizzabile se non per alcuni parametri, non strettamente fondamentali di per se per l’ascolto, ma comunque importanti per quanto riguarda l’interfacciamento di apparecchi particolari (es. la idiosincrasia fino al guasto di Exposure e Nva per cavi di potenza ad alta capacità)
3) da questo si evince che solo la pratica d’ascolto permette di stabilire l’effetto migliore o peggiore di un cablaggio, sempre e comunque, però, rispetto ad un riferimento
4) quanto sopra significa che si potrà giudicare la prestazione solo in modo comparativo e non assoluto
5) un buon cavo non deve costare obbligatoriamente come un Patek Philippe ma, in genere, esiste una certa scalatura prezzo/prestazione, seppure con eclatanti eccezioni
6) tutti i cablaggi, di qualsivoglia genere e tipo essi siano, influenzano il suono di un impianto decentemente rivelatore, ascoltato da un orecchio allenato
7) il non percepire differenze tra cablaggi diversi dovrebbe creare uomini felici e risparmiosi, che possono andare a fare le vacanze a Cuba con i soldi risparmiati, come quello della pubblicità delle assicurazioni. Invece crea un mucchio di esseri livorosi nonchè paladini raddrizzatori delle storture del mondo. Mah!

 

Massimo R.: L’audiofilia è soprattutto sovrastruttura. Gli appassionati sentono differenze abissali tra apparecchi della stessa marca ma sul resto non sentono niente.

 

Questa di Massimo è un’affermazione molto centrata, che potrebbe essere anche una spiegazione plausibile per il fatto che molti appassionati dichiarano di riscontrare differenze enormi tra le diverse apparecchiature da loro cambiate nel corso del tempo, mentre non si accorgono, o comunque trascurano, delle limitazioni indotte dai cavi, non di rado di entità ancora maggiore.

 

Antonio S.“Tuo solito” non intervengo quasi mai… Mo te lo rispiego, poi se ancora non basta ti faccio un disegnino. Ho scritto che che NON E’ FONDAMENTALE avere dei cavi speciali se vuoi ascoltare la musica (l’impianto lo ascoltate voi, io ascolto solo musica) e che anche il filo di ferro arrugginito va benissimo per cominciare a sentire qualcosa. Aggiungo che gli impianti che più mi hanno lasciato il segno avevano cavi normalissimi. Io sono intervenuto perché l’articolo non dice che per sentire la musica fra i vari apparecchi ci devi mettere i “fili della corrente”. Sono intervenuto perché secondo l’autore i CAVI AUDIOFILI SONO FONDAMENTALI. Qua di fondamentale io vedo solo la fuga dall’analfabetismo funzionale.

 

Claudio: Antonio, scusa se intervengo, ma il discorso dell’ascoltare musica invece dell’impianto è un’argomentazione priva di contatto con la realtà ma soprattutto pretestuosa e strumentale.

In quanto utilizzata per far passare gli appassionati che si spingono oltre certi limiti nella loro ricerca alla stregua di maniaci. Quindi si ritorce contro chi la utilizza, dato che si potrebbe ritenere non abbia argomenti migliori. Il motivo è semplice: nell’ambito della riproduzione sonora, per ascoltare musica non si può fare a meno dall’impianto, fosse pure un telefonino e una cuffietta intraurale, mentre l’impianto senza la musica non serve a un tubo.

Pertanto musica e sonorità dell’impianto, nel contesto della riproduzione, sono entità inscindibili. Se l’impianto suona meglio, la musica l’ascolti più volentieri e con maggior piacere. Oltre a coglierne aspetti che con impianti peggiori restano nascosti. Tanto è vero che quando l’impianto suona veramente bene ci si accorge di poterci ascoltare in modo godibile anche musica che non piace.

Fermo restando che quando l’impianto oltrepassa determinati limiti qualitativi, i cavi speciali diventano fondamentali, proprio perché senza di essi non soltanto l’impianto non può esprimere il proprio potenziale, ma addirittura impianti più economici e qualitativamente meno validi diventano più godibili. Proprio perché la “fedeltà” delle apparecchiature da cui è composto quello migliore pone i problemi derivanti dall’impiego di cavi inadeguati in un’evidenza tale da andare a grave detrimento della qualità sonora.

Ecco perché insisto così spesso sulle questioni dell’equilibrio tra i diversi componenti dell’impianto e sulla necessità di curare le condizioni di contorno. L’esempio tipico è dato da chi abbina diffusori di gran classe a componenti a monte molto meno validi. Invece di avere il miglioramento atteso, si ha l’effetto opposto, dato che diffusori di quel livello sono “troppo” efficaci. Non solo per la componente diciamo così musicale della riproduzione, ma nei confronti dei difetti introdotti da sorgente e amplificatore dalle caratteristiche inadeguate. Proprio perché non esiste diffusore o altra apparecchiatura capace di discernere il “buono” della riproduzione da quello che lo è molto meno. Ossia proprio i limiti e i difetti tipici delle apparecchiature da cui è composto l’impianto.

Si spiega così il motivo per cui i diffusori di qualità maggiore si rivelano spesso impietosi nei confronti dei limiti delle apparecchiature che li precedono, a causa delle modalità d’impiego non corrette cui sono sottoposti da numerosi appassionati, e di conseguenza acquisiscono una brutta nomea. In particolare quelli dei marchi più attenti alla neutralità e alla trasparenza della sonorità del proprio prodotto. Infatti non si considera che il diffusore più è di qualità e più si comporta in maniera conforme a ciò che gli si “dà da mangiare”. Se questo è inadeguato, più il diffusore è di qualità e più ne mette in luce i problemi, spesso e volentieri in maniera persino impietosa.

 

Si chiude qui la prima parte di questa tavola rotonda. Appuntamento alla prossima puntata, che sarà in linea tra qualche giorno.

 

 

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