Una tavola rotonda immaginaria – 2

Riprendiamo qui la discussione della nostra tavola rotonda, immaginaria ma fino a un certo punto, dato che i suoi interventi sono stati effettuati realmente, sia pure in sedi e tempi diversi. Malgrado ciò si riscontra la continuità e la coerenza degli argomenti in essi toccati, proprio in conseguenza  della stretta relazione da cui sono legati.

L’elemento di rilievo maggiore emerso dalla prima puntata della discussione credo riguardi il preconcetto legato alla questione cavi. L’impressione è che per una serie di motivazioni non si voglia proprio accettare l’idea che un cavo possa influire sulla sonorità dell’impianto. Ci si comporta di conseguenza, dando luogo alle cosiddette profezie autoavveranti, il cui meccanismo è descritto con efficacia nell’immagine di apertura.

I preconcetti influenzano le aspettative, che a loro volta influenzano i comportamenti, che influenzano i risultati, i quali nella forma in cui si ottengono e vengono letti, proprio in base agli elementi menzionati vanno a rinforzare ulteriormente i preconcetti. Rendendoli di fatto inattaccabili e refrattari a qualsiasi dimostrazione della loro valenza e delle loro conseguenze.

A mio avviso il punto scatenante della diatriba è dato dall’equivoco di fondo derivante dall’osservare la riproduzione sonora come fosse una sorta di religione, ossia come un qualcosa di monolitico e invariabile, sulla base di concetti che hanno dimostrato di essere obsoleti o meglio anacronistici. Questo porta a trascurare che al variare delle condizioni di partenza i fenomeni che si verificano inessa possono assumere una valenza del tutto opposta.

Quindi l’appassionato alle prime armi oggi vive una condizione di estremo disagio perché privo di qualsiasi punto di riferimento che lo aiuti nell’evolvere a livello culturale, condizione essenziale affinché possa far crescere il proprio impianto non solo riguardo al denaro che investe su di esso ma anche nei risultati concreti che ottiene. Di fatto si affida ai social o ai forum di settore, spazi in cui purtroppo regna la qualunque, dato che la stragrande maggioranza di quanti vi partecipano meno sanno e più si sentono legittimati a imporre la propria opinione innalzata al rango di dato di fatto, ritenendo che il loro caso personale possa essere equiparato a legge universale.

Errore peraltro che fanno molti addetti ai lavori, in particolare tra i redattori di riviste e siti specializzati, che per forza di cose allora si tende a scimmiottare.

Dunque l’appssionato medio oggi non comprende che la realtà degli impianti di classe superiore, che non sono quelli da vetrina, come li definisce l’amico Mirko Massetti e neppure quelli più fotogenici, che raccolgono il maggior numero di mi piace nelle immagini postate sui social, bensì quelli che riescono a dare un’impressione più convincente di somiglianza alla realtà e di presenza concreta degli strumenti nella sala d’ascolto, fa corrispondere a interventi simili risultati molto diversi.

Andando di fatto a rispondere a realtà che a loro volta sono molto diverse, malgrado operino secondo gli stessi principi di fondo, nello stesso modo in cui un’utilitaria e la realtà in cui la si utilizza differiscono profondamente da quella di un’auto di Formula 1.

Nella difficoltà di cogliere la differenza tra due ambiti tanto diversi, il secondo dei quali probabilmente non riesce neppure a concepire, l’appassionato che non ha esperienza in determinati ambiti, e neppure ha la possibilità di farla essendo venuta meno in larghissima parte la funzione propedeutica eseguita dalle salette dei negozi, ormai quasi del tutto scomparsi, mentre quei pochi che ancora sopravvivono sono costretti a ottemperare a leggi di profitto talmente stringenti da dover rinunciare a qualsiasi funzione didattica, si comporta in pratica secondo il meccanismo che vado a esemplificare con l’intervento seguente.

Appassionato-tipo: Siccome volevo migliorare le prestazioni della mia Fiat 600, ho comperato su un noto sito di aste on line l’alettone montato nientemeno sulla Ferrari di Niki Lauda che ha vinto il Campionato Mondiale. Pagandolo ovviamente uno sproposito.

Con grande entusiasmo l’ho montato sulla mia macchinetta, però ho avuto una grande delusione. Infatti non ho notato nessun miglioramento delle prestazioni. Anzi mi è sembrato che la macchina andase peggio e consumasse di più. Allora ho preso un cronometro elettronico di altissima precisione e ho verificato l’accelerazione e la velocità massima, con e senza il costoso accessorio. Quando l’alettone era montato, l’auto perdeva almeno 20 chilometri di velocità massima, raggiungendola oltretutto in un tempo significativamente maggiore.

Non capisco proprio perché ci si  ostini a usare questi alettoni, quando le prove scientifiche da me eseguite hanno dimostrato che non servono a nulla e anzi sono dannosi.

 

Così facendo insomma, l’appassionato ha seguito una modalità d’indagine che ai suoi occhi è inappuntabile, avendo utilizzato un dispositivo di misurazione di precisione estrema, per giungere però a risultati che sono tutto l’opposto della realtà.

Dato che se si tolgono le appendici aerodinamiche a qualsiasi auto da corsa, non solo alla prima curva che si troverà ad affrontare andrà dritta, con tutte le conseguenze del caso, ma con ogni probabilità decollerebbe prima ancora di arrivarci.

L’errore allora è nella concezione del fenomeno che si vorrebbe indagare, gravata da lacune evidenti. Ossia dal non comprendere che l’auto da corsa e la sua utilitaria, per quanto rispondano entrambe alle medesime leggi fisiche, operano in contesti del tutto diversi. Tali da rendere irrinunciabili, proprio ai fini prestazionali, elementi che sulla sua vetturetta si rivelano penalizzanti.

Come abbiamo accennato poco sopra, inoltre, questo appassionato ipotetico, che però trova un gran numero di riscontri con la realtà, fa del suo caso personale una legge universale, scagliandosi contro chiunque provi a fargli notare che le cose stanno in maniera diversa, dato che lui ha fatto le misure “scientifiche”.

Passiamo dunque al primo intervento di questa puntata.

 

Emanuele L.: Molti non hanno capito che, viste le logiche commerciali che portano all’incremento esponenziale del costo finale del singolo oggetto rispetto al suo valore, partendo ad esempio da un amplificatore integrato da 1500€, un vero e proprio salto prestazionale lo puoi avere spendendo almeno 5 volte tanto, pertanto ha senso cambiare solo per qualcosa di nettanente e clamorosamente più costoso, se si è disposti a farlo.

Arrivati a un sistema da 40mila €, puoi migliorare effettivamente solo con un sistema da almeno 120mila€, e questo stesso sistema necessiterà di molte più attenzioni, per cui è totalmente inutile sia fare cambietti sia salire molto di livello, se non si é disposti ad agire radicalmente sul cosiddetto “contorno”, che é quello che fa davvero la differenza quando sale la posta in gioco.

Se si pensa che comprando oggetti sempre più costosi si ottenga un risultato migliore, ma non si crede nell’effetto negativo delle vibrazioni, nei cavi, nell’importanza fondamentale della corrente elettrica e della fase, non si farà altro che gettare soldi dalla finestra.

 

Claudio: Qui tocchi un argomento fondamentale, che infatti è stato affrontato più volte, quello della messa a punto dell’impianto e delle condizioni di contorno, generalmente trascurate. Infatti si tende a dare tutta l’importanza alle apparecchiature, senza curarsi di tutto il resto. I risultati sono anche peggiori di quelli cui hai accennato, proprio perché quanto più le apparecchiature sono efficaci, tanto meglio portano alla luce le conseguenze dovute alla trascuratezza d’installazione. Proprio perché ancora non è stata inventata quella capace di far passare solo la parte del segnale che più ci aggrada eliminado il resto.

Ecco perché spesso gli impianti molto costosi suonano peggio di quelli più economici, che in teoria non sarebbero neppure confrontabili, argomento cui è stato dedicato un articolo specifico.

Non ha senso, del resto, almeno dal punto di vista prestazionale, sostituire una o più apparecchiature se prima non le si è messe nelle condizioni di dare quello che possono. Cosa questa che però è difficile e presuppone conoscenza e dispendio di tempo. Molto più semplice invece mettere mano al portafogli e regalarsi un nuovo prodotto. Il quale in breve porrà in evidenza le stesse limitazioni di ciò che lo ha preceduto, proprio perché a certi livelli, se non si migliorano le condizioni operative dell’impianto, sostituirne i componenti serve a poco o nulla.

Il discorso è diverso se si considerano l’autogratificazione, il compiacimento del senso della vista e dell’istinto di possesso che non di rado sono preponderanti rispetto alle qualità sonore. Questo a breve termine, nel lungo invece va a finire che l’appassionato si stanca di spendere denaro senza ottenere in cambio risultati tangibili e spesso anzi andando a peggiorare. Subentra così l’insoddisfazione, che porta sovente all’abbandono di questa passione e quindi del settore.

 

Emanuele L.La realtá è che molti, frustrati dal fallimento del metodo universalmente accettato che ormai prevede innanzitutto fisime demenziali sull’ambiente di ascolto (come se ciò con cui interagisce il suono del sistema fosse da anteporre a ciò che lo genera: la corrente elettrica), continui cambi e cambietti compulsivi di amplificazioni e diffusori, l’uso della liquida con tutte le sue problematiche aggiunte (come se giá non bastavano quelle preesistenti, ma cosa non si fa per scroccare files che circolano senza averli acquistati) e via dicendo, senza più un soldo da investirci e sentendosi degli ignobili bestemmiatori della decenza dopo aver fatto il conto dei soldi spesi facendo cambi inutili senza mai raggiungere un suono soddisfacente, alla fine, mollano.

Chiunque (come me) abbia cercato di illustrare un modello alternativo per raggiungere un risultato è stato ostracizzato, perché il modello fallimentare di cui sopra conveniva a un settore miope che ha preferito dissanguare progressivamente il segmento medio mantenendolo in uno stato costante di insoddisfazione e allontanare i giovani eventualmente interessati all’hi-fi (cercando di imporre loro con aggressività e arroganza che dovessero ascoltare solo dischi test di jazz a due strumenti, senza bassi e sanguinando le orecchie ad ogni sibilante, snaturando il suono reale per inseguire una ipertridimensionalitá ed un iperdettaglio che giustificassero lo scisma del cosiddetto “aiènd” dall’hi-fi e l’incremento dei prezzi), visti come un pericolo potendo aprire gli occhi agli adulti narcotizzati dalle loro balle, per poi cambiare target (i grandi ricchi, triplicando i listini ed eliminando ad esempio la possibilità di avere un diffusore full-range al di sotto di 30mila€).

L’audiofilo dismette perché ha fallito, non essendo stato in grado di ribellarsi alle azioni di circonvezione di incapace degli operatori, che evidentemente avevano trovato soggetti congrui ai loro propositi.

 

Antonio S.La mia sparata (leggibile al termine della prima puntata anche se non è assolutamente tale) dipende da alcune mie intolleranze. Quando leggo di gente che “suona i dischi” o che ha “ascoltato l’impianto” io divento idrofobo. Perché sono ex audiofilo (solo dal punto di vista delle dipendenze e delle compulsioni) ma Musicodipendente. Proprio oggi ho scelto un cavo non banale fra una decina, quindi… ma conosco altri Polli, la maggioranza, che non prendono pace, cambiano scambiano comprano rivendono e poi vengono a casa mia ad ascoltare musica. Ma io sono intervenuto solo perché alcuni di questi forsennati continuano a chiedermi, a chiedersi e a chiedere in giro se è vero che i cavi suonano (aridaje!!!) e se è vero che si sentono le differenze… Facciamo ordine: se oggi non avessi scelto quel tale cavo avrei comunque ascoltato musica, con grandissima soddisfazione. Questo dimostra che l’introduzione del nuovo conduttore non è stata di fondamentale importanza. Secondo me è prioritario capire quanto può essere importante un cavo, perché quasi tutti gli audiofili pro attribuiscono al cavo un’importanza eccessiva. Mentre gli audiofili contro si appellano a Nuova Elettronica… (stamo rovinati!) o a strampalate leggi della fisica che manco loro sanno applicare. Io rispetto e apprezzo il tuo lavoro ma ritengo sia intellettualmente onesto usare termini appropriati, aderenti alla realtà, allo stato dei fatti. E nei fatti c’è chi propone cavi a prezzi da automobile e apparecchi -commerciali- a prezzi da appartamento. Non mi danno fastidio i prezzi alti perché li ignoro direttamente. Detesto chi spaccia quegli oggetti come l’assoluto… fino all’oggetto successivo. Non è così! Gli oggetti costoso sono solo Status Symbol. Probabilmente alcuni di questi hanno anche senso di esistere e sono realmente eccellenti ma servono solo a far sentire un privilegiato chi li acquista. Ritornando a a noi… secondo me tutto si aggiusta se alle cose diamo la giusta dimensione e collocazione.

 

ClaudioAllora Antonio, su molte cose sono d’accordo con te. Riguardo a Nuova Elettronica mi è stato linkato un articolo dove hanno scritto che non esistono differenze a livello sonico tra condensatori di tipo diverso, perché a bassa frequenza i dielettrici si comportano tutti alla stessa maniera (!).

Come ho scritto nei miei articoli dedicati all’argomento, non si deve fare confusione tra l’aspetto tecnico e quello commerciale dei cavi audio, cosa in cui incorrono anche i tecnocrati delle riviste votate al misurismo. Inoltre, se non avessi scelto quel cavo avresti ascoltato lo stesso musica, come avresti potuto fare anche con un telefonino e una cuffietta, ma non con la stessa profondità di indagine e dei particolari ti sarebbero sfuggiti. Se ne avessi scelto uno migliore, con ogni probabilità saresti potuto entrare nello specifico dell’esecuzione con profondità ancora maggiore. Fermo restando che oltre certi limiti qualitativi, senza cavi all’altezza si hanno penalizzazioni tali da far risultare più godibili impianti di livello inferiore. Proprio perché elettroniche “troppo” efficaci mettono in evidenza nel modo migliore non solo il bello della riproduzione, ma anche i suoi difetti, non di rado in maniera spietata. Poi dire che gli oggetti costosi sono “solo” status symbol è del tutto fuorviante. Proprio perché è in primo luogo l’utilizzo che si fa di un oggetto a renderlo tale o meno. Quanto alla “giusta” collocazione, per forza di cose è un elemento del tutto soggettivo. Il comprare e rivendere a livello compulsivo, infine, è solo conseguenza del fatto che la pubblicistica di settore non fa informazione ma solo gli interessi degli inserzionisti che la tengono in vita e di conseguenza i propri. Figurati che ci sono recensori che si sono vantati pubblicamente di “compulsare”, ossia di cambiare in continuazione apparecchiature, per forza di cose senza poter approfondire l’indagine sulle loro reali potenzialità. Immagina quindi quale sia la qualità dei consigli che si possono dare agli appassionati, se si è i primi a non aver capito nemmeno da che parte si comincia. Comunque se ti fai un giro sul mio sito scoprirai che più volte ho preso posizione contro questo modo di fare, anche nell’articolo qui condiviso. Non tanto per critica sterile, quanto suggerendo modalità di crescita basate sull’impegno personale al fine di permettere all’impianto di esprimere le sue vere potenzialità. Che spesso sono penalizzate dalle condizioni di contorno, nelle quali possiamo includere anche i cavi. Il problema, a questo riguardo, sta nel fatto che sugli sforzi personali degli appassionati per migliorare la messa a punto dell’impianto non ci guadagna nessuno, tra negozianti, distributori e quindi riviste. Ecco perché queste ultime spingono sempre e soltanto sulle apparecchiature, inducendo gli appassionati a cambiarle in continuazione. Solo per restare sempre più insoddisfatti, fino a che abbandonano questo settore. Da ciò deriva che le riviste stesse, per questo modo di fare e a furia di parlare sempre bene di tutto, sono la causa prima della crisi che attanaglia questo settore da decenni.

 

Antonio S.: Secondo me fanno molti più danni i forum e social. Non ci si capisce un “beato”, parlano tutti, ma proprio tutti tutti e chi non sa finisce per saperne ancora meno. Le riviste di tutto il mondo funzionano così e meno male che esistono! Nella mia città hanno chiuso due dei negozi di riferimento e poter ascoltare una ragionevole varietà di apparecchi è diventata un’impresa folle. Gli anni ’80 sono finiti, mio caro. Se ora capisco di potermi fidare di te e di pochi altri capisco anche che, per poter essere aggiornato, devo per forza rivolgermi alle riviste.

 

Claudio: Ti ringrazio della considerazione, Antonio. Sono assolutamente d’accordo che forum e social facciano molti danni, dato che in essi regna la qualunque, anche se non sempre. La loro realtà è conseguenza diretta del vero e proprio scempio compiuto dalle riviste nei confronti dell’informazione.

In sostanza questi ultimi danno la possibilità o meglio il diritto di parlare soprattutto a chi non sa nulla dell’argomento di cui si discute.

La loro realtà attuale è conseguenza diretta del vero e proprio scempio compiuto storicamente dalla pubblicistica di settore nei confronti dell’informazione. Suo dovere primario che invece si è messa sotto i piedi, facendo si che gli spazi di pubblicità esplicita divenissero in concreto la parte più attendibile di riviste e siti più o meno “ufficiali”, proprio perché sono palesi nella loro funzione. Il resto è pubblicità occulta, in quanto pretendono di giudicare i prodotti di chi le tiene in vita mediante i contratti pubblicitari.

Potranno mai parlarne male? Se per caso pubblicano giudizi non del tutto positivi è solo per tentare di rifarsi una verginità a spese di chi non può difendersi, ovvero operatori non abbastanza potenti da imporre la propria legge.

Comunque, se gli anni 80 sono finiti è proprio perché si è fatto credere agli appassionati che gli asini volino. Spingendoli a cambiare in continuazione apparecchiature e spendere cifre folli solo per essere sempre più insoddisfatti. Dato che le riviste campano sulle vendite perché è dai margini che ne derivano che si traggono i denari necessari per pagare la pubblicità. Se per caso si fa quest’ultima in via preventiva, i suoi costi verranno comunque scaricati sulle vendite future. 

Viceversa sugli sforzi fatti in proprio dagli appassionati per migliorare le condizioni di funzionamento di quel che posseggono non ci guadagna nessuno. Quando invece, oltrepassati certi livelli, è proprio su queste che si gioca la sonorità dell’impianto.

 

Antonio S.Purtroppo devo contraddirti, io ho collaborato con un paio di riviste e posso garantirti che NESSUNO MAI mi ha neanche lontanamente accennato a cosa o al come… l’unico lato scocciante, se proprio devo trovare un obiezione, è la fretta. Qualche volta riesci a tenere un prodotto per qualche mese, altre volte il tempo per la prova e poi l’articolo, subito. Io posso solo immaginare che vengano tolti dai giri giornalistici i prodotti più sfigati, i meno prestanti e questi però non arrivano neanche nelle varie redazioni, questi vanno sugli scaffali e campano di rendita su 1 o 1000 altri buoni/ottimi/eccellenti modelli restanti. Per mia esperienza professionale posso solo dire che una volta giudicato un prodotto, specie un disco, dopo qualche tempo mi capita di ricredermi. Nel senso che il mio giudizio è stato troppo conservativo

 

ClaudioProva a scrivere che qualcosa non va come dovrebbe, Antonio, poi vedi quello che succede. La prova assegnata a te la danno a qualcun altro e miracolosamente quello che non andava diventa all’improvviso efficacissimo. A te non affideranno più prodotti di quel marchio, “dato che non ti piacciono”. Lo fai con altri due o tre oggetti di altri marchi, in perfetta buona fede in quanto convinto che non vadano come dovrebbero, o solo in confronto al loro prezzo, e a quel punto hai finito di lavorare.

Ecco perché sulle riviste si parla bene di tutto. E non potrebbe essere altrimenti.

 

Qui facciamo una breve pausa per rilevare che quel che ha detto Antonio è in parte vero, nel senso che di sicuro nessuno mai gli ha detto quel dovesse o non dovesse scrivere.

Il motivo è semplice, in quanto ciò è dettato da una legge non scritta, come rilevato a suo tempo, come tale ancora più efficace. Il tutto si regge sul  meccanismo stante nel combinato disposto che deriva dall’autocensura che ciascuno compie in maniera più o meno conscia, dallo spirito di emulazione, che spinge ognuno a cercare di scrivere un testo più denso, sapido e convincente di quelli dei colleghi, e dalla competizione tra i diversi redattori, messi sapientemente l’uno contro l’altro dall’editore o da chi ne cura gli interessi.

Proprio così si arriva a testi che non di rado sono una vera e propria sagra della piaggeria, soprattutto nei confronti delle apparecchiature prodotte dai marchi più in vista. Nei confronti delle quali il redattore, stante la sua sostanziale incapacità di andare a fondo nella verifica del prodotto affidatogli, soprattutto per quel che riguarda la sua realizzazione, a livello circuitale e di scelta della componentistica, ma anche per quel che riguarda le doti sonore, assume un atteggiamento fondamentalmente reverenziale.

C’è poi la questione della convenienza personale. Il redattore sa benissimo cosa accadrebbe qualora presentasse un testo sia pur minimamente critico nei confronti del prodotto in esame. Quindi già a priori si regola di conseguenza, fingendo un attimo dopo di non averlo fatto, in quella forma subdola e insieme raffinata e puerile di autoinganno cui abbiamo fatto riferimento più volte, ben spiegata da George Orwell nella sua definizione di “bispensiero”.

C’è poi l’elemento a monte, rappresentato dalle scelte eseguite dal direttore in termini di “a chi si assegna cosa”. A ciascun redattore, insomma, si dà il prodotto che ha le probabilità maggiori di essere apprezzato. Evitando soprattutto di farlo cadere nelle mani “sbagliate”, ossia di chi potrebbe muovere qualche critica nei suoi confronti. Tranne nel momento in cui si vuole arrivare a una resa dei conti, con l’intenzione di crearsi un pretesto proprio dalla critica eseguita in buona fede da un redattore che abbia quale criterio predominante il rispetto nei confronti dei lettori ancor prima che della propria dignità.

Quella che dovrebbe spingerlo a non comportarsi come un pagliaccio.

Ancora, l’assegnare un prodotto potenzialmente sgradito a un redattore equivale a metterlo periodicamente alla prova, per osservarne il comportamento e la “fedeltà alla linea”. Oossia la sua capacità  di scrivere il contrario di ciò che pensa realmente, in funzione degli interessi economici della pubblicazione e del suo editore.

In definitiva, un direttore e un editore hanno una quantità di modi subdoli per pilotare a distanza, o meglio telecomandare, il comportamento dei loro sottoposti. Sui quali peraltro si lascia pendere perennemente la spada di Damocle della non assegnazione di lavoro, ovvero della messa ai margini della redazione con finalità dissuasive o punitive.

Da quanto detto fin qui, insegnamento numero 1 di tanti anni trascorsi all’interno di varie redazioni, anche in più di esse nello stesso tempo, emergono due cose.

La prima è che il buon redattore sa che deve attaccare il cavallo dove vuole il padrone. La seconda è che purtroppo la lettura data da Antonio nei confronti della sua esperienza giornalistica corrisponde soltanto alla facciata esteriore di meccanismi inconfessabili che regolano il funzionamento del mondo della cosiddetta informazione. Devono rimanere tali per il semplice motivo che se venissero resi noti agli “esterni”, quel sistema nel suo complesso ne verrebbe grandemente screditato. Prima di tutto agli occhi della sua clientela potenziale.

Ripartiamo con gli interventi.

 

Antonio S.E non concordo neanche con gli anni ’80… la fine di molti hobby è stato il PC. Io conosco personalmente gente che ha venduto tutto per gettarsi a capofitto nell’informatica. Non sai quante collezioni di LP ho comperato in quegli anni… e sempre per esperienza diretta e personale, da assiduo frequentatore di negozi, in quegli anni e successivi, posso dirti che i maggiori danni li hanno fatti i negozianti e i traffichini. Ti racconto questa. Un signore facoltoso compera dopo molti ripensamenti un CDP blasonatissimo ad otto milioni di lire. Due settimane dopo torna in negozio per ringraziare il venditore ma questi gli fa: “sì è vero, ti ho dato un ottimo CDP… ma il tuo ormai è vecchio, questo che è appena uscito è molto migliore perché bla bla bla… ” il tizio è andato via furioso.

 

ClaudioE comunque nelle redazioni arriva quello che deve arrivare. Ossia quello che gli inserzionisti pubblicitari hanno il maggiore interesse a spingere.

 

Antonio S.Io le cose te le dico, ma tu abbi la bontà di recepirle.

 

ClaudioVedi, Antonio, io quello che scrivi lo leggo, per intero e con la massima attenzione. Ma non posso far altro che metterlo a confronto con la mia esperienza, protrattasi continuativamente per circa un trentennio in varie sedi.

Potrei raccontarti cose incredibili, che ho visto accadere e subito di persona. Ricorda, che ti piaccia o meno, all’interno del sistema di “informazione” il più pulito ha il colera. E questo già in un settore che è la nicchia della sottonicchia. Figurati quello che può accadere dove si decidono gli interessi veri, quelli che muovono cifre colossali.

 

Antonio S.: In Italia l’Hi-Fi smuove cifre colossali… oggi? Permettimi di dubitare. Nelle redazioni in cui ho “lavorato” (in una era aggratisse) non ho mai assistito a nessuna strana operazione. So dai vecchi volponi dell’hifi di allora che venivano offerti “gadget” o addirittura gli apparecchi anche costosissimi, non dovevano restituirli etc. Ma non oggi. Quello che io ho visto in un negozio di Brescia (ormai chiuso) non si ha idea… scorrettezze, apparecchi ricondizionati per nuovi, concorrenza sleale, lavaggio del cervello… e poi i galoppini che vendevano a poco più di metà prezzo oggetti succulenti… io ho sempre visto gente arrivare con le riviste in mano, in cerca di un certo oggetto, uscire dopo due ore con tutt’altra cosa perché… le riviste dicono un sacco di cazzate. Io grazie a Andio Morotti acquistai il TT della Pathos e toccai il cielo con un dito… poi in ogni settore si sà, c’è del bello e c’è del brutto.

 

ClaudioScusa, Antonio, mi hai appena chiesto di tenere conto di quello che dici e poi travisi il mio pensiero a tal punto? Ho appena detto che se succede roba simile nell’audio che è la nicchia della sottonicchia, figuriamoci cosa avviene dove si decidono gli interessi veri, quelli che smuovono cifre colossali.

Poi, come sappiamo, la mamma dei diversamente intelligenti è sempre in dolce attesa. Come pure quella degli avidi, che lo sono al punto tale da perdere di vista qual è la loro convenienza. Il fatterello che mi hai raccontato conferma appieno quello che ti sto dicendo. L’appassionato è ritenuto un povero deficiente, da spremere in ogni modo. Anche dopo avergli levato 8 milioni il giorno prima, gli si deve mettere di nuovo la “scimmia” per l’oggetto che gli si dipinge strumentalmente come ancora migliore di quello che fino al giorno prima gli si è giurato che fosse il massimo.

E poi, Antonio, vuoi davvero che certe cose le facciano vedere a te? E’ ovvio che in ogni settore commerciale ci sia chi si comporta onestamente e chi fa le cose peggiori. Comunque, fidati, le cose funzionano come ti ho detto. In Italia ci sarebbero potenzialità enormi, date dalle migliaia di appassionati che si iscrivono ai gruppi social dedicati alla riproduzione sonora. Solo che non cacciano più una lira, dato che sono stati presi in giro per decenni dalle riviste e da tutto il sistema che vi ruota attorno, che tu stesso hai appena descritto in maniera tanto efficace. Se ci si fosse comportati in maniera appena meno scorretta, oggi le cose andrebbero in maniera diversa.

 

Antonio S.: Al momento solo una cosa detesto dal più profondo, i prezzi folli. Infatti mi sono sbarazzato di tutta la hiend del mio impianto per buttarmi sul vintage stratosferico di 30 anni fa. E autocostruzione. Godo come un riccio e quei… “gioielli” se li tengano pure!

 

ClaudioMolti hanno preso la tua stessa strada. Oggetti molto belli che oggi hanno costi accessibili, anche se non tutti. Ma anche nel vintage c’è una sopravvalutazione enorme, persino superiore a quella del nuovo. Proprio perché quegli oggetti per poter funzionare come dovrebbero, necessitano di essere sottoposti a interventi di ricondizionamento radicali. Che hanno costi elevati. E allora quelle sonorità così “dolci” sono quasi sempre il risultato di condensatori esausti e quindi di assenza di energia nelle circuitazioni. Fatti un giro sul sito della RS e guardati le ore di funzionamento previste per i condensatori elettrolitici. Non vanno mai oltre le 10.000. Quindi durano meno di una valvola di segnale. Gli oggetti vintage hanno assommato ore di funzionamento che sono almeno il triplo. Trai tu le conclusioni.

Del resto se ti sei sbarazzato della hi-end è proprio perché nessuno ti ha spiegato che non basta comprare gli oggetti più costosi, ma occorre metterli nelle condizioni di funzionare come devono. Più sono validi e più ti spiattellano in faccia i problemi che derivano dal loro impiego diciamo così inadeguato. Per questo sul mio sito scrivo sempre, e l’ho fatto anche in questa discussione, che la cura delle condizioni di contorno è fondamentale. Non la si fa, per disinformazione, mancanza di cultura o quello che vuoi, e si fa tutti la tua stessa fine. Si getta via tutto e ci si butta su roba che già da nuova era molto peggiore di quella di cui ci si è sbarazzati. Figuriamoci in quali condizioni può essere adesso. Scusa se sono così crudo, ma trovo inutile raccontarsi frottole.

 

Antonio S.: Mah, credo di percepire un po’ di rancore. Io ho conosciuto caxxoni (che fra l’altro sono ancora in circolazione a far danni) gente preparata e tanti volenterosi appassionati che ci provano. Quello che a me non piace delle riviste sono, mediamente, le recensioni. Spesso non si capisce la personalità de prodotto, a chi potrebbe essere utile, quale tipo di abbinamento sarebbe consigliato etc. Per il crollo delle vendite/ interesse per la hifi non si possono incolpare solo le riviste. E il lavoro? E la musica? E l’età degli appassionati?
Attenzione perché anche il mercato dell’autocostruzione è imploso… lì le riviste mi sa che non c’entrano.

 

Claudio: Vedi, Antonio, sono passati tanti anni che parlare di rancore non ha proprio nessun senso. Se mai lo hai avuto. E’ altrettanto evidente però che certe cose da me vissute sulla mia pelle non possono essere dimenticate e sono entrate a far parte della mia esperienza di vita.

E’ proprio lo spirito e il contesto entro il quale si fanno certe osservazioni riguardanti quel che si vuole osservare come rancore a mostrare che si tratta di un pretesto. Dunque, è la valenza stessa di questa definizione e l’uso che se ne fa a rappresentare l’arma di ricatto migliore affinché certi accadimenti non siano resi noti. E quindi regni incontrastata l’omertà, che è il brodo di coltura dei sistemi mafiosi, i mezzi dei quali sono largamente condivisi in certi ambienti.

Proprio per il tramite di quei pretesti si cerca di destituire di credibilità chiunque racconti verità scomode. Quindi chi sa cose poco piacevoli non le racconta, proprio perché teme di essere etichettato in un certo modo. Il che se ci pensi è una forma di ricatto. Vile e subdola come lo sono tutti i ricatti.

Personalmente non temo queste cose, perché ho imparato che il giudizio degli altri nei miei confronti conta meno del mio, sempre nei miei stessi confronti. Dal momento che sono io a dover vivere in pace con me stesso.

Dunque ritengo mio dovere rendere partecipi le persone delle esperienze che ho potuto fare e quindi far comprendere agli appassionati come me in quale ambiente si trovano a vivere, che ne siano consapevoli o meno. Per lo stesso motivo per cui se tu per assurdo vedi un burrone, dici a chi ti passa vicino di starci attento, invece di startene zitto e aspettare che ci cada dentro.

Al di là di tutto restano appunto le esperienze, da cui se lo si desidera si possono trarre degli insegnamenti. I quali purtroppo raccontano di una realtà antipatica che in quanto tale si fa il possibile per non vedere.

Fino a cercare scuse francamente poco credibili, ma alle quali si desidera fermamente credere, ancora una volta secondo quella sottile forma di autoinganno che George Orwell ha definito come bispensiero. Comunque non si tratta solo delle riviste ma dell’intera pubblicistica di settore, che ha non solo la tendenza ma proprio l’unica possibilità di sopravvivenza nel mettersi al servizio di chi ha gli interessi maggiori da difendere.

Il lavoro, la musica e l’età degli appassionati non contano un bel nulla. Infatti ci sono migliaia di persone che passano quantità improbabili di tempo a discutere e azzuffarsi sui cavi e simili nei forum e social di settore.

Il che dimostra che l’interesse c’è ed è pure tanto. Solo che nessuno compera più nulla, nel timore, più o meno consapevole, di prendere la fregatura.

Dato appunto dalle corbellerie sparate a manetta per decenni, riguardo la pretesa eccellenza di prodotti che erano tutt’altro. E poi dalla già menzionata incapacità delle persone che agiscono in certi ambiti a spiegare come vanno utilizzate certe apparecchiature. Perché sono loro stesse le prime a non saperlo.

Quello che è successo in realtà è che l’industria di settore è andata sempre più perfezionando i suoi prodotti, in conseguenza dei progressi della tecnica.

Solo che le componenti di contorno, in larga parte realizzate da quella stessa industria, non sono state al passo con tale processo. A iniziare proprio dai cavi. E siccome le apparecchiature più perfezionate sono anche le più fedeli, per forza di cose lo sono anche nel mettere in evidenza i problemi che derivano dalle modalità inadeguate del loro impiego. A quel punto è inutile cambiare di continuo casse e amplificatori, proprio perché i problemi stanno da un’altra parte.

E torno a ripetere, nessuno te lo spiega, dato che sarebbe controproducente, anche se nel mio sito ribatto su queste cose fino alla nausea. Anzi, più ne cambi, andando sempre a migliorare almeno idealmente, e più sei insoddisfatto, perché quanto migliori sono le apparecchiature, tanto più efficaci sono nel porre nell’evidenza più cruda i problemi derivanti dal loro utilizzo incongruo.

Proprio il fatto che si sia finiti al vintage dimostra la verità di quello che ti sto dicendo, dato che le sue sonorità prive di energia sono quanto di meglio per nascondere certi problemi.

Il vintage spiega che se fosse come dici tu, non vi sarebbe mai stato questo forte ritorno di interesse nei suoi confronti. Dato che se fosse per questioni di lavoro, età, musica eccetera, si sarebbe lasciato perdere anch’esso. Invece no, si compera quello, a dimostrazione che esiste tuttora una richiesta, per un prodotto che dia soddisfazione e non costi cifre folli.

 

Antonio S.Secondo me la colpa non può essere solo e soltanto delle riviste. Io ricordo un 1994 con negozi deserti. Sicuramente le rivista hanno il torto di non denunciare i prezzi irrazionali di alcuni prodotti.

Per quanto riguarda il vintage io ho volutamente usato un termine sbagliato. Per il mio impianto scelto il meglio in termini di musicalità. Oggetti progettati con tutti i crismi e dal suona sempre attuale e… mai privo di energia. anzi… quello che io ascolto oggi sono oggetti senza palle striduli e pompatissimi. Il mio primo parametro è la musicalità. Ma oggi tutti strarompono i coglioni con le misure e con la nuova scienza eretica ovvero il dogma della scienza. Le riviste infine non possono avere il torto di provare apparecchi nuovi… e non possono avere colpa se un finale anni ’90 (il mio) si fuma quasi tutto prodotto oggi a parità di potenza… Io ho scelto delle casse del 1987 perché nulla (che io possa comperare con il mio budget) oggi mi soddisfa. Mi piacciono un paio di casse me costano ventimila Euro… credo che andrò avanti con le mie che non sono niente male  😉 Ogni mia scelta, per prendere un caso certo, non è dettata dell’avversione per le riviste ma per esperienza. Esperienza che ho maturato anche grazie alle riviste. Anche se oggi però ne leggo solo una.

 

ClaudioNon lo faranno mai, proprio perché in quei prezzi ci sta anche il loro “pizzo”. Che negli ultimi anni è aumentato percentualmente moltissimo per ogni pezzo venduto, proprio perché se ne vendono sempre meno, mentre le spese sono sempre le stesse, anzi tendono a crescere.

Poi, vedi, tu dici che le riviste non hanno colpa se un finale degli anni 90 si “fuma” quelli attuali. Però nemmeno avvertono il lettore di questa realtà, venendo meno al loro primo dovere che è quello di fare informazione. L’acquirente se ne accorge e quindi non compera più né apparecchiature né riviste, proprio perché non ne può più di essere preso in giro e di vedersi sfilare denaro per avere cose peggiori di quelle che aveva prima, senza che chi di dovere lo avverta. Davvero un bel risultato.

Inoltre il ricordare il singolo evento da parte del singolo individuo, lascia abbastanza il tempo che trova. Quello che conta sono le tendenze generali. Possono essere numerose le motivazioni, anche del tutto estranee al settore. A questo riguardo credo sia necessario mettere i fenomeni nella loro prospettiva storica. Se tu hai un sistema di informazione specializzato su un settore merceologico che invece di ampliare la platea di pubblico potenziale al quale quello stesso settore può attingere fa di tutto per restringerla, appunto producendo serialmente menzogne e corbellerie, quel settore ne verrà presto o tardi danneggiato. Al punto di rischiare la scomparsa.

Proprio perché si possono prendere in giro tutte le persone per per un po’ di tempo, oppure poche persone per tutto il tempo. Prendere in giro tutti e per tutto il tempo non è possibile. Chiunque lo faccia, prima o poi ne pagherà le conseguenze. Leggendo riviste non farai mai esperienza, al massimo verrai indotto a seguire delle tendenze, in base alle loro convenienze. La prima delle quali è attribuirsi una credibilità, con qualsiasi mezzo, e garantirsi una sopravvivenza, perché è su di essa che mangiano le persone che la pubblicano.

La loro sopravvivenza è data dai contratti pubblicitari, che vengono siglati proprio con lo scopo di avere delle prove che esaltino la qualità dell’oggetto cui si riferiscono, cioé quello che l’inserzionista ha il maggiore interesse a vendere, e lo pongano in una prospettiva migliore rispetto al prodotto della concorrenza.

Nel momento in cui le riviste non fanno il loro dovere, che è quello di osannare acriticamente il prodotto dell’inserzionista e dire che sia meglio di tutto il resto, quest’ultimo revoca il contratto. Perché in caso contrario non ha nessun senso spendere tutti quei soldi.
Anche se spesso, come in questo caso, la verità può essere antipatica. Se le riviste avessero fatto il loro dovere, non avremmo avuto questo enorme tasso di abbandoni. Un aspetto rilevante di questo problema, però, è che se certe cose non le scrivono, non è soltanto perché non vogliono, ma anche perché non se ne rendono conto. Dato che anche per loro tutto si risolve nell’acquisto delle apparecchiature migliori. Quindi è evidente che non possono spiegare alle persone come si fanno le cose, se sono i primi a non saperlo. E pieni di boria come sono, non lo sapranno mai.

Pertanto, nei giudizi delle riviste, il prodotto migliore è quello dell’inserzionista che sigla i contratti pubblicitari più sostanziosi. Ad ogni quantitativo di pubblicità palese comperata dall’inserzionista corrisponde un preciso numero di prove, che in quanto tali sono pubblicità dissimulata. Per questo motivo, chi le pubblica è nel conflitto di interessi più plateale. Poi si può essere convinti di poter ricavare una qualche esperienza da un sistema simile, che per forza di cose ha valenza negativa. La scienza infusa non esiste. L’esperienza la si fa sulla propria pelle e in base alle proprie capacità di analisi e di comprensione. Ma soprattutto sulla capacità di non cadere nell’autoinganno volendo per forza pervenire al risultato che si è prefissato in base al proprio pregiudizio.

 

 

Antonio S.: Claudio, non dico che che non sia vero. Dico solo che nonostante le riviste oggi nei negozi e alle fiere vedo sempre quelli di qualche lustro fa, solo più vecchi (dannazione!). I neofiti arrivano ma meno di una volta per colpa delle riviste? Io a 19 anni percepivo già un ottimo stipendio. Oggi i miei due figli sono scappati all’estero… e sono due di meno. Sì è vero le riviste sono quello che sono ma se prima i potenziali appassionati potevano essere praticamente tutti, ora possono pensare di avere un hobby oneroso sempre meno persone e sempre meno giovani. Ricordo che nel ’79 uscirono una marea di album che oggi sono storia ma io potevo comperarne solo 2… Chi compra cosa oggi? Al supermercato del mio paese accanto allo scaffaletto dei CD è comparso lo scaffaletto degli LP. Con quale musica? Con quella di 50/40/30 anni fa. I miei figli il mio stereo non guardavano neanche, qualche volta scendevano incuriositi a chiedermi cosa stessi ascoltando, stavano un po’ e poi andavano via. Ora loro viaggiano solo di cuffie e cuffiette… Per quel che ho capito frequentando alcuni audiofili giovani sono confusi dalle riviste quanto dai social cui tentano di ottenere un consiglio. Però io non sono esperto come te. Mi fido di te.

 

Claudio: Ti ringrazio della fiducia ma spero mi perdonerai se dico che continui a fare confusione tra cose che non hanno nulla a che vedere con l’argomento di cui stiamo parlando.

In seconda elementare, lo ripeto ancora, il maestro diceva sempre che nella soluzione dei problemi non si devono mai mettere insieme pere con mele. Quindi se si parla di zoccolo duro, come stiamo facendo, tirare fuori la questione dei neofiti che non arrivano serve a poco.

Non solo per non confondere cose che non hanno a che vedere tra loro, ma soprattutto perché se riconosciamo per quella che è la funzione non delle sole riviste ma dell’intera pubblicistica di settore, occorre per prima cosa rifiutare in toto la loro lettura dei fenomeni che avvengono in esso. Dato che non può essere altro che strumentale e opportunistica.

Esattamente come il lavoratore dipendente deve rifiutare la lettura del mondo delle relazioni industriali (ossia il rapporto tra datore e dipendenti), eseguita secondo le logiche degli organi padronali. E’ stato proprio il non averlo fatto a ridurre le condizioni delle classi salariate alle attuali condizioni neofeudali.

Quindi, se le riviste danno una lettura della crisi legata alla sopravvalutazione di fenomeni come le nuove tecnologie e il mancato apporto delle generazioni giovani, lo fanno perché il loro scopo numero 1 è nascondere prima di tutto a sé stesse le proprie colpe al riguardo, che sono enormi e di importanza seconda a nessuno.

Di giovani ne arrivano più di quanti si immagina, e sono piuttosto numerosi quelli che scrivono qui al sito chiedendo consigli, mentre delle questioni di gadget e simili già ci siamo occupati in precedenza. Il problema è che trovano un ambiente ostile o meglio refrattario. Per i prezzi, le difficoltà oggettive insite nel raggiungimento di determinati obiettivi e appunto nella pubblicistica di settore che rema contro, dato che spaccia per oro colato cose che non lo sono assolutamente. Quindi producendo inganno e confusione, riguardo ad apparecchiture commercializzate oltretutto a costi folli, da cui non può venire altro che disamoramento.

E’ evidente allora che anche e soprattutto i giovani sono disorientati, In primo luogo dall’assenza di un mezzo di informazione credibile che possa guidarli in un percorso che è ancora più complesso e impegnativo rispetto a quello affrontato da noi tanti anni fa. E se tanti appassionati navigati dopo tutto questo tempo non ne capiscono ancora un’acca, come le discussioni sui social dimostrano in maniera persino impietosa, figuriamoci loro come possono sentirsi.

Poi abbiamo già detto che la funzione di forum e social è se possibile ancora più distruttiva di quella della pubblicistica di settore, proprio perché in essi regna la qualunque. O meglio, la vulgata che s’impone è quasi sempre quella dei più violenti, in base a metodi e comportamenti di vero e proprio squadrismo mediatico, con tanto di manganellaggi virtuali.

Spesso e volentieri ad essi partecipano anche personaggi legati alla pubblicistica di settore, e a volte arrivano persino a preordinarli: evidentemente non si rendono conto delle modalità e soprattutto delle conseguenze di atteggiamenti simili. Del resto se l’interesse primario è l’affermazione personale mediante gli strumenti del rampantismo che vediamo utilizzare sistematicamente da molti di loro, è improbabile che abbiano maturato una qualche sensibilità nei confronti di determinati argomenti.

Questa realtà dei social però non deve indurre a rivalutare la pubblicistica di settore. In primo luogo perché la causa dei problemi non potrà mai essere la loro soluzione.

E’ proprio l’aver trascurato i propri ruoli e doveri tanto a lungo, al fine di curare in maniera così poco lungimirante quelli che hanno creduto fossero i loro interessi, facendo invece l’opposto viste le condizioni in cui si trovano, che ha in pratica costretto il loro pubblico a cercarsi nuovi punti di riferimento. Nello stesso identico modo in cui il dilagare del malcostume politico ha causato la ricerca di nuovi referenti, che non tarderanno a dimostrarsi peggiori di quanto li ha preceduti. Anzi lo stanno già facendo, ma troppi preferiscono chiudere gli occhi. Forse per la difficoltà di prendere atto del fatto che gli è stata definitivamente tolta anche la rappresentanza politica, se mai ne hanno avuta una.

 

Nuova interruzione, per aggiungere un altro elemento. Con il suo modo di fare, la pubblicistica di settore ha prodotto quello che definisco idolatria per le apparecchiature. Resa evidente dal fatto che basta pubblicare una foto di una cassa, di un ampli o di un letore su un gruppo dedicato alla riproduzione sonora nel social più frequentato per veder arrivare i “mi piace” come se piovesse. Si fa un discorso più articolato sulle modalità di impiego e di fruizione di quelle aparecchiature o solo sul loro modo di suonare e non se lo fila nessuno.

Di conseguenza si è diffusa la credenza che quelle apparecchiature siano perfette, e gli appassionati giustamente ci credono, altrimenti la rivista che la comprerebbero a fare, e tantomeno frequenterebbero un sito specializzato nell’argomento.

Poi quell’apparecchiatura la comprano e si rendono conto sulla loro pelle che è tutt’altro da quello che gli è stato fatto credere. Ripetiamo quest’esperienza due, tre, dieci volte e alla fine non può che subentrare il disamoramento, che porta dritti all’abbandono.

Ecco spiegato il motivo per cui la pubblicistica di settore ha prodotto danni devastanti.,

 

Marco V.: Sul fatto della fuga dall’ hi-fi secondo me ha influito maggiormente l’mp3 e la comodità dello stoccaggio e della fruizione dato dalla tecnologia digitale. Fino agli anni ’90 dovevi per forza avere uno “stereo” e comprare dischi e cd per ascoltare la tua musica preferita ma solo una piccola parte di chi aveva “lo stereo” era “audiofila”, i più lo compravano per necessità e per mancanza di alternative. Quando non è stato più necessario quella grossa parte di pubblico che alla musica non era interessata più di tanto è passata alla nuova ed economica tecnologia nascente: Scaricavano gratuitamente i brani o gli album e li ascoltavano dal pc e dai lettori portatli, secondo il mio punto di vista. L’ ho vissuto con i miei occhi questo fenomeno, è stato un passaggio della mia generazione.
Un altra riflessione la farei sulle chat, i social network, il gaming: Tutti passatempi che sono nati negli anni ’90 come fenomeno di massa. Il sogno degli adolescenti non si limitava più al motorino e allo stereo, il tempo libero trovava altre divertenti occupazioni che rubavano interesse alla musica relegandola tra le cose “scontate”. Voglio dire, perchè spendere in musica e tecnologia legata alla sua fruizione quando posso averla gratis e spendere i miei pochi soldi in altre cose?

Con questo non voglio dire che le ragioni esposte nel thread siano irrilevanti, al fenomeno hanno contribuito anche loro unitamente al fatto oggettivo dell’ appiattimento generale dell’ offerta musicale, anche di queso sono convinto. E ancora, lo spropositato numero di marchi nati in quegli anni hanno portato confusione ad una platea abituata ai solti Nomi (blasonati o consumer che fossero) e “investivi” i tuoi soldi in un prodotto che aveva una sua collocazione nel mercato dell’usato, un valore “sicuro” da spendere in futuro, valore “sicuro” che i nuovi marchi non ti garantivano. Insomma, di ragioni per abbandonare l’ hobby dell’ hi-fi per passare ad altro ce ne sono state tante, secondo me.

 

Antonio S.: Ed è quello che ho inizialmente sostenuto quando ho menzionato il PC. Il fatto che gli inserzionisti influenzino le riviste è “naturale” in tutti i giornali del mondo. Credo anche io che le riviste abbiano deluso molti lettori ma non riesco in nessun modo ad attribuire loro gran parte delle responsabilità.

 

Claudio: Perché hai difficoltà nell’analizzare questo settore e i fenomeni che lo riguardano nella loro globalità e lo fai nell’ottica dettata dagli interessi di chi lo ha minato nel modo che abbiamo visto.

Poi il pc e tutti gli altri gadget hanno avuto la loro importanza, ma solo presso persone per le quali la riproduzione sonora è stato un interesse marginale. E proprio in quanto tale sostituibile col pc, il telefonino ecc.

Stiamo parlando del tipo di pubblico che un giorno arriva e il giorno dopo se ne va. I fenomeni affrontati in questa discussione, invece, attengono al pubblico più legato al settore, da non confondere con l’altro, e che appunto non legge o ha letto le riviste occasionalmente, ma in maniera continuativa.

Antonio, una dimostrazione lampante dei danni enormi che queste hanno causato la si ha nel momento in cui facendo dimostrazioni di frequente, si verifica in maniera sistematica che persone prive di qualunque esperienza riescono a cogliere gli elementi qualitativi della riproduzione con più facilità, sveltezza, precisione e sicurezza rispetto agli appassionati più navigati. I quali invece balbettano, mostrano la loro titubanza dovuta a un’incertezza di fondo causata proprio dall’avere la testa imbottita delle corbellerie e dei pregiudizi con cui la pubblicistica di settore li ha martellati per decenni. Fino al punto di renderli degli incapaci funzionali rispetto alla materia della quale si interessano da così tanto tempo.

 

Claudio: Quello che dici in parte è vero, Marco. A un certo punto la riproduzione sonora ha cessato di avere il monopolio nell’ambito dell’elettronica. Anche perché si sono affermati comparti merceologici per certi aspetti meno complessi e molto più remunerativi.

Ciò non toglie che malgrado tutto abbia ancora il suo zoccolo duro, testimoniato dal semplice fatto che ne stiamo qui a discutere.

Il problema comunque non riguarda lo specifico settore, quanto le modalità funzionali del cosiddetto sistema di informazione. Poi la questione del cosiddetto investimento ha avuto anch’essa la sua importanza, ma solo come fattore distorsivo in qualcosa con cui non ha nulla a che vedere.

Ennesima dimostrazione di quello che dico sempre, ossia che nella società capitalistica l’unica legge riconosciuta è quella del profitto. Che è tamente pervasiva da spingere certe persone a volerne trarre persino da ciò che in teoria si acquisterebbe per motivi completamente diversi, come la passione per la musica.

Ovvio che se si antepone l’interesse pecuniario a quello tecnico, prestazionale e musicale, sotto quest’ultimo profilo non si andrà molto lontano. Tanti però non sembrano più neppure in grado di capire una realtà così ovvia, proprio perchè nel corso degli ultimi decenni all’interesse economico è stato attribuito un rilievo sempre maggiore, perseguito in larga parte mediante quela che viene definitia idiotizzazione di massa.

Inutile lamentarsi poi se il negoziante molla fregature o tenta di rifilarti un nuovo oggetto il giorno dopo che te ne ha venduto uno da 10 milioni. Per lo stesso identico motivo per cui è assurdo lamentarsi della corruzione in una società che attribuisce tutto il valore al denaro e oltretutto fa di tutto per renderlo sempre più raro.

Se tali sono le condizioni date, è evidente che le persone faranno di tutto e di più per accaparrarselo. Che sia lecito o meno e passando anche sopra la propria dignità. Proprio perchè le si è convinte che rispetto a certe cose il denaro conta molto di più.

Detto questo, Marco, non è vero che fino agli anni ’90 in cui sono arrivati gli mp3 dovevi per forza avere l’impianto. Il Walkman è uscito nel 1979 e prima di allora c’erano i registratori a cassette come il Philips K7, altrettanto diffusi e soprattutto la radio.

La tua lettura del fenomeno oltretutto potrebbe essere opinabile, dato che proprio la maggiore facilità di immagazzinamento del segnale dato dalle tecniche digitali avrebbe dovuto segnare un rilancio della riproduzione sonora di qualità, cosa che probabilmente ha fatto.

Solo che come ho scritto nell’intervento precedente, per motivi strumentali e di opportunismo la pubblicistica di settore ha dato del fenomeno la lettura più conveniente ai propri interessi, appunto legati alla necessità di occultare prima di tutto a sé stessa le responsabilità conseguenti ai propri comportamenti, legati agli interessi economici di chi ne tirava le fila.

Proprio perché l’autoinganno di cui ho parlato prima, definito da Orwell come bispensiero e di cui tale fenomeno è un’espressione evidente, è pratica diffusa soprattutto e largamente nelle classi della media borghesia, che poi sono quelle che si assumono ruoli direttivi negli organi di “informazione”.

 

Marco V.: Claudio, non ho nulla da eccepire su quanto dici a proposito dei danni che ha fatto l’ informazione al settore ma credo che sottovaluti quanto sia stata rivoluzionaria l ‘informatica nel mondo della riproduzione domestica. I primi walkman non hanno distolto nessuno dal “farsi lo stereo”, sono stati anzi, propedeutici. Hanno avvicinato gente che stava ai margini dell’ hobby. La svolta vera è avvenuta quando, contemporaneamente, si sono avute le possibilità di scaricare con Napster, di passarsi i files da chiavetta, di immagazzinare centinaia di dischi in hdd e, soprattutto, di farsi il sistemino 2+1 (con tanto di subwoofer) per quattro lire da collegare al pc. Ne son convinto perché di amici che hanno preso quella via ne ho avuti tanti. Ma proprio tanti. E in quel periodo lo “stereo” ha smesso di essere un elettrodomestico qualunque ed è diventato lentamente sempre più di nicchia sparendo dagli scaffali posti tra frigoriferi e lavatrici. Forse la mia lettura del fenomeno sembra esagerata ma io stesso in quegli anni ho cambiato radicalmente il mio modo di usufruire della musica adeguandomi in parte. Ho venduto i vinili e il piatto per passare al cd, poi ho rippato ed eliminato i cd in favore dei files non compressi adeguandomi sempre alle nuove tecnologie per non perdere il passo coi tempi. A differenza di tanti amici avevo, però, conservato la grande passione per il bel suono altrimenti oggi farei parte di quelli che “si sono allontanati”. Imho.

 

Claudio: Marco, quello che dici è assolutamente vero. Però bisogna tenere conto dell’elemento moda.

Alla fine degli anni ’70 e nei primi 80 avere il “rack”, ossia un impianto sempre piuttosto economico racchiuso e impilato all’interno di un mobile a corredo, venduto insieme ad esso dai marchi più popolari di allora, tipicamente giapponesi, era la tendenza del momento.

Il tipico rack degli anni 80.

Nessuno però può pensare che fosse quella la reale portata del fenomeno inerente la riproduzione sonora di qualità.

Probabilmente più di qualcuno si è illuso al riguardo, ma la differenza delle modalità di approccio erano evidentissime già allora, tra chi era davvero appassionato e chi invece seguiva solo l’andazzo del momento. Il discrimine era dato tra chi si impegnava nel miglioramento dell’impianto e chi invece lo ha lasciato a morire li, dopo aver comprato forse 30 LP in tutto, ma forse sono troppo ottimista, per passare magari al Commodore Vic 20, al Sinclair ZX o alla consolle Atari.

Sulla ricerca forsennata della ripetizione di quell’exploit, l’industria di settore si è giocata pure le mutande, perdendole inevitabilmente. In primo luogo con la bufala colossale dell’home theater, sul quale non a caso alcuni editori si sono buttati a pesce. Non con lo scopo di fare informazione a supporto della crescita del pubblico interessato, ma come sempre per sfruttare l’occasione succulenta data dalle rinnovate esigenze del mercato inserzionstico legato all’ibrido rappresentato dall’audio/video, secondo l’ideale della convergenza delle tecniche legate al settore dell’intrattenimento domestico. Efficace nell’ottica del pubblico generalista ma rivelatosi in breve come una chimera nelle fasce di mercato destinate agli appassionati più avvertiti ed esigenti, andando a rivestire un ruolo fondamentale per il fenomeno di disaffezione di massa che infatti ha iniziato a prendere piede proprio in base alla delusione causata dal multicanali.

Poi che il digitale abbia rivoluzionato le modalità di fruizione della riproduzione sonora e quindi della musica su supporto, LP, CD o HD che sia è innegabile.

A questo proposito mi torna alla mente l’iniziativa se vogliamo patetica vista con gli occhi di oggi, che una serie di musicisti, ovviamente spinti dalle case discografiche mise in piedi contempraneamente all’esordio del digitale, in cui invitava ad astenersi dall’uso dei registratori di allora e a scegliere la “qualità”.

Che in effetti era molto superiore nell’LP rispetto alla cassetta che si riteneva ne insidiasse le vendite. Si trattava di una specie di lettera, inserita nella copertina degli LP, in cui numerosi musicisti di fama, tra i quali Chick Corea, Bobby Mc Ferrin e vari altri, invitavano appunto il loro pubblico a diffidare dalla sirena della copia su nastro magnetico. Se avessero saputo quel che stava per arrivare… In seguito molti hanno fatto come te e hanno venduto la raccolta di LP, anche per via del battage ossessivo che dipinse il nuovo formato come perfetto, quando invece era ben lontano non dall’esserlo, ma persino dall’intraprendere un ipotetico cammino verso quella fantomatica perfezione. Dando nello stesso tempo il vinile per definitivamente morto.

La “lettera aperta” firmata da artisti del calibro di Kenny Barron, Buster Williams, Mike Mainieri, Lenny White, Ron Carter, Lee Ritenour, Kevin Eubanks e molti altri.

 

Anche in quel caso, però, in chi l’aveva davvero, la passione è rimasta, come racconti tu stesso.

Non solo, l’LP che per decenni ci si è ostinati a dare per morto, altra colpa irredimibile della pubblicistica di settore che testimonia come meglio non si potrebbe il suo ruolo fondamentale nella crisi del settore, e sempre per i soliti motivi pecuniari, alla fine è tornato alla ribalta. Non solo, oggi è il segmento trainante della riproduzione sonora e quello verso cui l’interesse dei giovani è maggiore.

Il che, oltre a essere un paradosso di proporzioni eclatanti, dimostra proprio che malgrado la mancanza di musica interessante di produzione attuale, l’attenzione nei confronti della riproduzione sonora sia tuttora ragguardevole.

Poi, di musica di valore se ne è prodotta talmente tanta in passato, che anche se oggi non ce n’è importa poco o nulla.

Questo spiega anche che i fenomeni come la riproduzione sonora di qualità abbiano le loro diverse fasi. Ci sono quelle in cui si arricchiscono di pubblico e quelle in cui lo perdono, in funzione dell’interesse che il settore riesce a destare nei propri confronti.

Ora siamo in una fase di crescita. Tuttavia il settore e la pubblicistica che lo rappresenta e lo diffonde non riescono più a trarne vantaggio, se non in proprozioni marginali. Proprio in funzione degli errori enormi commessi nel passato, dei quali ci si rifiuta tuttora di prendere atto, ostinandosi a reiterare un modello comportamentale e di comunicazione che si è dimostrato obsoleto già decenni fa.

Proprio questo tra l’altro è uno tra i motivi che mi hanno spinto ad aprire il mio sito, al fine di dimostrare che un’alternativa non è solo necessaria ma anche possibile. Ovviamente essendo in grado di realizzarla, in primo luogo a livello culturale e di consapevolezza.

A proposito della questione del pubblico, del suo grado di affezionamento al nostro settore e della sua composizione, credo di averne potuto valutare i diversi aspetti da un punto di osservazione se vogliamo privilegiato.

Prima perché per un certo tempo ho curato anche la posta di una tra le riviste con cui ho collaborato, e ora con il sito, al quale molti mi contattano e nell’80% dei casi ripetono la stessa storia: sono stato appassionato per tanti anni, poi ho mollato tutto perché non ne potevo più, ma negli ultimi tempi mi è tornata la voglia di ascoltare musica in un certo modo.

Di questo 80% tutti, nessuno escluso, hanno maturato una forma di diffidenza finanche esagerata nei confronti del prodotto e della sua grancassa, data appunto dalla pubblicistica di settore.

Per partito preso? Non penso. Ritengo più probabile invece che siano stati illusi fin troppe volte, facendo credere loro cose inesistenti, appunto mitizzando le prestazioni iperboliche di oggetti che in realtà erano tutt’altro.

In questo contesto si inserisce anche la tenzone subdolamente aizzata dai guardiani del pollaio tra i diversi collaboratori della redazione, sempre pronti a mettersi l’uno contro l’altro per chi deve essere “prima tromba”, invece di fare fronte comune onde difendere i propri interessi di categoria.

Gara senza senso di cui fanno le spese lettori, appassionati, la credibilità della pubblicazione e poi dell’intero settore, perché è inevitabile vinca sempre e solo chi la spara più grossa, come ho scritto nell’articolo dedicato all’argomento.

Il vero vincitore però è il conto in banca dell’editore, dato che le conseguenze di tutto ciò, ossia le mnzogne plateali con cui si definiscono le pretese qualità iperboliche dei loro prodotti, inducono il distributore a siglare contratti sempre più sostanziosi.

Un altro contributo fondamentale a questo proposito è dato dalla legge non scritta che tutto quanto si prova lo si prova perché va bene. Anzi meglio, anche se è una ciofega indegna.

A questo riguardo la scala dei valori è data dalle dimensioni del contratto pubblicitario firmato dal distributore. L’apparecchio migliore in assoluto è quello venduto da chi fa più pubblicità. Anche perché chi decide di pubblicare la prova di quel dato apparecchio non sa manco di cosa sta parlando.

Dato che per l’appunto gli interessa solo chi è il distributore e quanta pubblicità ha acquistato.

Ma anche se lo volesse non avrebbe materialmente il tempo di verificare certe cose, affaccendato com’è nelle questioncelle appena elencate. Se poi ci si presenta in ufficio alle 11,30 e ora che si è fatto il giro della redazione si è fatta la mezza, all’1 precisa si va a mangiare al ristorante da cui si torna alle 3, e alle 4,30 si va via, anche star dietro a quel minimo diventa complicato.

Come tutte le leggi non scritte, quella secondo cui si deve parlare bene sempre e comunque, è mille volte più efficace di quelle messe nero su bianco. Proprio perché chi è tenuto a osservarla sa perfettamente quali sarebbero le conseguenze nel caso non lo facesse: immediate e senza bisogno di spiegazione alcuna. Poi subentra l’abitudine e non ci si rende neppure più conto, non della valenza concreta, ma proprio di quello che si sta facendo.

Infatti quella che inizialmente è stata fatta passare per un’eccezione, in nome dei sacri destini di tutto il movimento della riproduzione sonora, mediante il sussurrare in un orecchio del redattore con un atteggiamento tanto grave quanto ambiguo “sai, si tratta di un distributore molto importante…”, “ne va del futuro della rivista…”, ben presto diventa normalità.

Tutto questo ha prodotto una forma di sfruttamento degli appassionati con logiche e metodi tipicamente zootecnici, ossia osservandoli e trattandoli alla stregua di un gregge. La cui unica finalità è apportare al settore risorse economiche che devono essere le più importanti possibili e nel lasso di tempo più breve.

Quanto descritto è avvenuto a cura di personaggi eminentissimi, veri e propri scienziati del settore, provvisti di lauree a iosa e di un’ambizione ancor più sfrenata.

Il loro intelletto è si è rivelato talmente superiore a quello del popolino cui si rivolgevano le loro pubblicazioni che non sono riusciti manco a capire che un limone, una volta arrivati alla buccia, è inutile continuare a spremerlo.

D’altronde anche la gallina, arrivata a una certa età, smette di fare le uova.

 

 

 

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