Un Dino… Abarth

Nella tradizione motoristica nazionale Dino e Abarth sono due nomi di grande blasone.

Negli anni 60 e 70 Dino è stata la linea delle Ferrari a 6 cilindri, poi anche a 8. Non si trattava assolutamente di una serie più dimessa, sia pure in apparenza rispetto alla tradizione Ferrari basata sui motori a 12 cilindri, ma solo di qualcosa appena meno irraggiungibile.

La serie Dino fu caratterizzata dalle soluzioni tecniche più avanzate per l’epoca o meglio sperimentali, come il motore posteriore-centrale. Ebbe un marchio tutto suo, dallo stemma a fondo giallo come quello della casa madre, con in azzurro la scritta Dino stilizzata e l’iniziale conformata a ricordare un circuito, cui in seguito si aggiunse una fascia tricolore.

Le Dino vennero realizzate sia in versione da competizione, come la 166 SP e la 206 SP, sia in versione stradale. Quelle da corsa finirono spesso in mezzo alle vetture di categoria superiore nell’ordine d’arrivo di tante competizioni, mentre delle stradali la 206-246 GT è oggi tra le auto più ambite sul mercato d’epoca. La 308 GT4 infine è stata tra le pochissime, se non l’unica, Ferrari carrozzata da Bertone.

La Dino 206 SP

La genesi del marchio Dino deriva dall’accordo con la Fiat, alla quale dopo la trattativa fallita con la Ford, Ferrari cedette il controllo della divisione auto stradali, per poter mantenere la piena autonomia in ambito sportivo. Frutto dell’accordo fu anche la produzione da parte della Fiat di modelli che utilizzavano lo stesso motore, sempre con la denominazione Dino. Le Dino Fiat furono due: una spider carrozzata da Pininfarina e un coupé di Bertone.

In ultimo anche una Lancia ebbe il motore Dino, la leggendaria Stratos, carrozzata ancora una volta da Bertone.

Se le Dino rispecchiano il concetto delle auto di più grande esclusività che si rivolgono verso un pubblico appena più ampio, Abarth costituisce invece il suo opposto. Ossia quello delle auto popolari trasformate in piccoli mostri, capaci di prestazioni inimmaginabili, tali da punire severamente vetture nate con ben altre velleità.

Quello delle Ferrari stradali è un mito che affonda le sue radici nell’immaginario collettivo non italiano ma mondiale e ha un numero di emuli incalcolabile, mentre lo stare davanti alle auto della Scuderia omonima è il fine numero 1 di qualsiasi partecipante alle corse della massima categoria, al punto da mettere atto gl’imbrogli più impensabili dai quali non è estranea la stessa federazione. Tuttavia ritengo sia l’attività di Abarth ad aver influenzato maggiormente il concreto, con la sua idea di progressivo affinamento di un concetto di base molto o addirittura fin troppo semplice.

Partire da un modello non di serie ma il più popolare in commercio e, con l’aggiunta di un pezzo dopo l’altro, renderlo qualcosa di completamente diverso, anche e soprattutto a livello di prestazioni, è un’idea che mi ha sempre affascinato. Anch’essa se vogliamo è legata al mito, in particolare quello di Davide contro Golia, riguardante appunto il prevalere nei confronti di un antagonista dotato di maggiore quantità di mezzi.

In sostanza, il vincere facile non mi ha mai appassionato. Proprio perché farlo potendo contare su una forza preponderante non dà soddisfazione e tantomeno merito alcuno: è semplicemente nell’ordine delle cose.

Ben altro invece è farlo, o almeno non sfigurare, in condizioni di palese inferiorità: per conto mio sta li il vero divertimento, oltre a una dimostrazione di capacità di cui per imporsi avvalendosi di un mezzo superiore c’è molto meno bisogno.

 

Abarth e riproduzione sonora

Quella che possiamo definire filosofia Abarth trova applicazione anche nell’ambito della riproduzione sonora. In generale per quel che riguarda il partire da un sistema di livello medio, che poi con una serie d’interventi si fa crescere fino a ottenere qualcosa di completamente diverso e molto più efficace. C’è anche un altro aspetto però, più sottile e se vogliamo indigesto o meglio incomprensibile per la maggioranza, tantopiù in questi tempi in cui il gusto per il gigantismo, insieme alla pacchiana vistosità che da esso è inscindibile, sono così diffusi e apprezzati.

Riguarda l’affinamento che si può eseguire sull’oggetto di partenza, destinato in origine a un’ampia fascia di pubblico, attribuendogli una serie di caratteristiche difficili da reperire anche in apparecchiature che le apparenze e soprattutto il prezzo di listino destinerebbero a un’utilizzazione che si dipinge come più esclusiva. Dato che in esse permangono gli elementi di mediocrità conseguenti alle logiche irrimediabilmente grossolane della produzione di serie.

Questo lato del concetto Abarth trova nella riproduzione sonora un terreno di applicazione particolarmente indicato. Le apparecchiature ad essa adibite, infatti, sono la risultante di un complessivo, in termini realizzativi, che a livello circuitale ha due elementi fondamentali: la topologia e la scelta dei componenti.

La prima trova da sempre il riscontro maggiore a livello di stampa di settore: ben noto infatti è il sensazionalismo con cui sono propagandate le soluzioni utilizzate di volta in volta, mediante l’esaltazione di scelte che spesso differiscono da quelle più comuni solo per elementi di dettaglio che si fa credere siano invece delle rivoluzioni epocali. Viceversa, le modalità con cui si realizzano quei dispositivi sono sempre state trascurate.

Il motivo è semplice: se una scelta circuitale o l’altra comportano in genere differenze non così sostanziali, in termini di costi, la scelta di componentistica della tipologia più raffinata conduce a una loro vera e propria moltiplicazione, quindi a differenze enormi. Con tutto quel che ne consegue sui prezzi al pubblico, dove quelle differenze vanno di nuovo a moltiplicarsi, da un fattore sei/nove a un fattore venti o più.

Ora, se è vero che la topologia è di fatto la conformazione del tracciato più o meno complesso attraverso il quale si fanno passare il segnale audio e la corrente destinata all’alimentazione, la componentistica e le sue qualità rappresentano di fatto il tipo di strada su cui questi devono viaggiare.

Pianificando uno spostamento di varie migliaia di chilometri, che in proporzione potremmo assimilare alla differenza che intercorre tra le dimensioni di un elettrone e quelle del tragitto che deve compiere da un capo all’altro dell’impianto, cosa sceglieremo, di passare attraverso strade di campagna scassate, piene di buche, sassi, ostacoli vari e imprevedbili oppure su una comoda autostrada a sei corsie, dotata di una pavimentazione impeccabile?

Soprattutto, quali saranno le condizioni in cui si arriva, a seguito della scelta delle une o dell’altra? Si può scommettere che se un elettrone arriva in condizioni disastrate alla fase in cui è trasformato dall’altoparlante in energia meccanica, le differenze in termini di qualità sonora saranno ancora maggiori rispetto a quelle inerenti le condizioni in cui l’uomo di tutti i giorni si troverà a seguito di un viaggio su carrarecce o su arterie di grande comunicazione tenute in condizioni congrue.

Gli elettroni infatti, e in particolar modo quelli che fanno parte del segnale audio, apprezzano moltissimo l’essere coccolati. Lo dimostrano ogniqualvolta si rende il loro viaggio più fluido e meno stressante. Anzi, più lo si rende tale e più mettono in evidenza anche le differenze più sottili nel trattamento che gli riserviamo.

 

Trichord Dino

Il Dino è tra i preamplificatori phono più conosciuti e di ampia diffusione, soprattutto negl’impianti di categoria media e medio alta. Suo malgrado appartiene a quella generazione di scatolini oggi molto diffusa, non solo nella specifica categoria, che nella fattispecie sono il simbolo della sistematica sottovalutazione dell’appassionato medio nei confronti del pre phono. Oggetto che invece ha il rilievo più importante per il destino qualitativo di ogni sorgente analogica.

Scatolini, abbiamo detto, che comunque costano un bel po’ di soldi, soprattutto se si prende in considerazione la versione più raffinata, che impiega un alimentatore maggiorato, racchiuso in un telaio separato.

Oggi del resto c’è una sottovalutazione sistematica del valore della moneta, nel momento in cui il privato la spende per l’acquisto di beni, più che mai quelli di prima necessità, e il pagamento di tariffe. Al contrario la si ipervaluta in maniera drammatica nel momento in cui va a costituire il salario dei ceti subalterni.

Ecco allora che da un lato ci troviamo di fronte alla perdita del senso della misura un po’ in tutti i settori, prima e inevitabile conseguenza del passaggio da una moneta che è l’espressione diretta dell’economia di un qualsiasi  paese, a un’altra conformata a immagine e somiglianza delle esigenze mercatiste e speculative degli stati e dei ceti dominanti a livello politico ed economico nel continente di cui fa parte. Dall’altro invece ci troviamo di fronte al primo esempio di valuta a doppio corso. Trovata geniale per abbattere senza darlo a vedere il valore reale delle retribuzioni, con i sindacati che approvano genuflettendosi gioiosamente di fronte alla macelleria sociale eseguita dagli ex partiti di sinistra, ormai da decenni cooptati all’esecuzione in conto terzi delle politiche più oltranziste di estrema destra finanziaria.

Insieme alle retribuzioni crollano il potere d’acquisto e le condizioni di vita del più grande numero di persone. Nello stesso tempo si moltiplica di fatto il peso del prelievo fiscale pur se nominalmente resta inalterato. D’altronde il mondo della finanza speculativa esige di attrarre a sé una quota sempre maggiore della ricchezza prodotta, dato che in caso contrario utilizzerebbe i canali informativi che sono sotto il suo controllo, in pratica tutti per proclamare lo stato di crisi. Che poi ci si trovi in esso in modalità palesemente irreversibile da un numero di anni che non ha più equivalenti nella storia dell’economia mondiale, e quindi ci si trova in una condizione che non ha più nulla a che vedere coi tradizionali cicli economici, viene trascurato minuziosamente.

O meglio derubricato tra le varie e eventuali.

Del resto se si comprime a tal punto la domanda aggregata, ossia la richiesta di merci e servizi da parte del pubblico cui è stata sottratta ogni possibilità di spesa secondo la devastante dottrina austeritaria, a cos’altro si può pensare di andare incontro? L’unica allora è importare manodopera a costo zero, da ridurre in condizioni di schiavitù, che oggi è essenziale. Dato che con la pressione fiscale imposta dalla gabbia europea e i costi fissi elevatissimi propri della grande distribuzione organizzata, ormai controllata esclusivamente da società straniere che ne portano gli utili dove fa loro più comodo, solo con personale fatto lavorare sotto il sole implacabile in condizioni disumane, pagato in nero 10-20 euro al giorno e fatto dormire in baracche fatiscenti quando va bene, è possibile non andare in perdita e mantenere i prezzi delle derrate di prima necessità a un livello tale da non scatenare sommosse popolari.

Tutto questo, poi, lo si definisce accoglienza, a uso e consumo della massa lobotomizzata non più in grado di comprendere il reale significato dei vocaboli che le vengono inculcati a forza.

In un contesto simile, non c’è proprio nulla di strano che anche due schedine e un toroidale di medie dimensioni  chiusi in due contenitori in pura plastica siano diventati roba da ricchi, osannata come di consueto dal Coro Degli Entusiasti a Prescindere.

Evidentemente chi ne fa parte non si è mai dato la briga di guardare cosa ci fosse dentro. Non tanto a livello di componenti e di progettazione, che malgrado tutto ha i suoi lati buoni, ma in primo luogo a livello di realizzazione pratica.

Residui di flussante rimasti un po’ ovunque, ma soprattutto i cablaggi dell’alimentazione realizzati così a tirar via che i trefoli sbordanti da una piazzola, lasciati al loro destino, è un puro miracolo se non abbiano coausato un corto circuito con quella adiacente. Per accorgersi di cose simili, ovviamente, non è che ci voglia chissà quale genio, basta un minimo di praticaccia. O forse solo la voglia di osservare e riportare certe cose.

D’altronde l’analogico, insieme a tutto quel che ha di contorno, iniziando dal risveglio generato in tutto l’ambito della riproduzione sonora per via dell’effetto trascinamento innescatosi al suo seguito, è la scusa migliore per fissare prezzi che non hanno più alcun contatto con la realtà. E in sostanza pongono l’appassionato di fronte al dilemma se lasciarsi prendere o meno per il collo a tal punto.

Sempre in nome della passione per la musica e la sua riproduzione, s’intende.

Il dubbio è che malgrado la connotazione occidentale del marchio, la realizzazione pratica dell’oggetto sia delocalizzata nei luoghi in cui la produzione è estremamante conveniente. A dispetto del luogo comune, tuttavia, anche laggiù sanno lavorare bene: è solo questione di prezzo. Quanto descritto allora fa immaginare che  non solo si sia voluto risparmiare andando a produrre dove costa meno, ma si sia cercato di arrivare proprio all’osso, incappando per forza di cose in simili trascuratezze.

Una scelta del genere fa a pugni con il prezzo di vendita dell’oggetto ma tant’è. Lo stesso vale per le soluzioni a livello circuitale, con l’impiego di circuiti integrati negli stadi di guadagno. E’ vero che anche questa tipologia di componenti ha migliorato la propria qualità nel corso degli anni, ma con ogni probabilità l’impiego di stadi di amplificazione a componenti discreti avrebbe dato una spinta maggiore alla qualità sonora. Questi ultimi sono impiegati in una sezione intermedia della circuitazione, appunto preceduti e seguiti da integrati.

Per dirla tutta, anche il contenitore di plastica lascia perplessi. Sembra che oggi sia alquanto comune presentarsi sul mercato con prezzi al pubblico non proprio abbordabili pure affidandosi a soluzioni tanto dimesse. All’origine quei contenitori costeranno 2 o 3 euro l’uno.

Fino a che si tratta di elettroniche da 150-200 euro, scelte simili sono giustificate e anzi contribuiscono a tenere basso il prezzo di vendita. Ma quando si va così oltre, uno straccio di contenitore metallico vogliamo darlo o no?

Non è tanto una questione di aspetto, che in effetti è poco o nulla in linea con la collocazione del Dino nella fascia di appartenenza, quanto degli influssi che le caratteristiche meccaniche del contenitore hanno sulla sonorità dell’oggetto.

 

All’ascolto della versione standard

Come sempre le impressioni destate dall’utilizzo sul campo dipendono da una serie di variabili che possono giustificare valutazioni di qualsiasi tenore. In questo caso il Dino ha preso il posto di un pre phono di classe molto elevata come il Klimo Lar Gold Plus + Thor, all’interno di un impianto di selettività particolarmente elevata.

E’ giocoforza allora che al confronto si raffiguri fin quasi di un giocattolo e come tale non riesca a far altro che evidenziare una sonorità in linea con le sue prerogative. Le limitazioni in termini timbrici sono evidenti e così pure le conseguenze delle scelte fatte a livello circuitale. In particolare si nota la connotazione tipica dello stato solido attibuita al segnale audio, con intervalli dinamici in effetti caratterizzati da una discreta verve, ma allo stesso tempo dalla sonorità puntuta e segaligna tipica di uno stato solido lasciato un po’ al suo destino.

Intendiamoci, nei confronti degli stadi phono inclusi tipicamente nelle amplificazioni d’epoca, il Dino può rappresentare un buon passo in avanti. Ancora maggiore tuttavia è la sua lontananza dai preamplificatori phono costruiti con l’obiettivo di rendere per quanto possibile le doti dell’analogico nel loro concreto splendore.

Un elemento inoppugnabilmente positivo, però, il Dino lo ha messo in evidenza. Riguarda la capacità di abbinarsi anche a testine MC a bassissima uscita, nell’ordine di 0,1 mV, senza dar luogo a soffio evidente. Certo, non è in grado di porre nella sua piena evidenza il fascino di fonorivelatori siffatti, ma nello stesso tempo dimostra che ormai dei trasformatori che per tradizione si ritenevano obbligatori in frangenti simili, con tutte le loro conseguenze, sostanzialmente non c’è più bisogno.

In definitiva, nelle condizioni in cui viene consegnato, il Dino non è il tipico pre phono che susciti la voglia di ascoltare senza posa un LP dopo l’altro, soprattutto da parte di un utilizzatore che abbia potuto fare determinate esperienze.

 

Abarthizzare il Dino

Se nella sua versione più completa il Dino non costa certo poco, purtroppo i pre phono in grado di raggiungere i livelli di qualità sonora allineati con il miglior analogico sono molto più costosi di lui.

Per questo motivo se si è alla ricerca di un miglioramento concreto delle doti sonore, eseguire su di esso un’ottimizzazione può essere il metodo che offre i risultati migliori in raffronto all’impegno economico affrontato.

La fattibilità e la profondità dell’intervento che è possibile eseguire dipendono in primo luogo dagli spazi a disposizione all’interno del telaio.

Quelli forniti dai contenitori originali del Dino sono ridotti all’osso, motivo per cui la loro sostituzione è raccomandabile. In questo modo non si ricava solo lo spazio utile per componentistica di qualità superiore, aumentando il differenziale in termini sonori rispetto alla versione standard, ma si attribuisce un’ulteriore spinta alle doti timbriche proprio grazie all’impiego di telai di solidità maggiore.

Per il semplice motivo che anch’essi influiscono, in maniera tutt’altro che marginale, sulla sonorità di una qualsiasi apparecchiatura. Se poi li si cura in modo tale che possano sostenere al meglio le funzioni della sezione elettronica, già da tale intervento si ottiene un miglioramento sostanzioso, anche se, per assurdo, si lascia invariato tutto il resto.

In questo modo si attribuisce anche maggiore importanza all’elettronica per quel che riguarda l’assetto visivo, senz’altro più in linea con le sue prerogative tecniche e sonore.

Entrambi i telai sono stati interessati da un trattamento antirisonante esteso a tutte le superfici interne, scelta che trova poco o nullo riscontro nella produzione di serie, persino la più blasonata, malgrado gli effetti rimarchevoli sul comportamento della sezione elettronica indotti da accorgimenti di questo tipo.

L’intervento sul versante meccanico è stato completato dal montaggio delle schede di alimentazione, di segnale e del trasformatore su cuscinetti elastici. Anche qui ci troviamo di fronte a un accorgimento tralasciato in apparecchiature di costo molto elevato, che però ha dimostrato il suo influsso favorevole sulle doti sonore di una qualsiasi elettronica.

Per quanto riguarda gl’interventi osservabili dall’esterno, il cavetto striminzito destinato a portare la corrente d’alimentazione al telaio di segnale è stato sostituito con un esemplare di proporzioni acconce, realizzato artigianalmente, mentre il connettore di massa è stato posizionato in maniera più idonea, tale da non costringere il cavo proveniente dal giradischi a giri viziosi, a lungo andare potenzialmente dannosi per la sua integrità.

Un cavo di alimentazione esterno adeguato alle aumentate potenzialità dell’elettronica, sempre di realizzazione artigianale, è entrato a far parte della dotazione.

Dal momento che la circuitazione ha posto in evidenza caratteristiche di silenziosità inattesa persino nelle condizioni più stringenti, che in epoche passate sarebbero state semplicemente proibitive. si è deciso di non toccare i componenti attivi di segnale, primi responsabili di un comportamento definibile come lusinghiero sotto questo aspetto.

Gli interventi si sono concentrati quindi sulla componentistica passiva, fatta eccezione per lo stadio di alimentazione, in cui si sono sostituiti i ponti a diodi con altri dal comportamento più favorevole alle doti sonore. Ad essi sono stati affiancati nuovi condensatori di filtraggio, di dimensioni, capacità e voltaggio maggiorati, tali da supportare con maggior efficacia le richieste di energia degli stadi di segnale. Questo ha comportato l’impiego di una nuova scheda di supporto, dato che quella originale non avrebbe permesso l’impiego di componenti così voluminosi. Dal raddrizzatore fino al punto d’ingresso alla scheda preesistente sono state impiegate barre di rame pieno da 2 millimetri di diametro, per massimizzare il trasferimento d’energia. Di conseguenza anche il cablaggio di uscita della sezione di alimentazione è stato completamente rivisto, eliminando i cavetti fin troppo sottili presenti all’origine.

Nel telaio dedicato agli stadi di segnale l’intervento è stato ancora più approfondito, malgrado non si sia toccata la componentistica attiva. Quella passiva tuttavia è stata sostituita integralmente. I condensatori elettrolitici sono stati tutti rimpiazzati da esemplari appartenenti alla linea di rango maggiore di uno tra i produttori più in vista del settore. Essendo caratterizzati da una livrea dorata, hanno anche migliorato notevolmente il colpo d’occhio all’interno del telaio, per quello che può significare. In merito alle resistenze, quelle a strato metallico utilizzate dal costruttore sono state sostituite da altre a film di carbone, che già in altri interventi hanno dimostrato l’efficacia del loro influsso sulla qualità di riproduzione. In particolare si sono dimostrate capaci di rimuovere la sonorità tagliente e nello stesso tempo confusa e priva di dettaglio tipica degli esemplari di utilizzo comune, per dar luogo a una timbrica più fluida e rotonda, ma allo stesso tempo più dettagliata e profonda. Il loro costo non è indifferente, ma vale senz’altro la pena affrontarlo, dato il miglioramento più che sostanziale che hanno dimostrato di attribuire alle varie apparecchiature in cui fin qui le ho sperimentate.

Lo stadio di equalizzazione RIAA ha avuto anch’esso il suo tributo, tutt’altro che indifferente, con l’impiego di condensatori molto meno mediocri di quelli montati all’origine. Le dimensioni notevolmente maggiori di quelli utilizzati per quest’intervento di ottimizzazione hanno obbligato a un certo equilibrismo per poterli sistemare nelle piazzole adibite, ovviamente su misura dei componenti striminziti utilizzati dal costruttore.

Il cablaggio interno è stato rivisto integralmente anche per il telaio di segnale, sia per quel che riguarda l’alimentazione, sia per il segnale. La prima ha ricevuto un trattamento identico a quello già visto per il telaio ad essa adibito. Ingressi e uscite di segnale, invece, vantano ora cavi realizzati artigianalmente in argento solid core 4N.

Ultimo tocco, ma non per questo meno importante, un trattamento ionizzante atto a porre la componentistica nelle condizioni “ambientali” adatte a esprimere le proprie doti.

 

Il comportamento sul campo della versione ottimizzata

Il tanto lavoro necessario a portare a termine gl’interventi descritti fin qui ha aumentato ancor più le aspettative e la curiosità per quel che il Dino così rivisto avrebbe potuto dimostrare.

Come accade spesso in questi frangenti, sempre a dire la verità, i risultati ottenuti vanno ben oltre le attese: ogni volta si resta sorpresi di fronte al miglioramento verficatosi, che non s’immaginava potesse assumere certe proporzioni, malgrado l’esperienza accumulata per questo tipo d’interventi.

La sonorità rinunciataria del Dino è un ricordo lontano e anche l’impronta giocattolesca che non riesce a celare nei confronti di chi ha potuto fare determinate esperienze con elettroniche di rango è molto meno ovvia che in precedenza. Per meglio dire è del tutto scomparsa: ora il segnale in uscita dal Dino avvicina molto di più quello di pre phono di gran classe. Se lo si nascondesse dietro una tenda e si chiedesse a un appassionato quale sia la sua classe d’appartenenza e se si tratti di un valvolare o di uno stato solido, credo si riscontrerebbe più di qualche incertezza. Proprio perché il contenuto armonico, il senso di profondità della riproduzione, la nitidezza e l’assenza di asprezze sono tali da trarre in inganno.

Un altro miglioramento sostanziale si è evidenziato per quel che riguarda il dimensionamento del fronte sonoro, con le limitazioni della versione originale che hanno lasciato il posto a una scena molto ampia e ben distribuita, non solo in larghezza e altezza, ma anche in profondità. L’indagine sulla timbrica di voci e strumenti ora è eseguita con ben altra precisione, malgrado la sonorità generale abbia un’impostazione decisamente meno radiografica. Ne deriva un piacere d’ascolto parecchio maggiore rispetto alla situazione precedente, che finalmente rende giustizia anche all’analogico di classe.

Quanto ottenuto con l’intervento sul Trichord Dino descritto fin qui, approfondito ma tutto sommato conservativo dato che non si è toccata assolutamente la componentistica attiva dello stadio di segnale, dimostra ancora una volta che lavorando in modo opportuno su elettroniche che nella loro veste originale non possono nascondere più di tanto la loro indole rinunciataria, sia per qualità realizzativa generale che in termini di comportamento sul campo, se ne può ottenere qualcosa di radicalmente diverso. Al punto tale da non sembrare più nemmeno parente, per quanto alla lontana, dalla veste di partenza.

Dunque, per arrivare a certi livelli di qualità sonora non è detto si debba per forza ricorrere ad apparecchiature dai costi esagerati. Facendo le scelte giuste, a livello di apparecchiature di partenza, e poi intervendo su di esse nel modo che abbiamo visto, si possono ottenere risultati che vanno oltre le aspettative più rosee. Sotto diversi aspetti vanno anche oltre quel che è alla portata del prodotto industriale più blasonato, proprio perché malgrado i suoi costi è comunque privo di determinate soluzioni che tutte insieme concorrono a dar luogo a un comportamento sul campo inavvicinabile senza il loro appporto, in particolare per tutti gli aspetti riguardanti la raffinatezza di riproduzione.

 

 

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