Un commento emblematico -alias- l’uso spregiudicato del pretesto

Da poco è stato inviato un commento a un articolo che è in linea da circa un anno.

Poiché lo ritengo emblematico per una serie di elementi che stanno letteralmente dilagando nell’atteggiamento comune a una precisa fascia di individui, invece che confinarlo nella sezione commenti dell’articolo di competenza, in cui avrebbe avuto per forza di cose una visibilità limitata e come tale sarebbe stato fin quasi sprecato, ho pensato di dedicargli un articolo. Così da porre meglio in evidenza la pretestuosità delle motivazioni da cui muove, l’assenza di credibilità dei suoi contenuti e i toni da cui è pervaso, tali da renderlo sostanzialmente irricevibile.

Iniziamo col dire che il commento ha una singolare rassomiglianza con altri ricevuti tempo fa, rispettivamente per toni e contenuti. Stavolta è stato postato da qualcuno che si firma come “Alessandra Ickx”.

Leggiamolo.

Dopo aver ascoltato in fase di produzione (sono musicista e registro in proprio i miei lavori) le k240, non solo dissento totalmente da quanto scritto in questo articolo, ma mi viene anche il dubbio sulla competenza dell’autore in materia audio.
Suono piatto e distorsione scandalosa già a volume medio, se posso definire la qualità audio di queste cuffie, direi che suonano quasi come le radioline taiwanesi degli anni 80, quasi nel senso che quelle suonavano addirittura meglio.
Le ho restituite al venditore nel giro di 24 ore e sono tornata alle XXXX, che già sui modelli di fascia bassa come le kyz sono letteralmente un altro pianeta in fatto di restituzione della reale immagine sonora di quello che si sta facendo.
Se la produzione AKG è questa, mi meraviglio che il marchio sia ancora in piedi, e non sono l’unica ad aver avuto questa impressione, le migliaia di recensioni negative di clienti dicono la stessa cosa.
Pessime sotto ogni punto di vista tranne l’indossabilità, ed è questo il punto che da fastidio, un eccellente prodotto a livello di comfort, rovinato dai driver a dir poco scadenti.
Mi spiace dirlo ma quando si fa una recensione bisognerebbe avere almeno l’onestà intellettuale di dire una brutta verità piuttosto che belle bugie. Così si ingannano i potenziali acquirenti che cercano notizie in fase prima di comprare, e si promuovono prodotti scadenti.

 

In primo luogo lascia interdetti l’aggressività del commento, decisamente sopra le righe, che per esperienza ho imparato essere mirata in primo luogo al discredito del destinatario, in assenza di argomenti migliori allo scopo, servendosi del primo pretesto che capita a tiro.

Dei pretesti oggi si fa un vero e proprio abuso, al punto di costringere a rilevare che se chi vi ricorre con tanta frequenza utilizzasse per scopi più opportuni le proprie risorse mentali, dato che di intelletto in casi del genere è alquanto difficoltoso parlare, migliorerebbe di molto le proprie condizioni di vita e probabilmente anche quelle altrui.

Nell’analisi del commento necessaria a dargli una risposta, inizierei dalla fine, ossia da “Mi spiace dirlo ma quando si fa una recensione bisognerebbe avere almeno l’onestà intellettuale di dire una brutta verità piuttosto che belle bugie. Così si ingannano i potenziali acquirenti che cercano notizie in fase prima di comprare, e si promuovono prodotti scadenti“.

Diciamo per prima cosa che malgrado le sue parole, non sembra proprio che all’autrice del commento sia dispiaciuto scrivere certe cose. Per il semplice fatto che in caso contrario avrebbe usato ben altri toni.

Dunque quella formula ha tutta l’aria di essere un pretesto, ennesimo tra tutti quelli di cui è costellato il commento, dietro il quale si vorrebbero nascondere intenzioni che sono invece palesi. Già da questo primo elemento emerge la malafede di fondo, come sempre condita dall’inevitabile dose di codardia, alla base di atteggiamenti siffatti.

Per non parlare della pretesa di insegnare come si scrive a un redattore specializzato con decenni di esperienza alle spalle su periodici a diffusione nazionale. Il contatto con la realtà, questo sconosciuto…

La sua considerazione, poi, è proprio non pervenuta.

Più significativo tuttavia lo ritengo il fatto che la scrivente non sia stata prima di tutto in grado di comprendere che quell’articolo è qualcosa di molto diverso da una recensione. Infatti per mezzo del confronto tra le due cuffie è volto  a porre in evidenza una realtà generalmente sottaciuta dalla pubblicistica di settore, riguardante l’ingannevolezza delle impressioni d’ascolto qualora non si sia a conoscenza delle caratteristiche originarie del segnale riprodotto.

Infatti una delle due, la K 141, malgrado sia caratterizzata da una sonorità in apparenza meno gradevole dell’altra, nei fatti ha dimostrato di poter esprimere una timbrica più aderente all’evento reale, come da verifica effettuata eseguendo appositamente una serie di registrazioni.

Tutto questo è spiegato nell’articolo con grande chiarezza.

Quindi delle due l’una, o non lo si è letto, e malgrado ciò si lancia in cotanto sproloquio, o altrimenti pur avendolo letto non si è stati in grado di afferrarne il significato.

Quanto scritto nel commento, inoltre, dimostra che non si è riusciti a capire neppure il contesto in cui ci si trova e tantomeno con chi si ha a che fare. Cose delle quali si riterrebbe sia il caso di accertarsi prima di esprimere una qualsiasi valutazione, giusto per non esporsi al rischio di scrivere cose senza capo né coda.

Tutto questo ovviamente qualora il commento sia dettato dalla buona fede. In caso contrario tutto è lecito, ma a quel punto neppure avrebbe senso dare una risposta.

Comunque sia, la sua autrice non ha esitato a esprimere considerazioni poco generose riguardo alla mia competenza. A quale scopo non è dato sapere, se non a fini di delegittimazione o provocazione, visto che un atteggiamento simile difficilmente può trovare giustificazione in una eventuale divergenza di opinioni riguardo a una cuffia.

Ancora più curioso è che non si abbia notizia di rimostranze da parte della scrivente nei confronti di siti e riviste che parlano sempre e soltanto bene di tutto quanto viene sottoposto alla loro attenzione dagli acquirenti della pubblicità che ammanniscono a pagamento mese dopo mese, secondo un’attitudine che ormai non è solo proverbiale ma le ha fatte letteralmente sprofondare nel ridicolo, privandole di ogni residua credibilità.

Tutto questo senza contare il fatto che di valutazioni, o peggio raccomandazioni in quell’articolo non ce ne sono, dato che come abbiamo visto l’esempio dato dalle due cuffie è servito per porre in evidenza l’aspetto ingannevole di determinati assetti prestazionali, in assenza delle necessarie cognizioni inerenti le caratteristiche originarie del segnale che si va a riprodurre per il loro tramite.

Detto questo, salta agli occhi la mancanza di due elementi fondamentali: quelli che riguardano la considerazione che si riterrebbe necessaria verso chi non solo offre contenuti di tenore e profondità irreperibili altrove senza chiedere nulla in cambio, ma mette anche a disposizione gli spazi per esprimere eventuali valutazioni in merito, sobbarcandosene i costi di tasca propria.

Il trascurare così minuziosamente questo punto, dato che altrimenti il tono del commento ancorché critico nei confronti dello scritto in questione sarebbe stato ben altro, dimostra innanzitutto una lacuna fondamentale. Quella riguardante i criteri basilari dello stare al mondo e del menzionato contatto con la realtà.

Solo in tali condizioni, infatti, si può ritenere che tutto sia dovuto, forma mentale oggi purtroppo assai diffusa. Soprattutto tra quelli che un politico detestabile per l’azione distruttiva che ha promulgato e condotto nei confronti del livello di vita di milioni di persone appartenenti ai ceti subalterni, ha definito con sintesi magistrale “bamboccioni”.

Inutile dire che il commento non tenga conto alcuno che nell’articolo cui si riferisce, malgrado prenda in esame prodotti acquistabili da chiunque non sia rintracciabile alcun “consiglio per gli acquisti”, come quelli tipici della propaganda spacciata per informazione dalla pubblicistica di settore.

Basta leggersi l’articolo, assicurandosi di averne compreso il significato, per accorgersi che il suo scopo, lo ripeto ancora una volta, è tutt’altro: puntare l’attenzione degli appassionati non sulle qualità più o meno esplicite degli oggetti in questione, ma trarre un esempio dalle conseguenze pratiche del loro comportamento, per mostrare che quello in apparenza più gradevole da ascoltare risulta alla prova dei fatti meno fedele dell’altro nei confronti delle vere caratteristiche del segnale.

Elemento alquanto significativo in un contesto che si definisce di “alta fedeltà”.

Se non si è capito neppure questo come è possibile postare un commento di tenore simile, a partire dai canoni della buona fede?

Comunque, se il commento in questione ha un pregio, è quello di avermi dato la possibilità di sottolineare ancora che su Il Sito Della Passione Audio, malgrado la ristrettezza dei suoi mezzi, si toccano argomenti di cui la pseudo-informazione mainstream non immagina neppure l’esistenza.

Un fatterello come quello rappresentato dal commento ricevuto e quanto ne deriva non meriterebbero neppure l’accenno a certe cose, tuttavia mostra i sintomi tipici di quello che ormai è un male endemico della nostra società, l’analfabetismo funzionale. A dispetto della scolarizzazione di massa, secondo ricerche condotte di recente dall’Ocse colpirebbe circa la metà degli italiani. Altre statistiche effettuate in precedenza situano il dato addirittura a un 70% che ha dell’incredibile.

Per analfabetismo funzionale s’intende la condizione in cui si è in grado di leggere correttamente un testo ma non di  afferrarne il significato.

Sia pure a malincuore, questo sembrerebbe proprio il caso in questione, dato che al di là di quanto scritto nell’articolo è oltremodo evidente che Il Sito Della Passione Audio è quanto di più lontano dai distributori di pubblicità occulta in cui si danno “consigli per gli acquisti”, più o meno disinteressati che siano.

Credo che questo sia chiaro per chiunque possieda le minime capacità di comprensione. Oltretutto allo scopo non c’è neppure bisogno di andarsi a leggere gli articoli pubblicati, basta semplicemente scorrere i titoli incolonnati nella pagina di apertura.

Alla sua sommità è anche presente un riquadro in cui è descritta la mia attività pregressa. In esso si specifica con chiarezza che per circa 30 anni ha svolto l’attività di redattore per le principali riviste italiane di settore, che hanno pubblicato qualche centinaio di articoli da me firmati.

Salvo veder arrivare qualcuno che, tomo tomo, cacchio cacchio come direbbe la buonanima del Principe De Curtis, pretenderebbe di insegnarmi il mestiere.

E’ ovvio che ognuno è padrone delle proprie idee, a qualsiasi riguardo, ma desiderando esprimerle sulla base di dati di fatto verosimili, prima di sparare certi sfondoni sarebbe il caso di farsi qualche domanda, assicurandosi di aver compreso capito almeno dove ci si trova.

Eccoci di nuovo costretti a prendere atto della similitudine con cose non solo spiacevoli, ma di proporzioni che vanno ben oltre il commento in sé e le considerazioni in esso presenti. Il non tenere in alcun conto ogni informazione di origine esterna e null’altro al di fuori delle proprie convinzioni o delle valutazioni che si esprimono in prima persona assomiglia ai tratti della dissociazione e dell’autismo, che anch’essi vanno acquisendo purtroppo sempre maggior incidenza.

Inevitabile chiedersi poi a che titolo e a quale scopo si emettano determinati giudizi. Il dubbio, che sulla base di quanto rilevato fin qui diventa quasi una certezza, è che lo si faccia ancora una volta sulla base del pretesto, della provocazione e della vendetta, elementi conduttori comuni a una serie di questioncelle da miserabili avvenute casualmente negli ultimi tempi, il cui penoso squallore è tale da non renderle neppure degne di menzione.

Tranne per il fatto che, come sempre, il pesce puzza dalla testa.

Sempre per caso, nello stesso periodo si è avuta una recrudescenza dei cosiddetti attacchi di forza bruta volti a prendere il controllo del sito, arrivati al numero direi rilevante di circa 3000 ogni giorno.

Guarda un po’ le combinazioni…

Tornando alla scrivente, ha tenuto a qualificarsi fin dall’inizio come musicista, nonché dotata di una certa infarinatura di quelle che definisce “fasi di produzione”. A parte il fatto che se ci dedica con la dedizione necessaria all’escecuzione musicale il tempo che resta a disposizione per approfondire altre tematiche, sia pure affini, è alquanto scarso, non è spiegato se tali esperienze siano avvenute a livello professionale, con la conseguente attività di studio di registrazione, oppure  più semplicemente su base amatoriale, all’interno di quegli “studi” casalinghi oggi tanto diffusi.

Proprio le considerazioni legate al bisogno di consigli espresse nella parte finale del commento farebbero propendere per la seconda ipotesi. Anche perché se si possedesse appena un minimo di esperienza in un vero studio di registrazione, si saprebbe che in tal sede la K 141 è da tempo uno standard di fatto. Probabilmente per le motivazioni inerenti la capacità di restituire un equilibrio timbrico vicino a quello dell’esecuzione originaria, posta appunto in evidenza dell’articolo che si è voluto commentare in maniera tanto scomposta.

Dato che la K 240 assomiglia piuttosto da vicino alla 141, sia pure apparendo più piacevole, davvero non si vede su quali dati di fatto si possano esprimere valutazioni di tenore simile

Il paragone con le radioline Taiwanesi poi è un insulto. Non tanto al suo costruttore che ha spalle larghe abbastanza da sostenere ben altro da boutade tanto improbabili, quanto ai suoi numerosi possessori ed estimatori. Ma soprattutto alle capacità di raziocinio di chiunque si trovi a leggere un commento che denota anche la tendenza all’iperbole e all’irragionevolezza di fondo, per tacere del disinteresse totale per la verosimiglianza delle proprie asserzioni, tipica dell’immaturo. Profondamente convinto, come da prassi oggi diffusa, che tutti gli altri siano degli stupidi.

Se avessi scritto in un tema cose tanto poco credibili, il mio maestro di terza elementare mi avrebbe esposto al ludibrio dell’intera scolaresca, oltre a darmi un brutto voto. Oggi roba simile la si vede arrivare anche da persone maggiorenni, vaccinate e in possesso di ponderosi diplomi, che come tali pretendono di dare giudizi sull’operato altrui.

Così va il mondo.

Poi, che le cuffie in questione non siano ai vertici assoluti delle prestazioni, e ci mancherebbe dato il loro prezzo decisamente abbordabile, non credo sia una novità. In nessuna parte dell’articolo è scritto niente del genere, dato che il suo scopo non era il cantarne le lodi, come vorrebbe far credere subdolamente il commento in questione, palesandone ancora una volta la pretestuosità e la malafede, ma di puntare l’attenzione del lettore sugli aspetti già descritti e ripetuti.

Del tutto inverosimile poi è il resto delle asserzioni riguardo a quella cuffia, in cui si parla di “suono piatto e distorsione scandalosa già a medio volume“.

E’ ben noto, almeno da parte di chi abbia il minimo di competenza in questo settore, che la valutazione soggettiva del volume d’ascolto non è tanto legata al livello assoluto di pressione sonora, quanto alla distorsione percepita, che induce ad agire in attenuazione sul controllo di livello. Quindi parlare di “volume medio” non vuol dire assolutamente nulla. In primo luogo perché l’efficienza ben sopra la norma della K 141 mkII, associata al suo basso valore d’impedenza, fa si che anche nell’impiego di sorgenti dotate di uscite dalla tensione di uscita non particolarmente generosa possa esprimere valori di pressione sonora assolutamente ragguardevoli e senza tendenza alcuna alla distorsione. Anzi pone in evidenza una tenuta alle alte tensioni in ingresso senza la quale non avrebbe mai trovato la diffusione che ha conosciuto presso i veri studi di registrazione, un po’ in tutto il mondo. Dal canto suo la K 240 fa quasi altrettanto, con una sensibilità apparente non lontana da quella della 141.

In secondo luogo, se non si spiega in quali condizioni d’impiego si sarebbe verificata la “distorsione scandalosa già a medio volume“, è evidente che tale valutazione sia ancor più priva di fondamento. Anzi, fa sorgere il dubbio che siano proprio le condizioni in cui si è svolto l’ascolto e ancor più la mediocrità del segnale a partire dal quale è avvenuto a  causare le sensazioni descritte. Ammesso e non concesso che si siano verificate effettivamente, dato il ripetersi singolare degli elementi di pretestuosità e inverosimiglianza da cui è costellato un po’ tutto il commento.

In terzis, chiunque abbia un minimo di esperienza con le cose legate alla riproduzione sonora sa perfettamente che la valutazione soggettiva del livello nell’ascolto in cuffia viene sempre approssimata largamente per difetto. Proprio perché in quelle condizioni si tende a non accorgersi di essere sottoposti a pressioni acustiche particolarmente elevate. Motivo per cui tutti i costruttori di cuffie appongono sulle confezioni e sui manuali d’uso dei loro prodotti l’avvertenza di tenere sotto controllo tale parametro con la massima precauzione, dato che a lungo andare si potrebbero subirne danni all’apparato uditivo potenzialmente irreversibili.

Ancora, si è posta l’autrice del commento il dubbio che la cuffia pervenuta nelle sue mani potesse essere difettosa?

Infine, come chi è in possesso del minimo di esperienza sa benissimo, se riconoscere un difetto nella riproduzione sonora può essere piuttosto facile, non lo è assolutamente risalire alle sue cause effettive.

Un ulteriore elemento che suggerisce la scarsa dimestichezza della scivente con i diversi aspetti della riproduzione sonora riguarda il riferimento che ha fatto alla “restituzione della reale immagine sonora di quello che si sta facendo“.

Per immagine sonora s’intende notoriamente la ricostruzione spaziale della riproduzione in ambiente, sulla base dei parametri di ampiezza, altezza e profondità del fronte stereofonico, differenziazione al suo interno dei diversi piani sonori, attribuzione di dimensioni e contorni verosimili agli strumenti che prendono parte alla registrazione, capacità di renderne la presenza più o meno realistica all’interno dell’ambiente d’ascolto e così via.

Forse allora, invece di lanciarsi in chiassate del genere, sarebbe il caso di costruirsi prima il minimo di esperienza necessaria ad esprimersi almeno con il minimo di proprietà di linguaggio, ed eventualmente in seguito dare dei giudizi, per quali che siano, curando sempre di usare il condizionale e soprattutto evitando di mettere in discussione cose che in tutta evidenza non si conoscono ed altre che si dimostra di non essere in grado di comprendere.

L’esperienza necessaria la si costruisce nel corso degli anni, ascoltando anche e soprattutto dal vivo e cercando di capire le motivazioni alla base delle caratteristiche di quel che si percepisce e delle sensazioni che se ne ricavano. Ma più che mai stando a sentire quel che spiegano persone dal bagaglio tecnico e culturale maggiore del nostro. Vuoi per l’attività che hanno svolto, vuoi per le esperienze che hanno avuto modo di fare e infine per i risultati concreti che hanno ottenuto in prima persona. Cercando di comprenderne il significato e soprattutto di facendo tesoro di quell’insegnamento.

Oltre al resto è proprio grazie a questo che ho potuto svolgere per tanti anni la mia attività, retribuita. Trovandomi nelle condizioni di imparare le quattro cose che in seguito mi hanno permesso di comprendere, e poi di condividere con i veri appassionati, vari aspetti della riproduzione sonora pubblicati nel mio sito, come quelli illustrati nell’articolo in questione, ai quali in altre sedi non ci sogna di fare cenno alcuno. Preferendo appunto i “consigli per gli acquisti” che si è convinti di aver rintracciato nel mio articolo, ma dei quali in tutta evidenza non vi è traccia.

A questo riguardo uno dei problemi è che oggi troppi sono convinti di sapere e di aver già capito tutto. Mentre invece sono le loro stesse parole e posture a dimostrare che ancora non immaginano l’esistenza dell’abc.

In primo luogo riguardo alle regole minime dell’educazione, al rispetto dovuto a chi ci regala qualcosa senza chiedere nulla in cambio, tranne che di non essere essere apostrofato con simile protervia, e di conseguenza allo stare al mondo. In mancanza di tutto questo figuriamoci cosa si può capire di riproduzione sonora, trattandosi oltretutto di una materia estremamente complessa e della quale è noto forse solo il 5-10% dei fenomeni che la influenzano.

Ecco perché come in tanti altri settori è proprio chi sa di più a essere consapevole che non si arriva mai a saperne abbastanza e, malgrado tutta l’esperienza che si può accumulare nel corso di lunghi decenni di attività appassionata, resta ancora moltissimo o forse fin troppo da imparare.

Una volta pervenuti alla comprensione di tutto questo, fine per il quale occorre in primo luogo un livello di maturità che oggi diventa sempre meno diffuso, di lanciarsi in certe sparate, oltretutto adoperando toni siffatti, non passa proprio per l’anticamera del cervello. Innanzitutto perché, come già detto in precedenza, e in base all’evidenza del caso specifico, non ce ne sono i presupposti, e poi per due motivi ancora più semplici.

Il primo è che le variabili in grado di influenzare la percezione soggettiva delle caratteristiche proprie della riproduzione sonora sono tali e tante da rendere in pratica ogni esperienza al riguardo un caso a sé stante.

Il secondo è che proprio per questo motivo, la cosa più sbagliata che si può fare in quest’ambito è pretendere di fare della propria esperienza personale una legge valida in generale. Si tratta di un errore marchiano quanto comune, tipico in particolare di chi non ha maturato ancora l’esperienza necessaria in questo settore. Tuttavia viene reiterato a oltranza anche da certuni che vorrebbero passare per grandi esperti di settore, riuscendovi grazie al gioco di specchi operato dal sistema di (dis)informazione, al nepotismo che lo pervade e all’istinto che porta a incinarsi di fronte a potenti, anche se ex.

C’è poi un ultimo aspetto che quest’occasione mi dà modo di puntualizzare. Riguarda le convinzioni ingannevoli generate dall’attuale predominio del virtuale nei confronti della realtà concreta, della simulazione al computer rispetto all’azione e all’oggetto tangibile, in conseguenza del dilagare dell’informatica e del digitale che ha portato tanti, soprattutto nelle generazioni più giovani, a non essere in grado di distinguere il frutto della fantasia e della proiezione del proprio desiderio dall’oggettività materiale.

Le tecnologie di oggi mettono a disposizione praticamente di chiunque strumenti tali da far credere di poter fare o essere di tutto e di più. Si tratta ovviamente di una mera illusione, che si regge soltanto fino a che si resta nei confini del virtuale, per crollare nel momento in cui si va a trasferire tutto questo nel mondo reale, ma senza che di ciò ci si renda conto.

Proprio quello che il commento in questione pone in un’evidenza desolante.

Chiudo sottolineando come sia evidente che questo articolo non deriva assolutamente dall’intenzione di polemizzare con la mittente e il suo commento, anche se ve ne sarebbe ben donde. Data però l’inconsistenza di appunti così vistosamente e totalmente fuori luogo, la cosa non avrebbe senso alcuno.

Il suo scopo allora è di porre in evidenza le contraddizioni e i limiti insiti in un modo di fare deprecabile ma sempre più diffuso, nella speranza di indurre almeno chi può contare ancora su un minimo di contatto con il mondo reale a evitarlo per il futuro. In primo luogo per la considerazione che ciascuno dovrebbe avere nei confronti di sé stesso, per evitare di esporsi, oltretutto in pubblico, alla certe figure da bambino viziato.

Ancora una volta dunque si dimostra che se per scrivere corbellerie basta un istante, per illustrare i diversi aspetti che le rendono tali occorre un impiego ben maggiore di tempo e di risorse.

Del resto sono proprio i fanciulli capricciosi e non redarguiti per tempo ad avere l’abitudine di abusare del tempo e della pazienza altrui.

Oggi il mondo va così: si può solo osservarlo con rassegnazione, ma senza rinunciare a individuarne le contraddizioni, enormi, e le astrusità, ormai spinte oltre i limiti del paradosso.

 

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