Tutta colpa del bass reflex?

Come tutti gli altri, anche il mondo della riproduzione sonora ha i suoi luoghi comuni.

Tra i più frequentati, se non addirittura il più diffuso di tutti, c’è quello riguardante il bass reflex, accusato di ogni nefandezza. Qualche tempo fa, dagli spazi del gruppo social collegato alla testata con cui collabora, persino un giornalista di settore gli ha lanciato il suo anatema personale, chiedendosi perché mai tutti i diffusori in commercio non siano in sospensione pneumatica.

E’ noto che tanti appassionati rimpiangano i diffusori in cassa chiusa e ne cantino le lodi ogniqualvolta se ne presenti l’occasione, ma da qualcuno che in teoria dovrebbe possedere la competenza e l’esperienza necessarie a ricoprire determinati ruoli non ci si attenderebbero simili prese di posizione.

In un primo momento ho avuto il dubbio che stante la fase di lancio della pubblicazione per cui opera, il quesito fosse più che altro un modo per recuperare visibilità, senza andare troppo per il sottile sul come ottenerla. Un altro dubbio sta nella possibilità che non sia stata la preferenza nei confronti della sospensione pneumatica a far aprire quella discussione, quanto i problemi eventualmente incontrati a livello più o meno personale nella gestione di sistemi bass reflex. Nei confronti dei quali una tra le convinzioni più voga tra gli appassionati assicura che verrebbero risolti appunto con la sospensione pneumatica, ossia tornando alla realtà tecnica di una circa mezzo secolo fa.

Del resto le mode come quella che riguarda le apparecchiature vintage non nascono per caso.

 

Generalizzazioni senza senso

Storicamente i sistemi bass reflex si portano appresso una sorta di tara ereditaria, sulla base di motivazioni che oggi appaiono più immaginarie che reali. L’accusa nei loro confronti è di scarso controllo delle frequenze basse, in primo luogo da parte della stampa di settore, e trae la sua origine dai tempi in cui detti sistemi si calcolavano a occhio. Solo pochissimi progettisti, dotati di grande esperienza, erano in grado di dar vita a diffusori in bass reflex operanti secondo tutti i crismi.

Fin dagli anni 70 tuttavia, i parametri di Thiele e Small sono andati diffondendosi. Loro scopo il modellizzare il comportamento di un altoparlante inserito in un volume di carico aperto, secondo una serie di parametri ben precisi, così da renderne prevedibile il comportamento. In seguito il diffondersi delle procedure di progettazione e di calcolo computerizzate hanno reso quanto necessario allo scopo risolvibile nel giro di pochi istanti.

Chiunque abbia il minimo di dimestichezza con tali parametri, sa che il caricamento in bass reflex non è univoco, ma ne esistono varie tipologie, mediante le quali si può ottenere una risposta più o meno estesa verso le frequenze inferiori, un’attenuazione di risposta più o meno ripida al di sotto della frequenza di risonanza e uno smorzamento del sistema più o meno accentuato. Questo in funzione delle caratteristiche elettro-meccaniche dell’altoparlante utilizzato, delle dimensioni del volume di carico, della lunghezza e del diametro del condotto di accordo.

Giostrando opportunamente con tali parametri è possibile ottenere tipologie di comportamento molto diverse le une dalle altre. Ciò significa che attribuire una prerogativa univoca al comportamento del bass reflex in senso lato, per poi incolparlo di problemi che probabilmente hanno tutt’altra origine, è una generalizzazione del tutto fuori luogo, basata su una forma di sillogismo altrettanto inopportuna.

 

Il diffusore non è solo quello che ci viene raccontato

Spesso si attribuisce al diffusore la capacità di caratterizzare nel modo più incisivo la sonorità di un qualsiasi impianto. Come tale, lo si ritiene il componente più importante, secondo una visione anacronistica, oltreché errata. Anche questo è un retaggio dei tempi che furono, a favore del quale la pubblicistica di settore si è spesa ancora una volta senza risparmio.

A dimostrazione della capacità dei suoi addetti a comprendere la realtà di cui discettavano.

Tale concezione si è affermata in virtù del fatto che ai trasduttori, così definiti perché hanno il compito di trasformare l’energia di un tipo in un’altra, nella fattispecie quella elettrica in meccanica, viene attribuita la criticità maggiore. E poi anche perché a causa delle sue caratteristiche intrinseche, il diffusore influisce in maniera molto evidente sulla timbrica dell’emissione sonora. Parametro che però è soltanto il più elementare nel giudizio qualitativo che la riguarda, cui molti però attribuiscono un’importanza sproporzionata.

Se è vero che i diffusori in commercio sono caratterizzati da una varietà di prerogative timbriche particolarmente ampia, lo è ancora di più che il diffusore è il componente finale dell’impianto. Pertanto il suo comportamento non può che essere influenzato, in maniera pesante, da tutto quanto lo precede lungo il percorso del segnale.

Quindi la sonorità verificabile sul campo di un diffusore di qualità almeno media, è influenzata in primo luogo dalle caratteristiche del segnale presente ai suoi morsetti d’ingresso.

Aspetto questo storicamente trascurato, al punto che da tanti commenti che si leggono in giro, presso le fonti più disparate, si potrebbe trarre l’idea che il diffusore viva di vita propria. Cosa ovviamente non vera.

Tuttavia il luogo comune è talmente radicato che, ogniqualvolta ci si trova di fronte a problemi di controllo in gamma bassa, si va immediatamente a vedere se esista o meno un tubo di accordo, verifica a seguito della quale l’espertone di turno sale in cattedra e, con tanto di indice alzato ed espressione dottorale emette il suo verdetto, irrevocabile: tutta colpa del bass reflex.

Come può immaginare chiunque sia dotato del minimo senso delle proporzioni, e anche di una vista sufficientemente sviluppata da permettergli di osservare la presenza di un intero impianto a fianco, o meglio alle spalle del diffusore, riportare tutto alla presenza di un tubo ha ottime probabilità di essere un concetto del tubo.

Molti altri sono gli elementi che influenzano la sonorità di un diffusore alle basse frequenze e che non hanno a che fare con il sistema di caricamento. Anche se, essendo l’elemento più vistoso, è il primo a essere chiamato in causa, quasi sempre a sproposito.

 

Suona “meglio” chi suona più forte

Le cause cui si può attribuire il comportamento di un diffusore, sono numerose, in buona parte legate a quel che chiede il mercato, cui il costruttore si sente tenuto a rispondere positivamente, in base a regole non scritte che, come abbiamo detto tante volte sono le più rigide, proprio in quanto tali.

Infatti, se il costruttore intende proseguire la sua attività, tra le altre cose deve accontentare i desideri del pubblico. Oggi magari l’ascolto a confronto non è più diffuso come una volta, dato il rarefarsi dei dettaglianti presso i quali è possibile eseguirlo. Ben noto tuttavia è che in una situazione del genere il diffusore che suona più forte è regolarmente il preferito, e come tale ha ottime probabilità di essere acquistato.

Quindi ogni costruttore cerca di incrementare la sensibilità del diffusore, dotandolo della capacità di produrre le pressioni sonore più elevate che sia possibile con un dato livello di potenza.

In questo il bass reflex ha un vantaggio indubbio rispetto alla sospensione pneumatica. Si ripercuote non solo sulla scelta del compratore che prima dell’acquisto esegue diligentemente uno o più ascolti a confronto, ma anche sulla possibilità di utilizzare amplificatori meno potenti.

Nell’era di massimo splendore della sospensione pneumatica, la maggior parte dei diffusori emettevano 82-86 dB per un singolo watt, con i modelli di dimensioni maggiori che in qualche caso riuscivano ad arrivare a 87-88.

Con il diffondersi del bass reflex, quei valori sono aumentati in maniera considerevole. Oggi non è più inconsueto imbattersi in diffusori di taglia media capaci di produrre pressioni sonore nell’ordine dei 90 dB per watt o anche superiori. Se la differenza può sembrare poca cosa in termini numerici, va tenuto presente che per aumentare la pressione sonora di soli 3 dB è necessario un raddoppio della potenza erogata dall’amplificatore.

Pertanto, se si passa da un diffusore capace di una pressione sonora effettiva di 84 dB con un watt, valore tipico di un sospensione pneumatica di dimensioni adatte all’inserimento in un ambiente di dimensioni non troppo ampie, a uno che invece ne produce 90, significa che sarà sufficiente utilizzare un amplificatore di potenza pari a un quarto per ottenere lo stesso volume d’ascolto.

A vantaggio del contenimento della spesa, ma soprattutto della qualità sonora essendo ben noto, anche se oggi si tende a trascurarlo per i soliti motivi commerciali, che far suonare bene un amplificatore di potenza elevata è ben più costoso e difficile rispetto a uno di potenza contenuta. Tanto è vero che per molto tempo si è sostenuto, stavolta a ragione, che desiderando una qualità sonora impeccabile, la scelta di un amplificatore di piccola taglia ma ben realizzato fosse praticamente obbligatoria.

Oggi la situazione non è cambiata più di tanto, anzi quasi per nulla, ma siccome si ritiene necessario vendere gli amplificatori che permettano i margini più elevati, ossia i più costosi, che incidentalmente sono spesso quelli di potenza maggiore, di queste cose la pubblicistica allineata parla il meno possibile. Preferendo decantare le virtù estetiche e di possenza delle elettroniche per oligarchi.

 

La sensibilità si misura al primo watt. E poi?

Come noto, il valore di sensibilità di un diffusore viene rapportato per convenzione a 1 watt, o per meglio dire a 2,83 Volt in ingresso, che elevati al quadrato e divisi per l’impedenza nominale (8 ohm), danno appunto un watt e qualche spicciolo.

Già qui incontriamo la prima incongruenza, dato che 8 ohm rappresentano appunto il valore dell’impedenza nominale, cui la maggior parte dei diffusori viene parificata per convenzione, anche se il valore reale non solo può differire da esso, ma varia senza soluzione di continuità su tutto lo spettro di emissione. Questo significa da un lato che seppure il valore teorico è lo stesso, all’atto pratico due diffusori di uguale sensibilità possono suonare uno più forte dell’altro. Anche in funzione delle curve di sensibilità dell’udito umano in relazione alla frequenza.

A suo tempo sono state definite da Fletcher e Munson, anche se in realtà ognuno di noi ha una sua curva personale, in conseguenza delle proprie particolarità fisiologiche.

Sotto un altro aspetto, siamo di fronte a un ulteriore elemento che spiega per quale motivo le misure non sono soltanto prive di significato ma proprio ingannevoli. Troppe infatti sono le semplificazioni che si eseguono per non rendere la vita troppo difficile nella loro concettualizzazione e definizione, e in ultima analisi al fine di permettere l’esecuzione stessa del loro calcolo.

Proprio come nel caso dell’impedenza con cui ricavare il valore di sensibilità. Di fatto succede che prima ci si costringe a eseguire tali semplificazioni, poi un istante dopo si nega con sé stessi di averlo fatto, secondo il tipico meccanismo dell’auto-inganno orwelliano. Così da poter attribuire al numero ricavato nel modo che abbiamo visto una valenza inoppugnabile e soprattutto “scientifica”.

Parola che anche nel nostro settore riempie la bocca con efficacia rimarchevole e di conseguenza risulta favorevole alla costruzione dello schema mentale, a partire dal quale si perviene al possesso e all’utilizzo della cosiddetta mentalità a compartimenti stagni.

Come sempre però, tutto questo finisce regolarmente con lo scontrarsi con la testardaggine della realtà, la quale sembra appunto avere una sorta di fissazione nello smentire sistematicamente qualsiasi misura di laboratorio, nel momento in cui la si va a verificare sul piano concreto.

Uno psicologo la qualificherebbe senza indugio come sofferente di sindrome acuta a carattere ossessivo. Pertanto le prescriverebbe una bella cura, così che possa uniformarsi nel tempo più breve ai dettami e alle necessità dell’ideologia dominante.

Il punto però è un altro: si dice che il sistema a sospensione pneumatica sfrutti l’aria presente all’interno del volume di carico per smorzare il movimento della membrana. Quindi controllandolo nel modo più efficace.

Osservato da un altro punto di vista, che mi sembra più corretto, quel che fa è impedire il movimento lineare della membrana in funzione della tensione applicata alla bobina mobile cui è collegata meccanicamente.

Proprio perché man mano che il movimento dell’equipaggio mobile diviene più ampio, l’aria all’interno del cabinet va a opporre una forza sempre maggiore, in quanto viene sempre più compressa. Questo fa si che la regola del raddoppio di potenza necessario per incrementare la pressione sonora di 3 dB non sia più valida: la resistenza meccanica crescente opposta dall’aria presente all’interno del cabinet, che almeno in teoria è sigillato ermeticamente, man mano che il movimento della membrana diviene più ampio farà in modo che al primo raddoppio della potenza la pressione sonora aumenti non più di 3 dB, ma poniamo di 2,8, al raddoppio successivo di 2,3 dB e così via calando. Per arrivare fatalmente al momento in cui all’aumento della tensione presente al suo ingresso, l’altoparlante non reagirà praticamente più.

Ora, se si pone questo comportamento a confronto con il principio stesso di alta fedeltà, appare evidente che ne è l’esatta negazione, proprio perché per mezzo della sospensione pneumatica si attribuisce all’altoparlante un comportamento arbitrario, che non risponde più alle caratteristiche del segnale con cui viene pilotato, ma lo si rende in buona misura indipendente da esso.

In questo modo si realizza un sistema di massima efficacia ai fini dell’impedimento sistematico per l’altoparlante a svolgere il lavoro per il quale è stato inventato.

In altre parole, per mezzo della sospensione pneumatica si sottrae all’amplificatore la capacità, la possibilità e di conseguenza l’onere, di controllare la membrana dell’altoparlante, che quindi per alcuni parametri è resa indipendente dalle caratteristiche del segnale elettrico cui si suppone dovrebbe rispondere.

Se alla sua invenzione il comportamento che la caratterizza poteva avere una giustificazione nella realtà tecnica del momento, oggi le cose stanno in maniera del tutto diversa.

Col suo martellamento pluridecennale, la pubblicistica di settore ha imposto alle vittime della sua azione sistematica di riduzione a incapaci a fini di circonvenzione la sospensione pneumatica come un sistema assolutamente positivo. Al punto che persino il personale di vertice che opera al suo interno arriva a chiedersi pubblicamente per quale arcano motivo esista qualcosa che non funzioni secondo tale principio. Tuttavia, nel momento in cui lo si descrive non più mediante le solite convenzioni e le parole più condiscendenti, ma proprio per quello che fa in pratica, ci appare finalmente per ciò che è: la negazione stessa dell’alta fedeltà, criterio alla base della riproduzione sonora di qualità elevata.

Come vediamo, allora, l’uso accorto delle parole, o per meglio dire furbo e volto all’imposizione di interessi specifici, cambia di fatto la nostra percezione di quanto abbiamo di fronte, e persino il modo con cui osserviamo la realtà che ci circonda e ci rapportiamo con essa.

Portando addirittura chi s’immagina debba essere per forza di cose un grande esperto del settore riguardante la riproduzione sonora, a parteggiare apertamente per qualcosa che di fatto agisce da ostacolo alla concretizzazione di ciò su cui questa si basa.

Partendo dal bass reflex siamo arrivati dunque a comprendere l’efficacia devastante di semplificazioni, convenzioni e definizioni edulcorate nel sovvertire persino il nostro rapporto con la realtà dei fatti, piegandolo alle necessità del momento.

E’ altrettanto vero che un altoparlante caricato in bass reflex arriverà a un certo punto a non reagire più alle variazioni di potenza con cui lo si pilota, ma soprattutto in funzione delle caratteristiche fisico-meccaniche di bordo, centratore, bobina e traferro, responsabili primari delle capacità di escursione da parte della membrana. Accadimento che pertanto è di fatto spostato molto più in avanti.

Quelle stesse caratteristiche influenzano ovviamente anche l’altoparlante operante in sospensione pneumatica, andando ad aggiungersi agli effetti visti in precedenza, ne limitano ulteriormente le possibilità di escursione.

 

Perché la sospensione pneumatica “suona” più piano

Non avendo presenti i vari elementi che concorrono alla funzionalità di un diffusore, ci si potrebbe chiedere per quale motivo un diffusore caricato in sospensione pneumatica debba suonare più piano se pilotato con lo stesso numero di watt, esibendo quindi un valore di sensibiltà inferiore.

Limitando l’escursione della membrana nel modo che abbiamo visto, si ottiene innanzitutto di penalizzare il livello di pressione sonora, dipendente appunto dalla forza con cui l’aria di fronte all’altoparlante viene messa in movimento. Oltretutto la sospensione pneumatica è intrinsecamente inefficiente, proprio perché si limita a sfruttare l’energia prodotta dalla faccia anteriore della membrana, dato che quella posteriore viene utilizzata in massima parte ai fini della compressione dell’aria presente nel cabinet e comunque chiusa al suo interno.

Tale limitazione va a penalizzare non solo la pressione sonora, ma anche l’estensione verso le frequenze inferiori, rendendo necessario l’impiego di altoparlanti e di volumi di carico di dimensioni maggiori.

Un woofer di sensibilità inferiore influenza il progetto dell’intero diffusore e soprattutto l’allineamento con gli altoparlanti delle vie superiori. Essendo intrinsecamente più efficienti, anche in quanto chiamati a escursioni nettamente minori per riprodurre le frequenze di loro competenza, affinché siano nelle condizioni di produrre l’equilibrio irrinunciabile in un diffusore definibile ad alta fedeltà, occorre parzializzarne l’emissione. In primo luogo per mezzo di resistenze poste in serie al segnale, e poi con una serie di altre soluzioni proprie della rete di filtraggio.

Come sa benissimo chiunque abbia messo le mani su un crossover, così facendo le prerogative soniche dell’altoparlante vengono sensibilmente pregiudicate. Proprio perchè i componenti necessari allo scopo agiscono a tutti gli effetti da ostacoli posti sul percorso del segnale, come tali caratterizzati da un’efficacia considerevole nel ridurne la purezza. Che di seguito trova nell’altoparlante un interprete generalmente sollecito nel porre in evidenza le sue caratteristiche, per quali che siano.

Questo tra l’altro è il motivo per cui il crossover ha un’importanza fondamentale per la qualità sonora del diffusore. Se le sue caratteristiche sono inadeguate, anche l’impiego dell’altoparlante migliore e del volume di carico calcolato con la più grande precisione non serve a migliorare la situazione. Anzi l’andrà a peggiorare ulteriormente, proprio perché più l’altoparlante è di qualità e più riproduce fedelmente le caratteristiche del segnale presente ai suoi morsetti.

Dunque, non solo la sospensione pneumatica fa suonare ll diffusore più piano ma ha ottime probabilità di farlo suonare peggio. Non solo in gamma bassa ma su tutta la banda udibile. Condizioni a cui va ad aggiungersi l’ulteriore tara dovuta alla necessità di utilizzare un amplificatore di potenza doppia, tripla o più per ottenere lo stesso livello di pressione sonora, che come abbiamo visto in precedenza è facile suoni in maniera più tronfia e sgraziata rispetto a uno di potenza minore, oltre a costare di più.

Sulla base di quanto detto fin qui, è evidente che una parte non indifferente del miglioramento dell’impianto medio in termini di qualità sonora intervenuto negli ultimi decenni è da attribuirsi proprio alla diffusione del sistema di caricamento in bass reflex.

 

Mancanza di controllo o altro?

Per far suonare più forte un diffusore non c’è solo il ricorso al bass reflex. Si può ritenere di assicurarsi un vantaggio sensibile sotto questo aspetto limitando la quantità di materiale assorbente posto all’interno del volume di carico. Cosa che in effetti si vede fare sempre più spesso nei diffusori moderni, insieme alla preferenza per i materiali dalle capacità di coibentazione non particolarmente efficaci.

A parte il fatto che per una serie di motivi scelte simili possono causare risultati opposti rispetto a quelli che ci si attendono, più si lesina sull’assorbente e più si lascia campo libero alle risonanze che si creano per forza di cose all’interno del volume di carico, e persino a un vero e proprio rimbombo, specie nei volumi più grandi.

Elementi, questi, che con il segnale presente nella registrazione hanno ben poco a che fare. Nel momento in cui il volume di carico è in comunicazione diretta con l’esterno, proprio attraverso il tubo di accordo, non è difficile immaginare le conseguenze derivanti da scelte del genere.

In assenza di uno stacco netto nei confronti dell’emissione primaria, che anzi precede solo di pochissimo il materializzarsi di tali effetti, risulta molto difficile separare il grano dal loglio, quindi si tende a percepire il tutto come come un insieme unico. Tranne nel caso in cui si sia avuta la possibilità di verificare a fondo le prerogative soniche di un diffusore ben curato anche sotto il profilo della coibentazione interna.

Cosa che accade sempre più di rado, in quanto per i motivi analizzati in precedenza i costruttori ritengono di poter favorire il dato di sensibilità con l’impiego di simili scorciatoie. Che però hanno il difetto di produrre spesso effetti opposti a quelli desiderati.

Data l’assuefazione sempre più profonda alle caratteristiche soniche causate da scelte simili, non ci si rende più neppure conto di esse, anche perché una pietra di paragone rappresentata da diffusori che impieghino scelte differenti è fin quasi inesistente.

C’è poi un altro aspetto di grande importanza ai fini di questo discorso, che riguarda un elemento spesso trascurato. Ma soprattutto ingannevole, dato che per una somma di coincidenze anche quando si ritiene di averlo ben curato in realtà non lo è affatto.

Venendo meno il contributo della sospensione pneumatica riguardo al controllo per il movimento della membrana, o meglio eliminata la sua funzione inibente, esso sarà demandato in larga parte all’amplificatore.

Che quindi nel concreto non deve soltanto emettere il segnale audio nella potenza desiderata dal suo utilizzatore, ma gli viene attribuito per intero anche questo compito.

Per svolgerlo al meglio ha bisogno di energia. Quella necessaria ad accelerare e a fermare il cono, che ha una sua massa, in funzione del segnale audio.

Malgrado la propaganda e la mistificazione eseguite della pubblicistica di settore sul dato di potenza tendano ad accreditare l’idea che l’amplificatore possieda una sorta di energia propria, in realtà non può che prelevarla dalla rete di distribuzione elettrica.

Quella stessa pubblicistica non spiega mai che innanzitutto quel prelevamento è pari a un valore tra due e dieci volte la potenza erogata sul carico, fatti salvi i mefitici Classe D e assimilati, e poi che non può avvenire altro che per mezzo del cavo di alimentazione.

Ma se questo è il tipico 3×0,75 mmq o al massimo 3×1, malgrado le norme emanate pensando al comportamento di una lampadina o di un frigorifero dicano che è più che sufficiente per la potenza assorbita, in realtà le cose stanno in maniera del tutto diversa.

Infatti, utilizzando un cavo dalla sezione adeguata, il primo aspetto migliorativo che colpisce la nostra attenzione è proprio il controllo più efficace alle frequenze inferiori, oltre alla loro potenza ed estensione percettibilmente maggiori.

Come accenato poc’anzi, anche quando si è convinti di aver curato a sufficienza questo aspetto, in realtà non lo si è fatto per nulla o quasi. Proprio perché la stragrande maggioranza dei cavi speciali per alimentazione in commercio ha una sezione risicata. Soprattutto quelli venduti a prezzi umani.

Questo lo si verifica non solo nei confronti di un amplificatore, ma anche con un comune lettore CD, il cui assorbimento viene calcolato in una decina di watt, venti al massimo nei casi peggiori. Quindi s’immaginerebbe che anche un cavettino men che striminzito sia più che sufficiente alla sua alimentazione.

Tuttavia utilizzando un cavo di sezione generosa, che molti definirebbero esagerata, oltre al resto si apprezzerà anche in questo caso un comportamento alle basse frequenze nettamente più concreto e autorevole.

Motivo? L’hi-fi non è una lampadina. E neppure un frigorifero.

Quindi, prima di dare al bass reflex colpe che non ha, cerchiamo almeno di entrare nell’ordine di idee che ci permetta di dotare l’impianto che lo pilota di quanto necessario affinché possa funzionare come deve.

 

Cosa chiedere a un diffusore

La vera domanda da porsi, tuttavia, è cosa si desidera da un diffusore.

Vorremmo che riproduca con la massima precisione possibile il segnale che gli perviene dagli altri componenti dell’impianto, o invece preferiremmo che sia in grado non dico di eliminare i loro difetti, ma almeno di nasconderli in qualche modo?

E nel caso, riteniamo sia possibile realizzare un diffusore siffatto e che caratteristiche del genere non pretendano che sia data in cambio una contropartita, che magari potrebbe essere di entità superiore a quel presunto vantaggio?

Fermo restando che i diffusori sono in genere un componente passivo, e quindi in buona sostanza non possono far altro dal riprodurre quanto presente al loro ingresso, problemi compresi,  è evidente che il diffusore migliore è quello che ha la capacità di materializzare nel modo più accurato possibile le prerogative del segnale presente al suo ingresso.

Possiamo dire, anzi, che più alta è la qualità del diffusore e più riesce ad approfondire la sua indagine sul segnale con cui lo si pilota, senza eseguire aggiunte o sottrazioni di sorta.

Questo significa, lo ripetiamo ancora una volta, che più è valido e più sarà in grado di porre in evidenza eventuali difetti presenti nel segnale.

Pertanto non ha senso quello che fanno molti, ossia il completare sistemi composti da sorgenti e amplificazioni mediocri con diffusori di qualità molto elevata, proprio perché si ritiene il diffusore artefice primario della sonorità dell’impianto audio. Così facendo, invece, non si otterrà altro che porre sotto la luce migliore i difetti dei componenti che precedono il diffusore. Infatti non è stato ancora inventato quello capace di riprodurre solo ciò che desidera il suo possessore e c’è da dubitare lo sarà mai.

Per non parlare del fatto che la prima limitazione messa in luce dall’abbinamento di un amplificatore mediocre con un diffusore di vaglia sarà proprio la scarsa capacità di controllo alle frequenze inferiori.

Quindi prima di dare al bass reflex colpe che non ha, cerchiamo di comprendere almeno le regole basilari che riguardano la composizione di un impianto audio che suoni in maniera decente. Prima fra tutte, quella dell’equilibrio.

In secondo luogo occorre fare in modo che al diffusore pervenga un segnale il più possibile pulito ed esente da problemi, se si desidera una riproduzione di qualità. Questo presuppone che sia attribuita l’attenzione necessaria non solo alle apparecchiature che lo compongono, ma anche alle modalità di afflusso di energia nei loro confronti e a quelle inerenti il trasferimento del segnale audio dalle une alle altre.

Una volta che tali elementi siano curati nel modo opportuno, l’eventualità che si verifichino eventi tali da far attribuire la loro causa al bass reflex diverrà alquanto remota.

 

 

2 thoughts on “Tutta colpa del bass reflex?

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