Sono più buone le fettuccine fatte in casa o quelle del supermercato?

Cosa c’entrano le fettuccine con la riproduzione sonora? Nulla, almeno in apparenza. La domanda del titolo raffigura in maniera se vogliamo provocatoria un modo di vedere le cose alquanto comune nel settore di nostro interesse. O meglio, una forma mentale che si è fatto del tutto affinché venisse non solo accettata ma proprio introiettata dalla stragrande maggioranza degli appassionati. Di seguito ne analizziamo motivazioni e conseguenze.

Benché la sua funzione sia quella di rendere credibili agli occhi dei destinatari dei suoi messaggi anche le cose più inverosimili, la prima delle leggi non scritte della propaganda impone di riconoscere e avere sempre ben presenti i limiti propri e quelli inerenti i prodotti reclamizzati. Non fosse che per aggirarli nel modo più conveniente.

Si tratta di un elemento fondamentale per mantenere il minimo di credibilità necessaria affinché i messaggi pubblicitari non causino un totale e definitivo rifiuto da parte del pubblico. Il che in definitiva andrebbe a rendere del tutto inutile e addirittura controproducente promuovere un qualsiasi prodotto, e di conseguenza ridurrebbe alla fame chiunque si ostinasse a lavorare in quel settore.

Uno tra gli emblemi dell'inverosimiglianza dei messaggi pubblicitari. Qui addirittura si intendeva far passare il concetto che il fumo fosse perfettamente innocuo. Non potendo fare un'affermazione simile, che sarebbe equivalso a ad auto-condannarsi in qualsiasi contenzioso, si tentò di suggerirlo per via indiretta, Ossia facendo passare il concetto che le sigarette più diffuse tra i medici, categoria ovviamente attenta alla propria e altrui salute, fossero quelle di una precisa marca, che in quanto tale non poteva essere dannosa.
Uno tra gli emblemi dell’inverosimiglianza dei messaggi pubblicitari. Qui addirittura si intendeva far passare il concetto che il fumo fosse perfettamente innocuo. Non potendo fare un’affermazione simile, che sarebbe equivalso ad auto-condannarsi in qualsiasi contenzioso, si tentò di suggerirlo per via indiretta, il che può essere persino più convincente. Allo scopo si dichiarò che studi appositamente effettuati avevano dimostrato come le sigarette più diffuse tra i medici, categoria destinata alla salvaguardia della propria e altrui salute, fossero quelle di una precisa marca. Che proprio per questo non poteva essere dannosa.

Ecco perché le pubblicità della pasta all’uovo tendono a convincere che il prodotto divenga sempre più buono, malgrado l’evolversi dei processi industriali e dei mercati, nonché il continuo degenerare delle materie prime causino invece una realtà del tutto opposta.  A nessun pubblicitario infatti, nemmeno il più spregiudicato, verrebbe mai in mente di convincere le persone che le fettuccine prodotte industrialmente siano più buone di quelle fatte in casa.

In primo luogo perché sa perfettamente che le persone, di fronte a quella pretesa, scoppierebbero innanzitutto a ridere, rifiutando non di credere ma proprio di prendere in considerazione un discorso simile. E poi perché sa altrettanto bene che si tratterebbe di una menzogna troppo spudorata, che finirebbe presto o tardi con il ritorcersi su chi la diffonde.

Nell’ambito della riproduzione audio, invece, è stato fatto esattamente l’opposto. Non solo è stato detto che le fettuccine del supermercato sono molto più buone di quelle della mamma, ma si è addirittura tentato di imporre il concetto che tra di esse non possa esistere paragone alcuno.

Proprio l’insistere pervicacemente su cose simili è stato uno degli elementi che hanno condannato la pubblicistica di settore al fallimento. Non solo in termini economici e aziendali, per i quali c’è sempre rimedio come certuni sanno fin troppo bene, ma soprattutto perché a forza di diffondere concetti privi di riscontro nella realtà, una qualsiasi forma di comunicazione non può che pervenire all’irrilevanza. Ossia al porre la più pesante delle lapidi tombali sulla propria testa, che nulla più riuscirà a sollevare.

A tal punto si è arrivati nel modo usuale per i tecnocrati che di quei mezzi di comunicazione avevano il controllo. Da un lato attraverso la convinzione di essere i soli e insostituibili depositari del “pensiero scientifico”, e di conseguenza gli unici autorizzati a dispensarne le pretese “verità”. Dall’altro però, al fine di sostenere le proprie idee e soprattutto imporle quale dogma evangelico al “parco buoi” rappresentato dal pubblico pagante, non esitano a ricorrere ai metodi tipici del medioevo. Nella fattispecie mediante l’attribuire alla tecnologia che rappresenta la base del prodotto una funzione taumaturgica. O meglio ancora sciamanica, in base alla quale i “segreti” in possesso dell’industria che realizza le apparecchiature audio sarebbero una sorta di retaggio ancestrale. Patrimonio di una ristretta cerchia iniziatica, ai componenti della quale viene attribuita pretestuosamente un’immagine a metà tra quella di santoni, non a caso al riguardo si usa spesso la parola “guru”, e di adepti all’arte alchemica. Il tutto, naturalmente, mascherato dal paravento pseudoscientifico, ma in realtà fondato sul peggiore scientismo, di misure il cui aspetto più vistoso è dato dalla singolare capacità di dare sempre e comunque responsi del tutto opposti a quelli che si riscontrano nella realtà.

Per infondere a quanto fin qui descritto maggiore capacità di penetrazione, lo si è affiancato con le metodologie proprie della diffamazione e dell’intolleranza, che non va mai dimenticato sono l’origine della caccia alle streghe. Pratica che sottolinea ancor più la densità delle argomentazioni, l’attitudine al raziocinio e la coerenza in termini culturali, concettuali e comportamentali di quella sorta di oligarchia, convinta paradossalmente di essere al culmine dell’avanguardia e della modernità.

Secondo la concezione demenziale tipica di quei tecnocrati, chiunque non faccia parte della cerchia di cui sopra, nella quale si viene cooptati esclusivamente per loro graziosa indicazione, è un cantinaro, un praticone, un brucia-fusibili. In sostanza un pasticcione ma soprattutto un incapace, perché non è stato in grado di dare alla propria attività una dimensione industriale.

A questo punto vale la pena ricordare che la prima legge dell’industria, da cui deriva appunto quel che si definisce comunemente logica industriale, è il comprimere in qualunque modo i costi di produzione. Pertanto un qualsiasi componente che costi anche solo un centesimo in meno degli altri sarà sempre e comunque il preferito. Dato che moltiplicandolo su milioni di pezzi simili produrrà risparmi tutt’altro che disprezzabili. Se poi la ricerca incessante del risparmio andrà a scapito del suono delle apparecchiature, non ha nessuna importanza. Per quello ci sono i maggiordomi del settore, sempre pronti a decantare le prerogative di qualunque prodotto. Imponendo di conseguenza il concetto che gli ingredienti hanno poca importanza: quello che conta davvero è la raffinatezza e l’innovatività delle ricette.

Per comprendere quanto idee simili possano essere verosimili, torniamo per un istante all’esempio gastronomico.

Come si ottiene il piatto più gustoso, digeribile e salutare? Mediante una ricetta semplice ma consolidata come le fettuccine al ragù, facendole in casa con uova di galline che razzolano a terra, farina del contadino, carni e formaggio da allevamenti biologici? Oppure scegliendo la ricetta industriale più fantasiosa e arzigogolata, magari sempre a base di fettuccine, ma realizzata con uova industriali liofilizzate, farina di frumenti irrorati a glifosato e pesticidi vari, carne agli estrogeni da animali ridotti in condizioni di sofferenza estrema per massimizzare i profitti derivanti dal loro allevamento, pomodori OGM, per finire grattandoci sopra del parmesan, reggianito o peggio imitazioni cinesi a base di scarti delle lavorazioni del petrolio?

Certamente le fettuccine della mamma non hanno l’aspetto glamour e fin troppo leccato tipico dei piatti degli chef più in voga. Non ne hanno bisogno alcuno, in quanto eccellenti di per sé, innanzitutto ai fini della loro destinazione primaria, che è e resta quella di soddisfare il palato, poi lo stomaco e le necessità nutrizionali.

I piatti dei cuochi di grido, invece, sono sempre curatissimi in primo luogo per quel che riguarda la loro presentazione. In quanto tali puntano sostanzialmente a scopi che con le funzioni primarie del cibo non hanno molto a che vedere. A fronte di cotanto splendore formale, si rivelano spesso degli intrugli a base di accostamenti improbabili, concepiti soprattutto nell’urgenza di celebrare la propria immagine e la pretesa di creatività e maestria nell’arte culinaria, non certo per soddisfare il palato di chi deve mangiare roba simile. Che quindi viene di fatto sottoposto a un ricatto, stante nell’allinearsi alle scelte inappellabili e corporative di una casta superiore, sotto la minaccia che in caso contrario si farebbe la figura dello zotico, incapace di comprendere una simile raffinatezza. Non a caso piatti del genere si “degustano” in cornici ambientali ben precise, dense di personaggi indaffarati soprattutto a mettere in mostra il proprio status sociale e il pregiudizio nei confronti del prossimo da cui sono gravati. Esprimere in libertà le proprie considerazioni in ambienti del genere equivarrebbe a dimostrarsi inadeguati e non sufficientemente à la page.

Gli stessi principi si possono applicare all’elettronica: per quale motivo una circuitazione fantasiosa dovrebbe essere più efficace di una ben collaudata, in particolare nel lungo termine? Se poi la si realizza mediante componentistica acquistata un tanto al chilo, potrà suonare meglio di una che si avvale di ingredienti scelti con oculatezza, sulla base della qualità maggiore e ottimizzati sulle necessità del contesto in cui andrà a operare?

Eppure per decenni si è tentato di convincere gli appassionati, riuscendoci, che il piatto più succulento sia quello preparato nella maniera più vistosa ma a partire dagli ingredienti di costo minore, e si persiste a farlo tuttora.

In questo vediamo allora un ulteriore tentativo non di rifiuto ma di vero e proprio rovesciamento della realtà, eseguito sistematicamente al fine di indurre il pubblico a pensare e a comportarsi secondo una logica senza capo né coda. Ma che per certi interessi è la più confacente.

Il vero artigiano difficilmente può permettersi i lussi abituali per l’industria, come il farsi pubblicità sulle riviste di settore. Siccome queste campano proprio con i denari degli inserzionisti, è evidente che perseguano in primo luogo il proprio tornaconto economico.

Che poi questo non vada a favorire gli interessi degli appassionati, ossia di chi in ultima analisi è chiamato a finanziare tutto il sistema messo in piedi per ingannarlo, è solo un elemento marginale che si ritiene inevitabile.

Qui allora si va oltre lo stesso concetto di circonvenzione di incapaci. Proprio perché chiunque agisce a tal fine si limita ad approfittare di qualcuno che è già incapace per proprio conto. In certi ambienti, invece, si è fatto di tutto per ridurre persone che avrebbero capacità di comprensione più che sufficienti alla stregua di incapaci di intendere e di volere, per poi eseguire su di esse atti reiterati di circonvenzione.

Tra le due cose la differenza è sostanziale.

Per fare un altro esempio, su quali basi si può far credere che il vestito prodotto industrialmente sia più raffinato ed esclusivo di uno sartoriale? Oppure, come si può sostenere che il mobile dell’Ikea fatto di trucioli ricompressi sia più funzionale, appagante e durevole di uno realizzato da un bravo falegname?

Peraltro il settore della riproduzione sonora è fortemente caratterizzato dalla specificità dei bisogni di ciascun appassionato, in relazione a una serie quantomai ampia di variabili. Eppure invece di rivolgersi a chi è in grado di fornire una realizzazione pensata e tagliata su misura delle necessità di ognuno, si viene spinti a contentarsi del prodotto massificato, oltretutto venduto a prezzi folli come certificato dalla situazione attuale.

Ci si può sorprendere allora che la Sindrome Numero Uno degli appassionati di riproduzione audio sia l’eterna insoddisfazione, e che questa sia tanto maggiore quanti più soldi si sono spesi per l’impianto?

Mi sembra ovvio, se invece di capire una buona volta che devono farsi fare i loro abiti su misura dal sarto, insistono a credere in chi li consiglia di comperarne pre-confezionati, sperando poi di riuscire ad adattare le proprie esigenze alle loro caratteristiche o meglio limitazioni. Ancora una volta secondo la logica capovolta tipica dei tecnocrati, ai quali non rimane che l’arma del discredito nei confronti di chi intende basarsi su concetti di ben altra linearità e addentellato con la realtà, e per questo da costoro viene accusato sistematicamente di psicoreato.

Senza contare che il prodotto massificato è calcolato per forza di cose su quella che si presume essere la media degli utilizzatori potenziali, quando invece le esigenze tipiche della riproduzione sonora, vale la pena ripeterlo, soprattutto a certi livelli sono quanto di più personale possa esistere.

Allora cos’è che spinge la schiacciante maggioranza delle persone a preferire il prodotto massificato da quello realizzato su misura delle proprie esigenze?

Il marchio.

Termine oggi fuori moda, al quale si tende a preferire la dizione inglese di brand. Che riempe la bocca molto meglio e risulta ben più convincente anche per il cervello. Proprio perché le si può attribuire il significato più conveniente per l’immaginario di ciascuno, merito primario di qualsiasi lemma appartenente alla neolingua.

Il marchio ha fascino, ma soprattutto dà fiducia. Proprio come il formaggio della pubblicità, prodotto in fabbrica e quindi tarato per elezione sulla mediocrità, anche se proprio questo garantisce per assurdo che peggio di tanto non può essere.

Dunque il marchio è il vero fulcro del lavaggio del cervello eseguito sulle persone per decenni, azione che per forza di cose dà i suoi risultati. Certamente ha anche i suoi costi, ma tanto è il pubblico stesso che li va a coprire.

In campo audio ai marchi è stato attribuito il possesso delle ricette prodigiose atte a garantire che il loro prodotto sia sempre il migliore e il più avanzato, anche se la realtà è ben altra. Al momento attuale non solo è difficile poter dire qualcosa di nuovo, ma soprattutto i costi connessi alla ricerca necessaria e poi alla messa a punto rendono un metodo simile ben poco remunerativo.

Molto meglio invece affidarsi a quello su cui si guadagna di più, poi ci pensano una veste estetica sempre più attraente e la messa in scena che l’affianca a fare da richiamo. Facendo passare un prodotto peggiore di quello che lo ha preceduto, sempre in nome della logica industriale alla minima spesa e al massimo profitto, per qualcosa di nuovo e al massimo della perfezione.

Ecco perché nel corso del tempo all’estetica, o meglio alla cosmetica delle apparecchiature, è stato attribuito un ruolo sempre più preponderante. Mentre il marchio è stato innalzato a oggetto di culto, attorno al quale si svolge una vera e propria liturgia, con tanto di officianti.

A questo riguardo trovo particolarmente indovinate le parole di Roberto Pecchioli dedicate al Black Friday, caduto lo scorso fine settimana, e ai sistemi utilizzati per indurre le masse al consumo compulsivo. Meccanismo che nel settore della riproduzione sonora trova l’applicazione più efficace nel ciclo perenne di acquisto e rivendita tipico dell’appassionato, del suo rapporto con gli oggetti ad essa destinati e con i marchi da cui sono commercializzati. Tale sostituzione continua di apparecchiature con altre per forza di cose caratterizzate dagli stessi elementi di mediocrità, che magari si esplicano su piani diversi, non può che portare a risultati che in fin dei conti sono sempre gli stessi. Forse una volta ci saranno medi più presenti, un’altra bassi meno slabbrati e altrettanto finti, ma la mediocrità di fondo è destinata a restare inalterata. Per il semplice motivo che l’utilizzatore soddisfatto è quello che non compra più. Dunque, andando a sollecitare il suo istinto di possesso, gli si deve far credere che questa sarà per davvero la volta buona, pur sapendo già che così non può essere. Perché se trovasse davvero soddisfazione non tornerebbe più a spendere altro denaro.la ripresa è sempre per l'anno prossimo

E’ lo stesso discorso che riguarda la ripresa, rimandata di anno in anno o meglio assicurata per quello a venire. Ma che invece non arriverà mai, per il semplice motivo che la crisi economica nella quale siamo stati calati è artificiale. Creata appositamente per massimizzare l’efficienza della redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto, ancora lontana dall’aver prodotto i suoi esiti definitivi.

Ecco perché ora vogliono il beneplacito per rottamare una Costituzione nata coi suoi pesi e contrappesi per scongiurare il ripetersi della dittatura e delle devastazioni ad essa conseguenti, comprensibile anche a un alunno di seconda elementare. Hanno bisogno di sostituirla con quella illeggibile scritta dai figli dei papà bancarottieri, per fissare il quadro giuridico atto a legittimare sotto qualunque aspetto la depredazione dei più poveri a favore dei più ricchi.

Niente di meglio, allora, dal riportare qui di seguito l’articolo di Pecchioli in forma integrale, proprio perché descrive al meglio uno dei meccanismi preposti allo scopo, che come abbiamo detto colpisce in ampia misura anche gli appassionati di riproduzione sonora. In origine è stato pubblicato sul blog di Maurizio Blondet, raggiungibile all’indirizzo www.maurizioblondet.it.

 

BLACK FRIDAY – VENERDI SANTO ALLA ROVESCIA

Siamo uomini o consumatori?

Le peggiori sciocchezze destinate a trasformarsi in riti di massa arrivano dagli Stati Uniti e vengono inevitabilmente accolte con entusiasmo dai popoli assoggettati all’Impero, e da esso decerebrati. La religione del consumo, come ogni credenza, ha bisogno dei suoi riti per alimentare la devozione dei fedeli. Il cosiddetto Black Friday è la nuova festività del gregge globale dei consumatori compulsivi.  Il Venerdì Nero degli sconti generalizzati prenatalizi è l’imbarazzante anticipo del paradiso per il bestiame umano con carta di credito, homo consumens, e naturalmente, per sfuggire l’accusa di sessismo, foemina consumens.

Per un giorno, al suono della campanella di apertura dei santuari, pardon, degli outlet, degli ipermercati e dei magazzini di grande superficie, milioni di cani di Pavlov sbavano pregustando la gioia di acquistare qualcosa, qualsiasi cosa, con lo sconto, anzi a prezzi stracciati. Commessi e cassieri sono i chierici della nuova religione, ed il venerdì è nero, pensate, perché elimina i bilanci in rosso dei venditori. I giganti del commercio online, in testa Amazon, pretendono la loro parte, per cui iniziano i riti con qualche giorno di anticipo, una sorta di novena per gli adepti di questa surrettizia religione new age, l’età dell’Acquario & del Pos. La nuova fede si diffonde rapidamente come un’epidemia, molti sono i missionari ed i conversi, ed anche nelle più remote province dell’impero di Babilonia si può adorare  il nuovo Vitello d’Oro, il Dio Consumo, seconda persona della nuova Trinità, formata con il Denaro e la Merce. Simulacro del Paradiso è il Centro Commerciale, il pellegrinaggio giubilare è la coda con gli altri fedeli.

Il Vecchio Testamento sono gli scritti di Thorsten Veblen sui “consumi vistosi”, che garantiscono l’appartenenza, o l’apparenza, che è poi lo stesso, ai ceti affluenti, ipermoderni ed alla moda. I Vangeli sono i depliants distribuiti dalla Chiesa Consumista con la descrizione dei prodotti, i relativi codici a barre, le foto patinate, ritoccate al photoshop e gli sconti naturalmente, le nuove indulgenze del secolo XXI. Occorrerebbe, stavolta sì, un nuovo Lutero che smascherasse le simonie postmoderne, ed appendesse, all’ingresso di qualche centro commerciale, diciamo un Wal-Mart, le nuove tesi protestanti di Wittenberg.

Invece, prosegue a passo spedito la trasformazione della specie umana in animale d’allevamento in batteria, da soddisfare ormai con i soli circenses, il consumo compulsivo associato alle finte svendite, da conquistare sottraendolo al pane, antiquato e screditato gemello. Alcuni anni fa, chi scrive arrivò al lavoro con alcune ore di ritardo in quanto la stazione ferroviaria prossima ad un noto outlet era bloccata dalla polizia che fronteggiava una folla tumultuante per accaparrarsi  i primi posti di entrata al mercato, che davano diritto agli sconti più cospicui. Erano in vendita capi di vestiario “griffati” di alcune notissime marche, un’occasione imperdibile  per migliaia (!!!) di persone di ogni età e condizione.

Poco tempo dopo, si lesse, e vennero diffusi i video in rete, di un centro commerciale austriaco alla cui inaugurazione un certo numero di clienti sarebbero stati vestiti gratuitamente da capo a piedi se si fossero presentati nudi. Anche in quel caso, dovette intervenire la forza pubblica, non per rivestire gl’ignudi, ma per disciplinarne gli accessi ed impedire le risse tra i convenuti.

Torna in mente un vecchio film con Totò, “Siamo uomini o caporali”. In una scena, una lunghissima fila, povera ma dignitosa, attende con la tessera annonaria in mano di acquistare la razione alimentare del tempo di guerra. Totò cercava di superare la coda con vari pretesti, ed un controllore dall’aria ostile in camicia nera ( il “caporale” di turno), interpretato da Paolo Stoppa, tentava di mantenere l’ordine con le cattive e con qualche favoritismo. Quei poveri italiani di allora, tuttavia, erano in coda per il pane quotidiano. Le folle contemporanee di devoti del cretinismo consumistico sarebbero capaci di mettersi in fila per un farmaco salvavita, o magari per donare sangue in caso di bisogno? Ne dubitiamo, soprattutto per l’individualismo  grottesco e disgustoso di cui danno prova, la competitività incredibile per conquistare, affermare, rivendicare e difendere il proprio posto di preminenza nella fila, destinata a consegnare il portafogli o la carta di credito alla cassa in cambio di una spregevole eucarestia consumista.  Il cervello è stato già da tempo consegnato al sistema, anzi offerto in sacrificio al clero secolare della nuova religione, pubblicitari, operatori dei media, piazzisti di ogni risma.

I Borbone napoletani sostenevano che il popolo dovesse essere governato con le tre effe, feste, farina e forca. Reazionari e privi di fantasia, non immaginavano che, nel progredito evo postmoderno, i detentori del potere potessero direttamente guadagnare sulla fedeltà dei sudditi, felici di consegnare il portafogli per ostentare un abito con quel certo ologramma, una borsa munita di un segno distintivo, che, da solo, triplica o quadruplica il costo del “preziosissimo” prodotto, reliquia contemporanea confezionata in genere nel Terzo e Quarto Mondo presso aziende delocalizzate (perbacco, ecco perché non troviamo lavori stabili!) con materie prime e sistemi di produzione del tutto simili a quelle dell’odiata merce senza griffe, indegna persino dello sconto del Black Friday.

Il problema, anzi il dramma, è che il trucco funziona, e milioni di nostri contemporanei sono soddisfatti di godere dei finti sconti, senza domandarsi, ad esempio, dov’è l’imbroglio, se oggi ed in tempo di saldi, le cose costano la metà degli altri giorni.  Al cardinale Carrafa, cinque secoli fa, venne attribuito un detto che divenne popolarissimo “populus vult decipi, ergo decipiatur “, il popolo vuole essere ingannato, dunque, che sia ingannato. Niente di nuovo sotto il sole, è la sentenza di Qoelet, tranne un particolare importante. Solo nel tempo presente, il potere millanta ed assicura di essere tale per espressa, democratica e sovrana volontà popolare, salvo disprezzare la superstizione massima, il dogma dei dogmi, quello del suffragio popolare, se il popolaccio, magari reduce dalla festa di Halloween ed in attesa di partecipare alla benedetta coda per comprare l’ultimo inutile ritrovato del Mercato, si esprime in maniera difforme rispetto alle aspettative di Lorsignori.

Ridotti a macchine desideranti, uomini, mezzi uomini, omminicchi e quaquaraquà stanno disciplinatamente in fila sorvegliati dai caporali del sistema, ma talvolta sbagliano coda e corrono a comprare il prodotto “sbagliato”, sconsigliato ovvero, orrore massimo, sprovvisto di marchio. I vari Black Friday assolvono allo scopo di ricondurre le plebi alla seconda delle loro funzioni: dopo quella di produrre (a basso costo), consumare, possibilmente a debito. Poi si crepa, ma senza piantare grane, tanto è pronta una nuova fila, ed il marchio che acquisteranno al finto basso prezzo sarà, una volta di più, quello della Bestia, come sapeva l’evangelista Giovanni, portavoce di una religione tramontata.

Non di solo pane vive l’uomo, affermava il suo collega Matteo. E’ proprio così: la nuova religione offre un sacco di opportunità migliori. Basta consegnare cuore, cervello e, beninteso, portafogli, al Mefistofele dei nostri tempi. Si chiama Mercato, il suo Natale è la presentazione periodica dei nuovi prodotti, Fatima e Lourdes sono i centri commerciali , la Pasqua i ricorrenti Black Friday.

Venerdì Santo al contrario, la Bestia al potere.

 

 

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