Roma High Fidelity 2018

Questa edizione del Roma High Fidelity ha avuto il suo elemento di spicco maggiore nel numero degli espositori presenti, mai visto in precedenza. Chi è solito lamentarsi al riguardo, stavolta non ha proprio nulla da recriminare. Fermo restando che in una mostra a ingresso gratuito tutto quel che viene è regalato, per cui al massimo si può ringraziare.

A questo proposito, come ben sappiamo c’è sempre qualcuno convinto che tutto gli sia dovuto. Per questo non esita a mostrare la sua supponenza nei forum e nei gruppi social di settore. Staremo a vedere se persino stavolta ci sarà chi ha il coraggio di lamentarsi. Chi lo fa per abitudine, o meglio per partito preso, un qualche pretesto per dare sfogo alla sua attività prediletta riesce comunque a trovarlo.

Come sempre accade, però, la quantità non va d’accordo con la qualità. Così se di spunti per lustrarsi gli occhi ce ne sono stati numerosi, il senso dell’udito non è stato altrettanto soddisfatto. Dal mio punto di vista, almeno, di impianti che valesse davvero la pena di ascoltare non ce n’è stato neppure uno.

Questo a prescindere da considerazioni di prezzo. Di impianti costosi, molto costosi e fin troppo costosi ce n’erano diversi, cosa usuale del resto. Come accade sovente, i più gradevoli da ascoltare sono stati quelli meno pretenziosi. I motivi sono sempre gli stessi.

Date le premesse, credo che star li ad analizzare la sonorità che si è potuta ascoltare in ciascuno degli stand non solo si rivelerebbe fin troppo annoso, ma sarebbe soprattutto un girare il coltello nella piaga. Dato che soffrire invano non ha senso, vediamo quali sono le tendenze emerse dall’edizione appena conclusa di questa manifestazione.

In base a quanto appena detto, l’elemento di spicco maggiore penso riguardi l’aumento dell’offerta rivolta agli appassionati. Tendenza che del resto è già in atto da tempo. Resta da vedere se risponda effettivamente a un incremento della domanda da parte del pubblico o se invece sia dovuta soltanto a un diffondersi delle velleità di conquistarsi una posizione, per quanto marginale, nel grande mare del mercato inerente le apparecchiature destinate alla riproduzione sonora. E quindi rivesta in concreto funzioni puramente coreografiche.

Un tempo si diceva che un esercito non dovrebbe avere più comandanti che soldati semplici. Oggi però siamo arrivati anche a questo. Inutile chiedersi a cosa possa servire e se le risorse che assorbe, sempre più ingenti, abbiano una qualche giustificazione. Soprattutto in un contesto civile e sociale dal degrado dilagante, in conseguenza a decenni di iperliberismo forsennato e intollerante di qualsiasi limite, ferma restando la necessità di salvaguardare il diritto inalienabile all’autodeterminazione del popolo che abita una qualsiasi nazione.

Siccome ogni elemento di buon senso oggi viene osservato con un palese fastidio, e messo all’indice in nome del politicamente corretto, ci si rifiuta proprio di prendere in considerazione l’ipotesi che se un settore merceologico qualsiasi ha più fabbricanti che aspiranti compratori, ci dev’essere qualcosa che non quadra.

D’altronde un’offerta di prodotto tanto ridondante è tutta pubblicità potenziale. A livello di mezzi d’informazione, pertanto, chi è interessato agli introiti che ne conseguono almeno potenzialmente, non ha motivo di sollevare la questione.

Dai e dai la bolla si gonfia, fino a esplodere. Quanto più s’ingrandisce, tanto più il botto si sente forte e da lontano.

Chi stabilisce poi quali sono le realtà che hanno titolo e meriti necessari alla sopravvivenza e quelle che invece sono superflue? Il mercato, secondo le sue pretese ma inesistenti facoltà autoregolanti? Le loro conseguenze le conosciamo bene: marchi che hanno avuto un ruolo essenziale nel deprimere la stessa coscienza degli appassionati riguardo alla possibilità di ottenere sonorità accettabilmente simili a quelle dell’evento reale, hanno avuto il successo maggiore. Quelli che invece hanno avuto almeno l’ambizione di dire qualcosa di nuovo al riguardo, sono falliti.

Non voglio dire miseramente perché è una brutta parola, che oltretutto non rende giustizia agli sforzi tavolta enormi profusi dai loro artefici, ma nella sincerità che è il fondamento numero 1 della mia azione, non posso nascondere di averla pensata.

Quei pochi che si sono salvati da una fine tanto triste hanno dovuto scegliere se allinearsi ai parametri dominanti o finire nel dimenticatoio. Unica alternativa, assoggettarsi al controllo di gruppi più o meno potenti economicamente, che per prima cosa pongono termine alle politiche tecnico-commerciali più idealistiche, per sostituirle con quanto di più confacente a un rapido e sostanzioso ritorno commerciale.

Per poi gettare via il torsolo, come ci ha insegnato la statunitense AR già decenni orsono.

Quel ritorno lo si persegue puntando in primo luogo sull’immagine. Ovvero su campagne pubblicitarie di ampia risonanza, non di rado basate su argomentazioni miracolistiche, di pari passo all’attribuzione al prodotto di una veste estetica e di potenzialità tecnologiche ingannevoli ma spesso irresistibili agli occhi dell’appassionato.

Chi ha l’esperienza sufficiente, e quindi è in grado di riandare con la memoria agli anni 80 e 90 dello scorso secolo, ricorderà senz’altro che le apparecchiature erano molto più banali per quel che riguarda l’estetica. Nonostante la riproduzione sonora di alto livello qualitativo sia sempre stata roba per gente dalla buona capacità di spesa, l’ottenimento di determinati risultati era molto più alla portata del comune appassionato.  Magari si arrivava ad essi per gradi, un cambio dopo l’altro, ciascuno dei quali comportava un miglioramento sostanziale all’equilibrio del proprio impianto. Fatti salvi errori marchiani.

Oggi invece sembra essersi tutto trasformato in una sorta di vetrina sfavillante. Piena di fascino, per carità, con gli appassionati che malgrado tutto continuano a darsi appuntamento nei suoi pressi. Ridotti però a poter solo guardare da fuori, senza nemmeno più desiderare. In quanto sanno benissimo che i prezzi all’ordine del giorno sono del tutto fuori da ogni rapporto con le loro possibilità di spesa, presenti e future.

Dunque a una massa relativamente consistente di persone, ciascuna delle quali porta il proprio contributo al sostegno del settore con una certa regolarità, proprio perché invogliata da condizioni di concreta sostenibilità dell’acquisto, e relativa facilità di finalizzarlo a uno scopo altrettanto concreto, si dovrebbe sostituire uno sparuto numero di ottimati dalle capacità di spesa virtualmente illimitate. Spesso convinti che questa disponibilità attribuisca loro una sorta di onnipotenza e come tale li esoneri dal doversi costruire il minimo di esperienza, di sensibilità e di cultura necessario a comprendere la realtà dell’obiettivo che si prefiggono, ammesso riescano a farlo, prima ancora delle peculiarità del prodotto che li attrae.

Siccome roba simile non è in vendita, e neppure è mercificabile, la loro stessa mentalità rifiuta di attribuirvi una qualche importanza. O meglio non la prende in considerazione. Ma proprio in virtù dell’alta opinione che hanno di sé stessi, in funzione del successo economico ottenuto che li promuove a super-meritevoli secondo una visione calvinista ormai radicata anche nei popoli non di religione protestante, sono convinti di essere in grado di operare nel modo più corretto la propria scelta, effetuandola in base ai criteri che sono per loro più confacenti.

Ora si può affondare il pedale sulla cosmetica in maniera ancora più parossistica rispetto a quanto accaduto fin qui, alla ricerca dell’estremo incentivo all’accaparramento dello status symbol, ma che senso può avere?

Siamo sicuri di non aver trasformato oggetti che tempo dovevano servire a riprodurre suoni nella maniera più fedele e appagante possibile a qualcosa d’impiego e finalità più simili a quelli di un soprammobile?

Soprattutto, è ancora possibile riuscire a contemperare un elemento estetico portato all’eccesso, in particolare nell’ambito dei diffusori, con il livello di qualità sonora che si ritiene necessario in un prodotto che intenda fregiarsi non del tutto a sproposito della dizione “hi-end”?

Gli ottimati di cui sopra, appartenenenti alla cosiddetta super-classe che può permettersi determinate spese, quanta voglia avranno di mescolarsi con il popolino rumoroso e sudaticcio che affolla manifestazioni pur belle e interessanti come quella di cui stiamo parlando, costringendosi persino a respirare la sua stessa aria?

Ancora, per quanto tempo ci ostineremo a trascurare minuziosamente che se un prodotto ha un prezzo finito, per quale che sia, più si attribuisce peso alla cosmetica e più si è costretti a deprimere tutto il resto?

Da un’altro punto di vista, siamo sicuri che la qualità sonora interessi ancora qualcuno e che esista chi è in grado di riconoscerla?

Nel caso, questo qualcuno come dovrebbe arrivare a sviluppare tale capacità: per proprio conto in base a una sorta di ognun per sé e Iddio per tutti, oppure nel piccolo mondo della riproduzione sonora, che fa di tutto per diventare sempre più infimo arrivando ad estremi persino macchiettistici, qualcuno dovrebbe farsi carico della funzione per così dire propedeutica a favore delle capacità analitiche e di selezione da parte degli appassionati?

Posto che la pubblicistica di settore ha abdicato ormai da decenni a tale ruolo, ammesso e non concesso lo abbia mai annoverato tra i suoi scopi, impegnata com’è a perseguire unicamente il compiacimento dell’inserzionista, delle due l’una: o si abbandona il pubblico a sé stesso, così da potergli propinare qualsiasi ciofeca a prezzo inverosimile, oppure dovranno essere gli operatori di settore a comprendere prima o poi che la stessa sopravvivenza della riproduzione sonora di qualità elevata, e quindi la loro, non può che passare attraverso la crescita culturale della platea di fruitori potenziali cui si rivolge.

E’ da vedere poi con quali criteri andrebbe coltivata questa sorta di rinascita. Sulla base di chi riesce a produrre l’SPL maggiore, proponendo sonorità talmente tirate per i capelli che basta il passaggio più incisivo di una qualsiasi esecuzione per causare vistosi scadimenti timbrici, oppure proponendo sonorità che in nome dell’effetto speciale sono rese in maniera così tronfia e amorfa da perdere ogni addentellato con la minima parvenza di musicalità?

Se poi ci si aggiunge la scelta di brani che già di per sé nascono con un ideale del tutto scorrelato dalla realtà di un qualsiasi strumento musicale, e malgrado ciò sono tra i più diffusi e utilizzati dagli appassionati, forse si dovrebbe ripensare da cima a fondo il modello stesso con cui determinati oggetti vengono presentati al pubblico e in seguito li si usa.

Tantopiù che sono costati sforzi non indifferenti a livello di idee, progettazione, realizzazione e affinamento. Tutte cose che meritano rispetto, almeno da parte di chi le ha messe in campo in prima persona.

Sotto questo aspetto un occhio attento potrebbe rilevare elementi forse collaterali, ma altrettanto interessanti di quelli ritenuti più probanti, e tutto sommato legati a una sorta di casualità. Come i diffusori caratterizzati da un cabinet derivante da un finissimo lavoro d’intarsio poi finito e lucidato con attenzione certosina, pilotati da elettroniche di raffinatezza forse ancora maggiore. Per un costo complessivo che si ha timore persino a chiedere, salvo accorgersi che la connessione alla rete elettrica di tutto l’insieme è risolta con una ciabatta da supermercato del bricolage.

All’opposto, un sistema che a prima vista si direbbe più adatto a figurare nel salone di una di quelle ville abbattute di recente con grande clamore dei media, era dotato di accortezze come il sollevamento dal suolo dei cavi per i diffusori.

Come vediamo, allora, a essere talvolta inadeguato è lo stesso abito mentale di chi presenta oggetti di tale impegno. Non solo a livello economico ma anche e soprattutto in merito alla consapevolezza delle necessità da soddisfare affinché possano figurare al meglio.

Giacché siamo in ambito di paradossi, che anche in quest’occasione il nostro settore ha elargito con generosità direi commendevole, ce n’è un altro che mi è sembrato alquanto significativo. Esco da una sala in cui la superficie radiante dei trasduttori per la via bassa non è distante da quella di un piccolo ambiente domestico, e in cui ovviamente figurano anche sorgenti e amplificazioni di grande rilievo e costo almeno pari, per entrare quasi per caso in una nelle vicinanze. In essa operava un impianto dalle proporzioni lillipuziane, in assoluto e ancor più in relazione a quanto ascoltato in precedenza. Tuttavia, a fronte dell’esasperazione, della scarsa naturalezza e della propensione all’effetto speciale finanche gratuito della precedente, nel suo piccolo questo micro impianto dimostra di non essere proprio in grado di arrivare a simili astruserie. Quindi non t’investe con bassi strabordanti, e neppure sembra voler trascendere a medi gridati e altre simili piacevolezze. Il suo livello di pressione massima potrebbe essere in grado a malapena di avvicinarsi agli 85 dB, eppure si è lasciato ascoltare senza indurre a uscire all’istante dalla saletta.

Quello che superficialmente sembrerebbe un confronto improponibile, allora, vede esprimersi  in modo meno rovinoso quel che chiunque riterrebbe privo di speranze. Senza considerare i costi e la disponibilità di spazi necessari ad accogliere sistemi siffatti.

Sono convinto che a quanto descritto abbia contribuito non poco il brano che ciascuno era chiamato a riprodurre. Ma siccome i retrogradi come me, secondo un anacronismo inverosimile ritengono ancora che gli impianti audio dovrebbero servire in primo luogo a riprodurre musica, anche questo aspetto continua a far parte del gioco.

Dunque chi è in grado di scegliere i brani più indicati affinché il proprio impianto si esprima per quello che può dare,  nelle condizioni in cui si trova, riesce ad attribuirgli il necessario per figurare in maniera dignitosa e soprattutto meno deludente.

Proprio perché chi è piccolo incontra difficoltà oggettive pressoché insormontabili al combinare disastri troppo grandi.

Questo, ovviamente, se ci si ostina ancora ad ascoltare con le orecchie, invece che con gli occhi, coi numeri ingannevoli delle misure, coi prezzi di listino o mediante la targhetta che riporta il marchio del costruttore.

L’impianto piccolo o quantomeno senza grandi pretese, proprio perché è molto più facile da mettere a punto e quindi da far suonare in maniera decente è quello con cui si hanno più possibilità di fare bella figura. Come dimostra il resto delle impressioni elencate in questo resoconto.

Se realizzato e assemblato in maniera appena decente, un impianto di taglia contenuta non arriva a produrre i difetti marchiani che sistemi dalle proporzioni maggiori dispensano con la generosità loro consueta.

Certo, occorre metterli nelle condizioni di potersi esprimere, quindi si deve evitare innanzitutto di allestirli in sale dalle dimensioni troppo grandi dove la loro emissione si perderebbe. Una volta soddisfatto questo elemento di saggezza popolare, non si può dire che il resto venga da sé, ma ci s’imbarca in un’impresa meno complessa e densa di problemi.

Così facendo si deve rinunciare alle velleità insite nell’idea di vincere facile. Per accontentarsi della probabilità di fare una bella figura, magari di proporzioni ridotte. Che è sempre meglio di un disastro in formato XXL.

Il punto, semmai, è un altro: con l’impianto piccolo oggi non si guadagna abbastanza.

Specie se il valore di quel guadagno è espresso in una moneta che in generale ha fatto perdere il senso delle proporzioni, altrimenti non potrebbero chiederti 5 euro per una lampadina a incandescenza, e a più di qualcuno ha dato proprio alla testa. A spese di tutti gli altri, ovviamente.

In questo senso la lezione del Roma High Fidelity 2018 è stata emblematica. Degli impianti dimostrati nelle sale maggiori, quelle del piano -1, non ce n’è stato uno che non dico fosse in grado di mettere in evidenza prerogative anche lontanamente comparabili con il suo costo, ma proprio che non esibisse difetti tali da costringere a domandarsi se la riproduzione sonora a certi livelli abbia ancora un senso.

Ostinandosi a ragionare in termini di qualità sonora, mi si dovrebbe spiegare per quale motivo spendere somme tanto improbabili in cambio d’impianti dalle sonorità così platealmente sovraccariche di problemi, abbinati a un aspetto dal cattivo gusto altrettanto marchiano. Quando con somme inferiori di interi ordini di grandezza si può godere di una riproduzione naturale e a misura di appassionato, oltretutto per mezzo di oggetti che non sono un pugno nell’occhio.

Un altro elemento che ha trovato conferma nella manifestazione dello scorso fine settimana riguarda l’impressione che già mi ero fatto in passato, riguardante la proporzionalità inversa tra il numero degli impianti presenti e la qualità sonora ottenibile da ciascuno di essi.

Già nell’edizione di primavera della mostra concorrente, il Gran Galà, avevo potuto rilevare che rispetto all’anno prima il livello qualitativo medio delle sonorità emesse era calato, malgrado gl’impianti presenti fossero di rilievo superiore. Poi nell’edizione settembrina, con meno di 10 impianti presenti, suonavano tutti bene, per quale che fosse il loro costo.  Ora arriviamo qui, e insieme a tanti impianti troviamo di nuovo sonorità interlocutorie.

Vero è che più aumenta il loro numero è più l’impianto elettrico dei locali in cui si tiene la manifestazione è sottoposto a un sovraccarico per il quale probabilmente non è progettato. Credo però ci sia anche dell’altro, forse riguardante i disturbi emessi dalle alimentazioni delle apparecchiature da cui è composto ciascuno degli impianti presenti. Come noto esse non si limitano ad assorbire corrente, ma rilasciano anche una serie di disturbi di varia natura, i quali entrando in circolo non possono che andare a interferire sulle modalità operative e quindi sulla qualità sonora di tutti gli altri. Staremo a vedere la prossima volta che vi sarà una mostra con un numero limitato di espositori se queste impressioni saranno confermate.

Vediamo ora gli impianti che mi sono piaciuti o che almeno non mi sono del tutto spiaciuti. Come accennato in precedenza non sono stati molti e soprattutto nessuno mi ha convinto a fondo. Non solo in termini musicali ma anche per quanto riguarda la qualità sonora in relazione al costo e all’impegno del sistema nel suo insieme.

Questo ha sorpreso negativamente anche me, dato che la prima saletta in cui sono entrato al mio arrivo, quella di Soundissimo, mi ha impressionato in modo favorevole. Così da farmi pensare che se il buon giorno si vede dal mattino, dalla mia visita alla mostra avrei potuto ricavare più di qualche soddisfazione. Tale da permettermi di scrivere un commento nel suo insieme favorevole, cosa che fa sempre piacere.

Purtroppo poi le cose si sono messe nel modo che sapete, quindi prendiamole per come sono andate. Comunque sia è tutta esperienza, che in un modo o nell’altro troverà in futuro la maniera di farsi valere.

Nello stand Soundissimo operavano diffusori Jean Marie Renaud. L’impianto ha mostrato a tratti una sonorità forse più squillante del dovuto, ma nel complesso non è stato assolutamente male. Ancor più se si pensa alla scelta dei brani, effettuata più con un occhio al lato artistico che a quello tecnico della registrazione. Cosa che personalmente apprezzo parecchio. Proprio in quanto gl’impianti sono fatti per riprodurre musica vera e non quei dischi audiophile così artificiali, proprio perché fatti apposta per far suonare gl’impianti non dico bene ma di sicuro al meglio. Talmente poveri di contenuto artistico che dopo 30 secondi hanno stancato.

Altre salette dalla sonorità interessante erano quelle di Gradi e del costruttore ceco Xavian.

Nella prima operavano diffusori Harbeth, pilotati da un impianto dalle caratteristiche umane e da un giradischi Rega.

Xavian esponeva due coppie di diffusori che faceva suonare a turno, ancora una volta insieme a un impianto tutt’altro che esagerato.

Anche nella saletta in cui operavano i diffusori ATC è stato possibile ascoltare in maniera gradevole.

Tutto sommato l’impianto che ho apprezzato maggiormente è stato presentato dal marchio francese La Rosita, semi sconosciuto qui da noi, ma che immagino troverà in breve un suo seguito. Impiegava elettroniche valvolari e diffusori basati su un altoparlante a gamma estesa, completato da un super tweeter. La coerenza di emissione, la naturalezza e la capacità di conferire respiro alla riproduzione erano i suoi maggiori punti di forza.

Proprio la ricerca di evitare nei limiti del possibile il collo di bottiglia rappresentato dal crossover è stata una tra le tendenze che hanno caratterizzato più di qualcuno tra gl’impianti in dimostrazione. Cosa che da un lato mi fa piacere, dato che a livello personale è una scelta che ho iniziato a percorrere già da qualche anno, con risultati interessanti. Non solo per quanto mi riguarda, essendo noto che ogni scarrafone è bello a mamma sua, ma sulla base dei commenti degli appassionati che hanno ascoltato il mio impianto.

Scelte del genere purtroppo non sono replicabili a piacere ma presuppongono l’accettazione di un’altra serie di compromessi, in base all’adagio che se da un lato si guadagna c’è sempre qualche altro elemento su cui va ceduto qualcosa. La fattispecie del Roma High Fidelity 2018 credo abbia suggerito ancora una volta che una soluzione del genere permette all’altoparlante che ne gode di esprimere al meglio le caratteristiche del segnale presente ai suoi morsetti. Ma se per caso il segnale è gravato da problemi, o comunque non si trova nelle condizioni migliori, quel vantaggio che s’immaginava a portata di mano fa presto a trasformarsi in un pesante randello che ci colpisce tra capo e collo.

Del resto non mi stancherò mai di ripetere che il diffusore fa in larga parte quel che gli dicono i componenti a monte. Quindi se non gli si dà da mangiare nel modo giusto, più è alta la sua qualità e più gli sarà facile mettere in luce gli elementi meno graditi del menu che gli si offre.

Un altro impianto che si è fatto ascoltare con piacere è quello allestito da Norma. Sia che vadano bene, sia che vadano male le mostre cui presenzia, sempre in termini di qualità sonora complessiva, coi suoi impianti Enrico Rossi riesce a esprimere timbriche gradevoli con regolarità sostanziale. A testimoniare le qualità dei suoi prodotti, che personalmente ho sempre apprezzato. Questa volta nel suo stand operavano diffusori ancora una volta francesi, gli Atlantis, che lui stesso ha definito dimenticati. Personalmente non li avevo mai sentiti neppure nominare.

Purtroppo  le cose degne di nota, a livello di qualità sonora si fermano qui, almeno per quanto mi riguarda. Indicativo rilevare ancora una volta che le sale più grandi sono state quelle in cui s’incontravano le sonorità peggiori, anche per via della difficoltà concreta di trattarle acusticamente. Magari quando erano riempite di visitatori almeno parzialmente, il problema si presentava in maniera meno evidente, ma se per caso vi si entrava nei momenti di affollamento scarso o nullo, le penalizzazioni risultanti erano evidenti.

Un altro peccato è stata la presenza del giradischi Audiosilente solo in forma statica. Il Blackstone avrebbe senz’altro meritato di essere ascoltato dagli appassionati convenuti, trattandosi di una tra le macchine più interessanti e musicali in assoluto nell’ambito delle sorgenti analogiche. Speriamo in una prossima volta.

Diamo spazio a qualche altra curiosità, riguardante ancora l’analogico. La prima riguarda la macchina lavadischi a ultrasuoni in funzione nello stande Audiomarketing. Chi voleva poteva portare un LP da pulire, gratuitamente, in modo da poter valutare al meglio le doti del prodotto.

Nella saletta Audiokit operava invece il giradischi Mag-Lev a levitazione magnetica, tra le novità più interessanti del settore, quantomeno a livello di modalità funzionale.

 

Chiudiamo in bellezza con il finale KR Audio, presente nella saletta Morel, ma purtroppo in forma statica. Valvole del genere avrebbero meritato senz’altro un ascolto.

Per questa volta è tutto, appuntamento alla prossima edizione.

 

 

4 thoughts on “Roma High Fidelity 2018

  1. Capitato per casualità su questo articolo. Il fortuito è uno dei pochi veri piaceri rimasti ad un essere umano oramai. Appagante e suggestivo leggere chi, come te, parlando di audio finisce col descrivere così bene anche la società in cui viviamo. Solo complimenti e ammirazione.

    1. Ciao Mauro,
      grazie per l’attenzione e per i complimenti.
      Ci sarebbero tante cose da dire sull’argomento che forse è meglio lasciar perdere.
      Intanto godiamoci i piccoli piaceri che ci sono rimasti, come l’ascolto della musica che ci piace nelle condizioni ragionevomente migliori: E forse ancor più la ricerca dei mille modi possibili per migliorare quelle condizioni, con il nostro impegno personale. Credo che allo scopo sia fondamentale e soprattutto costituisca buona parte del divertimento, almeno per il mio modo di vedere le cose.
      Se non altro per rendere un po’ meno passiva la funzione dell’ascoltatore e per acquisire un po’ più di consapevolezza sul funzionamento dell’intero meccanismo, che altrimenti ci resterebbe preclusa.
      Poi, col tempo, una alla volta quelle cose troveremo il modo di affrontarle, non soltanto per analizzarle, nei limiti poderosi delle nostre capacità, ma anche per inquadrarle e metterle in prospettiva in un contesto più ampio, così da renderle più proficue per la nostra esperienza di vita e quindi utili per migliorare il rapporto con quanto ci circonda.
      Spero allora che questo articolo susciti in te la curiosità di leggerne anche qualcun altro e che alla fine tu divenga un frequentatore assiduo di questo sito, che purtroppo non riesco a curare quanto vorrei, per mancanza di tempo e un po’ anche di energie.
      Grazie ancora e a presto, almeno spero. 🙂

  2. Ciao Claudio, come sempre l’esposizione e le descrizioni degli eventi a cui partecipi sono sempre puntuali ed implacabili.
    Condivido in pieno quanto da te espresso sulla manifestazione. Tanti espositori, tanti impianti importanti, tanti marchi blasonati, ma purtroppo poca cura nella presentazione estetica degli eventi.
    Estetica intesa come qualità nell’assemblaggio degli impianti e nell’esposizione di una sonorità adeguata al costo richiesto per entrare in possesso di simili sistemi.
    Gli impianti piccoli risultavano perlomeno decenti. I sistemi definiti hi-end non solo sono apparsi – a sommesso parere dello scrivente – inadeguati e non in grado di rispettare i parametri fondamentali dell’ascolto di musica riprodotta, ma si sono spinti oltre.
    L’unico impianto degno di nota è stato presentato dal marchio “La Rosita”.
    Non è un caso che si sia distinto. Tu conosci bene le mie idee in proposito.
    Peccato solo per le elettroniche che non sono state in grado di valorizzare completamente simili oggetti.
    Credo inoltre che un simile modo di esporre il proprio credo, piaccia solo a noi ed a qualche altra mosca bianca.
    Un abbraccio

    1. Ciao Giuseppe e grazie per il commento.
      Una testimonianza, la tua, che mi trova completamente d’accordo.
      Hai completato come meglio non si sarebbe potuto il mio resoconto.
      Quindi non posso far altro che ringraziarti ancora una volta e mandare anche a te un grosso abbraccio.

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