Roma Hi-Fidelity 2017

Dall’edizione 2017 del Roma High Fidelity ci si attendeva in primo luogo la conferma per le premesse di quella passata, svoltasi per la prima volta nella nuova sede del Mercure Hotel.

Le incertezze tipiche dell’esordio in una locazione diversa da quella storica sembrano del tutto superate. Lo si capiva già arrivando in zona: se l’anno scorso parcheggiare vicinissimo all’ingresso è stato un attimo, questa volta ho dovuto faticare ben di più, nonostante il mio arrivo sia avvenuto in un’ora tutt’altro che di punta per l’afflusso dei visitatori.

Quattro passi a piedi non fanno male, sono stati anzi piacevoli in una giornata tiepida e assolata come quella di sabato 18 novembre.

La prima impressione è stata confermata dai cartelloni esposti all’ingresso: l’elenco degli espositori era ben più nutrito rispetto all’edizione precedente. Credo che stavolta proprio nessuno potrà lamentarsi per l’offerta di “attrazioni” dedicate agli appassionati di riproduzione sonora.

 

A metà mattina del sabato il pubblico era già numeroso, al punto che entrare in alcune salette si è rivelato problematico. Quindi nel momento in cui sto redigendo queste note, alcune ora prima della chiusura della manifestazione, si può anticipare già un bilancio decisamente positivo, senza tema di smentite.

Quantomeno a livello di espositori, per numero e qualità, e per la risposta degli appassionati, che hanno presenziato numerosi. Possiamo dire allora di aver avuto una mostra finalmente all’altezza del pubblico dell’Italia centro-sud.

 

Se l’offerta di spunti d’interesse è stata ragguardevole, purtroppo non si può dire altrettanto per le doti sonore messe in evidenza da numerosi tra gli impianti esposti. La cosa si è rivelata evidente fin dalla prima saletta che ho visitato, a partire come al solito dal piano inferiore.

Già l’anno scorso i problemi derivanti da una tensione di rete insufficiente si erano messi in evidenza. Quest’anno si sono dimostrati forse peggiori, e non di poco, proprio per via del più ampio numero di espositori presenti e di impianti di grande complessità, con amplificatori di potenza elevata. Il loro assorbimento ha ottime probabilità di essere andato ben oltre le possibilità della rete di distribuzione dell’energia presente all’interno delle sale.

Gran parte degli impianti presenti al piano -1 ha messo in evidenza una mediosità di suono del tutto scorrelata da quanto sarebbe lecito attendersi, e ottenere da sistemi di simile rilevanza, per non parlare dei costi.

Dal momento che non è ipotizzabile che gli impianti ivi presenti siano stati colpiti da una sorta di malattia endemica, e tantomeno che lo siano stati i loro costruttori e conduttori, è probabile che al di là delle difficoltà tipiche di un evento del genere, in cui un qualsiasi impianto è difficile che riesca a mettere in luce le sue vere doti con completezza apprezzabile, in quella zona deve esserci stato qualcosa che non andava.

Non a caso, gli strumenti da cui sono equipaggiate alcune delle apparecchiature esposte hanno dato il loro responso, impietoso: 195 Volt e anche meno. Con una tensione di alimentazione di quasi il 20% inferiore a quella nominale, per forza di cose miracoli non se ne possono fare.

Per contro le salette poste ai livelli superiori, magari servite da un ramo diverso della rete generale, e forse sottoposto a un carico meno gravoso, non sono sembrate altrettanto afflitte da questo problema. In media suonavano in maniera più equilibrata e completa. Come sempre ci sono state alcune eccezioni, ma l’impressione è stata proprio che fossero gli impianti esposti al piano -1, oltrettutto i più ambiziosi, a porre in evidenza le carenze maggiori.

 

In giro per le salette

Per prima cosa diciamo che, come sempre, le impressioni destate in occasioni simili sono strettamente dipendenti dal momento in cui si visita ogni stand e da quanto è riprodotto in quel preciso istante. Se si capita in una saletta mente suona un disco dalle caratteristiche inadeguate alle caratterische migliori dell’impianto installato, non si potranno che trarre le valutazioni conseguenti. In casi simili si torna di solito a distanza di un’ora o due per vedere se nel frattempo le cose siano cambiate, il che purtroppo non sempre avviene.

Un’altra abitudine che ritengo poco raccomandabile è quella di immergere le salette nella penombra. Forse così facendo si ritiene di favorire le doti di concentrazione dei visitatori sul senso dell’udito. E’ anche vero però che se un impianto suona come deve, è in grado di farlo e dimostrarlo anche con un’illuminazione ambientale che non sia da catacomba.

Anzi, l’eccedere in tal senso suscita il dubbio che si cerchi di portare in qualche modo i visitatori a esprimere giudizi che in altre condizioni potrebbero essere diversi. Poi si sa, le brutte abitudini sono spesso quelle che si diffondono più in fretta e in maniera più capillare.

Dopo questo nutrito pistolotto di lamentele, cerchiamo di partire con qualcosa che sia valso la pena di ascoltare: come al solito la saletta Capecci è stata tra le migliori della manifestazione.

Forse quest’anno in maniera meno palese del solito, anche per via dei problemi appena descritti, e magari per una scelta della disposizione al suo interno, per impianto e spazi dedicati ai visitatori non so dire quanto efficaci. In ogni caso le caratteristiche di musicalità, naturalezza e realismo dei prodotti dell’artigiano laziale hanno trovato il modo di mettersi in grande evidenza. Quest’anno oltretutto c’era una novità interessante, riguardante una coppia di diffusori da piedistallo che come al solito hanno messo in luce doti sonore di grande rilievo, o meglio ben oltre le aspettative che possono essere riposte in un sistema dalle caratteristiche simili.

Impiegano un woofer di 18 cm, se non ricordo male, e un’unità medioalti a nastro.

Questa sala è stata tra le poche a salvarsi, in larga parte, dalle conseguenze dell’epidemia da sottoalimentazione verificatasi nella zona in cui era posizionata.

 

Proseguendo la mia visita sono capitato nella saletta Tecnofuturo. Proprio nel momento si faceva riferimento al prezzo ragguardevole della sorgente digitale, con un seguito palpabile per compiacimento e meraviglia degli astanti. A mio personalissimo avviso ci si sarebbe potuti chiedere invece come mai a fronte di oggetti di simile caratura la sonorità dell’impianto non sembrasse caratterizzata da altrettanta generosità per gli aspetti sonici necessari a spingerla decisamente oltre la media.

I diffusori esposti viceversa meritano un plauso, almeno per il coraggio con il quale sono state deliberate le loro tinte: un azzurro-sala da bagno e l’arancione-sala giochi per infanti ai miei occhi appaiono come un azzardo per oggetti di simile ingombro, oltretutto dal costo tutt’altro che indifferente.

 

Per fortuna mi sono potuto rifare gli occhi subito dopo, con la consueta sfilata di registratori a bobine esposta da The recorder man, ancora una volta purtroppo solo in versione statica. Poterne ascoltare in azione almeno qualcuno sarebbe interessante e aggiungerebbe ulteriore interesse a una mostra già di per sé tutt’altro che carente di motivi di richiamo.

 

Andando avanti sono arrivato nella sala in cui erano esposti i diffusori Elac. Dato che stavolta l’ambiente era di dimensioni maggiori, la scelta non è ricaduta sui modelli da piedistallo che l’anno scorso hanno destato impressioni lusinghiere per la completezza della loro timbrica, ma su esemplari da pavimento. I risultati purtroppo sono stati meno interessanti, forse anche per via dei problemi di alimentazione descritti più sopra.

 

Nei pressi c’era anche la saletta di Nightingale, che per l’occasione ha offerto sconti ragguardevoli sulla sua produzione valvolare. Purtroppo il livello di emissione non ha permesso di apprezzare fino in fondo le doti delle elettroniche e dei diffusori esposti da parte di uno dei nomi storici della high end nazionale. Non che sia un assertore degli impianti sfonda orecchie, tutt’altro, ma in casi del genere qualche dB di pressione sonora in più contribuirebbe ad affermare doti sonore tutt’altro che manchevoli.

 

Manifestazioni come il Roma Hi-Fidelity sono interessanti non solo per il giro d’orizzonte che permettono di compiere, ma anche per mettere alla prova alcune tra le convinzioni maturate con la propria esperienza. Personalmente non sono mai stato un grande appassionato dei diffusori a tromba: trovo che le aberrazioni da cui sono gravati fisiologicamente siano del tutto incompatibili con una riproduzione sonora degna di rilievo, e dotata della verosimiglianza necessaria. Oltretutto è da decenni che sono venute meno le condizioni limitative che ne decretarono la diffusione. Purtroppo anche stavolta ho avuto riconferma per le mie impressioni, tuttavia a distanza di tanti anni resto ancora in attesa di un esemplare di questa tipologia che riesca a farmi cambiare idea. Non dispero che ciò possa accadere una prossima volta.

 

 

Dopo queste peripezie sono giunto al grande salone in cui erano esposti dischi, accessori e parecchio altro. Come sempre era molto affollato, ma aveva un ulteriore motivo di grande interesse. Vi era esposto il bellissimo giradischi in grafite Audiosilente, frutto della grande passione di Simone Lucchetti, recentemente messo alla berlina da chi dopo tanti anni ancora non è riuscito a costruirsi le capacità necessarie a esprimere un giudizio che non sia campato in aria o peggio.

Peccato che la macchina fosse esposta in condizioni tali da non permettere di saggiarne le doti sonore, che personalmente ho potuto valutare di recente per via di certe disavventure, sulle quali non vale la pena soffermarsi.

Un oggetto di livello simile meriterebbe di essere messo nelle condizioni di esprimere il suo potenziale. So che non è facile, ma di sicuro desterebbe grande interesse in un gran numero di appassionati. Chissà che per il futuro non si riesca a organizzare qualcosa al riguardo, proprio su questo spazio.

Purtroppo le condizioni di luce difficili, oltre al colore nero su sfondo nero, non hanno permesso di dare alle sue doti visive l’evidenza che meritano. Speriamo di poterci rifare presto anche sotto questo aspetto.

 

Nella gran quantità di supporti fonografici di ogni genere e tipologia, nel salone era disponibile un’ampia scelta di vinili “audiophile”, ai quali mi piace dedicare un’immagine.

 

Senza che me ne accorgessi si era fatta l’ora dell’aperitivo, momento in cui sono arrivato nello stand Opera – Unison. In esso, oltre alla presenza del progettista Mario Bon c’era anche Mr. Nasta a fare da anfitrione, ruolo in cui ha sempre dimostrato capacità ragguardevoli, con una scelta di vini e stuzzichini decisamente apprezzata. Mi sono limitato ad assaggiare giusto due dita scarse del corposo bianco appena stappato, per fare onore a tanta ospitalità, che fortunatamente non ho dovuto affrontare a stomaco vuoto.

Allo stand in questione va il primo premio per l’ospitalità per questa edizione della manifestazione.

A dire il vero, fin quando mi sono trattenuto in questa saletta, non ho potuto apprezzare sonorità particolarmente degne di rilievo da parte dell’impianto in funzione. Anzi ha dimostrato un equilibrio alquanto carente eppure a tratti fastidioso sul medio alto. In parte si può attribuire ai problemi di alimentazione cui si è già fatto riferimento, ma forse anche a scelte non felicissime per i suoi componenti, anche in relazione all’ambiente d’ascolto. Speriamo di poter avere a breve termine una smentita riguardo a queste impressioni.

 

Lo stand di Hifi D’Agostini ha dimostrato anche stavolta un’attenzione maggiore per taluni elementi di contorno che non per la musicalità dell’impianto esposto, malgrado i costi dei suoi componenti fossero tutt’altro che indifferenti. A questo punto non so se sia possibile attendersi molto di più. Anche se, come nei confronti di chiunque altro, sono pronto a prendere atto di qualsiasi elemento confacente a rivedere la mia valutazione.

 

Eccomi quindi arrivato allo stand più esasperatamente curato per gli elementi scenici, coreografici e ambientali di tutta la manifestazione. Ancora una volta immerso più che nella penombra in un’oscurità quasi totale, a dispetto di tanta accuratezza per gli elementi collaterali, la sonorità che vi si poteva apprezzare non era così entusiasmante.

Intendiamoci, non è che l’impianto suonasse proprio male, ma con un simile dispendo di mezzi si dovrebbero raggiungere risultati di ben altro rilievo. In caso contrario si manca il loro scopo. A questi livelli non basta la voce suadente di una cantante resa con una certa grazia e neppure l’assenza di gravi fastidi, peraltro apprezzabile: se si mette in campo una simile “force de frappe” si deve andare ben oltre. Altrimenti si finisce col dare ragione a chi critica tutto quanto vada oltre l’anonimato e la mediocrità. Tantopiù quando ci si espone al confronto diretto con catene molto meno pretenziose e dimostrate con ben altra modestia e umiltà, ma che alla resa dei conti hanno messo in evidenza prerogative di godibilità ben maggiori.

Come sempre insomma, presunzione, larga disponibilità di risorse e volontà di strafare, abbinate peraltro a un gusto estetico discutibile, hanno dimostrato ancora una volta di non essere gli ingredienti più indicati per arrivare a risultati in linea con le premesse.

E’ proprio quando si parte con l’idea di “vincere facile” che si va incontro a sorprese poco gradite. Nelle scorse edizioni le salette della manifestazione romana hanno già dato ampia dimostrazione di questa realtà, che ha avuto un’ulteriore riprova.

Anche in questo caso tuttavia va tenuto conto della riserva stante nella tensione insufficiente a disposizione.

 

Kingsound ha dimostrato i suoi diffusori di maggior pregio, elettrostatici, obiettivamente apprezzabili sotto l’aspetto timbrico e della naturalezza. Purtroppo però hanno messo in evidenza il limite più evidente per questa tipologia di sistemi, stante nelle dimensioni esagerate della fonte sonora che impedisce una riproposizione corretta dell’immagine e l’attribuzione di proprorzioni verosimili a voci e strumenti. Nel complesso, tuttavia, la sonorità di questo stand era tutt’altro che sgradevole.

 

Di seguito c’era il grande stand di Technics, in cui spiccava la presenza delle sue amplificazioni attuali, tutte in Classe D. Anche in questo caso ho avuto la conferma delle impressioni al riguardo che mi sono formato nel corso del tempo. Sebbene abbia potenzialità considerevoli è ormai da parecchio tempo, i suoi esordi risalgono a qualche decennio fa, che non riesce a materializzarle nel modo dovuto. Il suono dei due impianti presenti nello stand era duro, spigoloso e dal basso solido ma particolarmente innaturale.

L’unica eccezione riguardo alle caratteristiche sonore delle amplificazioni in Classe D, per quel che mi riguarda è arrivata tempo fa da un esemplare che però non era presente alla manifestazione. Un vero peccato.

Finisce così la visita al piano -1, che a parte qualche eccezione si è rivelato piuttosto deludente.

 

Le salette dei piani superiori

Gli stand dei piani superiori hanno messo in luce complessivamente risultati migliori, sia pure con le dovute eccezioni, malgrado gli impianti esposti avessero quasi sempre minori velleità e ambizioni da assoluto.

Diamo la precedenza a quello dell’organizzatore della mostra, Stefano Zaini, che ha esposto un impianto caratterizzato dalla presenza dei suoi diffusori più recenti, dotati di woofer di grandi dimensioni su pannello aperto e di un altoparlante larga banda per le frequenze medie e tweeter apparentemente a nastro. Il suo suono lo si è potuto apprezzare già nelle edizioni precedenti: se non è proprio da primato, quantomeno ha diversi elementi atti a catturare l’interesse degli appassionati.

 

Dicevo prima che le salette ai piani superiori hanno dimostrato di poter suonare mediamente meglio, sia pure con le dovute eccezioni.

In particolare ce n’era una con un impianto da sagra paesana che non merita altro spazio. Personalmente eviterei di abbassare a tal punto il livello della mia mostra, qualora mi trovassi mai a organizzarne una.

Le salette che seguivano hanno tutte messo in luce sonorità di ben altra verosimiglianza e naturalezza.

Iniziamo dalla saletta di Angstrom Research e Vettaudio, in cui le elettroniche dalla sonorità ben nota e i diffusori realizzati con misura e perizia da Claudio Pacitto hanno dato luogo a sonorità godibili per naturalezza e precisione.

 

Anche la saletta Golmund si è messa in luce per la precisione della sua timbrica, sia pure inficiata a tratti sul medio alto, appena più generoso del dovuto.

 

Grazie ad Avid è stato possibile ascoltare con continuità sonorità analogiche, diffuse attraverso i sistemi di altoparlanti dello stesso costruttore, dalla timbrica senza dubbio interessante.

 

 

La saletta ATC è un’altra tra quelle in cui mi sono trattenuto con maggiore piacere, proprio per la naturalezza e ancora una volta il senso della misura messo in evidenza dall’impianto ivi presente, soprattutto dai diffusori di questo costruttore. Precisione, dettaglio e ricostruzione decisamente interessanti da parte di un altro tra gli impianti più godibili della manifestazione.

 

La sorpresa forse maggiore, almeno dal mio punto di vista, è arrivata dall’impianto basato su un integrato Luxman e diffusori da piedistallo Sonus Faber. Per quanto consideri questi ultimi del tutto inappropriati esteticamente, non si può sottacere la gradevolezza e l’assenza di esasperazioni del suono emesso da questa catena, anch’essa tra le più apprezzabili della mostra.

 

Persino un altro tra gli impianti caratterizzati dall’ambientazione maggiormente vistosa, quello di Omega Audio, ha mostrato miglioramenti considerevoli sotto il profilo dell’attendibilità timbrica. Quantomeno rispetto all’ultima volta in cui ho avuto modo di ascoltarlo, in cui ha messo in luce una sonorità francamente ai limiti dell’ascoltabile. Stavolta invece lo si è potuto apprezzare in misura maggiore. Non che facesse sfracelli, ma almeno ha dimostrato un buon equilibrio a livello sonico, mancandogli evidentemente quello estetico.

 

Eccoci arrivati a quello che non solo dal mio punto di vista è stato il suono migliore della mostra. Come spesso avviene la saletta in cui lo si poteva ascoltare era nascosta, e molto bene. Mi riferisco a Sonus Victor, marchio gestito da un artigiano di origine russa residente in Italia. Quanto a realismo, naturalezza e sensazione di presenza in ambiente per strumenti e voci, oltre a nitidezza e tridimensionalità, non ha avuto rivali o quasi. Presentato senza spocchia o presunzione, e anzi persino con una certa umiltà, per il periodo in cui mi sono intrattenuto nella saletta è stato tra i meno frequentati di tutta la manifestazione. Elemento riguardo al quale risparmio ogni commento, dato che ognuno potrà formularlo per propio conto. Se vi ricapita, andateci, dato che ne vale la pena. Ha esposto diffusori se vogliamo vecchio stile, per forma e dimensioni, ma dalla finitura impeccabile, pilotati da un valvolare a base di EL 34. Davvero un bell’ascoltare, che alla fine ha reso la visita alla mostra ben più proficua rispetto a quanto maturato prima di arrivare fin laggiù.

 

Quasi altrettanto interessante è stato lo stand Diesis, anche se un gradino sotto al precedente, per via di una timbrica che dal mio punto di vista si è rivelata appena carente sotto il profilo dell’equilibrio in gamma media. Si è trattato in ogni caso di una delle sonorità migliori che si potessero ascoltare tra le numerose salette di questa edizione del Roma Hi-Fidelity.

 

Menzione finale, ma non per questo meno importante, per la saletta Run For Music, che ha dato la conferma per le impressioni positive destate nella scorsa edizione, in cui si era messa in luce per la capacità di dar vita a buona parte di quel che ci si attende da impianto moderno. Non solo in termini di correttezza timbrica, precisione alle basse frequenze e via dicendo, ma anche per la ricostruzione verosimile dell’evento sonoro nel suo insieme.

 

In definitiva l’edizione 2017 della mostra ha mantenuto finalmente le premesse che parrebbero dovute anche per il pubblico del centro sud. Di cose da ascoltare, nel bene e nel male ce n’erano davvero tante. Forse fin troppe.

Su tutto emerge la concreta difficoltà di organizzare una mostra simile, anche e in particolar modo a livello logistico. Che non concerne solo la disponibilità di spazi più o meno adeguati, ma le premesse tecniche necessarie affinché gli impianti presenti possano esprimere il meglio del loro potenziale. Non si tratta di cosa semplice, anche per lo stesso organizzatore, dato che sinceramente non ho idea di quale struttura possa offrire in ogni singola postazione una continuità di supporto a livello energetico tale da soddisfare la voracità di Volt e di Ampere propria di una simile moltitudine di impianti audio.

Per quanto mi riguarda si è trattato in ogni caso di un sabato passato in maniera molto gradevole e finito troppo presto, anche perché ho potuto salutare tante persone simpatiche con cui condivido la stessa passione.

Peccato che certe occasioni capitino solo una volta l’anno.

E allora alla prossima.

 

P.S.

Mi giunge notizia che nel pomeriggio della domenica, ossia proprio mentre ero intento a redigere queste note, il giradischi Audiosilente ha trovato una possibilità di dimostrazione sul campo presso lo stand Axiomedia, con l’impiego di un pre phono che se non ho capito male era il Capecci Audio.

Sembra che quanto se ne è ottenuto in termini di qualità sonora sia stato parecchio soddisfacente e che il pubblico abbia affollato a lungo lo stand per ascoltare il bel giradischi realizzato tutto in grafite.

Sia pure con un pizzico di rammarico per non essermi trovato sul posto al momento di questo evento, non nascondo che la cosa mi fa grande piacere, per diversi motivi. Il più importante è senz’altro che la passione, la volontà e le capacità di Simone, insieme alle doti della sua creatura abbiano trovato il dovuto riconoscimento anche a livello del pubblico formato dai comuni appassionati. Nel mio piccolo, invece, il riscontro positivo alle impressioni ricavate nei pochissimi minuti di ascolto che come ho scritto più sopra ho avuto modo di effettuare qualche tempo fa, sembrerebbe testimoniare che ancora non mi sia rimbambito del tutto.

 

 

 

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