Risonatori di Schumann, info ed esperienze

Dopo lunga e penosa malattia, l’influenza di quest’anno è parecchio forte e difficile da superare, oltre a una serie di disavventure di carattere informatico, riesco finalmente a mettere in linea un nuovo articolo, dedicato ai risonatori di Schumann.

Da qualche tempo hanno acquisito una certa notorietà, almeno tra gli appassionati che dedicano maggiore attenzione alla messa a punto dell’impianto.

Per quelli all’oscuro della faccenda, descriviamo per sommi capi le caratteristiche di questa tipologia di apparecchiature, che emettono una frequenza di 7,83 Hz, nota appunto come frequenza di Schumann, dal nome dello studioso che per primo ne dimostrò l’esistenza nel corso degli anni ’50.

Mediante tale emissione, i cosiddetti risonatori dovrebbero ripristinare almeno in parte la presenza di quella che è definita “frequenza di risonanza naturale del globo terrestre”, cui tutti gli esseri viventi sono esposti fin dalla notte dei tempi. Quindi è parte del nostro habitat originario, ma a causa delle attività umane, come i campi magnetici prodotti dalle reti di distribuzione dell’energia, le emissioni radioelettriche e così via, potrebbe in qualche modo essere coperta o quantomeno disturbata.

Maggiori informazioni al riguardo si possono trovare nella pagina del sito dedicata a queste apparecchiature.

In questa sede più che la teoria c’interessa la pratica, ossia la capacità di questo genere di oggetti di influire sull’esperienza d’ascolto.

Come per ogni cosa che vada oltre la consuetudine, nei confronti dei risonatori di Schumann c’è ancora un certo scetticismo. In ambito generale e soprattutto per quel che riguarda i suoi impieghi nell’ambito della riproduzione sonora, ulteriormente accentuato dalla loro modalità funzionale, che non si collegano all’impianto ma si tengono accesi nell’ambiente d’ascolto, in cui emettono la frequenza da cui prendono il nome.

Questo è il primo elemento d’incertezza, in quanto la teoria vorrebbe che per emettere nelle modalità note una frequenza tanto bassa siano necessarie antenne di proporzioni enormi. Senza addentrarci sulle questioni spesso insidiose e comunque accidentate inerenti la sperimentazione e la validazione di una qualsiasi teoria, notiamo che pure in assenza di un dispositivo realizzato secondo i cosiddetti dettami scientifici, che per inciso sempre più spesso sembrano innalzati alla stregua di dogmi religiosi secondo una forma tanto evidente quanto distorta di scientismo, i risonatori o generatori di Schumann realizzati in maniera corretta hanno dimostrato su una casistica ormai piuttosto ampia di essere in grado di funzionare e di fornire il loro apporto alla riproduzione sonora.

Soprattutto in termini di naturalezza, spessore e respiro dell’emissione, ampiezza e tridimensionalità del fronte sonoro e sensazione di presenza in ambiente dell’evento riprodotto. Così facendo danno luogo a risultati ottenibili con difficoltà mediante i consueti sistemi di miglioramento della qualità sonora, inerenti la modifica o la sostituzione delle apparecchiature dell’impianto, sia pure a fronte di spese ingenti.

In realtà sembrerebbe che questa tipologia di apparecchiature possa operare fattivamente anche in altri campi di applicazione, come vedremo più avanti. Per ora ci limitiamo agli impieghi che riguardano la riproduzione sonora: cosa ci dà la ragionevole sicurezza che un risonatore di Schumann realizzato correttamente sia in grado di funzionare?

In primo luogo due elementi: persone non al corrente del suo inserimento nell’impianto hanno rilevato una differenza rispetto alla condizione precedente, da loro ben conosciuta e senza essere sollecitate al riguardo con domande o altro.

Di propria sponte hanno dichiarato di percepire un cambiamento rispetto alle condizioni di emissione rilevate in precedenza. Cosa per loro ancor più sorprendente in quanto la composizione dell’impianto sembrava a prima vista invariata.

Un altro elemento di conferma riguarda l’accorgersi che nella sonorità dell’impianto c’è qualcosa che non va, nel momento in cui per un motivo o per l’altro, senza avvedersene si lascia il risonatore disattivato.

In tali condizioni la sonorità riacquista tutta la sua artificialità, causata appunto dall’essere emessa attraverso l’impianto, mostrandosi secca, spigolosa e priva della connotazione atta a formare la sensazione di realismo e presenza dell’evento in ambiente.

Più avanti vedremo cosa ci racconta un utilizzatore a questo proposito.

Questo solleva anche un altro punto nevralgico, generalmente trascurato, cui dedichiamo soltanto un breve accenno in attesa di affrontare in maniera più approfondita l’argomento. Qualsiasi pratica inerente il cosiddetto cieco, che sia doppio, triplo, carpiato o con avvitamento, cui si desideri attribuire una qualche validità, presuppone che il soggetto chiamato a eseguirlo non ne sia a conoscenza. I motivi sono evidenti e non credo sia necessario spiegarne il motivo.

 

Il risonatore di Schumann in pratica

Come fa a funzionare il risonatore di Schumann? E soprattutto su quale elemento influiscono i suoi effetti?

Si tratta di domande cui non è facile al momento dare una risposta univoca ed esaustiva. Trattandosi oltretutto di un’applicazione rispetto alla quale non s’intravvede una prospettiva economicamente profittevole, la cosiddetta scienza ufficiale, oggi dedita esclusivamente agli interessi dei suoi finanziatori privati, non se ne occupa.

Credo però che in relazione alle necessità dell’appassionato di riproduzione sonora, questioni del genere abbiano un’importanza relativa. Almeno secondo la scuola di pensiero, ormai obsoleta, per cui mi ostino a ritenere che l’interesse primario di chi si dedica a questo settore sia il miglioramento delle modalità di fruizione dell’evento riprodotto e del piacere che ne deriva.

Certo, è interessante conoscere le origini e gli elementi su cui influiscono determinati fenomeni, ma nella difficoltà di dare risposte certe e verosimili resta valido il motto dell’amico Mirko Massetti: invece di farci troppe domande, cerchiamo di ascoltare le risposte che ci dà l’impianto.

Questo naturalmente non vuol dire che si debba rinunciare a una qualsiasi possibilità di spiegazione per determinati fenomeni, ma solo che nell’attuale difficoltà concreta di darne una che abbia la ragionevole sicurezza di essere corretta, cerchiamo di puntare al sodo. Che riguarda appunto i risultati concreti verificabili nell’impiego dei risonatori, fermo restando che alfine di comprendere meglio le modalità in base alle quali si ottengono i loro effetti, prestiamo a ogni testimonianza la massima attenzione. Proprio perché da ognuna di esse si possono ricavare nuove informazioni utili non dico alla soluzione del problema, ma almeno all’evidenziazione di alcuni suoi aspetti.

Più avanti nell’articolo ne verrà riportata qualcuna che a mio giudizio si è rivelata utile.  Quantomeno all’idea che personalmente mi sono fatto in merito al funzionamento dell’oggetto cui ci stiamo dedicando.

Al momento e nelle condizioni date si tratta del mio punto di vista personale, poi ovviamente ognuno è libero di rapportarsi alla questione cone preferisce.

A questo approccio legato essenzialmente all’elemento pratico, si potrebbe contrapporre la necessità, se non addirittura l’urgenza, di attribuire una sorta di supporto scientifico, per quale che sia, alla realizzazione e all’impiego dei cosiddetti risonatori di Schumann.

Le motivazioni al riguardo possono essere numerose e assai diverse, anche in merito agli scopi ultimi di tale atteggiamento. Così si è parlato di studi eseguiti in collaborazione con università più o meno prestigiose, le quali a detta di alcuni avrebbero stabilito in maniera incontrovertibile il piano concreto su cui operano i risonatori e su quale bersaglio vanno a materializzare i loro effetti.

A questo riguardo, tuttavia, non mi è giunta notizia che sia stato esibito un qualche documento ufficiale. Cosa che si riterrebbe doverosa nel momento stesso in cui si fa riferimento a cose del genere.

Non fosse che per evitare di attirare possibili sospetti di ciarlataneria e millantato credito sull’intera faccenda, già molto diffusi nei confronti di tutto quanto interessi la riproduzione sonora ma non sia circoscritto nel recinto della sua accezione più ortodossa e retriva, dei quali ovviamente non c’è alcun bisogno.

Infatti il negazionismo in servizio permanente effettivo non aspetta altro che gli si offrano nuovi pretesti, e come nella fattispecie su un piatto d’argento, in aggiunta a tutti quelli che utilizza già per esercitare la sua azione oscurantista e restauratrice.

A quanto si è potuto capire, gli studi in questione dimostrerebbero in maniera assoluta e incontrovertibile la natura del segnale emesso dai risonatori, e che i loro effetti interverrebbero esclusivamente nei confronti dell’ascoltatore.

Personalmente non ho motivo di non crederci, anche se lo stesso dogmatismo insito in tali affermazioni desta più di qualche dubbio. Almeno in chi non è incline ad accettare supinamente le verità calate dall’alto ma ogni tanto prova a farsi qualche domanda.

La prima di esse viene fin quasi istintiva: è stato detto che gli effetti dei risonatori influirebbero esclusivamente sull’individuo, e nella fattispecie di nostro interesse sull’ascoltatore.

Perfetto. Dunque, nella riproduzione dell’impianto hi-fi a risonatore acceso si riscontra un miglioramento di una serie di parametri a favore della piacevolezza d’ascolto, inerenti soprattutto la naturalezza, lo spessore e l’ampiezza del fronte sonoro, oltre alla sensazione di presenza in ambiente dell’evento riprodotto. Ma se gl’influssi di tali apparecchiature nei confronti di uno stimolo sonoro come quello relativo all’emissione dell’impianto hi-fi si estrinsecano tutti nella testa dell’ascoltatore, allora come mai la voce della suocera, il latrato insistente di un cane, il rumore del camion svuotacassonetti della nettezza urbana in funzione di fronte alle nostre finestre non sembrano ricavare alcunché dalla vicinanza del risonatore di Schumann a chi percepisce i rumori che emettono?

In tanti anni d’impiego infatti non mi è mai accaduto di riscontrare cose del genere e neppure alcuna delle numerose testimonianze inviatemi dagli utilizzatori di quest’oggetto vi ha mai fatto riferimento.

In maniera altrettanto sorprendente per chi sa di cosa si parla, a fronte di una descrizione tanto minuziosa per le referenze descritte, sono stati del tutto trascurati alcuni elementi caratteristici per la comprensione del funzionamento e degli effetti dei risonatori di Schumann, che vedremo in seguito.

Possibile che gli scienziati di università così prestigiose, nell’occuparsi così a fondo di questioni tanto complesse come lo stabilire la natura dei fenomeni legati all’impiego delle apparecchiature in questione e ai bersagli che vanno a colpire nell’organismo umano, non abbiano rilevato cose tanto alla portata di una verifica effettuabile nella più grande semplicità?

Forse si tratta di elementi fin troppo terra-terra, come tali legati all’impiego quotidiano dell’oggetto, e per questo sfuggiti a indagini eseguite secondo i crismi di una scientificità talmente alta e sublime da ritrovarsi, a propria insaputa, oltre ogni contatto con le piccolezze del mondo reale.

A questo punto sorge un altro dubbio: che si tirino in ballo certe cose, e senza considerazione alcuna per l’intelligenza altrui, in base a motivi non ricompresi nel cosiddetto cosiddetto amor di scienza. Potrebbero forse riguardare più da vicino necessità di ordine propagandistico, cui si va a sopperire utilizzando metodi in linea con le mode oggi imperanti. Che spesso indulgono nell’utilizzare il figurante da spot televisivo travestito da scienziato, per mezzo di un semplice camice bianco e un paio di occhialini tondi, per convincerci che sia imperativo usare solo ed esclusivamente il dentifricio che fa i denti più bianchi.

Altrettanto sentita potrebbe essere la necessità di dare una risposta per quale che sia, convincente almeno in apparenza, ad alcuni tra i quesiti più intuitivi propri della fascia di appassionati più scettica e refrattaria nei confronti di tutto quanto non sia riconducibile a una o più misure. Magari nel tentativo di ampliare la platea di potenziali interessati al prodotto, appunto attribuendo a quest’ultimo un alone di pseudo-scientificità.

Del resto sono le stesse modalità con cui si procede ad azioni similmente propagandistiche, ossia sfruttando i gruppi social di maggiore visibilità e frequentazione la cui inclinazione al cosiddetto spallonaggio è evidente per chiunque abbia superato l’età prescolare, a porre determinate realtà in una luce non così limpida.

 

Se di certezze non ce ne sono, perché non ammetterlo francamente?

Per conto mio, quando mi vengono richieste informazioni di questo tipo, ossia come e perchè funzioni il risonatore di Schumann, cosa che accade con una certa frequenza, non ho alcun problema a dichiarare di non essere in grado di dare risposte certe. E quindi che mi limito a osservare il fenomeno nel suo aspetto pratico e di attinenza maggiore con i nostri scopi, inerenti appunto gli effetti che si possono riscontrare in sala d’ascolto.

Suggerendo poi che, se vi è interesse per l’oggetto, la cosa migliore è provare per proprio conto. In tranquillità, nel proprio ambiente e con il proprio impianto, senza essere gravati da impegni di sorta.

A questo punto, per comprendere meglio origini, metodologie, finalità e conseguenze di determinate azioni, occorrerebbe affrontare un’analisi di quelli che potremmo definire mezzi alternativi di comunicazione e propaganda, venutisi a creare nel momento in cui la pubblicistica di settore ha perso definitivamente ogni credibilità, per quanto residuale.

Ovviamente non può essere quest’articolo la sede indicata al riguardo, anche se per la comprensione di determinati accadimenti, certi elementi hanno la loro importanza.

Ancor più significativo è il rilevare che nelle sedi ben note in cui il cosiddetto spallonaggio viene eseguito in maniera tutt’altro che dissimulata, di tanto in tanto partono pseudo discussioni in cui le lodi sperticate nei confronti dell’oggetto di turno vengono cantate con una sincronicità e una comunanza di vedute a dir poco sorprendenti.

Sembra quasi che al colpo di pistola, ovviamente virtuale, i convenuti si lancino in una specie di corsa a chi pubblica l’aggettivo più roboante, proprio secondo i dettami della scuola che si è osservato perfezionarsi per decenni nella pubblicistica di settore. Solo in maniera ancora più smaccata, priva di senso della misura e di preoccupazione per la verosimiglianza di determinate affermazioni.

 

Testimonianze concrete

Gli appassionati che hanno utilizzato il risonatore di Schumann e hanno voluto farmi conoscere le loro impressioni sono stati numerosi.

Alcune delle loro testimonianze si sono rivelate particolarmente interessanti. Come ad esempio quella di una persona cui ho dato un risonatore in prova, che mi ha detto di non essere riuscita a coglierne gli effetti. Però mi ha raccontato anche che sua figlia ha avuto l’impressione di una percezione nettamente migliorata. Non per la sonorità dell’impianto, che non ha avuto modo di verificare, ma per l’audio del televisore, in particolare nei dialoghi di un film, in cui ha detto di aver percepito distintamente la diversa provenienza delle voci appartenenti ai diversi personaggi.

Questo sembrerebbe dimostrare innanzitutto che per evidenziarsi, gli effetti di questo tipo di apparecchiature non hanno per forza bisogno di impianti di gran classe, ma hanno luogo anche con gli altoparlanti del televisore, per forza di cose di qualità tutt’altro che eccelsa.

Inoltre mi sembra ancor più interessante il fatto che il papà, navigato appassionato di audio, non sia riuscito a cogliere quel che la figliola dodicenne, del tutto priva di esperienza non ha avuto difficoltà alcuna a rilevare.

Personalmente ritengo che ciò abbia molto a che fare con due elementi di fondo, piuttosto comuni tra gli appassionati. Il primo riguarda la cosiddetta sovrastruttura, quella tipica di persone che se gli metti davanti due apparecchiature dello stesso marchio e di costo diverso, ti sanno dire vita, morte e miracoli riguardo alle differenze più impalpabili tra l’una e l’altra. Però nel momento in cui li poni di fronte a qualcosa che non conoscono e di cui non hanno mai letto alcun commento, iniziano a farfugliare e non riescono più a spiccicare una qualche parola di senso compiuto.

Un altro elemento riguarda le modalità con cui si direziona l’attenzione durante l’ascolto. Gli aspetti che caratterizzano la riproduzione sonora sono numerosi e talvolta avviene che concentrandosi più o meno consciamente soltanto su alcuni di essi, come ad esempio sull’equilibrio timbrico, il più superficiale ma anche il più evidente della riproduzione sonora, può accadere che altre cose passino inosservate, in parte o completamente.

Un amico dell’appassionato in questione, di nome Edoardo, ha riscontrato nello stesso esemplare di risonatore un beneficio sensibile, che lo ha persuaso a utilizzarlo in pianta stabile con il suo impianto, di gran classe.

Altri appassionati hanno osservato che i risonatori di Schumann non sono efficaci soltanto in campo audio, ma anche per quel che riguarda il video, con immagini più sature, dettagliate e tridimensionali, tali da far avvicinare un comune HD a uno schermo 4k, come mi è stato riferito testualmente. Vedremo più avanti inoltre che vi sono state anche testimonianze di efficacia in situazioni che con l’audio e il video non hanno nulla a che vedere.

Forse, però, il resoconto più significativo, e che mi ha fatto più piacere, è arrivato da Jean Louis, liutaio e accordatore di pianoforti svizzero, che in seguito all’impiego del risonatore in tale ambito mi ha inviato un’e-mail di cui riporto il testo qui di seguito:

Buongiorno Claudio, mi scuso per il ritardo nel risponderti… Finalmente ieri mi sono preso il tempo di accordare il mio pianoforte. Come ti dicevo accordo a orecchio e a 432Hz. Beh devo dire che finalmente dopo 15 anni non ho mai tribolato così poco, anzi… una goduria. Le vibrazioni limpide, quasi magicamente si fondevano per impostare gli unisoni… non dico che si sintonizzavano da sole ma quasi.😂 Ecco! È proprio quello che cercavo… Grazie! sono convinto che l’accordatura a 432hz ha contribuito al risultato  così… naturale, questo forse è il termine appropriato. Tutto in sintonia! Mi sa che me lo porterò sempre appresso!!

Un fatto molto interessante è che chi mi viene a trovare , tutti ma proprio tutti mi dicono : che bella atmosfera qui!!?? Senza sapere nulla della scatoletta. 😂

A questo riguardo, per i profani vorrei precisare che l’accordatura del pianoforte è un compito tuttaltro che facile da portare a termine. Non solo per la complessità propria dello strumento, ma anche perché è il tipico esempio di coperta troppo corta. Ti aggiusti da una parte e per forza di cose ti scopri dall’altra e c’è sempre un punto in cui il passaggio tra un tasto e l’altro mette in evidenza qualche problema d’intonazione. Quindi occorre accettare qualche compromesso, se possibile quello più indolore. A questo riguardo esiste una gamma piuttosto ampia di possibilità, comprese tra i due estremi inerenti lo scostamento lievissimo ma ancora percettibile dall’accordatura teoricamente corretta per ciascun tasto oppure adottare una progressione assolutamente corretta per ognuno di essi, accumulando un margine di errore che si va fatalmente a scontare in un punto preciso della tastiera, con una sensazione di dissonanza più evidente, che magari si può cercare di far cadere dove la mano del pianista capita meno di frequente.

Jean Louis ha anche pubblicato un video sulla sua pagina FB che vede all’opera il pianoforte accordato con l’impiego del risonatore, anch’esso visibile nell’inquadratura, suonato con grande perizia da suo figlio.

Un’altra testimonianza interessante è arrivata da Fons Groen, appassionato olandese che mi ha inviato il messaggio seguente:

Hi Claudio,
Just finished my first experiments and i’m quite impressed.

At first i placed the resonator in the most convenient place, on the bookshelf behind my listening position. I placed it on a shelf 1,50m above the floor with the antenna in L-shape upwards and on top of the cabinet. The effect was very subtle. My daughter (my pair of independent ears) described it as ‘removing a very subtle cloud of greyness, reveiling more detail and space’. In this position i was able to identify the optimum position of the power adaptor.

Poco dopo Fons mi ha inviato una seconda mail:

My daughter read the mail and said i did not quote her correctly. She used another way of expressing the experience, saying switching the resonator on gave her the feeling of removing a very thin foil of plastic between the listener and the actual artist.

Eccoci di fronte a un altro esempio di figlia che se non sente meglio del papà come nel caso precedente, quantomeno è in possesso delle capacità uditive necessarie a esprimersi in modo simile.

A questo proposito vorrei fare un paio di osservazioni. La prima riguarda il fatto che le gentili signore hanno dimostrato in numerose occasioni che esiste la probabilità siano dotate di un senso dell’udito più efficace rispetto a quello di noi maschietti. Solo che poi, nella maggioranza dei casi, a loro della riproduzione sonora interessa poco o nulla. I motivi della superiorità del loro organo uditivo potrebbero risiedere nel compito di badare alla prole che la natura ha affidato alla femmina. Allo scopo c’è bisogno di un udito il più efficace possibile, al fine di prevenire ogni pericolo potenziale.

Proprio mentre stavo finendo di correggere questo testo, mi arriva da Fons una nuova mail, di cui abbiamo dato anticipazione nella prima parte dell’articolo. Vediamo cosa ci racconta.

Hi Claudio,
hope you are well. Just wanted to send you an update. Everything is all right over here 🙂

Last week i had a funny experience. As usual I started up my gear about half an hour before listening (except for the DAC and CD drive, they are always on and in the weekends my turntable keeps turning 24/7).
When i played my first record (Ralph, Albert & Sydney, a great recording from Ralph McTell live in the Royal Albert Hall and Sydney Opera House, and a record I know very very well) I got the feeling my amps where not warmed up properly yet.

When this impression didn’t disappear after the first side of the album, I started to wonder where this came from. Not that it sounded wrong, but it just lacked the size, detail and smoothness and live feeling it really can produce.
When checking all stuff nothing appeared to be wrong, but then i found out the Schumann resonator was switched off… After switching it on, in about ten minutes the sound grew back to the level I was familiar with. It seemed like the room gradually warmed up and filled with the ambiance of the recording. An amazing and wonderful experience 😉

Well, that’s all for now. Best regards,
Alphonsus

Credo che questo elimini ogni dubbio riguardo all’efficacia o meno dei risonatori di Schumann.

Non solo, spiega anche con grande semplicità quali sono gli effetti che si traggono dal suo impiego.

Più di tutto, comunque, questo resoconto spiega che al di là delle questioni inerenti la pretesa suggestionabilità dell’utilizzatore, pretesto numero 1 usato a mo’ di ariete dal negazionismo militante, nel momento in cui senza rendersene conto si lascia spento il dispositivo, non si tarda a comprendere che c’è qualcosa che non va.

In proporzioni oltretutto rimarchevoli, tali da non riuscire ad assuefarsi alle condizioni così instauratesi e trovandosi di fatto costretti a eseguire una verifica, in seguito alla quale si scopre l’arcano.

Un altro utilizzatore dello Schumann, l’amico Filippo, mi ha riportato un aneddoto alquanto curioso che ha per protagoniste le sue giovani nipoti, anche loro avviate da tempo allo studio della musica eseguita. La prima volta che sono entrate nella saletta in cui opera l’impianto dello zio dopo l’inserimento del risonatore, hanno rilevato il cambiamento della sonorità verso maggiori fluidità e naturalezza. Ovviamente senza essere a conoscenza che il dispositivo era entrato a farne parte.

Per ultima ho lasciato la testimonianza che a prima vista potrebbe sembrare la più incredibile di tutte, ma che allo stesso tempo potrebbe essere forse tra le più significative ai fini della comprensione dei fenomeni correlati all’emissione della frequenza a 7,83 Hz.

E’ quella di Antonio, appassionato di vecchia data, che per via della sua professione di certificatore tende ad attribuire importanza soltanto ai fatti concreti e non alle impressioni soggettive. E’ anche un appassionato di auto sportive, con un’esperienza sostanziosa anche a livello agonistico, attualmente in possesso di una Mercedes AMG da 400 cavalli e oltre.

Colpito dagli effetti del risonatore che utilizza sul suo impianto, mi racconta che ha provato a utilizzarlo anche in auto, riscontrandone un miglior rendimento, soprattutto per quel che riguarda la fluidità di comportamento e l’erogazione di potenza.

Al punto che quando lo ha rimosso mi ha detto di aver percepito nettamente un comportamento del motore più ruvido, simile a quello purtroppo ben noto che si avrebbe in conseguenza all’utilizzo di carburante contaminato.

Fin qui solo una parte delle testimonianze pervenutemi, quelle che mi sono sembrate più interessanti e significative.

 

Non è complicato abbastanza! (E la deriva termica dove la mettiamo?)

Dopo aver parlato delle testimonianze positive credo sia giusto dare spazio anche alle posizioni improntate allo scetticismo.

Come avviene di frequente in questi casi, provengono da persone che non hanno mai utilizzato l’oggetto in questione. Inutile domandarsi come si faccia a parlare di cose che non si conoscono e soprattutto perché lo si faccia prima di documentarsi, almeno per lo stretto necessario.

Inizierei da una persona secondo la quale il dispositivo cardine utilizzato nel nucleo del circuito risonante dei generatori di Schumann sarebbe troppo elementare, e soprattutto troppo poco costoso. A suo dire sarebbe necessario l’impiego di qualcosa molto più complicato e caro.

Inevitabile chiedersi se posizioni simili siano basate su un’esperienza concreta riguardante la realizzazione materiale di un risonatore o se invece siano frutto di teorie personali.

Si nota inoltre il gusto, alquanto diffuso, in una precisa cerchia di appassionati, per il cosiddetto “grand complication”, definizione presa a prestito dal settore dell’orologeria e utilizzata per quegli orologi che non si limitano a dare l’ora e al più la data, ma ci danno le fasi lunari, lo svolgersi delle stagioni, dei bioritmi e un’altra serie di informazioni di utilità opinabile. Per le quali è necessaria appunto una complicazione realizzativa che non solo accresce enormemente i costi di tali oggetti, facendone esemplari da collezione per individui particolarmente facoltosi, ma spesso e volentieri influisce negativamente sulle loro caratteristiche funzionali.

Del resto è ben noto che i Rolex non li acquista chi vuol sapere l’ora esatta, scopo per cui basta un oggetto molto meno costoso.

Dal mio punto di vista, se esiste un dispositivo pensato appositamente per il compito che gli è stato attribuito, e come tale ha dimostrato l’efficacia migliore e ha anche il pregio di costare poco, il che influisce anche sul prezzo del prodotto finito, e di essere caratterizzato da grande semplicità, per quale motivo si dovrebbe utilizzare qualcosa di più costoso, complicato e quindi potenzialmente meno efficace e più soggetto a malfunzionamenti non fosse che per il numero accresciuto delle parti in gioco?

Come dice un noto motto attribuito all’ingegneria sovietica, realizzatrice di oggetti di grande efficacia ma soprattutto capaci di funzionare in condizioni proibitive e tetragoni a ogni maltrattamento, tutto quello che non c’è non può rompersi. E neppure può dare fastidi o interagire in maniera più o meno subdola e dannosa con altri dispositivi che gli si trovano vicino.

Tutto questo, ovviamente, se è l’efficacia funzionale dell’oggetto lo scopo primario che si persegue, invece del soddisfare forme alquanto evidenti di feticismo a sfondo consumistico.

Da quella stessa fonte, evidentemente ansiosa di dimostrare al mondo la propria competenza, sono stati sollevati in maniera forse ancor più fuori luogo dubbi riguardanti la stabilità funzionale dell’oggetto, in base a pretese questioni di deriva termica.

Anche qui si nota un’abitudine diffusa nel nostro settore, stante nel gusto di riempirsi la bocca con una terminologia che fa tanto sapientone, ma solo agli occhi di chi non ne capisce un’acca, e della quale con altrettanta evidenza non si conoscono i significati e ancor meno in quali condizioni i fenomeni cui si riferiscono hanno l’opportunità concreta di presentarsi.

Ora, in un oggetto alimentato a 12 Volt, e che in realtà ne ha circa 9 all’ingresso alimentazione del circuito risonante, per un assorbimento di qualche decina di milliampere, quale deriva termica pretendiamo si verifichi?

Inoltre, seppure tale deriva avesse luogo effettivamente, basterebbe l’accortezza di tarare il sistema a temperatura di lavoro per ovviare a qualsiasi problema. Fermo restando che anche dopo svariate ore di utilizzo ininterrotto la frequenza emessa rimane sempre la stessa.

Eccoci di fronte a uno tra gli esempi più tipici del bamboccionismo da tastiera, da cui le aree di discussione pubblica sono infestate in maniera sempre più pervasiva, che ha finito con il renderle luoghi infrequentabili non solo dal mio punto di vista.

 

Sono uno scienziato!

Un esempio ancora più surreale è stato quello del personaggio presentatosi al grido di “Sono uno scienziato!”, forse in preda a un rigurgito di mitomania. Stavo per rispondergli “Io invece sono il fratello di latte di Giulio Cesare”, ma immaginando forse erroneamente che un vero scienziato userebbe il suo tempo per dedicarsi alla ricerca, invece di attaccar briga sui social in merito a cose di cui non capisce nulla, sopperendo mediante la proclamazione così gratuita dei titoli che pretende di possedere, ho preferito vedere dove andasse a parare.

Non c’è voluto molto, dato che subito dopo ha postato un testo copiato pari pari da Wikipedia, quello piuttosto noto riguardante la questione dei sottomarini che non sarebbero controllabili a distanze intercontinentali via onde a bassissima frequenza, se non attraverso antenne di dimensioni gigantesche.

A parte la copiatura sfacciata da una fonte di tale banalità, che rende inevitabile il domandarsi il modo in cui si entri in possesso dei titoli di studio che si vanno a sbandierare, personalmente non riesco a spiegarmi come si faccia a non capire che sono fattispecie talmente diverse da non avere nulla a che a fare l’una con l’altra.

Forse si è trattato soltanto della ricerca affannosa di un pretesto.

Così ho cercato di spiegare che nessuno che sia in possesso di sia pur minime facoltà mentali si sognerebbe di usare un risonatore di Schuman per inviare impulsi a sommergibili che navigano all’altro capo del mondo. Corredando il tutto con un paio di link dedicati all’analisi degli atteggiamenti pseudoscientifici oggi più diffusi.

A quel punto il sedicente scienziato non ha trovato di meglio che lanciarsi all’attacco delle mie letture personali, dimostrando così la convinzione di potersi arrogare persino il diritto di stabilire cosa sia permesso leggere o meno.

Una posizione del genere, oggigiorno, denota il possesso di un abito mentale sovrapponibile a quello che nel sedicesimo secolo ha spinto la Chiesa Cattolica a stilare l’Indice dei libri proibiti. Peraltro soppresso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede più di mezzo secolo fa.

Per completare la dimostrazione delle inclinazioni tipiche della frangia pseudoscientifica che imperversa attualmente, il personaggio in questione non ha trovato di meglio dall’intervenire in prima persona presso gli amministratori del gruppo affinché ne venissi escluso.

Per lesa maestà?

Comprovando in via definitiva la qualità solidissima degli argomenti che certuni sono in grado di mettere in campo.

Altrettanto farsesca è stata la discussione, messa in piedi su un gruppo social tra i più noti, da un individuo che ha asserito di essere un utilizzatore a prestito del risonatore da me realizzato, secondo cui l’unico effetto del dispositivo sarebbe “un aumento della gamma bassa”.

In seguito sono state pubblicate asserzioni di tenore non dissimile, a dimostrazione che tutto lo scibile delle possibilità d’intervento sulle caratteristiche della riproduzione sonora, per certuni si ferma a un oggetto in voga 40 anni fa: l’equalizzatore.

Tali accadimenti hanno avuto un altro elemento in comune: nonostante lo spreco abituale di foto e filmati postate sui social di settore con le motivazioni più disparate, e anche in loro assenza, in tutte le discussioni aperte per tacciare il mio risonatore delle contrarietà più inverosimili non c’è stato uno che abbia pensato di pubblicare almeno uno straccio d’immagine che mostrasse il mio risonatore in azione nella sua sala d’ascolto.

Guarda a volte le coincidenze…

L’accaduto sembra voler suggerire che quei gruppi, oltre a essere in larga parte luoghi in cui si esegue uno spallonaggio tanto smaccato quanto privo del minimo barlume di dignità, si prestano altrettanto bene a operazioni di discredito e calunnia, secondo le modalità dell’attacco in massa a fine di manganellaggio mediatico.

Condotto da individui pronti a giurare di essere informati al più grande rigore e sprito democratico, nei confronti di singoli che come tali non possono materialmente far fronte all’alluvione di insulti, menzogne, assurdità e millanterie postati con le modalità tipiche dello squadrismo.

 

L’idea che mi sono fatto sugli effetti del risonatore di Schumann

Chiusa questa triste parentesi, che illustra a quale livello pietoso possano sprofondare le miserie dell’animo umano, in merito ai risonatori di Schumann ho potuto rilevare alcuni elementi che ritengo degni d’interesse. Come tali, oltre a formare la mia esperienza sulla specifica questione, sono il fondamento dello scetticismo per il piglio assolutistico con cui si è ritenuto necessario spiegare le motivazioni degli effetti propri di tali dispositivi ed il piano concreto su cui avrebbero luogo.

Uno di essi riguarda la differenza sostanziale nell’effetto, percepibile senza difficoltà alcuna, variando solo di qualche decimo di Hz la frequenza di emissione del risonatore. Una differenza tanto ridotta nell’altezza della nota emessa da uno strumento ritengo che sarebbe probabilmente rilevabile da un orecchio esperto, quello che si definisce assoluto, ma non so se riuscirebbe a produrre una differenza così spiccata per la caratterizzazione timbrica di un qualsiasi strumento.

Un altro aspetto riguarda la possibilità di aumentare sensibilmente l’effetto del risonatore utilizzandone più di un esemplare. Attivandone un secondo l’entità ne viene sostanzialmente raddoppiata. Aumentando ancora il numero dei risonatori in funzione la forza dell’effetto cresce ulteriormente, anche se non in maniera proporzionale al loro numero. Da esperimenti fatti in proposito, si riescono a cogliere differenze almeno fino a sei esemplari funzionanti contemporaneamente, sia pure con incrementi via via più ridotti.

Inoltre come accennato in precedenza, e ritengo che questo tagli la testa al toro, se l’effetto del risonatore va a colpire esclusivamente l’ascoltatore, come ci viene assicurato, non si vede per quale motivo quest’ultimo dovrebbe rilevarlo solo nei confronti dell’emissione dell’impianto e non anche per qualsiasi altro evento sonoro che abbia luogo nelle vicinanze.

Tutto questo mi fa ritenere che il risonatore non vada a indurre nell’ascoltatore uno stato di pseudo-beatitudine più o meno artificiale, come è stato detto sia sostenuto da fonti di scientificità istituzionalmente certificata.

L’idea che mi sono fatto personalmente, in questi anni di esperienze, è che l’emissione dei risonatori potrebbe produrre condizioni tali da permettere ai diversi elementi che entrano in gioco nella riproduzione sonora e in altri fenomeni diversi da essa, come suggerito dai riscontri cui abbiamo fatto riferimento, di esprimersi su un piano di maggior coesione reciproca. Migliorando così l’accordo tra gli uni e gli altri, e poi tra questi e l’ambiente in cui si trovano. In modo tale che invece di operare in maniera indipendente o forse indifferente, se non addirittura in  contrasto tra loro, potrebbero essere posti nelle condizioni di interagire secondo una sorta di coralità funzionale che venuti meno gli effetti del risonatore non avrebbe più modo di concretizzarsi.

 

 

 

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