Registrazione dal vivo – Tascam DR40

Da appassionato di musica e accanito frequentatore di concerti, la registrazione dal vivo degli stessi è una mia passione parallela in pratica da sempre.

Ho iniziato tredicenne con un Philips K7 e il suo microfono in dotazione, poi anni dopo sono passato a un Sony WM-D6, il famoso Walkman Professional, pagato un occhio della testa e corredato da un microfono Sony ECM 929, in proporzione ancora più costoso. Poi, all’arrivo dei DAT portatili, ho preso un altro Sony, marchio che in tema di registratori amatoriali miniaturizzati ha avuto una lunga e talvolta fulgida carriera, per la precisione il TCD-D7. Tempo dopo è stato seguito dal D8, perché in grado di campionare anche a 44,1 kHz e non solo a 48 e 32. Per il DAT acquistai un nuovo microfono, un Sennheiser stereo, ovvero munito di doppia capsula al pari del precedente Sony, l’MKE 66.

Lo presi in uno tra i più noti negozi della Capitale, pagandolo 450 mila Lire circa, che nei primi anni 90 era una sommetta mica da ridere. A dire il vero non era granché, probabilmente anche per l’orientamento della capsule, A-B, che di fatto rendeva del tutto insoddisfacente l’ascolto mediante altoparlanti, qualora tra di essi non vi fosse un elemento solido, atto a separare fisicamente i campi sonori conseguenti all’emissione di ciascun altoparlante.

Insomma, credevo di aver preso chissà cosa ma, per quanto migliore del Sony 929, in particolare per estensione e linearità, ne fui alquanto deluso. Si può immaginare la sorpresa con cui venni a sapere che poco tempo dopo fu sostituito da un modello simile ma dal prezzo triplo, l’MKE 44P. Un altro suo limite era la scarsa tenuta alle pressioni sonore elevate; le capsule erano di tipo cardioide, ma stante la loro ampia angolazione finivano col produrre una caratteristica pressoché omnidirezionale, che captava troppo facilmente le voci di quelli, sempre numerosi. che ai concerti vanno per conversare amabilmente. Siccome parlarsi all’orecchio è da maleducati, pretendono pure di sovrastare il suono dell’orchestra. Disturbando il pubblico che vorrebbe ascoltare in pace e mancando grossolanamente di rispetto agli artisti.

Se si hanno da fare conversazioni tanto urgenti da non poter attendere la fine del concerto, non si starebbe più comodi in poltrona oppure davanti a un bel piatto di lasagne innaffiato da buon vino?

Lo stesso limite di orientamento delle capsule, sia pure con un diagramma polare più direttivo, lo aveva il microfono Sony, un M+S alquanto interessante per via dell’angolo di ripresa regolabile mediante un interruttore, che in pratica permetteva di avere una registrazione dal fronte sterefonico più o meno esteso in larghezza. Purtroppo questo non ne migliorava le doti timbriche, piuttosto carenti soprattutto per linearità.

Mi accorsi per caso della possibilità di risolvere il problema nel modo descritto una mattina di tanti anni fa, quando insieme a un amico ero seduto su una panchina della piazzetta antistante i Giardini del Frontone a Perugia, nei quali si tenevano i concerti più importanti di Umbria Jazz, che ho seguito per diversi anni di seguito, quando ne valeva ancora la pena.

Davanti a noi c’era la mia macchina, parcheggiata di coda e con gli sportelli spalancati, sui quali era montato un sistema Genesis AS-160. Noi riascoltavamo qualche metro più indietro il concerto della sera prima, seduti appunto sulla panchina. In quella posizione, come per incanto, i problemi riscontrati sistematicamente nell’ascolto “normale” dei nastri registrati ai concerti sparivano del tutto. Si avvicinavano molto di più alle caratteristiche dell’ascolto in cuffia, perdendo la nasalità ineliminabile altrimenti, che si scontava nella riproduzione per mezzo dei diffusori.

Quel che si dice le scoperte fatte per caso…

Dopo un periodo di distacco, ho preso da qualche tempo un nuovo registratore portatile, il Tascam DR 40, nella versione 2. Appartiene alla tipologia attuale, che immagazzina i dati audio su scheda di memoria, potendo quindi fare a meno di meccaniche storicamente alquanto costose, delicate e quindi causa potenziale di malfunzionamenti. Che a dire il vero, malgrado l’utilizzo intensivo delle macchine precedenti non ho mai verificato.

Oggi è possibile acquistare registratori siffatti a prezzi irrisori, il mio l’ho pagato 140 euro, nulla in confronto di quel che fu necessario a suo tempo per le macchine menzionate. Ricordo che il D8 lo pagai un milione e trecentomila Lire. Somma che non ha nulla a che vedere con i 650 euro di oggi, dato che all’epoca aveva ben altro potere d’acquisto.

Ecco, se il digitale ha comportato infine dei vantaggi, credo che uno tra i più rilevanti in assoluto sia dato proprio dalla possibilità di acquistare macchine dal potenziale simile, talmente superiore da non essere proprio paragonabile con quelle di un tempo, a un prezzo tanto ridotto. Nel quale oltretutto è compresa una coppia di microfoni che fa il suo dovere in maniera tutto sommato valida e soprattutto è orientabile, così da permettere l’impiego della configurazione X-Y,  per registrazioni che suonano molto meglio anche via altoparlanti.

Questo, attenzione, vale solo per il professionale, i prezzi del quale sono in molti casi crollati, stanti le vicissitudini del settore, anch’esse conseguenti al diffondersi del digitale. Nel settore della riproduzione sonora amatoriale, invece, i prezzi hanno conosciuto la traiettoria che sappiamo.

 

Un venditore inappuntabile

Purtroppo ho effettuato l’acquisto del Tascam presso un rivenditore da sconsigliare per la sua pratica, che poi ho potuto constatare sia eseguita in maniera sistematica. Non rilascia scontrino fiscale, poiché a suo dire  annoterebbe le somme incassate per le vendite in rete o comunque a distanza, sul libro dei corrispettivi.

In pratica questo significa che in caso di problemi non c’è modo di avvalersi della garanzia, appunto in assenza della prova d’acquisto. Il venditore in questione, Capuano Musica, ritengo si comporti in questo modo per evitare di dover coprire 2 anni di garanzia come da normativa vigente per gli acquirenti privati, mentre a seguito di fattura la garanzia si riduce a 1 anno, nella presunzione che si tratti di utenti professionali.

Oltretutto quel dettagliante non menziona assolutamente la cosa, quando si prendono accordi per e-mail o anche per telefono. Pertanto ci si vede arrivare la merce acquistata priva di scontrino. Li si richiama e assicurano che non ci saranno problemi. Ma come ho potuto constatare di persona, quando i problemi si verificano non solo rifiutano di mantenere la parola data, ma addirittura tacciano il malcapitato di aver preso chissà dove il prodotto, nel tono aggressivo tipico di chi cerca di nascondere la propria disonestà, tentando di trasformare in colpevole chi vede calpestato un suo diritto sacrosanto.

Di un comportamento inqualificabile a tal punto, Capuano Musica farebbe bene a  vergognarsi. Non solo ne pone in evidenza la statura professionale e commerciale, ma spiega come meglio non si potrebbe i motivi per cui è opportuno fare il possibile per evitarlo.

A dirla tutta, per questo ed altri acquisti effettuati presso il rivenditore in questione, avevo trovato prezzi inferiori altrove. Tuttavia ho voluto compiere un piccolo sacrificio per sostenere un’impresa del mio Paese, come ritengo doveroso. L’ho anche fatto presente in occasione del colloquio telefonico che ha preceduto una delle transazioni, ma in quella sede, evidentemente, si è ritenuto fosse ugualmente il caso di comportarsi nel modo descritto.

Salvo poi andarsene in giro a piagnucolare che la clientela preferisce fornirsi altrove.

 

Registrazione, domestica e dal vivo

Storicamente la registrazione ha costituito una specialità di rilievo nell’ambito della riproduzione sonora. Oggi purtroppo è relegata in un angolo, condizione dissimulata dalle false apparenze, peraltro coreografiche, inerenti il ritorno d’interesse nei confronti dei registratori a bobine. Sembra però li si utilizzi soprattutto in riproduzione, per ascoltare nastri che quasi sempre sono il riversamento di generazione ennesima di master, che vengono fatti passare per seconda, massimo terza copia della copia e fatti pagare di conseguenza ai solitamente facoltosi appassionati della specialità.

Per forza di cose, allora nella maggior parte dei casi i registratori a bobine si trasformano nel medio-lungo termine in soprammobili, peraltro costosi, non solo per l’acquisto e la rimessa in ordine, ma anche per il loro esercizio, per forza limitato a pochi supporti magnetici che, per quanto validi, dopo un po’ vengono a noia.

Con un simile utilizzo non solo i registratori perdono la loro connotazione primaria, appunto quella di macchine capaci di registrare, ma si piomba nuovamente nella passività tipica dell’attività che si limita all’ascolto, cui si contrappone il piacere di produrre da sé il materiale audio da riascoltare, con ben altro coinvolgimento.

Come ho sempre sostenuto, le occasioni di registrare dal vivo sono innumerevoli, soprattutto nel corso dell’estate. Nella bella stagione i concerti e le esibizioni di artisti più o meno noti si succedono di continuo, in particolare all’aperto, situazione d’eccellenza per l’ottenimento di registrazioni valide, grazie all’assenza delle riflessioni tipiche degli ambienti chiusi.

Registrare ai concerti, inoltre, non offre solo la possibilità di ascoltare musica eseguita dal vivo, ma contribuisce alla formazione di un’esperienza che reputo fondamentale riguardo alla riproduzone sonora e alla messa a punto d’impianti e apparecchiature.

Per di più ci si deve confrontare con la dinamica dell’esecuzione dal vivo mediante strumenti che materialmente non sono in grado di contenerla. In particolare per quanto riguarda i registratori a cassette di un tempo, come appunto il Sony Professional menzionato in precedenza che ho usato per molti anni, ma anche quelli digitali di oggi. Di conseguenza ci si trova ad acquisire una capacità d’interpretazione per le intenzioni degli artisti che si trovano sul palco, proprio perché è necessario comprendere quando è necessario ridurre il livello in entrata per non mandare il registratore in saturazione nei picchi o quando lo si deve rialzare per prendere anche i pianissimo e mantenerli esenti da fruscio in maniera sufficiente.

Anzi, quei momenti li si deve addirittura prevedere e, con l’esperienza, non sempre ma almeno qualche volta ci si riesce. D’altronde ho sempre evitato l’impiego di limitatori e controlli automatici, per ottenere una qualità di registrazione sufficiente quantomeno in termini di gestione dei livelli.

Ritengo che tutto questo abbia avuto un ruolo d’importanza fondamentale ai fini della mia formazione in campo audio, oltre a quella musicale, e soprattutto della sensibilità necessaria a valutare la sonorità delle apparecchiature su basi che non fossero del tutto campate in aria.

Al di là dei suoi risvolti, quello descritto è stato un aspetto secondario della questione. Il più importante ha riguardato la scoperta del piacere che da appassionato di musica e di concerti dal vivo si prova nel poterli riascoltare a piacimento. Anche dopo anni. Dal vivo inoltre gli artisti fanno cose che su disco non ci sono. Essendo loro precluse in sala di registrazione, per motivi tecnici, commerciali e non ultima per l’assenza del coinvolgimento che si ha suonando davanti a un pubblico  possibilmente entusiasta.

Dal vivo dunque emerge la loro vera levatura, nel bene come nel male, con la fruizione della quale ci si costruiscono una cultura e una capacità di valutazione difficili da ottenere altrimenti. Anche perché nello stato d’animo conseguente all’assistere all’esecuzione dal vivo, spesso sfuggono tante cose oppure ci si fanno delle idee che non sempre trovano riscontro nell’ascolto a mente fredda, in separata sede.

A volte poi, così facendo si ha modo di entrare in possesso di veri e propri piccoli tesori. Un esempio tra tutti riguarda i brani dell’album “Tutu” di Miles Davis, eseguiti alcuni mesi prima della sua pubblicazione, oltretutto in una versione più riflessiva di quella discografica e dei concerti successivi, e persino di “Rubberband”, coi suoi pezzi di funk esasperato.

Si tratta del cosiddetto album “perduto” del trombettista, rimasto in archivio per trentaquattro anni, ed è in uscita proprio in questi giorni. Nondimeno i brani che ne fanno parte sono stati un appuntamento praticamente fisso nei concerti di Davis, dei quali hanno costituito l’ossatura fino a che ha continuato a esibirsi. Per chi ne conosce il repertorio, erano appunto quelli che non era possibile trovare in alcuno dei suoi dischi.

Strana contraddizione: ad essi non riuscì dare spazio nella sua discografia, pur essendone talmente convinto da eseguirli sempre nelle sue serate.

Malgrado la loro presa, chi ha frequentato i concerti di Davis penso li ricordi molto bene, nella loro edizione appena pubblicata mostrano di essere degli incompiuti. In diversi casi si sente che ci sono state rimesse le mani in maniera che appare poco coerente con le scelte stilistiche tipiche di Davis.

Dunque la registrazione dal vivo ha costituito un elemento d’importanza fondamentale nella mia formazione di appassionato.

 

DR 40

In dimensioni simili a quelle di un telefonino, tranne che per lo spessore, il motivo del quale lo vedremo più avanti, il DR 40 offre tutto il necessario per un appassionato di registrazione dal vivo e anche qualcosa in più.

I passi in avanti nei confronti di ciò che l’ha preceduto sono parecchio rilevanti. Non solo in termini di prestazioni, ma anche di flessibilità d’impiego, che come vedremo ha fin quasi dell’inverosimile.

Tale prerogativa rispecchia in larga parte la vera destinazione dell’oggetto, nato soprattutto per i musicisti che nelle occasioni più varie e con la praticità del caso vogliano disporre di testimonianze delle loro esecuzioni ed esibizioni, oltretutto con una qualità tutt’altro che disprezzabile.

Può registrare in MP3, da 32 a 320 kbps e in WAV, non solo in formato CD ma anche in alta definizione, a 24 bit/96 kHz. Come ho potuto verificare, già in formato CD le sue prestazioni sono valide, così da permettere la possibilità di riversare direttamente su disco senza ulteriori interventi, per forza di cose distruttivi.

Il DR 40 è un 4 canali, che quindi si reputerebbe ridondante per l’impiego riguardante la produzione di registrazioni stereofoniche. Tascam in effetti realizza anche modelli a 2 canali, il DR7 e il DR 10, ma per l’impiego di mio interesse, e spero anche di qualcun altro, il DR 40 è decisamente il più indicato.

Come 4 canali è una specie di ibrido, dato che li fa funzionare tutti insieme oppure due a due. C’è anche un modello che offre la funzionalità a canali indipendenti, il DR 44 WL, più indirizzato però verso un impiego del tipo mini-studio.

Il DR 40 è il modello più adatto per la registrazione dal vivo stereofonica nel catalogo dei portatili Tascam. In linea generale 4 canali non servirebbero per tale impiego. Si rivelano tuttavia utilissimi e addirittura salvifici nell’impiego dal vivo, data la presenza della modalità di registrazione duale.

In pratica sfrutta i 4 canali di cui dispone per eseguire una doppia registrazione stereo. La prima sui canali 1 e 2, al livello definito dall’utilizzatore, e la seconda in contemporanea sui canali 3 e 4 ma a livello inferiore, che può essere predisposto a passi di 1 dB nell’intervallo tra tra 6 e 12 dB.

In sostanza vengono registrati due file identici, ma a livello diverso, in modo tale che anche se s’incappa in sovraccarichi, notorialmente esiziali per il digitale, resta disponibile il file di riserva, che essendo di livello più basso ha ottime probabilità di non soffrire del problema. La funzione è particolarmente utile dal vivo, proprio perché la dinamica tipica delle esecuzioni causa di frequente il verificarsi di picchi, a loro volta origine di saturazioni.

La seconda caratteristica che mi piace molto del DR 40, e ha destato meraviglia anche in professionisti consumati. è la presenza sul retro di due ingressi microfono XLR, che addirittura forniscono l’alimentazione phantom a 24 o 48 volt, rendendo possibile l’impiego di un qualsiasi microfono di tipo professionale.

 

Il solo limite al riguardo è quello tipico delle macchine portatili, relativo alla qualità del preamplificatore microfonico interno, in particolare per il suo rapporto segnale/rumore. Ritengo si tratti di un problema pressoché ineliminabile, conseguente agli spazi disponibili e alla tensione di alimentazione, limitati, tipici dei registratori siffatti.

Nell’impiego dei microfoni in dotazione, comunque, non si hanno problemi di sorta. Neppure con quelli esterni che ho avuto modo di provare, tranne quando il livello si abbassa al punto tale da non avere più nulla a che fare con un’esibizione dal vivo.

In casi del genere con microfoni di bassa sensibilità si è costretti a portare verso il massimo il controllo del livello ingresso, con la susseguente comparsa di un po’ di soffio.

Proprio il diametro delle prese XLR, dotate anche di cava centrale per i jack da 6,3 mm relativi agl’ingressi di linea, è il responsabile dello spessore alquanto rilevante del DR 40, che comunque ne migliora la presa.

Un’altra funzione decisamente utile è quella che permette di far iniziare la registrazione qualche istante prima di aver premuto il relativo pulsante, ovviamente quando la macchina si trova in fase di attesa della registrazione. Questo permette di rimediare a un avvio ritardato da parte dell’utilizzatore, che talvolta può essere preso in contropiede dall’inizio inatteso dell’esecuzione, cosa che ho constatato essere non così improbabile a verificarsi.

Insomma, per quanto appena detto e anche per altro, il DR 40 è un registratore pensato da gente che sa il fatto suo.

 

Microfoni e comandi

L’alimentazione del DR 40 avviene mediante tre batterie stilo, alloggiate nel vano cui si accede dallo sportellino sul fondo del contenitore, oppure tramite alimentatore esterno, da acquistare separatamente. Nelle vicinanze è presente anche l’attacco a vite a passo fotografico, per il montaggio su treppiede o asta microfonica.

I microfoni presenti sul frontale possono essere orientati in due posizioni. ottenendo la configurazione A-B o X-Y. Quando se ne cambia l’orientamento, sul display compare la richiesta di invertire o meno i canali per mantenere un fronte stereofonico corretto. Malgrado il costo irrisorio del registratore, fanno il loro dovere con efficacia direi sorprendente. Sono largamente migliori del Sony e probabilmente anche del Sennheiser menzionati in precedenza, la loro caratteristica polare è cardioide così da avere una buona reiezione degli impulsi non provenienti dal palco.

 

Non possono ovviamente essere paragonati a microfoni professionali di costo elevato, anche se nei confronti di quelli di prezzo oggi accessibile non sfigurano poi troppo. Lo dimostra la qualità rimarchevole delle registrazioni che ho effettuato con il loro impiego.

Il pannello superiore ospita il display piuttosto ampio, ben leggibile e ricco d’informazioni. Subito sotto ci sono tre pulsanti, uno dei quali riguarda la selezione della modalità di registrazione, tra mono, stereo, dual channel e 4 canali. Sono possibili anche sovraincisioni e riversamenti, eredità delle funzioni “Portastudio” tipica delle macchine realizzate da Tascam.

Attraverso quel pulsante si accede anche alla scelta tra microfoni interni ed esterni e al controllo di livello che ha le funzioni di limitatore, riduzione del picco e automatico, oltre al normale intervento manuale.

Gli altri due pulsanti, denominati 1-2 e 3-4 (Solo), permettono la regolazione indipendente del livello di registrazione per ciascun canale e la selezione delle sorgenti monitorate in uscita durante la registrazione a 4 canali.

Più sotto ci sono i pulsanti adibiti alle funzioni primarie di trasporto. Il primo controlla accensione, spegnimento e arresto, il secondo l’avvio della riproduzione e il terzo la registrazione. E’ illuminato in rosso, lampeggiante nelle fasi di attesa e fisso durante la registrazione.

Ancora più in basso si trova la grossa crociera a 9 pulsanti. I cinque in rilievo sono per il salto di traccia, la regolazione del livello in riproduzione e la funzione di conferma della funzione selezionata e di marcatore. Quelli in posizione ribassata riguardano l’accesso ai menu coi quali si controllano le numerose funzioni della macchina, che necessiterebbero di un articolo apposito solo per la loro enumerazione. In questa sede ci limitiamo a descrivere quelle che riguardano più da vicino la registrazione stereofonica e poco altro.

Via menu si accede alle impostazioni di riproduzione, all’attivazione dell’altoparlante interno, alla selezione dei brani memorizzati nella scheda SD e agli effetti di eco e ritardo, oltretutto carini. Ce ne sono a disposizione sei: due “plate”, brillante o caldo, due “hall” con le stesse varianti, “room” e “studio”. il loro impiego conferisce un tocco di raffinatezza in più alle registrazioni, per quanto suonino in maniera ottima anche al naturale. Il livello degli effetti è regolabile. Il secondo pulsante ribassato è dedicato al controllo di riproduzione, che prevede la velocità variabile senza influssi sull’altezza delle tonalità e la selezione dei punti d’ingresso e uscita per la riproduzione in loop. Con il terzo si accede alle funzioni di mixer, che può controllare fino a 6 canali nella fase di sovraincisione con i comandi di livello, pan e mandata.

Trattandosi di un’unità virtuale, il suo impiego è alquanto macchinoso, ma che sia disponibile e con simile flessibilità su una macchina di dimensioni tanto ridotte, è un aspetto decisamente apprezzabile.

 

 

Resta il pulsante Quick, mediante il quale si accede direttamente alle funzioni di maggiore utilità relative ai diversi modi d’impiego del registratore. Potrebbe essere visto alla stregua del pulsante destro del mouse di un PC.

Sul lato sinistro del registratore ci sono l’uscita cuffia/linea, il cursore per la selezione degl’ingressi, mediante il quale si controlla anche l’alimentazione fantasma, il comando hold con cui si disattivano i pulsanti, per evitare guai premendoli inavvertitamente, e il controllo di livello in ingresso.

 

Sul retro ci sono le già menzionate prese XLR e quella destinata al controllo via comando esterno a filo, opzionale. Sul lato destro si trova lo sportellino della scheda di memoria SD, che si apre solo con grande difficoltà se non si ricorre a un cacciavite o altro arnese sottile, da usare ovviamente con cautela. In dotazione c’è una scheda SD da 4 GB. La capacità massima di memoria è stata innalzata a 128 GB nella versione 2, che permette anche il controllo separato del livello di ogni microfono, in precedenza non possibile, e altre migliorie di dettaglio. C’è infine la presa USB per alimentare dall’esterno il DR 40 oppure collegarlo a un PC per lo scarico dei file. Peccato non sia protetta anch’essa da uno sportellino.

 

Un’ultima mancanza riguarda l’assenza di un ingresso/uscita digitale, che si sarebbe rivelato utile in numerosi frangenti.

La dotazione del DR 40 comprende un cavo di collegamento USB, le batterie alcaline necessarie al suo funzionamento, una scheda SD da 4 GB e un piedino che serve per tenerlo ben orizzontale quando appoggiato su un tavolo o altro. Quando non lo si usa può essere riposto all’interno del vano batterie.

 

Sul campo

Leggero quanto basta, delle dimensioni adatte a stare in una mano ed essere afferrato con la saldezza necessaria, il DR 40 è maneggevole e non crea impaccio al suo utilizzatore. Nello stesso tempo mantiene i comandi grandi a sufficienza per non creare difficoltà nell’impiego pratico. Quindi tenerlo orientato per la durata di un concerto non è una sofferenza troppo grande, soprattutto se si ha l’accortezza di trovare una posizione comoda e in appoggio per la mano che lo deve sostenere.

La madrevite presente sul fondo permette l’impiego di un sostegno, come ad esempio uno di quei piccoli treppiedi per uso fotografico.

Quando si registra per mezzo dei microfoni in dotazione, il DR 40 denota sensibilità al contatto, captando i movimenti della mano che rientrano nella registrazione sotto forma di rumore a frequenza bassa. Personalmente ho ovviato con l’impiego di un tubo di neoprene di dimensioni opportune, tagliato nel senso della lunghezza.

Ho utilizzato il DR40 per effettuare diverse registrazioni, sia al chiuso che all’aperto, tutte venute meglio del prevedibile. A livello timbrico la similitudine alla sonorità èercepita durante il concerto è fuori discussione, il che è già molto per un oggetto di costo simile.

Per la qualità in termini assoluti molto dipende dalle caratteristiche più o meno valide del segnale registrato, da non dare mai per scontate.

In merito alla tenuta alle pressioni sonore elevate, il costruttore dichiara ben 125 dB. Anche facendo a tale valore una tara sostanziosa, si resta nell’ordine dei 120 dB o poco meno, che per microfoni del genere non sono pochi. Non siamo ovviamente a livello dei migliori professionali, che hanno valori dichiarati di 135-140 e più dB, ma non ci si può lamentare. Del resto immagino che nessuno si farà venire in mente l’idea brillante di posizionare il registratore a stretto contatto con l’altoparlante di un amplificatore per basso o chitarra, oppure dentro la bocca di un sassofono. Impeccabile è l’assenza di fruscio anche nei passaggi a livello basso, sempre durante le registrazioni dal vivo, cosa che con le macchine del passato, anche digitali, era alquanto aleatoria.

Malgrado la ricchezza di funzioni considerevole, non è difficile acquisire dimestichezza almeno con quelle di base, anche per via di una disposizione dei comandi e costruzione dei menu che ne rende l’impiego abbastanza intuitivo.. Meglio comunque abituarsi al suo impiego prima di andare a registrare dal vivo, magari facendo qualche prova in casa. Sarà meno probabile trovarsi in difficoltà nei frangenti che potrebbero presentarsi, evitando il rischio di rovinare una ripresa importante.

Consigliabile anche munirsi di una scheda di memoria di capacità maggiore rispetto a quella in dotazione, in modo da non essere costretti a scaricare i file a ogni utilizzo, per evitare di trovarsi a corto di spazio registrabile proprio sul più bello.

Il riascolto diretto dall’uscita cuffia è ben più che soddisfacente, in particolare se si ha l’accortezza di munirsi di un trasduttore dall’impedenza ridotta, in abbinamento al quale il livello d’uscita è sovrabbondante. Se poi si tratta anche di un esemplare caratterizzato da una timbrica equilibrata, assaporare sensazioni dall’attinenza evidente e non di rado sorprendente con quelle dell’evento da cui deriva la registrazione non è assolutamente un’utopia.

Anzi, si può fare affidamento sulla cosa.

Come rilevato in precedenza, l’impiego degli effetti di ritardo e riverbero in dotazione fornisce una marcia in più all’ascolto delle registrazioni autoprodotte, che acquisiscono una raffinatezza considerevole, senza per questo evidenziare l’artificiosità tipica di quel che è fatto per stupire al primo impatto ma si rivela stucchevole e innaturale dopo qualche istante. Fondamentale è non esagerare sui controlli di livello degli effetti, operando su di essi senza troppa parsimonia ma andando avanti di un passo alla volta fino a trovare l’equilibrio giusto. Come avviene sovente con questo tipo di dispositivi, il punto ottimale s’individua definitivamente agendo in attenuazione, piuttosto che nel senso opposto.

Il livello dell’effetto non è dato solo dalla sua regolazione, ma anche dalla posizione del controllo Send nella schermata del mixer.

Sarebbe disponibile anche un equalizzatore, ma la sua modalità operativa è fin troppo elementare. Permette l’intervento sulle frequenze basse, medie o alte, con un solo livello di esaltazione o attenuazione.

Utilizzando l’uscita di segnale in modalità linea, ossia connesso al preamplificatore dell’impianto, il DR 40 sancisce ulteriormente le sue doti, con una sonorità godibile e ancora una volta priva di artificiosità, ovviamente qualora la registrazione sia stata effettuata in maniera corretta. Anche in questo caso gli effetti di ambienza si rivelano gradevoli, segno della loro progettazione accurata.

Proprio in condizioni del genere si rimpiange l’assenza di un’uscita digitale. Gli stadi di conversione D/A e di uscita del DR40 fanno il loro dovere in maniera persino superiore alle attese, ma è evidente che non possano andare oltre i loro limiti, innanzitutto fisici, oltre a quelli derivanti da un’alimentazione a soli 4,5 volt.

Chiedere più di quello che c’è e di per sé va al di là delle attese, oltre a essere offerto a prezzi simili, può sembrare da incontentabili o proprio da sfacciati. Nondimeno la presenza di un ingresso/uscita digitale avrebbe reso perfetto l’equipaggiamento del portatile.

Il DR 40 è stato utilizzato anche in abbinamento a microfoni esterni. Nella fattispecie degli AKG C1000, dei quali ci occuperemo tra qualche tempo, e dei Rode NT 5. Ovviamente la qualità delle registrazioni così ottenute migliora ulteriormente, in maniera ben percepibile, anche se per forza di cose la complessità dell’equipaggiamento aumenta di pari passo. Non solo per la presenza della coppia di microfoni, ma soprattutto per la necessità di sostenerli con un supporto adeguato. Anche la necessità dei cavi di collegamento gioca il suo ruolo a tale proposito.

Per forza di cose, allora, l’utilizzo del registratore abbinato a microfoni esterni si restringe quasi solo alle occasioni in cui si può disporre di condizioni maggiormente controllate e della disponibilità da parte di artisti e gestori.

In frangenti dell genere le cose si facilitano alquanto se si utilizzano esemplari di dimensioni compatte, come lo sono appunto i Rode, che trovano soddisfatta la loro necessità di alimentazione esterna per mezzo della tensione phantom attivabile sugli ingressi per i microfoni esterni.

A questo riguardo, per non lasciare nulla di trascurato, a suo tempo ho deciso di realizzare appositamente dei cavi XLR che hanno dato risultati parecchio lusinghieri nel confronto con quelli di utilizzo più comune, offrendo un loro contributo, consistente, alle qualità delle registrazioni.

 

 

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