Quello che si vede è di camicia…

– “E’ camicia questa?”

– “Quello che si vede è di camicia, quello che non si vede che si fa a fare? E’ stoffa che si spreca!”

Il dialogo tra Totò e Titina De Filippo in “Totò, Peppino e i fuorilegge” è decisamente surreale. In quel film la sorella del grande Eduardo interpreta una moglie molto ricca ma di una tirchieria pazzesca. Spinta non solo al servire un’oliva ciascuno ai propri commensali pretendendo si tratti dell’antipasto, ma a costringere il consorte a indossare camicie che di tale indumento sono soltanto un simulacro.

Come accade spesso, la realtà supera la fantasia. Così ad alcuni decenni di distanza ci troviamo in condizioni non molto dissimili. La differenza maggiore è che se quella scenetta scatenava un’ilarità incontenibile, adesso manteniamo la massima serietà, fermamente convinti di trovarci di fronte a una delle più genuine esemplificazioni del progresso tecnologico proprio del ventunesimo secolo.

Le conseguenze del WAF portate alle estreme conseguenze. Spiace vedere un lavoro dai simili contenuti artistici, si tratta dei motivi Petrikovskij della tradizione ucraina eseguiti a mano, portato talmente fuori dal suo contesto da sovvertirne completamente la valenza, in nome del cattivo gusto..
Le conseguenze del WAF portate alle estreme conseguenze. Spiace vedere un lavoro dai simili contenuti artistici, si tratta dei motivi Petrikovskiy della tradizione ucraina eseguiti a mano, portato talmente fuori dal suo contesto da sovvertirne completamente la valenza, in nome del cattivo gusto.

Oggi tutta l’importanza viene attribuita proprio a “quello che si vede”, dato che soprattutto su tale parametro si prendono le decisioni. Anche in base al famigerato WAF, che spesso ho l’impressione che sia niente altro che una grossa scusa. Per giustificare la degenerazione di un settore o meglio il suo deragliare verso la soddisfazione di desideri che hanno sempre meno a che vedere con la sua destinazione primaria. Che non è mai stata quella di compiacere l’occhio di persone spesso del tutto disinteressate alla riproduzione sonora qualitativamente impeccabile.

Per il tramite di quell’acronimo, infatti, è stato possibile far passare tutto e tutto il suo contrario, giocando strumentalmente sul fatto che anche le esigenze dell’altra metà del cielo hanno il loro rilievo e vanno doverosamente rispettate. Per arrivare all’assurdo di poter sostenere che si, quel diffusore suona da far pena, ma sai, piace tanto alle donne…

 

HAF

Siccome mi piace andare alla radice delle questioni, sia pure nei miei poderosi limiti, e anche sottoporle alla prova inerente il capovolgimento dei termini, che spesso dà risultati interessanti, mi chiedo cosa accadrebbe nel caso in cui a prodotti dedicati soprattutto all’utenza femminile, come appunto quelli della moda o di cosmetica, si dovesse applicare l’HAF.

Ovvero l’Husband Acceptance Factor.

Che però, guardacaso, non solo non mi sembra sia mai stato coniato, ma neppure c’è stato alcuno che si sia mai preoccupato di rilevare questa curiosa discrepanza. Anche a questo riguardo sarebbe interessante andare a vedere i motivi. Personalmente ho la mia idea, anche se mi astengo dal divulgarla, almeno in questo contesto.

Mi limito solo a rilevare che in certi casi alla parità dei sessi, sacrosanta, viene attribuita un’interpretazione a senso unico. Peggio, a volte si suggerisce che parità sia sinonimo di uguaglianza. Il che evidentemente non solo non è vero, ma non è proprio possibile. Se lo si fa, dunque, non potrebbe essere a causa della necessità di rendere concreti alcuni effetti di quella falsa uguaglianza che non si ha il coraggio di sostenere in maniera più esplicita?

Se il concetto di HAF prendesse piede, quale sarebbe il suo impatto sui prodotti destinati al pubblico femminile? Cosa accadrebbe se dovessero rispettare anche i gusti del pubblico maschile? Come e in che misura ne verrebbero influenzate le caratteristiche? Potrebbe finire che in tal modo si stravolgano le peculiarità del prodotto?

Non si potrebbe verificare, poi, per le necessità di massificazione proprie della grande industria, un tentativo di ridurre ai minimi termini le differenze tra i gusti di uomini e donne? E nel momento in cui venissero uniformati, cosa sarebbe del resto delle differenze tra i due sessi? Forse andrebbero anch’esse a finire sempre più sullo sfondo? Con quali risultati, in termini etici, antropologici e sociali?

A questo proposito, dal mio punto di vista vale sempre la pena ricordare che il suo massimo splendore questo settore lo ha vissuto nel momento in cui sacrificando percettibilmente la veste estetica ha fatto del suo meglio per soddisfare l’udito. Proprio così ha messo gli appassionati nelle condizioni di realizzare impianti capaci di dare soddisfazioni di rilievo, senza costringere a spendere cifre troppo sostanziose.

Questo è avvenuto nei primi anni ottanta, quando la scuola inglese si impose con i suoi amplificatori senza fronzoli. Nei quali togliendo di mezzo tutto il superfluo si poteva destinare la massima parte dei costi agli elementi più significativi per l’ottenimento delle doti sonore migliori. Così è stato permesso di realizzare impianti più efficaci, il che ha funzionato anche come catalizzatore per un numero sempre maggiore di persone, attratte proprio dalla possibilità di ottenere livelli qualitativi elevati in termini di riproduzione sonora senza bisogno di investimenti troppo onerosi.

Viceversa, nel momento in cui è andato a privilegiare la cosmetica, questo settore è precipitato in una crisi sempre più profonda, dalla quale non sembra più essere possibile via di uscita alcuna.

Certamente il sistema economico attuale non è più quello degli anni ottanta, come non lo è il quadro normativo, anche e soprattutto in termini fiscali. Meno che mai lo sono gli obiettivi delle persone. Quindi non è detto che i profitti derivanti da apparecchiature realizzate nel modo suddetto, per quanto vendute in gran numero, sarebbero sufficienti a tenere in piedi le strutture commerciali necessarie.

E’ anche vero, però, che all’epoca nessuno si sarebbe sentito in dovere di andare in giro con SUV di prezzo pari a quello con cui si comperavano due o tre appartamenti, ritenendosi in caso contrario menomati nelle proprie legittime aspirazioni, se non addirittura nella propria immagine professionale. Da dove arrivano certi bisogni se non dalla stessa mentalità capitalistica che appunto a fini di profitto, e di crescita che non può essere infinita se ha luogo in un sistema finito, gonfia instancabilmente numeri, desideri e quelli che le persone interpretano come autentiche e legittime necessità. Gonfia oggi e gonfia domani, la bolla alla fine esplode, non prima di aver causato danni enormi.

 

Il cinema in casa e le sue conseguenze

In base a questo discorso, ci si potrebbe chiedere qual è stato il momento in cui gli elementi di facciata hanno iniziato a prendere il sopravvento su quelli sostanziali. Il punto cruciale è stato quando l’home theater ha iniziato a prendere piede. Essendo destinato a un pubblico più ampio rispetto a quello tipico della riproduzione audio propriamente detta, che quindi non avrebbe gradito l’aspetto un po’ troppo specialistico delle apparecchiature hi-fi dell’epoca precedente, tra le sue conseguenze c’è stato appunto l’attribuire alle doti estetiche un’importanza sempre maggiore, fino a renderle preponderanti.

Del resto l’home theater, che lo si voglia o meno, è un’attività primariamente di visione, al completamento della quale, e al fine di renderla più coinvolgente, si è cercato di abbinare anche un audio di maggiore efficacia rispetto a quello tipico dei televisori. Ma sempre e solo in funzione dell’occhio.

Allora mi chiedo: se si accetta di ridurre la riproduzione sonora a elemento complementare alla esaltazione e finanche alla sublimazione del piacere conseguente all’intrattenimento del senso della vista, dove altro si ritiene di andare a finire, se non in uno stato di crisi sempre più profonda?

Inoltre, come si può pensare che una volta affermata questa predominanza della funzione visiva, essa non vada a estendersi anche al settore dell’audio, causando un vero e proprio sovvertimento per il modo stesso di considerarne i prodotti, non più in base ai loro meriti in termini acustici ma soprattutto per il loro aspetto?

Dal momento che i diffusori sono l’elemento più vistoso dell’armamentario destinato alla riproduzione sonora, e che oltretutto l’home theater ne prevede in numero ben maggiore rispetto alla stereofonia, l’obiettivo non poteva essere che adeguarli per primi alle necessità di un pubblico almeno in teoria non più composto da soli appassionati di riproduzione sonora.

Anzi l’home theater doveva rappresentare, sempre in teoria, proprio la leva mediante cui il settore della riproduzione sonora si sarebbe affrancato dalla limitazione conseguente al rivolgersi esclusivamente al suo pubblico d’elezione. Per approdare alle potenzialità di spesa virtualmente illimitate di quello generalista, derivando in forza di ciò nuovi destini, magnifici e progressivi.

Quanto avessero ragione i profeti del nuovo verbo audio/video lo abbiamo visto negli anni successivi: quel che doveva andare in soccorso dell’audio si è trovato, ben presto, nella necessità impellente di farsi soccorrere da esso.

Non è che ci voglia una scienza per capire che se uno si ammazza di cambiali per comperarsi lo schermo all’ultimo grido, che oltretutto cambia un mese si e l’altro pure, poi non gli rimangono nemmeno i soldi per mangiare e pagare affitto e bollette. Altro che 5.1, che diventa 7.2 poi 9.2, mentre da tempo si sente farneticare di 11.3.  Inoltre, se si è già riempito il risicato soggiorno delle case di oggi con uno schermo dalle dimensioni tanto generose, dove pensiamo che si potrà mettere questo improbabile esercito di diffusori?

Quali saranno le reazioni della moglie-tipo che già di diffusori non ne tollera due, di fronte all’invasione del salotto buono da parte di altoparlanti frontali-centrali-laterali-posteriori, con il contorno degli ulteriori ingombri rappresentati dai subwoofer?

Per non parlare dei cavi destinati al loro collegamento. Che facciamo, li lasciamo a vista con prospettive di rivolta da parte dell’intera rappresentanza femminile della famiglia, di potenziali abbandoni del tetto coniugale e cause di divorzio per crudeltà mentale, oppure li mettiamo sottotraccia dovendo a quel punto affrontare costi forse maggiori rispetto a quelli di tutto l’impianto?

Insomma, si parla tanto di WAF, quasi sempre a sproposito, dato il fatto che il multicanali è la cosa ad esso più antitetica che sia possibile immaginare.

E poi diciamoci la verità: qui da noi il megaschermo lo si compera nella stragrande maggioranza dei casi per guardarci le partite. Che allo scopo si disputano lungo tutto l’arco della settimana. Affiancargli un audio di classe non sembra così necessario.

Se poi ci inoltriamo minimamente nell’aspetto tecnico, non possiamo far altro dall’osservare che quanto ci viene suggerito è un mero nonsenso. Dato che si dovrebbe mettere un certo numero di diffusori a proiettare la loro emissione l’uno verso l’altro, con i risultati conseguenti di cancellazione, sovrapposizione e rafforzamento del tutto casuali quanto poco funzionali. Un tutti contro tutti, insomma, semplicemente distruttivo per le qualità di ognuno. Di fronte a quello che è lo scenario concreto dell’installazione-tipo home theater, iniziano proprio a sfuggire le motivazioni che dovrebbero spingere alla spesa di somme di denaro parecchio consistenti per ottenere qualcosa di simile a un guazzabuglio.

Il sospetto è che questa grande trovata dell’home theater sia stata partorita da uno di quei geni la cui specialità primaria risiede nella dissociazione totale da qualsiasi forma di realtà. Ma, proprio per questo, tutti gli sono andati appresso.

 

Nuovi scenari

Così ci si è trovati a dover adeguarsi alle necessità indotte dal cambio di  tendenze. A tale proposito si è agito in primo luogo sulla veste estetica, per cercare di renderla più accettabile in ambienti come salotti e soggiorni, dedicati anche e soprattutto ad altre attività, e in qualche modo digeribile anche per il pubblico femminile. Più o meno in quell’epoca infatti si iniziò a parlare di WAF, rivelatosi in seguito uno tra gli elementi più distruttivi riguardo alla riproduzione sonora e alle caratteristiche delle apparecchiature ad essa adibite.

Il motivo è semplice: se nella realizzazione di oggetti destinati a un utilizzo specialistico e di grande complessità dal punto di vista tecnico e prestazionale si va ad attribuire un’importanza maggiore agli elementi collaterali, le risorse che in precedenza erano destinate al nocciolo duro del prodotto saranno sviate verso aspetti che poco o nulla hanno a che fare con esso. Se poi come in questo caso non vi è neppure la certezza assoluta di quali siano i parametri concreti che entrano in gioco proprio ai fini tecnici e prestazionali, non si avrà altro dall’aggiungere confusione a confusione.

In sostanza, dunque, quello che avviene è che si inizia ad andare per farfalle, attività senz’altro gradevole e riposante. Forse però non è la più indicata ai fini dell’individuazione di un percorso ragionevolmente corretto verso l’evoluzione tecnica e prestazionale, che si immagina resti comunque l’obiettivo primario di un settore come quello della riproduzione sonora.

Se l’home theater prevede la moltiplicazione dei diffusori utilizzati dall’impianto, volendo far si che un pubblico ampio a sufficienza sia interessato alla faccenda, e quindi comperi il prodotto, è necessario allettarlo con un prezzo non dico conveniente, ma che almeno non sia del tutto avulso dalle sue possibilità di spesa.

Ecco perché in una prima fase le linee di diffusori destinati al multicanali rimasero ben distinte e separate da quelle inerenti l’audio stereofonico: il diffusore destinato all’home theater doveva essere innanzitutto meno costoso di quello dedicato alla stereofonia. Del resto per la riproduzione dell’audio di programmi video non c’è bisogno della precisione tipica dei sistemi destinati all’ascolto di musica. La dovizia di effetti speciali con cui sono inzeppate le pellicole di oggi, in mancanza di elementi di maggiore sostanza a livello narrativo, non necessita certo delle prerogative musicali atte a riprodurre in modo credibile il primo violino dell’Orchestra della Scala.

Nel corso del tempo però ci si rese conto che mantenere linee di prodotto parallele aveva un costo non indifferente. Così si andò verso la loro integrazione, il che non poté significare altro dall’ulteriore imbastardirsi del diffusore nato per la riproduzione di musica, dato che occorreva scendere a compromessi con le caratteristiche tipiche di quello per l’audio/video, secondo le direttrici che abbiamo appena visto.

Il diffusore, dunque, veniva inteso non più come elemento atto alla trasduzione di segnale elettrico in onde sonore, in un panorama che aveva quale obiettivo primario l’ottenimento di caratteristiche tecniche e prestazionali sempre migliori, ma soprattutto quale elemento di arredo. In quanto tale chiamato a soddisfare esigenze ben diverse.

E’ evidente che realizzare un elemento di arredo ha i suoi costi, in particolare in termini di estetica e finitura, proprio quelli che vengono riassunti dalla definizione di “cosmetica”.

Quindi ricapitoliamo: per un verso il diffusore deve costare meno, perché nella previsione che il suo acquirente ne debba acquistare più di una coppia non è che gli si possa chiedere di svuotare il conto in banca. Per un altro deve essere più bello che mai, proprio in conseguenza del WAF e degli altri aspetti appena considerati.  Infine deve rispondere in maniera sempre più efficace alle economie di scala necessarie al suo costruttore per restare sul mercato, il che equivale a dire un profitto sufficiente a far si che valga la pena proseguire nella propria attività.

E’ evidente che contemperare esigenze tanto diverse non è facile: le caratteristiche necessarie allo scopo hanno un costo, quindi le risorse destinate a metterle in pratica da qualche parte devono saltare fuori. Siccome quello che si vede non può che continuare a essere di camicia, oltretutto sempre più bella, ecco allora che l’unica possibilità rimasta è andare a recuperarle da quello che non si vede.

Tanto è solo stoffa che si spreca.

 

Quanto costa questo crossover?

A tale proposito la confidenza fattami da un progettista di diffusori di una certa notorietà non è solo illuminante, ma si inserisce nel discorso in una maniera che migliore non si potrebbe.

“Un bel giorno ti chiama il proprietario della fabbrica di diffusori e ti dice: Caro, mi serve il crossover per il nuovo modello che esce tra breve. Vuoi farlo tu? Va bene, gli dico. Torno dopo un mese o due con il crossover tra le mani e il proprietario mi fa: però, proprio bello ‘sto crossover, bravo… Si, ma quanto costa? Venti euro. Che cosa? No no, lo devi fare con cinque”.

Magari l’appassionato può giustamente non rendersene conto, ma il crossover ha un’importanza fondamentale per le caratteristiche funzionali e le doti sonore del diffusore. Inoltre, per via delle rotazioni di fase che induce e di altre questioni di ordine elettrico, va a influenzare anche il funzionamento dell’amplificazione, e di conseguenza ha potenzialità enormi, nel bene e nel male nei confronti del segnale che arriva agli altoparlanti. Basta giocare un po’ con uno di essi, mettendo, togliendo o sostituendo condensatori, variando le pendenze di filtraggio e i punti d’incrocio, giocando sullo 0.1 ohm di resistenza in più o in meno delle bobine, e poi ascoltare quel che ne deriva, per rendersene conto.

Si tratta quindi di un componente particolarmente critico, che in condizioni ideali andrebbe curato allo spasimo, proprio per le conseguenze che produce sul diffusore e quindi sulla sonorità di tutto l’impianto. Ma il fabbricante di casse cosa fa? Lo vuole produrre con due lire. O meglio, sa che deve farlo. Per stare sul mercato, per poter fare la cassa più bella esteticamente di quella della concorrenza, e via di questo passo.

Così facendo la qualità sonora che fine fa? Semplicemente quella che è stata decretata dalle esigenze di un mercato regolato secondo i criteri che fin qui si è cercato di descrivere, non si sa quanto indotte artificialmente e quanto conseguenza della sua evoluzione naturale.

Tanto poi c’è il Coro Degli Entusiasti A Prescindere, sempre pronto a magnificare le doti di qualunque cosa gli venga sottoposta. Quello è il suo compito e chi ne vuole far parte, ed eventualmente diventarne anche un solista, sa perfettamente qual è il modo di comportarsi. Nel suo repertorio c’è anche compiacere il noto marchio che dirama la foto dell’addetto alle prese con la saldatura di un condensatore della serie Supreme, relativo alla rete di filtraggio di un diffusore di costo molto elevato. Volendo suggerire l’idea che si tratti di chissà cosa, quando invece se lo si compera in quantità ha un costo non dico trascurabile ma quasi. Quindi l’incidenza di un particolare simile, rispetto al prezzo di vendita del prodotto finito, resta quello che è. Anche se poi il coefficiente moltiplicativo del costo di produzione che va a formare il prezzo al pubblico rende significative anche differenze che non sembrerebbero tali.

Almeno però quel costruttore sui modelli maggiori utilizza un componente siffatto. Per la produzione più abbordabile, invece, le scelte che si fanno di solito sono per forza di cose ben altre. Non di rado per impieghi del genere si ricorre tuttora agli elettrolitici, economici ma altrettanto deleteri per le doti sonore del sistema che vanno a equipaggiare.

 

Cosa non si farebbe per un po’ di sensibilità

Fin qui per quanto riguarda il crossover, ma c’è almeno un altro paio di aspetti su cui si ragiona in base al concetto di “quel che non si vede che si fa a fare, è stoffa che si spreca”. Il primo riguarda la coibentazione interna del diffusore. Spesso si tende a trascurare questo elemento, un po’ perché si risparmia e poi per cercare di tenere alta la sensibilità. Si tratta in effetti di un parametro dall’importanza primaria, non solo perché per ottenere un aumento del livello di pressione sonora pari a 3 dB è necessario che l’amplificatore eroghi una potenza doppia. L’aspetto davvero importante a questo proposito riguarda il fatto che l’orecchio umano interpreta a modo suo le variazioni di livello che possono verificarsi tra un diffusore e l’altro, a parità di rotazione della manopola del volume. Per questo motivo, se si fa una prova a confronto tra alcuni di essi, l’impressione è che quello che sentiamo suonare più forte sia il migliore. Tranne nel caso di aberrazioni timbriche marchiane, insomma, la regola è che chi suona più forte vince. I costruttori lo sanno perfettamente e quindi cercano di fare in modo di realizzare diffusori che suonino più forte degli altri, proprio perché nella saletta del rivenditore daranno l’impressione di maggiore qualità sonora. Quando invece le cose potrebbero stare in maniera opposta.

Questo diffusore è un tipico esempio di quanto descritto nel testo. Alto più di un metro, e da oltre 30 cm di lato, ha l'interno del cabinet completamente vuoto. La sua sonorità è esaltata dalla pubblicistica di settore ma rivela in modo palese quanta parte di essa sia dovuta a rimbombo.
Questo diffusore è un tipico esempio di quanto descritto nel testo. Alto più di un metro, e da oltre 30 cm di lato, ha l’interno del cabinet completamente vuoto. La sua sonorità è esaltata dalla pubblicistica di settore ma rivela in modo palese quanta parte di essa sia dovuta a rimbombo. Quel che si vede, viceversa, è in prezioso legno zebrano.

C’è modo e modo di suonare e c’è modo e modo per incrementare la sensibilità. A questo proposito si possono utilizzare altoparlanti intrinsecamente più efficienti, ossia in grado di emettere pressioni sonore maggiori con una data potenza in ingresso, si può abbassare l’impedenza, ponendo l’amplificatore nelle condizioni di affrontare uno sforzo maggiore, oppure fermi restando gli altoparlanti si può ridurre ai minimi termini, e addirittura eliminare del tutto, l’assorbente interno.

Così facendo l’emissione della faccia posteriore degli altoparlanti viene riflessa in proporzioni maggiori dalle pareti interne del cabinet, andando a sovrapporsi, sommarsi e sottrarsi in varie proporzioni e modalità, a seconda delle relazioni di fase che oltretutto variano di istante in istante, tra emissione diretta ed emissione riflessa.

Questo fenomeno può effettivamente causare un certo incremento di sensibilità, anche se si tratta di qualcosa che andrebbe verificato caso per caso. Quindi lo si sfrutta per ottenere le condizioni necessarie affinché il diffusore possa sembrare più valido all’orecchio dell’ascoltatore, in quanto capace di suonare più forte. Mentre invece, a causa delle modalità con cui si è ottenuta questa caratteristica, non può che suonare peggio, rispetto a un diffusore magari di sensibilità minore, ma la cui gestione delle riflessioni interne è eseguita in maniera più corretta, e soprattutto finalizzata all’ottenimento di una qualità sonora realmente superiore. Che si ottiene appunto facendo in modo che l’emissione dell’altoparlante sia disturbata il meno possibile da elementi spuri.

Le riflessioni che si cerca di sfruttare nel modo che abbiamo appena visto, producono in realtà un effetto negativo per le doti sonore del diffusore, oltretutto subdolo. Il rimbombo causato dalle riflessioni interne non può che sommarsi all’emissione degli altoparlanti, causandone il degrado. Siccome il ritardo accumulato dalle onde riflesse è molto ridotto, in conseguenza delle dimensioni limitate del cabinet, riesce difficile scinderne le componenti da quelle proprie dell’emissione principale, ossia quella prodotta dagli altoparlanti in conseguenza del segnale presente ai loro morsetti d’ingresso. Ciò che si percepisce è la sonorità complessiva del sistema, quella degli altoparlanti e quella diciamo così di cassa. Oltretutto quest’ultima può essere utilizzata in vari modi: ad esempio per dare un impressione di rinforzo e di maggiore estensione alla gamma inferiore, spesso carente nei diffusori dalle proporzioni contenute.

Questo, peraltro, è uno dei motivi per cui le misure di risposta in frequenza, tenute in considerazione oracolare da un gran numero di appassionati, in particolare quelli che per troppo tempo sono stati a sentire le teorie interessate propinate loro da parte della stampa di settore, non hanno in realtà significato alcuno. Proprio perché quella linea tracciata sul grafico non si sa da cosa sia effettivamente formata: se da emissione diretta, quella valida ai fini delle migliori caratteristiche di riproduzione, o quella riflessa all’interno del diffusore, fatta appunto di rimbombo, vibrazioni del cabinet e altri disturbi. Che non solo generano degrado, ma sui quali come abbiamo visto si può giocare per falsare a piacimento le caratteristiche intrinseche del diffusore in termini di sonorità. Quel degrado, oltretutto, non solo è ingannevole perché difficilmente riconoscibile per i motivi suesposti, ma è condiviso un po’ da tutti i diffusori in commercio. Quindi si è talmente abituati ad esso da non farci caso. Proprio perché ogni costruttore, ben conoscendo i trucchi del mestiere, si ritiene costretto a farne uso. Per lo stesso motivo in base al quale nessuno siederebbe al tavolo del poker, sapendo che gli altri giocatori sono tutti muniti di assi nascosti nelle maniche, senza mettersi al loro stesso livello.

Tuttavia, nel momento in cui si ha la possibilità di ascoltare un diffusore ragionevolmente libero dai problemi causati dallo sfruttamento sconsiderato delle riflessioni interne, la differenza si comprende all’istante. L’emissione del diffusore è più nitida, precisa e dettagliata. Il rimbombo alle basse frequenze, che fino ad allora era stato scambiato per potenza ed estensione, comunque espresse a casaccio, tende a scomparire. Lasciando spazio a una sonorità più asciutta ed articolata, che sulle prime potrebbe destare l’impressione di una certa carenza. Poi, però, prolungandosi l’ascolto, mostra di essere finalmente correlata alle informazioni presenti nella registrazione. Dato che nel momento in cui il contrabbasso scende per davvero, lo si sente riprodotto in maniera che si comprende fin quasi per istinto essere più corretta, e soprattutto con estensione e precisione maggiori rispetto alla situazione precedente. Proprio perché le riflessioni casuali che si lasciano libere di imperversare all’interno del diffusore, nel momento in cui non si trovano perfettamente in fase con l’emissione dell’altoparlante, ovverosia quasi sempre, non possono che produrre fenomeni di cancellazione, parziale o totale. E sempre su base casuale. Ciò significa che in un momento quel contrabbasso lo si udrà più forte del dovuto e in un altro sarà invece più debole, in sostanza mai come deve essere. Soprattutto, resterà comunque gravato da quella sonorità vagamente gonfia e rimbombante per tutta la durata della riproduzione.

Perché succede tutto questo? O meglio, perché non si fa nulla per evitarlo? Per il solito motivo: perché basta che sia di camicia quel che si vede. Il resto è stoffa sprecata.

Tanto, quando le persone si abituano a vedere tutti gli altri che vanno in giro con la schiena scoperta, come il povero Totò nell’immagine di apertura, non hanno difficoltà a convincersi che sia la cosa giusta, essendo quella la prassi. Quindi non è che ci si soffermi a valutare i perché e i percome si faccia in quel modo, e men che meno ad analizzarne le conseguenze.

Ecco un altro dei motivi per cui gli appassionati si lamentano della qualità dei loro impianti, tanto più rumorosamente quanto più sono costosi, e non sono mai contenti. Sono gli stessi costruttori che vendono loro quei prodotti a costi disumani a determinarne le cause, mentre chi vende al dettaglio tali prodotti si adopera per convincerli che meglio del diffusore che stanno per comperare non possa esistere nulla, per dogma evangelico.

Però poi, quando a quei perenni scontenti cerchi di spiegare i motivi della loro insoddisfazione e di illustrare il percorso atto a neutralizzarla, ti guardano come se fossi impazzito. O meglio alzano il crocifisso gridando vade retro come farebbe l’esorcista nei confronti dell’invasato. Dato che le casse che si sono comperati dopo mille confronti, che tengono a precisare di aver svolto di persona, e ancora più incertezze, sono perfette per definizione. E’ ovvio: se non lo fossero sarebbe la loro stessa competenza e capacità di discernimento a essere messa in discussione, e questo ovviamente non è possibile.

Figuriamoci poi se chi le realizza non farebbe di tutto e di più per raggiungere tale perfezione. Non per nulla è il Grande Marchio Tal Dei Tali. Purtroppo invece è esattamente l’opposto: chi costruisce quelle casse ne penalizza deliberatamente il potenziale, in termini di qualità sonora, in base a una serie di motivazioni cui occorre sottostare malgrado siano inconfessabili. Possono essere riassunte nella legge del “se vuoi giocare a questo tavolo, ne accetti le regole per quelle che sono”. Ecco perché non si troveranno mai sulla stampa di regime. Ehm scusate, volevo dire di settore.

 

Cablaggi interni, vicoli e autostrade

Dopo una dissertazione tanto penosa, arriviamo all’ultimo elemento per cui, soprattutto nel campo dei diffusori ma non solo in esso, quello che si vede è di camicia e il resto è stoffa che si spreca.

Mi riferisco al cablaggio interno. Nel corso della mia attività professionale non so più nemmeno io quanti diffusori abbia smontato. Beh, ce ne fosse stato il 10% con il cablaggio interno non buttato li come se si ritenesse un punto d’onore eseguirlo nella maniera più sciatta possibile. Ossia mediante cavi unipolari con il polo positivo a un palmo di distanza da quello negativo, da cui induttanza a scatafascio, servendosi oltretutto del cavo meno costoso possibile. Anche e soprattutto per diffusori che ti fanno pagare un occhio della testa.

Ora, non è come ti fanno credere sulle riviste, che il cavo debba essere messo in bell’ordine e possibilmente nascosto alla vista. Quello è solo il modo per fare bella figura nelle foto pubblicate a corredo delle loro prove. Si tratta infatti del modo migliore per far si che il cablaggio aumenti la sua lunghezza, quindi i suoi difetti congeniti. A ulteriore e speriamo definitiva dimostrazione che quel che piace all’occhio difficilmente va d’accordo con le esigenze dell’orecchio.

E’ evidente che anche le caratteristiche del cavo interno al diffusore abbiano il loro influsso sulla sua sonorità. Tuttavia si ritiene che non esista o meglio si tende a trascurarlo, quando invece è particolarmente pesante. In primo luogo perché stiamo parlando dell’ultima tratta di cavo, la più importante per i motivi spiegati in “L’hi-fi non è una lampadina“.

A questo proposito, date le condizioni, devo spezzare una lancia a favore dei cosiddetti cavo-scettici. Non perché il cavo non possa suonare, nel senso di produrre differenze udibili passando da un esemplare all’altro, come dicono loro, ma perché limitandoci ai cavi tra amplificazione e diffusori è evidente che la loro sostituzione non possa che avere effetti parziali.

La matassa di cavo di qualità men che mediocre venuta fuori da una coppia di famosi diffusori studio monitor, quelli acclamati all'unanimità da pubblico e critica. E' evidente che anche ottimizzando al massimo i collegamenti tra i morsetti esterni di quei diffusori e l'amplificazione si otterranno effetti molto parziali.
La matassa di cavo di qualità men che mediocre venuta fuori da una coppia di famosi diffusori studio monitor, proprio quelli tanto acclamati da pubblico e critica. E’ evidente che anche ottimizzando al massimo i collegamenti tra i morsetti esterni di quei diffusori e l’amplificazione si otterranno solo effetti molto parziali.

Il motivo è persino banale: se noi curiamo nel modo migliore, la tratta di cavo che va dai morsetti di uscita dell’amplificatore a quelli d’ingresso dei diffusori, ma poi lasciamo il cablaggio interno al suo destino, che come abbiamo visto è segnato in partenza, non faremo altro che costruire una grandiosa autostrada a sei corsie, per farla sfociare in un budello strettissimo. Cosa accadrà al traffico che scorre su quel percorso, prima lasciato libero di viaggiare al meglio, per poi ammassarlo all’interno di cavi di qualità spesso misera, proprio perché quella che non si vede è stoffa sprecata?

Per la cronaca, da una coppia di diffusori monitor, proprio quelli a 4 vie tanto osannati dagli appassionati, che farebbero di tutto per acquistarli, ho potuto estrarre qualcosa come 12 metri di cablaggio interno.

Lascio i miei quattro sventurati lettori, ammesso che esistano, alla riflessione sulle conseguenze di questa realtà e di quella concernente il fatto che “Quello che si vede è di camicia, il resto che si fa a fare?”

Alla prossima.

 

 

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