Preamplificazione, elemento cardine della riproduzione sonora

Spesso si osserva la preamplificazione, e di conseguenza le apparecchiature destinate a svolgere tale compito, appunto i preamplificatori, con una certa leggerezza. O meglio si tende a non tenere nella considerazione dovuta la loro importanza.

In genere negli amplificatori integrati, composti da uno stadio di preamplificazione e da una sezione finale, l’attenzione viene rivolta quasi solo alla loro potenza di uscita o ad altri fattori numerici come la quantità degli ingressi utilizzabili. Per le amplificazioni a più telai avviene all’incirca la stessa cosa, dato che si tende ad attribuire l’importanza maggiore ai finali, sempre per le questioni di potenza che a volte sembrano essere fin quasi mitizzate.

Del resto l’immaginario dell’appassionato-tipo tende a essere più sensibile a certi argomenti piuttosto che ad altri, anche riguardo alla tipologia dei componenti attivi utilizzati, rispetto alle caratteristiche di un preamplificatore, già di per sé alquanto più aleatorie, ma solo in teoria, e in apparenza meno significative.

Sulla potenza di uscita di un finale è più facile speculare, ipotizzandone le capacità di pilotaggio di diffusori più o meno difficili, le pressioni sonore ottenibili, la solidità o l’energia della gamma bassa determinata dal suo impiego e così via.

Essendo però un valore numerico, la sua traducibilità con quel che avviene nel mondo reale è ancora una volta aleatoria, come dimostrano certi amplificatori dalla potenza nominale di svariate centinaia di watt, che poi in sala d’ascolto assomigliano più che altro a dei cadaveri, mentre altri molto meno prestanti sulla carta si rivelano ben più efficaci nel loro comportamento materiale.

Le amplificazioni a due telai permettono di comprendere con precisione maggiore le prerogative di ciascuno dei loro componenti, proprio perché con la sostituzione dell’uno o dell’altro se ne possono verificare i risultati senza troppe difficoltà. Così, messa insieme un po’ di esperienza al riguardo, si finisce regolarmente con lo scoprire che è il preamplificatore il più importante, ai fini della definizione della sonorità dell’amplificazione e di conseguenza di tutto l’impianto.

Questo non solo in termini di qualità sonora, ma anche di potenza percepita. Si può utilizzare l’amplificatore più potente di questo mondo, ma se dietro di sé non ha qualcosa a spingerlo nel modo opportuno, è difficile che possa esprimere fino in fondo le sue doti di erogazione.

Viceversa, anche con amplificatori non particolarmente potenti, pilotati però da pre “sostanziosi”, si ottengono risultati lusinghieri sotto il profilo energetico. Certo, la potenza di finali siffatti rimane sempre quella, tuttavia le modalità con cui viene erogata si rivelano molto più godibili.

Dimostrazione ennesima che i numeri sono numeri, mentre le condizioni utilizzative del mondo reale e le conseguenza sulla nostra percezione uditiva sono tutt’altra cosa.

Oltre al lato energetico della riproduzione c’è quello più strettamente qualitativo, nei confronti del quale il preamplificatore ricopre un’importanza ancora maggiore.

Stabiliti questi primi elementi, che di per sé suggeriscono la criticità dell’oggetto preamplificatore, vediamo quali sono le linee principali di differenziazione che lo riguardano.

 

Dotazione completa o essenziale 

Alla base di tutto c’è la scelta tra preamplificatore essenziale, ossia munito del minimo indispensabile di controlli, tipicamente volume e selezione degli ingressi, e i modelli dalla dotazione più ricca.

In prima ipotesi si potrebbe propendere per questi ultimi, tranne poi verificare che nel 95% dei casi il loro parco controlli resta in larga parte se non del tutto inutilizzato. La sua presenza va però a gravare sulle doti sonore, poiché maggiore è il numero di ostacoli che si frappongono sul percorso del segnale e più consistente è il degrado cui deve sottostare.

Inoltre, siccome il costo di produzione di un oggetto deve rimanere entro limiti ben precisi, va da sé che utilizzando un numero di componenti interni maggiore, il costo di ciascuno deve per forza di cose ridursi in proporzione

Quindi se l’interesse primario è avere un preamplificatore che suoni al meglio possibile in relazione alla somma che si può spendere, e di conseguenza influenzi nel modo più efficace la sonorità di tutto l’impianto, conviene lasciar perdere ammennicoli vari e orientare la propria scelta verso un modello dotato solo dell’indispensabile. Che riguarda un parco ingressi tale da soddisfare le esigenze del proprio impianto, di solito quattro o cinque sono più che sufficienti, un selettore di qualità, il controllo del volume e niente altro.

Oggi è un concetto diventato inconsueto, ma proprio perché il primo e più efficace sistema atto a preservare la qualità del segnale audio presente nel supporto fonografico è fare in modo che nel suo tragitto fino agli altoparlanti sia gravato dal numero di ostacoli minore possibile, quasi sempre il meno è di più.

L’evoluzione che negli ultimi decenni ha caratterizzato le apparecchiature destinate alla riproduzione sonora, invece, ha puntato tutto sulla cosmetica, a sua volta destinata a comunicare opulenza. Non solo per le parti a vista, ma anche all’interno del telaio, anteponendo la necessità di compiacere l’occhio a quelle inerenti l’ottenimento di doti sonore di rilievo.

All’appassionato quindi è stato insegnato a vedere le cose in un modo ben preciso, centrato su elementi di carattere visivo a loro volta coniugati in termini strettamente quantitativi, che sono e resteranno sempre antitetici a quelli qualitativi.

In molti casi allora si tende a valutare le doti realizzative di un’elettronica a partire dalla pienezza del telaio, dal numero dei componenti presenti al suo interno e dalla loro disposizione in bell’ordine, secondo un concetto eminentemente calligrafico che non ha nulla a che vedere con funzionalità, efficacia e qualità sonora: prerogative quasi sempre sacrificate nel nome supremo delle apparenze.

La pubblicistica di settore ha avuto anche in questo un ruolo fondamentale, avallando in maniera del tutto acritica tendenze simili e facendosene come sempre portavoce, anche per via del fatto che si serve di personale quasi mai in grado di esprimere valutazioni di profondità maggiore.

Del resto se lo fossero, i redattori invece di essere tali sarebbero progettisti. Ma se vuoi il progettista a redigere gli articoli che intendi pubblicare, lo devi pagare. Voce verbale che da sempre provoca allergie acute e incurabili agli editori, e nel corso del tempo da aborrita è divenuta abolita nell’unico vocabolario ad essi noto.

Ecco perché specie negli ultimi tempi si affidano compiti del genere a ragazzini entusiasti, di competenza ed esperienza migliorabili,, sostituite da dosi abbondanti di fanatismo come è lo stesso tenore dei loro scritti a palesare inevitabilmente.

C’è poi un altro elemento, che come tutti quelli più deteriori non passa mai di moda. Ossia la pretesa di valutare la qualità di un’elettronica mediante una stima basata su opinioni personali, e sempre fortemente errata per difetto, dei costi relativi ai suoi componenti.

A questo proposito è evidente che se si adottano criteri simili si dimostra che di elettronica non si capisce poi molto. E con ogni probabilità non se ne capirà mai. Per il semplice motivo che non si comprende, o di non si vuol tenere conto che è anche peggio, che per cominciare il mero costo dei componenti è una voce minoritaria nei costi di produzione di una qualsiasi apparecchiatura.

Senza contare che una manciata di componenti sparsa su un tavolino non equivale, e non equivarrà mai, a un’apparecchiatura fatta e finita: funzionante, affidabile anche a lungo termine e capace di suonare realmente bene e non solo di emettere qualche vago muggito o rumore di motosega, che si pretende di assimilare alla riproduzione di qualità, quando si aziona l’interruttore di accensione.

Riguardo al dilemma tra essenzialità e flessibilità d’impiego, vale la pena ricordare la massima che un tempo si imparava sulla propria pelle: le elettroniche che vantano le maggiori possibilità di intervento sulle caratteristiche del segnale, quasi mai sono tali per dare qualcosa in più all’utilizzatore, ma perché senza la spinta aggiuntiva di certi dispositivi la loro sonorità si rivelerebbe per quella che è, inadeguata.

Quindi le apparecchiature che “vanno” già per conto loro, non hanno alcun bisogno di elementi di sorta per abbellire o esaltare le loro doti sonore.

Oltretutto i controlli comportano degrado. Non solo per quel che riguarda il rappresentare un ostacolo sul percorso del segnale, ma anche per via delle loro peculiarità funzionali. I controlli di tono ad esempio, ai quali molti non si sentono di rinunciare, sostanzialmente per motivi di insicurezza, nel loro funzionamento introducono rotazioni di fase tali da compromettere in maniera irrimediabile la qualità del segnale sottoposto al loro intervento.

La presenza di dispositivi simili inoltre comporta piste più lunghe, cablaggio più complesso, un maggior numero di saldature e così via, genere di cose che di solito non migliorano la qualità sonora di una qualsiasi elettronica.

 

Il controllo di livello

Lo stesso controllo di livello, la cosiddetta manopola del volume, produce variazioni sensibili per la qualità sonora, a seconda di come è realizzato e della sua tipologia.

Un tempo si riteneva che la sua prerogativa più importante fosse la refrattarietà alle infiltrazioni di polvere e umidità, che a lungo termine danno luogo ai caratteristici rumori, diffusi soprattutto tra le elettroniche d’epoca.

Per questo si inziò a costruire i potenziometri racchiudendoli entro contenitori sigillati. In realtà la portata del loro influsso è ben maggiore. Per questo li si è costruiti con piste conduttive di qualità via via migliore, finendo con il realizzare quelli a passi, che invece delle piste suddette utilizzano resistori opportunamente calibrati per ottenere una serie di valori di attenuazione da zero a infinito, passando per un certo numero di posizioni intermedie. Di solito sono 21 o 24, ma ce ne sono anche a 48 passi, che vanno a risolvere almeno in parte il limite maggiore di questo tipo di controlli, l’impossibilità di ottenere una regolazione graduata finemente come quella di un potenziometro continuo. Obbligano infatti a selezionare un valore tra quelli a disposizione, che nella zona centrale di regolazione vanno di solito a passi di 2 dB, 1 per i modelli dotati del maggior numero di passi, per arrivare a 6 o più dB nella parte iniziale della loro corsa.

In una prima fase li si è realizzati a serie di resistenze, ossia con resistori collegati in serie, quindi uno dietro l’altro, in numero pari ai passi di attenuazione disponibili. Il valore dei resistori viene scelto anche in funzione dell’impedenza propria del controllo. Questa è la soluzione se vogliamo più intuitiva che però, a parte le limitazioni riguardanti il numero più o meno ampio di passi di attenuazione disponibili, ha anche la caratteristica di risentire parecchio della qualità delle resistenze utilizzate. Proprio perché essendo poste in serie, le loro caratteristiche soniche e di rumore vanno a sommarsi l’una alle altre, con un influsso tanto maggiore quanti più sono i passi di attenuazione disponibili.

Tale effetto, come si può immaginare, tende a essere maggiore quando si impostano le attenuazioni più elevate, ossia si ascolta a basso livello, proprio perché il numero di resistenze messe in serie sul percorso del segnale è maggiore, riducendosi mano a mano che si alza il volume.

Questo rende necessario l’impiego di resistori di qualità elevata, solitamente costosi, come lo sono anche i selettori necessari alla realizzazione dei potenziometri a passi, la cui adozione è in genere tutt’altro che economica.

Il vantaggio di questo tipo di controlli sta nell’assenza di consumo e di ossidazione delle piste tipico dei potenziometri tradizionali e nella precisione di attenuazione su entrambi i canali. Questo è il difetto tipico dei modelli stereo tradizionali, peggiorato ulteriormente dalla motorizzazione necessaria al controllo a distanza, per via dell’accoppiamento non sempre precisissimo tra motore e potenziometro e per le forze che da esso tendono a generarsi.

Il controllo a serie di resistenze ha anche la caratteristica di mantenere costante l’impedenza d’ingresso.

Lo schema del potenziometro a serie di resistenze.

Per cercare di ovviare al limite maggiore dei controlli basati su serie di resistenze, sono stati realizzati quelli a scala e i cosiddetti shunt.

I primi, invece di porre tutte le resistenze in serie, ne utilizzano una coppia di valore opportunamente scalato per ciascun passo di attenuazione, a formare il partitore resistivo appropriato alle relative necessità.

La qualità delle resistenze utilizzate è meno importante rispetto ai potenziometri serie, anche se ne è necessario un numero doppio. Il segnale inoltre deve transitare attraverso due interruttori al posto di uno, motivo per cui questo tipo di controllo tende a essere più rumoroso nella commutazione. Aspetto, questo, che è un po’ il tallone d’Achille dei potenziometri a passi, specie quelli che utilizzano i selettori più economici. Anche il numero di poli necessario raddoppia, il che rende più costoso il tipo di selettori necessario per realizzare questo tipo di controlli, che condividono coi precedenti l’invarianza dell’impedenza di carico vista dalla sorgente.

Lo schema del potenziometro a scala di resistenze.

I selettori shunt, infine, pongono una sola coppia di resistenze sul percorso del segnale, come quelli a scala. Necessitano però di un selettore a due poli soltanto, per ogni canale, dato che il partitore resistivo viene formato a partire da una resistenza di valore fisso e una di valore variabile. Ne consegue che l’impedenza vista dalla sorgente varia ad ogni passo di attenuazione, caratteristica che va opportunamente valutata in fase di progettazione e rende adatto questo tipo di controlli per l’abbinamento a sorgenti di impedenza d’uscita bassa, così da minimizzare l’influsso della variazione prodotta dal controllo.

Lo schema del potenziometro “shunt”.

Come vediamo, le scelte possibili e e le caratteristiche di ogni tipologia di attenuatore, che sia a passi o meno, sono caratterizzate da numerose variabili, e causano anche qualche grattacapo, almeno per chi si rende conto dell’influsso rilevante proprio del controllo di livello sulla sonorità del preamplificatore.

Limite maggiore per tutte e tre le tipologie a passi, sempre per una precisa fascia d’impiego, è la difficoltà di controllo a distanza. Va detto però che le soluzioni appena descritte sono indicate soprattutto per un’utilizzazione di tipo purista. Che quindi antepone la qualità sonora alla presenza di determinate comodità.

Desiderando l’attenuazione a passi in abbinamento alla possibilità di usufruire del telecomando, ci sono due alternative: i controlli a relè, che utilizzando un numero variabile di essi permettono di realizzare un numero di passi generalmente maggiore rispetto ai selettori meccanici, e quelli a controllo digitale.

Il difetto maggiore di entrambi sta nella necessità dell’elettronica di controllo e più in genere della maggiore complessità realizzativa, nonché in quella riguardante la necessità della sua alimentazione, elementi mai del tutto neutri ai fini del trasferimento del segnale.

A questo proposito va ricordato che qualsiasi alimentazione non si limita ad assorbire energia per fornirla ai servizi che ad essa fanno capo, ma immette anche una quantità variabile di disturbi nel circuito cui è collegata, i quali vanno a propagarsi prima ai componenti interni dell’apparecchiatura di cui fa parte, e poi alle altre apparecchiature dell’impianto, essendo collegate tutte alla medesima rete elettrica.

Ecco perché ai fini della realizzazione di un preamplificatore che abbia le migliori doti sonore possibili, l’eliminazione del volume telecomandato, e ovviamente anche del controllo a distanza per la selezione delle sorgenti, è una scelta praticamente obbligata.

 

Tipologia dei componenti attivi

Su questo terreno si concretizza il dilemma più sentito da molti appassionati: valvole o stato solido?

Entrambe le scelte hanno i loro punti a favore e quelli meno vantaggiosi. Per lo stato solido riguardano la stabilità prestazionale a lungo termine e la maggiore affidabilità della componentistica oltre a una sonorità che si potrebbe definire più “cattiva”. in quanto tale è potenzialmente più sensibile a eventuali elementi di degrado, come ad esempio i cavi.

La valvola invece tende a essere più musicale, spesso ma non sempre è più rotonda e soprattutto nei casi migliori tende a conferire alla sonorità quella sorta di “magia” difficilmente riscontrabile con le elettroniche a stato solido.

L’abbinamento di un preamplificatore a valvole con finali a stato solido tende inoltre a stemperare le eventuali rudezze di questi ultimi, tutt’altro che rare, riuscendo in molti casi a coniugare i pregi di entrambe le tipologie di componenti attivi.

Certo, la valvola si consuma, tende a volte a diventare rumorosa nel corso della sua vita utile, è affetta da microfonia e comporta costi realizzativi maggiori. Non solo per il componente in sé, ma anche perché ha bisogno di tensioni di alimentazione distinte per l’accensione del filamento e per l’anodo, con queste ultime nell’ordine delle centinaia di Volt invece che della decina o poco più tipica dello stato solido.

Oltretutto le valvole di produzione attuale hanno una qualità realizzativa tutt’altro che impeccabile, ma a parte le doti sonore proprie del componente, permettono di fare qualcosa che con le elettroniche a stato solido è semplicemente inimmaginabile: cambiare a piacimento la caratterizzazione timbrica dell’elettronica in cui lavorano mediante la loro sostituzione.

Sul cosiddetto “tube rolling” è stato detto di tutto e di più, non di rado a sproposito. Resta il fatto che scegliendo opportunamente il tipo della valvola, la sua marca e la serie di produzione nell’ambito dello stesso marchio, tipiche ad esempio quelle di Siemens o Tesla e ancor più la conseguente mitizzazione, si può variare in maniera sensibile il comportamento sonico del preamplificatore e di conseguenza dell’intero impianto.

Addirittura differenze si verificano da esemplare a esemplare della stessa produzione. Quindi, se si afferma che non c’è valvola perfettamente identica a un’altra non si è molto lontani dal vero.

Tutto questo ha determinato una vera e propria esplosione dei prezzi relativi alle cosiddette valvole NOS, acronimo che significa New Old Stock, ossia nuovo da vecchio assortimento, soprattutto quelle delle serie più rare. Si è arrivati così a prezzi irragionevoli, giustificati dalla sempre minore reperibilità delle valvole ritenute migliori, non essendo più in produzione ormai da vari decenni.

Va detto anche che la cosiddetta NOS è una condizione che oggi quasi mai è soddisfatta dal prodotto effettivamente reperibile sul mercato.

Di questo argomento ci occuperemo presto, in un articolo ad esso dedicato.

Per il momento teniamo presente un elemento fondamentale, che si ricollega alla questione dell’essenzialità realizzativa.

Per quanto esistano vari metodi atti a equiparare il comportamento di valvole dello stesso tipo che esibiscono valori diversi, anche se alla fine la valvola migliore resta sempre tale e lo dimostra proprio all’ascolto, approfondendo la pratica e quindi l’esperienza nella verifica sul campo di valvole diverse, si finisce presto o tardi con lo scoprire che ce ne sono alcune apparentemente identiche a tutte le altre ma che hanno una sonorità speciale, praticamente inimitabile.

Sono quelle che taluni definiscono “sacro Graal”. Pur tenendosi doverosamente a distanza da esagerazioni simili, che poi sono quelle con cui si giustificano certi prezzi, qualsiasi appassionato che abbia una buona dimestichezza con questa tipologia di componenti e con le gioie e i dolori dellla loro selezione e sostituzione, sa che nella scatola in cui conserva le valvole in suo possesso ci sono esemplari di maggior pregio, in genere pochi, quelle che sono una via di mezzo, la maggioranza, e un numero variabile di “scartine”.

Riguardo alla valutazione appena descritta, va tenuto presente che al variare della composizione dell’impianto e della sua messa a punto cambiano anche le valvole che si comportano meglio all’ascolto, proprio in funzione della loro combinazione con le caratteristiche del sistema in cui operano. Malgrado ciò ce n’è qualcuna che resta comunque la favorita.

Con il suo impiego, il preamplificatore e di seguito tutto l’impianto, acquisiscono quella che si definisce una marcia in più. In particolare per elementi di dettaglio, vere e proprie finezze che però sono proprio quel che fa la differenza tra un impianto genericamente ben suonante e uno capace di fornire sonorità d’eccellenza.

Valvole del genere sono rare, e lo diventano sempre di più, e non c’è una modalità sicura con cui pervenire in loro possesso. Si tratta quasi sempre del frutto del caso. L’unica costante fissa riguarda appunto la difficoltà con cui si riesce a inserirle nella propria collezione.

Dunque, da un lato i costi delle valvole NOS hanno raggiunto valori difficilmente giustificabili, è altrettanto vero che le poche capaci di dare quel qualcosa in più non hanno prezzo, proprio per via dell’unicità delle doti sonore che riescono ad attribuire all’elettronica che le utilizza.

Se come abbiamo detto valvole simili sono capaci di imprimere un miglioramento sostanziale alla sonorità dell’elettronica e sono reperibili con difficoltà sempre maggiore, va da sé che il loro impiego trova il concretizzarsi più efficace nelle apparecchiature che utilizzano il numero minore di componenti attivi.

Primo perché valvole del genere sono difficili da reperire  e quindi ce n’è una ogni 40 o 50 quando va bene. Pertanto è quantomai improbabile che un preamplificatore basato sull’impiego di numerose coppie di valvole possa essere equipaggiato completamente da esemplari di tale valore. Utilizzandone solo in una postazione, affiancate da altre che per forza di cose non sono altrettanto valide, il rendimento ne verrà fatalmente penalizzato, insieme a quello di tutta l’apparecchiatura.

Questo significa che solo le elettroniche basate sul minor numero possibile di elementi attivi permettono di sfruttare fino in fondo le caratteristiche e il rendimento di tali rarità e possono assurgere a determinati livelli di qualità sonora.

Proprio perché se già mettere insieme una coppia a partire dalle valvole davvero “magiche” nel loro comportamento è molto difficile, figuriamoci cosa significa dover metterne insieme un numero maggiore, che oltretutto non è detto vadano d’accordo l’una con l’altra.

Ecco un altro dei motivi per cui se si vogliono ottenere determinati livelli di qualità sonora nell’impiego di elettroniche valvolari, occorre scegliere quelle di realizzazione non essenziale ma proprio minimale, quindi che ricorrano al numero minore possibile di componenti attivi.

Si tratta dell’esatto contrario di quello che si fa di solito, ritenendo che sia il maggior numero di componenti attivi a giustificare i costi di un’elettronica. Quando invece proprio per lo stesso modo con cui è fatta, non permetterà mai determinati livelli di qualità sonora.

Primo perché, lo ripetiamo ancora una volta, il maggior numero di ostacoli posizionati sul percorso del segnale comporta il degrado maggiore. E poi, qualora si riuscisse a ovviare alle limitazioni appena descritte, per mancanza della materia prima, dato che è oltremodo difficile mettere insieme il numero di valvole dalle caratteristiche d’eccellenza necessario a equipaggiare le apparecchiature più complesse. Oltretutto senza nessuno che garantisca l’adattabilità reciproca delle diverse coppie ai fini del rendimento complessivo in termini di qualità sonora.

La pubblicistica di settore invece, tranne rare eccezioni ha sempre esaltato gli oggetti caratterizzati dalla complessità maggiore, a ulteriore dimostrazione di quali siano i suoi effetti sulla percezione di quanti la seguono, e sulle probabilità per costoro di arrivare a possedere un giorno un impianto capace di dare le sensazioni più appaganti.

 

Attivo o passivo?

Nel momento in cui sono andate a diffondersi le sorgenti digitali, caratterizzate da una tensione di uscita spesso eccedente i 2 Volt, è andata affermandosi una linea di pensiero volta a sostenere l’inutilità di continuare a usare il preamplificatore. Proprio perché sulla carta il livello d’uscita della sorgente sarebbe più che sufficiente a far si che l’amplificatore finale eroghi la sua potenza nominale.

Per questo motivo si sono realizzati i cosiddetti preamplificatori passivi, dalla valenza di ossimoro già nella loro denominazione. Si tratta in pratica di scatole vuote, all’interno delle quali sono presenti soltanto il controllo del volume e un selettore d’ingresso.

A questo proposito possiamo dire che forse non c’è esempio migliore per dimostrare che quanto sulla carta è apparentemente inoppugnabile, una volta portato nelle condizioni d’impiego del mondo reale si riveli fallace.

Proprio perché una cosa è erogare il valore di potenza nominale da parte di un’elettronica, elemento squisitamente numerico, ben altro è dar luogo a una sonorità davvero appagante, che renda conto delle potenze in gioco, e di conseguenza ne giustifichi i costi, generalmente rilevanti.

Come abbiamo detto all’inizio di questo articolo, anche usando l’amplificatore più potente di questo mondo, se non lo si spinge nel modo adatto non si avrà mai un’impressione di potenza davvero convincente. Viceversa, dall’impiego di un amplificatore di potenza relativamente contenuta, ma spinto nel modo giusto, si ricavano sensazioni di ben altro spessore.

In quanto tale, ossia eseguendo di fatto un’attenuazione su una tensione del segnale a malapena sufficiente per ottenere il dato di potenza nominale, che lo ricordiamo ancora è essenzialmente numerico e quindi vale solo in ambito teorico, si producono condizioni tali da non attribuire al segnale che entra nel finale la sostanza necessaria affinché quest’ultimo esibisca il comportamento migliore.

D’altro canto, però, si hanno gli effetti positivi determinati dall’eliminanzione di un ostacolo presente sul percorso del segnale, oltretutto di proporzioni rimarchevoli, anche perché essendo posizionato laddove il segnale è di basso livello, il suo potenziale di degrado è ipotizzabilmente maggiore.

Ecco perché dall’impiego dei cosiddetti pre passivi derivauna sonorità più ricca di dettaglio, molto apprezzata dai fautori di questa soluzione. Ne fanno le spese però la spinta della riproduzione e appunto la sua mancanza di sostanza, dovute proprio all’assenza dello stadio di pre-amplificazione necessario affinché il finale possa esibire compiutamente le sue doti energetiche.

Come tanti altri che riguardano la riproduzione sonora, anche questo è un elemento causa di diatribe interminabili, che a volte sconfinano in rissa.

Per quanto mi riguarda, ho apprezzato a suo tempo le meraviglie della preamplificazione passiva, tornando però sui miei passi dopo un certo tempo. Dato che la riproduzione sonora non è soltanto dettaglio, sia pure sospinto a un livello puntillistico, come non lo è solo di forza bruta e dinamica. Parametro quest’ultimo tra i più ingannevoli per una lunga serie di motivi che prima o poi analizzeremo.

Dal mio punto di vista la strada giusta riguarda il contemperare gli aspetti legati al porre in evidenza il massimo possibile delle informazioni contenute alla registrazione, attribuendovi però le caratteristiche necessarie in termini di energia e pienezza, quindi di erogazione di potenza.

Inutile allora o meglio privo di senso, sempre dal mio punto di vista, produrre un exploit su un singolo parametro o su una serie di essi inerenti il medesimo comparto, per poi restare scoperti su un altro versante, rivelandone le carenze plateali. Per quanto vi possa essere chi si ritiene soddisfatto da condizioni simili, è da ritenere che una riproduzione sonora improntata a canoni di vera eccellenza, che poi è quella che ci interessa, sia del tutto incompatibile con limitazioni di tale portata.

Si pone allora il problema di come conciliare esigenze sostanzialmente opposte, così da accontentare la fame di dettaglio senza cadere nella sonorità scarna tipica degli impianti che utilizzano i preamplificatori passivi.

Credo che ancora una volta la risposta sia nella massima essenzialità realizzativa del preamplificatore. Capace quindi di preservare la massima parte della ricchezza d’informazioni contenuta nella registrazione, e nello stesso tempo di attribuire al segnale la forza necessaria affinché l’amplificazione finale possa esprimersi in maniera soddisfacente anche dal punto di vista energetico.

Ad essa va affiancata la scelta di componentistica della qualità migliore poissibile, da verificarsi con la massima attenzione non in via preventiva e sulla base della fama e dei si dice, ma nel concreto dell’apparecchiatura specifica.

Condizioni, queste che solo di rado vengono soddisfatte dalle elettroniche in commercio, causando il perdurare della diatriba.

Il che oltretutto è meglio pagante sotto il profilo commerciale, proprio perché in questo modo si lascia spazio a entrambe le tipologie, aumentando le possibili fonti di guadagno.

Viceversa, realizzando apparecchiature capaci di mettere d’accordo i fautori dell’una e dell’altra soluzione, si finirebbe con il rendere inutile almeno una delle due categorie su cui oggi si articola la preamplificazione, precludendosi le incerteze e i passaggi dall’una all’altra, con le relative opportunità di profitto.

Fatte salve ovviamente le questioni di tifoseria e fanatismo che oggi sembrano assumere un rilievo maggiore rispetto alle valutazioni di ordine concreto. Sovente sono indotte artatamente per i motivi appena descritti e, in quanto tali, non si sopiscono neppure di fronte all’evidenza.

 

Uno o due telai?

Storicamente, la riproduzione sonora di qualità maggiore ha avuto uno tra i principali punti fermi e percorsi di sviluppo nella specializzazione funzionale delle apparecchiature. Questo, al di là delle preferenze personali, rappresenta uno degli elementi teorici che hanno avuto il riscontro maggiore a livello pratico.

Infatti più si specializza la funzione attribuita a ciascuna apparecchiatura, più si riesce a incrementare la qualità di trasferimento del segnale e quindi la qualità sonora. Fatto salvo il rispetto delle condizioni di fondo, inerenti innanazitutto il livello tecnico e prestazionale del prodotto.

Alloggiare l’alimentazione in un contenitore separato da quello che ospita le circuiterie di segnale pone queste ultime meglio al riparo dalle conseguenze del rumor e e dei campi magnetici irradiati da trasformatori e ponti raddrizatori, tanto più importante in funzione della sensibilità al degrado del segnale di basso livello presente all’interno del preamplificatore.

Una soluzione simile permette inoltre il miglior dimensionamento dei componenti d’alimentazione, che nella realtà delle elettroniche a telaio singolo si trova a essere qussi sempre compromissioria, proprio per via degli spazi a disposizione e del rispetto necessario per le distanze minime dai delicati circuiti di segnale.

I costi ovviamente aumentano, anche perché quella relativa al telaio è di solito tra le voci di spesa più importanti nella realizzazione di una qualsiasi elettronica, a fronte però di doti sonore largamente superiori. Ecco il motivo per cui di solito i preamplificatori a due telai sono offerti a prezzi elevati, se non addirittura improponibili. Da un lato per via dei costi produttivi e della complessità di assemblaggio, dall’altro quale contropartita, in genere oltremodo esosa, per le doti sonore tipiche della soluzione ad alimentazione separata.

 

 

 

2 thoughts on “Preamplificazione, elemento cardine della riproduzione sonora

  1. Ciao Claudio, è un po’ che non ci sentiamo. Condivido in pieno quanto hai scritto sui preamplificatori. Bisogna puntare su oggetti ben progettati, essenziali, senza orpelli, commutatori, attenuatori, luci, lucine etc. Anche un semplice commutatore, seppur di ottima qualità, causa degrado sonico. Meno stadi possibili sul percorso del segnale, componentistica di qualità ed il risultato è a portata di mano. Basta concentrare gli sforzi progettuali sull’essenziale. Naturalmente il mercato di massa non potrà mai soddisfare simili richieste. Un saluto ed a risentirci

    1. Ciao Giuseppe, è davvero un grande piacere ricevere il tuo commento.
      Sono ovviamente d’accordo con la totalità di qunto dici, anche in merito alla presenza del commutatore degli ingressi. Però non so quanti appassionati riuscirebbero a farne a meno.
      Il mercato di massa d’altronde insegue altre suggestioni, soprattutto cosmetiche, e trova comunque il suo seguito.
      Un caro saluto anche a te e fatti risentire appena puoi.

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