Logica industriale: mito e realtà del prodotto di serie

Quando mi capita di incontrare degli appassionati, mi piace sempre fare una chiacchierata con loro. D’altronde la passione è anche e soprattutto questo, il confronto tra esperienze diverse, punti di vista, scelte e aneddoti vari, che poi vanno a formare quella sorta di cultura condivisa che permette a ciascuno di ampliare il proprio orizzonte e quindi di accrescere le cognizioni possedute.

A volte seguo anche le discussioni che hanno luogo nei gruppi sui social o sui forum di settore, sempre con lo stesso intento. Non di rado è proprio in quell’ambito che trovo suggerimenti e ispirazioni da sviluppare e analizzare nei miei articoli.

In questo, che è per molti versi una prosecuzione del discorso iniziato in “Sono più buone le fettuccine fatte in casa o quelle del supermercato?” vorrei affrontare una delle tematiche più ricorrenti nella percezione della realtà del mercato e delle apparecchiature audio da parte di molti appassionati.

Si tratta di qualcosa che avevo in mente di scrivere da parecchio da tempo, ma per un motivo o per l’altro non ne ho avuto modo finora. Poi sono capitato per caso in una discussione che verteva su tutt’altro argomento, ossia le conseguenze derivanti dall’impiego di un cavo USB nel collegamento tra PC e convertitore D/A, che sia pure indirettamente mi ha riportato sotto gli occhi ciò di cui andiamo a occuparci.

Un commentatore intervenuto in quella discussione si è avvalso dell’argomento tipico, insieme a quello della psicoacustica, per i sostenitori dell’inutilità dei cavi: “Se quel DAC ha bisogno di un cavo USB da 45 euro, invece che di quello comune da stampante, vuol dire che è progettato male. Quindi sarebbe il caso di avvertire il fabbricante di quell’apparecchiatura”.

Mettendo da parte la presunzione che trasuda da un’asserzione simile, questo equivale a un capovolgimento di termini e insieme è una negazione dell’evidenza, non si sa quanto consapevole. Nel concreto del mondo reale, è evidente che non sia quel DAC ad “aver bisogno” di un cavo migliore, ma quel cavo, in quanto più efficace, a lasciar passare una quota maggiore di quanto presente all’uscita dell’apparecchiatura cui viene collegato. E’ così semplice, eppure quanti si rifiutano di accettare un concetto simile, forse proprio in quanto tale.

A parte l’evidente confusione tra causa ed effetto insita nell’affermazione riportata, perché mai non dovrebbe esistere un cavo più efficace di un altro?

Inoltre è un vero peccato che chi suggerisce cose simili non le metta mai in pratica in prima persona, e men che meno riferisca sui suoi esiti. Sarebbe interessante sapere quale potrebbe essere la reazione al riguardo di un fabbricante di apparecchiature audio. Una scrollata di spalle, e soprattutto della testa, una sonora risata o più prosaicamente un invito a recarsi a quel paese?

Posizioni del genere sono tanto diffuse quanto incuranti di una lunga serie di questioni basilari. La prima è che un cavo per segnale digitale non è ininfluente come tanti pretenderebbero. Al contrario è più critico rispetto a uno destinato al semplice segnale audio, per il semplice motivo che il segnale digitale va a interessare la regione dei MHz. Dunque un cavo di quel tipo deve essere in grado di operare in modo efficace anche a frequenze così elevate, nelle quali entrano in gioco problematiche del tutto diverse. Che oltretutto sono difficili e complesse non da comprendere, ma proprio da inquadrare. In quei frangenti hanno influsso più che mai anche i connettori, non solo per quel che riguarda il materiale conduttivo, ma persino per la loro forma.

Questo se vogliamo è solo l’aspetto diciamo così utilitaristico-funzionale della questione. Spesso infatti si trascurano alcuni fenomeni alla base della riproduzione sonora, altrimenti certe prese di posizione non sarebbero possibili. Si tratta di una sorta di auto-inganno, talmente diffusa da sembrare la malattia endemica del nostro tempo. Sottolineo ancora una volta che è stata analizzata in maniera dettagliata e ben comprensibile da George Orwell, nel suo “1984“. Viene praticata in forma deliberata per poi dimenticarsene subito dopo, proprio come ha sostenuto a ragione lo scrittore inglese, secondo un meccanismo mentale al quale si perviene con l’esercizio. In breve ci si assuefa ad esso, fino a eseguirlo in maniera diciamo automatica, o meglio semi-inconscia. Si finisce così per acquisire una forma mentale che sorvola sistematicamente sugli aspetti più basilari, o meglio terra-terra, di qualsiasi tematica si vada ad affrontare, così da rendere plausibili idee e concetti che altrimenti non lo sarebbero assolutamente, già agli occhi di un bambino delle elementari.

Uno tra gli esempi in campo audio è quello dei cavo-scettici, i quali rifiutano proprio di prendere in considerazione, o meglio tralasciano secondo il meccanismo appena descritto una realtà lapalissiana: quella che i cavi, o meglio il sistema di collegamento e trasporto del segnale che nel loro insieme vanno a comporre, sono un elemento dell’impianto audio a tutti gli effetti.

Per il semplice motivo che se non si effettua il collegamento tra le apparecchiature da cui è composto, l’impianto non funziona. Di conseguenza, proprio in base alle variabili inerenti le caratteristiche elettro-meccaniche dei cavi utilizzati allo scopo, che a loro volta vanno a influire sulle caratteristiche del circuito elettrico in cui quei cavi sono inseriti, l’impianto non potrà che mettere in luce modalità diverse di funzionamento e quindi di sonorità.

Dunque, il sistema di cavi, soprattutto a partire da certi livelli qualitativi, ha un’influenza pari e se possibile maggiore a quella di qualsiasi altro componente. In primo luogo per il numero di variabili realizzative e funzionali da cui è caratterizzato, e poi anche perché del tragitto compiuto dal segnale, dalla sorgente ai diffusori, proprio i cavi rappresentano la parte di gran lunga preponderante. Di conseguenza è proprio al loro interno che vi sono le possibilità maggiori di un suo degrado. Che poi i cavi rappresentino un elemento passivo non sposta di un millimetro la realtà del fenomeno.

Il discorso fatto fin qui è incidentale, per quanto meritevole di essere chiarito. L’argomento primario di questo articolo riguarda invece il postulato alla base dell’affermazione di cui sopra, che riporto di nuovo per facilità di comprensione. “Se un DAC ha bisogno di un cavo USB da 45 euro, invece che di quello comune da stampante, vuol dire che è progettato male. Quindi sarebbe il caso di avvertire il costruttore di quell’apparecchiatura a tale proposito”.

Mettiamo da parte il fatto che chi esprime concetti simili non sente mai il bisogno di dire in cosa consiste un progetto malfatto, in termini generali quanto nella fattispecie, e cosa occorrerebbe per correggerne i presunti difetti. Preferisce restare nel vago, così da rendere questo concetto una sorta passe-partout o di coltellino multi-uso adatto a ogni evenienza. Il che ancora una volta altro non è da un esercizio a scopo di auto-inganno.

Rileviamo invece quanto sia facile condensare in una semplice frase una lunga serie di errori, di metodo e di merito. Viceversa per elencarli, analizzarli, e soprattutto dimostrare che sono tali, è necessario uno spazio molto maggiore e fare ricorso a una serie di concetti non sempre di comprensibilità immediata. Cosa, questa, messa in evidenza già dal discorso che stiamo facendo. Di qui la degenerazione totale, prima di tutto a livello concettuale, che ha fatto irruzione nella vita di tutti noi da quando si è avuta la possibilità di accedere a spazi di discussione pubblica. In essi purtroppo sembrano essere le idee di pancia, e in genere quelle sbagliate nel modo più marchiano ma facili da enunciare e da assimilare, a conseguire l’avallo della maggioranza. Proprio in virtù di quanto appena detto.

Entriamo nello specifico: a parte la questione tecnica, che abbiamo già affrontato sia pure per sommi capi, se si formula un concetto come quello riportato nel virgolettato, è evidente che si tralascia un elemento fondamentale della realtà, atto che sembra piuttosto comune nelle convinzioni di certi appassionati.

Vediamo di cosa si tratta: nel momento in cui si assume una posizione simile, si dà per scontato che il costruttore di quel DAC, come qualsiasi altro che realizza apparecchiature destinate alla riproduzione audio, abbia quale primo obiettivo quello di costruire oggetti perfetti sotto ogni punto di vista. A sua volta un concetto del genere origina nella convinzione che il mercato audio esista, e i fabbricanti si dedichino al loro compito, esclusivamente al fine di soddisfare la passione degli audiofili, sostenendola con prodotti sempre più raffinati e perfezionati.

In effetti sarebbe auspicabile, e molto bello, se le cose stessero in questo modo. Del resto anche la propaganda di settore, al pari di quella attiva in ogni altro comparto merceologico, tende a instillare nei suoi destinatari un’idea del genere.

Purtroppo ciò potrebbe accadere se vivessimo in un mondo ideale. Come quello del Mulino Bianco, al quale faremo riferimento più avanti.

Invece viviamo nel mondo reale, che da quello ideale non è solo diverso ma del tutto all’opposto.

Facciamo un esempio: all’articolo 11 la Costituzione dice che “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali“. Principio encomiabile, al quale però corrisponde una realtà del tutto diversa. Quella data dal fatto che tra missioni di guerra spacciate per interventi umanitari e mantenimento di truppe ed arsenale bellico, il nostro paese spende almeno 80 milioni di euro al giorno. Nello stesso tempo vediamo che l’Istat, subito dopo il referendum, ha certificato che stante il perdurare della crisi economica artificiale in cui il nostro paese è stato calato, il 30% delle famiglie italiane è in condizioni di povertà tali da non poter far fronte a una spesa imprevista di 800 euro. Nello stesso modo, dall’inizio di quella crisi l’aumento di poveri assoluti è stato del 157%, il che ne specifica ancor meglio le finalità.indice-poverta

Se mettiamo insieme queste due cose risulta difficile negare il principio enunciato da un noto economista barbuto dell’ottocento, il quale diceva che la guerra è il metodo più efficace per distruggere la ricchezza, così da evitarne la redistribuzione. Misura a sua volta essenziale per mantenere le gerarchie sociali e i rapporti che intercorrono tra le diverse classi. Se la ricchezza oggi disponibile venisse redistribuita sia pure in base al più vago dei criteri di equanimità, chi mai accetterebbe di lavorare per 3-4 euro l’ora e anche meno, senza forma di tutela alcuna?

Ecco perché è necessario spendere centinaia e centinaia di miliardi per aerei da bombardamento propagandati come il vertice assoluto dell’attuale progresso tecnologico, ma incapaci di alzarsi in volo alle prime gocce di pioggia, mentre nello stesso tempo si negano di fatto le cure mediche essenziali e le tutele sociali a parti sempre più ampie della popolazione. Con la scusa che non ci sarebbero i soldi necessari.

E’ proprio in questo modo che si spinge ad accettare la prevalenza dell’aspetto economico su ogni altro. Quindi che la rarefazione deliberata di pezzi di carta colorati dal valore esclusivamente convenzionale, essendo quella oggi in circolazione moneta FIAT priva di qualsiasi retrostante, abbia importanza maggiore rispetto a qualunque altro elemento o considerazione.prodi-a2

Ciò evidentemente non può essere vero: è lecito che le necessità di rarefazione di quei biglietti colorati, in base agli interessi di chi ne detiene le quantità maggiori, prevalgano sul diritto dei minori a ricevere un’educazione senza rischi per la propria incolumità? Oppure su quella dell’individuo di ogni età a condurre un’esistenza dignitosa e a ricevere un’assistenza medica degna di tal nome?

Nessuno lo fa mai rilevare, ma se come avviene nell’ordinamento attuale il valore attribuito al denaro è maggiore a quello di qualsiasi altra cosa, la conseguenza è corruzione dilagante, a ogni livello. Per il semplice motivo che ogni considerazione di ordine etico e morale diventa trascurabile di fronte al frusciare affascinante di una corposa mazzetta di bigliettoni freschi di stampa.

Tuttavia proprio chi promulga di fatto l’ordine basato sul predominio assoluto del denaro, come il sistema di informazione, si scaglia strepitando contro la prima conseguenza di quel che ha fatto di tutto per imporre.

Eccoci di fronte al caso più eclatante di dissociazione dalla realtà, che proprio per le capacità di penetrazione del sistema di informazione va a propagarsi nelle menti già condizionate allo scopo, mediante un’azione incessante volta al loro indebolimento.

Proprio così le persone finiscono con il credere a cose che in linea di principio non sono dissimili dall’esistenza di Babbo Natale.

La differenza tra il mondo ideale e quello concreto assume qui il contorno più evidente. Occorre allora fare in modo che il più gran numero di persone possibile sia convinto di vivere se non proprio nel mondo ideale, quantomeno in uno che sia il più vicino possibile ad esso. Dato che, se si prendesse coscienza della realtà anche in misura marginale, i contraccolpi per la stabilità del sistema istituzionale, e ancor più per quello economico, potrebbero avere conseguenze rilevanti.

Proprio perché, tornando all’esempio del settore audio, gli appassionati si rifiuterebbero finalmente di credere che l’industria delle apparecchiature adibite alla riproduzione sonora sia stata ideata, costruita e tenuta in piedi allo scopo di soddisfare la loro passione e renderla sempre più viva.

Si rende allora necessaria l’opera sistematica di lavaggio del cervello e di infantilizzazione di massa prodotta dai media, attraverso la riduzione a condizioni tali da non riuscire più a rilevare neppure le contraddizioni più marchiane. La si ottiene attribuendo ad essi, sempre con lo strumento del denaro, il ruolo di veicolo per l’inondazione di pubblicità di cui tutti noi siamo bersaglio, o meglio ostaggio. Nello stesso tempo, però, siamo chiamati anche a sostenerne i costi, ripartititi sul prezzo al pubblico dei prodotti che acquistiamo tutti i giorni e costretti a pagare in bolletta il canone TV, che della propaganda, della menzogna e della censura sistematizzate è il canale di diffusione principale.

La pubblicità costituisce l’elemento più efficace non solo a livello commerciale, ma soprattutto culturale e semantico per ridefinire modi di vita, di pensiero, di comportamento e pubblica morale. Ma soprattutto per indicare di volta in volta gli obiettivi e gli ideali che ciascuno deve porsi, tantopiù a livello inconscio.

Facciamoci caso: a certuni anche il principio più comprensibile fatica a entrare in testa. Tutti invece mandiamo istantaneamente a memoria sia pure non volendo, gli slogan pubblicitari più in voga. Che non solo riescono a sfidare l’insidia del tempo restando popolari anche a decenni dalla cessazione della campagna che ne ha fatto uso, ma assurgono persino alla stregua di quelli che un tempo si sarebbero definiti elementi di saggezza popolare.

Dunque le conseguenze della pubblicità sono devastanti, proprio per la stabilità mentale delle vittime di quel bombardamento. Vediamo il perché.

Chiunque tenga ai valori familiari avrà la percezione, errata, del proprio fallimento qualora la famiglia che si è formato o in cui vive non risponda ai canoni di quella di fantasia rappresentata nelle pubblicità del Mulino Bianco. Diventata a sua volta uno stereotipo delle conseguenze odiose derivanti dalle forme attuali di pubblicità, nelle quali si utilizzano concetti e valori nella forma più vile e spregiudicata, ma in apparenza innocua, per inculcare alle persone non solo il prodotto reclamizzato ma, come abbiamo detto, modi di pensare, ideologie, stili e prospettive di vita.

Non a caso, allora, la famiglia del Mulino Bianco è stata tale solo fino a un certo punto. Da qualche tempo a questa parte gli spot relativi non propagandano più le meraviglie della famiglia tradizionale ma di quella, che tale non è, formata dal singolo, nella quale vanno e vengono senza soluzione di continuità figure collaterali di nessuna importanza. Prospettando, e quindi avallando a fine di accettazione passiva da parte dell’opinione pubblica, proprio la realtà di atomizzazione sociale oggi perseguita. Al riguardo si utilizza un modello oltremodo convincente, sempre a livello inconscio, come quello di Raoul Bova. Che, attenzione, non piace solo alle femminucce per motivi evidenti, ma anche di più ai maschietti, sia pure in forma più subdola, proprio per quel che rappresenta in termini di fascino, e quindi di capacità di attrazione e conquista nei confronti dell’altro sesso.

Un altro esempio tipico è quello attinente all’estetica del corpo femminile, imposta in qualsivoglia esempio di comunicazione. Oggi le donne sono chiamate ad avere corpi da anoressica ma con forme particolarmente marcate, inserite in un contesto di perfezione formale del tutto artificiale e pretestuoso. Il che oltre a essere un’assoluta contraddizione in termini, produce una continua sensazione di inadeguatezza, dalle conseguenze incalcolabili. Proprio per l’impossibilità materiale di corrispondere a modelli irreali e inverosimili, in quanto costruiti a colpi di immaginazione, deviata, e di Photoshop.

In questo si evidenzia ulteriormente l’ignobile viltà dei propagandisti, che per il profitto dei loro committenti non esitano a colpire le loro vittime nei punti in cui le si è rese più sensibili. Proprio mediante l’imposizione forzata di determinati modelli, ai quali sono le stesse leggi ataviche della riproduzione e della vita sociale a rendere impossibile qualsiasi forma di resistenza.

A uno sguardo superficiale, quanto segue potrebbe apparire del tutto slegato dall’argomento di questo articolo. Invece è proprio con l’impiego pretestuoso e strumentale di determinati concetti, volti a colpire soprattutto nell’inconscio, che si rinchiudono le persone e soprattutto i loro automatismi mentali in recinti, o meglio “frame” dai quali è oltremodo difficile liberarsi.

Le conseguenze stanno appunto nella diffusione di un certo modo di pensare, o meglio di reagire secondo modalità predefinite e in larga parte automatizzate, che per forza di cose vanno a influenzare i comportamenti e lo stesso pensiero degli appassionati, oltre al loro modo di relazionarsi con il mercato e l’intero comparto della riproduzione sonora amatoriale.

Questo è il motivo per cui nei miei articoli non parlo esclusivamente di audio in senso stretto, ma anche di altro. Proprio perché uscire da tale contesto permette di rendersi meglio conto della realtà concreta. Viceversa, a furia di restare chiusi nello stesso ambito, per quanto denso di interessi, si ha un progressivo distacco da essa.

Dunque i maggiordomi della propaganda, che ha sempre lo stesso obiettivo qualunque sia il settore cui si rivolge, amano definirsi con il termine “creativi” tipicamente di neolingua, altra sintesi orwelliana, e tutti sono convinti in cuor loro di essere dei sinceri democratici. Quando invece non sono altro che i cani da guardia dell’ordine imposto dal totalitarismo oligarco-capitalista attualmente in vigore, sotto le mentite spoglie di una democrazia formale.

Oggi ti fa votare il referendum sull’acqua o la Costituzione, ma il giorno dopo prosegue imperturbabile nella sua opera devastatrice del patrimonio e del benessere comune, qualunque sia l’esito della consultazione. Basta mettere al posto di chi se ne è dovuto andare la sua controfigura, del tutto noncuranti del fatto che il governo così formato, identico nei suoi componenti a quello di prima a parte qualche figura di secondo piano, non è più espressione della volontà dell’elettorato e quindi è privo di legittimazione popolare.

Tuttavia viene fatto passare per qualcosa di sostanzialmente diverso, solo perché intestato a un diverso prestanome.

Quanto detto finora non ha valore soltanto in merito alla questione politica, ma anche per sottolineare i metodi e le conseguenze di un assalto propagandistico martellante e senza requie, eseguito al fine di influenzare, acquisendone il controllo, il pensiero degli individui.

A questi ultimi è prescritto di pensare nella forma che oggi con altrettanta ipocrisia si definisce politicamente corretta, e di conseguenza essere in primo luogo dei consumatori instancabili. Al fine di mantenere in piena efficienza, e a proprie spese, il meccanismo di depredazione di cui sono in balia.

Affinché quel meccanismo funzioni, l’individuo deve accettarne di buon grado le conseguenze e quindi fare proprie le sue parole d’ordine, basate su elementi antitetici come l’austerità espansiva, la precarizzazione strutturale quale metodo di incremento dell’occupazione e così via.potere-acquisto-famiglie-italiane

Nel breviario turboliberista, ordinamento in base al quale si è arrivati alle condizioni appena descritte, è contemplata inoltre la sicurezza incrollabile da parte del consumatore, e qui torniamo all’argomento primario dell’articolo, che le imprese nascano, operino e perseguano l’esclusivo beneficio della loro clientela, cui forniscono un prodotto perfetto per definizione. Trascurando il fatto che operano in un sistema basato su un capitalismo portato alle sue forme più estreme, che in quanto tale riconosce esclusivamente la legge del profitto.

Quanto ciò sia vero lo dimostra il fatto che ditte italiane operanti nel settore audio, nonostante realizzassero un prodotto la cui superiorità è stata ampiamente riconosciuta, prima di chiudere i battenti hanno accumulato passivi dell’ordine di miliardi. Quando ancora cifre del genere, espresse in Lire, erano nel pieno del loro significato.

Ciò dimostra appunto che nel sistema attualmente vigente il merito non ha importanza alcuna. Addirittura può trasformarsi in elemento di penalizzazione: quello che conta è solo ed esclusivamente il profitto. Da ottenersi nella misura maggiore possibile, cui si perviene quando il differenziale tra i costi vivi del prodotto e il prezzo di vendita è più elevato.

Lo stesso vale per la passione che vada eventualmente ad animare chi mette in piedi una certa attività. Per quanto sia indicata come un fattore qualificante, è anch’essa un elemento dai risvolti essenzialmente negativi ai fini del contesto in cui tale attività va a inserirsi. La passione, infatti, potrebbe indurre a perfezionare sempre più il prodotto realizzato, mediante l’impiego di tecnologie e/o di componentistica troppo efficaci, e di conseguenza costose. Facendo perdere di vista l’obiettivo primario, che è e resta l’estrarre la maggiore quantità di ricchezza possibile dall’attività di produzione. Il che evidentemente si ottiene penalizzando il prodotto e non migliorandolo allo spasimo..

Qui torniamo all’esempio dato dal commento che ha suggerito questo articolo.

A suo modo è emblematico, proprio perché espresso nella convinzione di tanti audiofili che le aziende operanti nel settore della riproduzione audio siano state create apposta per sostenere la loro passione e fornire loro tutto ciò di cui hanno bisogno, secondo quella che viene vista come una sorta di missione.

Diciamo ancora una volta che sarebbe bello che le cose stessero così, anche se purtroppo la realtà si incarica di dimostrare che è tutto il contrario: le aziende che si dedicano alla riproduzione sonora stanno in piedi, e quindi possono continuare ogni mattina ad aprire la saracinesca solo ed esclusivamente in misura della quantità di ricchezza che riescono a estrarre dalle tasche degli appassionati.

Non importa nulla dei meriti conseguiti nella loro attività, perché nel momento in cui la ricchezza che riescono a estrarre dalle tasche degli appassionati scende sotto una certa soglia, la ditta chiude. Non prima di aver portato in tribunale i libri contabili e messo in strada un certo numero di persone.

Quindi, lo ripetiamo, per fissarci bene il concetto nella testa, la sola legge in vigore in un’economia di mercato è quella del profitto, qualunque sia il settore merceologico preso in considerazione.

Il merito invece è un elemento dannoso, quando non addirittura distruttivo. Proprio perché perseguirlo ha il suo costo, che potrebbe causare un incremento delle spese tale da non essere riequilibrato dai profitti.

In condizioni simili, chi è attivo in un qualunque settore, se vuole continuare la propria attività deve fare in modo che i costi vadano sempre più a ridursi. Da un lato per la caduta tendenziale del tasso di profitto, resa inevitabile anche dalla presenza di più aziende nello stesso settore, dall’altro perché oggi ci troviamo nel pieno di un fenomeno che si definisce finanziarizzazione dell’economia. Ha origine dalla possibilità di conseguire guadagni più elevati dedicandosi alla speculazione finanziaria, piuttosto che nella produzione di beni tangibili.

Per rendere quest’ultima economicamente giustificabile nella situazione attuale, i profitti che ne derivano devono portarsi al livello di quelli ottenibili giocando al casinò della finanza globale. Il che significa in ultima analisi contrarre le spese alzando i prezzi.

Qualsiasi attinenza con la dinamica dei prezzi oggi in vigore sul mercato delle apparecchiature audio, e con i loro contenuti tecnici (non) è puramente casuale.

Del resto se investire sui prodotti finanziari permette rendimenti migliori, perché andarsi a impegolare con la produzione di beni reali, che oltretutto comporta una serie di problematiche e incertezze considerevole? Una scelta simile ha un senso solo se il profitto che da essa ci si può attendere è elevato, ossia se la spesa è poca e il ricavato è alto.

Il prodotto allora deve essere per forza di cose svuotato quanto più possibile di elementi tecnici, lasciando poi alla veste esterna e al marketing il compito di renderlo appetibile al pubblico.

Come vediamo allora, il postulato semi-inconscio in base al quale ragionano molti audiofili, ossia che l’industria dell’audio esista esclusivamente al fine di soddisfare la loro passione, non ha alcun legame con la realtà. Quell’industria, proprio come tutte le altre, esiste in funzione dei guadagni che può generare, i quali non possono che provenire dalle tasche di chi ne acquista i prodotti.

Di qui è evidente che le apparecchiature audio prodotte industrialmente non sono costruite al fine di ottenere le migliori prestazioni possibili, ma per dare i guadagni più elevati. Tra le due cose c’è una bella differenza.

Ne consegue che le loro prestazioni, invece di essere spinte al massimo delle possibilità siano tenute al minimo necessario per reggere il confronto con la concorrenza. Tanto anch’essa è gravata dagli stessi problemi di ordine economico, il che finisce, volenti o nolenti, con il determinare una sorta di cartello, dovuto all’identità sostanziale delle limitazioni di partenza e delle condizioni di mercato in cui si trova a operare.

Ecco perché la logica industriale tipica della produzione di serie tende all’impiego dei materiali più economici e di conseguenza alla mediocrità del prodotto e alla sua massificazione: anche un centesimo di differenza su un componente come una resistenza, moltiplicato su milioni di pezzi determina un risparmio consistente.

Nella produzione su esemplari unici o in piccolissima serie, invece, il discorso è diverso. Anche in relazione alle necessità e alla volontà del destinatario dell’oggetto, si possono utilizzare componenti di costo semplicemente improponibile per la produzione di serie, ma che poi fanno la differenza.

Facciamo un esempio: un possibile affinamento per la sonorità di qualsiasi elettronica riguarda l’impiego di by pass sull’alimentazione. Si tratta di un accorgimento che dà risultati, anche in funzione dei componenti adottati allo scopo. Utilizzando by pass di qualità superiore nell’ambito della cosiddetta componentistica audiophile, i risultati possono essere eccellenti e addirittura imprevedibili. La spesa al riguardo può essere di alcune, o svariate, decine di euro, che nell’ottica dell’esemplare unico o di un lotto di pezzi limitato è di sicuro conveniente, proprio per via del differenziale che permette in termini di qualità sonora.

Per un fabbricante, invece, scelte del genere sono difficili da percorrere. Per l’investimento iniziale, anche per solo mille esemplari: nel momento in cui i costi di produzione sono moltiplicati per 10 o per 15 prima di arrivare al prezzo al pubblico, è evidente che andrebbero a gravare troppo su di esso. Al massimo, e quando va bene, se proprio deve mettere un by pass, ricorre al componente da pochi centesimi, e si può essere contenti che lo abbia fatto. Moltiplicando questo esempio per i diversi punti su cui si può intervenire nell’ambito di un’elettronica, si vanno a produrre differenze che possono essere parecchio rilevanti.

Qui torniamo al concetto del piatto di fettuccine: la ricetta con cui lo si prepara ha la sua importanza, ma ancora di più lo sono gli ingredienti che si usano al riguardo. Proprio questi oltretutto vanno a formare il costo vivo necessario a metterlo in tavola.

Ecco perché a livello di comunicazione, e non solo nel nostro settore, tutta l’importanza viene data alla ricetta. Ovverosia alla circuitazione particolare, alla tecnologia innovativa, cui viene spesso attribuita una valenza fin quasi miracolistica.

Dal punto di vista del fabbricante, e dei costi che deve affrontare, alla fin fine l’una vale l’altra: sono i componenti, ovverosia gli ingredienti necessari a mettere in tavola il piatto di pasta, a fare la differenza e quindi a determinare la redditività del prodotto. Di essi guardacaso si parla molto di meno. Anzi per nulla.

 

 

 

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