La filosofia del Maxibon (post balneare)

 

           “Two gust is megl che uan”

 

Ormai siamo entrati in estate e per fortuna non ci si squaglia ancora dal caldo, anche se allo scopo la bella stagione dispone di due mesi abbondanti.

L’occasione è buona per sfruttare le energie residue, affrontando un discorso di quelli che che mi ronzano nella testa da troppo tempo, ma che per un motivo o per l’altro sono rimasti nell’armadio degli  “argomenti futuri”.

Qualcuno forse ricorderà la pubblicità del Maxibon andata in onda qualche anno fa, gelato a due gusti reclamizzato con lo slogan riportato in apertura.

Completamente disinteressato a evidenziare l’elemento qualitativo, ossia la bontà del gelato e la gradevolezza del suo sapore, puntava tutto sull’aspetto quantitativo, ossia sul fatto che due gusti sono incontrovertibilmente meglio dell’unico offerto dalla maggioranza degli altri gelati confezionati.

Questo modo di ragionare lo trovo simile alle modalità con cui i costruttori di apparecchiature hi-fi, soprattutto i più grandi, affrontano il problema relativo alla costruzione dei prodotti alto di gamma e alla necessaria differenziazione nei confronti di quelli dal costo più abbordabile. Invece di scegliere direttamente soluzioni e componenti di livello superiore, tendono ad aumentare il numero di dispositivi di livello tecnico intermedio utilizzati nella circuitazione.

L’esempio tipico è quello dei lettori digitali e dei convertitori D/A, in cui nei modelli di punta si tende a moltiplicare il numero dei componenti, spesso proprio il convertitore ma anche gli elementi attivi della sezione di uscita. Insomma, se il lettore o il DAC da 800-1000 euro ha un solo chip di conversione, in quello da 1500 ce ne mettiamo due, e in quello da 2200 magari quattro, ma sempre dello stesso tipo. In maniera non dissimile, all’interno della sezione di uscita analogica si tende a moltiplicare il numero degli amplificatori operazionali, ferma restando la loro tipologia.

Lo stesso avviene per gli amplificatori, aumentando i dispositivi di uscita al fine di aumentare la potenza erogata, quale elemento primario di differenziazione, solo numerica, nei confronti dei modelli più economici. Nei diffusori, al crescere del prezzo di listino si riscontra un aumentare non di rado proporzionale per il numero di vie in cui è suddivisa la gamma di frequenze riprodotta e degli altoparlanti utilizzati. In particolare per la gamma bassa ma non solo.

Stiamo parlando insomma di qualcosa di molto simile a quanto fatto per il Maxibon, reso più appetibile non dalla superiore qualità intrinseca del prodotto ma dal raddoppio dei gusti, da cui il titolo di questo articolo.

Per mezzo della filosofia del Maxibon, dunque, si tende ad articolare la crescita del prodotto, giustificando il suo inserimento in una classe più elevata e il prezzo di listino conseguente, con elementi che spesso sono esclusivamente quantitativi, volendo far credere che la qualità di riproduzione vada di pari passo.

Invece, come abbiamo visto più volte in passato, le cose stanno in maniera sostanzialmente opposta.

Se è vero che il modo più efficace ed economico per mantenere il segnale audio nella forma migliore, lungo il suo tragitto dalla sorgente agli altoparlanti, sta nel fare in modo che incontri il minor numero possibile di ostacoli e di questi ridurre le dimensioni e gli effetti, allora la filosofia del Maxibon produce risultati del tutto contrari a quelli desiderati.

Proprio perché ciascuno di quei componenti in più rappresenta un ostacolo e quindi un elemento di penalizazione, se non di vero e proprio degrado. In particolare per ciò che riguarda i componenti attivi, transistor, valvole, amplificatori operazionali, siano essi sotto forma di integrato o a componenti discreti eccetera, per quanto anche gli elementi passivi facciano la loro parte al riguardo.

Più componenti mettiamo all’interno del telaio, ognuno dei quali va a interagire sulle modalità di trasferimento del segnale quando non è un vero e proprio ostacolo che il segnale audio deve valicare, subendone per forza di cose l’effetto, più aumentiamo le probabilità di ottenere un risultato opposto al miglioramento che ci prefiggiamo per la qualità sonora.

 

Questioni di convenienza

Allora perché tanti costruttori fanno proprio questo invece di ridurre il numero di componenti e di aumentare nei limiti del possibile la loro qualità?

Essenzialmente per due ordini di motivi. Il primo è che è meno costoso, a livello di progettazione, economia di scala, realizzazione, magazzino, gestione della biblioteca dei componenti e relativi schemari, moltiplicare l’impiego di parti dello stesso tipo, piuttosto che usarne in quantità minore ma di qualità via via crescente.

Un interno popolato più densamente inoltre fa migliore figura nelle foto pubblicitarie e in quelle diffuse dalle riviste. L’appassionato medio inoltre tende ad associare un livello tecnico superiore alle circuitazioni visivamente più complesse e alla quantità maggiore di componenti presenti all’interno del telaio, invece che all’impiego di un circuito integrato di qualità più elevata o a una soluzione tecnicamente più efficace, che quasi mai è in grado di riconoscere.

Il secondo riguarda i dati tecnici e le misure, ingannevoli come vediamo qui per l’ennesima volta, in attesa di un articolo che analizzi più a fondo l’argomento.

Con più DAC in parallelo o con più amplificatori operazionali nella sezione di uscita si ottengono in effetti valori migliori di rapporto segnale/rumore e gamma dinamica, che assieme alla crescita della dotazione e a una veste estetica gradualmente più lussuosa e imponente compongono l’ossatura delle politiche commerciali e i motivi alla base della fissazione dei prezzi al pubblico di tanti costruttori. Quindi li si adopera proprio a tale scopo: il collocare un modello in una posizione più o meno elevata della gamma prodotti e dare una motivazione alla differenza di prezzo che ne deriva rispetto agli altri prodotti in listino.

Scelte tecniche come quelle descritte hanno però il difetto di non contribuire al miglioramento della qualità sonora, che anzi vanno spesso a degradare, attribuendo all’apparecchiatura che ne viene gravata sonorità pesanti e prive di vitalità, quando non addirittura tronfie, a discapito del dettaglio, della finezza di riproduzione, della capacità di cogliere le nuance più sottili e più in genere i particolari della registrazione.

Malgrado ciò a sonorità di questo ripo si tende ad attribuire in genere la definizione di “riposante”, “imponente” e tutto il resto dell’armamentario lessicale, in perenne espansione degli elementi utili alla mistificazione, utilizzato dal Coro Degli Entusiasti A Prescindere.

Inoltre, passando come un bulldozer o meglio una macchina asfaltatrice sulle caratteristiche originarie del segnale audio, lo si leviga e spiana rendendone meno evidenti i difetti di riproduzione, sia pure a costo di una sostanziale cancellazione di tutto o quasi vada oltre i suoi elementi di rilievo maggiore.

Non a caso il tipo di sonorità di cui stiamo parlando è piuttosto comune tra gli impianti di costo elevato, soprattutto quelli assemblati a partire dalle apparecchiature di certi marchi, che poi sono i più diffusi nell’alto di gamma.

Di conseguenza, secondo una forma evidente di sillogismo molti tendono a pensare che sia proprio questo il carattere distintivo delle apparecchiature di classe più elevata, e quindi che sia il modo di suonare “giusto” degli oggetti e degli impianti di gran classe.

In questo sono “aiutati” anche dai commenti diffusi dalla pubblicistica di settore, che per ovvi motivi non può parlare in termini men che entusiastici delle apparecchiature commercializzate dai marchi e dai distributori più potenti.

 

Primo, non prenderle

Una certa categoria di costruttori, inoltre, indulge storicamente nella ricerca di un simile amorfismo delle sonorità, per motivi che si potrebbero definire di convenienza.

Questo secondo il noto adagio particolarmente diffuso nel mondo calcistico del “Primo, non prenderle”. Ossia si pensa innanzitutto a non perdere la partita, dopodiché si vedrà se si riesce anche a vincerla.

Lo stesso criterio si applica in una certa tipologia di riproduzione sonora, quella appunto comune ai marchi più in voga nei segmenti di maggiore impegno economico, ai fini della quale si ritiene che la cosa più importante non sia l’assurgere a determinati livelli qualitativi di riproduzione, ma evitare che ne siano evidenziati i difetti più tipici.

Questo perché si ritiene oltremodo sconveniente che all’inserimento di uno o più componenti di quei marchi nella catena audio si possano evidenziare certi difetti. Proprio in quanto si ritiene il pubblico non all’altezza di comprendere i motivi in base ai quali si manifestano, che pertanto verrebbero attribuiti d’ufficio al nuovo entrato. Quindi si fa del tutto per evitarli.

Questo in conseguenza della mancata comprensione di una legge fondamentale, che nel settore della riproduzione sonora assume  grande rilevanza

Nell’assenza dell’equilibrio necessario tra le apparecchiature che compongono l’impianto e tra le loro prerogative soniche e funzionali, accade regolarmente che all’inserimento di un nuovo componente di efficacia notevolmente superiore a quella del resto dei componenti, invece di avere un miglioramento proporzionale, l’effetto più vistoso sia di messa in evidenza dei loro difetti.

Questo perché quanto più un’apparecchiatura è di livello qualitativo effettivamente alto, tanto meglio pone in evidenza TUTTE le prerogative del segnale che ad essa viene fornito, senza fare distinzioni tra quanto sia più o meno gradito al nostro orecchio.

Ancora non è stata inventata un’apparecchiatura che sia capace di discernere in tal senso e si può dubitare lo sarà mai.

Ecco i motivi per cui, specialmente nel campo dei diffusori ma non solo, ci sono marchi che risultano particolarmente sgraditi alla maggioranza degli appassionati. Inutile elencarli perché tanto li si conosce a memoria.

Il perché sta nel fatto che realizzano prodotti di livello qualitativo ed efficacia funzionale tali da renderli impietosi, se non addirittura brutali, nel porre in luce i difetti dei componenti che li precedono o che vi si affiancano.

Essendo ben consci di questa realtà, i costruttori che vogliono realizzare prodotti di facile presa sul mercato, e quindi sulla maggioranza del pubblico che si rivolge ai prodotti di vertice, tendono a realizzare apparecchiature che non siano via via migliori al crescere del loro prezzo di listino, e quindi più efficaci nell’indagare a fondo le caratteristiche del segnale presente al loro ingresso per mantenerle il più possibile inalterate tali fino alle uscite, ma esattamente l’opposto. Ossia che lo vadano a degradare, appunto asfaltandone ogni elemento potenzialmente indigesto, in primo luogo per mezzo di soluzioni tecniche soddisfacenti per l’occhio dell’appassionato e del recensore, ma sostanzialmente devastanti per le vere qualità sonore.

Proprio perché così facendo anche gli eventuali difetti dell’impianto in cui la loro apparecchiatura si trova a operare sono resi molto meno evidenti, se non addirittura cancellati del tutto.

Va da sé, però, che tale cancellazione non si limita agli elementi meno apprezzati del segnale audio ma lo va a influenzare nella sua interezza. In particolare per le sue componenti di entità minore, che sono appunto quelle su cui si gioca il livello qualitativo della riproduzione, dato che le informazioni di rilievo maggiore bene o male riesce a riprodurle qualsiasi apparecchiatura,.

In questo modo ci si garantisce l’accettazione da parte della platea di appassionati più vasta possibile. Se poi da essa restano fuori le persone che invece vogliono un concreto miglioramento e hanno imparato a riconoscere i parametri sui quali si esplica, ossia coerenza, realismo, verosimiglianza e sensazione di trovarsi di fronte all’evento reale, solo per nominarne alcuni, che peraltro richiedono la massima attenzione per le componenti più minute del segnale, pazienza. Tanto sono una minoranza risicata, una frangia trascurabile.

Oltretutto di strumenti per confondere le idee ce ne sono a profusione. A iniziare da una politica dei prezzi volta a dare l’impressione di un livello qualitativo falsamente elevato proprio innalzandoli oltre ogni limite, oggi guardacaso molto seguita, piuttosto che farne una conseguenza delle scelte definite in sede di progetto e dei costi derivanti dall’affinamento della componentistica e delle doti sonore.

Frontali imponenti, finiture di grande ricchezza, impiego di materiali inutilmente costosi ma dal maggiore prestigio e impatto visivo per tutte le superfici a vista, vu meter fantasmagorici, illuminzioni da Festa di Piedigrotta e tutto il resto dell’arsenale del kitsche di pessimo gusto atto a confondere le idee del compratore potenziale che ha a disposizione più denaro che esperienza, sono solo alcuni degli strumenti a disposizione di quanti operano secondo la logica del primo non prenderle.

D’altronde costruirsi le basi necessarie ad acquisire effettive capacità di giudizio e di attribuzione di meriti basata su dati di fatto concreti e non su mere sovrastrutture, è cosa che richiede esperienza, dedizione e sensibilità. Cose che non si possono comperare e quindi difficili da trovare in chi cerca soprattutto lo status symbol e pertanto non è particolarmente interessato a doti musicali effettivamente di prim’ordine, che non si sa fino a che punto sarebbe in grado di riconoscere.

Del resto è proprio la realtà di tanti impianti di costo elevato a testimoniare quanto detto fin qui.

Ecco perché non di rado succede che catene di prezzo contenuto, ma ben assemblate e curate nelle condizioni di contorno suonino in maniera molto più musicale e appagante di tanti mostri dal costo impossibile, lasciando i possessori di questi ultimi con la bocca aperta e con un gran numero di dubbi ai quali non sono in grado di dare risposta.

Di essi è praticamente impossibile venire a capo, in assenza di un totale e definitivo cambio di mentalità.

Succede così che un numero rilevante di possessori degli impianti più costosi eviti con ogni mezzo l’esporsi a qualunque possibilità di incappare in delusioni del genere, che li obbligherebbero a prendere atto a malincuore di aver speso quantità di denaro improbabili per ritrovarsi qualcosa che va peggio di impiantini che sulla carta non dovrebbero neppure sognare di misurarsi in confronti del genere.

Per altri versi, che certe sonorità non abbiano nulla a che vedere con quelle reali degli strumenti utilizzati per la registrazione del segnale riprodotto, e anzi proprio la mancanza di realismo sia uno tra i difetti imputabili a tanti impianti di costo elevato, sembra non interessare a nessuno o quasi.

Sono pochi gli appassionati capaci di riconoscere determinati aspetti e ancor meno quelli che ne fanno il discrimine delle loro valutazioni e della loro scelta al momento dell’acquisto.

Questo perché la loro scala di valori e i parametri su cui si articola si fermano agli elementi più superficiali, quelli di pressione sonora, impatto e timbrica.

Obiettivamente non è facile andare oltre, proprio perché se la maggioranza delle apparecchiature di livello suona in un determinato modo, per forza di cose si è portati a pensare che sia quello giusto.

Oltretutto oggi sembra che le doti sonore degli impianti audio siano passate del tutto in second’ordine rispetto ad altre prerogative, come la cosmetica, l’eleganza e l’imponenza dell’installazione, la raffinatezza delle finiture e così via, ossia il necessario per raccogliere il numero maggiore di commenti positivi e di “mi piace” quando si pubblicano sui social le foto del proprio impianto.

Proprio questa sembra sia l’occupazione prevalente di tanti appassionati, ossia l’intervenire nelle aree di discussione pubbliche piuttosto che dedicarsi all’ascolto critico, all’acquisizione di consapevolezza mediante l’ascolto degli strumenti dal vivo e al miglioramento effettivo del proprio impianto.

Ennesimo paradosso, secondo il quale la gerarchia di dispositivi atti alla riproduzione sonora viene definita mediante il senso della vista e in base ad altri elementi secondari che non hanno nulla a che fare con le qualità audio e con il loro impiego d’elezione.

D’altronde se pubblicare una foto attraente per l’appassionato medio è relativamente facile, posto che si posseggano le apparecchiature “giuste” e le si disponga in bell’ordine, non lo è assolutamente il fare in modo che suonino in maniera tale da dare almeno l’idea di essere di fronte all’evento reale, che poi è la sola caratteristica atta a giustificare la spesa di certe somme, oltretutto caratterizzate da una perenne tendenza alla crescita.

Anzi, siccome sui social si pubblicano essenzialmente fotografie, il modo di suonare degli impianti raffigurati in quegli ambiti perde fatalmente d’importanza. Anzi, non serve proprio a niente.

 

Come buscarle anche nella convinzione di vincere facile

Ai risultati conseguenti al primo non prenderle, non si perviene soltanto ricercandoli in maniera deliberata. Ci sono casi in cui vi si arriva in maniera del tutto opposta, ossia andando proprio alla ricerca di una qualità di riproduzione superiore, anche se in maniera incongrua.

Tipico è l’esempio di un diffusore che all’epoca della sua presentazione è stato il progetto più ambizioso espresso dall’hi-fi nazionale, affidato a uno tra i suoi progettisti più in vista. Quel diffusore, o meglio quella serie di diffusori arrivò effettivamente al risultato che il suo ideatore si era prefisso, concernenti la produzione di un fronte sonoro dalle prerogative ben precise, ma purtroppo fu una vittoria di Pirro. E se possibile anche peggio, dato che il numero di difetti, oltretutto vistosi, da cui era gravato oltrepassava largamente il suo più grande pregio, in conseguenza di una ricerca fin troppo esasperata a tal fine, spinta al punto di trascurare una serie di parametri che hanno conseguenze ben maggiori sulle impressioni ricavabili dall’ascolto.

Queste, oltretutto, di primo acchito sembravano lusinghiere, proprio per le caratteristiche intrinseche del diffusore, tranne poi nel suo impiego continuativo portare alla luce numerose pecche, in maniera direi quasi impietosa. Anche in questo caso il parallelo con esemplari che idealmente non avrebbero mai potuto ambire a un confronto risultò particolarmente crudo, per una serie di aspetti di grande importanza ai fini di quella che si può definire come esperienza d’ascolto ad alta fedeltà.

Tale esempio ha dimostrato ancora che se si perdono di vista o si abbandonano deliberatamente le doti equilibrio fondamentali per qualsiasi apparecchiatura o impianto audio, sia pure per un fine commendevole, non si fa altro che andare incontro a sonore legnate.

Le misure effettuate su quella serie di diffusori, poi, ebbero risultati lusinghieri, tali da suggerire almeno sulla carta un’eccellenza che è rimasta ben lungi dal trovare dimostrazione sul campo. Esempio ennesimo della valenza intrinsecamente ingannevole di numeri, grafici e responsi di laboratorio.

Nel settore dei diffusori, peraltro, la filosofia del Maxibon è largamente diffusa. Infatti se a un modello di base si decide di affiancarne uno o più di rango maggiore, la prima cosa che si fa è aggiungervi uno o due woofer. La superficie radiante aumenta, e probabilmenta anche la pressione sonora indistorta, ma la qualità di fondo dell’emissione resta la stessa.

Anzi, è possibile che peggiori per alcuni parametri, in quanto più altoparlanti operanti insieme è facile si influenzino negativamente l’un l’altro, mentre l’amplificatore si dovrà rapportare con un carico che ha non poche probablità di risultargli meno gradito.

Lo stesso discorso vale per il numero di vie, non di rado proporzionale al prezzo del diffusore e ottimo giustificativo per la sua crescita. Si ritiene che in questo modo a ciascun altoparlante si faccia riprodurre la gamma di frequenze più congeniale, ma della maggiore complessità della rete di crossover e degli influssi nefasti che essa provoca sul segnale costretto ad attraversarla non se ne parla mai.

D’altronde gli altoparlanti stanno in bella vista, fanno figura e appagano l’occhio del compratore.  Il crossover è nascosto e occhio non vede, cuore non duole.

Però l’udito ci sente eccome.

Oltretutto, a parità di prezzo, aumentando il numero degli altoparlanti, delle lavorazioni necessarie ad accoglierli nel cabinet e del numero dei componenti la rete di filtraggio, per non parlare delle dannose interazioni reciproche cui abbiamo già accennato, il livello qualitativo di ciascuno di essi non può che calare.

Ecco il motivo per cui gli appassionati avvertiti guardano con sospetto alle sfilate di altoparlanti che invece sono esibite con tanto orgoglio e mandano in visibilio una certa tipologia di osservatori. Del resto sono fatte proprio allo scopo.

Passando alla categoria degli amplificatori, ormai è quasi solo il dato di potenza di uscita a fare da elemento caratterizzante, a prescindere dalla tipologia di componenti attivi utilizzata.

Un tempo la consapevolezza che più la potenza cresce e più è difficile realizzare un amplificatore che suoni davvero bene era piuttosto condivisa. Oggi sembra invece che non lo sia più, quando è evidente che maggiore è il numero dei componenti attivi, delle piste di stampato necessarie a inserirli nel circuito, il dimensionamento della sezione di alimentazione atta a fornire loro energia delle resistenze di degradazione atte a renderne sufficientemente omogeneo il comportamento, più diventa difficile realizzare elettroniche capaci di suonare davvero bene, mentre i loro costi salgono con andamento esponenziale.

Mi sembra inutile andare oltre con altri esempi, dato che ciascuno potrà trovarli per proprio conto. Meglio puntare ancora una volta l’attenzione sull’abitudine a contrabbandare la quantità per qualità, cosa del resto comoda e soprattutto sbrigativa. Immaginiamo infatti cosa dovrebbero inventare i pubblicitari se gli si togliese la possibilità di ricorrere a tale artificio.

Per quanto ci riguarda è sufficiente imparare a riconoscerlo o meglio a smascherarlo, tenendo sempre a mente che al posto di tanti  gusti, ciascuno in dosi abbondanti ma inevitabilmente mediocri, è meglio uno solo, magari striminzito ma d’eccellenza.

Magari costa anche meno.

 

 

 

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