Il vintage e le sue insidie

Da qualche anno a questa parte gli appassionati di riproduzione sonora che si rivolgono alle apparecchiature d’epoca sono sempre più numerosi. Tralasciamo motivazioni, implicazioni e collaterali del fenomeno, ai quali sarà dedicato un articolo apposito, e andiamo diretti al nocciolo della questione.

Lo spunto proviene dal messaggio inviato qualche settimana fa da un appassionato, che mi ha contattato per via di alcuni problemi del suo registratore DAT, un Sony DTC 57ES.

Si tratta di una categoria di macchine che personalmente ritengo interessante: inesorabilmente sorpassate dall’evolversi della tecnica, non tanto dell’audio digitale quanto dei supporti utilizzati in quel settore, ma altrettanto significativa quale simbolo di un’epoca e ancor più di come non si esiti a sacrificare tecnologie promettenti pur di non intralciare il passo al sistema che si è stabilito debba essere predominante.

Ricordiamo che le macchine DAT dovevano essere una sorta di contraltare ai lettori CD nell’ambito di un digitale ancora giovane, con in più la possibilità di registrare. Era previsto anche che le uscite discografiche sarebbero state reperibili nel nuovo formato tranne, una volta verificato il comportamento sonico più apprezzabile, tornare precipitosamente indietro per commercializzare unicamente supporti vergini, ossia da registrare. Così è stato ucciso nella culla un formato molto promettente. Tantopiù per via delle polemiche in quell’epoca vivissime, riguardanti proprio le potenzialità sonore dell’audio digitale basato sul CD.

Questo ha fatto si che in ambito amatoriale i registratori DAT abbiano trovato scarsa o nulla diffusione. Sorte migliore ebbero nel professionale e tra i musicisti. Proprio da tale settore mi è arrivata la richiesta di cui sopra e, in capo a pochi giorni, la macchina era nelle mie mani.

 

DTC 57ES

Il registratore ha l’aspetto tipico delle macchine di vertice commercializzate in quell’epoca da Sony, contraddistinte dalla sigla ES. L’aspetto è nobilitato dalle fiancatine in legno, alle quali sinceramente avrei preferito la presenza di ingressi microfono, mancanza imperdonabile in una macchina di livello simile. Tale dotazione l’avrebbe resa adatta agli impieghi dal vivo, sia pure in situazioni controllate, ossia laddove sia disponibile una presa di corrente. L’alimentazione di rete avrebbe permesso l’impiego di unità sufficientemente lineari e silenziose, caratteristiche che rappresentano il punto debole di tanti modelli portatili, sia a livello di DAT che degli attuali registratori su scheda di memoria.

Sul pannello posteriore, quindi, ci sono solo ingressi e uscite di linea per il segnale analogico e i connettori per il segnale digitale, in formato SPDIF e ottico.

Il cavo di alimentazione fuoriesce direttamente dal pannello mediante un semplice fermacavo: all’epoca non ci si poneva più di tanto il problema riguardante le modalità di alimentazione, sia pure su macchine di buon livello e prezzo elevato come quella in esame. Il dubbio, osservando l’aspetto nell’ottica attuale, è se privilegiare l’originalità della macchina oppure dargli la possibilità di esprimere più compiutamente il suo potenziale, dotandola di una presa IEC che permetta l’impiego di un cavo di alimentazione che quantomeno abbia una sezione meno striminzita di quello d’origine.

Oltretutto la presenza di un radiatore alquanto corposo, adibito al raffreddamento dei regolatori di tensione, suggerisce la dissipazione di quantità di energia non proprio trascurabili, il che rende la scelta di un cavo di alimentazione siffatto ancor meno spiegabile.

La realizzazione interna non denota raffinatezze particolari. Tutta la componenstistica, alimentazione a parte, trova alloggio in una scheda di ampie dimensioni che occupa una buona metà dello spazio interno. Dal canto suo la meccanica denota una complessità ragguardevole. Il suo funzionamento si è dimostrato impeccabile, anche se non di rapidità fulminea nel compimento delle varie operazioni, in particolare per il caricamento e l’estromissione della cassetta.

La scelta della componentistica è quella tipica della produzione di grande serie: a questo riguardo non sembra di trovarsi di fronte a una macchina della linea ES, che s’immaginerebbe caratterizzata da soluzioni più raffinate. La conversione A/D, punto nevralgico di qualsiasi macchina dedicata alla registrazione in formato digitale, utilizza un integrato a 1 bit realizzato da Crystal Semiconductors, il CS 5339. Sul versante opposto, ossia per la conversione D/A, il DTC 57ES si avvale di una coppia di integrati di produzione interna il CXD 2560 e il CXD 2561, destinati rispettivamente al filtraggio digitale e alla conversione D/A.

 

Arrivano le sorprese

Aperto l’imballo, il registratore ha mostrato condizioni sostanzialmente immacolate, in conformità alle affermazioni del possessore riguardo all’utilizzo scarso che ne ha fatto. Accendo e noto subito un’illuminazione del display particolarmente fioca. Inserisco comunque il nastro fornito a corredo e inizio un ascolto di verifica.

In effetti la macchina non sembra male ma neppure corrispondente alle descrizioni mirabolanti che si diffusero all’epoca in merito a questa tipologia di registratori. Personalmente ho posseduto un paio di DAT, portatili, in quanto appassionato di registrazione dal vivo e in effetti ne conservavo un ricordo migliore. Anche se, col passare degli anni, le esperienze si accumulano e i parametri cambiano, quindi i ricordi che riguardano cose ormai lontane è facile vadano incontro a smentite talvolta inattese.

Mentre prosegue l’ascolto vado distrattamente a toccare il retro, dove è presente un’alettatura, e la scopro innaturalmente calda. La cosa desta perplessità, così fermo l’ascolto, stacco il cavo di alimentazione e procedo alla rimozione del pannello superiore.

Non appena l’interno viene alla luce mi accorgo che la scheda dell’alimentazione è letteralmente inondata di acido, perso da uno o più condensatori elettrolitici. Il suo odore è pungente: già all’apertura dell’imballo in cui la macchina mi è pervenuta, avevo notato un aroma un pò diverso dal solito che mi aveva insospettito.

Quindi procedo allo smontaggio della scheda, con la cautela necessaria a evitare spargimenti di liquido potenzialmente dannosi, e alla sua pulizia. Prima immergendola in alcool per rimuovere il grosso dell’acido e poi direttamente con acqua, sapone di marsiglia e spazzolino.

Dopo un’attenta asciugatura, la scheda è in condizioni di poter essere maneggiata senza rischi. Immediatamente si nota l’alone più chiaro alla base di uno degli elettrolitici, cui si accompagnano i cenni di corrosione del ponticello, della resistenza e del connettore a pettine posizionati nelle sue vicinanze.

Quindi decido di smontare per primo il condensatore sospettato e infatti ne trovo il fondello rigonfio e sporco di acido. Più avanti scoprirò che era l’unico della scheda ad averlo in bachelite, più facile a perdere liquido, mentre gli altri lo hanno di gomma, cosicché gonfiandosi il condensatore, comportamento tipico in caso di problemi, tendono a resistere meglio alle perdite.

Fino a un certo punto naturalmente, dopodichè si gonfia il coperchio superiore e infine cede, innaffiando ben bene l’interno dell’apparecchiatura di acido dall’elevato potere corrosivo, che in breve fa danni tali da far diventare difficile o proprio impossibile porvi riparo in alcune situazioni.

Tolgo poi gli altri condensatori ma vedo che non hanno problemi. Decido comunque di sostituirli in blocco, insieme ai ponti a diodi per montare qualcosa di meno rozzo.

L’acido ha avuto modo non solo di infiltrarsi sotto gli altri componenti della scheda, ma di penetrare anche nei fori predisposti per il passaggio dei reofori. Non trovando sfogo per la presenza della saldatura, ha gonfiato la parte delle piste adiacente, distaccandole dalla vetronite. In altri punti ha mangiato dall’interno lo strato di finitura superficiale, come si nota dalle macchie scure sulla faccia inferiore della scheda.

Qui si vede che per fortuna la macchina è stata presa in tempo e non ha subito soverchi danni. Ancora un pò e l’acido avrebbe finito di corrodere le piste, obbligando a ricostruirne il tracciato.

Le tracce di corrosione vanno rimosse, portando alla luce il rame sottostante e pulendolo per bene, per poi ricoprirlo con dello smalto resistente alle alte temperature.

Una volta smontati i condensatori e sostituiti con elementi nuovi, oltre ad aver messo in opera i nuovi ponti a diodi, la scheda è pronta per essere rimessa al suo posto. Solo quelli relativi al primo stadio di filtraggio sono rimasti invariati. Si trovavano ancora in buone condizioni, almeno a un esame visivo, ma il motivo è che quelli che desideravo montare, dei 10.000 uF/35 V di marca primaria, per essere all’altezza di quelli che vanno a sostituire, che a loro volta erano i soli componenti oltre la mediocrità, non saranno disponibili prima del prossimo dicembre. Stando almeno alle notizie date dal sito presso cui ho deciso di rifornirmi. Il resto per fortuna lo avevo già a disposizione.

I componenti utilizzati sono di qualità superiore a quelli, andanti, utilizzati in origine dal costruttore, secondo le logiche tipiche della produzione di serie. A dispetto dell’appartenenza della macchina alla serie più prestigiosa del listino.

Una ripulitura accurata dell’interno del telaio, per evitare che eventuale tracce di acido disperse possano causare danni ulteriori, nuovo grasso conduttivo dove i regolatori di tensione sono a contatto con laa superficie radiante e la macchina è pronta per essere collaudata.

All’accensione si nota immediatamente il display tornato alla sua illuminazione normale, regolabile su tre livelli. Prima, sia pure alla luminosità massima era talmente fioco da risultare visibile a malapena e solo per una parte della sua superficie. Anche il radiatore posto sul retro resta appena tiepido, a dimostrazione delle migliorate condizioni di lavoro dei regolatori di tensione, che quindi non danno più segni di surriscaldamento.

E’ ora di provare l’ascolto di un nastro. Prima, decido di pulire la testina, operazione più complessa rispetto a un registratore analogico a bobine o a cassette che sia, dato che è posizionata all’interno dell’intelaiatura che tiene insieme la meccanica.

La procedura rimane la stessa: si passa con delicatezza un cotton fioc inumidito di alcool, meglio se isopropilico, sulla superficie della testina che entra in contatto con il nastro. Quella dei registratori DAT è circolare, come avveniva per i videoregistratori VHS, anche se di dimensioni molto più contenute.

Dato che la testina è difficile da raggiungere e va pulita sull’intera superficie, devo trovare un modo per farlo nel modo opportuno. Con la punta del cotton fioc la faccio girare per qualche decina di gradi e, mentre da sopra la tengo ferma con un dito grazie all’apertura presente in maniera provvidenziale, passo il cotton fioc sulla parte della superficie raggiungibile. Ripetendo la procedura per diverse volte si è infine sicuri di aver ripulito tutta la circonferenza. Guardo la punta del cotton fioc e la vedo sporca di ossido all’inverosimile, come mai mi è capitato in precedenza, malgrado abbia compiuto l’operazione chissà quante volte sulle macchine più diverse.

Ripeto quindi l’operazione, con risultati molto meno drammatici.

Il possessore del registratore mi ha detto di averlo usato pochissimo, ma non se lo ha acquistato nuovo o usato. Nella seconda ipotesi è possibile che il primo utilizzatore abbia fatto lavorare parecchio la macchina, senza mai procedere all’operazione. Per i DAT in effetti è necessario lo smontaggio della copertura superiore e per questo motivo vari fabbricanti commercializzavano nastri di pulizia, dei quali però si diceva fosse meglio farne un uso parsimonioso per via delle loro caratteristiche abrasive.

Diversamente dalle testine delle macchine analogiche, quelle dei DAT non vanno pulite muovendo il tampone non solo orizzontalmente ma anche in verticale. Altrimento è possibile incorrere in ripetuti silenziamenti momentanei della riproduzione o, peggio, della registrazione, che quindi sarà da buttare.

Un’ultima ripulitura è per i connettori sul pannello posteriore, dorati, ma visibilmente ricoperti da uno strato di ossido. Altri q0 minuti di lavoro a base di cotton fioc e bicarbonato asciutto per loro assumere un aspetto brillante, di sicuro favorevole al passaggio migliore del segnale.

Terminate le varie operazioni di pulizia riavvio la macchina e procedo all’ascolto del nastro che l’accompagna, ora caratterizzato da una musicalità percettibilmente migliorata. Di sicuro una testina pulita ha la sua importanza ma anche la sezione di alimentazione fa la sua parte, tornata come e meglio di quando era nuova, grazie all’impiego di componentistica selezionata e di ponti a diodi molto meno grossolani di quelli montati in origine.

La tendenza alla durezza della sonorità prima evidente è scomparsa. Al suo posto una tridimensionalità del fronte sonoro decisamente maggiore e una migliore capacità d’introspezione.

Tra costi dei componenti e manodopera, l’intervento atto a riportare un’elettronica vintage in condizioni d’uso, che non è detto si possa limitare all’alimentazione ma potrebbe riguardare anche altre sezioni circuitali, può facilmente arrivare a costare una somma di un certo rilievo, che va necessariamente aggiunta al prezzo pagato per venire in possesso dell’oggetto. Dato che per mantenere le condizioni di sicurezza operativa è giocoforza eseguire revisioni di questo tipo, proprio per via dei danni che può causare un solo condensatore che perda l’elettrolita, va da sé che le quotazioni attuali delle apparecchiature d’epoca sono largamente sovrastimate.

Molta attenzione va fatta anche quando ci viene detto che l’apparecchiatura è stata utilizzata poco o nulla, oppure che è ferma da diversi anni. Se i condensatori elettrolitici hanno una durata ben precisa, generalmente dichiarata dal fabbricante, lasciandoli inattivi a lungo se ne abbrevia in genere la vita utile.

Va rilevato inoltre che oggi la componentistica reperibile in via ordinaria è spesso di qualità mediocre. Se si desidera roba di marca, magari appartenenti alle serie a basso ESR o destinate specificamente alle applicazioni audio, come i componenti utilizzati per la revisione del DAT di cui stiamo parlando, i costi salgono notevolmente.

D’altronde chi avrebbe il coraggio di usare condensatori Nover, Samwha o chissà cos’altro per sostituire gli Elna, i Roederstein o i Rifa a suo tempo utilizzati per elettroniche di un certo pregio?

Qualcuno potrebbe cedere alla tentazione, per tagliare i costi d’intervento. Personalmente ritengo sia meglio evitare un approccio del genere e curare che la sostituzione dei componenti avvenga con materiale all’altezza del suo compito e soprattutto di quanto lo ha preceduto. Anzi, possibilmente sarebbe il caso di utilizzare qualcosa di meglio, a tutto vantaggio della sonorità dell’apparecchiatura revisionata.

Non solo in nome del suo eventuale blasone o della sicurezza operativa, ma anche per il valore affettivo che quasi sempre le si attribuisce, volendo trascurare le lunghe ore di piacere d’ascolto che se ne potrà trarre una volta riportata in condizioni di piena efficienza.

 

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