“IL” giradischi 6 – preamplificatore phono

Ai tempi d’oro dell’analogico, quando era il giradischi era la sorgente di punta dell’impianto audio e il digitale era di là da venire, quella dei preamplificatori phono come li conosciamo oggi era una categoria di apparecchiature non solo sconosciuta ma proprio inimmaginabile. Tutto il necessario ad accogliere il segnale prelevato dal supporto vinilico, infatti, era racchiuso all’interno dell’amplificatore integrato o del preamplificatore.

La successiva affermazione del CD non ha segnato solo un cambio di paradigma nell’ambito delle sorgenti audio, per lunghi anni ritenuto definitivo, ma anche l’eliminazione del cosiddetto stadio phono da integrati e preamplificatori. Questo ebbe almeno un paio di conseguenze: innanzitutto la semplificazione realizzativa, da cui il calo dei costi di produzione relativi a tali elettroniche, che tuttavia non ebbe ripercussione o quasi sui prezzi di listino.

Insomma è andata un po’ come all’aumento del costo del petrolio, calcolato immediatamente sui prezzi dei carburanti, sovente adottando anche un fattore moltiplicativo. Quando invece il petrolio cala, gli effetti sui prezzi al pubblico di benzina e gasolio, quando ci sono, si notano a malapena.

Un’altra conseguenza dell’eliminazione degli stadi phono fu il suo apporto, sia pure indiretto, alla causa del digitale.

Ne derivò infatti la difficoltà notevolmente maggiore di continuare a usare sorgenti analogiche. Cambiando amplificatore, occorreva in pratica continuare a servirsi dello stadio phono di quello vecchio, che quindi non poteva essere rivenduto, prelevandone il segnale dalle uscite tape per immetterle in uno degli ingressi di linea del nuovo arrivato.

La maggiore complicazione, la difficoltà di reperire gli spazi necessari all’installazione di due amplificatori e non ultima l’omertà osservata al riguardo dalle riviste di settore giocarono anch’esse un ruolo non trascurabile ai fini di quella che venne definita, in maniera tutt’altro che disinteressata, “morte dell’analogico”.

Come sempre ci si limitò a cantare le lodi dei nuovi arrivati, trascurando minuziosamente il problema e men che meno dando i suggerimenti atti a salvare capra e cavoli, sia pure a prezzo di qualche inconveniente.

Più che di morte, allora, si è trattato di un vero e proprio assassinio, anche se il tempo ha rimesso almeno in parte le cose a posto.

Tranne per il fatto che gli stessi identici personaggi che a suo tempo cooperarono fattivamente a quell’operazione, inneggiando senza posa alla perfezione del digitale e versando fiumi d’inchiosto sui limiti inaccettabili e le manchevolezze “anacronistiche” dell’analogico,  nonché sul passatismo inguaribile dei suoi estimatori, non si sono fatti scrupolo alcuno non solo a riciclarsi ma proprio a fingere che le corbellerie da essi diffuse siano opera di qualcun altro. O meglio non siano esistite proprio, malgrado siano nero su bianco nelle raccolte dei fascicoli pubblicati mese per mese.

Così, nel momento in cui l’industria di settore ha deciso che l’analogico rappresentava di nuovo una fonte di profitti degna di attenzione, costoro hanno ripreso a parlarne e a elogiarlo come se nulla fosse.

Nello stesso modo, hanno passato anni a ripetere ossessivamente che l’analogico era troppo difficile da usare, gravato da millemila problemi di gestione ed esageratamente complicato nella sua messa a punto. Oggi però idolatrano la liquida, che rappresenta notoriamente un rompicapo ancora peggiore, qualora se ne vogliano trarre doti sonore paragonabili a quelle di ciò che l’ha preceduta.

Ulteriore dimostrazione di come le voci “coerenza”, “onestà mentale” e “rispetto per i lettori” o solo per la realtà dei fatti siano state abolite dai dizionari utilizzati in certi ambiti.

Nella fase di massimo fulgore dell’analogico insomma, il pre phono non esisteva proprio: al massimo c’erano i cosiddetti step-up e pre-pre di cui torneremo a parlare più avanti: elettroniche destinate ad elevare la sensibilità degli ingressi phono degli integrati e preamplificatori più diffusi, per adeguarli all’impiego con le testine a bobina mobile. Notoriamente, e come abbiamo visto nelle puntate precedenti di questa collana di articoli, le MC hanno tensioni di uscita notevolmente più basse di quelle a magnete mobile, che in quel periodo erano di gran lunga le più diffuse.

 

Alla rinascita dell’analogico

Nella prima fase del ritorno d’interesse per l’analogico, si è andati per forza di cose al recupero delle vecchie amplificazioni equipaggiate anche dallo stadio phono. Fenomeno che ha avuto il suo ruolo per la moda del vintage, che di li a poco avrebbe preso piede. In seguito, con il diffondersi del ritorno al giradischi, è andata di pari passo la domanda per i preamplificatori phono, proprio perché già da tempo la totalità o quasi delle amplificazioni in commercio sul mercato del nuovo disponeva soltanto di ingressi di linea. Ossia quelli adatti al collegamento dei lettori CD e di altre sorgenti “di alto livello”, corredate da uscite di segnale a tensione dell’ordine dei 2 Volt.

La necessità di ricorrere a un’apparecchiatura specifica ha comportato un aumento non indifferente per i costi che è necessario affrontare, volendo includere nell’impianto una sorgente analogica ex novo. Malgrado ciò, come per tutte le cose di questo mondo, anche qui ci sono i pro e i contro. Un’elettronica a sé stante, qualora sia scelta con la cura necessaria, quindi senza andare troppo al risparmio, ha ottime probabilità di funzionare meglio di uno stadio phono come quelli inclusi nelle amplificazioni dell’era analogica.

In primo luogo perché dispone di una sua alimentazione, elemento sempre benefico se realizzata con il minimo di accuratezza, ma anche perché nelle amplificazioni di un tempo lo stadio phono era risolto non di rado in maniera sbrigativa, se non proprio a tirar via.

Del resto, questo corrisponde al principio di fondo su cui la riproduzione sonora di qualità elevata si regge ed è andata via via perfezionandosi: la specializzazione delle funzioni assegnate a ciascun componente dell’impianto.

A tale proposito ritengo sia Indicativo l’esempio di un pre di vertice dell’epoca, il cui nome e colore degli occhi taccio per carità di patria. In esso lo stadio phono era risolto con una coppia di integrati di costo irrisorio.

Però siccome il suo marchio è blasonato, oggi se si vuole quel pre lo si paga un bel po’. Invece elettroniche meno rinomate ma di ben altra attenzione per la realizzazione di quel particolare di importanza primaria  e di tutto il resto delle circuitazioni interne, non trovano interesse alcuno da parte del pubblico che si rivolge all’usato d’epoca.

Scelte simili sembrano davvero assurde, non solo nell’ottica attuale. Proprio perché lo stadio phono era tra gli artefici primari per il destino, in termini di qualità sonora, di un qualsiasi impianto, dato che al giradischi non c’erano alternative.

 

Equilibrio prima regola, come sempre

Ripeto spesso che la regola principale per ottenere un impianto che dia le soddisfazioni migliori sta nell’equilibrio tra le sue diverse componenti. Questo vale ancora di più nell’ambito dei preamplificatori phono. Si tratta infatti di un collo di bottiglia dall’efficacia formidabile per le doti sonore di qualsiasi sorgente analogica.

Un pre phono di qualità elevata riesce ad esaltare le qualità di quanto lo precede in maniera spesso inattesa. Tale da trarre anche da testine ritenute mediocri un livello di qualità sonora che sulla carta non si riterebbe possibile. Per contro un pre phono senza infamia e senza lode non riuscirà mai a mettere in luce le reali caratteristiche timbriche di un qualsiasi fonorivelatore, sia pure il più costoso.

In questo il pre phono ricorda il comportamento dei registratori a cassette di una volta. In quelli davvero validi, anche con il nastro peggiore si ottenevano registrazioni di prim’ordine. Con quellli così così invece, anche se erano tutt’altro che regalati, si poteva usare anche nastro dal costo proibitivo, ma si restava sempre nell’ambito di una mediocrità peggio che deprimente.

In sostanza ne derivava che la somma totale spesa da chi aveva scelto un registratore scarso, ma poi tentava di colmarne le lacune a suon di nastri, era di parecchio superiore a quella di chi aveva speso il necessario per un esemplare di gran classe, capace di esprimersi a ben altri livelli qualunque fosse il supporto che si utilizzava.

Questo meccanismo resta del tutto invariato nel rapporto tra giradischi e pre phono.

Inutile quindi comperare macchine di classe elevatissima come oggi se ne vedono tante, equipaggiandole poi con bracci e testine ancora più costosi, se poi si lesina sul pre phono.

Invece è proprio questo che si vede fare con una certa frequenza. Ci si rivolge a giradischi di gran lusso, sui quali non si lesina perché fanno scena e appagano l’occhio, per affiancarvi pre phono ridicoli. Se si spendono 15-20 mila euro tra giradischi, braccio e testine, poi non ha senso metterci uno di quegli scatolini che oggi vendono a 6-700 euro ma anche a 2.000.

Si, il sistema funziona, dato che calando la testina sul disco, qualcosa dalle casse esce. “A me va bene così”, dicono immancabilmente i possessori di simili ibridi dal corpo d’elefante e zampe di formica, dei quali già le stesse proporzioni dicono molto sui criteri con cui li si è assemblati.

Trarre il vero potenziale da supporti analogici e sorgenti ad essi dedicate non solo è ben altro, ma pone anche in un’evidenza tuttora sconcertante come la naturalezza e il realismo di un analogico messo nelle condizioni di funzionare a dovere siano ancora fuori dalla portata di qualsiasi digitale.

Non ci sono liquida, formati o alte definizioni che tengano. Altro che DSD, PPP o CCC: le sensazioni ottenibili da un analogico di alto livello messo a punto a dovere non hanno rivali.

Malgrado si tratti dell’evoluzione di un sistema nato nel 1877 e che funziona ancora sugli stessi principi fondamentali, contro di esso possono ben poco i frutti del progresso tanto decantato. La sua efficacia si palesa soprattutto nell’introdurre complicazioni e costi non di rado ancora più elevati di quelli dell’analogico, già di per sé tutt’altro che trascurabili, da cui le relative opportunità di profitto per fabbricanti, distributori e rivenditori. Ma poi, quando si va sul concreto, ovvero si considerano i risultati tangibili, la musica resta sempre la stessa, a dispetto dei proclami che da decenni si susseguono su stampa e pubblicistica di settore.

Dunque, se si vuole davvero ascoltare l’analogico in una forma ragionevolmente vicina a quella delle sue potenzialità effettive, e non interessa limitarsi a guardare le pur belle copertine degli LP o dedicarsi al poetico rituale della riproduzione da supporto vinilico, occorre mettersi in testa che sul pre phono non si deve lesinare. Nel caso, anzi, può valere la pena spendere più su di esso che su tutto il resto della sorgente.

Proprio perché il collo di bottiglia che costituisce ha proporzioni di estremo rilievo.

A questo proposito mi sono sorpreso più volte a speculare su quali potrebbero essere le potenzialità sonore dell’analogico qualora non dovesse passare attraverso le forche caudine rappresentate dal pre phono e dall’equalizzazione RIAA. Ossia funzionasse come l’uscita di un lettore CD. Quale differenziale vi sarebbe allora nei confronti del digitale?

La sua portata sarebbe semplicemente devastante.

Purtroppo si tratta di un esercizio privo di risvolti pratici: della RIAA e di una preamplificazione di guadagno oscillante tra i 35-40 e 65-70 dB e oltre, a seconda della tipologia della testina, l’analogico non può fare a meno.

 

L’equalizzazione RIAA

Eccoci a parlare dell’artificio numero 1 senza il quale l’analogico non potrebbe neppure funzionare.

Per far stare i solchi all’interno del supporto vinilico, affinché non assumano dimensioni fisiche enormemente maggiori, il segnale che esce dai banchi di regia dello studio di registrazione deve essere sottoposto a un’equalizzazione, tale di ridurne il livello delle frequenze dal maggiore contenuto energetico, in particolare quelle basse e medio basse. Solo così si può fare in modo che in una facciata di LP trovino posto i solchi necessari a 20-25 minuti di musica.

A lungo le caratteristiche di quell’equalizzazione sono rimaste arbitrarie, quasi ogni casa discografica aveva la propria. Di conseguenza i preamplificatori degli anni 50 erano corredati da un selettore adibito a scegliere quella necessaria alla riproduzione di ogni disco. Infine l’equalizzazione è stata standardizzata dalla Recording Industry Association of America, sulla base della RCA 1953, da cui la denominazione RIAA.

A volte accade che la si definisca RIIA. Si tratta ovviamente di un errore non è dato sapere se rendendosi conto o meno della sua valenza. RIIA infatti è l’acronimo di Royal Institute of International Affairs, che si occupa di tuttaltro. Infatti è uno di quegli organismi creati per essere sovraordinati ai poteri che rispondono dalla volontà popolare, e che al solo nominarli si è tacciati di complottismo dai cosiddetti benpensanti.

Dunque l’equalizzazione RIAA comporta un’attenuazione di 20 dB all’estremo inferiore e una pari esaltazione di quello superiore, con punto centrale a 1kHz. Di conseguenza all’interno del preamplificatore phono viene eseguita un’operazione che dovrebbe essere esattamente inversa, in modo che all’uscita si abbia una risposta lineare.

Non sempre è così e anzi ci sono costruttori, anche molto rinomati, che mettono in pratica aggiustamenti più o meno lievi, realizzando apparecchiature dalla sonorità apparentemente in grado di attribuire una marcia in più al segnale che transita attraverso di esse.

Questo tipo di accorgimenti funziona in genere sul primo momento o comunque negli ascolti distratti, dato che più a lungo termine le sue conseguenze nefaste non possono far altro che porsi in evidenza.

Modalità più corrette atte a porre nelle condizioni migliori il segnale proveniente dalla testina ce ne sono, iniziando dalle scelta delle topologie circuitali più opportune, in genere le più semplici, dall’impiego di componentistica di qualità superiore e come sempre dalle alimentazioni.

Quelle degli scatolini oggi piuttosto in voga tra i preamplificatori phono è evidente che più di tanto non riescono a fare. Possono magari funzionare bene e al limite dar luogo a prestazioni inattese, ma da li a far esprimere a fondo il potenziale insito nel segnale analogico ce ne corre. Meglio tenerlo a mente.

Le modalità di realizzazione dell’equalizzatore RIAA si avvalgono in genere di reti RC, composte da resistenze e condensatori calcolati con accuratezza proprio per dar luogo alla curva di risposta desiderata. A questo riguardo le soluzioni più praticate appartengono a due tipologie di massima. La cosiddetta passiva consiste nel porre la rete di equalizzazione direttamente sul percorso del segnale. L’attiva, invece pone detta rete sul circuito di controreazione del o degli stadi di guadagno.

Questi ultimi sono a loro volta necessari per innalzare la flebile tensione di uscita della testina al livello necessario che permetta di introdurla all’ingresso del preamplificatore di linea.

Entrambe le soluzioni hanno i loro pro e contro. Riguardo a quella passiva, alcune correnti di pensiero ritengono non molto indicato caricare il segnale proveniente dalla testina, appunto debole, con i componenti passivi necessari a eseguire l’equalizzazione desiderata. Quella attiva, invece, comporta appunto l’adozione di una rete di controreazione di cui si potrebbe ritenere vantaggioso fare a meno.

Topologie possibili di stadio phono con equalizzazione RIAA. In alto due soluzioni passive, in basso due di tipo attivo, con la rete di equalizzazione Z posizionata nel circuito di controreazione degli stadi di guadagno K.

 

Ci sono poi le cosiddette soluzioni intermedie, che vorrebbero salvare capra e cavoli, ma come succede a volte danneggiano entrambi. Dato che della controreazione non permettono di farne a meno e ne gravano ulteriormente gli effetti con la presenza di componentistica passiva sul percorso del segnale.

 

Pre phono a valvole o stato solido?

Per me la risposta è automatica e non credo sia necessario specificare quale.

Certo, le valvole costano di più e spesso tendono a produrre un maggior rumore di fondo.

In realtà molto riguarda la loro scelta e la topologia circuitale in cui le si inserisce, oltre naturalmente alla qualità generale dell’apparecchiatura che le impiega.

Oggi un pre phono a valvole realmente valido, se equipaggiato con quelle giuste, può arrivare a confrontarsi persino con le vere testine MC, ossia quelle prive di elementi magnetici nelle bobine, atti a elevarne la tensione di uscita che quindi resta limitata a 0,1-0,2 mV.

Molto appunto dipende dalle valvole utilizzate, soprattutto dalla prima coppia, quella posizionata più vicino all’ingresso. Al giorno d’oggi reperirne di silenziose quanto basta allo scopo non è facile, soprattutto se ci si rivolge a esemplari NOS.

Nella mia esperienza ho potuto rilevare che nell’ambito delle E88CC, tra le più diffuse nei pre phono valvolari di oggi, le Gold Lion di produzione attuale si prestano allo scopo con efficacia.

Essendo di fabbricazione russa, si tratta probabilmente di 6N23P della serie EV, appunto la più silenziosa.

Vero è che la durata di valvole simili è molto lunga, soprattutto se utilizzate dal progettista nel modo più acconcio, tuttavia la loro sostituzione, trovandosi nella necessità, può causare più di qualche grattacapo.

Personalmente, nel pre phono valvolare a due telai che utilizzo da diversi anni, di valvole ne ho provate parecchie, ma alla fine sono sempre tornato a quelle di primo equipaggiamento, che funzionano ancora in maniera egregia.

Per ovviare al problema si adottano a volte configurazioni ibride, con il primo stadio, quello dedicato alle testine a bobina mobile, a stato solido, e il secondo a valvole. In questo modo l’assenza di soffio la si assicura con minori difficoltà, eliminando i grattacapi conseguenti alla selezione dei tubi a vuoto, ma continuando ad avvalersi del loro contributo alla sonorità, sia pure limitato agli stadi di guadagno successivi.

 

Lo stadio MC e il relativo ingresso

Fino a che ci si mantiene nell’ambito delle sensibilità adeguate per le testine a magnete mobile, le cosiddette MM, grandi problemi di rumorosità non ce ne sono, vantaggio principale a favore della loro scelta.

Il soffio quasi assente e la topologia circuitale meno complessa sono tutt’altro che da sottovalutare. Insieme ai costi delle MM, in genere più abbordabili, danno vita a un quadro complessivo che merita di essere considerato con attenzione. Tantopiù in una situazione come quella attuale, in cui la spesa necessaria per mettere insieme una sorgente analogica ha conosciuto un aumento ragguardevole.

Quando si passa alle testine a bobina mobile, MC, da molti ritenute irrinunicabili date le caratteristiche esclusive della loro sonorità, ottenute a prezzi generalmente elevati, il discorso cambia e di molto.

Un conto infatti è rapportarsi a un segnale di tensione pari a 2-2,5 mV come quello delle MM, altro è trovarsi costretti a lavorare con 0,5-0,6 mV e spesso meno, fino ad arrivare allo 0,1 mV delle MC dall’uscita più flebile.

Dovendo operare su valori del genere, nell’epoca d’oro dell’analogico si riteneva pressoché irrinunciabile il ricorso a trasformatori, utilizzati per innalzare la tensione del segnale proveniente dalla testina MC ai valori ritenuti necessari per essere posti in maniera proficua all’ingresso di circuitazioni operanti mediante componenti attivi.

Ecco perché nell’impiego di testine MC i cosiddetti step-up erano la soluzione di gran lunga più diffusa o meglio pressoché obbligata.

Ancora oggi sul mercato dell’usato sono reperibili senza troppe difficoltà esemplari di quella specifica tipologia di apparecchiature. In genere ogni costruttore di testine MC realizzava anche uno o più step-up da abbinare ad esse, spesso dalle caratteristiche studiate per ciascun modello specifico.

Tale usanza oltretutto comportava problemi non indifferenti nel momento in cui ci si accingeva a cambiare testina, proprio perché si riteneva pressoché obbligatorio abbinarvi lo step up più adeguato a sfruttare a fondo le sue caratteristiche.

Per quanto di essi si cantino tuttora le lodi, gli step-up, o meglio i trasformatori presenti al loro interno, per quanto ben fatti hanno la spiacevole tendenza a uccidere la sonorità delle testine cui vengono abbinati, anche se nella massima precisione nell’abbinamento delle caratteristiche elettriche.

Uno tra gli step-up a trasformatori più noti della sua era.

 

Effettivamente i trasformatori hanno il loro pregio maggiore nell’efficacia con cui tengono basso il soffio, che a livelli di tensione tanto ridotti è sempre in agguato. Nello stesso tempo però, le limitazioni proprie di tali componenti sono ben note. Il semplice porre all’uscita delle delicate testine MC le decine e decine, se non centinaia, di metri di filo elettrico con cui sono avvolti i trasformatori di cui si avvalgono gli step-up suscita già in teoria qualche dubbio.

C’è poi un ulteriore elemento, generalmente trascurato nella disamina dell’argomento. Riguarda la necessità di caricare il circuito magnetico dei trasformatori di step-up, operazione insita nel loro stesso funzionamento e di cui si deve giocoforza incaricare proprio la testina. Se già per conto loro le MC sono capaci di emettere quantità di energia elettrica tanto ridotte, cosa avviene nel momento in cui se ne utilizza buona parte a tale scopo?

In sostanza l’impiego dello step-up determina condizioni non molto giovevoli per la capacità delle testine MC di esprimere le doti sonore di cui sarebbero capaci. Ecco perché quando si passa all’impiego di un pre phono dotato di circuitazioni di guadagno attive, il suono della testina MC sembra sbocciare, acquisendo una vitalità di ben altro rilievo.

Mentre nell’operazione inversa, ossia passando da un pre attivo a uno step-up si ha l’impressione che la testina sia preda di una sorta di svenimento.

Nell’era dell’analogico la soluzione basata su stadi di guadagno di tipo attivo contrapposta allo step-up era definita pre-pre. La si osservava con un certo sospetto, proprio perché basata su soluzioni ritenute incompatibili con le tensioni di uscita tipiche delle MC e con il contenimento adeguato del rumore di fondo.

Con il passare del tempo hanno preso piede, proprio in quanto hanno dimostrato la loro efficacia anche in condizioni operative così disagevoli. Non solo quelle a stato solido ma anche a valvole, almeno qualora siano osservate le precauzioni descritte in precedenza nella selezione dei componenti attivi.

Ecco perché fonti autorevoli raccomandano l’impiego di preamplificazioni phono di tipo attivo, ogniqualvolta con esse si ottenga un ascolto in cui il soffio rimane a livelli sufficientemente contenuti.

Una volta tanto mi trovo del tutto d’accordo con esse. Anzi, dal mio punto di vista di appassionato che guarda soprattutto al sodo, è preferibile convivere con un minimo di soffio, che all’atto pratico è percepibile quasi soltanto nei solchi muti tra un brano e l’altro, piuttosto che accettare le pesanti limitazioni in termini di qualità sonora indotte dall’impiego dei trasformatori, di cui si soffre a tempo pieno. Anche se i numeri darebbero ragione a questi ultimi.

 

Capacità e impedenze di carico

 Anche sotto questo profilo, tra testine MM o MC vi sono differenze di una certa importanza.

In particolare le MM sono sensibili sia ai valori dell’impedenza che a quelli della capacità dell’ingresso cui le si collega.

La loro impedenza di carico è standardizzata in 47 kohm, valore tipico dell’ingresso MM di qualsiasi pre phono. Nondimeno, incrementando tale valore si può osservare senza troppe difficoltà lo schiarirsi della timbrica di riproduzione in termini generali. Riducendolo si ha ovviamente un effetto opposto.

Le variazioni di capacità invece influiscono soprattutto sulla curva di risposta all’estremo superiore.

Le testine MC sono sensibili in particolare nei confronti dell’impedenza di carico, in misura maggiore rispetto alle MM, e a differenza di queste ultime non sono caratterizzate da una valore standardizzato. L’impedenza di carico necessaria viene indicata in genere in un valore pari a 10 volte quello dell’impedenza interna delle bobine, di solito resa nota dal costruttore.

Le variazioni dell’impedenza di carico applicata a una testina MC hanno conseguenze non dissimili da quanto verificabile con una MM, anche se la scelta del valore appropriato può risultare maggiormente critica, dato il suo influsso più evidente sulle doti timbriche.

Fin qui la teoria.

In pratica le cose vanno in maniera alquanto diversa, anche in conseguenza dal contesto all’interno del quale tali variazioni hanno luogo.

A questo proposito la regola è sempre la stessa, quindi è bene tenerne conto. Con un impianto mediocre, le variazioni di questi parametri possono passare inosservati o quasi. Con gli impianto di selettività maggiore, anche lievi aggiustamenti possono assumere ben altro rilievo.

Per anni le riviste di settore hanno pubblicato le curve di risposta rilevate con valori diversi di capacità di carico applicati di volta in volta alle testine MM che avevano in prova.

Il lettore più attento, allora, proprio al fine di ottenere la risposta ideale dalla propria testina si comportava in conformità, immaginando di ottenere chissà quale risultato, se non addirittura di risolvere in via definitiva i problemi di comportamento del proprio impianto in gamma alta.

Purtroppo però si finiva regolarmente con il verificare che, a dispetto delle indicazioni tanto esplicite provenienti da fonti di simile competenza, nel momento in cui andava a ottimizzare il valore dell’interfacciamento capacitivo tra testina e ingresso phono, il risultato concreto era una qualità sonora drasticamente penalizzata.

Motivo, le conseguenze derivanti dal porre un condensatore sul percorso in cui scorre un segnale di tensione tanto bassa, quindi ancor più sensibile a ogni forma di degrado, largamente superiore agli effetti teorici dell’ottimizzazione del valore di capacità.

Dimostrazione ennesima che, come non mi stancherò mai di ripetere, misure, grafici e numeri non sono inutili ma proprio ingannevoli. Seguendo le loro indicazioni, infatti, si peggiorano di frequente le condizioni d’ascolto invece di avere un loro miglioramento.

Alquanto meno critico per questo aspetto specifico è il  valore dell’impedenza di carico, proprio perché porre una resistenza sul percorso del segnale proveniente dalla testina comporta problemi largamente minori rispeto a quelli causati da un condensatore.

Anche a questo proposito però segnalerei quel che ho potuto verificare più volte nella mia esperienza personale.

Mi riferisco ancora una volta a un aspetto riguardante soprattutto gli impianti di qualità maggiore, in quanto tali più sensibili a qualsiasi intervento produca variazioni per le condizioni in cui operano, che dovrebbe spingerci anche a riflettere una volta di più sulle differenze che ci sono tra teoria e pratica.

Il pre phono che utilizzo dispone di uno tra i sistemi idealmente meno invasivi per la variazione dell’impedenza di carico dell’ingresso MC, almeno tra quelli che non comportano il mettere mano al saldatore. E’ realizzato mediante una coppia di prese RCA, in cui si inseriscono connettori che al loro interno hanno una resistenza di valore appropriato, proprio in funzione della taratura dell’impedenza di carico.

Nelle prove al riguardo ho finito regolarmente con il concludere che lasciando le cose così come stanno, ossia con un’impedenza di carico non ottimizzata, l’ascolto è più soddisfacente. Non per la timbrica della riproduzione, si badi bene, che della qualità sonora nel suo insieme è l’elemento più superficiale. Quanto invece in termini di pulizia, nitidezza, introspezione, naturalezza eccetera. Ossia i parametri che evidentemente traggono giovamento dall’assenza dell’elemento atto a permettere IN PRATICA tale ottimizazione, sia pure se realizzato nella forma meno intrusiva possibile. Quindi mediante il semplice e già menzionato connettore, al cui interno c’è una resistenza di valore appropriato, collegato dal pannello posteriore al circuito d’ingresso mediante un filo di pochi millimetri.

Figuriamoci allora cosa potrebbe avvenire nel caso di quei multiselettori posti in bella vista sui frontali di tanti pre phono per attirare l’attenzione dell’appassionato, a volte più incline a sognare i destini magnifici e progressivi insiti nella possibilità di variare a piacimento i valori dell’interfacciamento elettrico fra testina e ingresso phono, che a raffigurarsi quel che comporta la presenta di un selettore siffatto. Il quale produce già per proprio conto perdite da contatto non indifferenti, oltre a essere collegato al circuito interno mediante mandate e ritorni di cavo non indifferenti e dalla qualità tutta da verificare. Tanto sta all’interno e non lo vede nessuno.

Invece di un miglioramento, come suggerirebbe la teoria, è possibile che una soluzione del genere comporti un peggioramento. Del quale però non si ha modo di accorgersi, non essendo possibile eliminarla. Peggioramento, oltretutto, tanto più evidente quanto maggiore è la qualità effettiva dell’impianto, che non di rado non ha nulla o quasi a che vedere con il suo prezzo di listino.

Proprio perché quanto ottenibile dall’ottimizzazione teorica di un parametro, pur importante e innegabile per i suoi influssi, può essere facilmente sopravanzato dalle conseguenze delle modalità di attuazione pratica.

Non tutti gli impianti, ovviamente, sono così sensibili a elementi che si potrebbero definire marginali. Diciamo anzi che sono una minoranza: molto dipende dalla loro capacità di portare alla luce anche elementi di dettaglio, che tuttavia danno un contributo innegabile, e a volte fondamentale, all’ottenimento dei livelli superiori di qualità sonora. Cui si perviene appunto curando con l’attenzione necessaria particolari in genere abbandonati al loro destino.

L’importante soprattutto è riflettere, non solo sull’effetto primario di determinati interventi, come quello che riguarda l’ottimizzare l’impedenza d’ingresso del pre phono, ma sui suoi risultati complessivi in larga parte dipendenti dalle loro modalità pratiche di attuazione, che potrebbero comportare una serie di contrarietà non indifferenti.

 

Filtro antirombo

Lo stesso discorso vale per il filtro antirombo. Come noto, gli effetti dell’interfacciamento meccanico tra braccio e testina causano un picco a frequenza subsonica che a sua volta produce il tipico correre avanti e indietro dei woofer, sia pure in assenza apparente di emissione sonora.

Gli appassionati la cui esperienza risale all’epoca dell’analogico sono abituati a questo fenomeno.  Desta sovente sconcerto tra quanti si sono avvicinati di recente alla riproduzione sonora basata su supporti vinilici, dopo aver fatto le prime esperienze sul digitale. Del quale l’assenza di problemi siffatti è uno tra i vantaggi indiscutibili.

Così i preamplificatori d’un tempo erano equipaggiati quasi sempre di un filtro antirombo, destinato proprio a ridurre l’entità del fenomeno. Ancora una volta però, le modalità della loro realizzazione, in genere attraverso reti RC poste sul percorso del segnale, li rendevano la tipica medicina peggiore del male. Proprio perché  il loro influsso penalizzante sulla qualità sonora complessiva rendeva spesso preferibile tenersi il difetto. Che tra l’altro può essere ridotto nei suoi effetti curando con attenzione maggiore l’accoppiamento braccio-testina, riguardo ai parametri inerenti la massa del primo e la cedevolezza della seconda.

Di essi abbiamo già parlato nelle puntate precedenti.

Si tratta insomma dell’esempio più efficace per comprendere che anche in campo audio è sempre meglio prevenire i problemi piuttosto che lasciarli venire alla luce, spesso per trascuratezza, e poi cercare di curarli.

Ma soprattutto, e non ci stanchiamo mai di ripeterlo, che teoria e pratica sono due cose che in comune hanno ben poco.

 

 

 

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