“IL” giradischi 5 – La testina

La testina, o meglio il fonorivelatore, come andrebbe definita tecnicamente, è uno tra gli elementi che con le proprie caratteristiche concorrono maggiormente a definire la sonorità di una sorgente analogica. Di conseguenza anche quella dell’intero impianto che di tale sorgente si avvale.

Compito della testina è trasformare il movimento meccanico, derivante dal tracciamento del solco inciso sulla superficie del disco vinilico, in energia elettrica. Si tratta quindi di un trasduttore, dispositivo la cui funzione è appunto convertire una forma di energia in un’altra, che per convenzione è ritenuta la più difficile e complessa.

Il cantilever, ossia l’asticciola all’estremità della quale si trova la puntina, o stilo, segue la modulazione tracciata nel solco, che a sua volta è la rappresentazione analogica delle informazioni raccolte in fase di registrazione. Gli elementi ad esso collegati, magneti o bobine a seconda del principio di funzionamento, generano il segnale audio dal movimento che ne deriva.

Pertanto l’efficacia funzionale del fonorivelatore è legata tanto a problemi di ordine meccanico quanto a quelli di ordine elettrico. Gli aspetti dell’uno non possono che influenzare quelli dell’altro: per questo motivo è un componente particolarmente critico nell’ambito della sorgente analogica, e più in generale dell’intero impianto audio.

Questa particolarità assume un’importanza ancora maggiore in considerazione del fatto che il giradischi o comunque la sorgente è a sua volta l’elemento più critico di tutto l’impianto. Ogni informazione da essa tralasciata o degradata non può essere recuperata in seguito.

Di fatto i componenti che vengono dopo possono apportare soltanto altro degrado, quindi ogni penalizzazione causata dalla sorgente al segnale presente nel supporto fonografico non ha modo di essere corretta in una fase successiva. Per conseguenza se la testina non riesce a leggere correttamente e a fondo le informazioni contenute nel solco, non c’è componente successivo che possa mettere riparo alle sue manchevolezze.

Anche la migliore delle testine, per via delle sue limitazioni meccaniche ed elettriche e di quelle dei componenti necessari al suo funzionamento, giradischi, braccio e cavo, non riesce a estrarre tutta l’informazione contenuta nel solco vinilico. Questo è un dato di fatto, a significare che ancora non si è riusciti a stabilire quali siano i veri limiti correlati alla riproduzione da supporto analogico.

Tutto quello che possono fare il braccio e il giradischi è mettere la testina nelle condizioni di operare al meglio delle proprie possibilità. Non si tratta di un aspetto di poco conto: intervenendo in modo da ottimizzarne la funzionalità, che si esplica su un numero di parametri incredibilmente ampio, il processo di lettura ne trae concreti e sensibili vantaggi.

 

Prima regola, come sempre, l’equilibrio

Da questa realtà traiamo una prima conseguenza: una testina di efficacia molto elevata montata su un giradischi non all’altezza è probabile abbia un rendimento inferiore, in termini di qualità sonora, rispetto a una testina di caratteristiche peggiori, posta però su una macchina di classe più solida.

Come sempre, allora, l’elemento primario di cui si deve andare alla ricerca, proprio ai fini dei risultati più sostanziosi in relazione alla somma spesa, è l’equilibrio.

Nella fattispecie questo significa che se si parte col piede sbagliato, ovverosia da uno di quei giradischi troppo economici e tutta plastica, che vanno per la maggiore presso una certa categoria di pubblico oggi attratta dall’analogico, non si arriva da nessuna parte.

A tale proposito meglio avere presente fin dall’inizio che oggi l’analogico è una specialità intrinsecamente costosa. Per essa, ancor più che in altri settori della riproduzione sonora, la ricerca di scorciatoie ha effetti deleteri. Che a loro volta finiscono invariabilmente con il vanificare la somma spesa.

Soprattutto se la propria ricerca è orientata alla qualità sonora, o meglio alla fruizione in quantità ragionevoli del potenziale intrinseco nell’analogico.

Se invece ci si accontenta di guardare le copertine e rigirarsele tra le mani, mentre si ascolta qualcosa che quel potenziale più che altro lo danneggia, il discorso cambia. Anche se, ovvviamente, non sono quelle le prospettive che ci interessano.

Se si desidera a tutti i costi l’analogico ma i soldi sono pochi, meglio rivolgersi a un buon usato. Realizzato possibilmente da uno dei marchi che ne hanno fatto la storia.

Uno dei motivi principali per cui a suo tempo si è andati sul digitale è stato proprio la previsione che nel lungo termine, ossia la realtà di oggi vista all’epoca in cui il CD ha fatto il suo esordio, il dispendio di materiali e risorse tecniche e umane necessario per realizzare un analogico degno di considerazione, sotto il profilo della riproduzione sonora di qualità elevata, sarebbe stato del tutto antieconomico rispetto a un digitale giunto a un punto di perfezionamento soltanto apprezzabile.

Questa, in prospettiva storica, è una tra le pochissime previsioni che si sono azzeccate nel settore di nostro interesse.

Del resto non era difficile da immaginare, già nei primi anni 80, che una manciata di componenti elettronici, sia pure dall’elevato grado di integrazione, e una meccanica quasi completamente in plastica anche se corredata da un componente all’epoca avanzato come il pick up laser, una volta a regime sarebbe stato molto più economico da produrre, e profittevole da commercializzare, rispetto a un prodotto complesso e bisognoso di lavorazioni meccaniche di estrema precisione, quindi intrinsecamente costoso. Proprio come lo sono a tutti gli effetti il giradischi e quelli che potremmo definire impropriamente i suoi accessori, come braccio e testina.

Per non parlare poi della necessità, tipica del’analogico, del preamplificatore-equalizzatore phono, non necessario per le sorgenti digitali, che escono a livello di linea, ossia a 2V RMS.

Ulteriore complicazione e fonte di spesa che rende ancora più evidente una realtà incontestabile. Quella che se il rapporto tra spesa e risultati in termini di qualità sonora è uno tra i parametri che si tengono maggiormente in considerazione, oggi il digitale è molto più economico e conveniente rispetto all’analogico.

Questo detto da un sostenitore irriducibile della superiorità dell’analogico, soprattutto in termini di naturalezza e musicalità pura, quale sono sempre stato.

Se poi a tutto ciò si aggiunge il necessario per l’acquisto, la cura e il mantenimento dell’arsenale vinilico da dare in pasto al giradischi, rispetto al digitale non esiste proprio termine di confronto, a livello economico.

Di fatto, quindi, il ricorso alla sorgente analogica può avere una qualche convenienza soltanto per chi dispone già di un’ampia raccolta di LP.

Pensare invece di allestirne una ex novo, in previsione dell’acquisto dei vinili di stampaggio attuale, la gran parte dei quali può dare solo una pallida idea di quelle che sono le vere potenzialità del supporto analogico, non ha molto senso.

Si, il vinile è suggestivo, le copertine sono grandi e belle, oltre al fatto che tutto il rituale connesso con la sua riproduzione ha una sua poesia, ma anche una quantità di rogne, che il freddo digitale manco se la sogna. Dal mio punto di vista, però, quello oggi in circolazione non è che il pallido simulacro di ciò che è stato nella sua epoca d’oro.

A meno di ricorrere ai supporti fonografici più costosi, realizzati dalle case specializzate, che quindi esasperano ancor più il divario economico oggi esistente nei confronti del digitale.

Del resto l’epoca di maggior fulgore dell’analogico la si è voluta far terminare prematuramente, e a tutti i costi, proprio per la  volontà  di spianare la strada al digitale ed eliminare ogni possibile ostacolo al suo successo. Motivo, l’affrettare quanto più possibile il rientro degli enormi investimenti effettuati sul suo sviluppo.

Salvo poi andare a un recupero dell’analogico tanto improbabile quanto tardivo, e in larga parte anacronistico, come quello attualmente in corso.

Non tanto per le caratteristiche intrinseche del sistema, che alle dovute condizioni mettono in luce un’efficacia terrificante, ma proprio per il fatto che la realtà attuale della produzione e riproduzione sonora nega fin dalle basi la possibilità di realizzare a prezzi accessibili un analogico capace di esprimere una parte ragionevole delle sue potenzialità.

Checché ne dicano i membri del “Coro Degli Entusiasti A Prescindere”, all’epoca concordi nell’idolatrare letteralmente le sorti magnifiche e progressive del nuovo formato, “perfetto per eccellenza”, e nello stigmatizzare il vecchiume, l’inadeguatezza prestazionale e tecnologica e persino il “tentativo di salvaguardare i propri interessi personali” (citazione testuale) che in ossequio alle veline provenienti dall’alto individuarono nell’analogico.

Contribuendo nel modo più efficace a portarlo al massacro. Salvo cambiare del tutto idea, sempre in piena concordia tra loro, 30 e più anni dopo. Ossia nel momento in cui l’industria di settore, in conseguenza della serie di errori inverosimile, o meglio surreale, che ha commesso, non ha trovato di meglio che ripiegare sull’analogico per cercare di tenersi in qualche modo a galla.

A quel punto e solo allora è tornato ad essere estremamente e inarrivabilmente musicale. Così i coristi hanno ricominciato a innalzarne le lodi, fino e oltre ai limiti del miracolistico. E della decenza.

Dimostrazione ennesima che la loro sola e vera specialità è il salire ogni volta sul carro del vincitore, già stabilito a tavolino, nel momento stesso in cui Mangiafuoco fa schioccare la sua frusta.

 

MM e MC

I fonorivelatori si dividono in due grandi famiglie: quelle che comprendono rispettivamente i modelli a magnete mobile, definiti per comodità MM, e i modelli a bobina mobile, i cosiddetti MC.

Per capire la differenza vediamo per sommi capi il principio funzionale del fonorivelatore.

Nel caso degli MM o magnete mobile, il cantilever seguendo le ondulazioni del solco mette in movimento i magneti che ad esso sono ancorati, di fronte ai quali ci sono le bobine che invece sono fissate all’interno del corpo testina.

Così facendo si crea un campo magnetico e quindi un segnale elettrico di debole intensità, nell’ordine di qualche mV, che sarà poi inviato all’ingresso phono dell’amplificatore. Oppure all’elettronica dedicata espressamente a tale segnale, definita per l’appunto preamplificatore phono.

 

Le testine a bobina mobile funzionano in modo inverso: sono le bobine ad essere collegate al cantilever e quindi a muoversi nei confronti dei magneti, che sono fissi. Ne deriva un segnale di intensità ancora minore, nell’ordine dei decimi di millivolt, che obbliga all’impiego di uno stadio di preamplificazione dalla sensibilità ancora maggiore.

Questa necessità produce come immaginabile un’altra serie di problemi tecnici di non facile soluzione. Li affronteremo nella puntata dedicata ai pre phono.

In linea generale le bobine, per via della loro massa minore rispetto ai magneti di tipo tradizionale, permettono al cantilever di muoversi con libertà e precisione maggiori, attribuendo all’insieme formato dall’equipaggio mobile una massa inferiore. Il che vuol dire inerzia più contenuta e frequenza di risonanza più elevata, potenzialmente situata fuori dalla banda audio. Con tutto quel che ne consegue in termini di vantaggio per la qualità sonora e per le capacità di tracciamento.

Il problema sta nel fatto che le vere testine a bobina mobile hanno una tensione di uscita talmente bassa, dell’ordine di 0,1 mV o meno, tale da metterne in discussione la sfruttabilità ai fini della riproduzione sonora.

Livelli di uscita così ridotti causano problemi rilevanti per la realizzazione del preamplificatore. Innanzitutto per questioni di rapporto segnale/rumore, ma anche perché il maggior numero di stadi di amplificazione necessari allo scopo comporta un degrado proporzionale.

La ragione è semplice: minore è il numero di ostacoli che si frappone sul percorso del segnale audio e più le sue caratteristiche originarie vengono preservate. Oltretutto lo scoglio rappresentato dai componenti attivi, necessari allo scopo di elevare al punto giusto tensioni tanto infinitesimali, comporta le conseguenze maggiori in termini di degrado.

Le “vere” testine a bobina mobile, come ad esempio quella raffigurata nella foto di apertura, sono sempre più rare. I modelli oggi conosciuti come MC sono quasi sempre degli ibridi, proprio perché per avere una tensione di uscita apprezzabile i costruttori hanno due possibilità: aumentare il numero di spire delle bobine, il che ne accresce la massa, o altrimenti “rinforzarle” mediante l’impiego di nuclei magnetici, scelta che in qualche modo le imbastardisce.

Si può ricorrere anche a magneti fissi di potenza maggiore, i quali però come tutte le cose di questo mondo impongono la loro contropartita.

La soluzione delle bobine con nucleo magnetico, portata alle conseguenze estreme, ha permesso la realizzazione delle cosiddette MC ad alta uscita, che in realtà non sono né carne né pesce. Restano lontane dalla sonorità affascinante delle MC a uscita bassa o media, ma ne ripropongono buona parte delle problematiche. Si accontentano però dei preamplificatori phono dalla sensibilità adatta a quella delle comuni testine MM e questo è il loro motivo di essere principale.

 

Il terzo incomodo

Oltre a quelle menzionate esiste un’ulteriore tipologia di testine che in genere viene assimilata alle MM, sia pure in maniera alquanto superficiale. Ciò si deve soprattutto alla tensione di uscita dei modelli che ne fanno parte, simile a quella dei modelli a magnete mobile.

Si tratta delle cosiddette testine a magnete indotto, altimenti dette a riluttanza variabile o a ferro mobile, che sono caratterizzate da magneti e bobine fissi. Il cantilever muove una struttura di ferro dolce, permalloy o altro materiale idoneo di fronte ad essi, generando il campo magnetico. In tal modo l’equipaggio mobile ha una massa notevolmente inferiore a quello delle MM, migliorando le doti di tracciamento e innalzando la frequenza di risonanza.

Detta tipologia funzionale sta conoscendo in questi anni un buon recupero di interesse, anche per via del fatto che proprio su di essa si basano alcune tra le testine più interessanti e musicalmente valide del panorama attuale riguardante le “non MC”. In quanto tali possono rappresentare un’alternativa percorribile alle bobina mobile, generalmente più costose.

Magari non avranno proprio la stessa “magia” di queste ultime, che peraltro è la loro dote di spicco maggiore, ma quanto a precisione, dinamica e alle già menzionate capacità di tracciamento non temono confronti.

La necessità di essere abbinate a preamplificatori phono meno complessi, quindi meno costosi e idealmente più efficaci sotto l’aspetto sonico, dà loro un’altra grossa mano.

 

Stili, cantilever e VTA

Il cantilever è l’asticciola che collega la puntina, detta stilo, all’armatura interna della testina. Tipicamente è realizzato in alluminio, materiale leggero ma robusto, che non presenta particolari difficoltà di lavorazione. È caratterizzato invece da risonanze considerevoli, che in alcuni casi si cerca di smorzare con l’impiego di sostanze specifiche, ricoprendo con esse la sua superficie. Il che però comporta anche un aumento della massa.

Negli esemplari di maggior pregio il cantilever è in boro, mentre negli anni ‘70 e ‘80 i modelli più esclusivi lo avevano addirittura in pietra preziosa, rubino o persino diamante. In questo modo si otteneva una rigidità ancora maggiore rispetto ai cantilever in boro, sia pure a prezzo di un aumento delle risonanze. Caratteristica che alla lunga ha suggerito la maggior convenienza del ricorso a quest’ultimo materiale, oltretutto più economico.

Naturalmente soluzioni del genere erano circoscritte a fonorivelatori di prezzo avvicinabile soltanto da pochi.

La lunghezza del cantilever è molto importante ai fini delle prestazioni della testina, per sonorità e capacità di tracciamento. Un cantilever corto è più leggero, meno tendente alla flessione e permette una migliore trasmissione del movimento imposto dalle modulazioni del solco allo stilo verso l’armatura, laddove si genera il campo magnetico. Allo stesso tempo, però, sopporta meno le inevitabili ondulazioni del disco, riducendosi la luce tra questo e il corpo testina, e in genere risulta di gestione più complessa sotto il profilo meccanico.

L’angolo che il cantilever forma nei confronti della superficie del disco quando è osservato lateralmente, detto VTA, è un parametro di importanza fondamentale per l’estrazione delle informazioni contenute nel solco. Dovrebbe approssimare il più possibile quello assunto dal bulino incisore nella realizzazione del master, ma purtroppo ogni casa discografica ne utilizza uno specifico, oltretutto variabile nel corso del tempo e da incisione a incisione.

A lungo è stato utilizzato un angolo di 15 gradi, e per questo testine come la Shure V 15 e la Pickering XV 15 assunsero tale denominazione. In seguito l’angolo di incisione fu aumentato, fino a oltre 20 gradi. Pertanto, nell’impiego di testine progettate per un angolo di tracciamento di 15 gradi, il posizionamento perfettamente orizzontale della canna del braccio suggerito da molte fonti è errato per difetto e non di poco. Quindi non permette di estrarre le informazioni dal solco vinilico in maniera sufficientemente completa.

 

Ancora più significativo del VTA è l’angolo assunto dallo stilo nei confronti della superficie del disco, in funzione della conformazione del cantilever, detto SRA.

E’ definito dalla piegatura del cantilever in corrispondenza della base dello stilo, che ancora una volta varia da costruttore a costruttore, da modello a modello di testina e dal posizionamento dello stilo sulla sua base. Dunque, vediamo ancora una volta che il parallelismo tra la canna del braccio e la superficie del piatto ha ben poco a che vedere con l’angolo di tracciamento più efficace in termini di qualità sonora.

Certe semplificazioni sono funzione esclusivamente della pubblicistica di settore, della sua necessità di semplificazione e omologazione, sovente in contraddizione con la realtà della riproduzione sonora.

Come vedremo nella puntata dedicata alla messa a punto del sistema, questo è uno dei motivi per cui la perfetta ortogonalità delle superfici è soltanto un punto di partenza per ottenere ciò che davvero può dare un sistema di lettura analogico. Nonché della necessità di una taratura particolarmente accurata per ottenere quel che l’analogico può dare effettivamente, che per forza di cose va a prolungarsi nel tempo.

Ciò spiega quanto sia bizzarra l’idea di cambiare testine come le gomme di una Formula 1, ma soprattutto controproducente.

Proprio ai fini di una verifica concreta e attendibile di quel che è nelle corde di questo sistema di riproduzione e in quelle di prodotti che necessiterebbero di ben altre cure e amore. Non fosse altro che per il rispetto dovuto nei loro confronti, in quelli di chi li ha realizzati e soprattutto dell’etica necessaria a non perculare a oltranza il pubblico degli appassionati.

 

Taglio dello stilo

I primi stili adatti alla riproduzione dei dischi microsolco, che all’epoca erano monofonici, avevano forma conica. In seguito, con il perfezionamento del sistema, l’avvento delle registrazioni e delle incisioni stereofoniche, lo stilo divenne ellittico, ampliando l’area a contatto del solco.

Con il passare degli anni le forme degli stili sono diventate via via più raffinate, incrementando il rapporto dimensionale tra i due assi dell’ellisse. Quindi aumentando sempre più l’area di contatto ed estendendola verso il fondo del solco, in modo da rendere più efficace l’estrazione delle informazioni, in particolare alle frequenze medie e alte. In seguito si è cercato di avvicinare per quanto possibile la forma del bulino incisore.

Ampliare l’area di contatto non significa soltanto migliorare le capacità di lettura della testina, in particolare alle frequenze superiori e per le informazioni più minute, ma anche e soprattutto ridurre la pressione specifica dello stilo sul solco che, ricordiamolo, viaggia nell’ambito delle tonnellate per centimetro quadrato. Si riducono di conseguenza anche le temperature che si generano nel processo di lettura, sempre a vantaggio delle condizioni del solco dopo letture ripetute.

Dai comuni stili ellittici si è passati a un’infinità di tagli diversi, definiti convenzionalmente iperellittici, come Stereohedron, Line Contact, Twin Tip, Shibata, Vital, Gyger, Fine Line, Paroc, Trigon, Dynascan, Micro Line, Van den Hul e vari altri. Ognuno utilizza misure specifiche per il taglio del diamante con il quale si realizza lo stilo. Si tratta di variazioni sul tema dello stilo ellittico, sovente con differenze di dettaglio.

In generale, più si incrementa il rapporto tra gli assi dell’ellisse, più lo stilo riesce ad andare a fondo del solco. Migliorando la capacità di estrazione delle informazioni, ma in genere ponendo in evidenza maggiore i disturbi causati dallo sporco eventualmente presente nel solco.

A volte gli appassionati valutano positivamente la capacità delle testine di rendere questi ultimi meno percepibili, forse senza sapere che tale caratteristica contraddistigue in genere quelle meno raffinate.

Certo, è sempre questione degli obiettivi che ci si pongono a livello individuale, ma un atteggiamento simile non differisce dal preferire diffusori peggiori, dato che con la loro minore selettività nascondono meglio i difetti del resto dell’impianto.

Cosa che del resto su forum e social e si vede fare con una certa frequenza.

Questo a sua volta spiega un paio di altre cose.

La prima è che man mano che si sale con la qualità, si hanno prodotti capaci di dare risalto anche ai dettagli più fini del segnale audio, sia esso in forma di solco, di sequenza binaria o di onda sonora, più o meno amplificata. Tuttavia anche il componente migliore di questo mondo, non importa se è una testina, un diffusore o un amplificatore, non è in grado di discernere quanto è davvero confacente a migliorare l’esperienza d’ascolto da ciò che lo è molto meno, si tratti di sporco nel solco, distorsioni o difetti di vario genere generati dai  componenti che lo precedono.

Pertanto scegliere oggetti di qualità molto elevata, ma all’atto pratico sproporzionata con il resto dell’impianto, può avere conseguenze poco gradite. Che riguardano appunto il porre nell’evidenza maggiore i difetti dell’impianto piuttosto che ottenere il miglioramento qualitativo in termini assoluti che invece ci si sarebbe atteso.

Il che riporta ancora una volta alle considerazioni riguardanti l’equilibrio, espresse in apertura.

Riguardo alla realizzazione dello stilo, va anche rilevato che al giorno d’oggi la maggioranza dei costruttori utilizza per motivi di economia diamanti sintetici, mentre solo pochi continuano a scegliere i tradizionali diamanti naturali, che offrono prestazioni superiori anche in termini di durata.

 

L’accoppiamento tra stilo e cantilever

In origine la base della puntina, ossia l’estremità opposta a quella che traccia nel solco, era letteralmente inserita all’interno del cantilever. Soluzione permessa dalle dimensioni generose tipiche dei modelli riguardo ai quali non si andava alla ricerca di una massa molto ridotta e di una frequenza di risonanza elevata al punto da ricadere fuori dalla banda audio. Quella scelta era permessa anche dal materiale con cui erano costituiti i cantilever, l’alluminio.

 

Con il diffondersi di materiali più raffinati, come il boro le cui doti meccaniche permettono un contenimento del diametro del cantilever, non è stato più possibile incastrare la puntina al suo interno. Così si è fatto ricorso all’incollaggio tra le parti, eseguito a caldo. Questo permette di ridurre ulteriormente la massa dell’equipaggio mobile, dato che è sufficiente uno stilo di altezza e peso minori, oltretutto laddove le sue conseguenze si fanno sentire maggiormente, ossia sul punto più lontanto dal vincolo, quindi caratterizzato dal braccio di leva maggiore. Per contro l’accoppiamento tra le parti è alquanto meno sicuro.

Così dal momento in cui si è iniziato ad adottare questa soluzione, sono andati diffondendosi i problemi dovuti al distacco dello stilo dal cantilever, tipici delle testine “moderne”. In particolare per quelle “ristilate”, operazione necessaria sulle testine a bobina mobile, una volta che lo stilo si è consumato.

Viceversa le MM e assimilate hanno lo stilo sostituibile. Più comodo ed economico ma che introduce un’interruzione nella rigidità di accoppiamento del sistema.

Inizialmente, per le testine a bobina mobile di cui si era usurato lo stilo, il costruttore ne offriva la sostituzione totale, a prezzi minori dell’esemplare nuovo, ma non di molto. In seguito è andato diffondendosi l’intervento di ristilaggio, che consiste nel rimuovere la puntina usurata per sostituirla con una nuova. Operazione che prevede appunto l’incollaggio.

Il problema è che mentre per un cantilever realizzato in fabbrica ex novo l’incollaggio avviene a caldo, per il ristilaggio è necessario ricorrere all’incollaggio a freddo. Malgrado l’uso di collanti specifici a più componenti, la cui presa è parecchio salda, per forza di cose non si possono avere caratteristiche di solidità dell’insieme del tutto identiche a quelle di un cantilever nuovo. Anche per via della ridottissima superficie di contatto tra le due parti.

Questo è un altro motivo per cui la perdita dello stilo è un evento andato diffondendosi nel corso degli anni, possibilità di cui va tenuto conto sia nella scelta della testina, sia soprattutto quando ci si orienta verso un esemplare usato e ristilato, anche se l’operazione è stata compiuta a dovere presso laboratori di provate capacità.

Una possibile soluzione alla perdita dello stilo è quella del cosiddetto scarponcino, che consiste nel inserire sul moncone del cantilever originario uno stilo di ricambio per MM dalle dimensioni adatte allo scopo, privato della sua sovrastruttura.

Si tratta di una soluzione ingegnosa e tutto sommato economica, realizzabile senza difficoltà eccessive da parte di chi abbia esperienza al riguardo e le doti di manualità necessarie. Permette oltretutto di scegliere il taglio dello stilo preferito.

Va detto però che così facendo si modifica per forza di cose la massa dell’equipaggio mobile, oltretutto nel punto più lontano dal vincolo, variandone di conseguenza il punto di risonanza, la capacità di tracciamento e quindi la sonorità della testina.

Anche se ovviamente è meglio avere una testina che suona in modo un po’ diverso dall’originale rispetto a una del tutto inutilizzabile.

Si tratta di un’operazione che permette di recuperare a costi accessibili la funzionalità di esemplari che altrimenti sarebbero da buttare o che quantomeno necessiterebbero di un intervento i cui costi sono lievitati sensibilmente nel corso degli ultimi anni.   .

Elemento fondamentale della questione è che chi esegue questo tipo di intervento lo specifichi al committente, come per quel che ne so fa un noto artigiano che opera nella Capitale.

Altri invece lasciano credere di aver eseguito un’operazione più complessa per la sostituzione dello stilo o addirittura per il raddrizzamento del cantilever, cosa evidentemente difficile da effettuarsi senza spezzarlo. Il che ne comporterebbe la sostituzione, ai fini della quale si rende necessario smontare completamente il fonorivelatore. Per esperienza personale so che in casi del genere viene opposto un netto rifiuto alla richiesta di specificare la tipologia di intervento compiuto.

 

Cedevolezza

Un altro parametro fondamentale che riguarda il cantilever, e in genere l’equipaggio mobile della testina, è la cedevolezza, ossia la quantità di movimento che corrisponde a una determinata forza ad esso applicata.

Si misura in cm/dyne ed è uno tra i numerosi argomenti di scontro tra analogisti di diversa tendenza.

Una di esse tende sostanzialmente a destituire di fondamento tutto quanto abbia visto la luce dopo i giradischi a puleggia.

Per questo motivo vuole esclusivamente testine di bassa cedevolezza, delle quali rivendica la superiorità.

Un equipaggio mobile a bassa cedevolezza richiede un braccio di massa elevata, allo scopo di vincere la forza da esso opposta nel tracciamento del solco, o meglio per trattenerlo al suo interno.

Un braccio di massa maggiore è altresi necessario per contenere la frequenza del picco alle frequenze infrasoniche determinato dall’interfacciamento meccanico tra braccio e testina. In pratica, quello che determina il veder correre il woofer avanti e indietro, sia pure in sostanziale assenza di emissione udibile. Problema intrinseco nell’analogico e che produce lo spreco di potenza erogata dall’amplificatore in grandi proporzioni, di quella sopportata dall’altoparlante, oltretutto a frequenze che comportano l’escursione più ampia per l’equipaggio mobile di quest’ultimo.

La testina a bassa cedevolezza richiede inoltre una forza d’appoggio, il peso di lettura, notevolmente più elevato. Avendo una massa maggiore, ha anche una frequenza di risonanza più bassa, posta bene all’interno della banda audio, da cui deriva l’incapacità di tracciare correttamente alle frequenze superiori. Proprio per via della risonanza che determina fenomeni meccanici incontrollabili, i quali vanno a ripercuotersi sul solco e alimentano sé stessi in una specie di serpente che si morde la coda.

Almeno fino a che non cessa lo stimolo meccanico che dà luogo alla risonanza, quindi che il segnale inciso scenda sufficientemente più in basso della frequenza di risonanza.

Inoltre, bassa cedevolezza vuol dire maggiore forza necessaria allo spostamento del cantilever. Per conseguenza esso si comporta in maniera più vicina alla punta di un tornio da rettifica, e in sostanza tende a ignorare i segnali di entità minore, spianandoli, perché non riescono a imprimere al cantilever stesso la forza necessaria a spostarlo. Inoltre, minore cedevolezza e massa maggiore significano maggiore inerzia, e quindi maggiori difficoltà nel seguire le modulazioni presenti nel solco, maggiore pressione specifica sulle sue pareti e  temperature più alte, a danno della vita utile e della conservazione del disco dopo ripetuti ascolti.

Non a caso i fonorivelatori a bassa cedevolezza erano diffusi nel periodo in cui predominavano le incisioni monofoniche, caratterizzate unicamente dalla modulazione orizzontale del solco.

Il passaggio alla stereofonia ha comportato l’aggiunta della modulazione verticale a quella orizzontale: la necessità di seguire due ordini di modulazione contemporaneamente presenti nel solco necessita di una maggiore libertà di movimento e capacità di lettura del fonorivelatore, segnatamente dell’equipaggio mobile. Ossia di inerzia minore e di una frequenza di risonanza posta fuori dalla banda audio, quindi non innescabile dai segnali in essa contenuti e che non vada a influenzare negativamente la riproduzione delle frequenze udibili.

Rappresentazione schematica del principio di funzionamento della testina. Dall’illustrazione si intuisce anche come rendendo più sottile la forma dello stilo se ne renda più ampia l’area di contatto, ottenendo la capacità di andare a leggere più a fondo nel solco

 

Per questo l’unica strada è ridurre la massa dell’equipaggio mobile e aumentare la cedevolezza, proprio al fine di migliorare le capacità di tracciamento delle testine.

Con il passare del tempo le incisioni stereofoniche hanno reso la propria modulazione ancor più difficile da tracciare, per via del progredire delle tecniche di registrazione e di incisione, caratterizzate da estensione maggiore verso gli estremi banda e da velocità di tracciamento più elevate.

Da ciò derivano modulazioni più ricche di informazioni e quindi più complesse da tracciare, che a loro volta hanno imposto equipaggi mobili di cedevolezza ancor più elevata e di conseguenza bracci a bassa massa.

Di qui la ritrosia di chi asserisce la superiorità delle testine a massa elevata a utilizzarle per la riproduzione delle incisioni più moderne, magari insinuando il dubbio che si tratti di produzioni derivate da registrazioni digitali, di conseguenza invalidanti per la purezza del vero analogico.

Testine simili del resto, sottoposte all’impiego con le incisioni più moderne, che sfruttano appieno quanto reso possibile dall’evoluzione tecnica, mostrano i loro limiti proprio nella scarsa capacità di recuperare informazioni, da cui una povertà di particolari verificabile in varia misura ma alquanto generalizzata. Nei casi peggiori vanno incontro a fenomeni di mistracking particolarmente evidenti, che si risolvono con la caratteristica sonorità gracchiante, e con un altrettanto grave danneggiamento del solco.

Problema aggirabile aumentando ulteriormente il peso di lettura, che a sua volta esaspera i problemi di risonanza, di pressione, di temperatura e di usura prima descritti.

Di qui la diceria che la buona conservazione del disco si ha solo con il suo mancato utilizzo. Il che equivale a sostenere la necessità di abbandonare l’analogico.

Del resto con sistemi di lettura che negano sostanzialmente le loro funzioni, non è possibile arrivare ad altre conclusioni.

Infatti somigliando più che altro a erpici, caricano il delicato solco vinilico con pressioni di tonnellate per centimetro quadrato e temperature da varie centinaia di gradi, applicati a della plastica. Oltretutto picchiano sulle sue pareti come martelli pneumatici quando entrano in risonanza, o non riescono più a tracciare correttamente per via delle loro povere caratteristiche meccaniche.

Se queste sono le premesse, difficilmente le conseguenze potranno essere diverse.

Viceversa, dischi trattati correttamente con fonorivelatori ben allineati, ad alta cedevolezza e montati su bracci di massa contenuta, centinaia di riproduzioni nell’arco di un paio di alcune decine d’annili hanno lasciati in condizioni fin quasi perfette.

La conferma di questo stato di cose, e delle leggende che si vogliono trasformare in verità solo ai fini della propria tranquillità mentale, la si ha osservando il mercato dei dischi usati. Quelli che risalgono agli anni precedenti il 1970 sono quasi sempre in condizioni pietose, proprio per le caratteristiche dei sistemi di riproduzione dell’epoca. Quelli successivi, invece, è più facile trovarli in buone condizioni, proprio per via del diffondersi di testine a cedevolezza elevata, capaci di tracciare correttamente sotto i 2 grammi, e bracci a massa ridotta.

 

La riprova pratica

Per sincerarsi di quanto appena detto non è necessario essere specialisti in astrofisica. Bastano invece un po’ d’ingegno, di buona volontà e l’utilizzo di strumenti se vogliamo rozzi.

Infatti allo scopo serve solo prendere una palanca o una sottomisura, ossia le assi di legno di scarsa qualità che si utilizzano in edilizia per realizzare le casseforme in cui poi si cola il cemento. Ne basta un pezzo di qualche decina di centimetri di lunghezza.

La loro superficie di legno morbido, ma ruvida e irregolare, si presta a simulare il disco vinilico, mentre la funzione del cantilever è sostituita da un semplice un chiodo, che sia leggero e sottile. Lo si prende dalla testa tra i polpastrelli di pollice e indice, e lo si fa scorrere sulla superficie legnosa, tenendolo inclinato in modo che su questa tocchi solo la punta.

Applicando il minimo della forza necessaria a tenerlo a contatto della superficie sottostante, mentre lo si trascina si possono agevolmente sentire sotto le dita tutte le irregolarità del legno, senza che su di esso si lasci traccia.

Nel momento in cui si prende un chiodo più grosso e pesante e lo si preme con forza maggiore, l’effetto delle irregolarità più minute viene meno e si possono percepire solo quelle più grossolane. Diventa più difficile da muovere liberamente, ma in compenso avremo lasciato sulla superficie del legno l’impronta ben visibile prodotta dal suo passaggio.

Eccoci dunque ad aver simulato in maniera attendibile la differenza tra un sistema di lettura a massa ridotta e una testina di bassa cedevolezza, applicata a un braccio a massa elevata.

Certo, un braccio di massa maggiore tiene premuto il cantilever contro il solco in maniera più efficace, tendendo ad essere meno sensibile alle reazioni causate da quest’ultimo, ma come sempre è questione di proporzioni.

A parte che un braccio non può avere una massa infinita, poiché negherebbe il necessario grado di mobilità necessario a permettere la riproduzione di dischi non perfettamente piani, che sono la stragrande maggioranza, resta il fatto che aumentare la massa a parità di cedevolezza non fà altro che ridurre la frequenza della risonanza causata dall’interfacciamento meccanico tra braccio e testina. Questa invece dovrebbe restare tra gli 8 e i 12 Hz, in modo da non influire troppo con le frequenze di warp, mentre salendo troppo andrebbe ad avvicinarsi pericolosamente alla banda audio.

In ogni caso, per contrastare le spinte prodotte da un cantilever di cedevolezza maggiore, è sufficiente una massa minore.

Ecco perché i fonorivelatori che esprimono le doti migliori di tracciamento, fatta salva una serie di aspetti meccanici inerenti forma e dimensioni di stilo e cantilever, sono quelli a cedevolezza elevata.

 

L’interfacciamento braccio – testina

Entriamo così nel vivo della questione relativa all’interfacciamento meccanico tra braccio e testina, che ruota appunto sull’abbinamento tra i parametri inerenti la cedevolezza dell’equipaggio mobile della testina e la massa del braccio.

Un abbinamento corretto verte su una cedevolezza elevata e una bassa massa, o viceversa bassa cedevolezza e massa elevata. Al limite, per ottenere una minore sensibilità alle spinte generate dal cantilever, si può impiegare un braccio di massa lievemente superiore al necessario, curando comunque di non allontanarsi troppo dall’ambito di frequenze menzionato in precedenza, Se si esagera, si corre il rischio di penalizzare la capacità del cantilever di seguire con la massima precisione le modulazioni del solco, dovuta proprio alla sua cedevolezza, oltreché all’eccellenza delle altre sue caratteristiche meccaniche.

Premere troppo sul cantilever, infatti, penalizza grandemente le sue possibilità di movimento  e quindi di seguire nel modo migliore l’andamento del solco.

In linea generale, aumentando la massa del braccio rispetto al necessario, in relazione alla cedevolezza del cantilever, la frequenza di risonanza scende. Viceversa se la massa del braccio si riduce, la frequenza di risonanza tende a salire.

La cedevolezza del cantilever è determinata in massima parte dalle proprietà meccaniche della sospensione, anello realizzato con speciali materiali visco-elastici posizionato attorno all’asse del cantilever, atto proprio al controllo del suo movimento. Con l’impiego di una sospensione rigida la cedevolezza si riduce, con una più morbida aumenta.

Dati i materiali con cui è realizzata, la sospensione è l’elemento che più di tutti risente dell’invecchiamento, tendendo a indurirsi sotto l’azione del tempo e degli agenti atmosferici. Dunque, nell’acquisto di un fonorivelatore usato, magari anche con pochissime ore d’ascolto, se la sua età è ragguardevole ci sono buone probabilità che la sospensione abbia perso le caratteristiche meccaniche originariamente previste dal costruttore.

Qualora sia indurita può essere opportuno aumentare la pressione di lettura, per contrastare la maggiore resistenza meccanica da essa opposta e, se il braccio lo permette, incrementare leggermente la sua massa. In altri casi tende fin quasi a liquefarsi, caso in cui il corpo testina tende fin quasi a “sedersi” sul disco.

Alcuni bracci hanno a corredo elementi di peso maggiore rispetto a quelli standard, contrappeso o altro, che permettono appunto di variarne la massa.

 

Lo smorzatore

Come accennato in precedenza, l’interfacciamento tra braccio e testina è uno dei punti chiave in tutto il sistema di lettura analogico. Il caratteristico picco di risonanza che ne deriva in gamma infrasonica può essere attenuato, o del tutto eliminato con l’impiego di uno smorzatore a fluido.

Si tratta in genere di una vaschetta riempita di olio siliconico, all’interno del quale “pesca” un elemento rigidamente collegato alla canna o all’articolazione del braccio, smorzandone per l’appunto i movimenti.

Come sempre avviene nel concreto del mondo reale, il suo effetto non è gratuito: se da una parte si guadagna, di sicuro c’è un qualche aspetto su cui si perde.

Nella fattispecie l’azione dello smorzatore tende a sottoporre la testina, soprattutto quelle di cedevolezza maggiore, a uno sforzo troppo elevato per il movimento atto a seguire il solco lungo la superficie del disco, che si scarica tutto sul punto in cui è imperniato il cantilever, andando ancora una volta a penalizzare le doti sonore del sistema di lettura.

La risonanza alle basse frequenze determinata dall’interfacciamento meccanico tra braccio e testina oltretutto non è fine a se stessa, ma si ripercuote pesantemente sul comportamento di tutto l’impianto. Il suo effetto più visibile è il correre a vuoto dei woofer: specie se il volume è un po’ alto, si possono notare le membrane dei woofer che si muovono avanti e indietro incessantemente, ma senza emettere alcun suono.

In realtà il suono lo emettono, ma di una frequenza più bassa rispetto al limite inferiore del nostro udito. Ciò comporta un gran dispendio di potenza da parte dell’amplificatore e contemporaneamente la riduzione della gamma dinamica permessa dagli altoparlanti, proprio perché impegnati a riprodurre il picco di risonanza, al fine del quale devono destinare gran parte della corsa utile della membrana.

Pertanto la riproduzione di frequenze tanto basse implica lo spreco di gran parte del potenziale energetico di amplificatore e diffusori. Quindi, riducendo per quanto possibile l’entità di tale picco di risonanza si porranno i componenti dell’impianto in condizioni molto migliori per esprimersi al meglio, lasciando più spazio alla riproduzione del segnale musicale.

 

Il corpo testina

La testina è l’elemento nel quale l’energia meccanica, dovuta al tracciamento dello stilo nel solco, si trasforma in energia elettrica. Questa viene poi amplificata di diversi ordini di grandezza, affinché il segnale da essa prodotto sia sfruttabile dagli altoparlanti.

Va da sé, allora, che è proprio la testina il punto in cui ogni eventuale risonanza trova il riscontro maggiore, e quindi l’influsso più pesante sulle proprietà della riproduzione. Ecco perché nel corpo testina la presenza o l’eliminazione di risonanze ha l’effetto più evidente. Anche per via del fatto che il cantilever, seguendo la modulazione del solco, non fa altro che risuonare: in maniera controllata se di bassa massa e di caratteristiche meccaniche ben calibrate allo scopo, caso in cui la sua risonanza andrà a finire in banda ultrasonica. Viceversa, se è di massa elevata e scarsa cedevolezza la sua risonanza, oltre a essere molto meno controllabile, ricade bene all’interno della gamma audio, influenzando pesantemente la sonosirtà della testina e quindi di tutto l’impianto..

Un’altra forma di risonanza è data dal movimento del cantilever che segue le modulazioni del solco e tende a picchiare su di esso come una specie di martelletto. Ancora una volta le caratteristiche meccaniche dell’equipaggio mobile influiscono direttamente sull’entità e le caratteristiche di tale risonanza, quindi  sulla sua maggiore o minore influenza sulla riproduzione.

Ecco perché il materiale con con cui sono realizzati piatto e tappetinohanno tanta importanza: in particolare per quel che riguarda la loro impedenza meccanica. Se è molto bassa, le risonanze tenderanno ad “affondare” in essi, come si trattasse di un pozzo. Viceversa, se la loro impedenza meccanica è elevata, tali risonanze tenderanno a riflettersi verso disco e cantilever, rientrando in maniera più pesante nella testina. Si innesca così un anello dalle conseguenze oltremodo dannose per la riproduzione.

Altrettanto critico è il corpo testina, che fa da cassa armonica ai movimenti del cantilever, che a sua volta può essere assimilato alla corda di una chitarra. È proprio per questo che, riproducendo un disco ad amplificatore spento e accostando l’orecchio al giradischi, lo si sente suonare, sia pure flebilmente. Ovvio a questo punto che le caratteristiche meccaniche del corpo testina, quindi del materiale da cui è composto, influiscano in maniera particolarmente sensibile sulla sua sonorità.

Per evitarne le risonanze sarebbe meglio eliminare il corpo testina. Proprio perché come avviene spesso, e più che mai nella riproduzione sonora, il componente migliore è quello che non c’è. Dato che non crea problemi e neppure si può rompere.

Infatti molti tra i costruttori che realizzano testine di prezzo elevato fanno proprio così. Qualcuno, come Sumiko, anche per alcuni dei suoi modelli non troppo costosi. Un altro è Van den Hul, che anche per le testine meno impegnative del suo listino permette di rimuoverlo semplicemente agendo su tre viti.

Va da sé che il telaio della testina deve essere adatto allo scopo, e quello dei modelli menzionati lo è. Numerose sono state anche le modifiche a tale riguardo eseguite sulla Denon DL 103.

Una volta che si è rimosso il corpo testina, si apprezza una sonorità decisamente più libera da costrizioni e impedimenti, dotata di dinamica, apertura, estensione in frequenza e precisione decisamente maggiori. Si tratta insomma di uno dei pochi interventi che a un sensibile miglioramento non impone di pagare pegno da qualche altra parte. Certo, se si rimuove il corpo testina non c’è più il sostegno per il parapuntina, ma forse per quello che serve se ne può fare a meno.

Un altro problema può essere quello della polvere, cui per forza di cose viene esposta la componentistica interna, quello che a volte viene definito il motore della testina.

Laddove non è possibile rimuovere il corpo testina, si può sempre fare in modo da evitare risonanze e interruzioni della continuità strutturale. Ad esempio nelle testine MM, quasi tutte dotate di stilo sostituibile, bloccarlo con una punta di cianoacrilato porta risultati apprezzabili. Quando arriva il momento di cambiarlo, basta fare un po’ di forza per asportarlo e mettere al suo posto quello nuovo. Se no si compra il disincollante apposito e si risolve così.

 

L’interfacciamento elettrico

Ogni testina necessita di specifici valori di carico da parte dell’ingresso cui la si collega.

In linea di massima le MM sono sensibili a impedenza e capacità, ai fini delle quali anche il cavo di collegamento ha il suo influsso, mentre le MC risentono in particolare dell’impedenza, che in genere si consiglia in almeno 10 volte il valore di quella interna della testina.

Così facendo si può intervenire sul comportamento e quindi sulla sonorità della testina.

La capacità in particolare influisce sulla risposta all’estremo alto delle MM. Quindi alcune fonti consigliano di correggerla con l’impiego di condensatori. Così facendo si possono ottenere tracciati di risposta quasi perfettamente rettilinei, il che almeno sulla carta farebbe pensare di aver raggiunto il proprio scopo.

In realtà, e come spesso avviene, una volta riportato il tutto al mondo reale si scopre che la presenza del condensatore ha influssi negativi sulla qualità sonora assai peggiori rispetto a quello di uno scostamento di qualche decimo di dB. Che peraltro hanno luogo non solo all’estremo superiore ma su tutta la banda audio.

Questa è la dimostrazione più efficace di quello che dico sempre, ossia che le misure non sono inutili ma dannose, in quanto ingannevoli.

Vediamone le conseguenze: l’appassionato leggendo il grafico di risposta della sua testina, a suo tempo pubblicato da certe riviste, è tutto contento perché con l’impiego di un semplice condensatore da qualche centinaio di picoFarad, può finalmente ottenere l’agognato risultato di una linearità perfetta, come le stesse fonti di tale inganno gli hanno insegnato a credere. Facendosi oltretutto pagare allo scopo.

Quindi si dà da fare per reperire il componente necessario e chi lo monti senza fare troppi danni, andando anche incontro a perdite di tempo, a spese di qualche rilievo e soprattutto al rischio di pregiudicare l’integrità delle apparecchiature per acquistare le quali ha sborsato fior di quattrini..

Poi finalmente riporta tutto a casa e lo ricollega all’impianto, per scoprire fin dal primo secondo che la qualità d’ascolto è drasticamente peggiorata. Questo naturalmente se ha le capacità di giudizio e l’indipendenza di pensiero necessarie allo scopo. Altrimenti potrebbe essere indotto a pensare che siano i suoi gusti a essere sbagliati e che sia giusto ascoltare così.

Che poi è proprio quello che desiderano le riviste: convincere gli appassionati che sono degli incapaci totali e che quindi i loro consigli disinteressati sono indispensabili al fine di poter realizzare un impianto che sia degno di tal nome.

I risultati pratici di tutto questo risultano evidenti nel momento in cui si mette insieme una certa esperienza d’ascolto, proprio riguardo alla media degli impianti presenti nelle case degli appassionati. I quali mostrano la curiosa tendenza a suonare tanto peggio quanti più soldi sono stati spesi per l’acquisto dei loro componenti.

Sempre grazie all’aiuto provvidenziale della pubblicistica di regim… oops, di settore.

E degli strumenti che utilizza in modo subdolo per dimostrare l’attendibilità delle teorie che diffonde.

Le conseguenze dovute all’impiego di componenti passivi ai fini di linearizzare la risposta dei fonorivelatori si rendono evidenti in modo particolare con gli impianti di selettività maggiore. Lo stesso del resto accadeva con i filtri subsonici tipici di amplificatori e preampli commercializzati durante l’era dell’analogico.

In effetti il loro intervento riduceva sensibilmente il correre avanti e indietro del woofer a frequenze subsoniche le cui cause sono state descritte in precedenza,, anche se i componenti con cui erano realizzati finivano regolarmente con il penalizzare la sonorità della sorgente in maniera ancora peggiore. Così quei filtri finivano con il restare quasi sempre inutilizzati.

Per quel che riguarda l’impedenza di carico, aumentandone il valore, ad esempio dai 47 kohm canonici per le MM si percepisce una sonorità più chiara e definita.

Lo stesso vale per le MC, anche se i valori che prediligono sono molto più bassi, in genere nell’ordine dei 100-200 ohm.

Anche nel loro caso però, e soprattutto con gli impianti più rivelatori, anche l’aggiunta del resistore necessario ad ottimizzare l’impedenza del carico può dar luogo a effetti negativi. In maniera minore rispetto a un condensatore, nondimeno percepibile.

L’esperienza sul campo spiega allora che non c’è una regola fissa, valida per tutte le occasioni.

Meglio effettuare alcune prove, ascoltandone i risultati con attenzione, al fine di decidere per il proprio caso specifico se la scelta migliore sia tollerare una risposta non proprio perfetta da parte del fonorivelatore, ammesso di riuscire a decidere in modo inconfutabile quale sia effettivamente tale, oppure l’intervento dei componenti necessari ad aggiustarla, che può essere più o meno rilevabile a seconda delle situazioni.

Personalmente preferisco lasciare le cose così come stanno sul mio preamplificatore phono, proprio perché l’aggiunta di ulteriori componenti in parallelo all’ingresso ha sempre dato luogo a risultati peggiori del male che dovrebbero curare.

Questo naturalmente vale per il mio impianto, per il mio udito e per i miei gusti. Non è detto che in altre situazioni non possa valere una regola del tutto opposta.

Come sempre allora, la cosa migliore è provare e decidere per proprio conto. Anche perché è proprio così che pian piano ci si forma la sensibilità necessaria a individuare le soluzioni migliori per l’impianto che si possiede, sempre dal punto di vista sonico. Che poi è la strada attraverso cui si giunge a ottenere il suo massimo rendimento, e quindi le soddisfazioni maggiori.

 

Smagnetizzatori

Si tratta di un argomento alquanto controverso e molto spesso trascurato.

Le bobine presenti all’interno delle testine, le quali sono direttamente collegate ai piedini di uscita da cui si preleva il segnale audio, data la loro vicinanza a magneti quasi sempre di potenza tutt’altro che trascurabile, tendono a risentire negativamente dei fenomeni di magnetizzazione che ne derivano.

Le conseguenze riguardano una sonorità meno limpida da parte della testina, tendente ad asprezza e indurimento. Quello che gli anglosassoni definiscono onomatopeicamente come “harsh”.

Per questo già all’epoca in cui l’analogico aveva il predominio assoluto erano disponibili appositi smagnetizzatori, il cui impiego regolare permette di ricavare dalla propria testina la sonorità migliore riguardo agli aspetti appena menzionati.

Il loro utilizzo è sempre stato alquanto controverso. Anche perché alcune fonti hanno paventato la possibilità di rovinare irrimediabilmente la testina a seguito del loro utilizzo.

In realtà quelli realizzati correttamente emettono tensioni così limitate da non poter materialmente causare danni.

Anche il loro impiego deve essere effettuato in maniera corretta. Ossia lasciando terminare il ciclo di smagnetizzazione, evitando di scollegare la testina a metà dell”opera.

Altri dicono invece che sarebbe inutile utilizzarli, dato che in breve, ossia nel giro di poche facciate di LP, le bobine finiscono per forza di cose con l’essere di nuovo magnetizzate.

Questo non solo è del tutto vero, ma è anche la posizione di un fabbricante di testine piuttosto noto.

In linea di principio non ha differenza alcuna dal sostenere che lavarsi le mani o la faccia sia inutile. A che serve se tanto dopo un po’ ce le saremo sporcate di nuovo?

 

 

 

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2 Comments
  1. Reply Giovanni Morici 05/03/2018 at 9:07 am

    la foto di una MC201 mi fa iniziare bene la giornata. Grazie, è la mia testina preferita, un pò difficile da accoppiare a causa della sua bassa impedenza. Un bell’articolo.
    Giovanni M.

    • Reply Claudio 05/03/2018 at 11:14 am

      Ciao Giovanni,
      grazie dell’attenzione e della considerazione.
      Si, la MC 201 è una gran testina. Non è tanto l’impedenza, quanto la tensione di uscita molto bassa a creare le difficoltà maggiori di abbinamento al pre phono, che deve essere di gran classe. D’altronde si tratta di una “vera” MC, ossia con le bobine avvolte su materiale amagnetico: la tensione d’uscita rimane molto bassa, ma il suo suono è affascinante.
      Spero di averti tra i frequentatori affezionati di Il Sito Della Passione Audio.

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