“IL” giradischi – 4 Il braccio

Il braccio è l’elemento del giradischi che permette alla testina di tracciare il solco ricavato sulla superficie del disco vinilico, seguendone quanto più fedelmente l’andamento a spirale, al fine di rilevare le informazioni in esso contenute.

Prima ancora di occuparci delle sue diverse tipologie, fissiamo un concetto fondamentale che però viene spesso tralasciato. Vi abbiamo già accennato nelle puntate precedenti ma è meglio ripeterlo.

Affinchè il fonorivelatore possa avere qualche probabilità di estrarre una quantità ragionevole delle informazioni contenute nel solco, è necessario che la relazione geometrica tra gli assi su cui giacciono il perno del piatto e quello del braccio sia della massima stabilità. Qualora esista un grado di libertà anche minimo tra questi elementi, la capacità di recupero delle informazioni dal solco ne verrà irrimediabilmente compromessa.

Proprio perché se il supporto fonografico costituito dal disco vinilico e il dispositivo meccanico atto a rilevare le modulazioni dalle quali è rappresentato il segnale audio che cerchiamo di riprodurre hanno un grado di libertà reciproco, la conseguenza sarà proprio l’impossibilità di rilevare le informazioni che hanno dimensioni pari o minori rispetto al gioco esistente tra le due parti.

Già il solco ha dimensioni molto ridotte, ma le modulazioni presenti in esso sono di entità infinitesimale. Ne consegue che il sistema di lettura deve avere una precisione meccanica tale da ridurre il gioco tra le sue diverse parti a un valore sensibilmente inferiore, diciamo un ordine di grandezza, rispetto alle informazioni di entità più ridotta che ci si propone di rilevare.

 

Una possibilie interpretazione del concetto riguardante la stabilità della relazione geometrica tra perno del piatto e articolazione del braccio.

 

All’aumentare del gioco esistente tra le parti meccaniche coinvolte, corrisponde il ridursi in pari proporzioni della capacità di rilevare le informazioni più minute. Che poi sono quelle che fanno la differenza tra una riproduzione di qualità e una dalle caratteristiche più grossolane.

Ecco il motivo per cui la prima raccomandazione, nei confronti di chi si accinge ad acquistare un giradischi o un braccio usati, è quella di verificare per prima non la loro condizione estetica, ma l’assenza totale di gioco nell’articolazione.

Siccome la precisione meccanica ha i suoi costi, sempre meno compatibili con i prezzi tipici delle sorgenti di prezzo abbordabile, il famigerato gioco dell’articolazione del braccio può essere rilevato anche in oggetti nuovi di fabbrica.

Proprio come in quel Pro-ject mollato a un mio conoscente da un negozio della Capitale, le cui vetrine affacciano sulla Via Prenestina. Uomo avvisato…

A questo proposito va considerato che la complessità delle lavorazioni necessarie per realizzare un giradischi in grado di funzionare in maniera decente, è la prima responsabile dei costi elevati tipici delle sorgenti analogiche. E anche uno dei motivi fondamentali che a suo tempo spinsero l’industria di settore a orientarsi verso il digitale, intrinsecamente meno costoso.

E’ evidente allora che se per motivi commerciali si decide di abbattere quei costi, si otterrà un prodotto apparentemente capace di funzionare, dato che il piatto gira e la testina riesce in qualche modo a restare nel solco, senza saltare dall’uno all’altro. In ogni caso le caratteristiche di rilevazione del segnale contenuto nel supporto fonografico non potranno che essere di pari povertà.

Se poi vogliamo integrare in oggetti del genere anche un pre phono e l’uscita USB con annesso convertitore A/D per il collegamento al personal computer, va da sé che di margine per una meccanica appena decente ne resta ancor meno.

Il ritorno di interesse di cui sta godendo attualmente l’analogico va accolto in maniera positiva, ma è sempre meglio tenere presente che proprio per via delle sue esigenze funzionali, una sorgente analogica minimamente efficace meno di tanto non può costare.

Questo ovviamente al netto dei continui, e cospicui, aumenti verificatisi nel settore dell’analogico, atti soprattutto allo sfruttamento di quel poco che ancora si vende nell’ambito della riproduzione sonora.

 

Precisione prima di tutto

Anche in presenza di un corretto accoppiamento tra le parti, le doti di rigidità torsionale del telaio del giradischi giocano a questo proposito un ruolo fondamentale.

Va da sé che una volta ottenuto il giusto grado di precisione geometrica tra i perni di piatto e braccio, cosa non sempre alla portata delle macchine realizzate secondo la ricetta tradizionale, subentra un elemento ancora più importante, inerente il non dilapidare quel patrimonio lungo il percorso costituito dai diversi elementi del braccio, fino ad arrivare allo stilo della testina, passando per l’equipaggio mobile che lo sostiene. Essendo l’elemento cui è attribuito il compito di rilevare le informazioni audio necessita appunto del massimo grado di precisione meccanica nei confronti della superficie su cui si muove.

 

Un approccio radicale al concetto di stabilità della relazione geometrica tra gli assi principali, realizzato collegandoli mediante un tubo di ottene massiccio di grande spessore. In questo modo si ottiene anche un telaio che offre la minima superficie esposta ai disturbi meccanici di origine esterna.

 

La stessa precisione di accoppiamento dovrebbe essere mantenuta tra perno del piatto e supporto fonografico, tramite l’impiego di appositi pressori o altri dispositivi come gli aspiratori descritti nella scorsa puntata. Infatti anche se si ha la relazione geometrica più stabile di questo mondo tra perno, asse di rotazione del braccio e stilo, sarà del tutto vanificata se si lascia al disco la possibilità di fare quello che vuole. Ovvero se non lo si ancora convenientemente al piatto e se quest’ultimo non è ben solidale al perno su cui ruota.

Anche qui naturalmente è tutta questione di compromessi, dato che un sistema come quello appena descritto a cui si intenda attribuire la massima precisione dovrebbe essere completamente bloccato nella giunzione tra le sue diverse parti. Il che negherebbe però il funzionamento stesso del giradischi, basato appunto sul loro movimento reciproco.

Quindi l’obiettivo ideale da raggiungere è qualcosa di contraddittorio fino alla radice: da una parte si ricerca la precisione massima, proprio in vista dell’obiettivo di riconoscere e trasferire la maggiore quantità possibile di informazioni meccaniche dalle dimensioni infinitesimali. Dall’altra però è indispensabile il grado di libertà necessario non solo al funzionamento del tutto, ma anche per evitare l’insorgere di attriti, che causerebbero rumore e di conseguenza disturbi per il segnale audio.

La massima precisione meccanica tra le diverse parti del braccio, che ha lo scopo di prolungare fino allo stilo l’invariabilità della relazione geometrica tra il perno del piatto e l’articolazione del braccio si scontra con un ulteriore problema, oltre a quello dato dai suoi costi: le modalità d’installazione e d’impiego. In particolare per quel che riguarda il montaggio della testina, parecchio facilitato dalla presenza dello shell rimovibile. Questo particolare infatti è in genere apprezzato dagli appassionati, anche se si tratta di un elemento distruttivo ai fini delle caratteristiche meccaniche del braccio. Non solo perché rappresenta l’interruzione del necessario vincolo meccanico, ma anche perché tale interruzione è posta alla distanza maggiore dall’articolazione. Quindi anche un’imprecisione minima del bloccaggio dello shell, una volta riportata all’articolazione del braccio avrà un’incidenza molto maggiore.

 

 

Tipologie di articolazione

I bracci fonografici si dividono in due grandi famiglie, quella dei modelli imperniati, che allo scopo di far tracciare la testina lungo il solco da inizio a fine disco ruotano attorno al proprio asse, e quella dei tangenziali.

Proprio a causa di tale rotazione, i bracci imperniati sono gravati dal cosiddetto errore radiale, che può essere ridotto e ottimizzato mediante una serie di artifici ma non può essere eliminato del tutto. Proprio per questo motivo si sono realizzati i bracci tangenziali.

Data la complessità realizzativa di questi ultimi, i bracci imperniati sono offerti da sempre nella gamma più vasta di modelli diversi e sono anche di gran lunga i più diffusi. Si suddividono in tre tipologie principali, che riguardano la modalità funzionale dell’articolazione. Ci sono quelli a cuscinetti, a lame di coltello e i cosiddetti unipivot.

Il funzionamento dei modelli a cuscinetti è intuitivo: su tali componenti è centrata l’articolazione sull’asse orizzontale e verticale. La qualità dei cuscinetti impiegati allo scopo, per precisione e riduzione degli attriti, è sintetizzata dal paramentro ABEC, seguito da un numero crescente, in proporzione alle loro prerogative.

I modelli a lame di coltello utilizzano detti elementi per il sostegno e il funzionamento dell’articolazione, che pertanto ha caratteristiche di attrito ridottissime. Tipico braccio a lame di coltello è il tradizionale SME 3009 – 3012, forse il più noto e diffuso nella storia della riproduzione sonora, amatoriale e non solo.

Di recente sono stati realizzati modelli di braccio che hanno un’articolazione mista a cuscinetti e lame di coltello.

Infine ci sono gli unipivot, croce e delizia degli audiofili duri e puri. La loro denominazione deriva dall’impiego di una semplice punta a sostegno dell’articolazione, che quindi ha un grado di libertà notevolmente superiore rispetto a quella delle altre tipologie. Si tratta almeno in linea teorica di un tipo di realizzazione intrinsecamente più economico, e che risente di maggiori difficolta di messa a punto da un lato, ma offre dall’altro la possibilità di regolare l’azimuth, ovverosia il parallelismo dello shell nei confronti del piano su cui giacciono piatto e disco, senza per questo creare problemi di ordine strutturale.

 

La regolazione dell’azimuth mediante una semplice dima rettangolare poggiata sul piatto, nei confronti del quale lo shell portatestina deve essere parallelo.

 

Reggendosi soltanto su una punta, il braccio unipivot è quello più “ballerino” tra le mani dell’utilizzatore, caratteristica che lo rende male accetto da alcuni appassionati, i quali gradiscono avere tra le mani qualcosa di più “solido”. Tuttavia gli estimatori della tipologia giurano sul fatto che la sonorità di un buon unipivot sia irraggiungibile dai modelli di altro genere. Non a caso si usa dire che una volta arrivati all’unipivot è molto difficile tornare indietro.

Per rendere meno complessa la regolazione e stabilizzarli nei limiti del possibile, gli unipivot sono spesso equipaggiati da uno smorzatore, realizzato in genere mediante una vaschetta riempita di liquido viscoso di densità variabile, nel quale pesca un elemento solidamente collegato al braccio. In questo modo se ne smorzano spostamenti indesiderati e se ne incrementa l’inerzia.

Di per sé lo smorzatore è efficace anche nel ridurre il picco di risonanza a frequenza subsonica tipico dell’interfacciamento meccanico tra braccio e testina. Ad esso si deve il correre a vuoto dei woofer tipico nell’impiego del giradischi, di cui ci occuperemo nella prossima puntata. Come tutte le cose di questo mondo, però, legge tanto più valida in campo audio, lo smorzatore ha anche i suoi difetti. Primo fra tutti l’influire negativamente sul funzionamento della testina, soprattutto di quelle dalla cedevolezza maggiore.

 

Una tra le interpretazioni più orginali nella storia dei bracci fonografici: il Well Tempered Arm, la cui articolazione era sostenuta da fili molto sottili.

 

Uno tra i costruttori più famosi di fonorivelatori usa dire che le uccide. Lo fa rendendo necessaria una forza molto maggiore per il graduale spostamento del braccio atto a seguire il tracciamento del solco, andando quindi a limitare il giusto grado di libertà nel movimento del cantilever che si traduce in una riduzione del dettaglio e in modificazioni alquanto sensibili in merito alla timbrica.

I bracci unipivot sono accusati inoltre di non essere in grado di mantenere la giusta verticalità lungo tutto l’arco di lettura del disco, elemento nei confronti del quale li si ritiene molto sensibili, dato che appoggiano su un solo punto.

Questo è vero solo in parte, dato che i punti su cui appoggiano in realtà sono due: la punta dell’articolazione da cui traggono la loro denominazione e lo stilo. Quest’ultimo, trovandosi su un asse sfalsato rispetto al cosiddetto pivot, conferisce loro una stabilità sufficiente a mantenere l’azimuth corretto, almeno fino a che non intervengono forze esterne a modificarne l’assetto.

Pertanto, far funzionare un braccio unipivot anche disattivandone lo smorzatore è possibile e in certi casi vantaggioso. Giudice ultimo è come sempre l’ascolto. Altri tentativi possono essere fatti con l’impiego di liquido dal diverso grado di viscosità.

In genere i bracci unipivot sono progettati in modo tale da concentrare le loro masse più in basso rispetto al punto di articolazione, incrementandone così la stabilità intrinseca della struttura e permettendo di evitare l’utilizzo dello smorzatore, qualora non sia necessario o addirittura dannoso. A questo proposito sono equipaggiati anche da uno o più contrappesi di foratura eccentrica. In questo modo, oltre a spostare più in basso il centro di gravità del sistema, ne permettono la taratura di massima dell’azimuth. Un sistema di regolazione più fine di tale parametro può essere realizzato inserendo trasversalmente nel contrappeso un elemento filettato, tale da permettere interventi più minuti sulla verticalità del braccio e rendendone ripetibile la regolazione.

L’abbassamento delle masse rispetto al perno comporta in genere maggiori difficoltà nella riproduzione dei dischi ondulati, ma si immagina che chi fa determinate scelte eviti di sottoporre la sua sorgente analogica a supplizi del genere. Fermo restando che se un disco della nostra collezione ha perso la necessaria planarità, lo si può sempre sostituire con una copia in condizioni migliori.

Proprio nel superiore grado di libertà tipico dei bracci unipivot risiede a mio avviso il motivo primario della loro maggiore musicalità. A questo riguardo va tenuto conto che sebbene realizzata con la precisione migliore, difficilmente la testina può essere geometricamente perfetta, in particolare per quel che riguarda il suo equipaggio mobile, ossia l’insieme formato da cantilever e stilo. Questo in termini assoluti ma anche in relazione al corpo testina, alla superficie dello shell, alla sua integrazione con la canna e così via.

 

Schema funzionale del braccio unipivot, concettualmente molto semplice.

 

La causa risiede nelle sue dimensioni ridotte, nelle difficoltà insite nel suo assemblaggio e così via. Un braccio a cuscinetti o lame di coltello è in sostanza bloccato e non può ruotare attorno al suo asse longitudinale, imponendo quindi alla testina di tracciare non perfettamente a contatto con le pareti del solco, appunto in conseguenza della sua invitabile imprecisione geometrica. Viceversa il grado di libertà proprio del braccio unipivot va a compensare in forma fin quasi automatica tale problema, consentendo in definitiva l’assestarsi tra stilo e solco che permette un tracciamento più uniforme ed efficace.

Si obietterà che i bracci a cuscinetti o assimilabili dispongono in genere di dispositivi atti alla regolazione dell’azimuth. Questo è vero, ma purtroppo la loro presenza è in sostanza figurativa, proprio perché la taratura eseguita mediante la rotazione manuale dello shell o della canna permette difficilmente di approssimare l’entità d’intervento necessaria per compensare l’imprecisione geometrica dell’equipaggio mobile della testina, che è almeno di un ordine di grandezza inferiore. Gli elementi mediante i quali è possibile effettuare tale regolazione, inoltre, dopo la taratura devono essere nuovamente bloccati. Il che nel mondo reale significa andare a modificarne di nuovo il posizionamento. Ammesso e non concesso che per il loro tramite si sia riusciti a raggiungere un allineamento corretto, invece di causare un errore maggiore di quello che si avrebbe in loro assenza. Inoltre questi sistemi non possono che andare a discapito dell’integrità strutturale del braccio.

 

Bracci fuori standard

Riguardo ai bracci imperniati, ricordiamo che nell’epoca d’oro dell’analogico ne venne realizzato uno in grado di ridurre virtualmente a zero l’errore radiale. Equipaggiava il giradischi Garrard Zero 100, utilizzando allo scopo un meccanismo a pantografo costituito da un asse che correva parallelmente alla canna principale e da una coppia di snodi, che avevano lo scopo di orientare il portatestina in relazione alla sua posizione sulla superficie del disco, mantenendo virtualmente lo stilo orientato in maniera ortogonale al solco.

Come è immaginabile la complessità del sistema ne incrementava costi e complessità, mentre i problemi di inerzia causati da una soluzione simile, per quanto ingegnosa, si rivelarono superiori agli effettivi vantaggi. Fu così che il braccio a pantografo fu messo da parte in breve, anche a causa della sparizione di Garrard, e nessuno pensò mai a ripescarlo.

La vista dall’alto del braccio impiegato dal Garrard Zero 100 lascia intuire facilmente il suo funzionamento, volto a evitare l’errore radiale nel’impiego di un braccio imperniato. L’astina parallela alla canna aveva il compito di ruotare lo shell della testina, grazie a una coppia di snodi.

Un ulteriore esempio di realizzazione originale è quello del braccio Dynavector, caratterizzato dall’articolazione orizzontale e da quella verticale giacenti su piani diversi. In pratica, il braccio che permette lo spostamento verticale della testina è una corta levetta imperniata pochi centimetri dietro il portatestina, mentre lo spostamento orizzontale è permesso dall’articolazione che si trova in posizione tradizionale, cui è ancorata una barra particolarmente robusta. Tutto ciò dà luogo a un’altra singolarità di tale braccio, caratterizzato da una massa molto diversa a seconda che la si rilevi sul piano orizzontale o su quello verticale. In questo aspetto è accomunato ai bracci tangenziali.

 

Errore radiale

Al fine di minimizzare l’errore radiale tipico dei bracci imperniati, si sono escogitati due accorgimenti fondamentali. Il primo riguarda la rotazione dello shell portatestina rispetto all’asse della canna, così da formare un angolo, definito di offset. Il secondo è il cosidetto overhang, dato dal far cadere lo stilo in posizione più avanzata rispetto al perno del piatto, quando la testina si trova sul prolungamento della linea che congiunge il perno del braccio con il centro del disco.

Nel disegno sono visibili le quote relative alla lunghezza effettiva del braccio, allo sbalzo posteriore e all’angolo di offset.

Il sistema più intuitivo per ridurre l’entità dell’errore radiale sta tuttavia nell’allungare la lunghezza del braccio. Il che, però, determina una perdita di rigidità che influisce su altri parametri inerenti la qualità sonora e un aumento della massa. Inoltre, per alloggiare i bracci da 12 pollici è necessario un telaio di dimensioni maggiori rispetto a quello adatto per i bracci di lunghezza normale, compresa in genere tra i 9 e i 10 pollici.

 

Schematizzazione dello sbalzo rispetto al centro piatto o overhang.

 

Bracci tangenziali

Per evitare il problema dell’errore radiale si è pensato di realizzare i bracci tangenziali, che scorrono lungo una rotaia man mano che la testina si addentra nella lettura dei solchi più interni. Visti inizialmente come la soluzione definitiva ai problemi tipici dei bracci imperniati, in realtà ne hanno determinati di altri, ancora maggiori.

Riguardano innanzitutto complessità realizzativa e peso della struttura, che determinano costi elevati e possibilità di trovare posto solo su macchine di un certo impegno e in genere dai telai dalle dimensioni sovrabbondanti. Il loro impiego è quindi generalmente negato nei cosiddetti modelli a pentola e in tutti quelli caratterizzati da telai di conformazione alternativa o ridotta ai minimi termini, scelte sulle quali si è concentrata buona parte del progresso tecnico dei giradischi negli ultimi decenni.

Spesso inoltre i bracci tangenziali si sono rivelati affetti da problemi di scorrimento, da cui derivano difficoltà per il corretto tracciamento del solco. Di qui la realizzazione dei modelli ad aria, ovvero dall’articolazione sostenuta da un cuscino d’aria, che eliminerebbe virtualmente ogni attrito. In realtà anche questi ultimi si sono dimostrati non del tutto esenti dai problemi dei tangenziali tradizionali, oltre a essere gravati da una complessità ancora maggiore. Data la necessità di una pompa per l’aria da cui derivano ulteriori problemi di affidabilità, della presenza degli ugelli di soffiatura e delle condutture necessarie che vanno ad aggiungere ulteriore inerzia al sistema. Facendo in sostanza rientrare dalla finestra almeno parte del problema che si è cercato di far uscire dalla porta. Per non parlare del rumore prodotto da tali elementi, che può essere ridotto solo a prezzo di ulteriori complicazioni e aumento di costi.

Un altro problema dei tangenziali, tipico della loro geometria, sta nella difficoltà di abbinamento con i dischi eccentrici, praticamente tutti, in misura più o meno accentuata, le conseguenze delle cui irregolarità vengono scaricate completamente sul cantilever e sulla sua articolazione.

Schema di massima di un braccio tangenziale. Errore radiale e forza centripeta sono un ricordo, ma qualsiasi irregolarità di centraggio del disco andrà a gravare sul cantilever.

 

Oltretutto la struttura necessaria al funzionamento dei bracci tangenziali non può che produrre risonanze, che per i motivi visti nelle puntate precedenti andranno a influire negativamente sulla qualità sonora della sorgente. Ancora una volta insomma rischiamo di trovarci di fronte a una medicina potenzialmente peggiore del male che dovrebbe curare. Ennesima dimostrazione del fatto che quando dalla teoria occorre passare alla concretezza del mondo reale, persino in un’operazione in apparenza banale come quella di far scorrere un chiodo nella fenditura ricavata in un pezzo di plastica ci si va a scontrare con ostacoli potenzialmente insormontabili. L’assenza di un vincolo solidale, inoltre, potrebbe nuocere alla dinamica e all’estrazione dei segnali di entità minore.

D’altra parte, essendo sostenuti da un cuscino d’aria, i bracci siffatti e la testina montata su di essi sono meglio isolati dai disturbi di ordine meccanico. Quindi, al solito, come per qualsiasi altra soluzione del mondo reale, da una parte si prende ma dall’altra si deve sempre pagare qualcosa.

Infine, essendo in genere la loro canna molto più corta rispetto ai modelli imperniati, i tangenziali hanno minori problemi di rigidità e risonanza.

 

Forma della canna

Oltre al tipo di articolazione, è la forma della canna a determinare un altro elemento di distinzione tra i bracci imperniati. Tipicamente la canna può essere dritta o curvata. Le seconde si suddividono ulteriomente nel tipo a S, scelta tipica di molti bracci giapponesi degli anni ’70 e ’80, a doppia S, che in realtà potrebbe essere anche solo una S ruotata di qualche decina di gradi attorno al suo asse longitudinale. Fu adottata dal braccio Grado Signature Laboratory Standard Tone Arm. Ci sono infine quelle a J, utilizzate nei bracci SME serie 3009.

 

Il Grado Signature Laboratory Standard Tone Arm, forse il solo a utilizzare una canna a doppia S. Secondo il costruttore ha una rigidità ancora superiore rispetto alle canne a S. Nato per trarre il meglio dalle testine della serie Signature realizzate dallo stesso costruttore, aveva altre esclusive, come l’articolazione pivot/cuscinetto, l’impostazione del peso mista a molla più peso, la regolazione del VTA particolarmente accurata e il controllo rotante del sollevatore idraulico. Anche la realizzazione del cablaggio interno e del cavo di collegamento era oltremodo accurata.

 

Sulla superiorità della canna dritta o di quella curva si sono confrontati a lungo gli assertori delle diverse tipologie, senza mai riuscire ad arrivare a un punto fermo. Comunque, i bracci odierni hanno quasi tutti la canna dritta, mentre quella a S era preferita dai costruttori dei modelli di massa medioalta.

Essendo l’elemento in cui è più facile si instaurino risonanze, la realizzazione della canna è un altro tra i punti critici di un qualsiasi braccio. Allo scopo di neutralizzarle per quanto possibile si è fatto ricorso alle soluzioni più disparate. Quella che ha dimostrato la validità maggiore consiste nella rastrematura, ovverosia conferire alla canna una sezione via via minore mano a mano che ci si allontana dall’articolazione. In questo modo se ne distruibuisce la risonanza su uno spettro di frequenze più ampio, ricetta principe di tutti gli elementi che fanno parte della sorgente analogica e non solo.

Naturalmente l’azione di eventuali materiali smorzanti posti all’interno della canna ha il suo effetto, mentre la scelta del materiale con cui realizzarla ha anch’essa un influsso ragguardevole sulle caratteristiche della risonanza, che a loro volta vanno a influire pesantemente sulla sonorità del braccio. A questo proposito è tipico l’esempio di Technics, che negli anni ‘70 realizzò il famoso EPA 500, dotato di intercambiabilità della canna, che poteva essere scelta tra diversi tipi, realizzati in alluminio, legno e così via. Il cambiamento della canna comportava anche una variazione della massa del braccio.

 

 

Antiskating

L’antiskating è il dispositivo in dotazione a qualsiasi braccio imperniato atto a contrastare la forza generata durante la lettura, che tende ad attrarre la testina verso il centro del disco. La sua entità varia in base una serie di fattori, non facilmente calcolabili a priori, che riguardano in primo luogo peso di lettura, forma dello stilo, da cui deriva la sua area di impronta, errore radiale, velocità di tracciamento del solco. Inoltre, la cosiddetta forza di skating tende a variare man mano che la testina si avvicina alla fine del disco, motivo per cui la regolazione del dispositivo è necessariamente una questione di compromesso. Al di là delle dichiarazioni altisonanti di alcuni costruttori, i quali sulle pagine pubblicitarie definiscono sé stessi gli unici in grado di realizzare l’antiskating perfetto, realizzare un dispositivo che si riveli efficace in tutte le condizioni possibili è estremamente difficile, e spesso comporta svantaggi peggiori del male che si vorrebbe combattere.

Oltretutto va detto che con molte tra le testine moderne, in particolare caratterizzate da un’area d’impronta dello stilo molto ampia, la forza necessaria a contrastare lo skating si è molto ridotta, e quindi la rinuncia all’impiego di un dispositivo atto a contrastarlo ha influssi che tutto sommato possono non essere più dannosi di tanto. Il solito costruttore di grande fama già menzionato in precedenza usa dire: “No friction, no skating”, riferendosi al fatto che le sue testine, avendo un attrito sensibilmente minore del solito non necessitano di antiskating, o semmai lo richedono in forma molto blanda.

I sistemi di antiskating possono essere principalmente a peso, a molla o a funzionamento magnetico, ognuno con i suoi pregi e i suoi difetti. Il modo migliore per valutare se la taratura è corretta consiste nell’osservazione del cantilever da una posizione frontale, durante la riproduzione del disco. Se tende a spostarsi verso l’esterno, rispetto all’asse mediano della testina, significa che la forza applicata dall’antiskating è insufficiente. Viceversa, se il cantilever è spostato verso l’interno del disco se ne sta usando troppa.

La taratura corretta si ha quando il cantilever resta perfettamente centrato con l’asse verticale del corpo testina. Questa verifica andrebbe effettuata al centro della superficie incisa del disco, in modo da avere un compromesso ragionevole. In caso contrario si otterrebbe una lettura errata per eccesso, o per difetto.

 

Il disco liscio

A questo riguardo voglio anticipare un argomento da affrontare nella puntata dedicata alla messa a punto ed è un ulteriore segnale dell’analfabetismo di ritorno verificatosi riguardo alle sorgenti analogiche. Mi riferisco all’impiego dei dischi lisci in vinile o cristallo, ossia sprovvisti di incisione, utilizzati da alcuni per la (s)taratura dell’antiskating. Se non c’è il solco inciso, e quindi le forze generate durante la lettura sono assenti, o comunque ridotte ai minimi termini, che cosa regoliamo? E con quale criterio?

Essendo privo di solco, e per conseguenza di incisione, il disco liscio non solo oppone minor resistenza meccanica, dato che le pareti dello stilo restano libere da contatto e quindi da attrito, ma causa una velocità di tracciamento parecchio più bassa rispetto a quella tipica delle condizioni d’impiego normali. La forza centripeta quasi inesistente che si genera in tali condizioni, non può far altro che portare a una regolazione dell’antiskating fortemente errata per difetto.

Alla lunga lo squilibrio delle forze laterali che ne deriva va a causare la deformazione del damper, ossia dell’elemento elastico su cui è infulcrato il cantilever della testina. Risultato, stilo e asticciola fuori asse come spesso accade di osservare nelle testine usate senza le dovute accortezze, spesso anche in capo solo a qualche decina di ore di lavoro. Questo problema è particolarmente sentito dalle testine di cedevolezza media e alta.

Il disco liscio ha comunque una sua funzione, se realizzato in vinile: quella di permettere la verifica visiva dell’azimuth, ossia della perpendicolarità tra cantilever e piano del disco, più agevole rispetto agli specchi utilizzati di solito allo scopo. Essendo questi ultimi caratterizzati da una certa distanza tra superficie d’appoggio dello stilo e strato riflettente, causano distorsioni ottiche che non permettono una regolazione sufficientemente precisa. Il disco liscio invece, se illuminato convenientemente, permette una verifica più efficace, proprio perché la superficie d’appoggio e quella riflettente sono coincidenti.

Esaurito l’argomento relativo all’antiskating, rileviamo che in linea generale è meglio che tutti gli elementi del braccio siano saldamente ancorati alla struttura principale. Condizione questa che di solito solo i bracci moderni permettono di soddisfare. Viceversa quelli proodotti in epoca antecedente agli anni ’80 avevano spesso il contrappeso flottante, sovente disaccoppiato per mezzo di anelli in gomma o elementi simili. A questo riguardo valgono le considerazioni già fatte per i portatestina rimovibili.

 

VTA

VTA è l’acronimo di Vertical Tracking Angle, angolo di tracciamento verticale, responsabile primario della sonorità di qualsiasi sorgente analogica. Qualsiasi braccio che si rispetti dovrebbe permettere la sua regolazione. Innanzitutto al fine di consentire l’impiego di testine dal corpo di altezza diversa, e poi alfine di intervenire sull’efficacia di estrazione delle informazioni dal solco e sull’equilibrio timbrico della riproduzione. Nella puntata dedicata alla messa a punto del giradischi affronteremo l’argomento più in dettaglio.

 

Criteri di scelta

I criteri di scelta del braccio sono dettati primariamente dalle caratteristiche meccaniche della testina che andrà a equipaggiarli, secondo il rapporto che lega in maniera inscindibile la massa del primo con la cedevolezza dell’equipaggio mobile della seconda. Prima ancora di questo aspetto, che è fondamentale non solo per il funzionamento della sorgente analogica ma di tutto l’impianto come vedremo nella prossima puntata, ce n’è uno ancora più importante, al quale però nessuno sembra interessarsi. Riguarda il peso complessivo del braccio e di tutta la sua struttura di sostegno, quasi mai dichiarato dai fabbricanti di tali dispositivi.

Si tratta di un parametro molto importante, in primo luogo per i giradischi con telaio sospeso, dato che se troppo elevato va a influire negativamente proprio sul funzionamento del sistema di sospensione, fino a vanificarlo del tutto.

Se il braccio è troppo pesante tende a squilibrare il sistema di sospensione, al punto da renderne la taratura più difficoltosa e addirittura a negarla nei casi più estremi.

Se si ha intenzione di scegliere un giradischi a controtelaio, soprattutto dalla consistenza minore rispetto a una corazzata, meglio rivolgersi a bracci dal peso contenuto. Per modelli a telaio fisso il problema è meno sentito, anche se per motivi evidenti non è bene utilizzare un braccio troppo pesante su una macchina leggera.

I costruttori di giradischi, soprattutto di quelli a telaio sospeso, non si sono mai sognati di dichiarare qual è il peso massimo del braccio utilizzabile senza nocumento per il sistema di sospensione da cui sono equipaggiate le loro macchine. Men che meno la pubblicistica di settore, in decenni di descrizioni sublimi e di lodi sperticate per i particolari più insignificanti di una qualsiasi apparecchiatura, soprattutto per quelli inesistenti, ha rilevato questo problema.

Forse perché è troppo concreto, quindi terra terra per le competenze specialissime di chi fa parte di tali redazioni. Il dubbio è se ciò è stato fatto al fine di sorvolare su un aspetto che avrebbe potuto generare ulteriori discriminati nei confronti degli oggetti reclamizzati in maniera palese o occulta sulle loro pagine, oppure perché non ci si è proprio posto il problema.

Ci sarebbe poi una terza possibilità atta a spiegare il motivo per cui di cose simili non si è mai parlato tranne una volta e si può immaginare chi lo abbia fatto. Riguarda l’effettiva installazione su un giradischi dei bracci che a suo tempo si sono “provati”. Operazione ben più lunga e complessa rispetto a collegare un paio di casse, un amplificatore o un lettore digitale al resto dell’impianto.

Che sia per questo che certe riviste hanno salutato l’avvento del digitale col più grande entusiasmo? Anche se, come suggerisce la saggezza popolare, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

 

 

 

 

 

 

 

 

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