“IL” giradischi – 2 Il telaio

Il telaio è forse l’elemento più caratterizzante per qualsiasi giradischi. Il suo scopo primario è quello di tenere insieme le diverse parti da cui è composta la macchina, ma ha un’importanza fondamentale su almeno altri due versanti. Quello che riguarda l’estetica dell’oggetto, che proprio dal telaio e dalle sue prerogative trae l’influenza maggiore, e soprattutto la caratterizzazione sonora della macchina, in funzione della sua forma, della sua funzionalità, dei materiali utilizzati e così via.

I telai dei giradischi si dividono in due grandi famiglie: la prima comprende i cosiddetti telai rigidi, la seconda quelli a sospensione. La scelta tra le due soluzioni si basa su una serie di considerazioni diverse e spesso su una vera e propria filosofia abbracciata da ciascun costruttore. Non sono rari tuttavia quelli che hanno adottato sia l’una che l’altra, a seconda delle caratteristiche di progetto, degli scopi che si prefiggevano o forse solo per accontentare i fautori di entrambe.

 

Telaio rigido o sospeso?

La scelta tra le due tipologie riguarda principalmente la volontà del costruttore e la necessità di ottenere un isolamento più o meno elevato dall’esterno e quindi dai disturbi di tipo meccanico eventualmente captabili dalla struttura. Come abbiamo visto nella scorsa puntata, il funzionamento del giradischi si basa sulla presenza della testina, elemento in grado di rilevare impulsi meccanici e di tradurli in segnale elettrico, in base alla sua qualità di trasduttore. Essa però non è in grado di discernere l’informazione utile dal disturbo, quindi per forza di cose si limita a trasformare qualsiasi stimolo meccanico in segnale elettrico. Di qui la necessità di porla il più al riparo possibile da disturbi, qualunque sia la loro origine. Tanto quelli di origine esterna, quanto quelli prodotti all’interno del giradischi, tipicamente dal motore ma c’è anche molto altro. Per quest’ultimo si utilizzano in genere degli isolatori in gomma o altro materiale, quando fa parte della struttura principale del telaio, oppure si usa un motore separato, soprattutto nelle macchine di impegno maggiore.

In una prima fase la sospensione del telaio venne effettuata in una forma semplificata, interponendo degli elementi elastici tra la base del telaio e la piastra, generalmente metallica, su cui erano fissati motore, perno e braccio. Questa è ad esempio la soluzione utilizzata dal Thorens TD 124 e dai giradischi Dual, mantenuta dal costruttore tedesco anche nella una fase in cui si era già affermata la soluzione a controtelaio. In quest’ultima, quello che in gergo tecnico è definito plinth va a costituire il contenitore esterno del giradischi ed è internamente cavo, per fare posto a una struttura che sostiene perno e braccio, da esso isolata per mezzo di un sistema di molle che di solito lavora in sospensione invece che in compressione. Quindi è intrinsecamente più efficace anche se più complessa da realizzare.

Lo schema realizzativo di un giradischi a controtelaio sospeso.

La paternità di questo sistema si attribuisce a Mitch Cotter, progettista del giradischi AR XA.

Il giradischi AR XA

In breve il controtelaio sospeso ha trovato grande diffusione, con l’impiego nella stragrande maggioranza dei giradischi a cinghia che hanno dominato il mercato negli anni ’70 e ’80, a iniziare dai Thorens delle serie 160 e 125 e loro successori, dal Linn Sondek LP 12, dall’Ariston Audio RD 80 e così via.

Per mezzo del controtelaio sospeso si è riusciti finalmente a debellare, o quantomeno a ridurre fortemente, il fenomeno del feedback acustico, in agguato negli impianti in cui la sorgente era costituita da un giradischi fin troppo leggero, malamente isolato e installato in modalità casuali. Il disturbo meccanico rappresentato dalle onde sonore emesse dai diffusori veniva captato dalla testina, trasformato in segnale elettrico e reinviato all’amplificatore e da li nuovamente ai diffusori, in una sorta di reazione ad anello che oltre a causare il caratteristico e fastidioso muggito, poteva anche mettere a repentaglio l’integrità degli altoparlanti.

All’epoca oltretutto ancora non si sapeva o quasi cosa fossero i tavolini per giradischi, quindi le sorgenti analogiche venivano sistemate su appoggi più meno improvvisati, i quali facevano la loro parte nel risuonare in maniera evidente, causando non solo un degrado per la riproduzione sonora ma anche ponendo in essere le condizioni in cui l’innesco del feedback acustico veniva facilitato.

Se il feedback acustico era un fenomeno particolarmente vistoso, non significa che evitando il suo innesco si fosse chiusa la partita. I disturbi meccanici di origine esterna possono avere effetti più sottili ma sempre dannosi ai fini della qualità di riproduzione. Rimuoverne le cause allora può essere anche più complesso, proprio perché si tratta di fenomeni difficili da comprendere, verificare ed eventualmente risolvere.

Il telaio rigido era diffuso invece tra le macchine giapponesi al di là del sistema di trazione adottato, le più economiche delle quali utilizzavano basi piuttosto leggere e quindi più esposte al fenomeno. Di qui la fama non particolarmente lusinghiera attribuita in generale agli esemplari di tale provenienza, che ha portato molti appassionati a scartarli a priori, soprattutto quelli che potevano permettersi i giradischi di costruzione europea, generalmente più costosi.

L’Ariston Audio RD80

I giradischi orientali di impegno maggiore, pur conservando il telaio rigido, avevano un’immunità adeguata al problema, proprio perché la massa più elevata rappresenta di per sé un antidoto di buona efficacia nei suoi confronti. Soprattutto quando abbinata a supporti smorzanti che già da parte loro andavano a mitigare alquanto l’influsso di tale fenomeno.

Il telaio sospeso ha anche lui i suoi limiti. In primo luogo il costo, dovuto alla maggiore complicazione progettuale, realizzativa e al numero di pezzi maggiore. Inoltre il sistema, per come è strutturato, va a costituire un filtro meccanico con punto di taglio pari a quello della risonanza del sistema di sospensione. Ne deriva che i disturbi di frequenza inferiore ad esso passeranno inalterati. Da non trascurare poi la relativa difficoltà di taratura, che ha spinto molti appassionati che non desideravano complicarsi la vita a preferire i modelli a telaio rigido. Un altro problema delle macchine a telaio sospeso riguarda i limiti che pongono nella scelta del braccio. Quelli troppo pesanti vanno a squilibrare la sospensione in maniera irreparabile, rendendone di fatto più difficoltosa, o addirittura impossibile, la taratura corretta.

 

Il giradischi all’inglese

Malgrado la presenza del sistema di sospensione, la complessità meccanica dei giradischi a cinghia degli anni 70 e 80 era molto minore rispetto alle macchine a puleggia dell’era precedente. Soprattutto per quel che riguarda i giradischi inglesi, veri e propri campioni di minimalismo, che proprio nell’eliminazione di tutto quanto non strettamente necessario, e dalla contemporanea realizzazione accurata di quel che resta, trovarono la ricetta per realizzare macchine di grande rilievo. Non a caso i giradischi di scuola inglese furono i dominatori praticamente incontrastati della scena nell’ultimo periodo dell’epoca analogica.

La scelta di puntare al sodo, ossia dedicando la massima parte delle risorse agli elementi di importanza maggiore per le doti sonore, dando quindi al contenuto il rilievo che merita invece di privilegiare soprattutto il contenitore a danno di tutto il resto come si fa adesso, fu la chiave di volta dell’ultimo periodo veramente luminoso per il settore inerente la riproduzione sonora amatoriale. Fu proprio allora che il settore acquisì il numero più elevato di appassionati, attratti proprio dalla possibilità di ottenere sonorità di grande soddisfazione a prezzi non impossibili.

Il LInn Sondek LP 12, vero caposaldo della tipologia dei giradischi a controtelaio.

In sostanza, l’esatto inverso di quello che avviene al giorno d’oggi, in cui sono capaci di chiederti oltre 100.000 euro per impianti che non sono nemmeno capaci di produrre una timbrica di naturalezza accettabile, figuriamoci il resto. Il bello è che invece di tenerli nascosti come meriterebbero, te li vengono a dimostrare in gran pompa nelle mostre di settore, pretendendo oltretutto di far credere si tratti di chissà cosa, con una gran faccia tosta. Poi però ci lamentiamo che c’è la crisi. Solo di vendite naturalmente, dato che proprio l’affollamento registrato negli ultimi appuntamenti fieristici sta a testimoniare che l’interesse degli appassionati è sempre vigoroso. Sono le occasioni che mancano, ma del resto se un intero settore ha deciso di mettere in pratica politiche commerciali suicide, cosa si può fare se non lasciarlo andare per la sua strada? Resta solo da sperare che il branco di lemmings da cui è dominato si sbrighi a gettarsi nel dirupo una buona volta, così da liberare il campo lasciando spazio a iniziative che abbiano almeno il pregio di un maggiore addentellato con le esigenze del mondo reale e delle persone, altrettanto reali, che lo popolano.

Torniamo quindi agli inglesi, che fecero un’operazione sostanzialmente semplice ma basata sulla conoscenza dei fenomeni che influiscono maggiormente sulla riproduzione sonora analogica, che a giudicare dalle soluzioni impiegate da altre macchine di quel periodo non doveva essere così diffusa persino tra alcuni dei fabbricanti più rinomati.

L’Heybrook TT2, un’altra delle macchine più efficaci basate sul concetto Linn.

A questo riguardo rivediamo per un momento i fondamentali del funzionamento del giradischi, basato come abbiamo detto su un dispositivo, la testina, atta a trasformare impulsi meccanici in segnale elettrico. E che, lo ripetiamo ancora una volta, è tanto più efficace quanto più riesce a trasformare in segnale elettrico anche le sollecitazioni meccaniche più sottili. La testina però, o meglio il fonorivelatore nella sua definizione corretta, non è in grado di discernere tra le sollecitazioni utili ai fini della riproduzione sonora e quelle che invece sono un disturbo. Va da sé che un dispositivo siffatto, per esprimersi al meglio, abbia bisogno di essere messo in condizioni di rilevare l’informazione audio con la massima efficacia, ma allo stesso tempo sia posto il più possibile al riparo da elementi che con questa non hanno nulla a che fare e anzi ne causano un consistente degrado.

I disturbi sono essenzialmente di tre tipi: quelli causati dalla riproduzione stessa, per via degli altoparlanti che emettono onde sonore, e quindi fenomeni meccanici sicuramente disturbanti; le vibrazioni prodotte dal motore, che quindi se possibile si cerca di porre fuori dal telaio o comunque di isolare da esso; le risonanze intrinseche dalla struttura stessa del giradischi, esposta ai fenomeni appena elencati.

Il Garrard 401 visto dal basso.

La ricetta messa a punto dagli inglesi fu semplice, e come tutte le cose semplici dimostrò la sua efficienza e funzionalità. I giradischi dell’epoca precedente erano caratterizzati dai rinvii e cinematismi tipici del loro sistema di trasmissione. C’erano poi quelli necessari a realizzare gli automatismi di funzionamento che si ritenevano irrinunciabili, in nome di una malintesa idea di progresso per la quale usare le mani forniteci da madre natura per eseguire direttamente un’azione sarebbe roba da trogloditi. Mille volte meglio usarle per spingere un bottone volto a comandare un automatismo che la esegua a sua volta. Gli inglesi, giustamente, in funzione della loro mentalità pragmatica, compresero che tutto ciò era non solo inutile ma controproducente. Proprio perché quell’armamentario non solo aveva un costo, di produzione e di assemblaggio, oltre a essere foriero di problemi in termini di affidabilità e manutenzione, ma finiva per danneggiare sensibilmente la qualità sonora. Proprio perché si tratta di elementi spuri che trovano alloggio nella struttura del giradischi e come tali sono tendenti a risuonare e quindi a penalizzare la riproduzione. Oltretutto si trattava spesso di lamierati metallici, ossia quanto di più pronto a vibrare e quindi a fare rumore in quantità maggiore. Uno sguardo alla parte inferiore di un giradischi tra i più rinomati dell’epoca precedente è più esplicativo di qualunque discorso.

Ci troviamo di fronte a una meccanica molto complessa, magari anche interessante da osservare, ma come sempre accade quello che viene apprezzato dall’occhio ha poco o nulla a che vedere con le leggi che riguardano la soddisfazione dell’udito. Tutta quella lamiera pronta a risuonare va a danno ovviamente della pulizia del segnale che viene rilevato dalla testina.

Il Michell Gyrodeck, un altro tra i grandi classici dell’analogico che hanno basato la loro fortuna sull’eliminazione di tutto quanto non sia strettamente necessario.

Fu così che gli inglesi tolsero di mezzo tutto il superfluo, arrivando in molti casi a obbligare persino a eseguire manualmente il cambio di velocità, spostando la cinghia da una gola all’altra della puleggia. Infatti tutto quello che non c’è non costa, non risuona, non si rompe e non ha bisogno di manutenzione. Risultato: alcuni tra i giradischi migliori della storia dell’analogico e realizzati a prezzi abbordabili, fatte salve alcune tendenze alla speculazione più smaccata. Che non mancano mai e sono le più pronte a trovare emuli in quantità.

A questo proposito va osservato che se le macchine monumentali e ipercostose sono ottime per sognare, non è poi questa grande impresa farle suonare decentemente, proprio per via della libertà pressoché totale nella scelta delle risorse e delle soluzioni più efficaci in termini assoluti.

Si tratta insomma del concetto del “mi piace vincere facile”, spesso applicato con tanta sicumera da riuscire a perdere anche partendo da simili condizioni di vantaggio. Ancora una volta le mostre di settore forniscono ottimi esempi al riguardo.

Ben più difficile invece è far suonare in maniera apprezzabile macchine la cui costruzione deve restare entro costi ben definiti e di solito limitati. Sono proprio queste, inoltre, a permettere concretamente alla comunità degli appassionati di ottenere doti sonore di un certo rilievo e su larga scala, non certo quelle destinate all’iperuranio di una clientela ristrettissima e particolarmente facoltosa, ma il più delle volte altrettanto incompetente. Della quale oltretutto il fine non è tanto l’eccellenza sonora ma l’acquisizione dell’oggetto da sfoggiare, con cui certificare una precisa posizione sociale.

Laddove possibile si cercò inoltre di dare la precedenza ai materiali dalla sonorità intrinseca ritenuta più valida, come il legno, rinunciando per quanto possibile ai metalli.

I denari risparmiati nel togliere di mezzo tutto l’armamentario di roba inutile si possono reinvestire negli elementi più critici del giradischi, come il perno, il suo alloggiamento, il reggispinta e poi l’articolazione del braccio e così via, ottenendo risultati degni della massima considerazione.

Capostipite di questo tipo di realizzazioni fu il Linn Sondek LP 12, che proprio per le sue doti sonore di grande rilievo fu affiancato in breve da una lunga serie di emuli che ne riprendevano più o meno fedelmente lo schema concettuale, sempre basato su trazione a cinghia, controtelaio sospeso e rinuncia a tutto quanto non strettamente indispensabile. Tra questi l’Ariston Audio RD 80 cui già si è accennato sopra, e poi Pink Triangle, Michell Gyrodeck, Heybrook TT2, Logic DM 101, Elite The Rock, Dunlop Systemdek, Walker CJ 55 solo per menzionare i più noti.

Oggi questa classe di giradischi trova interesse soprattutto negli appassionati che già all’epoca avevano acquisito le basi della loro esperienza. In seguito ai lunghi decenni caratterizzati dal predominio assoluto del digitale e all’analfabetismo di ritorno che per forza di cose ne è derivato, soprattutto i più giovani sembrano non riuscire più a comprendere queste macchine. Le motivazioni potrebbero essere diverse, ne vediamo almeno un paio.

Da un lato l’approccio all’analogico da parte degli appassionati più giovani oggi non può che avvenire secondo le concezioni, i gusti e lo stile di vita affermatisi durante l’era del digitale, caratterizzato da modalità di riproduzione ben precise e sulle quali questa fascia di pubblico ha costruito la propria esperienza. Che quindi va alla ricerca sopratutto di dinamica, che tra l’altro è uno tra i parametri più ingannevoli, per una somma di motivi che a suo tempo verrà analizzata, e di una sorta di effettismo che è quanto di più lontano dalle doti di naturalezza, pulizia, precisione, resa del dettaglio e capacità di riprodurre l’acustica ambientale del luogo in cui è avvenuta la registrazione tipiche dei migliori esemplari a controtelaio. Questo solo per menzionare alcuni parametri.

In secondo luogo oggi predominano criteri squisitamente consumistici, i quali che lo si voglia o meno vengono assimilati e premiano la superficialità e l’impiego frettoloso e distratto, piuttosto che l’applicazione, la consapevolezza, la cultura e la dedizione, cose che sono viste con sempre maggiore sospetto e presuppongono dispendio di tempo e disponibilità all’approfondimento e alla riflessione, del tutto incompatibili con i ritmi di vita attuali. .

Il Pink Triangle, uno tra i giradischi a sospensione di classe alta più ambiti dell’epoca.

Per esprimersi al meglio le macchine si concezione più raffinata hanno bisogno di taratura e messa a punto accurate, non solo per gli elementi da cui sono costituite ma anche per quelli di contorno. A quel punto possono produrre sonorità di grande bellezza nel complesso della loro musicalità più che nel singolo parametro, più o meno chiassoso.

Ai fini del loro ottenimento sono necessarie anche una capacità e una predisposizione a superare difficoltà che indubbiamente esistono e possono non essere di lieve entità. Quanto di più lontano dall’approccio semi casuale tipico di oggi.

Va poi tenuto conto del fatto che proprio per la loro natura, e per il posizionamento della sorgente nella catena di ascolto, determinati elementi di superiorità qualitativa sono i più fragili e di conseguenza i più facili ad andare perduti. Eventualità molto probabile se tutto il resto dell’impianto non è all’altezza e se i metri e metri di cavo posti a valle non sono in grado di lasciar passare, oppure tendono a coprire, informazioni di tale sottigliezza. A tale proposito andrebbe tenuto conto anche di quelli interni ad apparecchiature e diffusori. I cavi infatti sono l’elemento più efficace in assoluto per la produzione di degrado della qualità sonora, oltretutto secondo modalità ingannevoli. Infatti abbiamo maturato nei loro confronti la più radicata delle abitudini e senza neppure accorgercene. Proprio perché fanno parte di quello che riteniamo da sempre l’ambiente naturale entro il quale si svolge la riproduzione sonora.

Come vediamo, insomma, macchine di un certo tipo sono per appassionati pronti a dedicare loro il tempo, l’applicazione e le cure di cui necessitano: merce rara nella mcdonaldizzazione attuale.

 

Il passo avanti successivo

L’Ariston Audio RD 40, qui ritratto nella versione con motore in continua a regolazione elettronica. Da abbinare a questa versione era disponibile anche un piatto di peso maggiore

Tolto tutto il superfluo, cos’altro si poteva eliminare? Forse nulla, ma si sarebbe potuto ridimensionare il telaio, in modo da fargli raccogliere meno disturbi, per via della minore superficie esposta. E’ da considerazioni del genere che potrebbero essere nati i giradischi a pentola, in inglese “drum turntable”.

Nell’ultima fase dell’era analogica ebbero una buona diffusione e commenti ancora migliori da parte dei loro possessori. Malgrado si trattasse di macchine relativamente economiche, le loro doti sonore erano sorprendenti, potendosi confrontare su alcuni parametri con quelle di esemplari di maggiore impegno. I modelli più noti della specie furono il Dunlop Systemdek II, l’Ariston Audio RD 40 e il Walker CJ 61.

Dei tre, L’Ariston è quello che ha avuto il successo maggiore. Esteticamente era forse il più gradevole, anche per via dei barilotti esterni in metallo lucidato in cui alloggiavano le molle del sistema di sospensione. La regolazione avveniva mediante i pomelli superiori, comodi da raggiungere. Altre caratteristiche interessanti erano il clamp a vite, abbinato al piatto dalla superficie lievemente concava, che rendeva meno penalizzanti le ondulazioni dei dischi. In seguito alla versione base ne venne affiancata una con motore in continua a controllo elettronico e piatto più pesante, che migliorava di parecchio le doti sonore già di per sé interessanti. Caratteristica tipica anche di altri Ariston Audio, il piatto integrante la corona su cui corre la cinghia. Si evita così il ricorso a un contropiatto separato, con beneficio per la massima trasmissione di energia proveniente dal motore.

La caratteristica più evidente del Systemdek II era il piatto in vetro, abbinato a un telaio che si avvaleva anch’esso di sospensioni esterne. Ne derivava un aspetto generale decisamente avanzato per l’epoca, o meglio proiettato al futuro. Persino più dell’RD 40, a sua volta caratterizzato da soluzioni in qualche modo più classicheggianti, almeno visivamente.

Il Walker CJ 61, il più “a pentola” dei giradischi a pentola, dato il posizionamento delle sospensioni internamente al telaio.

Il Walker CJ 61 appariva invece come il più rinunciatario, seguendo la tradizione del costruttore, poco incline a perdersi in ammennicoli ma determinato più che mai a badare al sodo. Aveva la regolazione delle molle dal basso, forse più scomoda, ma il suo prezzo era di 90 sterline (!) e di circa 140 con braccio Mission 774. La critica dell’epoca affermò che aveva abbattuto una barriera di prezzo per giradischi dalle simili qualità sonore. Si trattava in effetti di un piccolo miracolo, che anche da noi destò sulle prime parecchio interesse, ma purtroppo senza tradursi nel concreto. Un vero peccato, dato che con l’impiego di materiali naturali, in particolari composti del legno per il telaio e l’esclusivo Tufnol per il piatto, il costruttore inglese era all’avanguardia per quel che riguarda il contenimento delle risonanze. O meglio, nell’arte di attribuire una connotazione sonica molto gradevole ai suoi giradischi, per quanto economici, che da molti appassionati venivano preferiti ad altri più costosi e rinomati.

D’altronde, su tutto quello che costa “troppo” poco, c’è poco anche da guadagnare. Sarà per questo che oggi le apparecchiature audio costano certe cifre?

Un Acoustic Signature dell’epoca attuale. A parte il dispendio molto maggiore di materiali, si nota la sovrapponibilità delle scelte tecniche con gli antesignani degli anni ’80.

Se pensiamo che il design a pentola ha esordito ormai più di 30 anni fa, possiamo comprendere quanto fosse all’avanguardia. Non a caso sono numerose le macchine che lo adottano ancora oggi, proprio a significare la validità dei concetti sui quali si basa. Il solo rimpianto è che all’epoca poté essere utilizzato quasi solo su macchine destinate alla fascia medio-economica per poi essere temporaneamente abbandonato, stante l’avanzata implacabile del digitale che avvenne proprio in quel periodo.

 

L’eretico

Il Rega “Union Jack”, dimostrazione che per fare qualcosa di interessante visivamente non c’è alcun bisogno di ricorrere allo sfarzo più chiassoso e a un dispendio di materiali quasi sempre di cattivo gusto: basta solo un po’ di fantasia.

In un panorama del genere, con le sue tavole rigide e leggere, quella di Rega rappresentava una vera e propria eresia. Che avesse le sue buone motivazioni lo conferma il fatto che a tanti anni di distanza queste macchine riescano a tenere testa alla concorrenza. Cosa impossibile se non possedessero le qualità necessarie, anche se non sempre è valido il contrario. Oltretutto il fatto che da allora a oggi abbiano subito solo ritocchi ma la struttura fondamentale sia rimasta la stessa, dimostra come il concetto di base fosse indiscutibilmente valido. Credo che giovi ripetere ancora una volta si fondasse sulla massima semplicità, criterio vincente di per sé e che oltretutto lascia lo spazio maggiore per curare al meglio gli elementi più importanti ai fini della qualità sonora, che ovviamente non sono quelli destinati ad accontentare l’occhio. Spesso anzi sono nascosti e a volte difficilmente comprensibili concettualmente, più che mai a un esame superficiale. Poi Rega è riuscito a dare motivi di interesse anche riguardo all’estetica, mediante le verniciature multicolori con cui ha presentato i suoi giradischi, dimostrandosi ancora una volta un precursore.

Senza aver mai posseduto un giradischi Rega, ne ho potuti ascoltare diversi in maniera approfondita, apprezzandone ogni volta le doti musicali al di là delle apparenze. Insieme alla storia del suo fondatore, uno che non aveva i soldi per comperarsi un giradischi e quindi decise di costruirselo, alla sua filosofia controcorrente, poco incline all’orpello e proprio per questo capace di giungere a risultati del massimo interesse per chiunque abbia una sensibilità musicale, trovano nel mio modo di pensare grande considerazione.

 

Non solo inglesi

Sebbene abbiano trovato il massimo sviluppo in terra britannica, anche se poi il più venduto in assoluto e non solo di quella tipologia è stato probabilmente il Thorens 160, i giradischi a controtelaio sospeso vennero prodotti un po’ dappertutto. Esempio tipico è l’Empire 598, nelle sue varie edizioni, sempre caratterizzato da un’estetica alquanto vistosa con le sue superfici dorate nonché da soluzioni alquanto in controtendenza rispetto alla ricetta inglese. Caso tipico quello del motore, di potenza oltremodo consistente e forse anche non necessaria, oltre a una serie di soluzioni alquanto lontane dal minimalismo della scuola britannica, improntate invece alla ridondanza caratteristica degli Stati Uniti, luogo di nascita di quel giradischi.

L’Empire 598 mkII, qui ritratto dopo il restauro che ha costretto a eliminare la finitura dorata del telaio che non ha retto l’insidia del tempo. Solo su alcuni particolari come il braccio è stato possibile mantenere la veste originaria.

Alcune serie furono dotate addirittura di una cappa antipolvere divisa in due trasversalmente, alla metà esatta della superficie, che da aperta realizzava un effetto visivo davvero particolare. Purtroppo però, come spesso avviene con i prodotti di origine americana, a tanta magnificenza non corrispondeva altrettanta resistenza a lungo termine.

Un esempio è dato dalla finitura dorata delle parti metalliche, forse l’elemento di caratterizzazione maggiore dei giradischi Empire a livello estetico, che però con gli anni tende a deteriorarsi seriamente, acquisendo un aspetto butterato assai poco gradevole. Questo è il motivo per cui oggi se ne possono trovare quasi solo del colore argenteo tipico del metallo, per forza di cose riportato a nudo al fine di conferirgli un aspetto presentabile, che si rivela più rigoroso dell’originale.

Il Pierre Lurné Romance

Altrettanto e forse ancora più interessanti sono stati i prodotti dell’industria francese, caratterizzati come al solito da un’originalità notevole. Senza andare a scomodare i modelli di impegno maggiore, come il Verdier La Platine, basta osservare un esemplare di rango ma ancora abbordabile come il Pierre Lurné Romance, caratterizzato non solo da prestazioni interessanti e anche da un’estetica particolare ed attraente ma per nulla sfarzosa.

 

Sospensioni alternative

Sul finire dell’epoca d’oro dell’analogico si pensò a soluzioni alternative per la realizzazione del sistema di sospensione. Una di esse fu quella basata sul cuscino d’aria. Idealmente era la più valida in assoluto, proprio perché si andava a eliminare ogni componente meccanica del sistema inteso nel senso tradizionale, massimizzandone l’efficienza e abbattendo ulteriormente le risonanze. Naturalmente scelte simili, intrinsecamente costose e ancor più complesse nella loro realizzazione pratica, trovarono spazio solo sulle macchine più costose in assoluto, come il Micro SX 8000. Questa soluzione è stata poi ripresa alle prime avvisaglie del ritorno in auge dell’analogico, anche se in maniera episodica e basata sulla carenza dei criteri minimi di serietà.

Il Klimo Tafelrunde a sospensione magnetica, completo del braccio Lancillotto.

Più di recente si sono sperimentate anche le sospensioni magnetiche, con risultati decisamente migliori, non solo dal punto di vista dell’affidabilità, ma anche della percorribilità di determinate soluzioni. Esempio tipico è il Klimo Tafelrunde. Lo stesso principio è stato esteso al braccio Lancillotto, uno tra i più lunghi in circolazione, coi suoi 15 pollici. Scelta, questa, che riduce al minimo l’errore radiale tipico dei bracci ad articolazione fissa, ma che trova una parziale controindicazione nell’aumento della massa e nella possibilità di risonanza e flessione di una canna tanto lunga.

 

Il telaio rigido

Il Luxman PD 350, come gli altri giradischi di quel costruttore era in realtà realizzato da Micro. La trazione era a cinghia, con motore in continua e piatto in ottone e alluminio da 9,5 chilogrammi. Disponeva di pompa a vuoto elettrica per il bloccaggio del disco sul piatto. Fu realizzato in 350 esemplari, uno solo dei quali arrivò sul mercato europeo.

Come abbiamo visto in precedenza, se il telaio sospeso è stato il preferito dalla stragrande maggioranza dei giradischi di scuola europea e di quelli ad essa assimilabili, sia pure con le dovute eccezioni, il telaio rigido è stato il preferito dell’industria orientale e senza grandi distinzioni per le scelte effettuate riguardo alla trazione. Questa soluzione, applicata a macchine di massa consistente ha dato risultati ovviamente diversificati ma in genere altrettanto interessanti.

Va detto innanzitutto che se di telai rigidi si trattava, lo erano fino a un certo punto, dato che tutti erano equipaggiati da piedi morbidi, che in sostanza assimilavano soluzioni in apparenza tanto diverse. Una volta poggiato su elementi elastici, anche il telaio rigido rappresenta un corpo smorzato, proprio come quello che sostiene braccio e piatto dei modelli a controtelaio, mentre le veci della base propria di questi ultimi sono fatte dal piano di appoggio sui cui il giradischi a telaio rigido viene sistemato. Cambiano magari la qualità, l’efficacia, la morbidezza e gli effetti della sospensione, ma il principio resta in sostanza lo stesso.

L’SX 8000 fu il giradischi definitivo di Micro: 134 kg di peso, massa del piatto da 26 tonnellate/cmq, perno su cuscino d’aria, aspirazione del disco a pompa. Non fu il più costoso dei Micro, titolo detenuto dal successivo SZ-1, da “soli” 88 kg di peso.

La differenza sostanziale sta invece nella filosofia di progetto, totalmente all’opposto: materiali generalmente leggeri per la scuola inglese, capaci di disperdere nel tempo più breve l’energia eventualmente accumulata; vero e proprio gigantismo per le macchine giapponesi di maggiore impegno, difficili da muovere ma ancor più da fermare, che potevano essere acquistate solo da pochi fortunati. Tutti o quasi i maggiori marchi orientali realizzarono giradischi di classe alta, ma alcuni si spinsero a livelli particolarmente elevati, come Micro e Luxman che proprio alla prima affidava la realizzazione delle sue macchine. Erano molto belle esteticamente, ma soprattutto caratterizzate da soluzioni realizzative di prim’ordine.

Della produzione giapponese più esclusiva dell’epoca, solo pochissimi esemplari sono arrivati sul mercato europeo, probabilmente nulla su quello italiano.

Da parte di Micro si ebbe a suo tempo quella che può essere vista come testimonianza attendibile riguardo a una realtà delle cose ben compresa all’epoca ma che oggi sembra difficile da accettare. Il costruttore giapponese più motivato alla produzione delle macchine analogiche di livello qualitativo assoluto tenne a lungo il piede in entrambe le staffe, quella della trazione diretta e della cinghia. Per le sue macchine definitive, realizzate immediatamente a ridosso dell’esplosione del digitale, tornò definitivamente alla cinghia. Ritengo alquanto poco probabile lo abbia fatto al fine di penalizzare le doti sonore dei suoi oggetti migliori.

 

La situazione attuale

Il telaio rigido è la soluzione di gran lunga più diffusa tra i modelli attualmente in commercio, molti dei quali di prezzo elevato. Ci si potrebbe chiedere se per caso non sia alfine di evitare le difficoltà insite nella taratura del sistema di sospensione, a favore di un pubblico forse impreparato ad affrontarle, soprattutto concettualmente. Ancora una volta queste macchine si affidano alla massa elevata per la riduzione della sensibilità ai disturbi meccanici esterni. A questo proposito va rilevato che uno tra gli elementi che hanno voce in capitolo è la forma del telaio e soprattutto la superficie esposta. Più è ridotta e meno efficace sarà la captazione dei disturbi dall’esterno, a tutto vantaggio delle condizioni in cui opera la testina.

Se poi a queste condizioni si abbina una massa elevata si possono ottenere risultati degni di interesse notevole. Queste sono le scelte operate da Kuzma per alcune delle sue macchine, tra le quali il modello di vertice, ritratto nell’apertura della prima puntata e quello più abbordabile.

Il Kuzma Stabi S

La sua forma particolare, una trave a T di ottone massiccio di spessore ragguardevole, e le conseguenze che ne derivano a livello meccanico, ci offrono la possibilità per parlare di un elemento che forse è il più importante tra le funzioni del telaio. Si tratta del mantenimento delle corrette relazioni geometriche tra i suoi diversi elementi. In particolare tra perno del piatto e asse di rotazione del braccio. A questo riguardo va tenuto conto che il compito del giradischi è rilevare le informazioni contenute nel solco del disco vinilico, le cui dimensioni sono dell’ordine dei micron. Va da sé che ai fini della migliore efficienza nella loro estrazione, è necessario che le parti meccaniche del dispositivo adibito allo scopo abbiano una precisione superiore alle dimensioni dell’informazione più minuta che si intende rilevare. In mancanza, ci si dovrà limitare a quelle più grossolane. Proprio qui risiede la motivazione per le prestazioni migliorabili di tanti giradischi.

La capacità del telaio di influenzare profondamente, nel bene e nel male, il comportamento sonico del giradischi è un argomento ben noto anche ai cultori delle macchine vintage. Ecco perché ripongono grande attenzione alla realizzazione dei plinth atti ad accoglierle, spendendo talvolta di più per tale elemento che non per l’acquisto e il restauro dei modelli da loro preferiti. Il tipo di legno, l’invecchiamento, il trattamento e la conformazione delle superfici interne sono alcuni tra gli aspetti più rilevanti della questione, conferma ulteriore della grandissima importanza rivestita dal telaio nei confronti di qualsiasi sorgente analogica.

Il plinth per Garrard 301 realizzato da Giuseppe Carrino di Napoli. Può accogliere due bracci, di lunghezza diversa.

 

 

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  1. Reply Fulvio 14/03/2017 at 4:26 pm

    Grande!!!

    • Reply Claudio 14/03/2017 at 8:43 pm

      Grazie Fulvio per l’attenzione e l’apprezzamento.

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