“IL” giradischi – 1 La trazione

Alcuni appassionati mi hanno chiesto di pubblicare una guida riguardo a giradischi e sorgenti analogiche, oggi tornati alla ribalta in maniera prepotente ma riguardo ai quali vi sono numerose lacune, dovute alla perdita della cultura formatasi nel periodo precedente. Ossia durante la fase in cui il digitale ha prima affermato e poi mantenuto il suo predominio quasi assoluto, lunga a sufficienza per produrre un gap virtualmente incolmabile tra i vecchi appassionati, quelli nati con l’analogico e per forza di cose adattatisi al digitale, e i più giovani che invece hanno percorso la strada inversa. Nati con il digitale hanno in seguito scoperto l’analogico, per diventare non di rado i sostenitori più convinti delle sue doti di musicalità e naturalezza.

I nuovi cultori dell’analogico però si sono trovati di fronte all’assenza di riferimenti o modelli che li potessero aiutare nella gestione di un sistema già complesso di per sé, ma che lo diventa ben di più nel momento in cui si deve procedere a tentoni. Oltretutto su un terreno che presenta numerose possibilità di errore ed è altrettanto ricco di elementi di non facile comprensione, come quello che riguarda giradischi, bracci e fonorivelatori. Mettiamoci pure i preamplificatori phono, dato che ormai fanno parte a tutti gli effetti dell’arsenale necessario alla riproduzione del supporto vinilico, stante la loro eliminazione dal corredo delle amplificazioni, avvenuta in seguito all’affermazione del digitale in via (quasi) definitiva. Di essi ci occuperemo in una puntata dedicata espressamente all’argomento.

Stiamo osservando insomma quanto si verifica di solito nelle culture che si vanno a riesumare dopo un lungo periodo di abbandono, delle quali si scopre di aver perso i fondamentali. La serie di articoli qui all’esordio è appunto un tentativo di colmare, nei limiti propri dello strumento utilizzato, le lacune in termini di conoscenza e modalità di gestione oggi così diffuse nel settore dell’analogico.

Il primo argomento di cui ci andiamo a occupare è la trazione. Si tratta di un elemento fondamentale, non solo perché senza di essa il piatto non gira, ma anche per il suo influsso sostanziale, a seconda delle modalità con cui la si realizza, su numerose tra le caratteristiche sonore del giradischi.

Al fine di poterne valutare gli influssi in maniera corretta, e non solo in base a una serie di impressioni più o meno campate in aria, sul luogo comune o sui commenti di forum e social, troppo spesso fondati sulla qualunque, innanzitutto si dovrebbero avere presenti le modalità funzionali del giradischi e le loro conseguenze. Cosa per nulla scontata: dubbi simili sono esprimibili anche nei confronti di alcuni tra i costruttori più in vista, nel momento in cui si osservano in maniera neppure troppo approfondita le macchine commercializzate nell’epoca d’oro dell’analogico. In seguito a un esame siffatto ci si forma appunto l’idea che neppure loro avessero ben presenti gli aspetti fondamentali della questione. O quantomeno che non li abbiano tenuti nella considerazione dovuta.

Non che oggi la situazione differisca granché, sia pure in altri settori della riproduzione sonora. Malgrado il bagaglio di conoscenze molto accresciuto rispetto all’epoca di cui stiamo parlando, si ha l’impressione che alcuni costruttori penalizzino volutamente le apparecchiature da loro messe in commercio.

 

Funzionamento del giradischi

La capacità del giradischi di produrre un segnale elettrico a partire dalla modulazione presente nel supporto vinilico, deriva appunto dalla rotazione del disco, sul quale viene appoggiato un fonorivelatore, o testina. Seguendo in maniera che si suppone fedele la traccia incisa nel solco, essa trasforma il movimento del cantilever, ossia l’asticciola in fondo alla quale è applicato lo stilo, appunto in segnale elettrico. Detto altrimenti puntina, lo stilo è l’elemento che va materialmente a contatto del solco ricavato sulla superficie del disco. Massa, forma e materiale dello stilo ne influenzano profondamente l’efficacia nel raccogliere la massima parte possibile delle informazioni audio immagazzinate nel supporto. Ne parleremo in maniera più approfondita al momento opportuno.

Come avviene per tutti i dispositivi sui quali si basa la riproduzione sonora, nel suo funzionamento la testina non è in grado di discernere il segnale utile da quello che invece è disturbo. Dato che l’efficacia della testina è tanto maggiore quanto più è in grado di tradurre in segnale elettrico anche gli impulsi meccanici più infinitesimali, va da sé che se vogliamo sfruttare il potenziale in termini di qualità sonora di un simile dispositivo, è necessario fare in modo che si trovi nelle condizioni adatte a raccogliere nel modo migliore il segnale audio, ma allo stesso tempo resti il più possibile isolato dai fenomeni meccanici che con esso non hanno nulla a che fare.

Il motivo è semplice: quei disturbi verrebbero trattati alla stessa stregua del segnale audio e amplificati massicciamente, dato il livello di uscita molto basso dei fonorivelatori. E’ pari a qualche millesimo di volt per i modelli a magnete mobile e assimilati, che si riducono a decimi o addirittura centesimi di millivolt per quelli a bobina mobile, ma deve essere portato a un livello tale da poter essere emesso dagli altoparlanti, per giunta a pressioni sonore che spesso oltrepassano i 90 dB.

Compito del giradischi, insomma, non è solo quello di far girare il piatto nella maniera più costante e uniforme possibile, ma di porre il dispositivo di trasduzione che si occupa di trasformare il movimento meccanico in impulsi elettrici, il più al riparo possibile da qualsiasi forma di disturbo.

 

La trazione a cinghia

I concetti appena descritti sono quelli che hanno portato alla realizzazione dei giradischi con trazione a cinghia. La loro semplicità concettuale è estrema, elemento che nel settore audio si è rivelato spesso pagante. Si tratta in sostanza di un motore che muove il piatto per mezzo di un cinghia di trasmissione, secondo la demoltiplica più opportuna ai fini della velocità di rotazione desiderata. La si ottiene innanzitutto agendo sulla relazione dimensionale tra la puleggia applicata sull’asse del motore e il piatto del giradischi, in funzione del numero dei giri del motore.

Per motivi di ordine realizzativo, non sempre la cinghia agisce direttamente sul piatto, ma su un contropiatto a contatto con esso oppure ricavato direttamente nel suo stampaggio.

La semplicità concettuale del sistema a cinghia in uno tra gli esemplari più rappresentativi dell’epoca di massimo fulgore dell’analogico anche sotto il profilo prestazionale, il Micro RX 1500.

La cinghia è realizzata per solito in gomma, a sezione quadra o piatta, più raramente tonda. In quanto tale, e in base alle caratteristiche del materiale con cui è realizzata, la cinghia va a realizzare un isolamento tra il motore, che non fornisce soltanto il moto al tutto ma è anche una delle principali fonti di disturbo per le condizioni di lavoro della testina, e il piatto. La cinghia insomma rappresenta un elemento di buona efficacia ai fini del filtraggio dei disturbi meccanici emessi dal motore.

Allo stesso tempo però, essendo un elemento di disgiunzione tra motore e piatto, in sostanza va a disperdere una parte dell’energia propria della rotazione del motore, così da influenzare la sonorità del giradischi. La sua elasticità, infatti, comporta smorzamento, da cui immagazzinamento di energia, che a sua volta determina ritardo e quindi una sonorità che ne risente quanto a focalizzazione e decisione nei transienti.

In questo vediamo come l’aspetto più favorevole di una soluzione, sotto altri punti di vista possa rappresentare il suo punto debole più evidente. Tali caratteristiche, inoltre, permettono alla cinghia di mitigare in qualche misura gli effetti prodotti dalle sottili irregolarità di rotazione del motore, più o meno rilevanti in funzione delle sue modalità realizzative. Questo non significa ovviamente che se un motore gira a velocità sbagliata ed è affetto da fluttuazioni di velocità consistenti, la cinghia può risolvere tali problemi.

Fondamentale, quindi, nell’economia del giradischi con trazione a cinghia, è proprio la realizzazione di quest’ultima e il materiale da cui trae origine. Il suo coefficiente di elasticità influisce sull’efficacia del filtraggio dei disturbi emessi dal motore, ma allo stesso tempo sulla trasmissione di energia al piatto. Lo stesso vale per la sua lunghezza. Se il motore è più vicino al piatto, a parità delle altre soluzioni realizzative il piatto riceverà la quantità più grande del disturbo che emette, oltretutto filtrata meno da una cinghia più corta. Allontanando il motore, la captazione dei disturbi viene a essere meno efficace. Allo scopo i giradischi per i quali la ricerca di qualità sonora è maggiore tendono proprio a separare il motore dalla struttura principale del telaio, il che comporta quasi sempre un allungamento della cinghia. Di qui superiori proprietà filtranti, non solo per i disturbi ma anche per l’energia che idealmente dovrebbe essere trasferita in massima parte al piatto.

Eccoci allora di fronte a una delle numerose contraddizioni che si possono incontrare nei sistemi di riproduzione sonora, peraltro vistosa. Questo ha spinto a sperimentare con materiali alternativi per la realizzazione della cinghia. Gli esempi più tipici riguardano il filo interdentale, la seta chirurgica e il mylar, ricavabile ad esempio dal nastro magnetico contenuto nelle vecchie cassette, di cui detto materiale funge da supporto per lo strato registrabile.

Un ulteriore vantaggio per la trazione a cinghia, in molti casi decisivo, è stata l’economicità di realizzazione del sistema che se ne avvale, tantopiù se confrontata con i costi tipici dei modelli con trazione a puleggia, caratterizzati da una complessità e da un numero di parti più elevato. Ciò non significa che la trazione a cinghia sia una soluzione adatta esclusivamente ai giradischi più economici, tutt’altro. Numerosi tra i modelli più rappresentativi della storia dei giradischi, e caratterizzati da doti sonore di rilievo assoluto, hanno utilizzato tale sistema.

Nondimeno, ricorrendo al suo impiego è stato possibile realizzare macchine di grande spartanità e costo abbordabile, e caratterizzate da prestazioni molto interessanti, se non addirittura imprevedibili. Il caso più tipico è quello dei giradischi Rega, ma anche altri marchi si sono distinti al riguardo.

Con l’adozione di un sistema di trasmissione più economico, a parità di costi di produzione è possibile devolvere risorse maggiori verso i componenti più critici per la qualità sonora: perno, reggispinta, telaio, articolazione del braccio e così via.

Un numero minore di parti significa anche meno elementi che possono vibrare o entrare in risonanza, elemento subdolo se vogliamo ma di grande influenza penalizzante per le doti musicali di qualsiasi giradischi, non sempre tenuto nella considerazione che merita dai detrattori della trazione a cinghia. Oggi sono particolarmente numerosi, conseguenza possibile della perdita del patrimonio culturale costituito nel periodo di massimo fulgore per le sorgenti analogiche

Il Rega Planar 3, esempio tipico di come una realizzazione semplice e di prezzo contenuto possa dare risultati interessanti, o addirittura inattesi, anche in termini di qualità sonora.

Un altro aspetto della trazione a cinghia è dato dalla relativa facilità con cui essa va a usurarsi, soprattutto nel caso in cui debba trascinare un piatto più pesante di tanto. Per ovviare almeno in parte al problema si può dare manualmente il colpo di avvio al piatto, per poi accendere il motore. In questo modo lo sforzo di trazione maggiore viene risparmiato alla cinghia, allungandone la vita utile.

Col passare del tempo, tuttavia, il materiale con cui è realizzata la cinghia tende a perdere le sue caratteristiche di elasticità. Quindi a un certo punto ci si troverà comunque a doverla cambiare.

 

La trazione diretta

Se nell’epoca d’oro dell’analogico la trazione a cinghia ha trovato la diffusione maggiore tra i giradischi di scuola europea, tranne alcune eccezioni la trazione diretta è stata invece il cavallo di battaglia dell’industria audio giapponese. Soprattutto per i modelli di maggiori pretese.

In realtà il primissimo brevetto per la trazione diretta fu depositato da Thorens nel 1929. Lo stesso costruttore realizzò modelli basati su di essa nei primi anni ’50, che però vennero sopravanzati in termini di precisione di velocità e fluttuazioni contenute da Garrard con il suo 301, dotato di trasmissione a puleggia. La risposta di Thorens fu il TD 124 che utilizzava un sistema misto alquanto complesso, a cinghia e puleggia.

Il Thorens TD 124

Tra i motivi che portarono al diffondersi della trazione diretta ci furono le richieste delle stazioni radio, che allora adoperavano giradischi a puleggia, per avere macchine più affidabili e di manutenzione più economica. I loro giradischi lavoravano 24 ore al giorno per 7 giorni la settimana e quindi necessitavano di una manutenzione costante ed eseguita con la massima puntualità, il che comportava anche il disporre di esemplari di riserva, aumentandone ancor più i costi gestionali.

Il concetto alla base della trazione diretta è diametralmente opposto a quello della trazione a cinghia: invece di avere un elemento più o meno smorzante a fare da tramite tra un motore e un piatto situati a distanza, li si legano meccanicamente a formare un tutt’uno, soluzione insuperabile ai fini del massimo trasferimento di energia. Per forza di cose però, la trasmissione dei disturbi prodotti dal motore è altrettanto efficace, dato che il piatto è imperniato direttamente sull’asse del motore. Ad essa si affianca un ulteriore elemento di penalizzazione, che consiste in una sollecitudine almeno pari nel riportare al piatto la benché minima irregolarità di rotazione del motore, gli effetti della quale sono magnificati proprio dall’assenza, almeno in via concettuale, di elementi intermedi dalle funzioni smorzanti.

Altra differenza è l’avvalersi da parte della trazione a cinghia di motori piccoli che ruotano velocemente, la trazione diretta invece abbisogna di motori più potenti ma che girino piano.

Al pari dei loro predecessori a puleggia, i trazione diretta vantano grande rapidità per raggiungere la velocità nominale. La si otteneva mediante motori a coppia elevata, generalmente a 32 poli, caratterizzati però da fluttuazioni alquanto elevate. Sono dovute ai magneti permanenti applicati al rotore, che nella rotazione vengono a trovarsi a distanza variabile dagli avvolgimenti dello statore. Poiché il campo di un magnete permanente è più forte alle estremità e più debole al centro, si determina un continuo variare del valore di coppia in funzione della posizione reciproca di tali elementi, da cui deriva un’oscillazione della velocità di rotazione in corrispondenza del suo valore nominale. Aumentando il numero dei poli, scelta necessaria per l’ottenimento di valori di coppia elevati, a loro volta necessari per raggiungere nel modo più rapido la velocità desiderata, l’effetto descritto diviene ancora più marcato per intensità e frequenza.

Dato che, come abbiamo visto, nei trazione diretta il piatto è imperniato sull’asse del motore, non c’è un elemento meccanico che agisca in qualche modo da filtro nella trasmissione delle irregolarità di rotazione, funzione che nei trazione a cinghia è svolta proprio da tale elemento. Questo è uno tra i motivi che la rendono tanto diffusa anche tra le macchine di alto livello.

Al fine ovviare al problema, tanto maggiore a causa dell’impiego di motori potenti,  si iniziò con il rendere alquanto lasco l’accoppiamento tra motore e piatto, utilizzando poi dispositivi elettronici di controllo che almeno in teoria avrebbero dovuto controbilanciare le irregolarità di rotazione insite nel motore elettrico, sottili ma continue.

Le macchine a trazione diretta dunque vennero equipaggiate da un sistema di servocontrollo, atto a stabilizzarne la velocità di rotazione. In genere era realizzato mediante un generatore di frequenza, atto a fornire il segnale di riferimento, abbinato a un circuito ad aggancio di fase PLL, acronimo di Phase Locked Loop. Molto efficaci sulla carta e alle verifiche di laboratorio, in cui i trazione diretta ben realizzati hanno ottenuto i responsi migliori in termini di precisione e costanza della velocità di rotazione, in realtà erano caratterizzati da modalità di funzionamento fin troppo incisive. In pratica si instaurava una sorta di braccio di ferro tra motore e piatto, fatto di una continua azione di frenaggio e accelerazione, proprio nel tentativo di neutralizzare il fenomeno che aveva obbligato all’impiego dei sistemi di controllo. Ne conseguiva un effetto che sulla carta poteva sembrare della massima efficacia, dati i valori di fluttuazione ottenuti, dal numero ragguardevole di zeri tra la virgola e la prima cifra significativa, ma che in realtà negava semplicemente una rotazione del piatto davvero costante.

All’atto pratico ciò risultava in doti sonore non del tutto convincenti, di qui la fama di molte macchine a trazione diretta. Soprattutto quelle più economiche, che con i loro piatti leggeri non avevano neppure una massa volanica di qualche rilievo a mitigare tale fenomeno.

Riflettendoci, il discorso fatto fin qui somiglia parecchio a quello che legava controreazione e bassissime distorsioni al banco di misura, con le sensazioni insoddisfacenti ricavate dall’ascolto degli amplificatori che utilizzavano tale accorgimento nel modo più massiccio, come quasi tutti quelli in commercio più o meno nello stesso periodo.

Va detto che il fenomeno del cosiddetto “cogging” è intrinseco nei motori elettrici. Ci sono alcuni accorgimenti per limitarlo, come il posizionamento dei poli opposti in diagonale o la loro sovrapposizione, come avviene nella macchine a trazione diretta più moderne e progettate in funzione delle doti musicali, ma non può essere neutralizzato del tutto.

Dunque le conseguenze dei problemi insiti nella trazione diretta e nei rimedi che si adottarono nel tentativo di risolverli sono individuate come la causa primaria per lo scarso successo che incontrarono presso gli appassionati più esigenti. Questi ultimi infatti hanno dimostrato di tollerare meglio le doti di impatto e dinamica alquanto meno esplicite dei modelli a cinghia rispetto alle conseguenze tipiche dei sistemi utilizzati per la realizzazione dei trazione diretta. La loro prerogativa stante nell’esibire valori eccellenti sulla carta, ai quali però non corrisponde un comportamento sul campo altrettanto lusinghiero è un tipo di evento piuttosto comune nell’ambito della riproduzione sonora. Tuttavia, come vedremo anche più avanti, si insiste a non volerli considerare e men che meno a trarne le conseguenze da essi suggerite a gran voce. Proprio perché non c’è sordo peggiore di chi non vuol sentire e questo, paradossalmente, avviene nella maniera più evidente proprio in un ambito cui all’udito è attribuita l’importanza maggiore.

Le soluzioni fin qui descritte comportavano inoltre l’impiego di circuitazioni che per via delle capacità di integrazione tipiche dell’epoca erano piuttosto complesse. Oltre a rappresentare un elemento di potenziale disturbo anche ai fini delle risonanze della struttura, per forza di cose rilevate poi dalla testina, costituivano una voce di costo non trascurabile, che soprattutto nelle macchine che non erano ai vertici del listino dei rispettivi costruttori obbligava a risparmiare sugli elementi più critici ai fini della qualità sonora: braccio, telaio e così via. Motivo, questo, di ulteriore sospetto da parte degli appassionati più avvertiti ed esigenti.

Ancora un Micro, il DQX 1000, quale esempio di trazione diretta, qui nella visione in esploso che ne facilita la comprensione del principio funzionale.

Ai tempi, inoltre, i valori di fluttuazione particolarmente contenuti ottenibili dai sistemi a trazione diretta servocontrollati elettronicamente, spingevano talvolta  i costruttori all’adozione di piatti fin troppo leggeri, voce di risparmio considerevole nei confronti di uno tra gli elementi più costosi nella realizzazione di un giradischi, argomento nei confronti del quale la logica industriale ha una sensibilità particolare. Si considerava infatti che l’effetto volano prodotto dalla massa del piatto non fosse più così necessario, proprio in virtù della precisione intrinseca dei sistemi a trazione diretta servocontrollati. In tal modo, però, da un lato se ne andavano a magnificare ulteriormente gli effetti nefasti, e dall’altro si rinunciava agli effetti benefici di un piatto pesante non solo dal punto di vista meccanico ma anche di quello sonoro. Una massa maggiore, infatti, risulta quasi sempre di aiuto nel produrre sonorità più solide e potenti.

Nel corso del tempo i costruttori più legati alla trazione diretta trovarono i sistemi per ovviare almeno in parte ai suoi difetti più vistosi. Realizzando infine macchine non così lontane dai migliori modelli a cinghia, anche se a prezzi molto elevati, tali da sconsigliarne una distribuzione che non fosse occasionale sul nostro mercato.

Eccoci di fronte a un altro esempio di come i sistemi che a uno sguardo superficiale possono apparire come i più funzionali ed economici, nel momento in cui occorre trarne le caratteristiche indispensabili a renderli efficaci negli impieghi del mondo reale abbisognano di una serie di interventi tale da renderli oltremodo complessi e costosi. Altra lezione della quale è stata più volte dimostrata la ferma volontà di non tenere conto.

La produzione in grande serie e la concorrenzialità dell’industria giapponese sul fronte dei costi, allora quasi imbattibile, permise infine l’affermarsi di fenomeni come quello rappresentato dal Technics SL 1200, che ha trovato grande apprezzamento e diffusione tra i disc jockey. Soprattutto per via delle sue doti di robustezza e affidabilità, anche nelle condizioni malagevoli tipiche del settore, dove oltretutto la “botta” serve molto più della raffinatezza. Tali caratteristiche sono senza dubbio apprezzabili in un’ottica specifica, ma ancora una volta non hanno molto a che vedere con gli aspetti legati più strettamente alla qualità sonora.

Un ulteriore elemento vantaggioso, sotto determinati punti di vista, è dato dalla possibilità tipica della trazione diretta di realizzare controlli di velocità particolarmente efficienti e dagli effetti in pratica immediati. Si tratta di un’altra caratteristica utile nell’ambito delle discoteche, ma che di nuovo non ha legame alcuno con la possibilità di ottenere le prerogative di maggior rilievo in termini musicali.

Nondimeno, sulla scia del successo ottenuto nell’ambiente semi-pro, nel momento in cui l’analogico è tornato alla ribalta, macchine simili hanno trovato un ampio seguito, forse in proporzioni ancora maggiori di un tempo. Di qui la richiesta sostanziosa sul mercato dell’usato, osservabile come sintomo della perdita per le cognizioni di base relative alla riproduzione analogica e per la cultura ad essa legata, prodotta dai lunghi anni di dominio incontrastato del digitale.

Proprio in conseguenza di tanta richiesta, dell’SL 1200 è stata ripresa la produzione, in versione riveduta e corretta, ma probabilmente anche più adeguata ai canoni attuali della produzione in grande serie. A prezzi che però mettono fortemente in discussione la possibilità di ripetere gli exploit del passato.

 

La trazione a puleggia

Sistema più diffuso negli anni ’50 e nei primi ’60, quando le necessità prestazionali non erano ancora così sentite e diffuse, la trazione a puleggia era superata concettualmente e dal punto di vista commerciale già all’inizio degli anni ’70. Prerogativa degli anni in cui fu in voga è la robustezza delle macchine che ne facevano uso, tipica di un approccio progettistico e realizzativo in cui l’obsolescenza programmata era di là da venire e il giradischi era ancora un bene di lusso, destinato a un tipo di clientela ben preciso.

Come specifica la sua denominazione, la trazione a puleggia si avvaleva di tale componente per mettere a contatto motore e piatto, trasferendo a quest’ultimo il movimento, con tutte le conseguenze del caso. Altrettanto tipica è la complessità meccanica delle macchine che impiegavano questo tipo di trazione, ricco di rinvii, leveraggi eccetera, che oltre a essere costosi erano caratterizzati da un’ineliminabile tendenza alla risonanza. Elemento se vogliamo non così importante, almeno a quei tempi, proprio perché il disturbo da essi causato, seppure importante, finisce con l’essere minoritario rispetto a quello prodotto dal sistema di trazione. Anche quando perfettamente a punto, la trazione a puleggia era caratterizzata da valori di rumble, parametro che indica la trasmissione dei disturbi provenienti dal motore, di svariati dB, a volte decine, più elevati rispetto alle macchine a trazione diretta e ancora più di quelle a cinghia.

Uno dei grandi classici a puleggia, il Garrard 401.

Alla complessità realizzativa del sistema di trazione a puleggia si andava ad affiancare quella prodotta dagli automatismi di funzionamento del braccio, ritenuti irrinunciabili nel periodo in cui tali macchine dominavano il mercato. Oltre a causare ulteriori problemi in termini di risonanze, la loro presenza comporta costi di manutenzione ancora più alti di quelli già rilevanti tipici di questa modalità di trazione, anche se per altri versi la robustezza intrinseca delle macchine che se ne avvalgono gioca a favore dell’affidabilità.

In particolare è proprio la puleggia da tenere d’occhio, dato che l’usura cui è sottoposta nel funzionamento può causarne la deformazione, esiziale ai fini della regolarità e della costanza di rotazione del piatto. L’età generalmente avanzata di queste macchine fa si che spesso il materiale di contatto sia indurito, da cui un ulteriore peggioramento della rumorosità di fondo, che di per sé è il maggior punto debole del sistema.

La trasmissione di un Kenwood PU400 pone in evidenza la complessità meccanica dei giradischi a puleggia.

Malgrado tante contrarietà, o forse proprio in virtù della loro esistenza che le rende più affascinanti, le macchine a puleggia hanno un seguito alquanto numeroso di appassionati, pronti a giurare sulla superiorità dei loro preferiti. Limitazioni tipiche del sistema a parte, va detto che le prerogative dell’epoca in cui si affermò, con particolare riguardo al peso, e quindi alla massa delle componenti utilizzate, gioca a favore di alcune caratteristiche inerenti la riproduzione sonora. Le particolarità tipiche dei sistemi che prevedono il vincolo più stretto tra motore e piatto, in termini di capacità di trasmissione dell’energia, fanno il resto, attribuendo in effetti alle macchine a puleggia prerogative sonore piuttosto esplicite, nel bene e nel male. Ne caratterizzano il comportamento in maniera ben riconoscibile e sostanzialmente diversa da quello tipico dei giradischi che impiegano altri tipi di trazione.

In conseguenza del ritorno di interesse che ha riguardato le macchine a puleggia, alcuni costruttori hanno ritenuto il caso di riproporre giradischi dotati da questo tipo di trazione. Stiamo parlando di tentativi dal carattere episodico che non hanno trovato grande seguito.

 

Giradischi professionali

Parlando di trazione a puleggia è opportuno ricordare che nella prima fase del revival dell’analogico ha avuto una certa risonanza il fenomeno dei residuati “broadcast”. Il numero di esemplari per forza di cose limitato disponibile sul mercato, ha fatto si che vi si attribuisse un’importanza ancora maggiore, soprattutto da parte di chi è più sensibile all’esclusività dell’oggetto posseduto che non alla sua effettiva funzionalità.

Dunque le macchine dismesse dalle stazioni radio più importanti e dalle emittenti di Stato, non prima di essere state sfruttate alla morte, seguendo vie più o meno traverse sono arrivate sul mercato dell’usato. Qui per le motivazioni consuete hanno trovato all’istante un buon numero di estimatori. E anche chi ha intravisto i vantaggi altrettanto usuali nel farsi pagare a peso d’oro per restaurarle.

Per quanto interessanti dal punto storico e filologico, a macchine simili non si potevano attribuire le caratteristiche da primato assoluto che si pretendeva avessero, e hanno avuto il loro ruolo nel causarne l’ascesa a quotazioni ingiustificate. Tantopiù per i costi da affrontare per riportarle a condizioni d’impiego almeno dignitose.

Date le loro origini si tratta di macchine quasi sempre reduci da carichi di lavoro oltremodo gravosi, tipici appunto dell’impiego broadcast, che in vista della loro dismissione hanno probabilmente sofferto di trascuratezza nella loro manutenzione. Le condizioni tipiche dei loro elementi più esposti a usura, come perni e loro alloggiamento, reggispinta ecc. lo dimostrano vistosamente. Andarli a sostituire è impensabile, ammesso che sia possibile, malgrado siano elementi fondamentali per l’effettiva qualità di riproduzione di qualsiasi giradischi.

Macchine del genere, inoltre, sono nate per scopi del tutto diversi da quelli inerenti l’ottenimento del più elevato livello prestazionale in termini musicali. In esse si ricercavano innanzitutto la massima affidabilità e la capacità di lavorare ininterrottamente per periodi di tempo particolarmente lunghi, del tutto inconcepibili nell’impiego amatoriale. La loro costruzione, per robustezza e dispendio di materiali, ricorda quella di carri armati. Per quanto possa influenzare fortemente la percezione di appassionati privi di grande esperienza e consapevolezza, elementi simili hanno poco a che fare con la possibilità di ottenere i livelli di qualità sonora propri di macchine di progettazione più moderna e soprattutto mirata all’ottenimento di prerogative ben precise.

Insomma, si tratta di qualcosa di paragonabile a voler correre un Gran Premio di Formula 1 con un fuoristrada, o proprio con un cingolato per impieghi bellici, dotato anche di torretta girevole munita di cannoncino. Con un mezzo del genere, in effetti, la corsa si può vincere lo stesso: basta sparare uno dopo l’altro a tutti i concorrenti che vi prendono parte, attendendoli al varco nel momento in cui ti danno l’ennesimo giro di pista.

Le doti di robustezza, per quanto spiccate, non permetteranno mai di confrontarsi a certi livelli. Oltretutto quei giradischi erano caratterizzati da una serie di altre scelte che per quanto adattissime al loro impiego d’elezione, non erano all’altezza di un impiego in cui si va alla ricerca di doti musicali da assoluto.

Il braccio, ad esempio, soluzioni realizzative a parte, era equipaggiato con portatestina mirati non a ottenere la massima rigidezza strutturale ma a evitare il furto del fonorivelatore. Le loro dimensioni, oltretutto, permettevano solo a prezzo di grandi difficoltà l’impiego di esemplari che non fossero quello previsto all’origine. Lo stilo conico con cui è equipaggiato è robusto e durevole ma il meno adeguato per il tracciamento di segnali a frequenze elevate e ad assicurare l’ampiezza della superficie di contatto necessarie per issarsi alle prestazioni più significative, anche solo in termini di estrazione del segnale e di esplorazione a fondo del solco.

Il pre phono che equipaggia quelle macchine, malgrado fosse studiato per il migliore abbinamento ad esse secondo le concezioni dell’epoca, non può paragonarsi, sempre in merito alle doti sonore, con esemplari attuali di classe medio-elevata. Pretendere cose del genere non sarebbe nemmeno giusto per oggetti progettati nei primi anni ’50, al di là dell’impiego che si intende farne.

Certo, l’aspetto monumentale, l’aura di prestigio che sprigionano proprio per via del loro passato nelle stazioni radio più rinomate del pianeta hanno la loro attrattiva, ma ancora una volta non hanno molto a che fare con la possibilità di assurgere a determinate prestazioni. Malgrado queste siano favorite dalla massa elevata di macchine simili, pari ad alcune decine di chilogrammi, il loro ascolto da parte di chiunque possieda il metro di giudizio necessario a riconoscere gli effettivi valori in gioco non può che metterne in luce le limitazioni, che assumono contorni parecchio evidenti.

Poi, certo, non tutte le scelte si effettuano in funzione del parametro prestazionale, ma a fronte di asserzioni che si possono definire poco realistiche, credo sia giusto mantenere un minimo di senso delle proporzioni, per quanto sia una cosa terribilmente fuori moda, soprattutto in certi ambienti.

Insomma, se si è attratti da macchine simili e non si ha modo migliore per impiegare il proprio denaro, nulla vieta di acquistarle. Ma se si è alla ricerca del meglio che oggi è possibile trarre dall’analogico, a cifre simili, tantopiù quando si tenga conto dei costi di restauro, si può avere ben altro, rivolgendosi oltretutto al mercato del nuovo.

 

Considerazioni accessorie

Come abbiamo visto, il sistema di trasmissione non influisce soltanto sugli aspetti strettamente correlati alla rotazione, ma anche sulle doti sonore del giradischi, attraverso una serie di elementi diversi.

Tale elemento induce un’ulteriore riflessione, in merito alle misure di laboratorio eseguite sulle apparecchiature audio, all’esistenza di una loro correlazione con quanto è verificabile all’ascolto e soprattutto alle concezioni che ne derivano. Una in particolare riguarda la categoria dei giradischi, la sua percezione da parte di chi ha una formazione tecnica e le indicazioni che è possibile trarne.

Le prove eseguite su tali macchine dalle riviste di settore, quando ancora se ne effettuavano, erano a carattere ancora più parziale rispetto a quelle condotte su altre tipologie di apparecchiature. Più che mai sui giradischi, infatti, si aveva la capacità di indagare esclusivamente su parametri quantitativi, pretendendo lo stesso di trarne indicazioni di carattere qualitativo. Non si sa se in coscienza dell’inadeguatezza di fondo, o meglio del controsenso di un approccio simile, oppure senza che di essa ci si rendesse conto.

Fu così che sulla base dei risultati prodotti dalle poche rilevazioni che si era capaci di eseguire sui giradischi, sulle riviste specializzate si arrivò a sostenere che tra un giradischi e l’altro non esistessero differenze di sorta in termini di qualità sonora. Proprio perché le sole verificabili “scientificamente” riguardavano la capacità di arrivare più o meno rapidamente alla velocità di rotazione nominale, di mantenerla in maniera più o meno stabile e poco altro. A chiunque cercasse di porre in evidenza l’erroneità di una convinzione simile si diede sulla voce, malgrado per rendersi conto si trattasse di un assurdo sarebbe bastato mettere a confronto macchine diverse in sala d’ascolto.

Le collezioni degli arretrati sono li a testimoniare questa realtà, ma a distanza di tanti anni ancora non si riesce a trarne le conseguenze dovute.

Il primo articolo della serie dedicata ai giradischi termina qui. La prossima volta ci occuperemo di telai: rigidi o a sospensione.

 

 

 

 

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