I motivi di un abbandono

Se è vero che tutto ha un inizio e una fine, quando decisi che era tempo di abbandonare baracca e burattini non feci altro che prendere una decisione già da  parecchio nell’ordine delle cose.

Il fatto è avvenuto dopo quasi venti anni di collaborazione e molti meno di sopportazione reciproca sempre più difficoltosa con l’allora direttore della rivista di cui ero collaboratore. Non feci altro insomma che prendere una decisione che era già da tempo nell’ordine delle cose.

La goccia che fece traboccare il vaso fu la mancata pubblicazione di un pezzo riguardante un sistemino sub + satelliti dal prezzo di listino improponibile in rapporto alla povertà delle sue caratteristiche.

Una vera carabattola, che però con l’ausilio di una verniciatura metallizzata e di una comunicazione tecnico-pubblicitaria che sconfinava per molti versi nel surreale, vantando prerogative tecniche senza riscontro alcuno nel prodotto, si pretendeva di far diventare un prodigio della riproduzione sonora.

Un’operazione insomma che somigliava più che altro a un tentativo di circonvenzione di appassionati, proposta da un marchio al cui riguardo non ho più sentito parlare.

Non credo si tratti di un caso.

Per quanto non abbia mai amato fare della bassa macelleria, neppure mi era possibile sottacere le fin troppo numerose contraddizioni di quel prodotto. Malgrado abbia cercato di tenere un minimo di equilibrio, ne uscì un testo dal tono ben più critico del solito.

Dati i presupposti non poteva essere altrimenti.

Oltretutto sono proprio quelle le apparecchiature di cui scrivere è più difficile. E’ praticamente impossibile giustificare non il loro prezzo di vendita, ma la loro stessa esistenza.

Può darsi anche che l’assegnarmi quel prodotto sia stato un semplice pretesto, atto ad accelerare verso la sua fine il corso di un rapporto definitivamente compromesso.

Così, quando andai in redazione, mi venne reso noto che l’articolo non sarebbe stato pubblicato. Siccome l’editore riconosce un compenso solo a quello che decide a proprio giudizio di pubblicare, malgrado mi fosse stato esplicitamente commissionato, l’articolo non mi sarebbe stato pagato.

Già da questo fatto ci si può fare un’idea del motivo per cui sulle riviste si leggono quasi solo giudizi largamente positivi, altro argomento che merita di essere approfondito.

La fondatezza delle basi su cui si basa un atteggiamento simile è evidente: immaginiamo cosa accadrebbe se ci si facesse consegnare del pane dal fornaio e poi si pretendesse di non pagarlo perché non lo si vuole più mangiare.

Dal mio punto di vista quel lavoro, riguardo cui il redigere il testo rappresenta solo l’ultima fase,  mi era stato commissionato, l’avevo eseguito, oltretutto con più fatica del solito, proprio nel tentativo di non attribuire un’immagine definitivamente negativa a un prodotto in cui reperire punti di interesse concreti era un’impresa disperata.

Quando mi venne detto che il mio pezzo non sarebbe stato pubblicato, risposi proprio che il lavoro mi era stato richiesto e, dati i presupposti, l’avevo portato a termine nel modo migliore possibile.

A quel punto la segreteria di redazione replicò che prima di scrivere l’articolo avrei dovuto avvertire si trattasse di un prodotto non all’altezza. Sostenendo inoltre che per evenienze simili era previsto un compenso per il lavoro che comunque si era dovuto svolgere al fine di esprimere quella valutazione.

Erano quasi venti anni che mi recavo in quella redazione con la frequenza di un collaboratore fisso, ma nessuno mai aveva parlato di cose del genere.

A parte ciò, il vero punto era che della totale inadeguatezza di quel prodotto avrebbe dovuto accorgersene per primo il direttore.

A lui spetta decidere quali oggetti sottoporre a prova, per poi affidarne il compito a uno dei redattori.

Era evidente però  che lui non si rendesse conto assolutamente di cosa mi aveva assegnato. Probabilmente nel decidere la pubblicazione di quel prodotto si era fidato dei proclami del distributore.

Stanco di aver dovuto sopportare per troppi anni l’arroganza della coppia che riteneva di avere il diritto di fare il bello e il cattivo tempo in redazione, di altri soggetti che davano loro man forte e di tutto il resto di quella corte dei miracoli, sbottai, proprio riguardo al fatto che la decisione dei prodotti da provare e relativa assegnazione spetta al direttore.

Se non sa neppure cosa ha deciso di pubblicare, due sono le cose: non ha fatto il suo lavoro oppure non ne è in grado. In ogni caso non può scaricare le responsabilità di sua competenza sulle spalle dei collaboratori.

Pertanto il mio pezzo non sarebbe stato pubblicato, ma da quel momento in poi, per quanto mi riguardava, gli articoli se li potevano far scrivere da chi volevano.

Detto questo sono uscito dalla porta di quella redazione per non varcarla mai più.

 

……………..

Come si può intuire si trattò solo dell’ultimo atto di un malessere che aveva radici ben più profonde.

Nel periodo immediatamente precedente, infatti, il livello dei contenuti editoriali della rivista era scaduto a livelli un tempo inimmaginabili, stante l’ingresso di troppi collaboratori non all’altezza del compito affidato loro.

Tale stato di cose era il risultato della fase di liquidazione della precedente società editrice trascinatasi troppo a lungo, per via della litigiosità degli ex-soci e della puntigliosità esasperante del curatore, troppo presi dalle loro beghe i primi e dall’altissima considerazione di sé stesso e del suo lavoro il secondo, per curarsi delle conseguenze che il loro comportamento avrebbe causato.

Stanchi dei continui rinvii per il pagamento dei compensi, rimasti bloccati per oltre due anni, diversi tra i collaboratori allora in forza alla redazione ritennero opportuno troncare i rapporti.

Al momento di trovare dei sostituti, con la fretta dovuta alla necessità di non interrompere il corso delle uscite in edicola, venne scelto del personale non all’altezza. Questo non poté fare altro che infarcire i propri scritti di una serie di inesattezze, e di cose che non stanno né in cielo né in terra, di mese in mese più lunga.

Al riguardo, le figure che avevano operato con tanta leggerezza in fase di selezione, non seppero fare di meglio nel momento in cui sarebbe stato necessario eseguire il dovuto filtraggio sul materiale fornito dai nuovi arrivati.

In conseguenza della loro scarsa esperienza si ebbe poi un appiattimento dei giudizi che ormai non sembrava neppure più una forma di compiacenza, per quanto indebita, ma di vero e proprio zerbinaggio.

Soprattutto nei confronti dei marchi che contavano di più. Per poi rivalersi, pretendendo così di dimostrare autorevolezza ed equanimità di giudizio, su oggetti ritenuti meno importanti, in base alla minore potenza economica di chi li commercializzava.

Il sapere di trovarsi in debito di esperienza, inoltre, deve aver causato in alcuni un senso di inadeguatezza.

Vi si reagì con il tentativo plateale di attribuirsi nel minor tempo possibile un’immagine da grandi luminari, che si ritenne di poter acquisire sparando una sequela di affermazioni tanto roboanti quanto fuori luogo. Per poi prendere posizioni che chiunque dotato del minimo di equilibrio e di professionalità avrebbe compreso essere insostenibili, e più che mai deleterie per  la rivista che le pubblicava.

E’ evidente allora che se comportamenti del genere potevano risultare credibili agli occhi del pubblico più di bocca buona e desideroso solo di lustrarsi gli occhi, destavano perplessità nelle persone un minimo più avvertite, che si attendevano un livello editoriale consono a una rivista dalle velleità di essere la numero 1 del settore.

Soprattutto quel modo di fare era una cura ben peggiore del male, dato che se qualche ingenuità da parte di esordienti è ammissibile finché non si fanno le ossa, non lo è assolutamente la pretesa di pontificare con aria professorale e indice alzato.

Tantopiù se lo si fa in maniera tanto chiassosa. Per poi brandire con protervia l’arma del potere, costituita dalla parentela vantata con persone che a norma di legge avrebbero dovuto essere del tutto fuori da quelle realtà, quando invece ne rappresentavano le eminenze grigie,

A furia di osservare quell’andazzo, il disappunto causato dal modo con cui si stavano gettando alle ortiche decenni di fatiche altrui, da parte di persone che avevano creduto di attribuirsi un ruolo per il quale si dimostravano inadeguate, diventò malessere.

Per sfociare, infine, nella vergogna di vedere il mio nome e il lavoro che avevo svolto in tanti anni di sacrifici e dedizione associati a roba simile.

A lungo avevo sollecitato il direttore a prendere provvedimenti in merito. Vedendo che le cose non accennavano a cambiare, insistetti ancora. Il che probabilmente ha fatto sentire sotto accusa chi sapeva perfettamente di essere il primo colpevole di tale stato di cose.

A causa delle proprie omissioni, della propria passività e, diciamolo, della propria incapacità, compensata da una ragguardevole inclinazione al sotterfugio.

Così, pur di non prendere atto della malattia che si era causata in quella realtà, e tantomeno volendo affrontare la cura che da necessaria si era resa improcrastinabile, venne deciso che era meglio rompere il termometro.

Le conseguenze, come vedremo, non avrebbero tardato a presentarsi.

Per dirla tutta, quelle colpe erano divise con un gruppo di persone a malapena all’altezza di un ruolo subalterno, che non poteva materialmente sostenere le responsabilità di una dirigenza, sia pure esercitata in comitato.

Forma, peraltro, che stanti le ruggini accumulatesi in passato, degenerò all’istante in una furibonda lotta intestina, a base di provocazioni, ripicche e miseri espedienti. In questo modo si rese ancora più irrespirabile l’aria che circolava tra quelle mura, e più precaria la salute dell’iniziativa editoriale nel suo complesso.

Ulteriormente minata dalla sola cosa su cui quelle persone si trovavano d’accordo: l’aumentare a ripetizione i propri emolumenti, spolpando l’azienda dall’interno.

I costi ne venivano scaricati regolarmente sui collaboratori, che nel giro di pochi mesi si videro decurtare più volte i compensi, fermi oltretutto da oltre un decennio durante il quale l’inflazione si era fatta sentire. Senza che si sia mai riusciti a ottenere uno straccio di contratto, atto a formalizzare un rapporto di lavoro in essere da molti anni.

Le accuse strumentali viceversa erano sempre più serrate, nei confronti di quelli che mandavano avanti gran parte del lavoro in totale abbandono. Spesso anzi erano costretti a sopperire ai ritardi cronici e alle inadempienze sistematiche di chi aveva voluto imporre un iter di lavorazione che poi era il primo a non rispettare, preso da lunatici interessi personali che nulla avevano a che fare con la materia di cui si occupava la rivista.

Come se non bastasse, i signori dirigenti non si presentavano mai in ufficio prima delle 11, ma più spesso a mezzogiorno e oltre. Per contro erano puntualissimi alle 13 spaccate nell’andarsene a pranzo, da cui non tornavano che in rari casi prima delle 15. Alle 16,30 di loro in redazione non c’era più nemmeno l’ombra.

Uniche eccezioni quando si rinchiudevano in quelle che chiamavano riunioni, ma in realtà erano vere e proprie risse verbali, senza esclusione di colpi.

Qui si arriva al paradosso: invece di ricondurre alle loro responsabilità le persone che anteponevano la divagazione al compimento degli impegni che si erano assunte, se ne assecondarono le propensioni.

Così il gruppo dirigente dimostratosi non in grado di mandare avanti una rivista in modo appena decente, decise di affiancarne ad essa alcune altre, rivolte ad argomenti improbabili e ad altri più seguiti, ma per questo già presidiati da un numero di testate superiore al necessario.

In quel modo vennero forse soddisfatte le velleità di realizzazione di una sorta di impero editoriale, che per quanto piccolo aveva come abbiamo visto le basi fondate su una precarietà che si ha difficoltà persino a immaginare, non avendo vissuto dall’interno quella realtà delirante.

L’idea, forse, era quella di ripetere il percorso della casa editrice che aveva iniziato la pubblicazione della rivista con cui collaboravo, senza comprendere che né i tempi e men che meno le risorse disponibili in termini economici, ma soprattutto di capacità professionali e umane, erano quelli di venti anni prima.

In un contesto simile, e di fronte a comportamenti così velleitari e privi del minimo senso di responsabilità, ma soprattutto del rispetto verso il lavoro altrui, rapporti un tempo buoni non possono che deteriorarsi, al punto di diventare irrecuperabili.

Uno spettacolo avvilente, che avrebbe condotto in breve a un nuovo fallimento. Non sarebbe stato neppure l’ultimo.

Sia pure da semplice collaboratore ritenevo giusto cercare di salvare il salvabile, ovvero la qualità dei contenuti editoriali della rivista.

Invece i cosiddetti responsabili sembrava facessero un punto d’onore il mandare allegramente in vacca tutto quel che potevano, e anche ciò che non avrebbero potuto.

Per questo ho insistito a far notare alla dirigenza, che rappresentava l’origine e il punto di riferimento di una situazione tanto compromessa, in quanto detentrice di sostanziose percentuali della proprietà della società editrice, la perdita di ogni credibilità per quel che si pubblicava sulla rivista.

Proprio così arrivai al punto di dover sentirmi dire che il motivo delle mie rimostranze era dato dalla gelosia nei confronti di altri redattori. (!)

Sentirsi rivolgere un’accusa tanto puerile fu decisamente troppo.

Oltretutto dopo aver salvato il lato b della rivista accollandomi quantità di lavoro improbe durante l’interminabile fase di liquidazione di cui abbiamo parlato poc’anzi. Controllare in caso di dubbi al riguardo le annate dal 1997 al 1999, e senza peraltro ricevere compensi se non dopo anni.

Questo mi obbligò persino a vendere i pezzi migliori del mio impianto, per poter tirare avanti in qualche modo.

Non che mi aspettassi nulla, in un contesto di degrado simile, ma dopo aver profuso uno tanto sforzo a favore quella realtà, vedersi trattare con tale insolenza e viltà da chi le sta arrecando tanto danno in maniera deliberata, è assolutamente inaccettabile.

Così non potei mandare giù ulteriormente e alla prima che successe me ne andai sbattendo la porta.

Questo è il livello delle persone con cui si aveva a che fare, in quella redazione.

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