I file Blackstone

Nei giorni scorsi è stato pubblicato il resoconto della prova che ha avuto per protagonista l’Audiosilente Blackstone Reference. C’è però ancora qualcosa da dire, non in merito a quel giradischi eccellente, le cui prerogative sono state esplorate in modo approfondito, ma alle modalità di svolgimento della prova che lo ha riguardato.

Per decenni la pubblicistica di settore si è divisa su due fronti. In uno quella che ha tentato di attribuire una parvenza di oggettività ai giudizi da essa espressi, mediante la pubblicazione di grafici e misure. I quali però sono stati storicamente incapaci di definire la concreta qualità sonora di una qualsiasi apparecchiatura audio, sia pure negli aspetti più elementari, e men che meno di porre in evidenza le differenze tra due modelli diversi a livello sonico.

Così hanno finito con l’assolvere a compiti del tutto diversi, discorso che affronteremo una volta o l’altra. Oltretutto il loro contenuto e i loro responsi si sono dimostrati sostanzialmente ingannevoli. Producendo di fatto una quantità rilevante di fraintendimenti e di idee sballate, oltre a un cumulo di pregiudizi di proporzioni imbarazzanti.

Notoriamente le apparecchiature da laboratorio adatte allo scopo hanno costi folli. Del resto sono le uniche in possesso di prerogative tali da non costituire un limite sostanziale, nonché angusto, allo svolgimento della misurazione stessa. Che a quel punto attiene il sistema di misura e non più l’oggetto che si è convinti di misurare. Ai loro costi vanno aggiunti quelli degli spazi necessari a ospitarle e a renderle operative, oltre a quelli conseguenti al tenere occupate costantemente più persone nell’esecuzione dei test, nel loro riordino e poi ad attribuirvi una forma graficamente coerente alle necessità della pubblicazione. Oltretutto nelle tempistiche dettate dall’uscita mese per mese.

Ecco perché è difficile immaginare un modo più complesso e faticoso per gettare dalla finestra quantità di denaro inverosimili, ottenendo in pratica solo di danneggiare in maniera pressoché irreversibile il settore in cui si opera. Convinti oltretutto di avervi apportato chissà quale contributo.

Questo sempre a proposito della questione inerente la figura dello scienziato pazzo, che si è fatto di tutto per cancellare dall’immaginario comune, portandola all’obsolescenza per le ovvie necessità della tecnocrazia oggi imperante nel concreto.

Altrettanto rilevante è la tematica inerente la labilità del contatto con la realtà dei soloni grondanti di boria autoelettisi a pontefici della materia, e la loro incapacità di riconoscere obiettivamente la valenza oggettiva e le conseguenze materiali della loro azione. Fondata essenzialmente su una dottrina, e quindi una mentalità, para-religiosa: deriva tipica di ogni branca della ricerca che per le proprie necessità di auto-affermazione e di perpetuazione rifiuta nel modo più ostinato di sottoporsi a qualsiasi valutazione del rapporto costi/benefici conseguente alla modalità con cui viene eseguita.

 

Il secondo fronte

Il secondo fronte su cui si è divisa la pubblicistica di settore ha raccolto invece chi non ha sentito bisogno alcuno di attribuire alle proprie valutazioni di merito una qualsiasi forma di oggettività. Il che gli ha permesso almeno di risparmiare un mare di fatica e soprattutto di denaro, che per forza di cose da qualche parte doveva uscire fuori. In base al principio fondamentale, mai ricordato a sufficienza, che l’economia è un gioco a somma zero.

Quel denaro di fatto è uscito dalle tasche degli stessi appassionati, chiamati a pagare un sovrapprezzo consistente sulle apparecchiature acquistate, proprio per finanziare e gestire il sistema di potere e di imposizione di false verità che li ha turlupinati per decenni, rinchiudendoli in catene nella caverna di Platone.

Ossia in un luogo oscuro sulle pareti del quale si proiettano immagini menzognere, spacciate per realtà e atte a far credere a chi vi è rinchiuso ciò che conviene a chi tira le fila del sistema. Ovvero ne trae i proventi più sostanziosi, che a loro volta gli attribuiscono il maggiore potere. Usato ovviamente per accrescerlo e protrarlo quanto più a lungo possibile, proprio mediante il tenere i prigionieri della caverna nell’impossibilità di rendersi conto della propria condizione e di entrare a contatto con la realtà concreta.

Poi c’è chi lotta strenuamente per mantenere le proprie catene, come si vede fare quotidianamente in ogni settore: elemento che per ora tralasciamo, o meglio sul quale è preferibile stendere un velo pietoso.

Il limite fondamentale dell’approccio tipico del secondo fronte è che necessità in primo luogo di una saldezza di principi etici del tutto incompatibile con una realtà sociale come quella odierna, in cui di fatto l’unica legge riconosciuta è quella del profitto.

Pertanto ogni fonte di informazione sopravvive e prospera non per via del suo merito, ossia della capacità di dare notizie utili mediante l’espressione di giudizi corretti, equilibrati e commisurati alle necessità concrete dei suoi destinatari e fruitori, ma del suo grado di remuneratività.

Dunque della sua capacità di produrre profitto, il quale nelle condizioni attuali non può provenire altro che dagli inserzionisti. Che però a loro volta non devolvono certo il loro sostegno economico a fini di gloria, anche perché devono sottostare a loro volta alla legge del profitto. Altrimenti la loro azienda chiude. Il che significa non costruire e non distribuire più apparecchiature.

Per questo motivo utilizzano i contratti pubblicitari che siglano come mezzo di pressione, non tanto per ottenere valutazioni positive per il loro prodotto, ma soprattutto affinché siano più lusinghiere rispetto a quelle espresse nei confronti del prodotto concorrente.

Ecco perché, storicamente, le apparecchiature dei costruttori e distributori più potenti in termini economici sono sempre state le migliori, secondo i giudizi della pubblicistica di settore. I quali vanno poi a influenzare, o meglio a dirigere, la percezione del pubblico.

Più che mai in un’epoca come quella attuale, in cui le capacità autonome di valutazione e di ragionamento vengonio represse fin dalla più tenera infanzia, e magari persino prima, a favore dell’intrupparsi nella massa e secondo modalità non dissimili da quelle preconizzate da Aldous Huxley nel suo “Il mondo nuovo“.

Dunque, una fonte di informazione operante secondo le modalità di uno qualsiasi dei due fronti, una volta che i suoi amministratori riconoscano, si attengano e soddisfino il discrimine etico fondamentale, e poi riescano a far si che sia condiviso dall’intero staff redazionale, cosa da non dare assolutamente per scontata, dovrebbe avere a disposizione una potenza economica tale da rendere del tutto indifferenti alle lusinghe della pubblicità.

Questo perché, come ha dimostrato l’inchiesta che nel mio piccolo ho condotto ormai parecchi anni fa, il destinatario dell’informazione non è disposto a sostenerne i costi, o forse è stato convinto che non ne valga la pena.

Finendo così per il sostenerli ugualmente, anche se in forma indiretta. Dato che parte rilevante del prezzo pagato per le apparecchiature del suo impianto è servito proprio a finanziare le fonti di informazione, in cambio della loro compiacenza. Questo riguarda tanto il nuovo che l’usato, in quanto è sul listino del primo che si fa il costo del secondo. Insomma, i costi sono stati pagati lo stesso, dovendo accettare per giunta un’informazione pilotata e quel che è peggio priva di alternative, se non per l’iniziativa personale e sostanzialmente autolesionista di qualche raro cane sciolto.

Ma se le cose stanno in questo modo, per quale motivo i costi di quell’informazione dovrebbero essere sostenuti da chi già si è incaricato di produrla? E a quale scopo? Disponendo di simili somme di danaro, oltretutto in forma tanto protratta nel tempo, si possono trovare modi enormemente più profittevoli, godibili e perché no, socialmente utili per impiegarle.

Fermo restando, oltretutto, che qualunque sia la somma di cui si dispone, nel momento che la si impiega rifiutando le regole del capitale, si finisce presto o tardi in povertà. Dunque a mettere in discussione la propria sopravvivenza, in base alle regole dell’ordinamento sociale oggi vigente e a dispetto delle pompose e ipocrite dichiarazioni dei diritti dell’uomo. Tanto ricche di belle parole sulla carta, quanto private volontariamente di ripercussioni pratiche sulla realtà vissuta da ciascun individuo.

L’unica possibilità diventa allora quella di avere un’attività parallela che finanzi la fonte di informazione indipendente che ci si è incaponiti a portare avanti. Così facendo però si dovrebbero sottrarre ad essa quantità rimarchevoli di tempo, il che causerebbe per forza di cose il suo scadimento qualitativo. Riproponendo oltretutto il solito dilemma tra essere professionisti o dopolavoristi. Ossia dilettanti, realtà cui va ad associarsi ineluttabilmente la dizione “allo sbaraglio”.

Non si comprende del resto per quel motivo l’organizzazione sociale vigente, che proprio alla specializzazione e quindi al professionismo attribuisce una valenza fondamentale, anche a livello simbolico, in pratica obblighi chiunque voglia attenersi alle sue regole di essere prima di tutto un mercenario.

A questo punto si pone un piccolo problema: se mi specializzo nell’essere mercenario, non sarò più un vero professionista. Per il semplice motivo che l’attività mercenaria è in antitesi con la vera professionalità. Mentre se non voglio abbassarmi a essere un mercenario, di fatto mi è precluso il raggiungimento della qualifica di professionista, proprio in quanto mi privo delle risorse economiche indispensabili a raggiungere tale status.

Ecco perché la realtà del capitalismo è una palla al piede per lo sviluppo delle attitudini del singolo, e di conseguenza per il progresso dell’umanità e dell’intero pianeta che da essa è popolato.

Quando poi le conseguenze di tale ordinamento sociale sono portate all’estremo, come nella fase che stiamo vivendo attualmente, può accadere che qualcuno non trovi nulla di strano nell’anteporre gli interessi economici dell’industria farmaceutica al diritto alla salute. Venendo per conseguenza colpito in prima persona da una patologia mentale di estrema gravità, quella che porta a redigere un documento dal titolo “Guarire i pazienti costituisce un modello economico sostenibile?” in cui si legge: “La guarigione dei pazienti esistenti fa anche diminuire il numero dei portatori capaci di trasmettere il virus a nuovi pazienti, così che il vivaio (sic) di incidenza declina… Quando un vivaio resta stabile, per esempio nel cancro, pone meno rischi per la durabilità di una impresa

https://www.cnbc.com/2018/04/11/goldman-asks-is-curing-patients-a-sustainable-business-model.html

Eccoci di fronte, insomma, all’ulteriore e definitiva dimostrazione di quanto abbiamo già.osservato, ossia che l’economia è un gioco a somma zero. A scopo di profitto non si esita più neppure a privare intere popolazioni del bene supremo, quello della salute.

Restringendo l’ambito d’indagine al piccolo mondo della riproduzione sonora, se si analizzano i suoi meccanismi funzionali con il minimo di approfondimento ci si rende conto dell’enorme potere distorsivo sulla realtà che ha la pratica capitalistica. Da cui origina anche quello che ho descritto tempo fa nell’articolo intitolato Perché le riviste parlano bene di tutto. Che ovviamente è privo di significato in ambito generale, ma ha importanza considerevole nella nicchia della sottonicchia rappresentata dal nostro settore.

Il combinato disposto che va a determinarsi in base alle conseguenze dei due modelli cui si attiene la pubblicistica di settore, descritte nell’articolo linkato, a lungo termine ne produce un terzo, se possibile ancora peggiore. Quello conseguente alla mancanza, o meglio al rifiuto, di un qualsiasi riferimento, stante l’avvenuto riconoscimento dell’inutilità, o meglio della sostanziale dannosità, di quelli funzionanti secondo le regole imposte dall’organizzazione sociale attualmente vigente. Basata in sostanza su una menzogna deliberata e sistematica, della quale però chi la diffonde rifiuta di prendere atto, secondo il meccanismo del’auto inganno orwelliano.

Ne deriva allora la qualunque, che fonda le sue radici su due pilastri primari. Il primo è l’ignoranza, sul quale ci si arrocca ancora una volta secondo l’intuizione di George Orwell, che ha scritto appunto “l’ignoranza è forza”.

L’altro è costituito dal preferire di gran lunga attribuire la patente di cialtrone, truffatore, visionario, e tutto il resto del noto arsenale di delegittimazione, a chiunque abbia avuto l’ardire, o meglio la sfrontatezza, di avventurarsi in un percorso da cui abbia ricavato una maggiore confidenza con elementi poco noti, o meglio minuziosamente trascurati dai più, piuttosto che prendere in considerazione la possibilità sia pure remota della propria nullità.

Stiamo parlando insomma di quel che si può osservare giornalmente sulla stragrande maggioranza dei social e dei forum di settore, invasi da una tifoseria berciante, nei quali ha la meglio chi ricorre alla maggiore violenza. Che si esplichi sul piano virtuale e verbale ha poca importanza.

Una volta preso atto di questa realtà, e si è effettuata una riflessione minima riguardo alle sue origini e alle sue conseguenze, le scelte sono il restare immobili a osservare quel che ne deriva oppure negare tutto.

Terza opportunità, vedere se esista la possibilità di un’alternativa, cercando di immaginare quale potrebbe essere.

 

Un’alternativa possibile

Per conto mio ho voluto provare a fare qualcosa di diverso, come lo è del resto il mio sito, ma soprattutto di più attinente alla realtà, sia pure con tutti i limiti del caso. Proprio nel tentativo di mettere l’appassionato nelle condizioni di valutare in prima persona, sia pure in maniera parziale ma almeno basandosi su dati di fatto concreti, quanto è effettivamente accaduto durante l’ascolto dell’oggetto sottoposto a prova.

Scelta, questa, coerente con i principi di condivisione e autonomia ai quali si informano il mio modo di vedere le cose e di agire, e quindi le modalità di conduzione di Il Sito Della Passione Audio.

Insomma, l’idea è quella di fare in modo che il lettore possa ascoltare con le proprie orecchie quel che effettivamente si diffondeva  nell’aria mentre l’oggetto in prova stava suonando.

Allo scopo sono stati messi in linea alcuni file .wav realizzati durante le fasi di ascolto della macchina. Quindi nelle stesse identiche condizioni in cui si è svolta la prova e in base alle quali ne è stato redatto il testo.

Si tratta di tre brani, uno di Crosby, Stills & Nash, uno di Ray Brown e uno di Claus Ogerman, scelti in modo da realizzare un campione rappresentativo di una serie di situazioni sonore non solo ben diversificate, ma anche tali da permettere all’ascoltatore di farsi un’idea complessiva del comportamento del giradischi nei frangenti maggiormente significativi.

Se si verificano problemi per scaricare il file di Ray Brown, si può provare a questo link.

Qui c’è un nuovo link per il file di Ray Brown

Effettivamente mancherebbero all’appello delle sonorità metal, ma non so quanti acquisteranno un giradischi del calibro del Blackstone Reference per ascoltarci i Megadeth o gli Anathema.

Il segnale non è stato preso da uscite di linea, ma è stato registrato proprio quel che è uscito dagli altoparlanti, in una posizione corrispondente a quella d’ascolto nella mia saletta.

Per questo primo esperimento è stato utilizzato un registratore digitale Tascam DR 40, tramite i microfoni in dotazione alla macchina. Nelle verifiche effettuate durante le fasi preparatorie di questa iniziativa hanno dimostrato una qualità persino inattesa.

Ovviamente non possono essere messi a confronto diretto con esemplari da studio del costo di svariate centinaia di euro ciascuno, per quanto si siano dimostrati perfettamente in grado di restituire, con approssimazione ben maggiore del prevedibile, l’atmosfera ricreata nella sala d’ascolto durante la riproduzione e gli elementi salienti delle sue prerogative a livello timbrico.

Per il prossimo futuro è previsto l’impiego di microfoni esterni di qualità maggiore, collegati ai relativi preamplificatori, al fine di rendere ancora più efficace e verosimile l’esperienza d’ascolto dei file così realizzati.

Malgrado il Tascam DR 40 permetta la realizzazione di file a 24 bit e 96 kHz, ho ritenuto più indicato limitarmi al classico 44/16 del formato CD. In modo tale da rendere possibile l’ascolto dei file anche per chi non dispone di macchine operanti nella cosiddetta alta definizione.

Le registrazioni sono state realizzate mediante la tecnica di ripresa X-Y, a microfoni coincidenti.

Questa scelta non è forse la più efficace ai fini della ricreazione del fronte stereofonico più ampio, nell’ascolto in cuffia, ma ha il pregio di permettere un buon rendimento anche nel riascolto con l’impiego dei diffusori.

Per l’ascolto dei file ritengo in ogni caso più efficace l’impiego di una buona cuffia. Se possibile, il suo collegamento diretto all’uscita audio del PC andrebbe evitato. Nelle prove preliminari svolte fin qui ho potuto verificare che differenze sensibili tra file dello stesso brano, registrato in condizioni differenti, possono essere colte senza troppe difficoltà utilizzando la sezione di uscita del registratore. Invece diventano parecchio più difficili da rilevare appunto mediante l’uscita cuffia del PC.

D’altronde le schede audio dei computer e in particolare dei portatili, oggi i più diffusi, sono quello che sono. Se permettono un ascolto utilitaristico e senza troppe pretese, non sono certo realizzate su misura per gli utilizzi di impegno maggiore, come quello che stiamo sperimentando.

Anche la cuffia ovviamente ha la sua importanza. Nelle verifiche fin qui realizzate, per le quali mi sono avvalso anche della collaborazione dello studio L’elefante bianco e del suo titolare Massimo Ruscitto, che colgo l’occasione per ringraziare, c’è stata anche la prova a confronto dei microfoni in dotazione al Tascam DR 40 con esemplari di gran classe, tra cui gli Shure SM 81.

Come già accennato, le differenze tra di essi si sono rivelate sostanziose, anche se non nella misura che si sarebbe immaginata. Microfoni del calibro degli SM 81 sono ovviamente in grado di restituire una sonorità molto più dettagliata per il timbro e le sottigliezze della sonorità ripresa, anche se quelli in dotazione al DR 40 si sono rivelati capaci, in maniera persino sorprendente, di mantenere un comportamento sostanzialmente corretto per quel che riguarda la timbrica generale, cosa da dare tutt’altro che per scontata. In particolare sulla base di esperienze passate, laddove microfoni di gran marca, pagati all’epoca svariate centinaia di migliaia di Lire, hanno mostrato di essere affetti da vere e proprie aberrazioni timbriche, riconoscibili all’istante.

In questo i microfoni in dotazione al DR 40 hanno dimostrato di saper andare oltre ogni ragionevole aspettativa, proprio perché la linearità a banda intera, e non solo su una porzione ristretta dello spettro audio, è una caratteristica sovente preclusa anche a esemplari di costo molto elevato. In questo tuttavia va tenuta presente la destinazione specialistica di tali oggetti, per la ripresa più efficace di strumenti dalle specifiche peculiarità timbriche, che non sempre trae vantaggio, o meglio quasi mai, dalla perfetta linearità 20-20.000.

Dunque, le differenze tra un SM 81 e i microfoni in dotazione si sono rivelate evidenti nell’ascolto a confronto dei file realizzati con ciascuno di essi, mediante una cuffia non eccessivamente costosa ma dalle doti da studio, come la AKG K 141 mkII. invece, nel momento in cui è stata utilizzata una cuffia di qualità a lungo sperimentata, e che a priori si ipotizzerebbe persino superiore al modello appena menzionato, ma destinata all’impiego amatoriale come la Koss Pro 4 AA, la differenza tra le due condizioni di ripresa, pur restando rilevabile, ha assunto contorni più sfumati.

Va da se quindi che al fine di cogliere fino in fondo le prerogative dei file realizzati a partire dall’impiego del giradischi Audiosilente Blackstone Reference, l’impiego di una cuffia dalle doti superiori di selettività e introspezione ha un’importanza rilevante.

Questo ovviamente non significa che si debba comperare una cuffia appositamente per l’ascolto dei file già in linea e di quelli che verranno condivisi nel prossimo futuro. Come sempre però l’impiego di uno strumento più efficace e adeguato agli scopi che ci si prefiggono comporta risultati che possono differire in maniera profonda. Anche se le condizioni di partenza, ossia i file registrati nelle modalità fin qui descritte, restano le stesse.

Poi, di fatto succede che uno qualsiasi di questi file riesca a porre in evidenza il suo livello qualitativo di massima anche se riascoltato mediante gli altoparlantini del computer portatile, almeno di quelli dotati di una sezione audio minimamente curata, anche se non dell’ultimissima generazione. Fermo restando che, se si vogliono cogliere i dettagli e le differenze fino in fondo, è necessario utilizzare quanto di meglio si ha a disposizione..

Credo sia inutile dire che i file così registrati non sono stati sottoposti ad elaborazione alcuna che potesse variarne in qualche modo la sonorità. Le uniche operazioni eseguite sono di editing. Per eliminare le fasi di silenzio prima e dopo ogni brano, gli eventuali rumori indesiderati nelle fasi di avvio e arresto della registrazione, sempre e solo mediante operazioni di taglio e al massimo di fade in e fade out.

Nessun altro tipo di operazione è ammessa, è stata o sarà effettuata sui file audio oggi in linea e in quelli che vi verranno messi nel corso del tempo.

Come è immaginabile, lo sforzo tecnico ed economico profuso ai fini di questa iniziativa è stato ragguardevole, soprattutto in considerazione del fatto che Il Sito Della Passione Audio risponde innanzitutto al principio dell’indipendenza.

Quindi è estraneo a qualsiasi forma di pubblicità, palese o dissimulata che sia. Forse è per questo che qualcuno, abituato evidentemente ad agire secondo i metodi che gli sono propri, ha pensato bene di aggirare il problema e usare il sistema della minaccia, rigorosamente in forma anonima.

Di conseguenza tutte le spese relative alla conduzione del sito, alla realizzazione dei suoi contenuti, alla sua permanenza in linea e alle iniziative da esso condotte sono affrontate in prima persona dal suo amministratore.

A questo punto non rimane che augurare buon ascolto, fermo restando che qualsiasi suggerimento riguardo a quest’iniziativa sarà ben accetto. Quantomeno se espresso in forma urbana e formulato in condizioni di pieno contatto con la realtà.

 

 

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