I dischi di gennaio (e febbraio)

Come al solito la rubrica mensile dedicata alle uscite discografiche, che sono il cibo necessario per qualsiasi impianto di riproduzione sonora, arriva in ritardo. Colpa dei numerosi impegni che mi tengono occupato da prima delle feste natalizie.

Credo che la precedenza per questa edizione della rubrica sia meritata dall’uscita del nuovo disco di Neil Young “Peace Trail”, disponibile dal 6 gennaio anche in edizione vinilica. E’ basato soprattutto su brani eseguiti alla chitarra acustica, accompagnati da una formazione minimale, composta da Jim Keltner alla batteria e Paul Bushnell al basso. Oltre naturalmente alla chitarra e alla voce di Young.

Venendo subito dopo il Natale, ricorrenza per cui l’industria discografica sforna ogni sorta di tentazione per l’appassionato di musica, il mese di gennaio è in genere alquanto avaro di nuove uscite o solo riedizioni. Nondimeno c’è sempre qualcosa per tenere desta l’attenzione. Per il jazz ad esempio c’è “A Tribute to Jack Johnson” di Miles Davis, riedito da MFSL sia in vinile che su CD. Si tratta di uno dei dischi più importanti nella prima fase elettrica del trombettista nonché uno dei più “duri”, non solo perché largamente dominato dalla sonorità della chitarra elettrica affidata a John Mc Laughlin. La formazione disco comprende inoltre Billy Cobham alla batteria, Steve Grossman al sax, Herbie Hancock alle tastiere e Micheal Henderson al basso.A-Tribute-To-Jack-Johnson

Il disco è composto da due lunghi brani per larga parte improvvisati, “Right Off” e “Yesternow” e va a completare al meglio la panoramica sulla musica di Davis del periodo. Stiamo parlando del 1970, immediatamente dopo l’uscita di “In A Silent Way” e “Bitches Brew” che segnarono la svolta definitiva del musicista verso l’elettrificazione degli strumenti e di conseguenza un profondo cambiamento a livello compositivo e di esecuzione che fece gridare allo scandalo e scatenò polemiche che andarono avanti per decenni. Si disse che quella musica non era vero jazz, ma senza che nessuno si fosse mai preoccupato di dire in che consistesse, cosa del resto impossibile trattandosi di un genere nato ed evoluto per contaminazioni successive. Al riguardo ci fu addirittura chi ritenne fosse il caso di scrivere che Davis stava comportandosi da magnaccia con la musica esattamente come faceva con le sue donne, forse per l’influenza prodotta dal significato letterale della parola Bitches. Si trattò di uno tra gli esempi più plateali della supponenza mista ad arroganza, erette su su una base di sostanziale inadeguatezza concettuale e culturale, tipiche di troppi operatori della carta stampata un po’ in tutti i settori. Fu così che i rapporti già problematici di Davis con il giornalismo musicale vennero troncati definitivamente, salvo rarissime eccezioni, e il trombettista coniò il detto “La musica parla per sé stessa”. Nulla di più veritiero, che oltretutto si attaglia alla perfezione a numerosi altri ambiti, primo fra tutti quello della riproduzione sonora.

Dato che la musica di Sly and The Family Stone fu tra le fonti ispirative per la svolta elettrica di Davis, nulla di meglio che segnalare la riedizione di “Stand” da parte di Sony Legacy. Sempre per il funk, vale la pena di fare un accenno a “Finest” dei Funkadelic, per la Tidal Waves Music.

Tornando per un istante al jazz, credo sia giusto ricordare “Bird and Diz” di Charlie Parker e Dizzy Gillespie riedito da Doxy ACV.

Per il rock la precedenza va indubbiamente a ” In A Gadda Da Vida” degli Iron Butterfly, vero colosso di quella che all’epoca si definiva “musica underground”. Il disco prende il titolo dal lungo brano che copre tutta la seconda facciata, in cui nel contesto psichedelico tipico del periodo si prospettano, forse per la prima volta, alcune delle scelte stilistiche che di li a qualche tempo avrebbero dato vita all’hard rock. Si tratta di un disco storico, all’epoca uno tra i capisaldi irrinunciabili della musica che potremmo definire d’avanguardia e in quanto tale non poteva mancare nella collezione di qualsiasi appassionato, ma che oggi è forse alquanto trascurato. Vendette ben 30 milioni di copie e rimase per ben 140 settimane nella classifica di Billboard, 81 delle quali tra i primi 10.In-A-Gadda-Da-Vida

Si tratta come spesso accadeva in quel periodo di un disco a due facce, dato che al lungo brano della seconda facciata che caratterizzò un’era si contrappongono quelli alquanto più convenzionali contenuti nella prima. Malgrado si percepisca senza difficoltà l’esecuzione di entrambe da parte dello stesso gruppo, sembra quasi che a separarle vi sia un’intera era geologica, percorribile nel breve spazio di tempo occorrente a passare dalla facciata A alla B di un disco. Si tratta di una delle sorprese tipiche di quel tempo, che oggi sarebbe semplicemente improponibile. A nessuno verrebbe mai in mente di pubblicare qualcosa di tanto slegato nelle sue componenti. E se qualche “musicista pazzo” ne avesse la tentazione, ammesso e non concesso che gli venisse data la possibilità di fare un disco, arriverebbe subito il produttore di turno a ricondurlo a più miti pretese. Segno evidente dell’omologazione e della massificazione tipiche del nostro tempo, imperniate sulla limitazione degli orizzonti che si ritengono percorribili, o meglio raccomandabili, e quindi il rinchiudersi all’interno di recinti che in pratica impediscono qualsiasi forma di rinnovamento ed evoluzione. Motivo per cui la musica rock ripete sé stessa ormai da decenni e risulta francamente inascoltabile per chiunque non sia un novizio e non desideri trangugiare sempre la solita minestra, eventualmente variata solo per le dosi con cui si aggiungono le spezie che fanno parte della sua ricetta. Il disco è stato meritoriamente riedito da Rhino, sembra su vinile a colori psichedelici del quale però non ho ulteriori ragguagli.

Il brano che dà il titolo al disco non è altro che il sound check eseguito dal gruppo nello studio di registrazione, nell’attesa del produttore. Arrivato a cose fatte, non gli restò che rimixare la registrazione, ulteriore dimostrazione che le opere più significative, se non si vuole parlare di capolavori, hanno un’origine casuale e la loro realizzazione non avviene mai in modalità premeditata.

Sempre per il rock ci sono da segnalare le riedizioni di ben quattro dischi dei Roxy Music: “Avalon”, “Flesh + Blood”, “For Your Pleasure” e “Manifesto” da parte della Back to Black.

Completiamo la rassegna con uno tra gli esempi più deteriori dell’affarismo legato alla produzione discografica e allo sfruttamento indiscriminato dei suoi miti. Si tratta del box contenente tutti i dischi realizzati da George Harrison, 12 in totale oltre a due picture disc singoli, denominato “The Vinyl Collection”.harrison-box

Tutti i vinili sono su supporto da 180 grammi e derivano da rimasterizzazioni dei nastri originali. Questo non vuol dire si tratti di genuini LP analogici, dato che non è dato sapere se detta rimasterizzazione sia stata eseguita mediante apparecchiature analogiche o digitali. Nelle notizie ufficiali non si fa riferimento alla cosa, quindi si può ritenere che l’operazione sia avvenuta tramite le seconde. Il box sarà disponibile a partire dal prossimo 24 febbraio al prezzo dii 455,99 sterline sul mercato d’origine.

A completamento, nello stesso giorno, con la scusa che si tratta del settantaquattresimo anniversario della nascita di Harrison, arriverà la riedizione del suo libro biografico “I Me Mine”, edito originariamente nel 1980 e ricavato dalle conversazioni con l’allora addetto stampa dei Beatles Derek Taylor. Si tratta di un libro di 632 pagine, arricchito per l’occasione dai testi delle sue canzoni e da fotografie inedite.

Ancora non basta, perché c’è anche una terza gamba dell’operazione: riguarda nientemeno che la realizzazione di una versione speciale del giradischi Pro-Ject Essential III in edizione limitata a 2500 esemplari, il “George Harrison Essential III” la cui estetica è stata curata dallo Studio Number One sulla base di una litografia del 2014 di Shepard Fairey. Il suo costo è di 429 sterline.

Pazzesco, non mi sembra il caso di dire altro: ecco le uniche cose che riesce a fare oggi l’industria discografica: operazionipro ject-george-harrison-essential-iii dalle finalità smaccatamente commerciali per estrarre la maggior quantità di soldi possibile dalle tasche dei gonzi che ci cascano, con il pretesto di anniversari di nessun significato. Ad esse si ritiene di dare una credibilità semplicemente moltiplicando gli elementi sui quali vanno ad articolarsi, così da produrre la quantità di chiasso maggiore possibile. Quindi non solo il box set, operazione deteriore e falsamente celebrativa già per conto proprio, ma anche il raffazzonare alla bell’e meglio una biografia già nota. Ad essi, genialata delle genialate, si aggiunge nientemeno che il giradischi con cui riprodurre i vinili contenuti nel box, dall’estetica di dubbio gusto e secondo un pendant cui si spera cadano almeno i cultori più sfegatati di Harrison. Il quale, poveretto, si starà rivoltando nella tomba.

Si poteva almeno rimandare all’anno prossimo, in cui cadrà il settantacinquennale della nascita dell’ex Beatle, data di maggiore significato. Ma si sa, i bilanci aziendali non possono mica aspettare tanto a lungo.

I veri cultori di Harrison e in genere della musica rock potranno dunque festeggiare nel modo migliore la ricorrenza evitando accuratamente di accodarsi a una simile carnevalata, lasciando sugli scaffali il box, la riedizione della biografia e più che mai il giradischi allestito da Pro-Ject per l’occasione.

 

 

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