Guarda come si sente bene! (il post di fine anno)

Fine anno, tempo di consuntivi. E anche di prendere atto che ormai siamo vicini alla fine del secondo decennio del ventunesimo secolo. Quasi cinquanta anni fa un certo signor Sinfield previde che sarebbe stato quello dell’uomo schizoide. Personalmente ritengo l’abbia indovinata in pieno. Poi, siccome la realtà è notoriamente capace di andare oltre ogni fantasia, oggi vediamo che lo sdoppiamento di personalità non riguarda solo gli umani ma anche le attività a cui si dedicano, sempre più contraddistinte da una realtà bifronte.king-crimson-in-the-court-of-the-crimson-king2 Nella quale gli scopi originari di ognuna di esse vanno a finire sempre più sullo sfondo, lasciando il posto ad altri, in genere legati maggiormente alla convenienza e alle conseguenze delle leggi proprie del sistema in cui viviamo.

Caso tipico è quello della medicina e dell’industria farmaceutica, nata dalla necessità di cure per le malattie dell’uomo. Poi però si è compreso che lo stesso perfezionamento dei suoi ritrovati l’avrebbe portata ad estinguersi, dato che se si fa in modo di avere una popolazione “troppo” sana, la richiesta di farmaci andrà sempre più a ridursi. Di qui la necessità di calibrare gli effetti dei prodotti che smercia, in modo tale da mantenere e se possibile aumentare la clientela potenziale per il suo prodotto. Dato che anch’essa, in ultima analisi deve rispondere alle leggi del profitto

Così oggi, un intero settore della medicina si dedica in maniera incessante, direi fin quasi febbrile, al reperimento di nuove malattie, le quali a loro volta determinano la necessità di una cura.

Un altro esempio è quello relativo alle organizzazioni per combattere la fame nel mondo. Sono attive da vari decenni, eppure il fenomeno che vorrebbero combattere resta ben lungi dal risolversi. A volte anzi si viene colti dal sospetto che invece di diminuire aumenti. Si dirà che esistono fior di statistiche al riguardo. Il punto è che anch’esse hanno un ruolo da protagonista in questo scenario distorto, in particolare quelle che riguardano gli aspetti contraddittori del sistema attuale che si preferisce dissimulare. Ne sono un esempio tipico i rilevamenti sulla disoccupazione, che con pretesti e cavilli vari si fa in modo di calcolare in un valore pari a meno del 30% di quella che è realmente. Quelle organizzazioni, allora, danno l’idea di essere dedite ad alleviare soprattutto la fame dei loro funzionari, spesso percettori di stipendi e trattamenti principeschi, mentre gran parte della popolazione dei sud del mondo continua a soffrire la fame e la sete. Del resto è evidente che se dai luoghi in cui il fenomeno imperversa si eliminassero le condizioni di bisogno, essi non fornirebbero più a così buon mercato le materie prime di cui sono ricchissimi, come fanno da secoli, a vantaggio dell’arricchimento e del benessere del mondo occidentale.

Un ulteriore esempio riguarda la stampa di settore. Nata con l’intenzione di aiutare gli appassionati a scegliere i componenti del loro impianto, si è trasformata in breve in una vetrina a disposizione di chiunque abbia il denaro necessario ad acquistarne gli spazi. Causando la diffusione di un numero abnorme di false verità e vere e proprie leggende, che a lungo termine hanno prodotto un danno oltremodo cospicuo a tutto il settore, la regressione molto pesante in termini di pubblico e una condizione di crisi permanente.

In tema di consuntivi, guardando indietro nel passato recente del nostro settore, diciamo dal 2000 in poi, credo siano due le tendenze che hanno avuto il rilievo maggiore. La prima è quella riguardante l’incremento sostanziale per i prezzi delle apparecchiature audio, abbinato al loro svuotamento tecnico altrettanto rilevante. La seconda, che poi non è altro da una conseguenza della prima, è l’attribuzione alla cosmetica di un’importanza sempre maggiore, fino a farla diventare l’elemento largamente predominante per apparecchiature che fino a prova contraria dovrebbero servire a compiacere prima l’orecchio e poi l’occhio.

Ora che ci troviamo alla fine di un percorso iniziato oltre venti anni fa, questa gerarchia si è del tutto capovolta e l’occhio, o meglio il senso della vista la fa sempre più da padrone. Del resto siamo nell’era e nella civiltà dell’immagine, intesa nel senso più deteriore del termine. Ovvero quale simulacro di contenuti via via ridotti sempre più all’osso, seppure esistano ancora, cosa da non dare assolutamente per scontata.

Del resto cosa c’è di meglio di un bell’involucro per mascheare la pochezza di contenuti resa necessaria dall’evoluzione tecnologica ed economica del nostro tempo, anche se forse sarebbe più corretto parlare di involuzione. Del resto si dice che un’immagine valga più di mille parole. Se è vero, non è assolutamente casuale il fatto che nella redazione in cui ho passato troppi anni della mia vita, al fotografo venissero riconosciuti compensi almeno tripli rispetto a quelli di qualsiasi redattore. Anche se non ha competenza alcuna riguardo alla materia di cui tratta la rivista. A parte quella di mettere in evidenza il lato più fotogenico delle apparecchiature che va a fotografare. I frutti di quel lavoro campeggiano poi sulle pagine della pubblicistica di settore, che sono proprio loro stesse le prime a suggerire che l’ascolto si faccia prima di tutto con gli occhi.

Stando le cose in questo modo, dire “guarda come si sente bene” è passato dallo status di provocazione a realtà condivisa e accettata con entusiasmo da troppi appassionati di riproduzione sonora. Proprio perché l’attività inerente la sua fruizione si svolge ormai per larga parte mediante il senso della vista.De Paravicini

Ascoltare con gli occhi: ecco la tendenza del secolo, per quel che riguarda il settore audio.

I finali e gli amplificatori integrati si comperano o si sogna di acquistarli esclusivamente per via dei loro vu meter: tanto meglio se a sfondo azzurro. I leggendari occhioni blu che hanno fatto sognare legioni di (pseudo) appassionati. Che poi siano ospitati sul frontale di apparecchiature che in termini di sonorità sono veri e propri catafalchi, per quanto costosi, non ha proprio alcuna importanza. Tanto ci pensa il Coro Degli Entusiasti A Prescindere a fugare qualsiasi dubbio in merito. E se per caso qualcuno esprime delle perplessità, se ne censurano gli scritti, senza guardare tanto per il sottile.

L’essenziale è che sia il loro potente distributore, abituato da decenni a fare il bello e il cattivo tempo nel settore in cui imperversa, a essere contento. Insieme ai fan del marchio naturalmente, i quali sono ben felici di trovare un avallo ufficiale alle loro preferenze.

Capirei se gli occhioni blu fossero quelli di una bella donna, ma nel nostro caso la questione non ha proprio alcun senso.

Resta il fatto che se non ha i vu meter, oggi un amplificatore non lo si prende neppure in considerazione. Tanto che importa il suono: l’essenziale e restare ipnotizzati dinnanzi all’oscillare ritmico delle lancette e all’illuminazione di fondo degli strumenti, dalla valenza simile a quella delle lampare utilizzate dai pescatori. A quel punto suona bene tutto: resta solo da chiedersi che differenza ci sia effettivamente tra il pesce che risulta più facile catturare per mezzo di una luce applicata in poppa a una barca e i tanti appassionati che abboccano all’amo.amplificatore-finale-sae

Ora che ci penso, temo che questioni simili abbiano buona parte dell’importanza per quel che riguarda il revival dell’analogico. Chissà quanti cultori di vinili e giradischi sono tali per via delle loro peculiarità a livello di sonorità e quanti di essi invece apprezzano prima di tutto le doti visive. Molti giradischi sono affascinanti e così pure le copertine degli LP.

“Guarda come si sente bene”, insomma, anche per via del predominio del senso della vista, come elemento di percezione della qualità o meglio riguardo ai metodi atti a indurla, che sia presente o meno, e proprio per quel tramite viene derubricata tra la varie ed eventuali. Del fenomeno abbiamo già parlato in articoli pubblicati in precedenza, come “Quello che si vede è di camicia” e “La percezione della qualità“.

La diffusione di internet e dei social ha reso ancora più pervasivo il dominio dell’immagine. Basta osservare l’attività in uno qualsiasi dei gruppi creati per riunire gli appassionati. Al di là degli scopi occulti propri della maggior parte di essi, si può osservare come la loro attività sia centrata soprattutto in un vorticoso postare di fotografie, inerenti apparecchiature nuove, vecchie, possedute o desiderate. A ogni nuova foto pubblicata i “mi piace” si sprecano, e così i commenti atti a magnificarne l’estetica, senza però che nessuno o quasi faccia domande sul modo di suonare, su quale sia l’utilizzo più indicato e così via.

Addirittura ci sono account specializzati nel pubblicare impianti di costo elevato, i quali come sempre sono quelli che mettono in evidenza le loro contraddizioni nella maniera più plateale. Tutti si lustrano gli occhi, ma nessuno sembra rilevare certe cose, come nel caso della foto dei famosi e ancor più ingombranti diffusori “Studio Monitor”. Tanto che la stanza adibita alla loro installazione non ce la fa a contenerli e così uno dei due deborda nell’ambiente contiguo attraverso un arco, la cui presenza è provvidenziale. C’è da chiedersi se esistesse già prima o sia stato ricavato allo scopo. L’altro diffusore invece è andato a finire incastrato in un angolo della stanza. Essendo ciascuno di essi equipaggiato con doppi woofer da 38 cm, è evidente che una collocazione siffatta renderà l’emissione delle frequenze fin troppo esagerata. Tra i numerosissimi commentatori sperticatisi nelle lodi per un’installazione di rado così marchianamente senza senso, solo uno ha fatto rilevare la cosa, restando del tutto ignorato.

Credo si tratti di un fatterello oltremodo significativo, non solo perché è la dimostrazione che il livello di cultura in termini di riproduzione audio negli ultimi anni ha avuto una regressione spaventosa, proprio grazie alle conseguenze di forum e social dove imperversa la qualunque, ma anche per il fatto che ormai la passione per la riproduzione sonora è divenuta per molti l’equivalente di un mero collezionismo di immagini.

Ovvio allora che in condizioni simili il senso della vista, in una accezione del tutto a sé stante e slegata da qualsiasi forma di ragionamento, si veda attribuire un predominio assoluto. Anche e soprattutto nei settori nati e sviluppatisi per scopi del tutto differenti.

Un’immagine siffatta, che oltre ai diffusori fuori misura comprende un’altrettanto vistosa sfilata di apparecchiature, rende del tutto pleonastiche le questioni inerenti la qualità sonora. Il senso della vista, l’istinto di possesso e le velleità di sfoggio sono appagati: il resto non conta. Tanto è vero che dallo scorcio visibile nella foto, il trattamento dell’ambiente è in pratica inesistente, a conferma di quali sono le origini e gli obiettivi di determinate installazioni.

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Puntare tutto sull’immagine, e quindi sull’elemento visivo che proprio come tale può conquistare facilmente ma viene a noia con altrettanta rapidità, è un elemento che contribuisce, o almeno dovrebbe, a velocizzare il ricambio delle apparecchiature, andando a sostenere i ritmi di vendita. Elemento, questo, fondamentale nelle dinamiche di mercato attuali, che vedono il predominio assoluto di gruppi finanziari che uno dopo l’altro hanno acquisito il controllo dei marchi principali operanti nel settore. In quanto tali hanno finalità eminentemente speculative: per forza di cose il loro legame con i desideri degli appassionati è diventato sempre più labile, seppure esista ancora.

L’interesse primario di gruppi siffatti è il profitto, dal quale consegue il loro valore e quello delle loro azioni. L’orizzonte più remoto che si pone chi li guida è quello del bilancio annuale: in condizioni simili le prospettive di lungo termine perdono sostanzialmente di significato, andando a influire sulle attività dei marchi nel portafogli di gruppi simili, per forza di cose dipendenti dagli scopi primari che si prefigge chi ne ha il controllo. Vale la pena di ripetere ancora una volta che sono privi di qualsiasi legame con la riproduzione sonora, se non appunto per via del prodotto realizzato.

I diffusori Living Voice Cosmotron, testimonianza che l'idiotizzazione di massa conseguente al dominio dell'immagine non ha colpito solo gli appassionati di riproduzione sonora.
I diffusori Living Voice Cosmotron, testimonianza che l’idiotizzazione di massa conseguente al dominio assoluto dell’immagine non ha colpito solo gli appassionati di riproduzione sonora.

Prevale così la realtà meccanicistica dei sistemi di creazione del profitto, a loro volta sottoposti alla logica di quelli che oggi sono definiti giustamente i casinò della finanza globale, nei quali imperano i sistemi di moltiplicazione di denaro dal denaro. Come ho avuto modo di puntualizzare altrove, i margini di profitto realizzabili agendo in tali ambiti sono particolarmente elevati. Va da sé allora che qualunque attività volta alla produzione di beni reali debba conseguire risultati di pari rilievo per avere una giustificazione alla sua stessa esistenza.

Credo che le conseguenze di logiche simili siano evidenti per chiunque. Un ultimo accenno alle dinamiche tipiche dei sistemi capitalistici, che a lungo andare tendono appunto alla creazione di oligopoli particolarmente potenti, rappresentati al meglio dai gruppi finanziari che detengono il controllo di tutti i più grandi marchi attivi nel settore audio e ne influenzano grandemente l’attività, e finiscono poi con il diventare veri e propri monopoli.

Curioso rilevare che mentre l’ascolto si esegue sempre più con gli occhi, le cose di cui abbiamo parlato fin qui non si guardano mai. Neppure la pubblicistica di settore si azzarda a sollevare il velo su aspetti simili. Del resto è troppo occupata a prospettare lo scenario di fantasia a uso e consumo della tranquillità mentale della fascia di appassionati più vasta possibile, e a decantarne i destini magnifici e progressivi, per avere il tempo di dedicarsi a cose del genere.

Ci pensa allora una fonte non allineata come Il Sito Della Passione Audio, che del suo status può andare orgogliosa. Proprio in quanto.lontana mille chilometri dal pensiero unico della riproduzione sonora, figlio delle forme di pubblicità occulta con cui si propaganda il continuo susseguirsi di apparecchiature che quando va bene sono identiche le une alle altre.

Giacché ci troviamo, proseguiamo l’elenco delle modalità creative o alternative di ascolto, con un’altra delle specialità più note in tale ambito: l’ascolto con il portafogli.

Ancora una volta è il frutto delle attività filantropiche della pubblicistica di settore e del concetto che spingendo le apparecchiature più costose i suoi inserzionisti ne avrebbero tratto maggiori profitti. Da li margini maggiori da investire in pubblicità, quindi sia pure indirettamente si sarebbe potuto mungere la vacca in maniera più cospicua.

Che poi lasciando allo scopo la briglia sciolta ai suoi redattori dalla fantasia più fervida nel raccontare i risultati immaginari conseguenti all’impiego di apparecchiature sempre più costose, al contrario della loro efficacia, si sarebbe prodotta un’ulteriore concausa per il disamoramento di tanti appassionati e il conseguente abbandono del settore, per chi ha tirato nel corso dei decenni le fila della stampa di settore è un particolare del tutto insignificante. Tanto il suo conto in banca, e pure bello grasso, se lo è costruito. Coloro sulle spalle dei quali è stato messo insieme che si fottano pure. E se chiunque abbia cercato invece di mantenere un atteggiamento più corretto nei confronti di certi oggetti sia stato prima emarginato e poi messo deliberatamente con il fondo schiena per terra, è soltanto un particolare di nessuna importanza.

Spingendo la tendenza all’ascolto con il portafogli, la pubblicistica di settore ha imposto il concetto che basta avere il denaro sufficiente a comperare le apparecchiature più costose per ottenere i risultati più efficaci in termini assoluti. Simboleggiando ancora una volta la dissociazione di chi agisce in tale ambito e ha indotto gli sventurati che hanno pagato somme non indifferenti a lasciarsi prendere in giro in modo simile. Questi ultimi si trovano ora incapaci di liberarsi dai luoghi comuni in cui credono in buona fede: continuano a spendere per il continuo cambio di apparecchiature, senza riuscire a comprendere che si tratta di una pratica inutile, poiché la mediocrità di fondo di quegli oggetti non può che risolvere un difetto instaurandone degli altri. E neppure che anche l’apparecchiatura più costosa se non è messa nelle condizioni di esprimersi al meglio non può dare quello che potrebbe.

Paradossalmente, anzi, più essa è efficace e più è in grado di dare il rilievo migliore alle problematiche dell’impianto in cui è inserita, che quel modo di fare lascia del tutto trascurate.

Ma guai a dire cose del genere: ne potrebbero venire influenzati gli introiti pubblicitari: meglio continuare a raccontare corbellerie a rotta di collo, tanto quelli che ci credono si trovano sempre. I quali oltretutto, nella più inverosimile delle sindromi di Stoccolma, sono i primi a scagliarsi contro chi prova a prospettare loro un modo diverso di procedere ai fini dell’ottenimento di determinati risultati. Per poi non solo simpatizzare coi propri carnefici, ma diventarne addirittura dei collaborazionisti attivi, come si vede fare negli spazi dei forum e dei social dedicati al settore.

Bastano invece un pochino di attenzione, di dedizione e di sensibilità in più e anche un impianto in apparenza modesto può diventare un castigamatti per quelli ultracostosi allestiti secondo i consigli decerebrati e decerebranti della pubblicistica di settore. Quando ci si trova di fronte alla dimostrazione di simili realtà, la sorpresa è sempre grande e di pari proporzioni sono le affermazioni di chi ha la fortuna di imbattersi in esse. In genere hanno un tenore del tipo: “Con quest’impiantino da quattro soldi si sente in un modo che a casa di chi possiede catene da trentamila e rotti euro non si immagina neppure”.

Il punto è che valutazioni simili presuppongono l’utilizzo del senso dell’udito, ormai così tristemente fuori moda.

Una variante più raffinata dell’ascolto con il portafogli è quella che si esegue per mezzo delle targhette dei costruttori, poste sui frontali delle apparecchiature. Qui il sillogismo non contempla più soltanto la mera questione economica, ma va a considerare appunto il marchio delle apparecchiature che compongono l’impianto, secondo una componente che per certi versi vorrebbe suggerire la maggiore dimestichezza di chi pratica questo tipo di ascolto con la realtà inerente la riproduzione audio. Il sottinteso è che solo per il tramite dei prodotti realizzati da quei marchi si possano ottenere determinati risultati. Che poi siano quasi sempre di palese mediocrità, ancora una volta non ha nessuna importanza e tantomeno viene rilevato da chi conduce i propri ascolti secondo tali modalità: sono proprio le targhette, che riportano ovviamente i marchi più blasonati del settore, a fornire la più sostanziosa e incorruttibile delle garanzie al riguardo.

Oltretutto chi possiede l’apparecchiatura del marchio più blasonato può sentirsi parte di una cerchia di eletti, cosa ovviamente preclusa a chi si deve accontentare di oggetti sprovvisti di simili quarti di nobiltà.

L’ultima delle specialità relative all’ascolto “creativo”, ma non per questo la meno importante, è quella che si effettua mediante i grafici e i numeri delle misure di laboratorio.

Il numero dei suoi praticanti sembra essere in crescita negli ultimi tempi, per motivi non facili da individuare. Malgrado le riviste di settore abbiano perso quasi del tutto la loro credibilità, proprio a forza di voler imporre dei riscontri che nel corso del tempo hanno dimostrato la loro sostanziale estraneità con la realtà dei fatti, restano attivi dei gruppuscoli di appassionati che asseriscono che la qualità delle apparecchiature audio e.di conseguenze quella del loro suono sia dimostrabile solo attraverso numeri e tracciati.

Il numero è potenza, diceva un personaggio di una certa notorietà, che pretendeva oltretutto di avere sempre ragione. In linea di principio le motivazioni di quelli che ascoltano con le misure hanno dimostrato più volte di essere sostanzialmente la stessa.

Sarà un combinazione, una predisposizione caratteriale o la conseguenza stessa di simili certezze? Ah, saperlo!

Dal punto di vista di questo tipo di appassionati, tutto ciò che non sia comprovato da una qualsivoglia misura, farebbe parte del mondo della fantasia e delle illusioni. Se non addirittura di vere e proprie allucinazioni, che coglierebbero un numero di persone variabile a piacere da zero a infinito, nel momento stesso in cui si accingono a cambiare un cavo o a porre in essere una miglioria per le condizioni di impiego di una o più apparecchiature dell’impianto. Secondo loro, solo quello misuratorio sarebbe il modo “scientifico” di procedere, dato che, sempre in base alla loro opinione, se non è già stata ideata la misura atta a descriverlo, nessun fenomeno può esistere in natura.

Che si tratti di un testacoda concettuale di rara evidenza, non li sfiora neppure. Del resto hanno la “scienza” dalla loro. Che sia peppe-er-panterautilizzata con modalità taumaturgiche e per il suo tramite spesso non si sappia neppure cosa si misura realmente, è un aspetto del tutto privo di importanza.

Chissà perché, ogni volta che mi imbatto nelle pretese di scientificità di certi appassionati mi torna alla mente lo “sc… sc… scientifico” di Peppe il Boxeur. Detto anche “Er pantera”, è il personaggio un po’ mitomane interpretato da Vittorio Gassman in due dei suoi film più divertenti: ” I soliti ignoti” e “L’audace colpo dei soliti ignoti”, nei quali era convinto di preparare i suoi furti secondo tale metodo. Pensando di mettere a segno rapine eccezionali, finiva col rubare un piatto di pasta e ceci.

Come sempre, ogni riferimento a personaggi da cui è popolato il mondo dell’audio è puramente casuale.soliti-ignoti-giornale

Non di rado, chi ascolta con le misure asserisce l’impossibilità di ottenere determinati risultati in termini di qualità sonora, con argomentazioni che suggeriscono la pochezza delle catene che possiedono e quelle che hanno avuto modo di ascoltare. Questo si deve al fatto che il pilastro fondamentale per la saldezza delle loro convinzioni sta appunto nel fatto di rifuggire come la peste qualunque possibilità che possa dimostrare l’esistenza di qualcosa che vada oltre le loro convinzioni.

Perché poi si debba avere tanto a cuore il permanere nella peggiore mediocrità è qualcosa che per quanto mi sforzi non riesco a comprendere.

Conseguenza prima dell’approccio fin qui descritto è che i cavi non servono a nulla. Semmai si possa cogliere qualche differenza di qualità sonora nella loro sostituzione, sarebbe da addebitare ai difetti delle apparecchiature che vanno a collegare. Seguita a ruota dal solito discorso delle illusioni, delle allucinazioni di massa indotte a comando, appunto quello concernente la sostituzione di un cavo. Il che lascia la porta aperta ad almeno due quesiti di portata epocale. Se basta così poco per scatenare allucinazioni di massa, non si capisce per quale motivo ai fini dello spaccio di sostanze stupefacenti tanti abbiano rischiato la pelle e la galera, quando sarebbe bastato semplicemente dedicarsi al commercio di cavi speciali per impieghi audio. Misteri della fede.

Il secondo e più importante quesito è il seguente: nel momento stesso in cui qualcuno riuscirà a trovare una misura che dia conto delle differenze sonore riscontrabili tra un cavo e l’altro, cosa alquanto improbabile ma la cui impossibilità non è da dare per scontata, gli ascoltatori per mezzo delle misure come si comporteranno? Faranno finta di nulla per coerenza con le posizioni che sostengono da decenni, restando sulle loro convinzioni, oppure diverranno all’istante i più strenui assertori della necessità dei cavi speciali e delle loro qualità?

Nell’impossibilità di rispondere a questa domanda, visto che stiamo per entrare nel nuovo anno potremmo forse riproporci di fare il possibile per tornare ad ascoltare con le orecchie.

Rischieremo per questo di essere individuati come retrogradi e passatisti?

Pazienza, ce ne faremo una ragione.

 

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2 Comments
  1. Reply Antonio Fortunati 31/12/2016 at 12:52 am

    Vedo con piacere che rendi sempri più appetibili gli argomenti dei tuoi articoli, Claudio.
    E lo dico con sincerità e piacere, anche se ciò che scrivi potrebbe trovare qualcuno in disaccordo, ma la realtà palese è questa.
    Credo anche che sia stata oculata la scelta delle immagini, soprattutto la prima, iconica e lacerante, che la dice tutta sullo stato d’animo del ‘mortale’ appassionato ed ascoltatore, meschina vittima della ‘filippinica’ macchina delle ‘lucette’, alla quale ahimè ho appartenuto anch’io. E di questo capolavoro discografico, se mi consenti un’aggiunta al tuo inciso, appartenente appunto alla prima immagine del tuo articolo, bisognerebbe ringraziare ciò che ha creato i proto-progressivi signori King Crimson nel combattuto 1969, con il loro criptico “In the Court of the Crimson King”.
    Per quanto riguarda invece la costruzione appariscente di ogniddove musicale, vorrei spezzare una lancia in favore della collocazione estetica laddove ella possa riuscire, non inficiando col suono, e magari anche anche col costo, soltanto per rendere gradevole e meno asettico l’aspetto.
    Ovviamente ogni cosa a misura, senza inutilità o fronzoli vari.
    Sperando che l’anno che verrà ci porti speranzosi ed innovativi progettisti di elettroniche da ascoltare, annoverando anche te Claudio, auguro a tutti gli amici del sito buon 2017!

    • Reply Claudio 31/12/2016 at 8:38 am

      Caro Tonino,

      innanzitutto auguri di buon anno anche a te, ai frequentatori di Il Sito Della Passione Audio e agli appassionati in generale, anche quelli che utilizzano strumenti di ascolto alternativi.
      Andando per ordine, la scelta dell’immagine di apertura è stata dettata proprio dalla sua capacità di riassumere al meglio quanto avviene in base a determinati meccanismi.
      A questo riguardo ti ringrazio perché mi dai l’occasione di puntualizzare meglio alcune scelte. Al di là della comicità dell’immagine, senza riflettere su ciò che si sta osservando ma lasciandosi guidare solo dal senso della vista, proprio come si è fatto in modo che avvenisse in campo audio e non solo, si potrebbe ritenere che la conformazione delle appendici applicate agli occhiali del soggetto possa attribuire a chi li indossa una capacità di visione ben superiore alla norma.
      La stessa identica cosa avviene in campo audio e non solo: seguendo impressioni non elaborate secondo un retroterra concettuale basato sul possesso dei fondamentali necessari, ma sui sentimenti di pancia, su pregiudizi, sillogismo, attrazione fatale verso la mediocrità e soprattutto intolleranza nei confronti di chi compia il minimo sforzo per lasciarsi influenzare il meno possibile da fardelli simili, si perviene appunto all’appartenenza a una delle categorie di appassionati elencate nell’articolo. Denominatore comune delle quali è appunto il pregiudizio, che assume un ruolo predominate nei confronti di tutto il resto.
      Se invece si guarda quell’immagine usando proprio un minimo il cervello per capire cosa si sta osservando, si comprende subito che quel dispositivo di visione non solo è inefficace, ma preclude addirittura ogni possibilità al riguardo. Che poi è proprio quello che fa chi ascolta con gli occhi, con il portafogli e con le targhette dei costruttori. Per i quali basta un equivalente di quei calici applicati agli occhiali, cui è stato insegnato loro ad attribuire una valenza positiva mediante un martellamento mediatico incessante che va avanti da decenni, per stabilire in maniera automatica, e quindi indotta in remoto, di trovarsi di fronte a qualcosa di sonicamente valido. Peggio ancora per quanto riguarda chi ascolta attraverso le misure: si precludono qualsiasi possibilità di pervenire a risultati degni di nota a livello di qualità sonora, proprio perché seguono un metodo che ha dimostrato oltre ogni ipotesi contraria la capacità davvero curiosa di produrre risultati esattamente opposti a quelli che il mondo reale si preoccupa, ormai invano, di metterci sotto gli occhi o in prossimità delle orecchie. Che però i seguaci della liturgia misuratoria rifiutano sistematicamente di prendere in considerazione.
      D’altronde, più ancora della schizofrenia profetizzata da Sinfield, se c’è una sindrome di massa che caratterizza e predomina nel nostro tempo è proprio la dissociazione dalla realtà, un po’ a tutti i livelli. Metro migliore per valutare correttamente le condizioni di vita nelle quali ci troviamo. Soprattutto quando si rifiuta di prenderne atto, fase in cui si perviene a un atteggiamento ancora più surreale, che è quello inerente la dissociazione della dissociazione.
      Termino con un riferimento alle questioni dell’estetica, riguardo alle quali ti auguri giustamente gradevolezza e assenza di asetticità nell’aspetto, ma con misura e senza l’usuale corredo di fronzoli inutili. Il punto però è che oggi valutazioni simili sono dettate dall’assuefazione ai canoni che sono stati imposti a furia di cercare la strada più facile, che non è il miglioramento delle doti sonore ma di quelle estetiche, in quanto capaci di fare colpo in maniera più diretta e soprattutto su una platea molto più ampia.
      Quindi, se 30 anni fa il tuo ideale avrebbe potuto essere rappresentato dalla tendenza alla spartanità di un’elettronica NAD, in questo momento un oggetto che si presentasse in maniera simile sarebbe ritenuto del tutto inaccettabile. Proprio per via dei canoni estetici che nel corso del tempo si sono imposti e ai quali ormai siamo assuefatti.
      A questo riguardo credo che uno degli esempi migliori sia quello che riguarda la Fiat Cinquecento, quella vera commercializzata negli anni 50 e 60. Ancora ne girano parecchi esemplari, ma mentre all’epoca erano la normalità, oggi quando li si incontra non si può fare a meno di stupirsi di quanto siano minuscole le sue dimensioni. Così se all’epoca le proporzioni fin troppo generose delle auto costruite in America ci sembravano un’esagerazione fuori luogo e di cattivo gusto, oggi paradossalmente ci ritroviamo nelle condizioni di rifiutare qualsiasi cosa non aderisca a quei canoni, non solo a livello dimensionale.
      Quindi dal mio punto di vista, che riconosco essere molto lontano da quello della maggioranza dimostratasi ben disposta nei confronti di determinati condizionamenti, l’unica è tenere presente che ogni apparecchiatura ha un costo di produzione ben preciso e che in tale ambito tutto ciò che si dedica a elementi inessenziali viene sottratta al nucleo del prodotto e quindi al suo comportamento in termini di sonorità.

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