Gran Galà Roma autunno 2018, edizione del 35ennale

In occasione del trentacinquesimo anniversario della nascita di Fonè, l’etichetta di Giulio Cesare Ricci, si è tenuta un’edizione celebrativa del Gran Galà di Roma, come sempre nelle sale dell’hotel Sheraton 2.

Dal punto di vista degli espositori, si può dire sia stata una mostra per pochi intimi. L’afflusso dei visitatori invece è stato consistente come e forse più del solito, a dimostrazione dell’interesse comunque ragguardevole da parte degli appassionati, che accolgono ogni volta di buon grado la possibilità di ascoltare impianti di alto livello.

Se nell’edizione della scorsa primavera ho faticato non poco per trovare motivi concreti di interesse riguardo alla sonorità degli impianti esposti, stavolta posso dire che le cose siano andate decisamente meglio.

Al proposito va tenuto presente, come di consueto, che le valutazioni inerenti la sonorità di ciascuno tra gli impianti sono legate alla qualità e alla tipologia dei brani riprodotti durante la visita alla saletta in cui operavano.

Di questa realtà si è avuta nella mostra di cui stiamo parlando una dimostrazione ancor più che lampante. In una delle salette di Lyrics Audio era in funzione un impianto dotato di diffusori Focal, che nella riproduzione di un master analogico contenente brani eseguiti da Enzo Pietropaoli ha messo in evidenza una qualità sonora molto elevata e di grande realismo. Salvo crollare nella sostanziale inascoltabilità nel ritorno a brani di orgine più consueta.

Si è trattato della dimostrazione migliore per l’importanza fondamentale della qualità della registrazione, ai fini della sonorità dell’impianto, ambito in cui anche il ruolo della sorgente assume un rilievo di estrema consistenza.

Un divario di proporzioni simili lo si riterrebbe fin quasi inverosimile se non ci si fosse trovati personalmente di fronte ad esso. Magari il brano con cui si è verificato un tale scadimento non sarà stato il più giusto per quell’impianto, come si è potuto verificare con quelli che lo hanno seguito. Resta il fatto che un differenziale tanto profondo da una situazione all’altra non è cosa cui ci si trova dinnanzi tutti i giorni e rappresenta un’esperienza fondamentale per la comprensione dei meccanismi che possono dar luogo a impressioni così antitetiche, sia pure nell’impiego dello stesso impianto.

Per contro si è potuto rilevare che con l’altro impianto su cui è stato riprodotto il master in questione, presente nella seconda sala dell’espositore menzionato, si sono apprezzate sonorità molti simili malgrado la  totale diversità rispetto al precedente, per tipologia di apparecchiature e loro attitudini.

In particolare  il senso di realismo è stato particolarmente accentuato in entrambe le condizioni. Dimostrazione ulteriore che, una volta oltrepassati determinati limiti qualitativi,  le caratteristiche della registrazione hanno la capacità di influenzare la sonorità percepita in manera persino maggiore dell’impianto attraverso il quale le si fa passare.

A margine poi, si ha l’impressione che vi sia una sorta di casualità nella scelta dei brani da far ascoltare e forse persino nella composizione di certi impianti, fattori che una volta messi uno insieme all’altro danno luogo a un risultato non definibile dei migliori. O più di rado a sorprese di bellezza inaspettata.

In tutta sincerità, qualora dovessi fare certe scelte in prima persona, cercherei di evitare alcuni tra gli abbinamenti impianto-brano cui mi sono trovato di fronte, ovviamente avendo a disposizione il tempo necessario per eseguire in via preventiva tutte le verifiche del caso.

A questo proposito ho idee piuttosto precise. Al di là dell’evitare programmi tanto inadatti all’impianto in dimostrazione, cosa lapalissiana, proverei a puntare più sull’impatto emozionale indotto dal lato artistico ed evocativo del brano riprodotto, piuttosto che su quello inerente la qualità sonora in assoluto. Espressa tra l’altro su parametri specifici più o meno opinabili, che inoltre possono non essere quelli più importanti per una parte significativa dell’uditorio presente in sala.

Si tratta di una considerazione che lascia un po’ il tempo che trova, essendo alquanto improbabile che venga incaricato da chicchessia a curare tale aspetto della dimostrazione, per me fondamentale. Del resto è proprio questo lo spazio su cui esprimere le mie convinzioni personali, al di là del fatto che altri potranno trovarsi d’accordo o meno con esse.

La parte “buona” del fatterello che sto raccontando riguarda in particolare la capacità di un diffusore da piedistallo di taglia tutto sommato contenuta, di sonorizzare una sala decisamente ampia con una pienezza e un’estensione sorprendenti per la gamma inferiore. Questo sempre in abbinamento al master analogico di cui abbiamo parlato.

Qualcuno magari dirà: certo, con il prezzo che ha quel diffusore ci mancherebbe altro. Invece non è così, qualsiasi cifra non potrà mai fare in modo che un oggetto pervenga a livelli prestazionali che vanno oltre i limiti dettati dalla sua costituzione.

Entrambe le sale in cui si è svolta la riproduzione dei master erano di ampia superficie. Nondimeno sono state  sonorizzate in assenza di cenni percettibili di fatica o anche solo di fiato corto da parte degli impianti in esse operanti, dando luogo a due tra le esperienze d’ascolto più interessanti della manifestazione.

Questo, si badi bene, in abbinamento al master analogico dei brani eseguiti da Enzo Pietropaoli insieme al suo gruppo.

 

Un altro stand dalla sonorità interessante era quello di Import Audio, in cui suonavano fianco a fianco due coppie di diffusori da pavimento Kingsound, sia pure di taglia molto diversa.

Quando sono entrato nella saletta, stavano suonando quelli di dimensioni minori. Malgrado ciò ho avuto l’impressione che potesse trattarsi di quelli più grandi. Pertanto è stato con una certa sorpresa che ho visto collegare questi ultimi al resto dell’impianto, una volta terminato il brano.

L’ascolto dei diffusori di dimensioni maggiori è iniziato con un brano di genere completamente diverso. Malgrado la sensazione di estrema coerenza, sia pure con un’immagine di origine soggettivamente troppo espansa, dato l’impiego di un sistema di emissione composto da ben 7 celle elettrostatiche, al confronto i modelli di taglia minore non hanno sfigurato assolutamente. Anzi in alcune occasioni sono sembrati in grado di produrre una sonorità di migliore naturalezza complessiva, grazie al loro equilibrio e malgrado l’abbinamento di una gamma medio alta elettrostatica a una bassa emessa da un altoparlante di tipo dinamico.

Ulteriore riprova che anche le considerazioni più indiscutibili in linea teorica possono trovare contraddizione all’atto pratico.

La tenuta in potenza, ma anche l’estensione e la dinamica dell’elettrostatico più grande hanno dimostrato di essere ovviamente un’altra cosa, pur se sulla base di un carattere alquanto ondivago. Nel senso che mentre la sensazione di presenza della gamma inferiore è sembrata a tratti migliorabile, in particolare rispetto alla grande nitidezza del medio, in alcuni passaggi si sono potute apprezzare un’estensione e soprattutto un’esuberanza che si riterrebbero del tutto fuori portata per un diffusore che non faccia capo ad altoparlanti di tipo dinamico.

Non solo, una volta che si riesca a far emettere le frequenze inferiori a un altoparlante elettrostatico, e a far si che raggiunga determinate pressioni sonore, la sua velocità di reazione può dar luogo a sonorità sorprendenti e di grande impatto.

In sostanza le due coppie di diffusori descritte hanno palesato come meglio non si potrebbe che se si vuol  guadagnare da una parte, occorre pagare un dazio da qualche altra. E’ anche vero, tuttavia, che le dimensioni della saletta di cui stiamo parlando e l’impianto in essa allestito potrebbero aver attribuito un certo vantaggio al diffusore più compatto.

Un’altra saletta in cui si è potuta ascoltare una sonorità lodevolmente equilibrata è quella di LA Sound, dedicata alla dimostrazione dei cavi Olympia Cable. Come mi ha fatto notare con una certa perplessità l’amico Claudio, che mi ha accompagnato per tutta la durata della visita alla manifestazione, potrebbe essere difficile valutare in condizioni simili l’apporto dato dai cavi, non disponendo di elementi di paragone.

Come dargli torto? E’ altrettanto vero però che fornire ai visitatori una possibilità di verifica in tal senso comporterebbe difficoltà organizzative, inerenti persino l’accesso allo stand da parte dei visitatori, tuttaltro che marginali.

Quindi ci limitiamo a osservare che, nell’ascolto dei brani succedutisi durante la permanenza nella saletta in questione, si è potuta apprezzare una sonorità gradevole e sostanzialmente priva di difetti. Il che non è assolutamente poco. Soprattutto in base all’esperienza compiuta durante la scorsa edizione della manifestazione, in cui è sembrato di assistere a una gara nella gara: per chi riuscisse a dimostrare l’impianto più complesso e costoso e peggio, per il cumulo di vere e proprie aberrazioni timbriche avvertibili senza difficoltà alcuna durante il loro funzionamento.

Come vedremo anche più avanti, alle sensazioni più convincenti ricavate da questa edizione celebrativa della manifestazione, si è abbinato il rilevare che la sonorizzazione di alcuni tra gli stand più apprezzabili sotto il profilo della qualità timbrica è stato affidato a impianti per nulla complessi o tendenti al gigantismo, anzi caratterizzati da un certo gusto per il minimale.

Riprova ulteriore che al crescere delle dimensioni, del costo e della complessità degli impianti, le difficoltà della loro messa a punto aumentano in maniera esponenziale. Tanto più quando a disposizione non si hanno i tempi lunghi tipici dell’allestimento di un impianto domestico per utilizzo privato, ma ci si trova nelle condizioni già di per sé estremamente difficoltose inerenti il toccata e fuga di manifestazioni siffatte. In cui se venerdi si monta, il sabato e la domenica si deve suonare, in un modo o nell’altro. Senza disporre quindi del tempo materiale per una messa a punto o meglio per un’accordatura del sistema degna di questo nome.

Come è stato rilevato anche in altri resoconti di manifestazioni consimili, gli impianti in dimostrazione mostrano regolarmente di aver sofferto non poco dello spostamento cui sono stati sottoposti alfine della loro presentazione al pubblico. Non è difficile accorgersene qualora li si ascolti nelle prime ore di apertura, il sabato mattina, e poi una seconda volta nelle fasi immediatamente antecedenti il termine della manifestazione, la domenica pomeriggio.

Così facendo si nota che il differenziale in termini di qualità sonora è parecchio rilevante, senza che siano intervenuti cambiamenti nella loro installazione.

A questo riguardo è già stato detto, scatenando l’isteria di alcuni appassionati di vedute particolarmente ampie, che uno tra i motivi di questo stato di cose sta nel fatto che le giunzioni tra i cristalli da cui è composto il rame soffrono oltremodo delle operazioni di smontaggio, trasporto e rimontaggio cui è necessario sottoporre i cavi in occasioni come queste. Dette giunzioni sono l’ostacolo di entità maggiore per il movimento degli elettroni lungo il materiale conduttore e con il loro passaggio vanno pian piano a ricostituirsi.

Questo è solo uno tra i motivi alla base dello stato di cose descritto. Con ogni probabilità ce ne sono altri che non si sono ancora individuati, se mai vi si riuscirà. Ciò non toglie che le differenze da un giorno all’altro siano evidenti.

In questo caso non si può nemmeno parlare di abitudine al suono come fanno certuni in maniera fin troppo semplicistica. Trascurando oltretutto che se i difetti ci sono, non ci abitua ad essi né con un’ora né con cento. La sola cosa a cambiare, tuttalpiù, è che ci si costringe a sopportarli più a lungo, con una dose non indifferente di stoicismo. Pertanto è soprattutto di rassegnazione che si dovrebbe parlare.

Come dice Mirko Massetti, invece di farci troppe domande, cerchiamo di ascoltare le risposte che ci dà l’impianto.

Un altro dubbio è quello inerente la possibilità che il numero degli impianti presenti a manifestazioni di questo genere possa essere inversamente proporzionale alla qualità sonora esprimibile da ciascuno di essi.

Possibili motivazioni potrebbero riguardare l’inadeguatezza dell’impianto elettrico generale a sopportare le richieste di energia causate dal fatto che il più scalcinato degli impianti presenti assorbe svariate centinaia di watt, come pure il fatto che le alimentazioni di ciascuno, le quali prima o poi troveranno un punto di connessione comune alla rete elettrica, si infastidiscano le une con le altre. Determinando appunto uno scadimento per la qualità sonora media facilmente percettibile.

Tornando ad argomenti riguardanti più da vicino lo specifico della manifestazione, nello stand Capecci-Audiosilente operava il bel giradischi realizzato da Simone Lucchetti. Insieme al Blackstone, riguardo al quale i frequentatori di Il Sito Della Passione Audio hanno avuto modo di leggere in maniera approfondita nella prova di cui è stato protagonista, hanno fatto bella mostra di sé i nuovi finali valvolari monofonici Capecci Audio, i Monoblock 34.

Si tratta come di consueto per l’artigiano laziale di unità valvolari, caratterizzate dalla sezione di uscita esuberante, basata su ben 4 coppie di EL 34 ciascuno.

La EL 34 è una valvola bella e versatile, ma non è mai stata quella del mio cuore. I motivi di questo stato di cose, che a suo tempo ho avuto modo di analizzare a fondo, li ho ritrovati in ogni elettronica basata su tali componenti mi sia capitata sottomano, o meglio a portata di orecchie.

Quali che siano i gusti di ciascuno, va detto che i nuovi finali Capecci hanno messo in evidenza un’erogazione di potenza oltremodo generosa ma soprattutto fulminea, del tutto esente dalle mollezze, dalle indecisioni e soprattutto dalle tendenze al sorvolo tipiche di troppe amplificazioni di grossa taglia. La loro accuratezza è anzi indiscutibile. Inoltre la capacità che hanno dimostrato di saper piegare ai loro voleri diffusori non facilissimi come quelli presenti nella saletta, è appunto tipica delle elettroniche di polso fermo e capacità energetiche di prim’ordine.

A mente fredda, ossia quando rientrato in casa ho iniziato a compilare queste righe, ho pensato che sarebbe molto interessante verificare l’abbinamento tra i nuovi finali Capecci e una coppia di quei due vie con woofer molto generosi. Che so, un Tannoy di grossa taglia, un Altec dalle pari caratteristiche, un JBL 4430 e così via. Anche se manca la verifica concreta, potrebbe trattarsi di un connubio tra i più efficaci e gratificanti.

Quanto al Blackstone, ha messo ancora una volta in luce le sue prerogative d’eccellenza. Personalmente lo ritengo una tra le dimostrazioni del livello assoluto cui può assurgere l’artigianato del nostro paese, soprattutto quando mosso da una passione pari a quelli di Simone Lucchetti.

Rispetto al set up con cui è avvenuta la prova d’ascolto pubblicata a suo tempo, c’è stato un cambio di testina. Al posto della Lyra Da Capo ora c’è una Lydian, se non ricordo male. I miei gusti personali darebbero la preferenza alla prima, anche se a distanza di mesi e in condizioni tanto dissimili esprimere una valutazione sensata è piuttosto complesso. Si potrebbe pensare si tratti di minuzie, ma come noto sono proprio gl’impianti di raffinatezza maggiore a dare conto nel modo più evidente anche delle più piccole variazioni intervenute nella loro composizione e messa a punto. Sotto questo profilo e non solo, la catena presente nella saletta Audiosilente-Capecci non ha nulla da invidiare a chicchessia.

Lo stand Ethos, infine, ha messo in evidenza ancora una volta le doti di equilibrio dell’impianto in esso funzionante. Ancora una volta grazie alla sua semplicità e ritengo anche per merito dei diffusori ivi presenti, di produzione Russell Kaufmann. Da quel che ho potuto comprendere, si tratta dei tipici esemplari che non fanno gridare al miracolo entro una battuta e mezza dall’inizio del primo brano che gli si fa riprodurre, ma inducono un convincimento via via crescente man mano che l’ascolto va avanti. E’ un aspetto tipico dei prodotti di validità maggiore.

 

A complemento delle salette in cui suonavano gli impianti fin qui descritti, c’erano come di consueto gli stand dedicati ai supporti fonografici e agli accessori, come sempre accolti dal pubblico nel modo migliore, che ne ha approfittato per fare scorta di musica o per acquistare il particolare mancante per la messa a punto dell’impianto.

 

Il resoconto della manifestazione termina qui. Se è vero come è vero che il numero è la prima fonte d’inganno, tale attitudine non si dimostra soltanto nell’incapacità di misure e grafici di dar conto delle effettive capacità musicali di una qualsiasi apparecchiatura, ma anche nei confronti delle mostre come questa edizione del Gran Galà del 35ennale. Le salette non sono state moltissime, il che è valso a confermare una volta di più la regola del pochi ma buoni. Soprattutto, è stato possibile dedicare a ciascuna di esse il tempo che meritavano, così da analizzare più a fondo le peculiarità soniche di ciascun impianto e comprenderne meglio significati e implicazioni.

Il livello qualitativo medio degli ascolti è stato ben superiore a quello di edizioni più affollate. Per forza di cose, aumentando il numero degli impianti le possibilità di una loro inadeguatezza vanno di pari passo. Stavolta allora si è trattato di una mostra piccola se vogliamo, ma densa dei significati di qualità sonora che sono la vera attrattiva per gli appassionati.

Un appuntamento a misura d’uomo insomma, molto più di certe kermesse tanto celebrate, che a un nativo della Capitale come me non possono far altro che ricordare la chiassosa e inconcludente gazzarra di un mercatone alla Porta Portese.

Del resto è noto che le cose migliori sono per i pochi capaci di apprezzarle, che con la massificazione esasperata dell’epoca attuale diventano peraltro sempre meno. Tra quelle cui ho avuto la possibilità di presenziare fin qui, si è trattato insomma della mostra che ho visitato e commentato con il piacere e il divertimento maggiore. Per quello che può valere la mia valutazione personale.

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